Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 1 maggio 2013

Cremaschi: si è arresa anche la Fiom, fine del sindacato?

Scritto il 01/5/13 • 


«Se in un contratto nazionale o aziendale si aumenta l’orario di lavoro, si abbassano le qualifiche, si toglie ai lavoratori il diritto ad ammalarsi, e se la maggioranza dei rappresentanti sindacali e dei lavoratori accetta, la minoranza non può più opporsi. Non può fare sciopero, non può andare in tribunale, non può neanche tutelare quei lavoratori che non ci stanno. Altrimenti è fuori». In puro “sindacalese” questo si chiama “esigibilità”: ed è esattamente la clausola-capestro che ora ha accettato anche la Cgil, con la sola opposizione della componente “Rete 28 aprile”, alla stipula del nuovo patto sulla rappresentanza. Risultato: insieme a Cisl e Uil, anche la Camusso firma con Confindustria. D’ora in avanti, lo stesso Landini può scordarsi una “resistenza” come quella ingaggiata a Pomigliano, quando la Fiom trascinò la Fiat di Marchionne in tribunale. Fine dell’ultimo brandello di radicalismo sindacale: per Giorgio Cremaschi, è una capitolazione storica. Addio sindacato.
Maurizio Landini«Ovunque ci sia una lotta o una ribellione vera allo sfruttamento – scrive Cremaschi sul sito di “Rete 28 aprile” – il sindacato dev’essere preventivamente esigibile». Già oggi, invece, «le lotte sindacali più importanti e partecipate della Lombardia, Trenord e San Raffaele, vedono Cgil, Cisl Uil ostili ed estranee, come accade alla lotta dei lavoratori migranti della logistica e a tanti altri». Il problema degli accordi separati è superato, aggiunge l’ex leader della Fiom. «Tutti gli accordi sono preventivamente unitari perché non esiste più il diritto a non firmare ciò che non piace: si supera il problema del dissenso cancellando il diritto a dissentire, come la Fornero che ha superato la divisione tra chi è o non è tutelato dall’articolo 18, togliendo l’articolo 18 a tutti». Questo accordo, aggiunge Cremaschi, costituisce un esproprio di quella tanto auspicata legge sulla rappresentanza, che avrebbe dovuto finalmente garantire ai lavoratori il diritto alla democrazia sindacale, realizzando al contrario «una privatizzazione corporativa di questo loro diritto».
Del resto, questo è ciò che le “parti sociali” ricercano su un piano ben più ampio: i gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Confindustria hanno visto travolti dalle elezioni i rispettivi progetti politici. E le presidenziali, con la catastrofe del Pd, hanno scatenato l’angoscia tra i quadri della Cgil, i cui più anziani hanno già vissuto la crisi del Pci e la distruzione del Psi. I grandi sindacati confederali, accusa Cremaschi, escono da vent’anni di concertazione, di moderatismo rivendicativo, di istituzionalizzazione. «Tutta la struttura è stata selezionata da queste basi. Come si fa a cambiare? Così ci si aggrappa ad una Confindustria anch’essa colpita da crisi di rappresentanza ed efficacia. E si rilancia il patto corporativo tra i produttori, che oggi più che mai è prima di tutto una patto di sopravvivenza tra grandi burocrazie in crisi».
Susanna CamussoE ora, mentre tutti i riflettori sono concentrati sul “governissimo” di Napolitano, sindacati e Confindustria «stanno definendo il governissimo sindacale».
La Cgil, continua Cremaschi, aderisce al patto sulla rappresentanza con il concorso determinante di Maurizio Landini: senza il suo apporto, la segreteria di Susanna Camusso non avrebbe avuto oggi la forza politica di andare avanti. Perché? Si sprecano le analisi sui retroscena, mettendo in secondo piano il vero problema: Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e prestigio, con il “no” a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. «Ora quel “no” diventa un “sì”, attraverso l’accettazione della esigibilità». Landini, insiste Cremaschi, «ha il dovere di spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della Fiom, senza sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica». In ogni caso, «contro questo accordo che normalizza e centralizza autoritariamente tutte le relazioni sindacali, bisognerà lottare: tutte le forze e le esperienze sindacali che non ci stanno – dice Cremaschi – debbono organizzare la disobbedienza, il contrasto, la crisi del patto corporativo sulla rappresentanza». Bisogna reagire subito, perché «un regime sindacale degli “esigibili”, quando su tutti pesano i danni e i ricatti della disoccupazione di massa, è un altro macigno che precipita sul mondo del lavoro».

sabato 27 aprile 2013

No al governissimo sindacale.

