Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 29 dicembre 2012

Ingroia scioglie la riserva e si candida: Rivoluzione Civile!

- fonte -

20121229-141410.jpgda agenzia tg1
L’intento è “impersonare la politica nuova della
coerenza, una coerenza che il Pd mi sembra abbia smarrito,
rimaniamo noi a doverla interpretare”. Così Antonio Ingroia,
intervenendo in conferenza stampa a Roma. “A Bersani, che ho
definito persona seria e credibile – ha aggiunto l’ex pm di Palermo
- dico di uscire dalle contraddizioni in cui la sua linea politica
si è impantanata”. Al segretario del Partito democratico, ha
aggiunto Ingroia, “ho fatto un appello” e “lui ha risposto in modo
un po’ stravagante, dicendo che non risponde ad appelli pubblici,
ma mi auguro che Bersani sappia che l’avevo cercato personalmente,
ma non ho ricevuto risposta, me ne farò una ragione. Evidentemente
si sente un po’ il padre eterno, Falcone e Borsellino quando li
cercavo rispondevano subito”. La porta per il Pd, ha voluto
specificare ancora Ingroia, “rimane aperta”.Quella che proponiamo è
una “vera lista nuova, una vera lista civica”. “Le nostre liste
sono ancora un cantiere aperto alle parti più nobili della società
civile”. Così Antonio Ingroia, in conferenza stampa a Roma.”Questa
è la nostra rivoluzione, noi vogliamo la partecipazione dei
cittadini. Antonio Ingroia non si propone come salvatore della
patria, ma di essere solo un esempio come tanti cittadini che si
mettono in gioco, assumendo rischi”, “come dev’essere chiesto a
ciascun cittadino” in momenti di emergenza. Così lo stesso Antonio
Ingroia. Non siamo in un Paese normale, non siamo in una situazione
normale, siamo in un’emergenza democratica dovuta allo strapotere
dei sistemi criminali, dovuta alle insufficienze e alle
inadeguatezza della politica”. Allora, ha proseguito l’ex pm di
Palermo, “è venuto il momento della responsabilità e non solo della
responsabilità istituzionale, ma di quella politica”.

Grandi opere in perdita nei porti italiani

di Sergio Bologna - sbilanciamoci -

Il business dei container è prossimo al crack? E allora mettiamoci fondi pubblici. Ecco le grandi opere in corso nei porti italiani, da Venezia ad Augusta. Soldi buttati in mare / 2

Di tutto il bailamme legato alla bolla dei mari, in Italia non si è avuto sentore. Come dei sonnambuli, i rappresentanti della nostra classe dirigente, a livello nazionale ministri e sottosegretari, a livello locale deputati delle città portuali, assessori regionali, sindaci, alcuni presidenti di Autorità portuali, hanno continuato a vaneggiare di progetti per il potenziamento dei porti, che non hanno alcun senso comune.
1. Era cominciata con il progetto del superporto di Monfalcone, elaborato da Unicredit, che pretendeva di farlo in project financing (ma garantito dallo stato, quindi debito pubblico), un porto nuovo fatto in faccia al porto di Trieste, il quale ha dei fondali da poter far arrivare navi da 14 mila Teu, un’opera che avrebbe reso necessario rimuovere 9 milioni di tonnellate di materiale (in parte inquinato) a spese del contribuente, progetto grazie al cielo finito nel nulla ma sul quale si sono spesi i deputati e gli eurodeputati friulani (e qualcuno di questi non se lo è ancora tolto dalla testa). Poi il presidente dell’Autorità portuale di Venezia ha tirato fuori il progetto di un terminal container da 1 milione e passa di Teu al largo della costa, un terminal off shore, che avrebbe potuto avere senso se il porto di Venezia avesse dovuto realizzare il porto petroli off shore, deciso anni fa e finanziato per poter allontanare le petroliere dalla laguna, ma oggi non più necessario perché gli impianti Eni che consumavano il greggio trasportato dalle petroliere, non ne consumano più. E allora il presidente dell’AP è costretto a giustificare il terminal off shore come opera di “mitigazione” del Mose, tesi piuttosto ardita ma che l’ineffabile Ciaccia – già responsabile, come ricordava Il Fatto Quotidiano di ottobre, di aver lasciato la banca a lui affidata da Passera, la Banca Infrastrutture e Servizi (Biis), con 500 milioni di buco 1 – aveva accolto con convinzione. Particolarmente sconcertante, questa vicenda, perché rischia di azzerare una delle poche “vision” di grande respiro partorite dalla portualità italiana in questi ultimi anni, proprio per merito del presidente dell’AP di Venezia, la visione di una proiezione strategica dei porti del Nord Adriatico sul “corridoio” Adriatico-Baltico, progetto europeo appoggiato dal Commissario ai trasporti Kallas, ex primo ministro dell’Estonia. Se portato avanti con intelligenza, questo progetto potrà contribuire a spostare l’equilibrio dei traffici container tra nord e sud, e sottrarre una parte di traffici ai porti tedeschi per restituirli ai porti dell’Alto Adriatico. Basti pensare che 22 dei 50 servizi feeder del porto di Amburgo sono destinati alle repubbliche baltiche e a San Pietroburgo. È un progetto questo che può correre solo su gambe ferroviarie, può avere successo a condizione che i porti del Nord Adriatico sappiano poter dire a un operatore logistico o a un grande spedizioniere della Baviera, della Slovacchia, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Serbia: “questa è la tariffa se passi da sud, confrontala con quello che paghi al nord”. Invece di ragionare così, il porto di Venezia, come la grande maggioranza dei porti italiani, pensa solo a scavare fondali ed a costruire banchine di dimensioni tali che nemmeno un boom economico decennale riuscirebbe a riempire, puri esercizi di megalomania, prodotti di previsioni di traffico fantasiose quanto superficiali. Appunto, previsioni che non hanno mai tenuto conto di quel che succede nel traffico container e nelle istituzioni che lo finanziano. E continuano ad ignorarlo, con imperdonabile leggerezza. Basti pensare che oggi il porto di Venezia non riceve e non spedisce nemmeno un container (1) via treno, mentre Trieste alla fine di quest’anno avrà realizzato 3.900 treni di trasporti intermodali per il centro Europa, unico porto italiano a servire i mercati d’oltralpe.
2. Ma le enormità non sono finite e percorrendo le coste dell’Italia giù verso Ravenna, Ancona, Bari, Brindisi, incontriamo la martoriata città di Taranto alla quale una stampa irresponsabile promette 50 mila posti di lavoro che risulterebbero dalla realizzazione di un’improbabile “piastra logistica”, partorita da alcune lobbies locali per regalare soldi pubblici ai soliti costruttori. 2 E poi, proseguendo lungo la costa ionica arriviamo a Gioia Tauro, gioiello un tempo delle tecniche di transhipment ma ormai in difficoltà per la concorrenza dei tanti porti di transhipment mediterranei. Ma basta spostarsi ancora un po’ a ovest, lungo le coste della Sicilia, per imbattersi in quello che, onestamente, stentiamo a credere: il progetto di un nuovo terminal container nel porto di Augusta. Qui debbo introdurre un ricordo personale. Alcuni anni fa, si era ancora nel periodo del boom dei traffici marittimi est-ovest, Sviluppo Italia (l’attuale Investitalia) mi chiese di far parte di un gruppo di esperti che doveva esprimere un parere “scientifico” sulla fattibilità di un terminal di transhipment nel porto di Augusta (un porto che è come un distributore di benzina, serve alle navi per fare bunkeraggio). Non mi ci volle molto studio per dare una risposta assolutamente negativa, sapevo che nel Mediterraneo si stavano costruendo a pieno ritmo i porti di trasbordo, sarebbero entrati in servizio in tempi rapidi, quelli italiani già cominciavano a vedere il traffico calare, Cagliari in particolare, Taranto cercava nuovi soci, insomma una situazione che sconsigliava un investimento destinato ad avere la vita assai dura, una volta ultimato. Ricordo di aver avuto l’opportunità di parlare senza peli sulla lingua a una riunione presieduta da una bravissima dirigente della Regione Sicilia e che non faticai molto a convincerla. Negli anni successivi non ne sentii più parlare, ma evidentemente qualche talpa ha continuato a scavare e, sorpresa delle sorprese, le sue gallerie sbucano ai giorni nostri, non a Roma, come si potrebbe credere, ma a Bruxelles. È con occhi increduli che leggo il comunicato stampa della Commissione Europea Aiuti di Stato: la Commissione approva un aiuto di 100 milioni di euro per il porto di Augusta. La data è il 19 dicembre 2012 – un mese esatto dopo la dichiarazione della Maersk che il business del container è un business in perdita. Si dice che la Commissione approva “un aiuto di 100 milioni di EUR concesso dall’Italia a fronte di un progetto di investimento di 145,33 milioni di EUR nelle infrastrutture del porto siciliano di Augusta”. Il progetto consentirà “al porto di Augusta di ristrutturare le infrastrutture esistenti destinate al traffico di merci e di ospitare il traffico di container”. E prosegue “L’aiuto è stato ritenuto compatibile con le norme dell’Ue in materia di aiuti di Stato in quanto persegue un obiettivo di comune interesse, ossia l’adattamento delle infrastrutture esistenti al trasporto intermodale (…) le potenziali distorsioni della concorrenza sono relativamente limitate.” Il passaggio dal trasporto tradizionale a quello intermodale avviene quando più di un modo di trasporto viene coinvolto nella catena, nel caso specifico la nave e il treno, ma non risulta che ad Augusta siano in corso progetti di terminal intermodali ferroviari; Gioia Tauro non è lontana, che farà Augusta quando sarà pronto il terminal? Taglierà le tariffe per portare via traffico a Gioia Tauro, tipica concorrenza suicida, non è distorsione della concorrenza questa? Facciamoci coraggio e continuiamo la lettura: ”Per quanto riguarda il progetto di investimento nelle infrastrutture del porto di Augusta, l’Italia ha condotto un’approfondita analisi del rapporto tra costi e benefici economici e finanziari, dalla quale risulta che gli introiti per l’autorità portuale generati dall’utilizzo dell’infrastruttura non sarebbero sufficienti a coprire i costi degli investimenti. Il tasso di gap finanziario per il progetto è stato stimato a 68,87%.” Dunque gli introiti previsti riusciranno a coprire solo il 31,13% dell’investimento. Non è ragione sufficiente per dire che è un investimento sbagliato, non abbiamo sempre detto che vogliamo i privati nei porti? Ci manca il fiato, ma continuiamo. “Il finanziamento pubblico di 100 milioni di EUR è pertanto indispensabile per realizzare il progetto ed è limitato a quanto necessario per sopperire al deficit di finanziamento. La capacità supplementare di traffico di merci e di container che sarà generata dal progetto nel porto di Augusta dal 2015, anno in cui è previsto il completamento del progetto, non è tale da provocare significative distorsioni della concorrenza e sugli scambi tra Stati membri.” Cioè il traffico previsto è poca roba, ininfluente sul terreno competitivo, e allora che senso ha farlo? E conclude: “La versione non riservata della decisione sarà consultabile con numero di riferimento SA.33540 nel Registro degli aiuti di Stato, sul sito internet della DG Concorrenza, una volta risolte eventuali questioni di riservatezza.” Rigore vorrebbe che prima di esprimere giudizi si debba leggere il testo della decisione, ma in quel momento mi vien solo da pensare alle decine e decine di progetti, dettagliati nella loro parte economica, presentati da soggetti imprenditoriali di provata serietà, credibili, ragionevoli – soprattutto nel campo dei trasporti intermodali – che la DG Concorrenza ha bocciato perché il sostegno pubblico che questi progetti chiedevano per potersi avviare veniva cassato come “aiuto di Stato, contrario alle regole di concorrenza della UE”. Ma mi viene da pensare anche ai milioni di precari italiani che non hanno uno straccio di sostegno al reddito o di sussidio di disoccupazione, ai professionisti con partita Iva, agli artigiani, ai microimpreditori che non ce la fanno più a portare avanti l’attività, oberati dal fisco, dalle vessazioni della burocrazia, da normative assurde, indifesi rispetto ai clienti che non li pagano. Allora mi sale alla gola un grido: fermiamoli, con tutti i mezzi possibili!
1 Il cemento di Ciaccia: la fabbrica degli sprechi, di Giorgio Meletti, 18 ottobre 2012
2 Corriere della Sera, inserto Sette, di Ferruccio Pinotti, 31 agosto 2012.Taranto, dal porto arriva la speranza. Un piano da 400 milioni per fare della città la Rotterdam del Mediterraneo. Ma i cinesi minacciano di lasciare lo scalo, se non si fa in fretta

