Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 3 agosto 2013

Americanità o Europa

Scritto da Diego Fusaro

Dopo la polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989), il programma di Novalis, Cristianità o Europa, si è sempre più perversamente riconfigurato in una nuova e macabra forma: Americanità o Europa.
La potenza vincitrice della Guerra Fredda ha rinsaldato quel processo esiziale di americanizzazione integrale del vecchio continente avviato fin dal 1945. Ciò si determina evidentemente nella cultura, non solo quella di massa delle canzonette in inglese della radio, ma anche nella ristrutturazione capitalistica della scuola, sempre più simile a un’azienda, con debiti e crediti, presidi managers e studenti ridotti a consumatori di formazione; ma emerge poi anche nelle politiche sociali, id est nella demolizione del nobile sistema europeo dell’assistenza sociale e dell’attenzione per gli ultimi.
Infatti, la storia delle vicende europee successive alla caduta del Muro e alla tragicomica implosione dell’Unione Sovietica (la più grande tragedia geopolitica del Novecento) si inscrive a pieno titolo nel processo di imposizione del modello americano di capitalismo senza eticità residua contro il paradigma europeo del capitale ancora mitigato dal welfare state e da robusti elementi di eticità (tutti guadagnati sul campo tramite le lotte, e non certo donati generosamente dal capitale). L’Europa sta sempre più diventando una colonia americana: i singoli Stati europei stanno agli Stati Uniti come i satelliti dell’Unione Sovietica stavano al paese che aveva monopolizzato il materialismo storico.
L’ultima prova di questo scenario scandaloso risale alla settimana scorsa e allo stupore per le oscene pratiche di spionaggio degli Stati Uniti nei confronti degli “alleati” (che più opportuno sarebbe chiamare “subordinati”). Lo scrivente, dal canto suo, si stupisce per lo stupore. Perché meravigliarsi? È forse una novità che tra gli Stati europei e gli Stati Uniti non si dà un rapporto inter pares? Dove sta la novità? Ci si aspettava forse che l’Impero del Bene trattasse l’Italia, la Germania e la Spagna come soggetti liberi e uguali?
Nel quadro dell’odierna “quarta guerra mondiale” – così l’ha efficacemente definita Costanzo Preve – avviatasi nel 1991, la potenza americana è in lotta contro ogni forza che non si pieghi al suo dominio: i cosiddetti “alleati” sono costretti ogni volta (dall’Iraq del 1991 alla Libia del 2011!) a servire il padrone, prendendo parte attivamente alle sue aggressioni imperialistiche. Di ciò si può legittimamente sostenere quel che Carl Schmitt scriveva nel Concetto del politico (1927): “se un popolo si lascia prescrivere da uno straniero, in forma di sentenza o in qualsiasi altra maniera, chi è il suo hostis, e contro chi esso può combattere o no, esso non è più un popolo politicamente libero, ma è coordinato o subordinato a un altro sistema politico”. Questa l’Europa di oggi, appunto.
È sempre più lampante che la cultura imperiale dello Stato che, vincitore della Guerra Fredda, oggi sottomette ogni forza che non ne riconosca il dominio e il codice simbolico (subito condannata come rogue State, “Stato canaglia”) è strutturalmente incapace di relazionarsi autenticamente con l’Altro. Infatti, gli nega aprioristicamente ogni possibile legittimità, presentandolo sempre come luogo instabile del terrorismo e delle dittature o, semplicemente, classificandolo come the rest of the world. Gli Stati Europei non fanno eccezione: hanno diritto di esistere come colonie della madrepatria, così recita l’ideologia imperiale americana.
A questa prerogativa, propria di pressoché tutte le forme di imperialismo che si sono registrate nella storia, deve esserne accostata un’altra, connessa con la specifica ideologia puritano-protestante, di origine veterotestamentaria, che caratterizza l’odierna “monarchia universale” (per inciso, l’espressione Universalmonarchie è di Kant, che la impiega nel suo trattato Per la pace perpetua). Quest’ultima, in forza di tale formazione ideologica, è costantemente indotta a ritenersi il “popolo eletto”, quando non il solo indispensabile, con tutte le conseguenze che ininterrottamente ne discendono sul piano geopolitico.
“America stands alone as the world’s indispensable nation”: così nel discorso di Bill Clinton del 20 gennaio 1997. Se l’America è la sola nazione indispensabile del mondo, tutte le altre sono legittimate a esistere come sue alleate subordinate, come sue colonie appunto.
Alfiere divino della special mission, l’“impero del bene” subito etichetta come terrorismo la legittima e benemerita resistenza dei popoli oppressi e di tutti gli Stati che, nonostante le loro macroscopiche contraddizioni interne, non si piegano alla mondializzazione capitalistica, svolgendo per ciò stesso un prezioso ruolo sul piano geopolitico (dall’Iran a Cuba, dalla Corea del Nord al Venezuela), ricordando anche a noi europei che resistere è possibile (con buona pace del titolo di un fortunato best-seller che recita “resistere non serve a nulla”).
In rivendicata antitesi con il coro virtuoso del politically correct e dei pentiti sempre pronti a schernire come pura nostalgia il recupero di categorie in grado di mettere in luce le contraddizioni di cui il presente è gravido, il recupero della critica dell’imperialismo è oggi di vitale importanza. Con buona pace della manipolazione organizzata e della propaganda ufficiale, che dichiarano tale categoria un ferrovecchio, l’imperialismo è oggi più che mai vivo – sia pure in forme nuove e flessibili, compatibili con il nuovo assetto del pianeta globalizzato – e la tendenza dominante a liquidarlo come categoria desueta rivela la mal celata volontà di anestetizzare la critica dichiarando morto il suo oggetto proprio quando esso è nel pieno delle forze.
Con Voltaire, ci ripeteremo finché non saremo capiti: non può esservi democrazia in Europa finché il suo territorio sarà occupato da basi militari atomiche statunitensi. Non può esservi l’Europa senza la sovranità geopolitica. Non può esservi un’Europa democratica di Stati liberi e uguali finché il vecchio continente sarà una semplice colonia della monarchia universale, o finché esisterà solo nella forma perversa del sistema eurocratico. Stupirsi per lo spionaggio è degno delle inguaribili anime belle di ogni tempo. Occorre, invece, adoperarsi per eliminare le condizioni che rendono possibili simili eventi.

Un'alternativa europeista al crollo dell'euro

di Andrea Ricci *

Le maggiori perplessità suscitate dalla prospettiva di una fine dell’euro sono principalmente dovute all’incertezza su ciò che avverrà dopo, al timore storicamente fondato del ritorno di un’Europa divisa e conflittuale al suo interno.

Infatti, che l’euro sia stato un brutto affare per l’Italia e per gli altri Paesi mediterranei sono ormai in molti a pensarlo. Brutto affare perché, in assenza di una politica fiscale e di bilancio comune, la moneta unica rende socialmente drammatico il problema dei divari strutturali di competitività tra i Paesi membri.

Meno diffusa è invece l’opinione che l’euro sia stato un brutto affare anche per l’Europa. E invece così è stato. Il fallimento dell’euro e l’ostinazione con cui le classi dirigenti continuano a negarlo hanno messo in profonda crisi l’idea stessa d’integrazione, rinfocolando odi e pregiudizi che in un recente passato furono la culla dei peggiori sciovinismi reazionari. Oggi a dividere i popoli europei, a far riemergere atavici sentimenti di rivalità nazionale è paradossalmente proprio l’unica cosa che essi hanno in comune sul piano politico ed economico, ovvero la moneta unica.

L’idea che la fine dell’euro porti con sé la fine dell’Europa come entità politica e culturale è forse il principale ostacolo che s’incontra, soprattutto a sinistra, nell’affrontare con lucidità e realismo la più grande crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra. L’incapacità di formulare una piattaforma europeista di superamento dell’euro è oggi il più grande limite teorico e politico della sinistra europea. Tutto ciò lascia un vuoto enorme nello spazio politico, che rischia di essere occupato da movimenti populistici di varia natura che rivendicano il puro e semplice ritorno all’antica sovranità nazionale non solo in campo monetario, ma in ogni sfera della vita civile. Ancor peggio di questo, l’afasia della sinistra lascia alle classi dirigenti europee completa autonomia di decisione su quando e come l’euro, nella sua attuale e insostenibile configurazione, dovrà essere abbandonato.

Paradigmatica di questa incapacità, frutto di un’inconsapevole subalternità culturale al pensiero dominante, è la posizione espressa da alcune forze della sinistra europea, tra cui in Italia da Rifondazione Comunista. La proposta di una dichiarata violazione, da parte del Governo e del Parlamento, dei Trattati e dei Patti europei in materia di bilancio pubblico senza abbandonare la moneta unica è tanto strampalata quanto assurda. Come ha dovuto drammaticamente costatare la Grecia, tale iniziativa conduce in un vicolo cieco e probabilmente alla resa senza condizioni ai poteri europei.

È noto che il programma di acquisto di titoli pubblici da parte della Banca Centrale Europea è espressamente condizionato al pieno e integrale rispetto delle politiche di abbattimento del deficit e del debito pubblico, monitorate dalla Troika (FMI, Commissione europea e la stessa BCE). Qualora ciò non si verificasse, Draghi ha ufficialmente dichiarato che non soltanto verrebbe sospeso ogni ulteriore acquisto di titoli del Paese ribelle, ma verrebbe messo in vendita anche lo stock precedentemente acquistato sul mercato secondario dalla BCE (che, secondo l’ultimo bilancio, al 31 dicembre 2012 ammontava a 103 miliardi di euro di titoli italiani), come forma di pressione estrema e come misura prudenziale per salvaguardare la posizione patrimoniale dell’istituzione.

In tale contesto, i tassi di interesse sui titoli italiani schizzerebbero alle stelle perché difficilmente troverebbero compratori, nazionali o stranieri. Lo Stato non riuscirebbe più a finanziarsi sui mercati e, mancando di una propria moneta sovrana, non potrebbe nemmeno monetizzare il proprio deficit. Il primo atto necessario, prima della bancarotta, sarebbe inevitabilmente la sospensione immediata e sine die di tutti i pagamenti pubblici, a cominciare dai salari e dagli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione.

Arrivati a quel punto, e i tempi sarebbero rapidissimi, torneremmo al dilemma di oggi: o subire i diktat europei o uscire dall’euro. Soltanto che il ritorno alla situazione di partenza avverrebbe in condizioni disperate, con una forza contrattuale ridotta pressoché a zero, senza alcuna preparazione per affrontare l’ignoto e presumibilmente con un’opinione pubblica interna disorientata e spaventata.
È evidente quindi che la proposta di RC non si pone l’obiettivo di indicare una strada possibile di cambiamento ma, ancora una volta, rappresenta una scorciatoia propagandistica per eludere i problemi sul tappeto. Di questo è morta la sinistra italiana.