di Giorgio Cremaschi - rete24aprile -
Il direttivo nazionale della CGIL ha dato via libera, con la sola opposizione della rete 28 aprile, alla stipula del patto sulla rappresentanza. Che bello, diranno gli ingenui, finalmente c'è la democrazia sindacale. Bè, non è proprio così. L'accordo che si prefigura si basa sullo scambio tra diritto alla rappresentanza e esigibilità degli accordi. Che vuol dire in concreto? Facciamo un esempio.(...)
Nel 2010 alla Fiat di Pomigliano Sergio Marchionne impose una accordo gravemente lesivo delle condizioni e delle libertà dei lavoratori. Quel patto fu accettato dalla maggioranza delle organizzazioni sindacali, delle rsu e dei lavoratori con un referendum. La FIOM comunque rifiutò quello che definì giustamente un ricatto, non accettò il pronunciamento maggioritario e si mise a contestare l'accordo per via sindacale e legale; e per questo fu esclusa dalla rappresentanza sindacale in Fiat e i suoi iscritti discriminati sul lavoro.

Con il nuovo accordo sulla rappresentanza tutto questo non succederà più.

La parola magica è esigibilità, termine del più puro sindacalese che oggi significa che chi vuol sedersi al tavolo della rappresentanza con i padroni deve preventivamente assicurare loro che cosa fatta capo ha.

Si azzera il sistema esistente e si riparte da capo. Ai tavoli dei contratti nazionali partecipano solo le organizzazioni che rappresentano più del 5% degli iscritti. A quelli dei contratti aziendali le rsu e i loro sindacati. L'accordo è valido quando la maggioranza dei sindacati o delle rsu lo sottoscrive. La consultazione dei lavoratori, non obbligatoria ma auspicata, può esprimere il suo giudizio finale. Ma cosa c'è allora che non va? L'esigibilità.

Per accedere a questo sistema si deve infatti sottoscrivere prima la rinuncia a contestare gli accordi che non si condividono.

Se in un contratto nazionale o aziendale si aumenta l'orario di lavoro, si abbassano le qualifiche, si toglie ai lavoratori il diritto ad ammalarsi, e se la maggioranza dei rappresentanti sindacali e dei lavoratori accetta, la minoranza non può più opporsi. Non può fare sciopero, non può andare in tribunale, non può neanche tutelare quei lavoratori che non ci stanno. Altrimenti è fuori.

Questo il succo, CGIL CISL UIL firmano con la Confindustria e così impegnano tutte le proprie organizzazioni e i propri delegati a rispettare il principio della esigibilità. Chi non ci sta è fuori. E gli altri sindacati? Se non ci stanno sono fuori e per starci, lo ripeto, devono preventivamente firmare che accetteranno qualunque accordo.

Ovunque ci sia una lotta o un ribellione vera allo sfruttamento, il sindacato dev'essere preventivamente esigibile. Già oggi succede, perché le lotte sindacali più importanti e partecipate della Lombardia, Trenord e S.Raffaele, vedono CGIL CISL UIL ostili ed estranee, come accade alla lotta dei lavoratori migranti della logistica e a tanti altri.

Però il problema degli accordi separati è superato. Tutti gli accordi sono preventivamente unitari perché non esiste più il diritto a non firmare ciò che non piace. Si supera il problema del dissenso cancellando il diritto a dissentire. Come la Fornero che ha superato la divisione tra chi è o non è tutelato dall'articolo 18, togliendo l'articolo 18 a tutti.

Questo accordo costituisce un esproprio di quella tanto auspicata legge sulla rappresentanza, che avrebbe dovuto finalmente garantire ai lavoratori il diritto alla democrazia sindacale, mentre invece realizza una privatizzazione corporativa di questo loro diritto.

Del resto questo è ciò che le "parti sociali" ricercano su un piano ben più ampio.

I gruppi dirigenti di CGIL, CISL e Confindustria hanno visto travolti dalle elezioni i rispettivi progetti politici. Le presidenziali, con la catastrofe del PD, hanno scatenato l'angoscia tra i quadri della CGIL, i cui più anziani hanno già vissuto la crisi del PCI e la distruzione del PSI.

Quindi la spinta ad affermare: che c'entriamo noi con la crisi politica noi siamo il sindacato, è fortissima. E sarebbe anche una buona cosa se fosse il segno di una volontà di rinnovare le pratiche della rappresentanza e del conflitto sociale. Ma CGIL CISL UIL escono da venti anni di concertazione, di moderatismo rivendicativo, di istituzionalizzazione. Tutta la struttura è stata selezionata da queste basi. Come si fa a cambiare?

Così ci si aggrappa ad una Confindustria anch'essa colpita da crisi di rappresentanza ed efficacia. E si rilancia il patto corporativo tra i produttori, che oggi più che mai è prima di tutto una patto di sopravvivenza tra grandi burocrazie in crisi.

Così, mentre tutti i riflettori dell'informazione sono concentrati sul governissimo di Giorgio Napolitano, CGIL CISL UIL e Confindustria stanno definendo il governissimo sindacale.

La CGIL aderisce al patto sulla rappresentanza con il concorso determinante di Maurizio Landini. Senza il suo apporto la segreteria di Susanna Camusso non avrebbe avuto oggi la forza politica di andare avanti. Perché?