2-fine. La prima parte è qui: La nuova bolla esploderà dal mare.

La nuova bolla esploderà dal mare


di Sergio Bologna - sbilanciamoci -

Un altro grande crollo è in vista: quello del business che ruota attorno al trasporto merci nei container via mare. Un settore basato su finanza e gigantismo, prossimo al crack / 1

Un nuovo crack finanziario si profila all’orizzonte, meno eclatante di quello dei mutui subprime ma con conseguenze che potrebbero incidere pesantemente sui meccanismi della globalizzazione.1 Sappiamo qual è la ratio di fondo di questi meccanismi: produrre in una parte dell’emisfero terrestre e consumare i prodotti nell’emisfero opposto, produrre in paesi a basso costo del lavoro e consumare in paesi a reddito pro capite elevato. Il circuito immateriale del denaro governa questo scambio, ma c’è un altro circuito indispensabile al suo funzionamento: il circuito fisico. I prodotti debbono essere materialmente trasportati sui mercati di consumo, i semilavorati debbono arrivare alle fabbriche di produzione finale, i componenti debbono arrivare all’impianto di assemblaggio. Come? Per mare, in container la massima parte, oppure in aereo, se sono di alto valore. Del trasporto in container per mare se ne occupano una ventina di compagnie di navigazione. Le prime cinque per dimensioni, potenza della flotta, copertura planetaria delle rotte, si chiamano Maersk (che organizza anche una buona fetta della logistica militare USA), MSC (invenzione geniale di un sorrentino che ha stabilito il quartier generale a Ginevra), CMA CGM di un libanese naturalizzato francese (che naviga da tempo in cattive acque finanziarie), COSCON (cinese, di stato, che naviga forse in acque peggiori), Hapag Lloyd (tedesca, di antica tradizione, il cui azionista di riferimento, il gruppo TUI, cerca di scaricare sulle spalle di qualcun altro, magari con il contributo della Merkel, così come Hollande cerca di venire in soccorso a CMA CGM). Maersk ha perso l’anno scorso 600 milioni di dollari, MSC è un mistero, non fornisce informazioni all’esterno. L’indebitamento che queste 20 compagnie hanno accumulato dal 2007 ad oggi è, secondo stime di una nota società di consulenza, di 90 miliardi di dollari.2 La stessa società ne ha analizzate alcune in profondità, pubblicando i risultanti ad ottobre: la metà di quelle prese in considerazione “non è in grado di pagare gli interessi sul debito”. Perché perdono tanti soldi? Esaltate dai ritmi di crescita dei primi anni 2000 hanno cominciato a ordinare navi ai cantieri, sempre più grandi (12 mila, 14 mila Teu, adesso è appena entrata in servizio una da 16 mila Teu).3 Hanno creato in tal modo una sovraofferta di stiva, i noli sono crollati, le navi più sono grandi più perdono soldi ad ogni viaggio se vengono riempite al 60/65%.
I cantieri del Far East, coreani, cinesi, giapponesi, sussidiati dai governi, le fabbricano a prezzi sempre più stracciati, pur essendo sempre più sofisticate tecnologicamente. E le compagnie di navigazione le ordinano, le ritirano e ne iscrivono in bilancio il valore, che serve come garanzia per il credito bancario. Organizzare un servizio sulla rotta Far East-Europa costa 1,5 miliardi di dollari, ma per essere competitivi bisogna almeno averne tre di servizi, dunque 4,5 miliardi. Impossibile senza il credito bancario. Ma su quella rotta si abbatte la crisi dell’eurozona, i noli salgono e scendono impazziti, gli spedizionieri, le ditte di import-export, le imprese manifatturiere, la grande distribuzione, perdono il controllo dei loro costi logistici (di cui quelli di trasporto sono la componente maggiore). Il 19 novembre la svolta: Maersk, leader mondiale, dichiara al Financial Times Deutschland (il giornale che la proprietà ha deciso di chiudere proprio questa settimana) che per i prossimi cinque anni non ordinerà più una nave ai cantieri e che il business del trasporto marittimo container è ormai un business in perdita. Notizia bomba, di cui in Italia, paese di mare, si è avuta una pallida eco. Intanto è da più di un anno che le istituzioni finanziarie deputate al credito navale, concentrate quasi tutte in Germania, affogano nella crisi. Dall’inizio del 2012 centinaia di “fondi chiusi” hanno dichiarato lo stato di Insolvenz. Le grandi banche tedesche specializzate in finanziamento dello shipping o si ritirano da questo settore di business, come la Commerzbank, o rischiano il default, come HSH Nordbank, la prima al mondo del settore, pubblica, proprietà suddivisa tra la città-stato di Amburgo e il Land dello Schleswig Holstein. Merkel non interviene. Per calcolo politico? I due Länder sono l’uno, Amburgo, socialdemocratico, l’altro, lo Schleswig Holstein, rosso-verde, se l’umore dei loro elettori cambia in seguito al crack della banca, lei, Merkel, riconquista la maggioranza nel Bundesrat.4
Ma non basta, un altro soggetto è deputato al finanziamento della costruzione navale ed alla messa a disposizione di terzi di stive da riempire. Si chiama non operating ship owner – o semplicemente owner. Sono quasi tutti tedeschi, società di dimensioni rispettabili, tanto per rendere l’idea: Peter Döhle, uno dei maggiori, ha 6.800 dipendenti, Hamburg Süd, la 12ma in classifica delle top 20 del trasporto container, ne ha 4.500. Guadagnano come? Costruendo navi e noleggiandole con contratti charter a lungo termine. Quando il mercato tira, i noli charter consentono lauti guadagni, con la crisi crollano in parallelo al crollo dei noli di trasporto. E il valore patrimoniale delle navi scende di conseguenza. A giugno 2012 la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” scriveva: “il valore di molte navi è ormai sceso al livello del loro prezzo di demolizione”. Come gli immobili dei mutui subprime, non c’è differenza nelle dinamiche della finanziarizzazione. In questo caso Merkel è intervenuta, il Kreditanstalt für Wiederaufbau, una specie di nostra cassa depositi e prestiti, ha concesso dei crediti-ponte a tassi agevolati agli owner. Di tutto questo bailamme in Italia non si è avuto sentore. Come dei sonnambuli, i rappresentanti della nostra classe dirigente, a livello nazionale ministri e sottosegretari, a livello locale deputati delle città portuali, assessori regionali, sindaci, alcuni Presidenti di Autorità portuali, hanno continuato a vaneggiare di progetti per il potenziamento dei porti, che non hanno alcun senso comune.
(1- continua)

1 Un’analisi più approfondita di questi avvenimenti nel mio articolo Il crack che viene dal mare, in download dal sito www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/; vedi anche la mia intervista a “Il Corriere dei Trasporti”, n. 47, dicembre 2012; inoltre Navigazione pericolosa, di C. Müssgens, dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, su “Internazionale”, 21 dicembre 2012, p.108.

2 Alix Partner, Sailing in a Sea of Red. The Alix Partner Container Shipping Study.

3 Teu (twenty equivalent unit) unità di carico standard da 20 piedi, una nave da 14 mila vuol dire che può caricare fino a 14 mila unità da 20 piedi ciascuna.