Ma allora quali possono essere i connotati dell’abbandono dell’euro in una prospettiva di rilancio del processo d’integrazione europea? La prima cosa da dire a questo proposito, a evitare equivoci e timidezze, è che questo problema si porrebbe soltanto in seguito ad una decisione unilaterale dell’Italia o di altri Paesi di fuoriuscita dall’area monetaria europea. È questo il primo passo necessario e ineludibile, l’hic Rhodus hic salta, della situazione attuale.

I Tedeschi cattivi

di Ars Longa

Quando qualcuno ha diffuso la notizia che la Finlandia avrebbe l’intenzione di uscire dall’euro mi sono ricordato di un money game che Thomas Friedman pubblicò sul New York Times alla fine del 1996. Immaginate – diceva Friedman – una Finlandia che ha i conti in ordine ma li ha perché si basa su due soli settori: telefonia e carta. Immaginate che uno dei due settori vada in crisi. Che vada in crisi la Nokia o che i russi dopo anni di difficoltà tornino sul mercato della carta e spazzi via come birilli svedesi, norvegesi e – appunto – finlandesi. La Finlandia dentro l’euro non può battere moneta e quindi non può svalutare il cambio. Se vuole sopravvivere deve fare esattamente due cose: o esce dall’euro o comincia ad abbassare i salari.Non essendoci una politica fiscale europea i finlandesi dovrebbero andarsi a cercare lavoro altrove. Money game. Come vedete vi cito un giornalista e non un articolo di qualche convegno o di qualche economista. Il problema c’era e bastava capire l’abc.

Il problema non è l’intuibilità dei problemi di un cambio fisso. Il problema non è neppure la sovranità nazionale sulla moneta. I Tedeschi non ne avevano bisogno. A loro interessava il sistema del Mercato Unico che funzionava benissimo anche senza moneta unica. I tedeschi sapevano benissimo che bisognava andare cauti. Due dirigenti politici della CDU: Wolfgang Schäube e Karl Lammers lanciarono l’idea della Kerneuropa. Un euro nel quale per almeno due anni dovessero stare fuori Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. E di questa idea era Chirac, l’allora ministro delle finanze Wagel, gli olandesi. L’articolo 105 del Trattato di Maastricht prevedeva (e prevede) che la priorità assoluta debba essere data alla stabilità dei prezzi. L’articolo 107 prevedeva e prevede l’indipendenza della BCE. Il Patto di Dublino del 1996 obbligava i paesi membri a mantenere il rapporto deficit/PIL nel tetto massimo del 3%. L’Articolo 104c, comma 11 stabiliva e stabilisce meccanismi di punizione in caso di sforamento. Punizioni che sono, di fatto, la perdita della autonomia economica del paese trasgressore. L’idea di Kerneuropa non era male. Ma noi, gli spagnoli, i portoghesi decisero di raggiungere i criteri stabiliti entro il 1997. La ragione era semplice: la distanza tra le valute del sud europa e il marco in termini di tassi diminuiva quando si faceva concreta la possibilità di una adesione immediata. Si temeva che ritardare l’entrata avrebbe comportato perdita di fiducia dei mercati. Lo spread sarebbe aumentato e la possibilità in due anni di salire sul treno dell’euro in corsa si sarebbe allontanata perché il rapporto deficit/PIL sarebbe ancora aumentato. Bisognava fare in fretta e salire subito sul treno.

Qualcuno si dimentica che nel maggio del 1996 i tedeschi non volevano che la lira rientrasse nello SME-2. Che ci fu una lunghissima e aspra trattativa. Il Frankfurter Allgemeine Zeitung preconizzava che, per sfuggire alle regole, gli italiani avrebbero creato “patti di interesse con gli altri paesi in difficoltà”. L’euro, preconizzavano, sarbbe stato più debole del marco. Ma non era per passare da una valuta forte ad una debole che i tedeschi accettavano di entrare nell’Euro. Nel novembre del 1996 il Sole24Ore pubblicava una inchiesta dalla quale risultava che i cittadini tedeschi non avrebbero voluto un euro con dentro gli italiani. Il 5 aprile del 1997 al consiglio Ecofin di Noordwijk il ministro delle finanze Tetmeyer disse. “la convergenza dei tassi di interesse a lungo termine riflette le politiche economiche e la gestione fiscale. Ma se la convergenza fosse basata solo sulle aspettative che certi Paesi diventino membri dell’unione monetaria, ciò potrebbe diventare pericoloso per i paesi interessati”.

Non vi sto dicendo questo per dirvi che i tedeschi non ci volevano nell’Euro. Questa è storia e dovrebbero conoscerla anche gli econometristi di Pescara. Non sto dicendo che nell’Euro ci siamo voluti entrare per forza o per amore noi, consapevoli di tutte le regole. Anche questo è un fatto ovvio. Quel che vi sto dicendo è che i Tedeschi l’Euro non lo volevano ma l’Euro è stato il prezzo per riunificare il Paese. Quando i Tedeschi annunciarono la loro intenzione di riunificare le due Germanie Mitterand era letteralmente imbestialito. Andò in visita ufficiale a Kieve, incontrò Gorbaciov chiedendogli esplicitamente che l’Unione Sovietica agonizzante si opponesse. Poi andò in Germani Est e pubblicamente annunciò che la Francia sosteneva l’esistenza in vita della Germania Orientale. Tutto questo succedeva nel dicembre del 1989. Poi – neppure fosse il miracolo di Lourdes – nell’aprile 1990 Kohl e Mitterand firmarono un protocollo bilaterale nel quale Parigi e Berlino annunciavano la loro intenzione di far compiere all’Unione Europea un passo in avanti. L’Euro in cambio della riunificazione. E Berlino accettò la proposta francese ma pretese alcune garanzie che sono poi quelle del Trattato di Maastricht. Ma le garanzie chieste dalla Germania – appunto – non sono state scritte di nascosto. Stavano lì. Nessuno ha costretto nessuno. E non si vede perché la Germania avrebbe dovuto accettare di passare da un Marco forte ad un Euro debole senza regole. Il tentativo di far fare anticamera all’Italia e agli altri Paesi del sud Europa attraverso il progetto della Kerneuropa mirava a ridurre il sapore di una polpetta indigesta per i Tedeschi.

Intervista a John Bellamy Foster

di C.J.Polychroniou

CJP: Quella che è iniziata come una crisi finanziaria nel 2007 è diventata una delle maggiori crisi di disoccupazione del mondo capitalista avanzato. Questo può forse voler dire che la crisi del 2007-08 non è stata in realtà causata dalla finanza in sé, ma ha avuto piuttosto le proprie cause sottostanti nell’economia reale?
JBF: Non c’è alcun dubbio che sia stato lo scoppio della bolla finanziaria a condurre alla crisi economica. Dunque, in questo senso, la causa prossima della crisi è stata finanziaria. Ma le risposte più profonde vanno ricercate nella cosiddetta “economia reale”, cioè nel regno della produzione. Una grave crisi economica come la Grande Crisi Finanziaria è invariabilmente il prodotto di fattori strutturali che sono andati sommandosi nel corso di molti anni e ha sempre radici nella produzione. I tassi di crescita dell’economia reale delle economie mature, di capitalismo monopolistico della Triade – Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – hanno cominciato a rallentare negli anni ’70 e sono scesi fondamentalmente di decennio in decennio da allora. Il principale fattore di bilanciamento di tale rallentamento dell’economia è stato la finanziarizzazione, che si può definire come consistente in: (1) crescita della dimensione della finanza (struttura del credito-debito) rispetto alla produzione; (2) una quota accresciuta di profitti finanziari in seno ai profitti complessivi delle imprese e (3) la crescita dei ritorni finanziari come elemento sempre più dominante anche nelle operazioni delle imprese non finanziarie.
Questo processo di finanziarizzazione ha avuto inizio alla fine degli anni ’60 e si è ampliato in misura massiccia negli anni ’80.
Di fronte alla saturazione del mercato e al declinare delle opportunità d’investimento le imprese e gli investitori individuali si sono trovati di fronte a problemi di assorbimento del surplus. La loro reazione è consistita nel collocare una quota sempre maggiore del surplus economico a loro disposizione nel settore finanziario, in cerca di opportunità speculative associate all’apprezzamento dei patrimoni. Le istituzioni finanziarie hanno accolto questo enorme afflusso di capitale inventando strumenti finanziari sempre più esotici. L’intero processo di finanziarizzazione ha fatto crescere l’economia più di quanto sarebbe cresciuta altrimenti, dando una base alla crescita economica.
Ma dato che il processo di finanziarizzazione era esso stesso una reazione a un’economia sempre più stagnante, che non poteva curare, quelle che sono emerse da questo processo sono state bolle finanziarie sempre più grosse e più frequenti sommate a una base economica debole. Ciò ha portato a una stretta creditizia dietro l’altra, ciascuna più grave della precedente, con la Federal Reserve e le altre banche centrali intervenute in continuazione come prestatori di ultima istanza in uno sforzo disperato di impedire che crollasse l’intero castello di carte. Ogni volta è stato allontanato il crollo finanziario completo, preparando il terreno per problemi più grossi nel futuro. Contemporaneamente la finanziarizzazione era globalizzata, poiché tutti i paesi erano costretti ad adottare la stessa architettura finanziaria. Alla fine era destinata a determinarsi una situazione in cui gli effetti di scala dello scoppio di una bolla finanziaria avrebbero superato la capacità delle banche centrali di impedire gravi danni all’economia. Ciò è successo con la Grande Crisi Finanziaria del 2007-08. Tuttavia è stato evitato un crollo finanziario completo mediante il processo relativo del “troppo grande per fallire”, cioè al salvataggio delle grandi istituzioni finanziarie, con i costi trasferiti a carico del pubblico.
La maggior parte delle discussioni sull’intera Grande Crisi Finanziaria, anche a sinistra, ha teso a concentrarsi sugli aspetti e i sintomi superficiali, ignorando le contraddizioni a lungo termine sia nell’ambito della produzione sia in quello della finanza. Per contro sono orgoglioso di dire che la Monthly Review, basandosi inizialmente sul lavoro di Harry Magdoff e di Paul Sweezy, ha seguito da vicino gli sviluppi di queste contraddizioni in articoli scritti in un periodo di quattro decenni e più.
Il principale problema dell’economia capitalista, oggi, non è ovviamente tanto la crisi finanziaria, quanto la stagnazione. Persino economisti liberali come Paul Krugman oggi parlano di “stagnazione permanente”. Il periodo attuale è caratterizzato da una crescita economica estremamente lenta nelle economie mature, un fenomeno emerso in seguito alla Grande Crisi Finanziaria. Il sistema preso in quella che nella Monthly Review abbiamo chiamato la “trappola della stagnazione-finanziarizzazione”. Senza altri boom guidati dalla finanza non c’è nulla attualmente che possa smuovere il sistema dal suo centro morto, per così dire. Ma il processo di finanziarizzazione è esso stesso ostacolato oggi dalla mancanza di prestiti bancari e dunque incapace di offrire uno stimolo sufficiente a stimolare l’economia.
Il capitale si preoccupa perciò soprattutto di rimettere in moto il processo di finanziarizzazione. Il compito prioritario consiste nel garantire la stabilità e la crescita degli attivi finanziari, che costituiscono entrambe la ricchezza della classe capitalista e che oggi sono i mezzi principali di un’ulteriore generazione di ricchezza. In pratica ciò significa rafforzare le condizioni dell’austerità neoliberale mirata a dirottare i flussi economici pubblici e privati sempre più nel settore finanziario. Lo stato capitalista è trasformato in modo tale che la sua funzione di prestatore di ultima istanza sta diventando il suo ruolo principale, con tutti gli altri fini politici subordinati a esso. In una situazione simile le vecchie strategie keynesiane di spesa in deficit e promozione dell’occupazione devono essere sacrificate all’altare dell’élite del potere finanziario. Alla fine ciò può riuscire a generare un altro boom e un’altra bolla generati dalla finanza. Ma le conseguenze finali di questo distorto processo speculativo di generazione di ricchezza, se ne sarà consentita la piena riproposizione, saranno probabilmente più gravi nel futuro.

giovedì 1 agosto 2013

Grillo: “Berlusconi è morto, viva Berlusconi”

Berlusconi è morto. Viva Berlusconi!