Si sprecano le analisi di retroscena.

Ma questi dietro le quinte hanno però il difetto di nascondere la scena principale. Maurizio Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e prestigio, con il no a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. Ora quel no diventa un si attraverso l'accettazione della esigibilità. Maurizio Landini ha il dovere di spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della FIOM, senza sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica.

In ogni caso contro questo accordo che normalizza e centralizza autoritariamente tutte le relazioni sindacali, bisognerà lottare. Tutte le forze e le esperienze sindacali che non ci stanno debbono organizzare la disobbedienza, il contrasto, la crisi del patto corporativo sulla rappresentanza.

Un regime sindacale degli esigibili, quando su tutti pesano i danni e i ricatti della disoccupazione di massa, è un altro macigno che precipita sul mondo del lavoro, bisogna reagire subito.

sabato 29 dicembre 2012

Lavorare peggio, un modello europeo

di Matteo Rinaldini - sbilanciamoci -
Perché peggiorano le condizioni di lavoro in Europa. Un libro spiega come i modelli organizzativi, la regolazione di mercato e la mediazione istituzionale hanno chiuso gli spazi per democratizzare i rapporti di lavoro
Il libro collettaneo Workers, Citizens, Governance. Socio-Cultural Innovation at Work, curato da Garibaldo, Baglioni, Casey e Telljohannn, ha due obiettivi espliciti: da una parte ricostruire le caratteristiche salienti delle attuali condizioni di lavoro in Europa, dell’organizzazione della produzione che si è affermata e delle istituzioni europee di regolazione dei mercati e del welfare state; dall’altra, indicare percorsi di innovazione in ambito organizzativo, manageriale e istituzionale che siano in grado di invertire la direzione dei processi socioeconomici del passato, ancora oggi largamente dominanti. Ciò che allo stesso tempo interessa gli autori dei saggi raccolti nel volume è lo stato di salute attuale, lo spazio d’azione a disposizione e le prospettive future delle organizzazioni dei lavoratori. Tuttavia, per comprendere tutto questo conviene partire dalle due tesi di fondo che rappresentano i binari su cui scorrono le riflessioni svolte nei dodici contributi che formano il libro.
La prima tesi, esplicitata già nell’introduzione, è una constatazione forte che non lascia “vie di fuga” per chi voglia riflettere sull’attuale “stato di salute del lavoro” (e dei lavoratori). La tesi recita più o meno nel seguente modo: nel modello di sviluppo economico e sociale che si è affermato in Europa non c’è spazio per pratiche di democratizzazione del mondo del lavoro e della produzione. In altri termini, i processi sociali e culturali oggi dominanti in ambito organizzativo e nel campo delle relazioni industriali implicano che l’integrazione dei lavoratori (nei luoghi di lavoro, ma anche nella società più in generale) non possa passare attraverso una rappresentanza e una cittadinanza democratica, ma attraverso l’adeguamento alle regole e ai vincoli stabilito “di volta in volta” e “di luogo in luogo” dal management. Proprio questo “di volta in volta” e “di luogo in luogo” deve, tuttavia, essere considerato attentamente per comprendere a pieno la complessità del sistema di fronte a cui ci troviamo. Infatti, al netto di una tendenza generale al restringimento della dimensione della partecipazione democratica e della qualità del lavoro nei luoghi di produzione, la situazione appare differenziata al suo interno.
La specifica frammentazione della struttura industriale, la particolare ri-articolazione della catena del valore e l’esplosione della divisione sociale del lavoro – processi che hanno in comune una stessa logica di concentrazione (di potere decisionale) senza centralizzazione (delle strutture produttive) – e il carattere iper-competitivo dei mercati in cui la posta in gioco per le imprese non è semplicemente l’acquisizione di un vantaggio rispetto agli altri competitor, ma la sopravvivenza, hanno generato uno scenario in cui all’interno della stessa filiera produttiva o della stessa attività economica è possibile trovare condizioni di lavoro molto diverse tra loro. Tutto ciò, secondo gli autori, non deve però trarre in inganno e far pensare ad una normale riproposizione di configurazioni di potere del passato. Infatti, l’elemento di novità sta nel fatto che l’integrazione “tra chi sta in basso” (imprese e lavoratori) e “chi sta in alto” (imprese e lavoratori) è diventata sempre più stretta e le linee gerarchiche si sono rafforzate in modo inedito.
L’opzione gerarchia o mercato (make or buy) attraverso cui il mainstream economico spiega il funzionamento dell’impresa come istituzione di regolazione del mercato è, se così stanno le cose, da rivedere, poiché la possibilità di scelta delle imprese lungo la filiera sembra essere sempre più ridotta fino a scomparire man mano che ci si allontana dall’impresa leader. In altri termini, la relazione di potere appare del tutto sbilanciata verso le imprese che si situano al vertice della filiera, le quali determinano tempi, quantità e modalità di produzione delle imprese da loro dipendenti di fatto gerarchicamente (anche se attraverso una relazione di mercato). Il prezzo da pagare per non sottostare a tali vincoli da parte delle imprese che si situano nella parte più bassa della filiera non è un semplice riposizionamento strategico di mercato o un riassetto organizzativo, ma la morte. E d’altra parte le imprese leader della filiera, per l’acquisita sovra-capacità produttiva globale, sono a loro volta coinvolte in una competizione internazionale per la sopravvivenza ispirata al semplice principio di mors tua vita mea.

