Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 13 novembre 2012

Rassegna.it intervista Bernadette Ségol (Ces): "L'austerità è un fallimento totale"

Fonte: rassegna
 
“Sarà una giornata d’azione e di solidarietà, perché secondo le diverse condizioni i sindacati d’Europa decideranno caso per caso la forma di mobilitazione più adeguata”. Bernadette Ségol, segretaria generale della Ces (la confederazione europea dei sindacati), descrive con queste parole la Giornata europea di protesta che si svolgerà in quasi tutti i paesi dell’Unione il prossimo 14 novembre.

“Manifestazioni e scioperi in alcuni paesi – prosegue Ségol –, azioni di solidarietà in altri dove non vi è stato il tempo d’organizzare azioni più visibili. Non va dimenticato, del resto, che questa mobilitazione generale è stata decisa in tempi molto rapidi, soltanto nella seconda metà di ottobre. Solidarietà è poi anche la strada per uscire dalla crisi. Parlo in questo caso di solidarietà economica. Dobbiamo insistere su questo aspetto: c’è un interesse generale a uscire dalla crisi, anche da parte di quei paesi che sono per il momento meno in difficoltà”.

Rassegna Questo significa che la crisi ha cambiato, o sta cambiando, anche il modus operandi dei sindacati?

Ségol Penso che i sindacati stiano diventando sempre più consapevoli dell’importanza del modello sociale europeo. Quando dico modello sociale europeo intendo servizi pubblici, protezione sociale, negoziazione collettiva, relazioni sociali e industriali. Ora mi sembra evidente che le politiche messe in atto in questo momento con il pretesto di combattere la crisi attaccano e indeboliscono questo modello. I sindacati in Europa, e la Confederazione europea in quanto tale, sono consapevoli che questa è al momento la vera posta in gioco.

Rassegna L’Europa ha davvero toccato il fondo? O il peggio deve ancora arrivare?

Ségol Sinceramente non lo so. Se penso a come gli economisti si sono sbagliati, prima e durante la crisi, dubito che le previsioni più ottimistiche si realizzeranno davvero. Su una cosa comunque dobbiamo essere chiari: per noi uscire dalla crisi è uscire dalla disoccupazione. Questo per noi è e sarà il primo vero segnale di una fuoriuscita dalle sabbie mobili della recessione, non gli indicatori economici e finanziari privi di un impatto concreto sulla realtà e sulla vita dei lavoratori. Da questo punto di vista, purtroppo, le cifre non sono affatto rassicuranti, visto che la disoccupazione è in aumento. L’altro indicatore importante è il rispetto delle diverse esperienze di contrattazione collettiva, e anche su questo versante i dati non possono non preoccuparci.

Rassegna Il Consiglio europeo ha adottato nel mese di giugno il Patto per la crescita e l’occupazione. Che giudizio ne dà la Ces?

Ségol Il patto è fatto di bric et de broc, ossia di elementi diversi messi lì un po’ alla rinfusa. In concreto: un aumento dei capitali e degli investimenti della Banca europea, per permettere maggiori prestiti a sostegno della crescita, e un migliore utilizzo dei fondi strutturali. Per ora nessuna delle due misure è stata davvero messa in opera. Era d’altra parte chiaro fin dall’inizio che sarebbero stati necessari sei mesi di preparazione e che quindi questo patto non sarebbe stato operativo prima del gennaio 2013. Aspettiamo allora di vedere i primi risultati. Anche se siamo molto scettici circa le sue effettive capacità di operare in favore della crescita, aspettiamo di vedere se i fondi strutturali e la Banca europea per gli investimenti saranno davvero capaci di orientare risorse economiche laddove necessario.

Rassegna E il contratto sociale proposto dalla Ces? Quali sono i suoi fondamenti?

Ségol Il contratto sociale, che all’unanimità è stato approvato dalla Confederazione europea dei sindacati, vuole in primo luogo mettere in rilievo che le soluzioni adottate fin qui non hanno funzionato e che bisogna battere altre strade: il dialogo sociale e le negoziazioni collettive, un altro tipo di governance economica, la giustizia sociale, a partire da una fiscalità più giusta. Per noi è anche un modo per rimettere la questione sociale al centro del dibattito europeo, questione che allo stato attuale è totalmente ignorata. Dobbiamo essere chiari: non ci sarà Europa senza Europa sociale, ossia senza benefici per le persone e per i lavoratori.

Rassegna Nell’Unione, invece, sembrano prevalere le politiche di austerità...

Ségol L’austerità ha fallito, questo è chiaro. Basta guardare a cosa sta succedendo in Portogallo, in Spagna e in Grecia: in tutti questi paesi nessuna previsione di uscita dalla crisi basata su misure d’austerità si è davvero realizzata. Un fallimento totale. Noi diciamo che bisogna cambiare le carte. Smetterla di tagliare i salari, smetterla di tagliare la protezione sociale e di attaccare la contrattazione collettiva. Bisogna trovare soluzioni attraverso la fiscalità e attraverso gli investimenti per rilanciare l’economia. Questo è il nostro messaggio.

Rassegna Chi ci guadagna con l’austerità?

Ségol C’è a livello europeo un’ideologia dominante neoliberista, secondo la quale per stare meglio dobbiamo rendere più flessibile il lavoro, liberalizzare i servizi pubblici e indebolire la protezione sociale. Le misure adottate per uscire dalla crisi s’ispirano chiaramente a quest’ideologia, e questo è certamente molto grave.

Rassegna Possiamo affermare che solidarietà è ancora in Europa una parola di senso comune?

Ségol Certo. Per noi sindacati, almeno, è così. Noi pensiamo che anche nei paesi in questo momento più forti debba prevalere nei confronti degli altri maggiormente in difficoltà questo spirito. Il discorso si fa più complesso al livello politico. Alcuni capi di governo si rendono conto che siamo tutti sulla stessa barca e che occorrono misure di solidarietà, ma la maggioranza tende a far prevalere i propri interessi particolari. Per fortuna, a livello sindacale, anche nei paesi più forti, la parola solidarietà ha un significato molto importante.

Rassegna Disoccupazione, precarietà, smantellamento dello Stato sociale: la situazione dei giovani del vecchio continente è divenuta insopportabile.

Ségol Credo che dobbiamo continuare a essere ottimisti, perché il pessimismo ci porterebbe a non più agire, a non fare e a non dire. Fare e dire sono forme di ottimismo, mentre il pessimismo è abbassare la guardia. Abbiamo fatto molta strada lungo il cammino dell’integrazione europea. Spero per questo che un progetto così ambizioso non venga abbandonato a causa di una crisi, che – vale la pena ricordarlo – non è stata provocata dai lavoratori, ma dal settore finanziario. Il nostro è quindi un ottimismo dell’azione, della volontà. Anche se i segnali che riceviamo in questo momento sono decisamente negativi, è nostra ferma intenzione continuare lungo questo percorso.

Rassegna Cosa chiede la Ces alle istituzioni europee?

Ségol Al governo europeo direi che è ora che dimostri la volontà di occuparsi dei cittadini e dei lavoratori. Che metta in atto garanzie per i giovani, o che permetta perlomeno che siano i governi nazionali a farlo, senza che queste siano contabilizzate come debito pubblico. Questo è il messaggio che inviamo, in vista della giornata del 14 novembre, alle istituzioni europee. Altrimenti anche coloro che ancora sostengono l’Europa smetteranno di farlo, di fronte a un’Unione che non si occupa di loro, che non li difende, che non li protegge.

Rassegna E alle parti sociali?

Ségol Alle parti sociali dico che è nell’interesse di tutti trovare delle soluzioni per uscire da questa situazione, ma devono essere delle soluzioni che rilancino l’economia reale. Bisogna quindi puntare sul dialogo sociale e sulla contrattazione collettiva, combattere il precariato e l’ingiustizia sociale e fiscale e smetterla di tagliare i salari, i servizi pubblici e la protezione sociale.

Assedio al Congreso e sciopero generale. Madrid in stato d'assedio.

- contropiano -

Assedio al Congreso e sciopero generale. Madrid in stato d'assedio
Da stasera si balla: parte l'assedio al Parlamento e tra poche ore i picchetti dei sindacati. Uno sciopero generale 'destituente' contro un governo, una classe politica e un sistema marci e squalificati. Il governo risponde mobilitando migliaia di poliziotti.

 Solo a Madrid il Ministero degli Interni di Madrid ha dispiegato ben 1300 effettivi delle Unità di Intervento della Polizia, cioè le unità antisommossa. Simili le cifre per quanto riguarda le altre grandi città, senza contare il dispiegamento degli altri corpi di sicurezza statali e di quelli che dipendono da alcuni governi regionali autonomi. Un modo esplicito per minacciare lavoratori e cittadini che domani vorranno incrociare le braccia e manifestare nel giorno dello sciopero generale convocato dalla stragrande maggioranza delle sigle sindacali, concertative ma anche di base e indipendenti (con l’esclusione dei sindacati indipendentista baschi e catalani che hanno una propria agenda di lotta contro il governo e la troika).

Nel mirino del vero e proprio stato d’assedio decretato dal governo di Mariano Rajoy ci sono soprattutto i picchetti organizzati dai sindacati all’ingresso dei poligoni industriali, dei grandi uffici pubblici, dei depositi degli autobus e delle metropolitane, dei grandi centri commerciali, degli aeroporti.

Anche se secondo le stime degli stessi sindacati l’adesione allo sciopero generale di domani dovrebbe essere inferiore a quello dello scorso 25 settembre, quando si registrò un’enorme partecipazione, il numero di picchetti dovrebbe essere invece maggiore. Ritardare o meglio ancora bloccare il trasporto pubblico è considerato fondamentale per permettere ai lavoratori - in particolare delle piccole imprese ricattati dai datori di lavoro - di poter aderire indirettamente allo sciopero con la giustificazione dell’impossibilità di raggiungere fisicamente il posto di lavoro.

E quindi i responsabili dell’ordine pubblico hanno già ricevuto chiare indicazioni di sciogliere gli assembramenti dei lavoratori all’ingresso dei posti di lavoro anche con l’uso della forza, per “garantire il diritto al lavoro” di chi non vorrà scioperare. Suona davvero paradossale che il governo voglia giustificare la repressione e il boicottaggio dello sciopero in un paese dove la disoccupazione è al 25%, la precarietà e la sottoccupazione a livelli stellari e miliardi di euro continuano ad essere regalati dall’esecutivo alle banche e alle imprese. Che hanno potuto contare – queste ultime – su numerose leggi di favore in materia di licenziamenti facili e assunzioni con ‘contratti spazzatura’.

Pressati dalla propria base, i principali sindacati del paese – il socialista Ugt e le Comisiones Obreras, governate dagli ex comunisti di Izquierda Unida – hanno deciso di convocare lo sciopero mesi fa, in corrispondenza della discussione al parlamento di Madrid di un nuovo pacchetto di pesantissimi tagli al lavoro e allo stato sociale. Una decisione che di fatto ha trainato altre sigle sindacali europee, aderenti per la quasi totalità alla concertativa ‘Confederazione Europea dei Sindacati’, a mobilitarsi domani in quello che è uno dei primi scioperi a dimensione continentale. Anche se negli ultimi giorni gli scioperi annunciati in alcuni paesi si sono largamente ridimensionati, a causa della scelta in Italia da parte della Cgil di indire solo 4 ore di astensione e dei sindacati ellenici - sfiancati dalla sfilza di scioperi degli ultimi mesi – di sfilarsi parzialmente dalla giornata internazionale.

giovedì 8 novembre 2012

14 novembre, l’Europa in piazza contro il massacro sociale

GIORGIO CREMASCHI –


gcremaschi

E così tra il fumo dei lacrimogeni e delle bombe carta il parlamento greco ha approvato la nuova quota di tagli sociali, imposta dagli usurai della troika europea per concedere un po’ di crediti.
Con questa nuova rata l’insieme dei tagli alla spesa pubblica imposta da tutti, ripeto tutti, i governi della Unione Europea ammonta al 40% del pil greco. Come se da noi l’insieme delle manovre decise dai governi Berlusconi e Monti avesse tagliato oltre 600 miliardi di euro. Finora siamo ad un quarto di tale cifra e già le province annunciano che spegneranno il riscaldamento nelle scuole.
Immaginiamo dunque quale sia la condizione materiale del popolo greco, anche se facciamo fatica solo a concepirla perché quel paese, per restare nell’Europa dell’austerità, delle banche e dell’euro, sta uscendo dall’Europa dei diritti sociali e precipita in quella che una volta veniva chiamata la condizione del terzo mondo.
Quanti anziani, quanti bambini, quante donne, quanti poveri vedranno degradare le loro condizioni di vita fino a mettere a rischio la vita stessa, per la cancellazione di quel sistema di protezione che – dalla scuola, alla sanità, alle pensioni, ai contratti, alle tutele contro i licenziamenti – ha fatto faticosamente uscire dal medio evo questo nostro piccolo continente? Fu la vittoria contro il fascismo a costruire in Europa lo stato sociale e sono la destra liberista e la sinistra inutile e smemorata a demolirlo.
Da noi il regime dell’informazione tira un sospiro di sollievo bipartizan perché il parlamento greco ha messo sul lastrico altri milioni di persone: qui da noi tutto questo non è neanche degno di discussione, da noi si litiga su legge elettorale e primarie.
Già, le primarie del centrosinistra ove tutti i candidati sono impegnati a rispettare il fiscal compact e quei trattati europei grazie ai quali la Grecia viene distrutta, primarie ove si chiede a chi va votare di vigilare perché quei candidati mantengano quegli impegni.
Non so in quale percentuale, ma la responsabilità del massacro greco – attribuito quanto spetta al governo di quel paese, a Draghi, a Merkel e a Hollande – tocca anche a Monti, a Berlusconi, a Bersani e a chi accetta i vincoli europei.
Il popolo greco subisce danni e vittime paragonabili a quelli di una guerra e questo è un crimine e chi lo compie è un criminale.
Si può essere criminali perché si fa consapevolmente del male, oppure perché non ci si oppone a esso per opportunismo, paura, ignoranza. Ma resta il fatto che i crimini ci sono e i criminali sono tra noi.
Il 14 novembre ci sarà una prima giornata di lotta europea. È un appuntamento importante, giustamente fatto proprio dagli indignados spagnoli e dal No Monti Day, nonostante che la piattaforma ufficiale della confederazione sindacale europea sia totalmente subalterna alla criminalità economica. Noi andremo in piazza contro tutte le complicità verso il massacro della Grecia e di tutta l’Europa.
Giorgio Cremaschi
(8 novembre 2012)

giovedì 25 ottobre 2012

European-wide general strike November 14

How real? How relevant?

In at least four countries, there will be a general strike on November 14. There are calls to turn it into a European general strike. What to make of the idea, how to operate most fruitfully in connection to these and similar initiatives, is the subject of this article.

November 14 will – at the very least – see strike action against austerity in four European countries: Spain, Portugal, Greece and Cyprus. (1) There is the potential of much, much more, and people from very diverse backgrounds are working in the direction of en Europe-wide general strike on that day. Does it make sense? How can we contribute in such ways that N14 – as the date is beginning to be called – can become much more than yet another mostly symbolic action such as we have been seeing many times already?

First, the situation itself. Trade union federations have called nationwide one day general strikes for November 14 in the four countries I mentioned. Apparently, union federations in France and Italy are considering the idea as well. Let's be clear on the importance of this. Union federations do not launch these kind of strikes because they want serious resistance to austerity. Rather, they want these strikes as a show of force to strengthen their own positiaon as mediators of the class struggle, as managers of discontent. They want to show governments and bosses: hey, there is a lot of discontent amongst workers. We will try to hold it in check for you; it is our (rather well-paid) job. But you have to give some concessions, you have to soften your stance on austeriry a bit. Only that will enable us to play our role, ony then we can say to our members: trust us, don't rock the boat, we will bring about some improvements. To show governments that the trade union leaders have to be taken into account, trade union leaders call their members to strike, as if to say to govermnent: do you see all these angry workers? Do you feel the disruption they cause, for just one day? Now, do you appreciate our trouble to keep them quiet? Please help us doing so, by giving us concessions to increase our credibility among these workers. Or would you rather have these workers pushing us aside and fighting on their own terms? Would you rather have strtikes without fixed duration, wildcat strikes, all-out class confrontation?

These strikes, then, are entirely bureaucratic in their motivation, as far as trade union functionaries are concerned. Workers, however, tend to see them as opportunities to show their anger, and make their anger felt. Rightly so! For radicals, that makes them relevant. The more a strike call is supported, in as militant a fashion as possible, the stronger workers will feel, the stronger ties of solidarity will be built.. In itself, this does not stop governments or austerity policies. But it builds working class strength and confidence needed for a serious struggle. Trade union leaders use these kind of strikes to parade workers as their stage army. Radical workers, anarchists among them, want to see the soldiers of that army starting to fight on their own account, turning the stage army in an independent force fighting from below. That is whay libertarian communists should, in my view, take these strike calls seriously. Not because we trust the trade unions, but on the contrary, because we doe not trust them, and refuse to leave the struggle in their iron grip.

The general strikes on N14 will not, in themselves, stop austerity or bring down governments. Even a one day European strike will not do that. Greece has seen 20 general strikes of this type. Yet, the government did neither fall nor budge because of that. One can say that, without the discontente expressed through thesee strikes, the Greek goverment and the EU bureaucrats would feel even more arrogantly confident to push on; in that sense, the strikes may have acted as a brake. But it is clear that to beat back austerity, a much more offensive approach – ongoing strikes, occupations, street blockades, confrontation with the state – will be needed (2). But the mobilizations around the strikes can be used as stepping stones in that direction. The same applies to the European wide strike action now being organized and discussed for N14. And yes, when you are striking in Spain in the knowledge that workers in Greece, Portugal and Cyprus (and Italy? And France? And... ?) are out on strike, it probably raises your confidence, making you feel part of an even bigger whole. So yes, by all means, let's support the European-wide general strike – in our own independent fashion. It is not at all the magic trick to end our problems. But we can use it as part of building our fight – and spreading our ideas within the fight.

How? I have not very much to say here about the specifics of struggle in Spain, Portugal, Cyprus and Greece. The general idea is clear: making the strike as forceful as possible, challenging the top-down union bureaucratic grip on events, connecting with ongoing struggles, introducing direct-action dynamics within and around the strike and connected demonstrations. For instance, the anti-austerity protest organized in Londen last Saturday was by trade unions along familiar, bureaucratic, blowing-off-steam-and-then-go-home lines. However, as mentioned in “What October 20 tells us about the state of the movement”, on Libcom (3), Disabled People Against Cuts held a beautiful street blockade with wheelchairs as part of the action which raised the temperture and added to the pressure. Initiatives like these can make mobilizations much more forceful than trade union organizers intend them to be. Radicals in the countries where the strike is on will find their way.

There are, however countries where ther is no general strike call from trade union circles in sight. The Netherlands is one of these countries. Yes, ETUC, the European trade union federation, has made a call for “a day of action and solidarity on 14 November, including strikes, demonstrations, rallies and other actions.” (4) Not quite a call for a general strike, but a step in that direction. The purpose: “mobilising the European trade union movement behind ETUV policies as set down in the Social Compact for Europe”. Whatever is in that document, people will understand this call as a protest against the European-wide austerity policies, at least in their current form. Just like national general strike calls can be used to mobilize around in the direction of a more radical approach, the ETUC call can be used to build in the direction of European-wide strike action and more. This is what people, myself included, are trying to do in the Netherlands.

It is important to do it right, however. There is the temptation to get stuck on trade union territory, to just take the ETUC call, step to the unions and demand that they organize strike action, imploring them, pressurizing them, leaving it up to them. This is the approach that Trotskyists use in Britain: demanding that the TUC organize a general strike. Lenin's Tomb expresses the idea: “there is a basis for mass industrial action to happen if only the trade unions are willing to support it.” (5) Ah, if only! They will solve the problem for us! And what if they don't? Wait for better days and Sell the Paper? I think a much more fruitful approach can and should be tried. The idea of e a general strike on a European scale can be pushed by radical circles, whether anarchists, Occupy-related networks, other formal or informal netwerks of radicals.

For the day itself, street actions can be planned, noisy pots-and-pans protest marches ans assemblies like in Quebec last summer, blockades of buildings where hated, austerity-related institutions are seated, 'ordinary' demonstrations, pickets at embassies of states where general strikes are going forward. People might spontaneously get sick of austerity on that 14th of November as well. Anything to express solidarity with the struggle against austerity. Anyything to raise the anti-austerity temperature. And all exoplicitly connected to the general strike idea for N14. And who knows, there might just be an office department, a factory, a company, where workers are already so fed up and confident that they might come out on strike. There might even be a trade union branch or wing here and there that is sensitive to the mood, and starts supporting the idea. You never know how far you come unless you try. However, our approach should not make itself depend on that unions will or will not do. Independent initiative and organization from the bottom up, are essential. Waiting for the unions would be catastrophic and, more importantly, it is entirely unneccessary.

The idea has been tried before. On May Day this year, calls went out in the US for a general strike. Occupy- and related initiatives spread the call, and organized street protests on that day. No, it was not a general strike. But is spread the idea of such a strike, and it was a step in that direction. No, a combination of the actions that I mentioned for N14 will very likely not amount to a full general strike, it may not even come close. But it would spread the idea that strike action is needed and should be built, it would be a step in the right direction. And maybe it could become a dress rehearsal for something much bigger as well, on the First May 2013...

[1] “Anti-Austerity Allies Coming Together for Cordinated European Strikes”, Common Dreams, 19 oktober 2012,
[2] The insights that Thrasybulus expresses in “General strike: Round 20”, on Libcom.org, are vital here.
[3] Phil, “What October 20 tells us about the state of the movement”, Libcom.org, 21 October.
[4] ETUC, “ETUC day of action and solidarity for a Social Compact for Europe” , October 17
[5] “Mass protests against the cuts”, Lenin's tomb, October 20.

For this article, the forum thread on Libcom, “European general strike? 14 November” , has been very useful.

sabato 31 marzo 2012

Ieri la Grecia, oggi la Spagna, domani l'Italia ... e l'Europa??!!

di Marco D'Eramo - controlacrisi -
La marea spagnola
Ieri la Spagna ha incrociato le braccia ed è scesa in piazza. Ma quanti anni dovremo aspettare prima di poter scrivere che a proclamare lo sciopero generale e a invadere le piazze è stata l’Europa, non questo o quel paese?
Perché l’asimmetria è lampante. Da un lato c’è una destra europea che si muove all’unisono, con una concertazione continentale, con una meditata strategia transnazionale, con la tedesca Angela Merkel che fa campagna per il francese Nicolas Sarkozy: e non sottovalutiamo quest’appoggio elettorale, perché in esso vediamo il primo emergere di un vero partito conservatore europeo, di un’inedita dimensione partitica sovranazionale: in precedenza, a fare l’Europa erano stati Valéry Giscard d’Estaing (destra) ed Helmut Schmidt (socialdemocratico) e poi François Mitterrand (socialista) ed Helmut Kohl (democristiano), cioè Francia e Germania, non la destra o la sinistra delle due rive del Reno.
A questa nuova destra multinazionale – cui vanno iscritti d’ufficio l’inglese David Cameron, lo spagnolo Mariano Rajoy e il nostro Mario Monti – si dovrebbero contrapporre le diverse sinistre nazionali che invece si muovono ognuna per conto proprio e che, quando tentano un’iniziativa comune (come a Parigi il 17 marzo scorso), raggiungono tutt’al più una sintonia flebile e di facciata.
Stessa asimmetria sul terreno sociale. Da un lato i capitalisti o – come si ama dire oggi – «i mercati» che da anni sfruttano al meglio l’occasione della crisi economica per realizzare la «grande normalizzazione», per riportare la lancetta della storia a prima del 1929, per cancellare lo stato sociale e abrogare il compromesso tra capitale e lavoro. In Portogallo e in Spagna non ci sono articoli 18 da cancellare, ma il 23 marzo il Portogallo ha proclamato lo sciopero generale contro l’abolizione di ogni vincolo ai licenziamenti, e ieri è toccato alla Spagna protestare contro la flessibilità selvaggia che le è imposta; ma è sfuggito che mercoledì a scioperare contro la «riforma» delle pensioni erano gli insegnanti britannici che potranno ritirarsi solo a 68 anni, dopo aver pagato più contributi e ricevendo meno. Questi tre scioperi filmano a meraviglia quel che succede: da un lato una simultanea offensiva sovranazionale senza precedenti contro i diritti dei dipendenti salariati, dall’altro proteste slegate tra di loro e perciò destinate a soccombere.
Sia chiaro, è anche comprensibile la tentazione nazionalista o protezionista (come nel caso del candidato francese di sinistra Jean-Luc Mélenchon): mentre per la destra il potere non è solo quello dello stato ma anche quello del denaro che essa fiancheggia, l’unica leva di potere cui la sinistra può invece puntare è il controllo dell’apparato dello stato nazionale: se le rosicchiano anche quello, è inevitabile la sensazione di non avere in mano più niente tranne un guscio vuoto di sovranità. Per di più l’euro è una moneta unica che paradossalmente ha diviso invece di unire: ha esaltato le differenze e le irriducibilità tra i vari paesi rendendo più difficile concordare le iniziative tra le diverse sinistre: basti vedere la – variegata, ancorché sostanziale – subalternità delle varie «socialdemocrazie» al patto di stabilità fiscale che viene fatto loro ingoiare.
Ma quella nazionalista è una tentazione illusoria e vana. Finché i nostri partiti non si convinceranno che il terreno dello scontro è l’ìntera Unione e non il singolo paese, la partita rimarrà truccata (come in una storica ballata di Giovanna Marini) e non ci si potrà poi stupire se i cosiddetti tecnocrati esercitano sui ruderi della politica un dispotismo non si sa quanto illuminato.

lunedì 5 marzo 2012

STRIKE - 1° maggio 2012 - Occupy Oakland per la partecipazione allo sciopero generale globale dell'1 maggio 2012

- controlacrisi -
Lo sciopero generale è tornato, ricalibrato per un’era di profondi tagli alla spesa pubblica, di forme estreme di razzismo che colpiscono i migranti e di una massiva speculazione finanziaria che ha raggiunto livelli di rapacità senza precedenti. Nel 2011, la percentuale di lavoratori sindacalizzati negli Stati Uniti era dell’11,8%, circa 14.8 milioni di persone.
Ma queste cifre non dicono nulla dei milioni di persone che in questo paese sono disoccupate o sottoccupate. Questi numeri non parlano del blocco non documentato dei lavoratori impiegati nel lavoro manuale e domestico e trainato ampiamente dalle comunità di immigrati. Numeri che dimenticano le lavoratrici il cui luogo di lavoro è la casa e che tacciono di fronte all’economia invisibile del lavoro riproduttivo non pagato. Numeri che non includono gli studenti, indebitatisi per una cifra intorno ai 1.000 miliardi di dollari, costretti a fare più lavori per permettersi rette universitarie stellari. Numeri che lasciano fuori la realtà vissuta da un’alta percentuale di afroamericani che vengono rinchiusi dietro le sbarre delle prigioni o lasciati fuori da quelle di un impiego stabile e sicuro a causa della nostra società razzista.

A dicembre del 2011, il tasso ufficiale di disoccupazione a Oakland era uno sconvolgente 14.1%. Mentre città come Oakland sono devastate dall’austerity, gli ultimi dollari di denaro pubblico vengono spesi per finanziare i dipartimenti di polizia corrotti e militarizzati con lo scopo di contenere il conflitto sociale. Lo scorso 2 novembre, Occupy Oakland ha messo in atto il primo sciopero generale negli Stati Uniti da quello di Oakland del 1946, paralizzando il centro della città e bloccandone il porto. Noi dobbiamo reinventare lo sciopero generale per una fase storica in cui la maggior parte dei lavoratori non è più iscritta a un sindacato, e dove la gran parte di noi sta combattendo per il privilegio di lavorare o per ottenere miglioramenti marginali nelle condizioni di lavoro. Noi dobbiamo portare la lotta nelle strade, nelle scuole e negli uffici delle amministrazioni cittadine corrotte. Uno sciopero generale reinventato significa trovare soluzioni immediate per quelle comunità colpite dai tagli alla spesa pubblica e dalla continua azione repressiva della polizia: un’azione che vada al di là della semplice sostituzione dei nostri governanti. Occupy Oakland darà il suo contributo per imprimere al movimento Occupy una nuova direzione, che riconosca la necessità di trovare modi di provvedere ai nostri bisogni che superino le forme di assistenza statale. Perché noi dobbiamo attaccare anche quelle istituzioni che ci condannano a una vita miserabile di sfruttamento, debito e povertà crescente.

SE NOI NON POSSIAMO VIVERE, NOI NON LAVOREREMO.

Il primo maggio è una festa internazionale che commemora il massacro di Haymarket Square del 1886, quando anche allora a Chicago la polizia difendeva gli interessi dell’1%, attaccando e uccidendo i lavoratori che partecipavano a uno sciopero generale per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. Nonostante le parole dei politici, nel XXI secolo la lotta di classe è viva e vegeta e colpisce i lavoratori (la base sindacale e i non sindacalizzati), gli studenti, la popolazione di colore, i disoccupati e i sottoccupati, gli immigrati, i senzatetto, le donne, queer, trans e detenuti. Invece di scendere a compromessi con i mostri, è arrivata l’ora di combatterli. Ed è arrivata l’ora di fare della lotta una realtà quotidiana nella Bay Area. E non solo.

Il primo maggio 2012, Occupy Oakland parteciperà insieme a persone provenienti dai percorsi di vita più disparati e da tutti gli angoli del pianeta per dare vita a uno sciopero generale globale per paralizzare la circolazione globale del capitale, che giorno dopo giorno arricchisce le classi al potere e impoverisce il resto di noi. Non ci sarà nessuna vittoria, se non quella che otteniamo per noi stessi quando rivendichiamo mezzi di sussistenza dei quali ogni giorno continuiamo ad essere espropriati.

RIBELLATI PER UNA VITA DEGNA DI ESSERE VISSUTA.
SCIOPERA/BLOCCA/OCCUPA

[tratto da http://occupyoakland.org]

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