4 Attualmente, la situazione al Bundesrat è così suddivisa, 7 Länder al centro-sinistra (SPD, Verdi, Linke), 5 alla grande coalizione CDU/SPD, 4 al centro-destra (CDU o CDU/FDP); se i due Länder del Nord dovessero cambiare colore, la situazione sarebbe: 5 al centro-sinistra, 5 alla grande coalizione, 6 al centro-destra

Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco


- keynesblog -
schroeder
Con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Materia su cui riflettere attentamente anche in Italia quando si parla di “reddito minimo garantito” dallo stato e non di minimo salariale imposto per legge ai datori di lavoro. Da Voci dalla Germania

15972
Krisenvorsorge.com e jjahnke.net ci ricordano le dimensioni della politica di moderazione salariale tedesca e i suoi effetti sociali.
Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell’Eurozona è del 14.8 %.
La precaria situazione dei lavoratori tedeschi è confermata anche dai dati sui lavoratori a basso salario con un’istruzione media. E’ evidente che non si tratta solo di un fenomeno legato alla bassa istruzione.
15973
Il rifiuto da parte del governo di introdurre un salario minimo [cioè un minimo sotto il quale nessun datore di lavoro può assumere un lavoratore, da non confondere con il "reddito minimo garantito"], presente in altri paesi occidentali [non in Italia], la crescita del settore del lavoro in affitto, caratterizzato da precarietà e bassi salari, lo sfruttamento del lavoro femminile, grazie alla più grande differenza in Europa occidentale fra il salario femminile e maschile, la disponibilità del governo a sovvenzionare i bassi salari con i sussidi Hartz IV, sono tutte parti di uno scandalo sociale che non ha eguali in altri paesi europei.
In questo scenario non c’è da meravigliarsi, se il costo del lavoro per unità di prodotto, decisivo per la competitività, ha avuto uno sviluppo decisamente migliore rispetto ai nostri vicini europei. La Germania non ha alcun motivo di esserne orgogliosa, come il governo vorrebbe dare ad intendere.
15843
La Germania si è allontanata da ciò che un tempo si definiva economia sociale di mercato. Insieme alla Cina è diventata il Pariah dell’economia mondiale: compete in maniera sleale con i suoi partner, rubando posti di lavoro fino a quando questi non saranno costretti a elemosinare gli aiuti finanziari tedeschi. Fino a 20 anni fa una simile situazione sarebbe stata impensabile. La divisione della Germania e la paura del comunismo costringevano il capitalismo tedesco ad avere un maggiore orientamento sociale.
Dati da Eurostat

Lavorare peggio, un modello europeo

di Matteo Rinaldini - sbilanciamoci -
Perché peggiorano le condizioni di lavoro in Europa. Un libro spiega come i modelli organizzativi, la regolazione di mercato e la mediazione istituzionale hanno chiuso gli spazi per democratizzare i rapporti di lavoro
Il libro collettaneo Workers, Citizens, Governance. Socio-Cultural Innovation at Work, curato da Garibaldo, Baglioni, Casey e Telljohannn, ha due obiettivi espliciti: da una parte ricostruire le caratteristiche salienti delle attuali condizioni di lavoro in Europa, dell’organizzazione della produzione che si è affermata e delle istituzioni europee di regolazione dei mercati e del welfare state; dall’altra, indicare percorsi di innovazione in ambito organizzativo, manageriale e istituzionale che siano in grado di invertire la direzione dei processi socioeconomici del passato, ancora oggi largamente dominanti. Ciò che allo stesso tempo interessa gli autori dei saggi raccolti nel volume è lo stato di salute attuale, lo spazio d’azione a disposizione e le prospettive future delle organizzazioni dei lavoratori. Tuttavia, per comprendere tutto questo conviene partire dalle due tesi di fondo che rappresentano i binari su cui scorrono le riflessioni svolte nei dodici contributi che formano il libro.
La prima tesi, esplicitata già nell’introduzione, è una constatazione forte che non lascia “vie di fuga” per chi voglia riflettere sull’attuale “stato di salute del lavoro” (e dei lavoratori). La tesi recita più o meno nel seguente modo: nel modello di sviluppo economico e sociale che si è affermato in Europa non c’è spazio per pratiche di democratizzazione del mondo del lavoro e della produzione. In altri termini, i processi sociali e culturali oggi dominanti in ambito organizzativo e nel campo delle relazioni industriali implicano che l’integrazione dei lavoratori (nei luoghi di lavoro, ma anche nella società più in generale) non possa passare attraverso una rappresentanza e una cittadinanza democratica, ma attraverso l’adeguamento alle regole e ai vincoli stabilito “di volta in volta” e “di luogo in luogo” dal management. Proprio questo “di volta in volta” e “di luogo in luogo” deve, tuttavia, essere considerato attentamente per comprendere a pieno la complessità del sistema di fronte a cui ci troviamo. Infatti, al netto di una tendenza generale al restringimento della dimensione della partecipazione democratica e della qualità del lavoro nei luoghi di produzione, la situazione appare differenziata al suo interno.
La specifica frammentazione della struttura industriale, la particolare ri-articolazione della catena del valore e l’esplosione della divisione sociale del lavoro – processi che hanno in comune una stessa logica di concentrazione (di potere decisionale) senza centralizzazione (delle strutture produttive) – e il carattere iper-competitivo dei mercati in cui la posta in gioco per le imprese non è semplicemente l’acquisizione di un vantaggio rispetto agli altri competitor, ma la sopravvivenza, hanno generato uno scenario in cui all’interno della stessa filiera produttiva o della stessa attività economica è possibile trovare condizioni di lavoro molto diverse tra loro. Tutto ciò, secondo gli autori, non deve però trarre in inganno e far pensare ad una normale riproposizione di configurazioni di potere del passato. Infatti, l’elemento di novità sta nel fatto che l’integrazione “tra chi sta in basso” (imprese e lavoratori) e “chi sta in alto” (imprese e lavoratori) è diventata sempre più stretta e le linee gerarchiche si sono rafforzate in modo inedito.
L’opzione gerarchia o mercato (make or buy) attraverso cui il mainstream economico spiega il funzionamento dell’impresa come istituzione di regolazione del mercato è, se così stanno le cose, da rivedere, poiché la possibilità di scelta delle imprese lungo la filiera sembra essere sempre più ridotta fino a scomparire man mano che ci si allontana dall’impresa leader. In altri termini, la relazione di potere appare del tutto sbilanciata verso le imprese che si situano al vertice della filiera, le quali determinano tempi, quantità e modalità di produzione delle imprese da loro dipendenti di fatto gerarchicamente (anche se attraverso una relazione di mercato). Il prezzo da pagare per non sottostare a tali vincoli da parte delle imprese che si situano nella parte più bassa della filiera non è un semplice riposizionamento strategico di mercato o un riassetto organizzativo, ma la morte. E d’altra parte le imprese leader della filiera, per l’acquisita sovra-capacità produttiva globale, sono a loro volta coinvolte in una competizione internazionale per la sopravvivenza ispirata al semplice principio di mors tua vita mea.

Il salario di produttività nell’Agenda Monti

- sbilanciamoci -

L’Agenda Monti rilancia l’idea di salari flessibili, legati alla produttività o alla redditività delle imprese. Non è questa la strada giusta per la contrattazione sindacale e per far ripartire la produttività
L’Agenda Monti (www.agenda-monti.it), “Cambiare l’Italia, Riformare l’Europa. Una agenda per un impegno comune”, si propone come un Primo contributo ad una riflessione aperta, così esplicitamente dichiara il titolo. Cogliamo l’occasione per ritornare sul tema del salario flessibile in chiave di politica economica, anche perché proprio nel documento si fa riferimento all’Accordo sulla Produttività firmato dalle parti sociali il 21 novembre 2012. Due sono i passi in cui nel documento ci si occupa del tema.
Il primo nella sezione dedicata a Rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia, ove si afferma:
“Serve infine lavorare sulla produttività totale dei fattori e sul costo del lavoro per diminuire quel divario con gli altri Paesi europei che crea uno squilibrio di competitività. Bisogna quindi continuare sulla strada del decentramento della contrattazione salariale lungo il solco dell’accordo tra le parti sociali dell’ottobre scorso”.
Il secondo nella sezione La riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, ove si afferma:
“La modernizzazione del mercato del lavoro italiano richiederà inoltre di intervenire per: [...]
– spostare verso i luoghi di lavoro il baricentro della contrattazione collettiva, favorendo il collegamento di una parte maggiore delle retribuzioni alla produttività o alla redditività delle aziende attraverso forme di defiscalizzazione, come avvenuto nell’accordo firmato dalle parti sociali nell’ottobre scorso”.
Questi due passi sono importanti perché hanno una valenza generale sia in termini di obiettivi che di strumenti. La produttività è necessaria per gli obiettivi di crescita e di recupero di competitività nei confronti di altri Paesi europei, ed è anche un obiettivo a cui le retribuzioni devono essere collegate nelle imprese private e nel settore pubblico in un quadro di decentramento della contrattazione salariale. La visione che emerge nell’Agenda Monti è secondo noi solo in parte condivisibile, per quello che si afferma e per ciò che non si afferma. Ci soffermiamo qui in modo sintetico su tre aspetti: il ruolo della contrattazione e che tipo; lo strumento della fiscalizzazione; la concezione di salario variabile (per chi fosse interessato alle argomentazioni, rimandiamo alla versione completa di questo lavoro, disponibile nel pdf qui sotto).
Due pilastri e un metodo
Premettiamo che il decentramento contrattuale non deve essere assolutamente demonizzato, tutt’altro. E’ sempre stato il livello negoziale nell’ambito del quale sono migliorate le condizioni di lavoro dei lavoratori ed anche le condizioni di produttività e competitività dell’impresa. Ciò è storicamente avvenuto in varie fasi dello sviluppo economico italiano ed ha trovato spesso un equilibrio con modalità centralizzate. (…) Ed anche quando gli obiettivi erano quelli macroeconomici, i due pilastri, decentramento e centralizzazione, sono stati utilizzati congiuntamente in modo complementare. (…) Anche oggi vi è un obiettivo macroeconomico da raggiungere, che è quello di riprendere un sentiero di crescita della produttività e di recupero di competitività dell’apparato industriale nazionale. Tale obiettivo non può che reggersi su due pilastri, il contratto nazionale e il contratto decentrato. E il metodo è quello della concertazione.
È significativo che ciò che viene dichiarato nell’Agenda sia il ruolo della contrattazione decentrata, sul salario, mentre la funzione della contrattazione nazionale sia intesa in modo implicito, non essendo neppure richiamata, come un livello di cui ridurre necessariamente la portata. Al contempo il metodo stesso della concertazione non è indicato come metodo di lavoro, essendo stato sostituito nella pratica del Governo Monti da quello della informazione e a volte della consultazione, come in effetti è avvenuto nel caso della riforma del sistema pensionistico ed in quella del mercato del lavoro, con esiti non particolarmente brillanti ricordiamo. (…).
THE VATICAN ENDORSES MARIO MONTI AGENDA
“blessed are we poor, for ours is the kingdoom of god”
 
 

venerdì 28 dicembre 2012

Ingroia.