sabato 17 novembre 2012

14N Un Sud Europa autonomo e non rappresentabile

Fonte: globalproject.info | Autore: Antonio Musella
       
Fino a pochi mesi fa il premier Mario Monti dichiarava con grande vanto, in occasione dei vertici internazionali, che l'Italia non era come la Grecia o la Spagna, in Italia si applicavano le politiche di austerità e non c'era conflitto sociale. Chissà cosa dirà adesso al prossimo incontro tra i primi ministri europei.
Il 14 novembre ci dice tante cose, forse troppe per metterle a fuoco subito e per renderle in una sola breve analisi come vuole essere questa. Tra i diversi spunti però, vorrei provare ad approfondire due temi. Il primo è quello del senso politico della giornata, un'esperimento di sciopero europeo inizialmente convocato dalla Ces, la confederazione sindacale europea a cui aderiscono in Italia anche Cgil, Cisl e Uil, ed ha visto da subito il sostegno di alcune forze politiche della sinistra in Grecia (Syriza), Spagna (Izquierda Unida) e Portogallo (Bloco de Esquerda), gli altri Pigs in cui era convocata la giornata di sciopero.
In Italia il #14N arriva grazie alla Fiom che anticipa tutti convocando lo sciopero generale di categoria e costringendo la Cgil - ma non Cisl e Uil che formalmente aderiscono alla Ces - a convocare lo sciopero per il 14 novembre ma di sole 4 ore, a fronte degli scioperi nel resto del Sud Europa proclamati su tutta la giornata lavorativa.
Alla luce della settimana di mobilitazioni, che si è aperta a Napoli con gli scontri tra studenti, precari e disoccupati con la polizia in occasione del vertice italo-tedesco, possiamo dire che i promotori delle manifestazioni sindacali sono stati assolutamente messi in secondo piano dalla forza dei movimenti che hanno attraversato le mobilitazioni del #14N e da una composizione sociale senza dubbio non riducibile e non rappresentata dalle centrali sindacali né tantomeno dai partiti politici.
Ieri nelle piazze italiane c'erano più generazioni che vivono quotidianamanete la precarietà ed il peso delle politiche di austerità e rigore. Probabilmente sono quella parte di paese a cui poco interessano i dibattiti alla X-Factor delle primarie del centro sinistra, a cui poco interessa anche la purezza demagogica del grillismo e la sua assenza di un modello di società alternativa. Sono quelli che probabilmente non andranno a votare e sono senza dubbio i più incazzati del paese. Il collante tra questi giovani e giovanissimi è senza dubbio quello delle condizioni materiali di vita.
Mentre le piazze, piene, radicali e che reclamano una via d'uscita dalla crisi opposta alla linea della troika europea, venivano egemonizzate dai movimenti, partiti e sindacati scoprivano le loro nudità. Succede alla Cgil che mobilita poco in Italia rispetto alle piazze dei movimenti ed i cui dirigenti vengono contestati praticamente ovunque, succede ai leaders politici come Vendola e Fassina contestati a Pomigliano. Ma succede anche in Europa dove, ad esempio, a Lisbona il segretario della Cgtp viene interrotto dai petardi e dagli slogal dei movimenti.
Pertanto se da un lato possiamo dire che nel Sud Europa non esiste un dato di spontaneismo e non esiste dunque nessuna "rabbia sociale" che si autodetermina ma c'è appunto bisogno della costruzione di una agenda politica dei movimenti per esprimere un livello di conflittualità contro le politiche della Bce, dall'altro possiamo sostenere l'assoluta inadeguatezza delle centrali sindacali e dei partiti politici compatibili a vario titolo con le politiche di rigore europeo in questa fase, rispetto ad un pezzo d'Europa che viene schiacciato dalla crisi e dall'austerità.

martedì 13 novembre 2012

Rassegna.it intervista Bernadette Ségol (Ces): "L'austerità è un fallimento totale"

Fonte: rassegna
 
“Sarà una giornata d’azione e di solidarietà, perché secondo le diverse condizioni i sindacati d’Europa decideranno caso per caso la forma di mobilitazione più adeguata”. Bernadette Ségol, segretaria generale della Ces (la confederazione europea dei sindacati), descrive con queste parole la Giornata europea di protesta che si svolgerà in quasi tutti i paesi dell’Unione il prossimo 14 novembre.