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Berlusconi è morto. Viva Berlusconi! La sua condanna è come la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il Muro divise la Germania per 28 anni. L'evasore conclamato, l'amico dei mafiosi, il piduista tessera 1816 ha inquinato, corrotto, paralizzato la politica italiana per 21 anni, dalla sua discesa in campo nel 1993 per evitare il fallimento e il carcere. Un muro d'Italia che ci ha separato dalla democrazia. Oggi questo muro, da tempo un simulacro, un'illusione ottica, tenuto in vita dagli effetti speciali dei giornali e della televisione, è caduto. Chi piangerà Berlusconi? Non i suoi che, come tutti i servi, cercheranno subito un altro padrone. E' nella loro natura. Craxi fu subito dimenticato mentre il suo tesoriere Amato divenne presidente del Consiglio (sic). Mussolini venne appeso a piazzale Loreto, ma la nomenclatura fascista entrò in massa nella democrazia cristiana. Chi è abituato a servire, cambia velocemente. I peggiori nemici di chi cade sono i suoi ex compagni. Giuda ha fatto scuola. Invece, si vestiranno a lutto i suoi finti oppositori, che hanno lucrato sulla sua figura. Se non fosse esistito il Pdl, non sarebbe nato neppure il suo doppio, il pdmenoelle. Lo piangeranno i Violante, i D'Alema, le Finocchiaro, i Bersani, i Veltroni, i Fassino che lo hanno tanto amato e a cui devono la loro fortuna. Per il pdmenoelle Berlusconi ha rappresentato l'assicurazione sulla vita, il malloppo elettorale. L'unico programma del pdmenoelle è stato quello di smacchiare il giaguaro per poi divorare insieme a lui l'Italia. Il pdmenoelle è oggi senza stampelle, senza maschera, senza rete, senza l'amico di sempre. "Ah, Berluscò, ricordati degli amici" e lui, gli va riconosciuto, si è sempre ricordato di loro. Berlusconi ha avuto l'intuizione e la capacità di scegliersi i cosiddetti nemici, di allevarli e sostenerli. Sono stati per decenni la sua polizza sulla vita. E ora? Che ne sarà di loro? Dei vedovi di Berlusconi? Degli orfani di mille leggi vergogna votate insieme? Come potranno sopravvivere senza un falso nemico, buono da combattere solo in campagna elettorale per lucrare voti? Un muro è crollato, ma altri devono ancora cadere.

mercoledì 31 luglio 2013

L'Islanda vince sull’UE: non dovrà risarcire le banche straniere


L'Islanda vince sull’UE: non dovrà risarcire le banche straniere
La piccola isola tra i ghiacci ha vinto oggi una importante battaglia legale nei confronti dell’Unione Europea in materia di compensazioni per le perdite causate agli investitori stranieri a causa de fallimento di alcune banche islandesi avvenuto cinque anni fa.

Il Tribunale dell’EFTA (Associazione Europea del Libero Commercio, alla quale aderiscono oltre ai paesi dell’UE anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia), con sede a Lussemburgo, ha stabilito oggi che il governo dell’Islanda non ha violato la legislazione europea quando ha deciso di non risarcire gli investitori straneri della banca on-line Icesave, dipendente da una delle principali entità finanziarie fallite nel 2008.
Nella sentenza l’Efta spiega che l’Islanda non ha contravvenuto le normative europee vigenti al momento dei fatti quando decise di non risarcire gli azionisti stranieri, decisione tra l’altro avallata da un referendum appositamente convocato, attraverso il quale la maggioranza dei cittadini del paese valutarono di non investire denaro pubblico per ripianare i debiti con le banche private fallite. Il Tribunale dell’Efta ha anche stabilito che il governo islandese non ha compiuto un atto discriminatorio decidendo invece di risarcire gli azionisti del paese.
Immediatamente dopo la sentenza, il Governo di Reykiavik si è detto molto soddisfatto per la decisione del tribunale dell’organismo internazionale che ha dato ragione all’Islanda, rimarcando che il giudizio é "definitivo e non può essere oggetto di ricorso".
Giudizio opposto naturalmente da parte di vari governi europei secondo i quali c’è bisogno di una normativa più stringente per i casi simili a quelli che squassarono l’economia islandese nel 2008-2009. Piccata la Commissione Europea, secondo la quale “i rimborsi dei depositi bancari devono sempre essere garantiti, anche nel caso di una crisi sistemica”.

A investire il Tribunale dell’Efta del caso era stato un ricorso dell’Autorità di Vigilanza degli Accordi Efta contro il rifiuto dell’Islanda di pagare 3,9 miliardi di euro alla Gran Bretagna e all’Olanda. I governi di Londra e l’Aja avevano scelto di coprire le perdite dei propri cittadini, e successivamente avevano chiesto un indennizzo alle autorità di Reykjavik, richiesta impugnata dall'Islanda.
La Corte di Giustizia di Lussemburgo doveva stabilire se il governo islandese avesse l'obbligo di compensare con un risarcimento di 20 mila euro (26.000 dollari) i titolari dei conti aperti presso la Icesave, fililale online del colosso Landsbanki. Ma con la sentenza di oggi il tribunale ha respinto il ricorso ed ha dato ragione a Reykiavik, stabilendo un importante precedente. In realtà il governo dell'Islanda si è impegnato a risarcire per quanto possibile gli investitori stranieri, ma in maniera graduale e senza attingere ai fondi pubblici.

sabato 27 luglio 2013

La fine del mondo è in anticipo

 

dal blog di Beppe Grillo
"Questa è una notizia che non fa piacere scrivere e credo neanche leggere. Però è solo facendo entrambe le cose e facendole fare a quelli che conosciamo che abbiamo qualche speranza di attenuarne le conseguenze. Nature, la più autorevole rivista scientifica al mondo, ospita l'intervento di un gruppo di ricercatori delle università di Rotterdam e Cambridge, coordinati dalla professoressa Gail Whiteman. Il rapporto prende in considerazione lo scioglimento dei ghiacci nella Siberia artica Orientale. Gli studiosi hanno calcolato che lo scioglimento dei ghiacci in atto potrebbe dar luogo al rilascio nell'atmosfera di 50 gigatonnellate (tonnellate con 9 zeri) di metano. Concretamente questo significa che il temuto riscaldamento globale di 2 gradi (il famoso punto di non ritorno) potrebbe arrivare dai 15 ai 35 anni prima del previsto. Eh si, lo sappiamo, qualcuno ci ride su pensando di poter fare il vino anche in Scozia o di dover alzare l'aria condizionata. Peccato che non sia una questione di qualche uragano in più o qualche specie in meno. I professori fanno i calcoli di quanto costerebbe al pianeta e presentano un conto pari a 60 trilioni di dollari (un trilione = mille miliardi) poco meno del Pil globale del pianeta che è di 70. Contemporaneamente c'è chi vede nel fenomeno un'opportunità di business derivato dal fatto di poter navigare dove prima c'erano i ghiacci nonché dalle estrazioni petrolifere che si potrebbero compiere e che potrebbero render qualche centinaio di miliardi di dollari.
Dobbiamo ringraziare Whiteman per aver fatto questo calcolo perché, al di là come si diceva delle battute, fa toccare con mano (al portafogli) il costo che pagheremo per il disastro che stiamo combinando. Purtroppo, la crisi globale sta spingendo molti paesi a fermare le politiche antiriscaldamento, con la scusa che è un lusso che in questo momento non ci possiamo permettere. La ricerca dimostra esattamente il contrario e cioè che non possiamo permetterci di non affrontare il problema.
Si chiamano all'azione il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e il WEF (World Economic Forum) ma una situazione del genere non si risolve se prima o poi non si considera l'ambiente un valore. E se non si attuano politiche come quelle descritte 15 anni fa da Roodman nel suo "La ricchezza naturale delle nazioni". E cioè rendere fortemente antieconomiche tutte le produzioni inquinanti. Questa sarebbe la molla di quella grande innovazione di cui abbiamo bisogno per far ripartire le nostre economie. Gli stati invece trattano l'ambiente come trattano l'economia, pompando in un caso denaro e nell'altro CO2. Creando debiti ai nostri figli da un lato e riscaldamento nell'altro. Solo che se il pianeta va in default cambiare valuta non basta." Marco Di Gregorio
Leggi l'articolo di Whiteman su Nature

martedì 23 luglio 2013

Syrisa

Syriza: un congresso importante!