Fonte -

Danielle Sansone su lanostravoce.info. “Solo in nome di
questa costituzione che da qui potrà partire la vostra, la nostra
rivoluzione civile. Io ci sto e la vostra risposta la nostra
riscossa civile è alta e se la risposta di tutti sarà alta lo sarà
anche la mia”. Con queste preziose parole, dal sapore autentico di
una rivoluzione dei principi e delle coscienze, è partito l’impegno
politico di Antonio Ingroia. E lo fa in nome della Carta
Fondamentale del nostro paese, che in questi ultimi anni stava
perdendo la sua dignità. La formalizzazione della candidatura non è
avvenuta ma manca ormai poco. L’ex pm della trattativa, in un
comunicato lasciato all’Adnkronos, ha fatto sapere che scioglierà
la riserva “tra il 28 e 29 dicembre” se si concretizzeranno le
condizioni che egli stesso ha posto durante l’assemblea indetta al
Capranica. Di che riserve si parla? Beh, a primo impatto, sono
delle riserve abbastanza sui generis per un neofita della politica.
Chiedere ai politici di fare un passo indietro, avere la capacità
di mettersi in seconda fila, può essere inteso come una smania di
protagonismo di Ingroia. Ma tutto ,invece, rientra nella sua
perfetta filosofia politica. Non si può parlare di rivoluzione
civile, sostiene il magistrato, se si chiede alla politica di stare
davanti. La politica, questa volta, deve avere la bontà di stare in
“seconda fila” se il progetto di rinascita morale deve partire.
Questa volta, deve essere la società civile ad avere la meglio. Ad
avere diritto di parola. L’assemblea convocata qualche giorno fa al
Capranica ha richiamato sostenitori e semplici curiosi che hanno
voluto assistere alla nascita di questo movimento. Il punto di
forza sono i dieci punti del manifesto politico e di cambiamento.
Un manifesto programmatico, che spazia tra lavoro, antimafia,
giustizia ed eguaglianza sociale, di cui lo stesso Ingroia ne è il
primo firmatario. Tutti temi che sono a cuore del magistrato e che
spera possano entrare nel dibattito elettorale diventando
patrimonio spendibile nel confronto con la società civile.

IT IS ALL WOMEN'S FAULT
(according the Vatican twitter, scantly dressed women are responsible for the violence upon them)
SALE ! Suggestive dress plus pistol/knife/ etc. in one complete package, all inclusive
 
 

giovedì 27 dicembre 2012

Agenda Monti

 

Pubblicato il · in alfabeta2 -

Mario Merz_Che fare (1968)Augusto Illuminati
«Cambiare mentalità, cambiare comportamenti». Confesso di aver provato un brivido di inquietudine leggendo siffatto titolo di paragrafo nell’agenda Monti (su traccia Ichino) testé divulgata, pochi giorni dopo la mancata fine maya del mondo e nel bel mezzo del sopore natalizio. Sarà che non mi piace che qualcuno voglia cambiare la mia mente, tanto meno i miei comportamenti. Ma chi cazzo siete per darmi questo suggerimento o peggio quest’ordine? Ma cambia tu modo di ragionare, visti i disastri che hai combinato. E per dirla tutta: non mi piace neppure la leggerezza con cui sentenzi ignorando ansie e sofferenze quotidiane della grande maggioranza e pretendendo una cambiale in bianco per governare ancora, dopo essere stato paracadutato senatore a vita e premier. Opinioni mie, d’accordo.
Però mi inquieta pure l’uso della parole, una specie di neo-lingua tecno-liberista della radical centrist politics («The Economist») che ricorda altri infausti e ilari eufemismi totalitari. «Modernizzazione del mercato del lavoro» è uno di questi, soprattutto se si collaziona tale promessa con le implementazioni suggerite: liberalizzazioni sfrenate, culto della competizione, smantellamento dei contratti nazionali di lavoro a favore di accordi aziendali, di cui abbiano avuto triste esperienza con le discriminazioni marchionnesche contro la Fiom. A leggere che si vogliono «ridurre le differenze fra lavoratori protetti e non», torna in mente la vecchia barzelletta sul devoto pellegrino che si reca a Lourdes con una mano paralizzata e invoca: Madonnina, fammele eguali, con il risultato che gli si paralizza l’altra…
Sarà pensar male, ma quando si afferma che «tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre», si potrebbe ipotizzare che in pratica tutti siano licenziabili senza tante storie e la contesa per le posizioni si risolva con la vittoria di chi accetta un salario minore. Per non parlare dell’enfasi sul merito, accertato ai vari livelli attraverso le procedure Invalsi, Indire e Anvur, sì quelle dei quizzoni e di riviste parrocchiali, balneari e di suinicultura assurte a “scientifiche”. Che la dismissione del patrimonio pubblico riguardi poi in primo luogo quello storico-artistico, riprende con terminologia Cee la vendita della Fontana di Trevi immortalata da Totò o l’appalto del Colosseo a uno scarparo.
Il mondo non è finito il 21 dicembre 2012. O forse è finito nel senso che continua ad andare avanti come prima – il contrassegno della catastrofe secondo Walter Benjamin. Litigi di facciata ma accordo sostanziale di quanti giocano le diverse parti in commedia sulla scena politica, concordi a gestire con agende parallele una crisi di cui non sanno a venire a capo se non taglieggiando il 90% e riservando la polpa a gruppi ristretti di super-ricchi, con cospicue briciole al ceto politico e amministrativo di supporto. Che il true progressivism ci risparmi almeno le prediche.

Due imputati di omidicio al Quirinale

Fonte: il manifesto | Autore: MARINA FORTI       
I marò non sono eroi nazionali. Perché Napolitano li ha ricevuti?Perché Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono stati accolti come due eroi nazionali, al loro rientro in Italia? Due ministri e un capo di stato maggiore si sono scomodati per riceverli all'aeroporto di Ciampino, sabato scorso, con tanto di picchetto d'onore. Quello stesso pomeriggio il presidente della repubblica Giorgio Napolitano li ha ricevuti al Quirinale.

Il fatto è che Girone e Latorre, sottufficiali del Reggimento San Marco, non sono eroi. Sono cittadini italiani imputati di omicidio. Per la precisione: uomini della marina militare italiana in attesa di processo in India per l'uccisione di due uomini, pescatori indiani che gli imputati affermano di aver scambiato per pirati in procinto di abbordare il mercantile su loro erano imbarcati in servizio di sicurezza (contractors pubblici per interessi privati, una bizzarrìa italiana). Sono rientrati in Italia grazie a una «licenza» natalizia, dietro pagamento di una sostanziosa cauzione e dietro l'impegno del governo italiano a rimandarli in India tra due settimane, per essere processati.

Ogni imputato ha diritto alla difesa, e questo vale anche per Latorre e Girone. Dunque è normale che il governo italiano, attraverso la sua diplomazia, abbia preso le difese dei due imputati. Già un po' meno normale che lo stato sborsi una salata cauzione per fargli passare il Natale in famiglia o gli metta a disposizione un aereo speciale. Ma certo non sono molti gli imputati di omicidio che vengono ricevuti al Quirinale.

Proviamo a immaginare se dei militari di un qualunque paese straniero avessero ucciso due pescatori di Mazara del Vallo. Ma forse non è un buon esempio: la cosa sarebbe probabilmente caduta nel silenzio, come dei resto capita spesso ai pescatori mazaresi. Pensiamo allora ai marines degli Stati uniti che nel 1998, a bordo di un caccia, tranciarono il cavo della funivia del Cermis uccidendo 20 persone. O al soldato Mario Lozano che uccise Nicola Callipari e ferì Giuliana Sgrena sulla strada dell'aeroporto di Baghdad nel 2005. Come sappiamo bene, la richiesta italiana di processarli in Italia è stata respinta: gli Usa rivendicano immunità per i loro militari all'estero, e l'Italia non ha mai davvero potuto o voluto mettere in discussione questo status sancito dagli accordi bilaterali. Sappiamo che i responsabili della strage al Cermis sono stati processati da una corte marziale americana e assolti dall'accusa di omicidio colposo. Lozano è stato prosciolto da ogni accusa da un'indagine interna Usa. La cosa ha suscitato grandi polemiche. Che avremmo detto se i responsabili del Cermis o Mario Lozano fossero stati ricevuti con picchetto d'onore alla Casa Bianca? Che oltre al danno della giustizia negata dovevamo subìre anche una beffa simbolica.

Il fatto è che sulla vicenda dei marò si è scatenato un nazionalismo assurdo. Non giustifica nulla il fatto che anche in India ci sono stati toni a volte anti-italiani, e che la vicenda è stata usata a fini elettorali - come qui del resto: l'ex ministro della difesa Ignazio La Russa, in cerca di pubblicità per il nuovo partitello di destra chiamato Fratelli d'Italia, ha proposto di candidare Girone e Latorre al parlamento. Ma quella è la destra fascistoide: il presidente Napolitano invece, perché ha accolto i marò come eroi?