“Manifestazioni e scioperi in alcuni paesi – prosegue Ségol –, azioni di solidarietà in altri dove non vi è stato il tempo d’organizzare azioni più visibili. Non va dimenticato, del resto, che questa mobilitazione generale è stata decisa in tempi molto rapidi, soltanto nella seconda metà di ottobre. Solidarietà è poi anche la strada per uscire dalla crisi. Parlo in questo caso di solidarietà economica. Dobbiamo insistere su questo aspetto: c’è un interesse generale a uscire dalla crisi, anche da parte di quei paesi che sono per il momento meno in difficoltà”.

Rassegna Questo significa che la crisi ha cambiato, o sta cambiando, anche il modus operandi dei sindacati?

Ségol Penso che i sindacati stiano diventando sempre più consapevoli dell’importanza del modello sociale europeo. Quando dico modello sociale europeo intendo servizi pubblici, protezione sociale, negoziazione collettiva, relazioni sociali e industriali. Ora mi sembra evidente che le politiche messe in atto in questo momento con il pretesto di combattere la crisi attaccano e indeboliscono questo modello. I sindacati in Europa, e la Confederazione europea in quanto tale, sono consapevoli che questa è al momento la vera posta in gioco.

Rassegna L’Europa ha davvero toccato il fondo? O il peggio deve ancora arrivare?

Ségol Sinceramente non lo so. Se penso a come gli economisti si sono sbagliati, prima e durante la crisi, dubito che le previsioni più ottimistiche si realizzeranno davvero. Su una cosa comunque dobbiamo essere chiari: per noi uscire dalla crisi è uscire dalla disoccupazione. Questo per noi è e sarà il primo vero segnale di una fuoriuscita dalle sabbie mobili della recessione, non gli indicatori economici e finanziari privi di un impatto concreto sulla realtà e sulla vita dei lavoratori. Da questo punto di vista, purtroppo, le cifre non sono affatto rassicuranti, visto che la disoccupazione è in aumento. L’altro indicatore importante è il rispetto delle diverse esperienze di contrattazione collettiva, e anche su questo versante i dati non possono non preoccuparci.

Rassegna Il Consiglio europeo ha adottato nel mese di giugno il Patto per la crescita e l’occupazione. Che giudizio ne dà la Ces?

Ségol Il patto è fatto di bric et de broc, ossia di elementi diversi messi lì un po’ alla rinfusa. In concreto: un aumento dei capitali e degli investimenti della Banca europea, per permettere maggiori prestiti a sostegno della crescita, e un migliore utilizzo dei fondi strutturali. Per ora nessuna delle due misure è stata davvero messa in opera. Era d’altra parte chiaro fin dall’inizio che sarebbero stati necessari sei mesi di preparazione e che quindi questo patto non sarebbe stato operativo prima del gennaio 2013. Aspettiamo allora di vedere i primi risultati. Anche se siamo molto scettici circa le sue effettive capacità di operare in favore della crescita, aspettiamo di vedere se i fondi strutturali e la Banca europea per gli investimenti saranno davvero capaci di orientare risorse economiche laddove necessario.

Rassegna E il contratto sociale proposto dalla Ces? Quali sono i suoi fondamenti?

Ségol Il contratto sociale, che all’unanimità è stato approvato dalla Confederazione europea dei sindacati, vuole in primo luogo mettere in rilievo che le soluzioni adottate fin qui non hanno funzionato e che bisogna battere altre strade: il dialogo sociale e le negoziazioni collettive, un altro tipo di governance economica, la giustizia sociale, a partire da una fiscalità più giusta. Per noi è anche un modo per rimettere la questione sociale al centro del dibattito europeo, questione che allo stato attuale è totalmente ignorata. Dobbiamo essere chiari: non ci sarà Europa senza Europa sociale, ossia senza benefici per le persone e per i lavoratori.

Rassegna Nell’Unione, invece, sembrano prevalere le politiche di austerità...

Ségol L’austerità ha fallito, questo è chiaro. Basta guardare a cosa sta succedendo in Portogallo, in Spagna e in Grecia: in tutti questi paesi nessuna previsione di uscita dalla crisi basata su misure d’austerità si è davvero realizzata. Un fallimento totale. Noi diciamo che bisogna cambiare le carte. Smetterla di tagliare i salari, smetterla di tagliare la protezione sociale e di attaccare la contrattazione collettiva. Bisogna trovare soluzioni attraverso la fiscalità e attraverso gli investimenti per rilanciare l’economia. Questo è il nostro messaggio.

Rassegna Chi ci guadagna con l’austerità?

Ségol C’è a livello europeo un’ideologia dominante neoliberista, secondo la quale per stare meglio dobbiamo rendere più flessibile il lavoro, liberalizzare i servizi pubblici e indebolire la protezione sociale. Le misure adottate per uscire dalla crisi s’ispirano chiaramente a quest’ideologia, e questo è certamente molto grave.