syriza-logoPoco più di una settimana fa si è svolto il congresso di Syriza, la formazione della sinistra radicale che con la leadership di Alexis Tsipras si è confermata alle ultime elezioni come il secondo partito greco. Oggi è la principale forza di opposizione al governo composto dai conservatori di Nuova Democrazia e dai socialisti del Pasok. Ma il blocco di potere che sta applicando le politiche di austerità della troika si sta assottigliando. La candidatura di Syriza a governare la Grecia rimane una questione all’ordine del giorno.
Quello che si è da poco concluso non è stato un congresso qualsiasi. Si è trattato di un vero e proprio atto fondativo che ha sancito la nascita di Syriza come partito. Finora la coalizione della sinistra radicale greca era un rassemblement di partiti e sigle di diverso orientamento, tenuti assieme da una piattaforma comune ma con orientamenti ideologici diversi, dall’anticapitalismo al trozkismo, dal comunismo al socialismo, dal femminismo all’ambientalismo, fino al maoismo. Sono – o sarebbe meglio dire, erano – tredici componenti, sigla più, sigla meno. Le più importanti, oltre al Synaspimos da cui proviene lo stesso Tsipras, sono la Sinistra ecologista innovatrice e comunista (Akoa) ispirata all’eurocomunismo e al socialismo democratico, poi il gruppo di Cittadini Attivi di Manolis Glezos, l’uomo simbolo della resistenza ellenica contro l’occupazione tedesca, che spinge per l’unità di tutta la sinistra greca; seguono gli Indipendenti di sinistra che non fanno parte di nessuna componente e i trotzkisti di Dea (Sinistra dei lavoratori internazionalisti) e Kokkino (Rosso). Vanno aggiunti anche i comunisti del Movimento per l’unità d’azione della sinistra (Keda), il gruppo di sinistra radicale Roza, i Radicali – una formazione a metà tra patriottismo e socialismo democratico – , gli ecosocialisti, il Movimento democratico sociale di orientamento nazionalistico ed euroscettico e, infine, l’altra sigla trotzkista Organizzazione socialista internazionalista.
Tsipras ha proposto al congresso di unire in un solo partito le numerose forze che costituivano il cartello elettorale di Syriza e rendere la sinistra radicale greca in grado di contendere il governo ai conservatori di Samaras. La proposta è passata a maggioranza anche se la decisione di sciogliere le componenti non ha trovato tutte le anime concordi. La minoranza che comprende la corrente di sinistra del Synaspimos, i tre gruppi trotzkisti Kokkino, Dea e Apo (raccolte nella Rete rossa), i socialisti del Dikki (fuoriusciti dal Pasok) si è raccolta nella “Piattaforma di sinistra”. Al congresso ha ottenuto il 32,5 per cento dei voti dei delegati. La critica alla linea del partito unico consiste principalmente nel timore che finisca per marginalizzare il dissenso interno e accrescere il ruolo di leader di Tsipras. Secondo la minoranza il risultato del congresso avrebbe sancito il passaggio a «un partito elettoralista dalla vita interna atrofizzata», implicando la rottura «con aspetti decisivi della cultura politica e organizzativa della sinistra radicale» – come ha sostenuto Stathis Kouvelakis, del comitato centrale di Syriza (http://sinistracritica.org/2013/07/20/la-svolta-moderata-di-syriza/).
Dall’altra parte, quello che alla minoranza è apparsa irrimediabilmente come un’involuzione moderata di Syriza verso un «partito di governo» e «presidenzialista», è stata la risposta organizzativa alle esigenze di una formazione politica cresciuta nel giro di brevissimo tempo dal 4 per cento al 26 per cento delle ultime elezioni. Syriza si trova oggi a essere non più una costellazione di minuscole sigle, ma una forza popolare di massa che continua a ricevere adesioni e che ha davanti a sé il non facile compito di conquistare la maggioranza della società greca. Il congresso ha segnato una nuova fase nel dibattito interno, dedicato soprattutto alla forma organizzativa da adottare. La linea passata a maggioranza con oltre il 67 per cento dei delegati ha sancito che quello del partito unico sia oggi lo strumento più adeguato per i compiti che la sinistra radicale si pone. In realtà, la storia di Syriza dimostra una duttilità organizzativa: quando – come in passato – la divergenza ideologica delle sue componenti prevaleva sull’unità, la scelta è caduta sulla forma della «coalizione»; oggi, quando è in gioco l’egemonia nella politica nazionale e sono stati compiuti molti passi verso l’unità, si è scelta la forma del partito unico.
Del resto, non è che i rapporti all’interno di Syriza siano sempre stati idilliaci. Tutt’altro. Gli inizi furono, a dir poco, burrascosi. Nel 2004, alla prima prova elettorale, la formazione della sinistra radicale greca non andò ai là di un 3,3 per cento. Un risultato modesto che però consentì alla neonata formazione di eleggere in parlamento sei deputati. Ma contrariamente agli accordi tra i partiti della coalizione, tutti e sei i parlamentari provenivano dal Synaspimos, il partito maggiore. Da quel momento le tensioni interne salgono e, appena tre mesi dopo, alle elezioni europee, il Synaspimos decide di andare da solo. Al congresso del partito alla fine del 2004 si cambia di nuovo. La maggioranza decide di portare avanti la scelta di Syriza e nella carica di presidente, al posto di Nikos Konstantopoulos, viene eletto Alekos Alavanos, convinto sostenitore della linea della coalizione. La scelta paga e i risultati si vedono alle amministrative del 2006. I candidati di Syriza vanno bene, soprattutto ad Atene, dove a guidare la lista c’è un giovane. Si chiama Alexis Tsipras. E’ uno dei nuovi volti del Synaspimos che ha voluto Alavanos, «aperto alle nuove generazioni».
Ma il vero salto avviene l’anno successivo. I partiti della coalizione firmano una piattaforma comune. Syriza guadagna alle elezioni politiche 120 mila voti in più rispetto alle precedenti consultazioni e raggiunge il 5,04 per cento. Alevanos annuncia che non rinnoverà la propria candidatura alla carica di presidente e lascia il posto ad Alexis Tsipras, che ha solo 33 anni. In pochi anni, sotto la sua leadership, Syriza salirà nei sondaggi fino al 18 per cento. Ma all’inizio non sarà facile. Nel 2008 la coalizione si attesta al 4,7 per cento delle europee e al 4,6 delle parlamentari. L’exploit arriva nel 2012. La Grecia è in piena crisi finanziaria. Gli attacchi speculativi dei mercati fanno schizzare in alto gli interessi sui titoli di stato. Il debito pubblico lievita e in cambio degli aiuti il governo accetta il pacchetto di misure della troika, composta da Bce, Fmi e Ue. La Grecia diventa il laboratorio delle politiche europee dell’austerità. Nelle due tornate elettorali che si succedono a pochi mesi l’una dall’altra, Syriza diventa il secondo partito e ottiene prima il 16 per cento, poi addirittura il 26,89. Un risultato inimmaginabile se i partiti e le sigle che hanno dato vita a Syriza – a cominciare dal Synaspimos – non avessero perseguito fin dal 2004 l’obiettivo dell’unità di tutte le forze della sinistra di alternativa. Se ciascuna di esse fosse rimasta ancorata alle proprie posizioni di partenza – le più svariate e divergenti, dal maoismo al trotzkismo al socialismo democratico, per citarne alcune – non avrebbero mai accumulato quella massa critica che oggi consente di puntare al governo della Grecia. Fossero rimasti ciascuno nel proprio recinto, i soggetti che oggi militano in Syriza non avrebbero mai costruito una platea più ampia dalla quale parlare a tutta la società greca. Se, per ipotesi, il Synaspimos – all’epoca la sigla più importante della coalizione – non si fosse resa disponibile per un processo di ricomposizione delle forze della sinistra radicale, oggi non assisteremmo al miracolo di un partito che si candida alla guida del paese per mettere fine all’austerità, per rinegoziare il debito e cancellarne una parte, per bloccare la speculazione finanziaria e introdurre la patrimoniale, per redistribuire la ricchezza alle classi popolari e rilanciare l’occupazione. Tutto questo sarebbe stato, probabilmente, un bel programma, ma non un programma di governo.

domenica 21 luglio 2013

Come uscire dall'euro?

(tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio)

Leonardo Mazzei

Il ragionamento di fondo svolto ormai da tempo da Emiliano Brancaccio, e riproposto in ultimo nel suo articolo Uscire dall'euro? C'è modo e modo, ci trova assolutamente concordi. In sostanza Brancaccio evidenzia tre cose: l'elevata probabilità della fine dell'eurozona, i problemi che essa comporterebbe in considerazione delle diverse modalità di uscita dall'euro, la totale impreparazione della sinistra di fronte a questo scenario.

Sul primo punto - la fine dell'eurozona - Brancaccio è più prudente di noi, ma la centralità che egli assegna ai due punti successivi si giustifica solo con la convinzione che, pur non potendone prevedere i tempi, sarà questo lo scenario più probabile che determinerà il nuovo assetto economico, sociale e politico del Paese.

La sua insistenza sulle diverse modalità di fuoriuscita dalla moneta unica pone il problema dei problemi, cioè quello del programma. Un nodo che a sinistra viene allegramente sfuggito, scambiando per «programma» la solita lista della spesa, fatta di obiettivi giusti ma sganciati dal percorso concreto per raggiungerli. E' il classico vizio massimalista, che gioca al più uno, senza mai porre concretamente la questione del potere.


Nel nostro piccolo, come Mpl, abbiamo più volte indicato i punti essenziali sui quali dovrebbe nascere un governo popolare d'emergenza in grado di gestire, nell'interesse del popolo lavoratore, l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea. Tra questi punti vi sono anche quelli richiamati da Brancaccio: il ripristino della scala mobile su salari e pensioni, la difesa del contratto nazionale, il controllo dei prezzi. Ma ve ne sono anche altri non meno decisivi, come la nazionalizzazione del sistema bancario ed il controllo del movimento dei capitali.
L'uscita dall'euro non sarà, in nessun caso, una passeggiata. Ma per la verità non è che le classi popolari oggi abbiano molto da «passeggiare». Né per il presente, né per il futuro. A maggior ragione il volgere altrove il proprio sguardo, tipico di quella sinistra con cui polemizza Brancaccio, è ancor più rivoltante.

Per la verità in altri paesi europei qualcosa ha cominciato a muoversi. Il dibattito sull'euro, anche se in maniera ancora del tutto insufficiente, è presente in Grecia, in Portogallo, in Spagna e perfino in Germania (vedi la posizione di Lafontaine). E' invece totalmente rimosso in Italia, dove il ventennale mix di opportunismo e massimalismo continua ancora oggi a rilasciare i suoi venefici effetti. E dove neppure l'appello spagnolo (che entra nel merito di come uscire dall'euro), per quanto sottoscritto da autorevoli personalità della sinistra, è riuscito a smuovere dal torpore la sinistra. Né quella strutturalmente Pd-dipendente, e fin qui nessuno stupore visto che sarebbe stato stupefacente il contrario, né quella che si raffigura come alternativa al Pd e al centrosinistra.
Se questo è il quadro, ben pochi dovrebbero essere i dubbi sulla necessità di costruire una qualche forma di soggettività politica in grado di impugnare la materia, capace cioè di porre come centrale il tema della sovranità nazionale in una prospettiva di difesa degli interessi delle classi popolari. Brancaccio lamenta in sostanza l'assenza di una sinistra capace di misurarsi con i nodi del presente. Bene, concordiamo con lui, ma forse dobbiamo essere più netti: una sinistra potrà risorgere, nell'attuale congiuntura storico-politica, solo se saprà coniugare un'impostazione di classe con una corretta impostazione della «questione nazionale», in un'ottica di liberazione e di sganciamento dalla gabbia europea e, più in generale, dalla globalizzazione disegnata dal capitalismo casinò.


Alcune osservazioni a proposito degli effetti sui salari e non solo


Giustamente Brancaccio sottolinea la questione della difesa dei salario, evidenziando i pro e i contro derivanti da un'uscita dall'euro. Egli, a tal proposito, cita alcuni studi, con una serie di dati che si prestano ad alcune osservazioni non proprio secondarie.


1. In primo luogo la questione del salario reale,
in rapporto alla svalutazioneconseguente all'uscita dalla moneta unica.

I dati riportati da Brancaccio, che prendono in esame nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti tra il 1992 ed il 2001, ci dicono che in sette casi su nove i salari reali si sono ridotti nell'anno successivo, per poi ritornare (tranne che in un caso) ai valori precedenti, talvolta superandoli, dopo 5 anni.

Detto così potrebbe sembrare un mezzo disastro. Ma la realtà è assai diversa. Intanto, restando al passato, va rilevato come le differenze tra i pesi presi in esame sono colossali. Mentre, guardando al futuro, siamo d'accordo che tutto dipenderà da chi gestirà il passaggio alla nuo
va moneta. Quello che invece manca è il raffronto con il presente della crisi in corso. Un calo del salario reale non è già in atto?

Citiamo l'insospettabile Bankitalia che ci dice che nel 2013 il salario medio è sceso da 25.130 euro a 24.644 euro. Un -1,9% in un solo anno, che è già il doppio del calo registrato ad un anno dalla svalutazione del 1992 (-1,0%). E questo dopo cinque anni di crisi che hanno falcidiato i salari, le pensioni, portato ad un forte aumento delle tasse e, soprattutto, a quella che si configura ormai come una vera e propria disoccupazione di massa.

sabato 20 luglio 2013

Sindacato tedesco Dgb propone piano Marshall per l'Europa

Fonte: rassegna                
Il sindacato tedesco Dgb ha elaborato un Piano Marshall per l’Europa che è stato discusso nei giorni scorsi in un interessante seminario nella sede nazionale della Cgil ( scarica lo speciale di Rassegna Sindacale ). È di grande importanza che un’istituzione tedesca proponga un piano di sviluppo di dimensione paneuropea ed è ancora più importante che esso sia impostato lungo una linea sostanzialmente alternativa a quella del governo di Berlino. Alternativa sul piano dell’analisi, poiché assegna alla politica di austerità la responsabilità della depressione dell’area euro che ora comincia a riflettersi sulla stessa Germania.

Alternativa nella strategia proposta, che coincide largamente con le elaborazioni in corso nella Cgil dall’inizio della crisi, soprattutto a opera del Forum per l’economia, in particolare con l’appello dei 70 economisti e con il “Libro bianco” che ha alimentato l’elaborazione del Piano del lavoro lanciato di recente dalla stessa confederazione. Il Piano della Cgil è focalizzato sulla situazione italiana, quello tedesco mira direttamente alla dimensione europea.

Questo Piano targato Dgb si ricollega alla tradizione del grande riformismo , quello che dette risposta alla crisi degli anni trenta lanciando il Welfare State, le politiche dei redditi e le prime forme di programmazione economica. Esso, definendo lo Stato sociale “una forza produttiva” capovolge la menzognera vulgata che vede nell’eccesso di welfare la causa della crisi. Di più. Da questa visione riformista il Piano mutua due convinzioni. Lo scopo della crescita economica non è l’aumento della competitività, ma il benessere dei cittadini, anche se tale benessere deve oggi essere ridefinito alla stregua dei nuovi bisogni nel frattempo maturati.

Ancora: il ruolo principale della politica economica è quello di indurre il sistema economico a utilizzare tutte le sue risorse esistenti e potenziali, a cominciare dal lavoro. Anche per quanto riguarda il rapporto fra breve e lungo periodo l’approccio del Piano rovescia quello dei sostenitori dell’austerità. Per questi ultimi la contrazione dell’economia provocata dall’austerità è necessaria per creare le condizioni per il rilancio. La famosa “contrazione espansiva”. Schumpeter ha usato l’espressione “distruzione creatrice”; in essa il sostantivo è scontato: in crisi di questa portata, la distruzione è inevitabile ed in effetti è in corso; l’aggettivo è invece problematico, in quanto la fase creativa non nascerà da sé, ma solo se vi saranno una volontà e delle politiche orientate in quel senso; senza di esse la distruzione resta tale e può essere anche distruzione di capacità produttiva che non si potrà ricreare.

La connessione tra breve e lungo periodo nel documento è stabilita all’opposto. In entrambi i periodi, infatti, è necessario un sostegno della domanda: nella fase congiunturale con interventi pubblici, nel lungo periodo attivando un meccanismo complesso di finanziamento degli investimenti. Nei due casi l’impegno deve essere diretto verso investimenti pubblici e privati rivolti a migliorare il livello d’istruzione, la ricerca, le infrastrutture, la sostenibilità ambientale della crescita. Nessuna logica dei due tempi: entrambi gli interventi punterebbero a un nuovo modello di sviluppo nel quale elemento trainante della crescita della domanda dovrebbero essere gli investimenti e non i consumi privati e che dia corso a una crescita più sostenibile dal punto di vista ambientale e più suscettibile di utilizzare le enormi potenzialità dell’economia della conoscenza.

Esattamente la linea proposta dal “Libro bianco” del Forum della Cgil. L’intervento congiunturale potrebbe essere finanziato, in ipotesi, decidendo di dedurre dal calcolo del deficit dei singoli Stati determinate spese per investimenti, accettando un controllo dell’Unione europea. Quanto al finanziamento del piano decennale la proposta è di costituire un Fondo europeo per il futuro, che potrebbe mobilitare capitali privati emettendo “obbligazioni New Deal”. Si tratterebbe di finanziare investimenti per 260 miliardi di euro l’anno per dieci anni. L’ipotesi è realistica e si inserisce in una crescente attenzione della politica a livello mondiale sulla possibilità di utilizzare come leva dello sviluppo l’enorme quantità di asset presenti, per esempio, nei portafogli degli investitori istituzionali. Essi in Europa ammontano oggi a 14 trilioni, un trilione circa solo in Italia, in un quadro di notevoli difficoltà a fare investimenti nel contesto depressivo attualmente imperante.

Un’imposta sulle transazioni finanziarie potrebbe servire per contribuire a pagare gli interessi sui fondi investiti, mentre un’imposta patrimoniale di dimensione europea viene proposta per costituire il capitale del Fondo europeo per il futuro. I risultati previsti sono una maggiore crescita del 3 per cento l’anno del Pil dell’Unione e 11 milioni di occupati in più a tempo pieno nel decennio. Non è da escludere che con il clima di generale maggiore fiducia che ne conseguirebbe, i risultati possano essere ancora più positivi. Tutto questo, naturalmente, a condizione che la politica decida di salire sull’alta plancia per assumere la direzione dei processi economici.

Due osservazioni e una considerazione finale . L’unico punto per il quale la proposta del Dgb sembra resti tributaria dell’ortodossia economica tedesca riguarda la politica monetaria e il riconoscimento della sua indipendenza dalla politica fiscale, che comporta di escludere che essa possa servire come leva per la crescita e come difesa in una fase che resta caratterizzata dal fatto che in tutti i paesi dell’Unione il livello dei debiti – somma del debito privato e pubblico – è dall’inizio della crisi aumentato ed è a livelli da record storico. Rompere con l’ortodossia su questo punto significherebbe usare la grande produzione di nuova moneta, che in qualche misura la Bce sta già facendo, per attenuare la pressione sui debiti sovrani esercitata dai mercati attraverso gli spread, finanziare il rilancio congiunturale a costo zero, monetizzare in parte il debito e concorrere al finanziamento degli investimenti di lungo periodo: niente impedirebbe, per esempio, che il capitale e in generale le risorse del Fondo per il futuro vengano fornite dalla Bce se tale Fondo fosse costituito nella forma giuridica di banca, mentre il ricorso a un’imposta patrimoniale europea richiederebbe degli anni per essere realizzato.

La seconda osservazione parte dalla constatazione che questo programma, come quello della Cgil e in genere tutte le proposte provenienti dalla sinistra, punta sulla politica fiscale per ridurre le disuguaglianze e incentivare la produzione: spostare la pressione dal lavoro e dalla produzione verso la rendita e i patrimoni. Sacrosanto nel breve periodo, ma è impensabile che, lasciando che i mercati continuino nella loro naturale tendenza ad aumentare le disuguaglianze, si possa all’infinito contrastarla con il bilancio pubblico. Bisognerà alla fine individuare il modello che consenta di distribuire il prodotto tra capitale e lavoro in modo equo e confacente con le caratteristiche del nuovo modello di sviluppo e con la sua sostenibilità negli anni. A suo tempo, la risposta fu la politica dei redditi: il collegamento della dinamica salariale a quella della produttività media del sistema economico. Oggi forse non sarebbe praticabile, per lo meno non in un singolo paese, dato il livello di globalizzazione raggiunto e in quanto la produttività è un parametro meramente quantitativo, efficace per misurare la performance in un’economia fordista, non in quelle attuali. Porsi un tale problema porterebbe ad affrontare i temi dei sistemi contrattuali, dei modelli organizzativi delle imprese e della loro governance, del mercato del lavoro.