Banche condannate per i derivati di Milano

di Andrea Baranes - sbilanciamoci -

Una multa di un milione di euro per ognuna delle quattro banche accusate di truffa nella vendita di derivati al Comune di Milano. Le avventure della “finanza creativa” arrivano finalmente in tribunale

Una somma minuscola per gli istituti coinvolti, ma una sentenza di portata storica, non solo per l'Italia. Viene riconosciuta la gigantesca asimmetria informativa tra le grandi banche che maneggiano e vendono derivati e chi li acquista. Più in generale la sentenza riapre il dibattito sui danni che tali strumenti possono provocare.
Parliamo di contratti finanziari nati come assicurazioni contro i rischi. Ho un pastificio, e intendo proteggermi da un possibile aumento dei prezzi del grano. Acquisto un derivato che mi da il diritto di comprare il grano tra un mese a un prezzo fissato già oggi. In cambio di una commissione, la banca che me lo vende si assume quindi i rischi delle oscillazioni dei prezzi. Più in generale i derivati danno il diritto o la possibilità di comprare, vendere o scambiare qualcosa in una data futura, fissando prezzo e condizioni già al momento dell'acquisto del derivato stesso.
Nel caso degli enti locali, si scambia un debito a tasso fisso con uno a tasso variabile, spostando così sulla controparte il rischio di oscillazione dei tassi. Tali contratti però spesso contengono clausole e costi occulti difficilissimi da comprendere per chi, con limitate capacità finanziare, li acquista.
Soprattutto, i derivati sono gli strumenti ideali della speculazione, permettendo di scommettere su un evento futuro, dal prezzo del petrolio a quello del cibo al fallimento di Stati sovrani. Oggi nel 99% dei casi non c'è la consegna del sottostante, ovvero su 100 derivati sul grano, uno si chiude con la consegna materiale del prodotto, gli altri 99 sono pure scommesse sul suo prezzo futuro.
Il PIL dell'intero pianeta vale 63.000 miliardi di dollari. Una singola banca statunitense controlla derivati per oltre 70.000 miliardi di dollari. Sommando l'esposizione in derivati di quattro banche il totale supera i 200.000 miliardi. Il debito pubblico italiano è circa l'1% di questa cifra. Siamo sicuri, come ci ripetono ossessivamente media e politici, che i problemi attuali risiedano nella finanza pubblica e negli “eccessivi” debiti sovrani?
In realtà una sterminata massa di scommesse esaspera l'instabilità dei prezzi. Non è un fastidioso effetto collaterale, ma il cuore stesso della finanza globale. La speculazione si nutre delle oscillazioni dei prezzi. Più tali oscillazioni sono ampie e veloci, più posso guadagnare. Più creo disastri tramite i derivati più i prezzi impazziscono, più posso estrarre profitti scommettendo sulle variazioni future dei prezzi stessi, più diventa interessante continuare a giocare, in una spirale senza fine.
Le proposte per arrestare questa follia ci sarebbero, a partire da una tassa sulle transazioni in derivati per frenare le operazioni speculative di breve termine. Peccato che la proposta di tassa sulle transazioni finanziarie inserita nella legge di stabilità escluda quasi interamente i derivati. Il motivo ufficiale per non limitarne l'utilizzo è che servono alle imprese per coprirsi dai rischi. Nel 2000 in Italia circolavano derivati per 1.400 miliardi di dollari. Nel 2011 l'ammontare ha superato gli 11.000 miliardi. Il 685% di aumento in undici anni, a fronte di una crescita del 40% dell'economia reale. Forse nel 2000 le imprese italiane si trovavano in maggiori difficoltà? O, esattamente al contrario, è proprio lo sviluppo di una finanza ipertrofica e fine a sé stessa la base della crisi attuale?
Di fatto, se oggi un'impresa deve acquistare un derivato è per coprirsi dai rischi di instabilità dovuti in primo luogo all'eccesso di derivati sui mercati. La logica è la stessa della lobby delle armi negli USA: per evitare future stragi nelle scuole non bisogna limitare la diffusione delle armi, ma al contrario armare anche insegnanti e bidelli.
Non possiamo condannare i derivati unicamente per l'uso che ne viene fatto nel 99% dei casi. Al di là della battuta, da trent'anni siamo immersi nel dogma neoliberista secondo il quale i mercati devono essere lasciati liberi e senza regole perché sono “efficienti”. In italiano l'efficienza misura la quantità di risorse necessarie a portare a termine una data azione. Nel limitare i rischi, i derivati lavorano con un'efficienza del'1%. Il rimanente 99% è superfluo o più spesso nocivo.
Sono questi i tanto magnificati “mercati efficienti”? E' forse necessario risalire alla preistoria per trovare un uomo disposto a compiere uno sforzo di 100 per produrre 1. La finanza, come strumento al servizio dell'economia, è di fatto una delle attività più inefficienti che mente umana abbia mai concepito. Non solo. Visti i danni che provoca e il numero di persone escluse dall'accesso al credito, è altrettanto inefficace. Nell'interesse anche dello stesso sistema finanziario, non sarebbe ora di cambiare radicalmente strada?

Quel che occorrerebbe dire, ma non si dice


Di Zag(c) ·      - miogiornale -

Draghi è molto soddisfatto dei conti italiani e Monti , chiaramente, sprizza ottimismo da tutti i pori, a patto però che sia ancora lui a condurre la baracca. Entrambi affermano che la bilancia dei pagamenti è migliorata di 21% dal 2009 ad oggi. E sono previsti ulteriori miglioramenti per il 2013.
Naturalmente i giornali che si dicono finanziari o che si vantano di sapere di economia si son ben guardati dal verificare questa affermazione. Eppure le fonti non mancano, per fortuna. Allora vediamo di fare in casa quel che i mass media non fanno, ne i politici . Persino( si fa per dire) Grillo ha affermato che l'Italia dal 1980 al 2011 era stata virtuosa se non fosse stata per i malefici gnomi della finanza. ( discorso a Pescara)
La verità ( prendendo i dati un pò più in profondità) però è che l'Italia presenta una bilancia commerciale pessima e il trend è al ribasso. Dal 2000 al 2012 mancano quasi 100 miliardi di euro cumulativi. Tutto punti PIL che si spostano all'estero.( dati Istat)
Cioè ricchezza prodotta in Italia e spostata all'estero. Quando si parla di ricchezza prodotta, detto in linguaggio marxista più aderente alla realtà si intende non genericamente ricchezza, ma salario( plusvalore) spostato dalle tasche dei lavoratori in quella dei capitalisti esteri.
Ma specificatamente il massimo export dell'Italia risiede nel più grande mercato nazionale che è quello della Germania ( grafico preso da dati ISTAT )
Dal grafico e dai dati risulta la Germania non solo il mercato dove più esportiamo , ma anche quello da cui importiamo di più. Doppia perdenza quindi. E facendo una semplice somma del disavanzo della bilancia siamo per il 2011 a -137.000.000.000. -137 miliardi di euro. Ora qualcuno potrebbe arrivare ad una semplice equazione e conclusione di logica. Ma aspettiamo un po. Per adesso il tarlo è introdotto aspettiamo che cresca, ossia se altri dati analitici e statistici , empirici, possano farlo crescere o smontarlo.
Dal grafico seguente si vede come dal 1971 le due linee rossa Import e blu export viaggiavano sostanzialmente appaiate, . Cresceva l'uno e di pari passo cresceva anche l'altro. Nonostante che la struttura industriale economica della Germania fosse notevolmente più strutturate e più forte. Ma l'Italia si sorreggeva attraverso la sua politica fiscale, politica delle tariffe e salariale, di tassi di interesse, di aiuti statali all'industria e sopratutto attraverso politiche monetarie di svalutazione( la Banca d'Italia per essendo autonoma dal potere statale purtuttavia agevolava le politiche di sviluppo e di aiuto all'economia)
Lo stop, o meglio la divaricazione fra le due curve si è avuto a partire degli anni 2000 . L'introduzione dell'Euro ha fatto si che l'import dalla germania continuasse a prendere una ripidità ascendente, mentre l'esportazione , sempre da quel paese una discesa. E le due curve hanno continuato a viaggiare con gli stessi trend , ma con una forbice sempre più accentuata.
La coincidenza fra la divaricazione è l'introduzione dell'Euro non può essere solo una coincidenza. Ma forse la causa scatenante , o meglio il vincolo che ha cosentito alla Germania, avendo una struttura economica.industriale più robusta e dinamica di approfittare del vincolo introdotto dell'Euro per prendere le distanze e al contempo a impedito all'Italia di utilizzare di tutti quegli strumenti finanziari , fiscali ed economici di cui ho accennato sopra( ma si potrebbe parlare qui di tutti gli altri paesi europei etichettati sotto il tag di PIGS, ma su questo occorrerebbe una analisi dei dati macroeconomici per singolo paese)Pertanto l'Italia è stata costretto a guerreggiare con la Germania ad armi impari , partendo dagli stessi blocchi di partenza e quello che avrebbe dovuto essere strumento di unione ( una sola valuta in combinazione con tassi di interesse diversificati per coprire gli svantaggi iniziali) è finito per essere strumento di maggior vantaggio per chi partiva già con metri di distanza avanti.
Adesso quel tarlo detto all'inizio comincia a crescere ancora di più e molte cose cominciano ad essere più chiare ma il debito pubblico è proprio pubblico? è proprio dovuto ai lavoratori italiani cicale che hanno consumato più di quel che producevano?)
Ma non arriviamo ancora a conclusioni affrettate
Ma l'Italia è quindi fanalino di coda in Europa?
La Francia importa dal 1993 più di quanto esporta l'Italia. Le due curve viaggiano parallele se non per un leggera divaricazione intorno agli anni 2004 , ma ben al di là dall'introduzione dell'Euro. Il differenziale è intorno agli 83 miliardi , non sufficiente comunque a sanare il deficit con la Germania
Purtroppo quei 85 miliardi cumulativi non mitigano tanto la situazione.
Da questi dati si può trarre come summa il dato che non solo non è l'Euro la causa del debito pubblico , ma che il debito pubblico è debito privato che poi si è scaricato sul pubblico. La medicina quindi non è tagliare la spesa pubblica, ma questa viene utilizzata solo come moneta sonante per poter risanare il defici della bilancia commerciale. Tagliare pensioni, welfare , stato sociale non cura la malattia, ma solo serve come medicina per poter , sperare di sanare il male che ha altre radici, ed altre cause.
L'altro dato è che , ancora, non è l'Euro la causa che ha dato origine ma solo una concausa.Ossia è stata una concezione esclusivamente monetarista dell'Euro che ha portato al generare l'aumento delle disparita economiche fra paesi europee. Invece di essere strumento di unione e di omegenizzazione dei paesi europei è stato strumento di disomogeinizzazione e di aumento delle disparità fra i paesi.
MA il dibattito politico o meglio che i partiti e uomini politici propongono è esattamente sfuggire la vera ragione della crisi europea. Da un lato vi sono i convinti europeisti e della attuale politica europea. Continuare su questa concezione, con al massimo qualche aggiustamento. Sono i prodiani più o meno convinti fino ai liberisti monetaristi alla Monti. Questa politica non ci porterà che ad aumentare la miseria e l'impoverimento delle nazioni più in crisi ed ad aumentare il divario fra i paesi ricchi e quelli poveri. Come i dati dal 2000 ad oggi hanno dimostrato e che il trend conferma Fino a che il baratro non colpirà tutta l'Europa. Perché la crisi dei mercati PIGS finirà per intaccare anche la Germania Poi vi sono i populisti demagogici, irresponsabili .Quelli che parlano di una fuoriuscita dall'Euro con un semplice referendum. Sono dei demagogici irresponsabili. che raccontano frottole per racimolare un po di consenso. Sanno benissimo che un referendum di questa natura non potrà mai essere indetto, non solo, ma anche ammesso, uscire dall'euro così sic et simpliciter non farebbe che aggravare la crisi non intacca le cause , ma solo gli effetti.
E come ai tempi della rivoluzione industriale i luddisti propagandavano la distruzione delle macchine che a loro dire avevano procurato miseria e disoccupazione. Certo! ma non era quella la vera ragione, ma come era stata utilizzati quelle macchine per chi, per quale scopo. Così per l'Euro. L'uscita dell'Euro senza al contempo quelle politiche fiscali, politiche dei redditi, spostare la disparità distributiva delle ricchezze prodotte servirà solo passare dalla padella alla brace. Ma per questo occorrerebbe parlare con i dati di fatto e con la conoscenza e non solo con battute o demagogia.