Rassegna Possiamo affermare che solidarietà è ancora in Europa una parola di senso comune?

Ségol Certo. Per noi sindacati, almeno, è così. Noi pensiamo che anche nei paesi in questo momento più forti debba prevalere nei confronti degli altri maggiormente in difficoltà questo spirito. Il discorso si fa più complesso al livello politico. Alcuni capi di governo si rendono conto che siamo tutti sulla stessa barca e che occorrono misure di solidarietà, ma la maggioranza tende a far prevalere i propri interessi particolari. Per fortuna, a livello sindacale, anche nei paesi più forti, la parola solidarietà ha un significato molto importante.

Rassegna Disoccupazione, precarietà, smantellamento dello Stato sociale: la situazione dei giovani del vecchio continente è divenuta insopportabile.

Ségol Credo che dobbiamo continuare a essere ottimisti, perché il pessimismo ci porterebbe a non più agire, a non fare e a non dire. Fare e dire sono forme di ottimismo, mentre il pessimismo è abbassare la guardia. Abbiamo fatto molta strada lungo il cammino dell’integrazione europea. Spero per questo che un progetto così ambizioso non venga abbandonato a causa di una crisi, che – vale la pena ricordarlo – non è stata provocata dai lavoratori, ma dal settore finanziario. Il nostro è quindi un ottimismo dell’azione, della volontà. Anche se i segnali che riceviamo in questo momento sono decisamente negativi, è nostra ferma intenzione continuare lungo questo percorso.

Rassegna Cosa chiede la Ces alle istituzioni europee?

Ségol Al governo europeo direi che è ora che dimostri la volontà di occuparsi dei cittadini e dei lavoratori. Che metta in atto garanzie per i giovani, o che permetta perlomeno che siano i governi nazionali a farlo, senza che queste siano contabilizzate come debito pubblico. Questo è il messaggio che inviamo, in vista della giornata del 14 novembre, alle istituzioni europee. Altrimenti anche coloro che ancora sostengono l’Europa smetteranno di farlo, di fronte a un’Unione che non si occupa di loro, che non li difende, che non li protegge.

Rassegna E alle parti sociali?

Ségol Alle parti sociali dico che è nell’interesse di tutti trovare delle soluzioni per uscire da questa situazione, ma devono essere delle soluzioni che rilancino l’economia reale. Bisogna quindi puntare sul dialogo sociale e sulla contrattazione collettiva, combattere il precariato e l’ingiustizia sociale e fiscale e smetterla di tagliare i salari, i servizi pubblici e la protezione sociale.

martedì 6 novembre 2012

Il vuoto d’Europa, la politica che non c’è

di Mario Pianta -sbilanciamoci -
A cinque anni dall’inizio della crisi, dov’è l’Europa? Istituzioni, politici e sindacati non riescono a pensare in un orizzonte europeo e lasciano il campo allo strapotere della Germania, che aggrava la crisi e cancella la democrazia. I movimenti che verranno a Firenze 10+10 propongono un cambio di rotta
Il Parlamento europeo boccia la Banca centrale europea non per la sua politica che protegge la finanza e aggrava la crisi, ma perché non trova una donna da inserire del Comitato esecutivo (il voto è solo consultivo). I sindacati di Grecia, Spagna e Portogallo convocano uno sciopero generale comune contro le politiche di austerità il 14 novembre e i sindacati italiani e europei restano in silenzio. I partiti socialisti e democratici di Francia, Italia e Germania vanno alle elezioni – tenute sei mesi fa a Parigi, tra cinque mesi da noi, tra un anno a Berlino – senza una posizione comune su Fiscal compact, eurobond e come uscire dalla recessione.
Dov’è l’Europa? Se guardiamo alle istituzioni, alla politica e al sindacato, il vuoto è impressionante. Subalterni al “pensiero unico” della finanza, ripiegati sulle convenienze elettorali di casa propria, i politici europei hanno disertato le loro responsabilità. Senza combattere, hanno lasciato il campo ad Angela Merkel e al protettorato tedesco sul continente che – alleato con la Banca Centrale Europea – da tre anni salva le banche e condanna alla depressione tutti gli altri, rafforza la Germania e sprofonda nella disperazione la periferia dell’Europa.
A cinque anni dallo scoppio della crisi finanziaria, le istituzioni europee sono sempre più parte del problema e non della soluzione. Hanno imposto un Trattato di stabilità (il Fiscal compact) che è tanto folle da essere (speriamo) irrealizzabile: pareggio di bilancio in costituzione, azzeramento del deficit pubblico, rimborso in vent’anni del debito pubblico che supera il 60% del Pil. Hanno affrontato la speculazione contro i paesi fragili regalando 1000 miliardi di euro alle banche che speculavano e messo in piedi un Meccanismo europeo di stabilità che non ha risorse per stabilizzare nulla. Impongono tagli di spesa, dei salari e dell’occupazione in Grecia, Portogallo e Spagna che portano i disoccupati al 25%, distruggono il welfare e la sanità, creano povertà di massa.
Manifestazioni ad Atene e Lisbona, indignados a Madrid, piccoli gruppi di Occupy a Londra e Francoforte, proteste frammentate in Italia e Francia sono state le reazioni di questi anni. Significative, ma inadeguate, queste risposte sociali si presentano ancora senza un orizzonte comune, senza una rete organizzativa europea, senza un’alternativa per il post-liberismo.
La politica istituzionale ha risposto con grande lentezza. A Parigi ha vinto François Hollande con l’alleanza socialisti-verdi, ma i cambiamenti stentano a vedersi; in Grecia la sinistra radicale di Syriza è balzata in avanti ma resta opposizione; in Olanda la spinta di socialdemocratici e socialisti ha comunque portato a una grande coalizione con i liberali. Il cambiamento di rotta dell’Europa non è nell’agenda dei governi e stenta a venire da processi elettorali ancorati a dinamiche strettamente nazionali.
Il paradosso di cinque anni di crisi drammatica senza proteste generalizzate e senza cambiamento politico significativo ha tre ragioni di fondo. La prima è l’opacità del potere in Europa. Manca una Costituzione, strutture “visibili” con responsabilità politiche, il potere ha una natura “dispersa” tra vertici del Consiglio europeo, direttive della Commissione, “indipendenza” della Bce, la voce grossa di Berlino e il potere dei tecnocrati. Tutto ciò rende difficile concentrare la protesta, fermare le decisioni, cambiare le politiche.
La seconda ragione è la tragica mancanza di democrazia in Europa. I capi di governo che decidono tutto – e lasciano che a decidere siano i più forti –, un Parlamento con poteri ridotti, partiti inesistenti a scala europea, autorità non legittimate dal voto dei cittadini e che rispondono soprattutto alle lobby delle imprese. In queste condizioni, anche quando l’opposizione alle politiche europee diventa maggioranza, come si può affermare in un sistema politico senza democrazia?
La terza ragione è l’assenza di uno spazio pubblico europeo, che apra discussioni e deliberazioni comuni, su problemi e soluzioni pensate a scala dell’Europa. Nemmeno la crisi ha fatto emergere un’opinione pubblica europea; l’azione della società civile è rimasta a scala nazionale; sindacati e movimenti hanno dato la priorità alle lotte di resistenza contro gli effetti della crisi; l’Europa non è (ancora) diventata l’orizzonte comune necessario per sconfiggere finanza e neoliberismo.
Eppure, tra il 1999 e il 2006 la critica della globalizzazione neoliberista era diventata la bandiera comune dei movimenti di tutto il mondo, con i Forum sociali mondiali iniziati a Porto Alegre e il primo Forum sociale europeo tenuto nel 2002 a Firenze, con grandi mobilitazioni transnazionali, contro la liberalizzazione di commercio, finanza e investimenti, per la cancellazione del debito del terzo mondo, la Tobin tax, il diritto ai farmaci, la protezione dell’ambiente. Una stagione che ha cambiato il modo di vedere la globalizzazione e organizzare la protesta, ed è riuscita a cambiare alcune politiche concrete: la notizia più recente è che la tassa sulle transazioni finanziarie sarà introdotta da 13 paesi europei.
La crisi ha rotto quest’orizzonte transnazionale e frammentato le mobilitazioni. La politica nazionale ha monopolizzato le energie, chiuso il dibattito in un quadro inadeguato, disperso i movimenti, stretto la società all’interno di dinamiche elettorali che non possono far altro che registrare l’ascesa di disaffezione e populismo. Ma un’occasione per uscire da questa stretta e ricostruire un orizzonte europeo c’è: a Firenze, dall’8 all’11 novembre, migliaia di persone da tutta Europa saranno all’incontro “Firenze 10+10” che chiede un’altra Europa, adesso.
Si metteranno in comune le analisi su quanto è successo, le esperienze costruite dal basso, le proposte su come far cambiare rotta all’Europa. Si intrecceranno i risultati del lavoro di reti sociali e sindacali, di gruppi di economisti e associazioni, l’esperienza di “Un’altra strada per l’Europa”, il forum al Parlamento europeo del 28 giugno scorso che ha messo a confronto movimenti e politici europei su economia e democrazia, con un documento finale che chiede di legare le mani alla finanza, risolvere il problema del debito con una responsabilità comune dell'eurozona, rovesciare le politiche di austerità, tutelare il lavoro, un new deal verde e una vera democrazia in Europa. Queste e molte altre le proposte che emergeranno a Firenze, per far cambiare rotta a un’Europa andata fuori strada. Prima che sia troppo tardi.

sabato 20 ottobre 2012

Il lavoro e la politica

Il lavoro e la politica

Francesco Ciafaloni

Mi riconosco nella ricostruzione di Mario Miegge (“Inchiesta”, n.174) del lavoro politico negli anni ‘50-’70, dalle analisi e proposte di Pino Ferraris, Vittorio Rieser, Vittorio Foa, dei “Quaderni Rossi”, all’intervento pratico dal basso, al lavoro di indagine, di elaborazione, di formazione, per il controllo sull’organizzazione del lavoro e sull’ambiente di lavoro di Ivar Oddone e della Flm, alla Fiat e in tutta Italia. Se qualcuno si meraviglia del peso che continuano ad avere i rappresentanti dei metalmeccanici, malgrado la crisi, la cassa integrazione, il rischio di chiusura degli stabilimenti, di perdita del lavoro, dovrebbe ricordare che gran parte dello Stato sociale che consente a noi tutti di vivere con un po’ di sicurezza e dignità viene da loro e dagli altri operai italiani che si sono mossi con loro. Il controllo della salute nelle fabbriche, il Sistema sanitario nazionale, deteriorato dalla corruzione e dalla tendenza a privatizzare, ma sempre uno dei più universalistici e meno costosi del mondo, il sistema pensionistico universalistico, vengono di lì, dalle lotte degli anni ’60 e ’70, dall’unità sindacale, dalla collaborazione tra medici, epidemiologi, sociologi ed operai, a Torino, Milano, Porto Marghera, Emilia. Il primo sciopero in grande, alla Fiat, nella primavera del ’68, fu per le pensioni. Il Sistema sanitario nazionale è stato pagato, all’inizio, dai soli lavoratori dipendenti, ma esteso a tutti. Tutti ricordano le baby pensioni dei pubblici dipendenti; pochi il carico sopportato dai lavoratori dipendenti privati. L’ambiente culturale di quegli anni fu il prodotto della collaborazione, del lavoro sul campo, di operai (Marchetto, Surdo, Mara, e migliaia di altri), medici (Tomatis, Maccacaro, Oddone), epidemiologi (Terracini), giuristi (Giugni), per nominare solo quelli emblematici. Può darsi che i meccanici più giovani di queste cose non ricordino nulla e che reagiscano come possono alle minacce e ai licenziamenti, ma la Fiom (il suo gruppo dirigente) lo ricorda; e non è disposta ad arrendersi a discrezione.


Il lavoro politico e il contesto

Molto è cambiato, in Italia e nel Mondo, dalla fine degli anni ’70. Negli Stati Uniti, in Europa, ed anche in Italia (che pure resta, con la Germania, del cui indotto fa parte, un paese manifatturiero), il numero degli operai in senso stretto diminuisce, e così il peso delle grandi aziende; il lavoro manifatturiero viene delocalizzato. Anche negli anni ’70 il capitale finanziario esisteva e contava, ma negli ultimi trent’anni ha stravinto, culturalmente e praticamente. Ha talmente stravinto che rischia di suicidarsi, di crisi in crisi, e di travolgere noi tutti. Il contesto politico è sconvolto, corrotto, bloccato dal tenace attaccamento al potere dalla consociazione dei notabili, malgrado il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica e il nuovo Governo, di destra, ma migliore del precedente.

Quaranta anni fa il contesto era tutt’altro che ideale. Non dimentichiamo la strage di Stato, la violenza, il terrorismo. Ma il lavoro nelle fabbriche, su temi specifici, come l’organizzazione del lavoro o la nocività, poteva appoggiarsi a sindacati e partiti che svolgevano ancora la loro funzione. Si poteva essere in disaccordo, si poteva polemizzare, organizzarsi, fondare partiti nuovi, ma una struttura di riferimento esisteva. La funzione di canalizzare la domanda politica non era affidata ai movimenti di protesta, o a piccoli gruppi. Se l’analisi dei fattori nocivi, l’iniziativa dai reparti, fosse stata affidata solo ai contatti diretti tra consigli non saremmo andati lontano. Le grandi organizzazioni sindacali, generali e di categoria, unitarie e non, inclusero i risultati e il metodo dei gruppi più attivi nella loro formazione e nelle loro piattaforme. Non credo che twitter o la rete stiano svolgendo o possano svolgere in futuro un ruolo analogo.

Inoltre, come giustamente sostiene Pino Ferraris, citato da Miegge, il tramonto della grande fabbrica rende molto più difficile la compresenza degli operai, la uguaglianza delle condizioni e la percezione dell’uguaglianza. Si moltiplicano le aziende e i contratti. C’è più lavoro politico da fare e meno possibilità di farlo. Cambiano i settori di attività; bisogna inventare forme nuove. Per rendere realistiche e dettagliate le proposte, che sono state tentate anche negli ultimi venti anni, dopo la fine del primo impatto della deindustrializzazione, bisogna richiamare alla memoria le cadute e le sconfitte, più gravi di recente, da cui in ogni caso bisogna partire.

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