venerdì 19 luglio 2013

Il dividendo europeo

di Philippe Van Parijs
 
Se l'Unione europea vuole essere per i suoi cittadini più popolare di una burocrazia senza stato, se vuole essere percepita come un'Europa nella quale i cittadini possano identificarsi, allora occorre introdurre qualcosa di completamente nuovo: un reddito di base per ciascun cittadino, quale meccanismo di compensazione degli squilibri tra Stati
Criticare è facile, fare proposte è più difficile. Qui ce n'è una, semplice e radicale, ma - vorrei far notare - ragionevole e urgente.
Un Euro-dividendo come lo chiamerò. Si tratta di versare periodicamente un modesto reddito di base ad ogni cittadino legalmente residente nell'Unione europea, o almeno nel sottogruppo di stati membri che, o hanno adottato l'euro, o si sono impegnati a farlo. Questo reddito fornisce ad ogni cittadino una base minima universale e incondizionata, che può essere integrata da redditi da lavoro e da capitale, nonché da prestazioni sociali. Il suo livello può essere diverso per i diversi paesi a seconda del costo della vita e può essere minore per i giovani e maggiore per gli anziani. Esso potrebbe essere finanziato dall'imposta sul valore aggiunto. Per finanziare un reddito minimo di circa 200,00 euro al mese per tutti i cittadini europei bisognerebbe aumentare del 20% circa la base armonizzata dell'Iva dell'Unione europea corrispondente a circa il 10% del Pil europeo.
Perché abbiamo bisogno di un piano del genere così inusuale? Per quattro ragioni. La più urgente riguarda la crisi dell'eurozona. Come mai gli Stati Uniti sono stati capaci di progredire per molti decenni in presenza di una moneta unica pur in presenza di cinquanta differenti stati dai divergenti destini economici, mentre l'eurozona è in profonda crisi dopo appena un decennio? Da Milton Friedman ad Amartya Sen, gli economisti hanno continuato a metterci in guardia sul fatto che l'Europa è priva di quei meccanismi di compensazione che fungono negli Stati uniti da potenti sostituti dell’aggiustamento tramite la variazione del tasso di cambio tra i singoli stati.
Uno di questi è la migrazione tra gli stati. La proporzione dei residenti americani che si trasferisce in un altro stato in un dato periodo è circa sei volte superiore a quella degli europei che si spostano in un altro paese. Gli europei potrebbero diventare in qualche modo più mobili, ma le nostre nette differenze linguistiche impongono pesanti vincoli a una prospettiva - o speranza - di migliorare tale meccanismo. I disoccupati di Atene non si sposteranno mai tanto facilmente a Monaco, quanto quelli di Detroit ad Austin.
Un secondo potente meccanismo di assorbimento degli squilibri che è a disposizione della zona del dollaro è il sistema automatico di trasferimenti interstatali, risultato sostanzialmente di un welfare state organizzato e finanziato in larga misura a livello federale. Se il Michigan o il Missouri incontrano difficoltà economiche, esse non entrano in una spirale negativa. Non soltanto il tasso di disoccupazione è attenuato dall'emigrazione, ma, in presenza di una riduzione del prelievo fiscale e di un maggiore esborso delle prestazioni sociali, una quota crescente delle spese sociali viene di fatto finanziata dal resto degli Usa. A seconda della metodologia usata, la stima di questa compensazione automatica può variare fra il 20% e il 40%. Nell'Ue, invece, la possibilità di contenere la crisi di uno stato membro attraverso versamenti netti fra i diversi stati membri ammonta a meno dell'1%. Dati i minori effetti che ci si può aspettare dalle migrazioni interne, l'Eurozona non può permettersi di trascurare questo secondo meccanismo. Quale forma dovrebbe assumere? Non avremo, né dovremmo avere, mai un mega welfare state europeo. Ciò di cui abbiamo bisogno è qualcosa di più modesto, ben più semplice, basato su pagamenti forfettari e quindi più compatibile con il principio europeo di sussidiarietà. Per essere funzionale, la nostra unione monetaria deve dotarsi di nuovi strumenti. Uno di questi è un meccanismo di compensazione quale è un Euro-dividendo.
Il secondo motivo per cui abbiamo bisogno di un meccanismo di trasferimento transnazionale riguardante l'Ue come un tutto. Le diversità linguistiche e culturali dell'Unione rendono la migrazione fra stati membri non solo più costosa e quindi più difficile per gli individui, ma aumenta i costi e riduce i benefici per le comunità coinvolte. L'integrazione dei migranti nel nuovo contesto, sia economico che sociale, richiede più tempo, comporta maggiori risorse amministrative ed educative e crea tensioni più permanenti di quelle che si hanno nelle migrazioni all'interno degli Stati uniti. Quando i migranti più poveri affluiscono nelle aree metropolitane più ricche, l'impressione di essere invasi da masse difficili da gestire induce a costruire barriere e a rifiutare la circolazione delle persone libere e non discriminatoria. C'è però un'alternativa: organizzare un sistema di trasferimenti sistematici dal centro alla periferia. Le persone non devono più essere sradicate e costrette ad allontanarsi dai loro parenti e dalle loro comunità per il mero bisogno di sopravvivenza. Al contrario, le popolazioni devono essere sufficientemente rese stabili in modo che l'immigrazione sia gestibile nelle aree di attrazione e che i movimenti migratori non diventino deprimenti per le aree periferiche. Se l'Unione europea con libera circolazione interna intende essere politicamente sostenibile e efficiente dal punto di vista socio-economico, deve prevedere una misura quale quella di un Euro-dividendo.
Il terzo e più importante motivo: la libera circolazione del capitale, delle persone, dei beni e servizi attraverso i confini degli stati membri erode la capacità di ciascuno di tali Stati a garantire quelle funzioni redistributive che essi svolsero con tanto successo nel passato. Gli stati membri non sono più stati sovrani capaci di stabilire le proprie priorità in maniera democratica e di consolidare vincoli di solidarietà fra i propri cittadini. Sono invece sempre più costretti ad agire come se fossero aziende, ossessionati da standard di competitività, ansiosi di attrarre o di mantenere il loro capitale o le loro risorse umane, pronti a eliminare ogni spesa sociale che non possa essere alienata come investimento e a escludere ogni progetto che attragga i welfare tourists ed altri soggetti improduttivi. Non è più la democrazia che impone le sue regole sui mercati e li usa per i suoi scopi; è il singolo mercato che impone le sue leggi alle democrazie e le impone a dare la priorità alla competitività. Se vogliamo salvare i nostri diversi modi di organizzazione della solidarietà sociale dalla stretta della competizione sociale e fiscale, parte di questa solidarietà deve essere trasferita a un livello più alto. Il potere e la diversità dei nostri sistemi di welfare non sopravvivranno alla pressione criminale della competitività, a meno che il mercato unico europeo non operi sulla base di una misura come quella di un Euro-dividendo.
Infine, è importante per il buon funzionamento dell'Unione europea che le sue decisioni siano ritenute legittime, così che governi e cittadini non si sentano autorizzati ad aggirarle in qualche maniera. Diventa fondamentale che i cittadini percepiscano in modo concreto che l'Unione fa del suo meglio per tutti, non solo per le élites, per chi può spostarsi, per coloro che sono in grado di sfruttare le opportunità, ma anche per i più deboli, per gli emarginati, per le casalinghe. Bismarck garantì la fragile legittimità della Germania unificata istituendo il primo sistema pensionistico pubblico. Se l'Unione europea vuole essere per i suoi cittadini più popolare di una burocrazia senza stato, se vuole essere percepita come un'Europa che ha cura dei suoi abitanti e nella quale i cittadini possano identificarsi, allora occorre introdurre qualcosa di completamente nuovo: un Euro-dividendo universale.
Ci sono obiezioni ragionevoli a questa proposta? Naturalmente ce ne sono. Alcune riguardano, per esempio, l'opportunità di usare l'Iva per finanziare questo progetto. È vero, l'Iva è tra le maggiori imposte quella più europeizzata. Non sarebbe più giusto usare invece la Tobin tax o una carbon tax? Si potrebbe, ma tali tasse potrebbero finanziare, in un'ipotesi ottimistica, un livello di reddito minimo di circa 10-14 euro mensili. Perché non ricorrere allora ad una più rigorosa imposta progressiva sul reddito? Perché la definizione di imposta sul reddito varia da paese a paese ed è molto sensibile a livello politico. Inoltre l'attuale imposta sul reddito è, de facto, difficilmente più progressiva dell'Iva. Sommata alle aliquote nazionali, un’aliquota del 20% per la Vat non potrebbe risultare insostenibile? Non è necessario sommarla a aliquote Vat immutate: la spesa sociale degli stati membri sarà minore e i proventi delle imposte sul reddito maggiori quale diretta conseguenza della semplice presenza dell’Euro-dividendo.
Altri potrebbero obiettare che ognuna delle quattro ragioni sopra descritte potrebbe essere garantita da un sistema più complicato e sofisticato. Molti di questi argomenti saranno certamente corretti. La mia tesi è semplicemente che nessun altro possibile meccanismo è in grado di assolvere altrettanto bene le quattro funzioni, rimanendo al tempo stesso comprensibile per il semplice cittadino.
Un'obiezione più importante è che, per quanto siano desiderabili gli effetti sperati, sarebbe ingiusto dare ad ognuno del reddito in cambio di nulla. Questa obiezione si basa su un fraintendimento: il reddito minimo non coincide con l'iniqua distribuzione dei frutti del duro lavoro di qualcuno. Si tratta piuttosto di condividere fra i cittadini europei parte dei benefici recati dall'integrazione europea nella forma di un reddito modesto. Quanto risparmiamo per non aver condotto o preparato guerre contro i nostri vicini? Quanto guadagniamo per l’aumentata concorrenza tra le nostre aziende o per l’aver permesso ai fattori della produzione di muoversi in Europa laddove sono più produttivi? Nessuno lo sa e nessuno lo saprà, ma è certo che questi benefici sono distribuiti in maniera molto ineguale tra la popolazione europea, a seconda che si tratti di persone che si spostano o restano nel loro paese, a seconda che l'integrazione europea abbia reso il loro consumo meno caro o aumentato il valore delle loro capacità umane. Un modesto Euro-dividendo è semplicemente un modo diretto ed efficiente di garantire concretamente che parte di questi benefici raggiungano ogni europeo.
Non è un'utopia? Ovviamente lo è, ma nel senso in cui la stessa idea di un'Unione europea rappresentava un'utopia fino a non molto tempo fa, e anche nel senso in cui il sistema della sicurezza sociale era utopico prima che Bismarck provvedesse a metterne insieme i primi pezzi. Ma Bismarck non creò il sistema pensionistico in virtù del suo buon cuore; lo fece perché il popolo cominciava a mobilitarsi e a chiedere riforme sociali in tutto il Reich, che egli cercava di unificare. Cosa stiamo aspettando?
Questo articolo fa parte dell' EU Social Dimension expert sourcing project organizzato congiutamente da SEJ, ETUC, IG Metall, Hans Böckler Stiftung, Friedrich-Ebert-Stiftung e Lasaire.
Traduzione dall'inglese di Elisa Magrì

giovedì 18 luglio 2013

Amato (Prc): Syriza-Esf, uniti per il cambiamento

    
Amato (Prc): Syriza-Esf, uniti per il cambiamento

 