I nemici dei miei nemici sono miei amici.

di Zag - Fonte ListaSinistra Ogg: Agenda Monti

I nemici dei miei nemici sono miei amici.
Ecco il passaggio mentale che attira molti degli "sbadati" , dei "confusi" dei italioti elettori votanti. In questo Grillo rappresenta, e si costruisce il personaggio ad hoc. Le sue battute , le suoi interventi pubblici, sopratutto quando intravede qualche telecamera presente tra il suo proprio pubblico comizio, sono tutte improntate sullo scandalizzare, colpire emotivamente e moralmente, eticamente. Le parolacce, battute a sfondo sessista , puttane, cornuti, zoccole, vaffanculo, cazzo, figa, culo si sprecano.
Lo scopo?
Scandalizzare, provocare reazione da parte dei benpensanti, dai moralisti, giornalisti e operatori massmediatici da orario protetto .
Obbiettivo?
Provocare la condanna generalizzata da parte dei partigiani dei colpiti, delle vittime delle ingiurie, e al contempo la difesa, la comprensione, la partigianeria da parte dei critici ed ostili ai primi. Non importa quel che si dice, i contenuti politici di quel che si va propagandando. Importante è colpire allo stomaco, con la violenza di un uppercut da ferire , ma non uccidere, da stordire ma non metterlo KO . Perché se venisse messo al tappeto l'avversario, sfrondato da tutte le accuse, fumose e parolaie , spoglio da tutti i formalismi, cosa rimarrebbe dei suoi discorsi?
Il niente più vuoto.
E gli uni da questo punto di vista sono funzionali ai secondi. I nemici sono tra loro interdipendenti. Senza i grillini, i detentori della rappresentanza dovrebbero inventarsi il nemico in casa contro l'assenteismo, l'avversione a questo sistema. Senza i primi contro chi si potrebbero scagliare gli strali dei grilli parlanti?
Provate a fare un semplice esercizio semantico.
Scaricate un discorso dalla rete, o intervista del Grillo. Pulitelo da ogni parolaccia, da ogni violenza verbale, da ogni luogo comune , da ogni facile sillogismo.
Cosa rimane di concreto? ( p.es cosa faranno come leggi e provvedimenti nei primi cento giorni di governo)

Ora provate a prendere un discorso , di un che so, di un Berlusconi, di un Bersani, di un Renzi di un Vendola senza preferenza , libera scelta. Effettuate la stessa operazione, Questa volta la "rumenta" è di altra natura, E' retorica, fumosità idealista, riferimenti a idealità romantiche o luoghi comuni ( il comunismo o anti-comunismo , la libertà, la giustizia, la moralità, l'Europa, la lotta alla precarietà, il debito pubblico, la crescita, i cattivi e malefici gnomi finanziari, la crisi, ecc ecc.
P.S. Non fatevi prendere dall'emotività se sentite l'accusa contro queste "malvagità" proprio da coloro che queste malvagità l'han provocato, o al minimo l'han agevolato )
Cosa rimane di concreto?( p.es cosa faranno come leggi e provvedimenti nei primi cento giorni di governo)

Ora mettete a confronto i due risultati. Il niente è identico al niente = niente.

Ora se il voto è il fondamento della democrazia di questo sistema, se il voto rappresenta il massimo della rappresentazione e della materialità della volontà del "POPOLO", può questo essere dato al niente? Al vuoto assoluto? Alla retorica prolissa ed enfatica? Può essere il voto rappresentato solo da emotività , sensazione, speranze o al massimo da illusioni?
Io non delego. Io partecipo!

POST XMAS 2012 BLUES
"What a shit of a xmas, they left nothing"

 

mercoledì 26 dicembre 2012

Almeno sette motivi per sostenere Ingroia

- lavorincorsoasinistra -

di Fabio Marcelli
| 26 dicembre 2012
Bisogna davvero augurarsi che il
valoroso magistrato palermitano Ingroia sciolga in modo positivo la
riserva di qualche giorno di riflessione con la quale ha accettato
la candidatura a premier conferitagli da un’ampia coalizione
comprensiva di movimenti e partiti che si oppongono in modo netto
al neoliberismo e chiedono che la democrazia in Italia sia
riaffermata, consolidata ed ampliata. Vorrei elencare almeno sette
motivi più che validi per sostenere e votare Ingroia e la
coalizione che lo appoggia che in parte emergono anche dai dieci
punti che ha proposto all’attenzione. 1. Il suo strenuo impegno a
difesa dello Stato di diritto, manifestato senza compromessi anche
nel momento del ben noto conflitto con Napolitano a proposito delle
intercettazioni telefoniche. Vicenda nella quale Ingroia ha
espresso con coerenza il principio secondo il quale non possono
esistere nel nostro Paese zone franche, né personaggi dotati del
crisma dell’insindacabilità, con buona pace dei neomonarchici
annidati nelle pieghe del sistema democratico. Molto significativo
è del resto lo slogan che Ingroia ha adottato: “Partigiani della
Costituzione”. 2. La sua attenzione, professionale e non solo, nei
confronti dei fenomeni della mafia e della corruzione. Fenomeni al
tempo stesso nostrani e internazionali, rafforzati e incentivati
dall’attuale globalizzazione nel segno dei poteri finanziari
dominanti. E che ci costano caro sia in termini umani, che di
democrazia, che di meri dati economici, costituendo il vero piombo
sulle ali dell’Italia, piombo al quale neanche il governo Monti ha
dedicato la dovuta attenzione, sia per la sua organicità ai detti
poteri finanziari dominanti, sia perché era troppo impegnato a
distruggere i diritti e le garanzie dei lavoratori. Si veda in
questo senso il punto numero 4 del programma di Ingroia: “Vogliamo
una politica antimafia nuova che abbia come obiettivo ultimo non
solo il contenimento, ma l’eliminazione della mafia, e la colpisca
nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri
poteri, a cominciare dal potere politico”. 3. L’impronta fortemente
antiliberista del suo programma, basato sul rilancio della
democrazia nei posti di lavoro e sulla difesa dei beni pubblici e
comuni, che dovrà ovviamente comportare anche una precisa e
coerente battaglia in sede europea, dato che purtroppo l’Europa è
il luogo di origine di molte di tali politiche sciaguratamente
neoliberiste. E anche perché legalità e solidarietà, che egli pone
in testa al suo programma, sono entrambe antitetiche all’attuale
modello di sottosviluppo, basato sullo spadroneggiare dei poteri
forti, l’esasperazione delle differenze sociali e la devastazione
ambientale mediante le cosiddette grandi opere. Cui si accompagna
anche il rifiuto della burocrazia e dei vincoli non necessari nei
confronti dell’attività d’impresa innovativa, oggi soffocata da
finanza, burocrazia e tasse. E ovviamente il ripudio della guerra,
con la fine della partecipazione a missioni militari che abbiano in
effetti carattere bellico. 4. L’attenzione mostrata nei confronti
di scuola, università e ricerca, di cui va assolutamente
salvaguardato il carattere pubblico e della cultura, giustamente
considerata alla stregua di motore della rinascita del Paese. 5.
L’impegno per la laicità dello Stato, obiettivo di portata
veramente storica e rivoluzionaria in uno Stato come l’Italia dove
il Vaticano penetra in qualsiasi schieramento politico. In nome
della salvaguardia delle differenze e del rispetto dei diritti
della persona che significano anche realizzazione delle aspettative
degli immigrati, oggi costretti fuori dalla cittadinanza. 6.
L’appoggio di sindaci, come Luigi de Magistris e Leoluca Orlando,
capaci di imporsi in situazioni difficili e degradate contando solo
sull’appoggio di poche forze politiche e della cittadinanza.
Sindaci che hanno avviato un percorso di rinnovamento locale che
deve oggi pervenire fino al centro del potere nazionale. 7. Infine,
per una ragione di carattere strategico, perché la convergenza tra
le forze politiche che hanno saputo, dentro e fuori il Parlamento,
mantenere alta la bandiera di un’opposizione non demagogica e
strumentale contro le politiche di Monti e del capitale
finanziario, il movimento arancione e “Cambiare si può”, può
determinare le condizioni per un rinnovamento effettivo della
politica vita nazionale. Spazzando via definitivamente sia il
tentativo revanscista di Berlusconi che tenta invano di riemergere
dalla pattumiera della storia, sia le politiche immobiliste e
legate ai poteri forti e alle cricche di Monti e della sua congrega
di banchieri ed alti burocrati. In quest’ultimo senso, la portata
dell’esperimento in corso va ben al di là delle prossime scadenze
elettorali, sia nazionali che regionali che locali. Si tratta
infatti di istituire un luogo di elaborazione politica e culturale,
un intellettuale collettivo radicato a fondo nel popolo italiano,
che sia capace di intraprendere e portare avanti i passaggi
rivoluzionari oggi necessari per dare un senso al futuro nel nostro
Paese e nel mondo. Dialogando in modo non settario con le altre
forze sinceramente interessate al cambiamento, siano esse tuttora
irregimentate in un Pd ancora eccessivamente subalterno al montismo
o presenti nel magmatico movimento Cinque Stelle, o disperse nelle
migliaia di comitati intenti a lottare nelle più varie situazioni,
dalla difesa di scuola, sanità e cultura da liquidazione e
privatizzazioni, da quella del tessuto industriale a quella del
territorio contro le speculazioni e il saccheggio.

Feste 2012, ecco perché a banchettare sulla nostra povertà è la speculazione internazionale

Autore: fabio sebastiani
- controlacrisi -
Le vere feste anche quest’anno sono per gli speculatori, che in realtà non hanno mai smesso di fare il loro sporco lavoro. Come nell’ultima vicenda della cosiddetta “soluzione europea” del dossier della Grecia, ovvero il buyback del debito greco. Secondo il New York Times, e non una pericolosa centrale di sovversione comunista, i veri vincitori sono gli hedge fund, ovvero i fondi ad alto rischio che ancora imperversano nel mondo. Secondo la testata Usa, la Commissione Europea ha deciso di non andare allo scontro con i fondi speculativi e la lobby bancaria, adottando una linea morbida che ha consentito agli hedge fund di trarre importanti profitti. La linea morbida ha avuto per oggetto il cosiddetto “haircuts”, ovvero il taglio degli interessi da parte dei detentori dei titoli della Grecia. Il NYT che cita una email di un manager di Deutsche Bank, che avrebbe suggerito all'Ue di entrare in trattative serrate con gli hedge fund, imponendo un meccanismo legale che li avrebbe costretti a vendere il debito nelle loro mani a un prezzo inferiore rispetto a quello che avrebbero accettato volontariamente. Ma l'Europa ha respinto ''la linea dell'approccio duro. E il risultato si e' visto il 12 dicembre quando la Grecia ha centrato il proprio obiettivo di riacquistare - riporta il New York Times - abbastanza bond da ritirare 21 miliardi di euro di debito. I vincitori di questa transazione sono stati gli hedge fund, che hanno incassato profitti piu' alti del previsto''.Questo sgombra il campo sulla cosiddetta “neutralità” del gruppo dirigente alla guida dell’Europa. Sull’argomento si spende pure Beppe Grillo, che nei giorni scorsi ha tenuto un comizio a Pescara. ''Appena le banche francesi e tedesche avranno ripreso il loro debito, noi possiamo anche fallire che non gliene frega piu' niente a nessuno”, ha detto il leader del movimento “Cinque stelle”. Grillo ha spiegato che il ''curatore fallimentare'' Mario Monti e' stato mandato ''perche' noi siamo falliti l'anno scorso e meta' del debito era in mano alle banche tedesche e francesi; se fallivamo noi - ha affermato - falliva l'Europa e allora per riparare a questa cosa hanno mandato 'rigor'''.
Secondo Grillo, inoltre, ''non siamo piu' un mercato interessante, perche' i mercati emergenti non sono piu' i sei paesi del Sud Europa. I mercato emergenti - ha evidenziato - sono la Turchia, la Russia, il Brasile, il Messico e il Sud America. Sono questi i Paesi verso cui esporteranno i francesi e i tedeschi''. ''Nel 2011 i conti dello Stato erano perfetti - ha concluso Grillo - avevamo operato benissimo, avevamo speso meno di quello che avevamo incassato e avevamo 16 miliardi di euro di attivo. Solo che, quell'anno, ne abbiamo pagati 75 di miliardi per gli interessi sul debito. Dagli anni '80 ad oggi noi abbiamo messo da parte un tesoretto, come il buon padre di famiglia, di 480 miliardi di euro - ma ne abbiamo spesi 2.250 di interessi sul debito''.

martedì 25 dicembre 2012

HO VISTO UNA SCENA IERI

Postato il Martedì, 25 dicembre - fonte -
 









 DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Ho visto una scena in piscina ieri che ha fermato il mondo. Ha fermato il mio mondo e, per me, tutto il resto del mondo. In piscina vengono anche i disabili, fisici e mentali. Ci sono gli accompagnatori, o più raramente i familiari che li portano. Le carrozzine, l’argano per calarli in acqua, ecc. Nella piscina dove vado io c’è un corridoio in piastrelle azzurre che porta dagli spogliatoi alle vasche, e che fa un angolo retto vicino ai bagni. Lo si percorre per forza, ma il segmento più lungo è quello che parte dagli spogliatoi, così chi si spoglia davanti agli armadietti lo vede tutto.

Ieri ero appena arrivato, non c’era quasi nessuno, molto silenzio, ma quel silenzio che comunque fa rimbombo in piscina, non so se mi capite. Ero in piedi davanti a un armadietto e mi ero appena tolto la felpa, quando noto un ragazzo su una carrozzina fermo a metà del corridoio, come parcheggiato lì, da solo, rasente alla parete destra. Era in costume ed era non solo fisicamente disabile, braccia e gambe distorte, ma anche mentalmente disabile, lo sguardo non lasciava dubbi. Era fermo lì, leggermente ricurvo in avanti coi gomiti appoggiati ai braccioli.

Io ho continuato a spogliarmi, di tanto in tanto lo intravvedevo con la coda dell’occhio, poi non ho potuto non notare che la sua testa si era piegata ancor di più, non tanto, un poco, e dava dei piccoli sobbalzi. In un attimo mi è apparso chiaro, piangeva. Ma piano. Piano. Piangeva. Il mondo ha smesso di girare per me.

Non c’era nessuno, un corridoio di venti metri di piastrelle blu e quel ragazzo solo lì, che piangeva, da solo. Io immobile in pantaloni e torso nudo a fissarlo. Gli sono entrato dentro, tutto, in lui, nel suo pianto di solitudine. E non ho mai, mai nella mia vita toccato così tanta solitudine.

Non c’è nulla di più solo, di più abbandonato, di una mente schiacciata dall’impossibilità di elaborare ma che sente dolore. Di una mente e di un’anima soffocate dall’impossibilità di muoversi, di fare qualcosa per darsi sollievo, e che cedono alla disperazione. Tutto quell’essere stava così male da dover piangere, e io mi sono chiesto dove poteva quell’anima trovare aiuto, sollievo, soccorso in quei momenti della vita, così da solo. Mi sono chiesto quante volte gli sarà capitato di piangere così totalmente solo. Ho sentito un'incontenibile pietà per quel ragazzo. E lì mi è tornata in mente la favola dei libri del catechismo, con le illustrazioni dove il derelitto abbandonato da tutti piange, ma ignaro che dal cielo la mano di Gesù lo sta avvolgendo. Gesù lo ama. “Gli umili erediteranno la Terra”. E io so che non è vero, che non c’era uno straccio di nessuno ad amare dal cielo quel ragazzo piantato a metà di un corridoio di piastrelle, non c’è mai stato né ci sarà. E’ così orribilmente crudele. Lo è dall’inizio dei tempi, con l’aggiunta disperante che nessuno di noi mai capisce che l’unica mano di Gesù capace di dare salvezza è quella che creiamo noi, qui sulla nostra materiale Terra, quando sappiamo amare e consolare, e che se noi non lo faremo non ci sarà nessun Dio a farlo al posto nostro, né qui né dopo.

Lo dico ai pochissimi di voi che forse capiranno: tutto il mio lavoro vorrebbe arrivare a quel mondo migliore dove ci sia più tempo e benessere per darci di più gli uni agli altri sempre, che nessuno sia solo, lasciato, povero, torturato, angosciato, mai, mai a piangere da solo, anzi, che tutti i mezzi siano per lui.

Di fronte a una solitudine come quella che ho visto ieri il mondo mi si ferma. Diventa meno di niente, tutto il nostro fare e dire e dare importanza a questo e quello. Niente. Non conta più niente. Finché ci sarà una solitudine così, null’altro conterà niente per me.

Paolo Barnard
Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=533
25.12.2012

Intervista ad un medico e attivista dell'ospedale occupato di Petralona ad Atene.

- dinamopres -
Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della distruzione dell’assistenza sanitaria gratuita e con essa la distruzione di un diritto universale ed inalienabile come il diritto alla salute. L’intervista che presentiamo in questa puntata della nostra inchiesta sul tema, riguarda l’esperienza di una clinica occupata in un quartiere di Atene, Petralona.
La Grecia è stata in questi anni un laboratorio di sperimentazione dell’attacco alla società sferrato dalle élite finanziarie transnazionali attraverso le politiche di austerità. Ma la Grecia è anche un laboratorio di resistenza e autorganizzazione di un movimento forte, estremamente radicato in tanti settori sociali e in moltissimi luoghi del lavoro contemporaneo.
La lunghezza di questo testo potrebbe scoraggiarne la lettura e qualcuno potrebbe sperare di trovare, tra le righe di questa introduzione, una sintesi dei concetti più importanti affrontati dal medico/attivista. Al contrario, siamo convinti che un simile tentativo sarebbe per forza di cose fallimentare: gli spunti di riflessione, i racconti di lavoro politico quotidiano, gli strumenti organizzativi immaginati e realizzati, vanno letti con attenzione e gustati lentamente.
Su un punto, però, vorremmo richiamare l’attenzione: come emerge chiaramente in diversi passaggi, il diritto all’assistenza sanitaria è qualcosa che riguarda tutti noi, non soltanto chi per scelta professionale è tenuto a difendere la vita, e la sua qualità, ad ogni costo. Non si tratta di uno qualsiasi tra i tanti, e tutti importanti, diritti sociali. Il diritto a ricevere delle cure mediche riguarda la base stessa di tutti gli altri: riguarda il diritto inviolabile alla vita, di cui ogni persona (a prescindere dal proprio status sociale, dalla propria condizione economica o dalla provenienza geografica) deve avere la possibilità di godere in maniera assoluta e imprescindibile. Allo stesso tempo questo diritto è già stato intaccato dagli interessi delle multinazionali del farmaco, delle cure mediche e dalla direzione verso la sanità assicurativa intrapresa in diversi paesi.
La ferocia dell’attacco che sta distruggendo i sistemi sanitari pubblici, da Atene a Madrid, da Lisbona a Roma, chiama tutti noi a non delegare e a lottare in prima persona per il nostro presente e il nostro futuro. Allo stesso tempo ci offre la possibilità di immaginare e praticare un mondo diverso, migliore, in cui la medicina sia messa realmente al servizio delle esigenze delle persone.
Le lotte che stanno crescendo in questi giorni a Roma, nel Lazio, in Italia, sono forse il preludio di una battaglia più grande e più dura che dovremo combattere nei prossimi anni per riprendere in mano le nostre vite, i nostri corpi, la nostra felicità. Le misure imposte alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna, sono già pronte per colpire l’Italia, e lo stanno già facendo (e infatti i maggiori tagli dell’ultima spending review riguardano proprio il campo della spesa sanitaria). Ci vediamo sulle barricate.