di Fabio Amato – Sono state giornate importanti quelle dello scorso fine settimana in Grecia. Syriza, che in greco è l’acronimo di coalizione della sinistra radicale, da raggruppamento federale di 13 differenti forze politiche si trasforma in partito politico unitario. Plurale, come è inevitabile che sia, ma con lo scioglimento delle organizzazioni che nel 2003 avevano dato vita a questa originale esperienza politica. E’ stato questo uno dei passaggi più delicati del congresso, che ha visto anche un vivace scambio di opinioni e di differenti posizioni fra Tsipras e una delle figure storiche di Syriza e della sinistra greca, l’eroe delle resistenza Manolis Glezos . Un’esperienza che ha negli anni combattuto prima per la propria sopravvivenza, contrastando i tentativi di normalizzarla e le sirene alleantiste con il Pasok (coerenza pagata con il prezzo di una scissione, quella di dimar, che avrebbe poi portato questi ultimi ad abbracciare pasok e nuova democrazia nell’attuale governo). Il Synaspismos era il partito più di gran lunga più grande, ma ha avuto l’umiltà e la capacità di unirsi alle tante formazioni della sinistra radicale ed extraparlamentare greca, formazioni maoiste, comuniste ed ecologiste radicali), utilizzando la spinta unitaria nata dalla crescita delle mobilitazioni antiliberiste e anticapitaliste, prima del movimento no global e dei fori sociali europei, e poi di quelle contro la austerità. Una coalizione che ha visto nelle doppie elezioni politiche greche dello scorso maggio giugno salire vertiginosamente i suoi voti. Se nel 2009, quando Papandreu e il Pasok vinserò con il 42%, Syriza e il synaspismos avessero ascoltato le sirene governiste e le proposte di alleanza nel centro sinistra, quel 4,6 % allora faticosamente raccolto non avrebbe potuto trasformarsi nel 16% e 27 % poi , che gli hanno consentito di diventare secondo partito greco, di superare prima e poi triplicare i consensi del Pasok , in caduta libera dopo il sostegno incondizionato alle politiche pro austerità.
Ma soprattutto, senza mantenere una chiara autonomia dal centro sinistra, Syriza non sarebbe potuta essere protagonista delle lotte sociali che si sono sviluppate in opposizione alle politiche di austerità e del memorandum (l’accordo con la troika), e che hanno visto Syriza e Synaspismos in prima linea, così come crescere la popolarità del suo giovane leader, Alexis Tsipras, alla guida del Synaspismos dal 2008.
Una leadership, la sua , cresciuta con i movimenti, da quando era segretario della gioventù di synaspismos, e da quando avevamo iniziato , dalla fine degli anni 90 e poi durante il movimento no global a stringere forti relazioni con i Giovani Comunisti. Relazioni poi rafforzatesi con la comune militanza nel Partito della Sinistra Europea, di cui Rifondazione comunista e Synaspismos sono partiti fondatori e di cui farà parte anche la neonata Syriza.
Una scelta importante, perché rimarca l’appartenenza al campo della sinistra di alternativa, quella che in questi anni ha resistito alle sirene della compatibilità al pensiero unico e al social liberismo imperante invece fra le forze del socialismo europeo. Quel social liberismo che ha portato al consenso bipartisan necessario alla costruzione su fondamenta liberiste, oligarchiche , filo atlantiste e antidemocratiche la costruzione dell’Ue.
E contro cui la sinistra Europea e le formazioni che ne fanno parte ,si battono sin dalla sua nascita.
Formazioni che in tutti i paesi in crisi stanno crescendo nei consensi arrivando a due cifre, come in Spagna IU e in Francia il Front de Gauche.
Nel congresso il dibattito centrale è stato, oltre a quello sulle forme organizzative, quello relativo al programma. Il maggior punto di differenza con la piattaforma di sinistra, che ha raccolto circa il 30 % dei consensi, è sulla questione relativa all’Euro e all’UE. Una divergenza sulla possibilità di riuscire ad attuare l’uscita dalle politiche del memorandum senza mettere in discussione l’appartenenza all’euro e all’UE.
La proposta maggioritaria, che ha avuto il 67%, è quella di disdire unilateralmente il memorandum e le controriforme sociali imposte per la sua attuazione, rinegoziare la questione del debito, con la cancellazione di una parte e ponendo la questione a livello europeo, essendo un problema non solo greco. Ma, viene poi precisato, difronte a possibili ricatti, minacce o rifiuto di ridiscutere da parte delle grandi potenze europee, Syriza dice chiaramente di essere pronta a eventuali diversi scenari, per garantire alla Grecia di rispondere alla catastrofe umanitaria prodotta dalla troika e dal neoliberismo, senza che il paese si converta in una colonia del debito e senza sacrificarsi sull’altare dell’euro. Ovvero un piano b qualora da parte tedesca ed europea dovesse esserci la completa sordità alle richieste di un governo a guida Syriza.
Perché comunque è a tema, in Grecia, la questione del governo della sinistra. Di una sinistra antiliberista e che mantiene come orizzonte strategico quello della costruzione del socialismo.
Una sinistra che può rappresentare per tutta l’Europa una speranza di cambiamento reale e profondo e di uscita dall’incubo dell’austerità e del capitalismo casinò che sta affamando i popoli d’europa.

La ‘Groika’ licenzia 25mila dipendenti pubblici. Tsipras: Sacrificio umano

    
La ‘Groika’ licenzia 25mila dipendenti pubblici. Tsipras: Sacrificio umano

Pubblicato in controlacrisi.org -

4.000 posti in meno a partire da settembre; tagli e cassaintegrazione per un totale di 25.000 lavoratori entro la fine dell’anno, soprattutto insegnanti e e agenti della polizia municipale. E’ la ‘scheda’ della legge approvata ieri dal Parlamento greco con 153 voti su 300. “L’intera categoria degli insegnanti si sente tradita. Stanno letteralmente smantellando la scuola superiore e questo è solo l’inizio” dice il rappresentante di un’associazione dei professori, che ieri sera hanno manifestato ad Atene insieme ad altre categorie di lavoratori listati a lutto. In ballo c’è lo sblocco di una nuova tranche di prestito di 7 miliardi di euro.
Samaras ha annunciato la riduzione dell’Iva nei ristoranti dal 23 al 13% a partire dal 1° agosto. Si tratta di una misura più che altro simbolica che mira a rappresentare un clima positivo in un paese al sesto anno di recessione e in cui la disoccupazione ha raggiunto il 27% mentre quella giovanile è ormai al cinquanta per cento. Ieri la Commissione europea ha dovuto smentire che vi sia un buco di 10 miliardi mentre il portavoce della Commissione, Simon O’ Connor, ne ha confermato uno tra i 2,8 e i 4,6 miliardi. Secondo la Commissione, l’economia dovrebbe contrarsi del 4,2% nel 2013, ma l’associazione imprenditoriale greca e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economica puntano su una riduzione del 4,8-5,0 per cento.
Insomma, settimane di scioperi e proteste sembrano non interessare il governo greco, che ascolta solo la troika (Fmi, Bce, Ue) e i suoi ricatti insopportabili per un popolo ormai alla fame. Infatti, va ricordato che queste ultime misure, così come le precedenti non meno socialmente pesanti, sono le condizioni di austerità imposte dalla troika per concedere alla Grecia i finanziamenti internazionali concordati.
Il leader della sinistra radicale Alexis Tsipras ha parlato di “sacrificio umano” definendo il progetto un “disastro”.

Crisi economica e suicidi in Italia

    
Crisi economica e suicidi in Italia

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di Vittorio Daniele* – economiaepolitica.it -
In uno dei suoi studi più noti, “Le suicide. Étude de sociologie” (1897), Emile Durkheim propose una complessa relazione tra andamento economico e tasso dei suicidi. Secondo il sociologo francese, il tasso di suicidio tenderebbe ad aumentare non soltanto nel caso di crisi recessive, ma anche durante quelle “crisi di prosperità” che determinassero una situazione di “anomia”, ovvero un profondo turbamento dell’ordine sociale, di allentamento, disintegrazione dei legami che vincolano l’individuo alla società.
La recessione economica avviatasi nel 2007-2008, e le successive politiche di austerità adottate in Europa, hanno prodotto effetti negativi non solo sul tenore di vita, ma anche sulle condizioni di salute delle fasce sociali più deboli. In Grecia, per esempio, tagli alla sanità pubblica e crisi economica hanno ridotto l’accesso alle cure per i più indigenti e favorito la diffusione di alcune patologie infettive (Karanikolos et al. 2013). Diversi, poi, gli studi che tendono a confermare la tesi di Durkheim, di un legame, cioè, tra crisi economica e tasso di suicidio.
Un significativo aumento dei suicidi in Italia e Grecia è stato, per esempio, riportato da De Vogli, Marmoth e Stuckler (2012) e, per la UE, da Stuckler et al. (2009; 2011). Un’indagine condotta in Grecia su un campione di 2.256 persone ha stimato una crescita del 36% nei tentativi di suicidio tra il 2009 e il 2011 (Economou et al., 2011). Un lavoro sugli effetti della crisi e delle politiche di austerità sulle condizioni di salute delle popolazioni nella UE (a 15 e a 12 paesi), mostra come il 2007 possa essere considerato un punto di svolta nel trend dei suicidi: dopo un significativo declino, registrato nel periodo 2000-2007, il numero di suicidi è aumentato (Karanikolos et al. 2013). Non mancano, tuttavia, evidenze diverse. È il caso dei paesi Baltici in cui, nonostante la profonda recessione, i dati non mostrano un aumento significativo nei tassi totali di suicidio (Stankunas et al. 2013).
L’Italia è uno dei paesi maggiormente colpiti dalla recessione. Nel periodo 2007-2012, il Pil pro capite reale è diminuito, cumulativamente di 8,5 punti percentuali, mentre i tassi di disoccupazione sono passati dal 6,1 al 10,7 per cento. Come per altri paesi, anche per l’Italia i mass media nazionali e internazionali hanno riportato notizie riguardanti suicidi attribuiti alla crisi economica (New York Times, 2012). Per il periodo 1995-2010, l’Istat fornisce dati dettagliati sui casi di suicidio, disaggregandoli anche sulla base delle motivazioni dei suicidi, inclusi quelli dovuti a ragioni economiche. La Figura 1, riporta l’andamento dei tassi totali di suicidio nel periodo 1995-2010. Si può osservare un trend decrescente. Nel periodo 2003-2008, in particolare, il tasso di suicidi è calato, mentre l’impatto della recessione (post-2007) appare insignificante.
Se si considerano i soli suicidi attribuiti a motivi economici, si osserva un andamento notevolmente diverso. Dopo il 2007, il tasso di suicidio tende ad aumentare. Uno studio, basato su dati relativi al periodo 2000-2010, ha stimato per l’Italia 290 suicidi e tentativi di suicidio per motivazioni economiche dovuti alla recessione (De Vogli, Marmot e Stuckler, 2012).
Tra le variabili legate ai cicli economici, la disoccupazione è quella che risulta più strettamente legata all’andamento dei suicidi (Ceccherini-Nellie e Priebe, 2011). Nel caso italiano, se si considerano i dati annuali relativi al periodo 1995-2010, i tassi di disoccupazione non sembrano, tuttavia, essere correlati con i suicidi. Tra il 2007 e il 2010, il numero di suicidi è, tuttavia, cresciuto del 34% tra i disoccupati, del 19% tra gli occupati e del 13% tra le persone ritirate dal lavoro. È importante osservare, comunque, come per queste tre categorie, i suicidi siano diminuiti in tutto il periodo 1995-2008, per aumentare nei due anni seguenti.
I dati, disponibili fino al 2010, consentono di trarre solo indicazioni preliminari sull’andamento dei suicidi durante la crisi. In Italia, la recessione si è protratta fino al 2013, per cui trarre delle conclusioni sarebbe prematuro. Le differenze negli andamenti dei tassi totali di suicidio e di quelli dovuti a motivazioni economiche, suggeriscono, inoltre, come sia necessaria grande prudenza nell’interpretazione di un fenomeno così complesso come il suicidio.
* Università Magna Graecia di Catanzaro
Riferimenti
Ceccherini-Nelli A., Priebe S. (2011), Economic factors and suicide rates: associations over time in four countries, Soc Psychiatry Psychiatr Epidemiol., vol 46, 10, pp. 975-82.
De Vogli R., Marmot M., Stuckler D. (2012), Letter: Excess suicides and attempted suicides in Italy attributable to the great recession. J. Epidemiol. Community Health, jech-2012-201607, Published Online First: 2 August 2012.
De Vogli R., Marmot M., Stuckler D. (2013), Strong evidence that the economic crisis caused a rise in suicides in Europe: the need for social protection, J. Epidemiol Community Health 67:4 298 Published Online First: 15 January 2013 doi:10.1136/jech-2012-202112.
Durkheim E. (1897), Le suicide. Étude de sociologie. (trad. it., Il suicidio. Studio di sociologia, BUR, Milano, 2007).
Economou M., Madianos M., Peppou L. E., Theleritis C., Stefanis C. N. (2012), Suicidality and the economic crisis in Greece, The Lancet, vol. 380, 9839, p. 337.
Eurostat, Real gross domestic product per capita and unemployment rates, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/statistics/search_database. Extracted on 06.06.2013.
Karanikolos M., Mladovsky P., Cylus J., Thomson S., Basu S., Stuckler D., Mackenbach J. P., McKee M. (2013), Financial crisis, austerity, and health in Europe, The Lancet, vol. 381, 9874, pp. 1323-1331.
ISTAT. Suicidi e Tentativi di Suicidio in Italia (Tavole 2000-2010). Istituto Nazionale di Statistica, Rome. Per l’anno 2012, si veda http://www.istat.it/it/archivio/55646.
New York Times (2012), Increasingly in Europe, Suicides ‘by Economic Crisis’, by E. Povoledo and D. Carvajal, April, 14, 2012.
Stankunas M., Lindert J., Avery M., Sorensen R. (2013), Suicide, recession, and unemployment. The Lancet, vol. 381, 9868, p. 721.
Stuckler D., Basu S., Suhrcke M., Coutts A., McKee M. (2009),The public health effect of economic crises and alternative policy responses in Europe: an empirical analysis. The Lancet, vol. 374, 9686, pp. 315-323.
Stuckler D., Basu S., Suhrcke M., Coutts A., McKee M. (2011), Effects of the 2008 recession on health: a first look at European data. The Lancet, vol. 378, pp. 124-125.
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martedì 16 luglio 2013

Siria,bufale-controbufale. Repubblica: solita figura

Posted on by Miguel Martinez

Quando Repubblica – o i media occidentali in generale – ci raccontano qualcosa della Siria, citano quasi sempre come fonte l’Osservatorio dei diritti umani in Siria, che suona come cosa assai seria e credibile.
L’Osservatorio consiste in un solo uomo. Un proprietario di un negozio di abbigliamento, tale Rami Abdulrahman, che abita in un piccolo appartamento a Londra.
Noi abbiamo solo la sua parola, per credergli quando sostiene di dormire appena quattro ore e mezza la notte, perché è sempre collegato con i suoi innumerevoli informatori virtuali sul campo.
Di sicuro, sappiamo solo che ogni mattina produce un comunicato che dà ai giornalisti ciò che vogliono: numeri. Tanti, tanti numeri.
In realtà, esiste un altro siriano a Londra che sostiene di essere lui il fondatore dell’osservatorio, e che “Rami Abdulrahman” non esiste: dice che si tratterebbe di un certo Osama Ali Suleiman, che avrebbe rubato le password del sito, impossessandosene.
Insomma, quasi tutto ciò che il teledipendente medio sa della guerra civile siriana dipende dalla fede che i gestori dei media hanno in questo misterioso signore londinese.
Ora, l’Osservatorio/studiolo londinese è decisamente antigovernativo e schierato con i ribelli.
Poi, una volta su mille, Repubblica ci presenta una notizia che porta il lettore a schierarsi invece contro i ribelli. E quando lo fa, ricorre a una bufala, che adesso esploreremo nel dettaglio.
Leggiamo sul sito di Repubblica questo drammatico titolo:

Libano, le donne spedite in Siria
costrette a fare sesso con i combattenti

E siccome siamo in Italia, la notizia è preceduta da una sorta di cartellino che indica il sentimento che il Buon Lettore deve provare mentre legge la notizia:
DIGNITA’ OFFESE
Ecco il succo della notizia, riportata da Mauro Pompili:
“BEIRUT - Donne di conforto per gli uomini dei gruppi jihadisti che combattono in Siria. È questa una delle ultime tragiche novità che arriva dal fronte siriano. Decine, forse centinaia, di giovani donne, è sufficiente che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età, sono reclutate in Tunisia e Somalia, trasportate clandestinamente in Siria e qui obbligate a concedersi ai miliziani che combattono le truppe di al-Assad per onorare il “jihad ennikah”, ovvero il “matrimonio con chi fa la guerra santa”.”
L’unica fonte citata è l’intervista che un certo Abou Koussay, “miliziano tunisino che ha combattuto ad Aleppo”, avrebbe rilasciato al quotidiano tunisino Assarih.
L’intervista esiste. Non sono riuscito a trovare l’originale (il sito di Assarih pare che sia attualmente inagibile a causa di hacker islamisti), ma da varie sintesi che compaiono su altri siti, ricostruisco che è stata rilasciata lo scorso 22 marzo: evidentemente il tempo che la notizia ci ha messo per arrivare da Tunisi a Beirut (come da misterioso incipit dell’articolo) e da lì all’orecchio di Mauro Pompili.
In questa intervista, che riguarda sostanzialmente la maniera pessima in cui i jihadisti tunisini vengono trattati dai loro compagni di avventura, si aggiunge che Abou Koussay
“ha anche confermato la presenza di 13 ragazze che si sono impegnate nel Jihad del Nikah, e chi le sovrintende non è altri che l’ex danzatrice della catena televisiva ‘’Ghinwa’’ nota come ‘’Oum Jaafer’’.”
Insomma, un’ex-velina ha organizzato un gruppo di amiche.
Mauro Pompili però allarga il discorso, introducendo una certa “Naada Gibrihil, portavoce di un’associazione di donne islamiche”. La grafia è assurda per chiunque abbia nozioni anche minime di arabo, ma persino cambiando il nome in qualcosa di più credibile (ad esempio “Nada Jibril”), non se ne trova traccia su Internet.
Comunque, da qui arriviamo alla vera e propria bufala:
“La fatwa assolve i miliziani e condanna le donne. L’abuso sulle donne è uno dei maggiori drammi in tutte le guerre. Per gli estremisti che stanno combattendo in Siria è, però, proprio il loro integralismo a complicare, almeno sul piano religioso, l’applicazione di questa pratica disumana. “La soluzione per loro è arrivata dall’Arabia Saudita, grazie allo Sceicco wahabita Mohammed al-Arifi – continua Naada Gibrihil – che ha fatto un appello per l’arruolamento delle donne per la jihad in Siria, e contemporaneamente ha emanato una fatwa (sentenza in materia di diritto religioso ndr) dal titolo: La jihad attraverso il matrimonio in Siria”. In questo modo dal punto di vista religioso è stata concessa liceità ai rapporti sessuali dei combattenti sul suolo siriano alla sola condizione che siano celibi o lontani dalle mogli.
Gli effetti devastanti della sentenza. Grazie alla fatwa possono contrarre un matrimonio della durata di un’ora, con donne non sposate o ripudiate. Soddisfatte le proprie necessità al miliziano sarà sufficiente ripetere per tre volta la formula rituale del ripudio per annullare le nozze. Così un altro combattente potrà sposare la stessa donna, e il gioco atroce si continuerà a ripetere. Per di più non è necessario che la donna acconsenta al matrimonio temporaneo”. Gli effetti di questa sentenza sono devastanti anche per tutte le donne delle zone di guerra. “Grazie alla stessa fatwa, si possono stuprare le donne siriane. Basta sposarle temporaneamente anche contro la loro volontà. Sappiamo poco dalla Siria, quel poco ci fa pensare a migliaia di donne che hanno subito questo stupro religiosamente lecito”.
Il “matrimonio a tempo”, zawâj al-muta’ah, è un curioso istituto, ammesso in alcuni ambienti sciiti, che permette una convivenza provvisoria, senza necessità di autorizzazione delle rispettive famiglie di origine. Secondo alcuni imam permette a una coppia di conoscersi e decidere se fondare su basi più permanenti il loro rapporti; ma può anche diventare una forma di prostituzione – anche se allo scadere del matrimonio, la donna non può risposarsi per due cicli mestruali, e quindi non ci si potrebbe certamente costruire su un’industria.
Da secoli i sunniti inveiscono contro questa usanza, simbolo dell’erotica perversione degli sciiti: la storia delle polemiche tra correnti islamiche è imbevuta sin dalle origini di accuse a sfondo sessuale di varia natura, in cui comunque gli “eretici” (e quindi gli sciiti) fanno sempre la figura dei libertini che non sanno far rigare dritto le donne.
Ora, Mohammed al-Arifi, il predicatore saudita cui si attribuisce la fatwa, è un esaltato predicatore saudita, che vanta 3,5 milioni di seguaci su Twitter e 1,4 su Facebook – mai confondere islamismo estremista con tecnofobia.
Da anni, conduce una campagna rumorosa di istigazione alla violenza contro il governo siriano e – appena più indirettamente – contro gli sciiti.
Nel dicembre del 2012, la televisione libanese al-Jadid inizia a far girare l’immagine di un presunto tweet, attribuito al canale Twitter dell’e-predicatore:
Un falso evidente, vista che il numero di caratteri supera i 140 ammessi su Twitter. E comunque è stato smentito più volte dallo stesso predicatore.
Ora, è istruttivo seguire la diffusione del falso.
Innanzitutto, viene ripreso, senza particolare seguito, dalla TV iraniana, evidentemente interessata a screditare i nemici della Siria.
Contemporaneamente, lo riprendono, con ben altri intenti, i media neocon e islamofobi, a partire dal sito RadicalIslam.org, che appartiene al Clarion Fund, che come abbiamo visto è a sua volta un’emanazione dell’organizzazione sionista di destra, Aish Ha-Torah, quella che finanziò la diffusione di ben 28 milioni di DVD del film Obsession nelle case statunitensi.
Dal sito RadicalIslam.org, che possiamo dire di “destra”, la notizia passa a “sinistra”, quando la riprendono vari siti progressisti, da Salon a Alternet, questa volta presumibilmente in base al principio, “se qualcosa ferisce la dignità delle donne, deve essere vero”.
E così, il falso inizia a viaggiare per tre canali politici diversissimi – i sostenitori del laico governo siriano, i fallaciani antislamici e femministe e progressisti vari.
Perché dentro quei canali, scorre un’irresistibile onda di pettegolezzo erotico, in grado di travolgere anche i più potenti castelli dei predicatori fesbuchiani e tuitteranti.

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