Ci piacerebbe cominciare chiedendoti un breve racconto della vostra esperienza. Attraverso questo racconto vorremmo indagare sia circa i cambiamenti prodotti dalla crisi nel sistema sanitario greco, sia come il vostro progetto è stato trasformato da questi cambiamenti.
Dunque, il progetto è iniziato dopo la rivolta di dicembre 2008. Durante la ribellione c’era un gruppo di lavoratori della sanità, dottori e farmacisti, che si sono uniti con altre persone che a quel tempo non avevano niente a che fare con il sistema sanitario e hanno deciso di aprire una discussione circa l’autorganizzazione nella sanità. Abbiamo discusso di molte cose… della situazione negli ospedali, di come la situazione dell’assistenza sanitaria ha effetti sociali e di come le condizioni sociali influenzano la sanità. Insomma, abbiamo aperto un discorso sulla salute in senso generale. Uno dei progetti era quello di occupare un ambulatorio abbandonato da anni dallo stato, in un quartiere di Atene. Il progetto è cominciato nel marzo del 2009. Lo abbiamo portato avanti insieme all’assemblea locale di questo quartiere di Atene, chiamato Petralona. Petralona è un quartiere di circa 15-20.000 persone. Nonostante ciò, ospita una delle più grandi e storiche assemblee locali. Alcune persone facenti parte dell’assemblea dei lavoratori della sanità di cui sopra erano anche membri di questa assemblea locale. Così ci hanno invitato a partecipare e nel marzo del 2009 c’è stata l’occupazione. La nostra idea originaria non si era ancora scontrata con la crisi, poiché non era così ovvio ciò che sarebbe successo nei mesi e negli anni successivi. Il nostro scopo principale non era soltanto offrire un servizio a quella parte di società che non era coperta da un’assicurazione [sanitaria] o che non aveva accesso agli ospedali e all’assistenza sanitaria. Il nostro scopo principale era, in maniera più generale, un diverso approccio alla sanità. Quindi noi volevamo esistere in una maniera diversa, approcciarci ai pazienti diversamente e avere prospettive differenti. Per esempio, noi crediamo che la salute sia qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi, perché chiunque nel corso della propria vita può avere un problema con il proprio stato di salute e aver bisogno di assistenza medica o di un ricovero. Inoltre, dovremmo anche considerare che la salute ha a che fare quasi con ogni cosa: è quello che respiriamo, quello che mangiamo, quello che pensiamo, lo stato delle relazioni con la famiglia, con gli amici… il modo in cui lavoriamo. La depressione sul lavoro è una cosa molto importante che causa danni sanitari, questo è affermato anche dalla letteratura medica ufficiale. La salute è allo stesso tempo qualcosa di veramente generico e di molto complesso, perciò abbiamo cercato di approcciarci alle cose dalla radice, sin dall’inizio. La nostra priorità non è dare un antidolorifico a chi ha dolore, la nostra priorità è mostrare al quartiere quali sono i problemi di salute che possono venire fuori da alcune industrie, dall’aria inquinata, dai ristoranti e dai bar che hanno la musica ad un volume alto e non permettono ai bambini di giocare perché hanno le sedie nel mezzo delle strade, cose del genere. Così è come abbiamo cominciato. Nel corso degli anni le cose sono cambiate ed ora, se parliamo di successo in termini numerici, vanno anche molto meglio: molte più persone vengono da noi perché non hanno accesso al sistema sanitario ufficiale.

Tutti sanno, tutti zitti: un’analisi sulle condizioni di vita in Italia

- sinistrainrete -


Da qualche giorno sui giornali, nei tg, nei talk show televisivi, la domanda che tutti si stanno ponendo è:“Cosa succederà ora che riscende, per l’ennesima volta, in campo Berlusconi?”, “Il Pd come si comporterà? Riuscirà a vincere ma soprattutto a governare il Paese?”, “Quale sarà il ruolo di Mario Monti nel prossimo futuro?” e ancora “I mercati come si comporteranno ora, come valuteranno il sistema Italia?”.
Tutte domande legittime, per carità, per capire quello che sta succedendo nello scenario pre-elettorale che si sta delineando.

Peccato che siano domande lontane anni luce dai problemi veri.
I problemi di lavoratori, cassintegrati, disoccupati, studenti, famiglie che non possono più permettersi una settimana di ferie lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%, dal 2010 al 2011), che non hanno potuto riscaldare adeguatamente l'abitazione (dall'11,2% al 17,9%, in riferimento sempre allo stesso periodo), che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 33,3% al 38,5%) o che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%).
Ma andiamo con ordine.. Stando ai dati forniti dall’Istat nel suo rapporto sui redditi e le condizioni di vita, pubblicato lunedì scorso, nel 2011 il quadro delle condizioni di reddito e di vita in Italia risulta alquanto allarmante.
Il primo dato grave che risalta subito da questa analisi riassume in sé la situazione: nel 2011 il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell'ambito della strategia Europa 2020.
Rispetto al 2010 l'indicatore cresce di 2,6 punti percentuali a causa dall'aumento della quota di persone a rischio di povertà (dal 18,2% al 19,6%) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (dal 6,9% all'11,1%).

E’ da tener presente che la strategia Europa 2020 è stata messa in campo dalla Commissione Europea proponendosi degli obiettivi importantissimi, come si capisce dalle parole del Presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso: “La strategia Europa 2020 punta a rilanciare l'economia dell'UE nel prossimo decennio. In un mondo che cambia l'UE si propone di diventare un'economia intelligente, sostenibile e solidale. Queste tre priorità che si rafforzano a vicenda intendono aiutare l'UE e gli Stati membri a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. In pratica, l'Unione si è posta cinque ambiziosi obiettivi – in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e clima/energia – da raggiungere entro il 2020..”
A questo la Sora Lella saggiamente risponderebbe: “Annamo bene.. proprio bene!”

Ma andiamo avanti con un’altra carrellata di dati. Il rischio di povertà o esclusione sociale è più elevato rispetto a quello medio europeo (24,2%), soprattutto per la componente della severa deprivazione (11,1% contro una media dell'8,8%) e del rischio di povertà (19,6% contro 16,9%).

Il 19,4% delle persone residenti nel Mezzogiorno è gravemente deprivato
, valore più che doppio rispetto al Centro (7,5%) e triplo rispetto al Nord (6,4%). Nel Sud l'8,5% delle persone senza alcun sintomo di deprivazione nel 2010 diventa gravemente deprivato nel 2011, contro appena l'1,7% nel Nord e il 3% nel Centro, aggiunge l'Istat.

Dati che si commentano da soli.

Le nuove incrinature del pensiero unico non deviano il corso della Ue

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

Forse non c’era bisogno che Angela Merkel annunciasse al mondo che la crisi economica è destinata a durare ancora qualche anno, almeno cinque, e soprattutto che non si ha la più pallida idea di quando finirà, spegnendo così definitivamente quella luce in fondo al tunnel che a qualche visionario era parso di vedere. I dati che ci vengono sfornati ormai quotidianamente da centri studi istituzionali e non lo confermano già in modo praticamente unanime.

Da ultimo ci si è messa anche l’Istat, sfidando apertamente il divieto a sconfinare nel campo delle previsioni sul futuro, essendo i ricercatori dell’Istat, secondo alcuni, tenuti soltanto a fornire analisi del passato o fotografie del presente. Lo ha fatto ovviamente per quanto riguarda l’Italia, ma il suo contributo a spegnere i fuochi fatui della ripresa è stato impietoso con quell’11,4% di disoccupazione prevista per il 2013 (cui andrebbero aggiunti i sempre più numerosi lavoratori scoraggiati a cercare lavoro che perciò sfuggono alle statistiche ufficiali), connesso con uno 0,5% negativo per quanto riguarda l’aumento del Pil. Su quest’ultimo versante perciò la recessione rallenterebbe, mentre, com’era prevedibile, la disoccupazione e l’inoccupazione dei giovani aumenterebbero a ritmi molto rapidi.

Consistenti segnali di crisi anche per l’economia tedesca

Ma l’uscita della Merkel va intesa, da un lato, come un ribadimento che, malgrado gli insuccessi per il resto dell’Europa, la Germania deve continuare a soffiare sul fuoco del rigore, lo stesso che infiamma fuor di metafora le vie e le piazze di Atene; dall’altro lato come una mossa preelettorale, visto che in Germania si voterà nell’autunno del 2013, intendendo così rassicurare i propri cittadini riguardo a ciò che più temono, la mutualizzazione del debito. E’ possibile anche una terza lettura della dichiarazione della Merkel. Infatti, così dicendo, la cancelliera tedesca vuole rendere meno grave agli occhi di tutti i nuovi dati che dimostrano un evidente rallentamento, quando non l’inizio di una caduta, della fin qui florida economia tedesca, iscrivendoli in un contesto europeo e mondiale che in qualche modo li attenua e li giustifica.

In effetti gli scricchiolii del gigante teutonico sono direttamente legati all’aggravarsi della crisi europea cui lo stesso ha contribuito da protagonista. Tra le imprese tedesche comincia e serpeggiare la sfiducia, elemento da non sottovalutare mai in quella “scienza triste” che è l’economia. Nel 2012, anche se l’anno non è ancora concluso, il quadro appare tutt’altro che positivo. Infatti a fine ottobre risultava che gli ordini alle imprese tedesche, provenienti dai paesi dell’Eurozona, erano diminuiti del 20% rispetto al 2007, cioè dall’inizio della grande crisi, come ormai è opportuno chiamarla. La situazione è critica anche dal punto di vista dell’export, solitamente motore trainante dell’economia tedesca. La Germania ha infatti spinto sempre più in là i confini del proprio bacino commerciale. L’area Euro conta oggi solo per il 35% sul totale delle esportazioni tedesche, il che significa una diminuzione di ben 10 punti nell’arco di cinque anni. La quantità delle esportazioni tedesche nell’Eurozona si è quindi ridotta al doppio di quella verso l’Asia, ove però il rallentamento programmato dello sviluppo cinese ridurrà la possibilità di compensare per questa via la perdita di capacità di assorbimento delle merci tedesche nell’area Euro.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters