Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 10 settembre 2011

FUORI DAL DEBITO! FUORI DALL’EURO! Diamoci da fare.





22-23 ottobre 2011 ASSEMBLEA NAZIONALE
Qui sotto il testo che convoca l’assemblea. Un incontro aperto a chiunque condivida le nostre proposte. L’assemblea sarà divisa in due parti: la prima di analisi di quanto sta accadendo, nella seconda ci concentreremo su quanto si deve fare. Diversi saranno gli oratori. Quanto prima daremo il palinsesto e indicheremo dove questa assemblea si svolgerà. Per chi vorrà pernottare e usufruire dei pasti la prenotazione è obbligatoria. Scrivere a riv.dem@gmail.com

FUORI DAL DEBITO! FUORI DALL’EURO!

Scriviamo questo testo agli inizi di agosto. Da tre settimane le borse euro-atlantiche registrano un tonfo dopo l’altro. Vendite massicce su tutti i fronti. Non ci si sbarazza solo dei titoli di stato e delle obbligazioni bancarie dei paesi considerati gli “anelli deboli” della catena europea, ma pure delle azioni industriali. Altro che “panico” o “mercati che non capiscono”!
Le grandi consorterie affaristiche e bancarie, quelle che maneggiano montagne di denaro, danno per certa una nuova recessione, con effetto domino sui debiti sovrani, sull'eurozona, su tutta l'economia. Siamo davanti alla profezia che si auto avvera, al passaggio dalla recessione alla depressione. Le conseguenze sociali saranno devastanti, senza precedenti. L’Italia risulta in queste settimane il paese tra i più colpiti dal marasma finanziario. Crescono gli interessi che lo Stato deve pagare per poter finanziare il suo debito, cresce di converso il rischio di un crack delle banche italiane, visto che per far quadrare i loro traballanti bilanci hanno acquistato quantità crescenti di titoli del tesoro.

Capitaclisma economico


L’Assemblea che stiamo preparando potrebbe dunque svolgersi dopo la «tempesta perfetta», in un contesto drammatico, nel bel mezzo di un cataclisma. Se questo crollo a breve non è certo, la tendenza invece lo è, poiché la crisi è storico-sistemica, di portata epocale. E’ al tramonto il modello economico sociale e politico adottato dall’Occidente imperialistico dopo gli anni ’70 dell’offensiva operaia e l’avanzata delle resistenze antimperialiste. Deindustrializzazione e terziarizzazione, supremazia della rendita usuraria, consumismo compulsivo alimentato dalla crescita esponenziale dei debiti privato e pubblico, delocalizzazione di interi comparti industriali nei paesi a bassi salari e a controllo totalitario della forza lavoro, parassitismo generale, crescita delle economie criminali. Sbriciolando l’ordinamento sociale, ridislocando classi e ceti, il combinato composto di depressione e crisi del debito sovrano, detterà la nuova agenda politica, deciderà il rango delle diverse problematiche sociali.

Polarizzazione sociale

Le questioni secondarie diventeranno primarie e quelle primarie diventeranno secondarie. Quelle marginali diverranno irrilevanti. I movimenti per i diritti democratici e i beni comuni, che in questi anni hanno occupato la ribalta, confluiranno nella più generale sollevazione popolare per salvare il paese dalla catastrofe. I partiti politici, guidati da cricche corrotte e incompetenti, longa manus delle oligarchie parassitarie, potrebbero essere travolti, lasciando spazio a forze politiche e sociali nuove, a quelle appunto che sapranno indicare radicali vie d’uscita dalla crisi sistemica. Non è difficile intuire su quali linee avverrà questa polarizzazione. La posta in palio è come uscire da questa crisi storica, chi dovrà essere portato al macello, chi deterrà il potere dello Stato. Le due classi dominanti, la rendita usuraria e il capitale monopolistico, arrivate al dunque, faranno causa comune, costituiranno l’asse portante di un blocco sociale reazionario, pronto a qualsiasi avventura pur di restare al posto di comando e scaricare sul resto della società i costi della crisi.

Blocco popolare

Ove i loro partiti-fantoccio fallissero nell’addomesticare le masse, nell’obbligarle ad accettare draconiane politiche di sacrifici (questi sono i compiti loro assegnati), saranno messi da parte, per far posto ad un regime di nuova dittatura, magari anticipato da movimenti di massa reazionari di cui la piccola borghesia pauperizzata fungerà da testa d’ariete. Il nostro paese è quindi destinato ad entrare in una fase di grandi turbolenze e conflitti, di polarizzazione sociale e politica. Lo sbocco non è predeterminato, verrà deciso nel corso della battaglia. Come sempre vincerà il più forte. Si deve dar vita, per tempo, ad un Blocco popolare, si deve impedire che milioni di cittadini finiscano tra le braccia del populismo reazionario. Un Blocco pronto dunque non solo alla resistenza, ma a scalzare dal potere le oligarchie parassitarie e i loro fantocci politici. Se non ci riusciremo tutto sarà perduto, i diritti democratici, la dignità, le conquiste sociali, il futuro. Occorre agire per aprire un varco a questo Blocco nel muro ostile eretto dal sistema, e che separa le larghe masse dai compiti che la situazione impone loro, dalla consapevolezza della posta in palio. Questo varco si apre sapendo indicare sia le misure politiche e sociali fondamentali che i mezzi coi quali soltanto il paese può evitare di precipitare nel baratro. Due sono le misure urgenti decisive: la cancellazione del debito pubblico e l’uscita dall’euro.

Fuori dal debito!

Per capire perché la vicenda debiti sovrani è fondamentale occorre riconoscere la distanza che separa il capitalismo reale e post-industriale moderno da quello che fu. Siamo in un sistema ove predomina il capitalismo parassitario di Stato. Lo Stato, oltre al suo immenso patrimonio, incamera ogni anno una cifra che sorpassa quella di tutte le industrie manifatturiere messe assieme. Esso è il perno a cui la ruota gira, la fonte a cui si abbeverano non solo la rendita parassitaria e il sistema bancario, ma gli stessi grandi gruppi monopolistici industriali con le loro appendici. I partiti politici, quelli di opposizione non meno di quelli al governo, agitano lo spauracchio della “default”, affermando che solo pagando i debiti ai creditori si eviterà la catastrofe. E’ vero l’esatto contrario! Onorare il debito causerà la depressione economica, un nuovo pauperismo di massa, la fine dello stato sociale, il definitivo crollo del paese. L’alternativa è quella di chiudere i condotti attraverso cui passa l’ingente flusso di ricchezza pubblica che alimenta i santuari milionari della rendita e dei monopoli. Cancellare il debito significa porre i sigilli alla bisca capitalistica, liberando così ingenti risorse per la rinascita dell’Italia, per rilanciare l’economia produttiva, pubblica e privata, per difendere i beni comuni, per rifondare il sistema scolastico e la ricerca, per debellare la disoccupazione, per gettare le fondamenta di un nuovo ordine sociale.

Fuori dall’euro!

Ognuno sa che i guai, per le masse lavoratrici e per il paese, sono aumentati con l’adozione dell’euro, una valuta ideata su misura del capitalismo industriale e finanziario tedesco, che ha infatti agevolato le sue fortune. Le banche germaniche hanno fatto profitti prestando soldi ai paesi “meno virtuosi”, affinché questi ultimi si ingozzassero di merci tedesche. Da quando l’Italia ha adottato l’euro il paese è in recessione. La tempesta finanziaria ha poi spazzato il principale argomento con cui si convinsero i cittadini ad accettare come salvifici i sacrifici per entrare nell’eurozona: che abbandonando la lira saremmo stati al riparo da una crisi del debito sovrano. Cancellazione del debito e uscita dall’euro sono due facce della stessa medaglia. Tornare alla lira, ponendo la Banca d’Italia assieme a tutto il sistema bancario e assicurativo sotto controllo pubblico, non vuol dire essere antieuropeisti, vuol dire guardare in faccia la realtà, anticipare la tendenza obiettiva, che è quella della disgregazione dell’Unione monetaria. Non c’è alcuna ragione plausibile per cui le masse popolari italiane debbano fare inauditi sacrifici per salvare un’Unione oligarchica, fondata sulla moneta e su principi liberisti e destinata al fallimento.

Sollevazione

Non si cancella il debito e non si abbandona l’euro senza mandare a casa, assieme al governo, l’intero Parlamento, visto che tutti i partiti sono concordi nell’onorare il primo e nel difendere il secondo. La strada del cambiamento passa per una sollevazione di massa, per l’assedio ai santuari del potere, facendo fare a questo regime la stessa fine dei satrapi come Ben Alì e Mubarak. Solo un governo popolare potrà salvare il paese. Solo una rivoluzione democratica caccerà la casta dei parassiti e consegnerà, attraverso una Assemblea costituente per una nuova Repubblica, la sovranità effettiva ai cittadini. Per questo occorre la più larga unità. Per questo convochiamo l’assemblea del 22 e 23 ottobre
* Fai circolare quest'appello. Se intendi esserci anche tu scrivi a: riv.dem@gmail.com

L’euro, il dilemma tedesco e il rischio della "tempesta imperfetta".




di Pasquinellli Moreno. Fonte: sollevazione
Le dimissioni di Juergen Stark —uno dei sei membri del Consiglio esecutivo della Bce, vice-presidente della Deutsche Bundesbank—, causate dalla netta opposizione a che la Bce prosegua con l’acquisto dei titoli dei Piigs sui mercati secondari; hanno spinto le borse, già depresse, nel baratro. Venduto in poche ore un controvalore di oltre 157 miliardi. L'euro sceso a 1,36 sul dollaro. Rischizzati in alto i differenziali tra i titoli dei Piigs e Bund tedesco —aspettiamo domani per vedere se non sia salito anche il differenziale francese. L’ondata di vendite si è estesa anche a Wall Street, a conferma che oramai le sfere finanziarie delle due sponde dell’atlantico sono come gemelli siamesi.

Particolarmente grave la situazione per l’Italia. Il differenziale col Bund tedesco è tornato ai livelli dell'8 agosto, prima che scattasse l’intervento della Bce. Inequivocabile il segnale dei livelli raggiunti in giornata (ieri per chi legge) dai Credit Default Swap (le polizze per assicurarsi dal rischio di perdite) sull’Italia, i cui valori sono ai massimi storici: quota 448 punti. In questo contesto è chiaro perché si vende a tutto spiano: il rischio a comprare titoli e obbligazioni italiane è considerato troppo alto, malgrado i prezzi siano già da saldi di fine stagione. Per cui gli speculatori (come altro volete chiamarli?) preferiscono non comprare oggi ciò che danno per certo: che domani si potrà acquistare a prezzi ancor più stracciati.

Nessuno ha creduto alla versione ufficiale, che Stark si sia dimesso per ragioni personali. Che nella cupola della Bce ci fossero acque agitate lo si era capito ieri, dalle risposte inusualmente stizzite di Trichet alle domande dei giornalisti. Difficile credere che quello di Stark sia un gesto inconsulto. Anche se lo fosse egli è pur sempre un pezzo da novanta del mondo bancario tedesco. E’ invece plausibile che il suo gesto sia stato concordato con il governo della Merkel. Se è così il segnale è chiaro: la Germania non vuole che la Bce continui nella sua politica di salvataggio dei Piigs, in particolare dell’Italia. E se è così vuol dire che Berlino, come minimo, da per scontata l’ufficializzazione della bancarotta della Grecia, e quindi del totale fallimento (come anche da questo blog previsto) dei piani di salvataggio messi in atto dal 2010.

Der Spiegel del 4 giugno informava che, secondo le ultime attendibili stime, il salvataggio della Grecia sarebbe costato 100 miliardi (e non ottanta, come previsto). Di qui le grida in certi ambienti tedeschi (non distanti dal governo) sul fatto che sarebbe stato meglio lasciar fallire la Grecia e, come ultima ratio, determinare la sua uscita dall’euro. Si sapeva che Juergen Stark, malgrado la discrezione che deriva dal suo delicatissimo ruolo istituzionale non gli impedisse di dirlo in pubblico, la pensasse in questa maniera.

Il problema è dunque capire, o meglio decriptare, quali siano le vere intenzioni tedesche nel caso quasi certo che la crisi dell’eurozona dovesse precipitare. E’ probabile che anche ai vertici politici e finanziari della Germania ci sia maretta, se non un vero e proprio conflitto. Le dimissioni di Stark sono un segnale che si va rafforzando il gruppo dei falchi. Non si intenda per “falchi” coloro che propugnano un ritorno al Marco. Ma quando Mai! Con il passaggio dal marco all’euro il capitalismo tedesco ha ottenuto l’equivalente di una svalutazione che gli analisti calcolano tra il 5 e il 10% —di converso gli altri, tra cui l’Italia, con l’adozione dell’euro, è come se avesse rivalutato la propria moneta della cifra equivalente— dando una spinta fortissima alle esportazioni e all’attacco alle condizioni di vita e salariali dei lavoratori tedeschi.

«Come riconosciuto da più parti, i problemi dell'euro nascono anche dalla furia esportatrice del "made in Germany". La moderazione consumistica e salariale, combinata con gli incrementi di produttività dovuti al progressivo assorbimento e riqualificazione dei lavoratori dei Länder orientali ha contribuito al boom dell'export tedesco. All'impennata delle esportazioni hanno dato una mano l'euro, più debole di quanto non sarebbe stato il marco, il livellamento dei tassi d'interesse e una politica monetaria della Bce che ha supportato l'espansione della domanda nei Paesi della periferia, ma non in Germania». [1]

C’è una prima domanda: ma se non intendono tornare al marco, e al contempo non vogliono sacrificarsi sull’altare della difesa ad oltranza dell’eurozona, cosa hanno davvero in mente i capoccioni tedeschi? Poiché, conoscendoli, non lasciano nulla al caso, un piano ce l’hanno certamente. Hanno forse in mente la eccentrica alchimia di due euro? di una zona euro di serie a e una zona euro di serie b come alcuni da almeno un anno propongono? [2] Non ci è dato sapere. Di certo hanno messo nel conto la bancarotta e l’uscita di Grecia e di altri Piigs dall’eurozona. E’ il caso dell’Italia che gli complicherebbe le cose, data la stazza, non solo del debito italiano, ma della sua economia. Chi scrive ritiene che una moneta unica dei “virtuosi” (Germania, Austria, Slovenia, Slovacchia, Finlandia, Olanda, Lussemburgo, Francia e Belgio), anche se possibile, sarebbe improbabile, almeno per paesi come la Francia e il Belgio, i cui sistemi bancari sarebbero travolti dalla bancarotta dei debiti sovrani dei Piigs. Un euro dei virtuosi, se ci sarà, sarà la valuta della Germania e dei suoi sei satelliti economici —i satelliti, tenuto conto del predominio tedesco nei Balcani, in Polonia e nel Baltico sono molti di più. I Piggs del resto, non adotterebbero affatto una moneta comune, operazioni troppo ardua e alla fine anche illogica, ma torneranno alle loro valute nazionali.

Qualche esercizio di scenario.


di Riccardo Achilli - Fonte: bentornatabandierarossa
Introduzione
I dati occupazionali di agosto 2011 mostrano che, negli USA, non si è creato alcun posto di lavoro, contro una previsione su base mensile di 60.000-75.000 nuovi posti. E' la prima volta dal 1945 che la crescita occupazionale degli USA è nulla. Tale dato non è a beneficio dei collezionisti della statistica, o delle curiosità generate dalla presente fase recessiva. In realtà segnala la prosecuzione di una fase recessiva che sembra essere priva di via d'uscita. Le sciocchezze a proposito di “jobless recovery”, ovvero, in italiano, di ripresa senza lavoro, messe in campo da molti economisti e giornalisti economici, sono, per l'appunto, sciocchezze. Vediamo perché si tratta di sciocchezze, e che conseguenze il continuo peggioramento del mercato del lavoro potrà avere sul capitalismo globale, e qual è la strategia di uscita dalla crisi che il capitalismo sta mettendo in campo, aiutandoci con qualche considerazione di fatto, e pervenendo ad alcuni scenari possibili.

Alcuni dati di fatto e di scenario internazionale

Negli USA, il tasso di disoccupazione “reale”, ovvero comprensivo anche degli effetti di scoraggiamento nella ricerca di una occupazione non computati nel tasso ufficiale, è pari al 10,6%, mentre oltre il 12% della popolazione vive con meno del 40% del reddito mediano (fonte: Ocse). Nell'Unione Europea, il tasso di disoccupazione ufficiale raggiunge il 10,1%, più dell'8% della popolazione vive in condizioni di grave deprivazione materiale ed il 23% della popolazione è a rischio di caduta nella povertà (fonte: Eurostat).
Tutto ciò significa che una componente importante della popolazione, nelle aree economicamente più sviluppate del capitalismo globale, si avvia a generare ulteriore povertà nei prossimi mesi ed anni, e quindi a deprimere la domanda globale, già molto depressa, a causa della crescente area della povertà, che oramai si estende anche ad ampie fasce di chi lavora ed appartiene alla piccola borghesia. Infatti, la disoccupazione, dopo circa due anni in cui si rimane senza lavoro, tende a divenire strutturale, perché la perdita di competenze lavorative rende impossibile il rientro sul mercato del lavoro. In soldoni, già oggi, vi sono 9,6 milioni di disoccupati di lungo periodo in Europa, nonché altri 4,5 milioni fra USA e Canada ed 1,2 milioni in Giappone, che, per la lunghezza della loro permanenza in disoccupazione, non hanno più alcuna speranza di trovare una occupazione e che, quindi, alimenteranno ulteriormente il già pingue serbatoio dei poveri e spingeranno sempre più in basso i consumi globali.

Pertanto, anche le proiezioni, piuttosto ottimistiche, che comunque mostrano un rallentamento della crescita globale nel 2011-2012, stanno per essere aggiustate verso il basso. Ancora a Giugno, il FMI propagava ottimismo, prevedendo una crescita del 2,6% del PIL delle economie avanzate per il 2012 (che è comunque una crescita modestissima, se comparata con il 3% di un anno di sostanziale stagnazione produttiva globale e crisi occupazionale, come il 2010). Oggi (Il sole 24 Ore, 3 Settembre 2011) Roubini parla di una crescita che non supererà l'1%, e che quindi sarà sostanzialmente ferma. In realtà, Roubini prevede che una nuova recessione che segua quella del 2008-2009 abbia “più del 50% di probabilità di verificarsi nei prossimi mesi”. Martin Feldstein, del serbatoio degli economisti keynesiani di Harvard, nonché consigliere economico di Obama, lo dice chiaro e tondo: “potremmo già essere in recessione, senza aspettare i prossimi mesi. Non credo che ci sia molto da fare, in termini di politica monetaria o fiscale, per cambiare la direzione dell'economia. Sono molto preoccupato”. Pertanto, ciò rende evidente come sia assurdo pensare ad una ripresa senza lavoro. La ripresa senza lavoro è impensabile nel medio periodo, perché l'assenza di lavoro comporta una ulteriore diminuzione della domanda solvibile, quindi aggrava le condizioni di sovrapproduzione, generando quindi una nuova recessione, altro che ripresa!
D'altra parte, il tentativo di rassicurazione del cinese Min Zhu, vicedirettore del FMI (si sa, gli economisti, specie quelli del FMI, credono molto nell'idea fasulla, e lievemente esoterica, che le loro dichiarazioni possano modificare il trend delle aspettative degli operatori economici, rialzando quindi magicamente la crescita che non c'è) secondo il quale non ci sarà recessione, perché i Paesi emergenti sosterranno la domanda globale con la loro crescita, in realtà non dovrebbe suonare molto rassicurante alle orecchie delle economie capitaliste mature. Infatti, in primo luogo ciò significa che le speranze del capitalismo globale di non crollare saranno sostenute sempre più dalle economie emergenti, che ovviamente chiederanno contropartite consistenti in termini di ruolo nello scacchiere geopolitico mondiale. Ai danni, ovviamente, delle potenze capitalistiche tradizionali. Inoltre, le autorità di politica economica cinesi, come anche quelle di molti altri Paesi emergenti, hanno oggi la necessità di raffreddare la crescita della loro economia e dei loro consumi, perché il surriscaldamento della crescita provoca tensioni inflazionistiche (al proposito, Feldstein, in una intervista del 26 agosto, anticipa la decisione di rivalutare lo yuan, per rallentare la crescita interna cinese e raffreddare le tensioni inflazionistiche, con un tasso di inflazione giunto al 6%, cfr. Il Sole 24 Ore del 26 agosto 2011) e anche potenziali esplosioni di bolle immobiliari analoghe a quella esplosa negli USA nel 2007, alla radice dell'attuale recessione (l'aumento dei tassi di interesse ufficiali praticato dalle autorità cinesi dall'ottobre del 2010, proprio finalizzato a raffreddare la crescita e l'inflazione, sta infatti comportando una esplosione del costo dei mutui immobiliari, cfr. http://economia.bloglive.it/cina-deve-rivalutare-yuan-per-evitare-rischio-collasso-immobiliare-6953.html). Tuttavia, tale raffreddamento della crescita cinese comporterebbe, secondo stime ufficiali, diversi milioni di posti di lavoro in meno nei prossimi 10 anni, con ovvie ripercussioni sulle potenzialità del mercato interno cinese di sostenere, da solo, la ripresa produttiva delle economie capitalistiche mature. Considerazioni analoghe valgono per gli altri “BRIC” minori, come l'India, il Brasile o la Russia.
Pertanto, se è vero che è interesse dei Paesi BRIC di evitare che le economie di Europa e USA crollino del tutto, perché si tratta dei loro principali mercati di esportazione, e perché i BRIC hanno una notevole esposizione nei confronti del debito pubblico delle economie capitalistiche mature (basti pensare che la sola Cina detiene 110 miliardi di Treasury bonds) è anche vero che il sostegno che potranno dare, con il loro mercato interno, alle esportazioni provenienti da Europa ed USA, non potrà eccedere limiti imposti dagli equilibri interni alla loro stessa economia domestica, ed all'esigenza fisiologica di far rallentare progressivamente ed in modo pilotato un ritmo di crescita divenuto troppo elevato, e quindi insostenibile (insostenibile, peraltro, anche socialmente, perché la crescita economica impetuosa degli ultimi anni sta provocando effetti sociali non voluti dal regime cinese, come ad esempio un crescente conflitto sociale nella redistribuzione dei frutti di tale crescita, un crescente inurbamento di popolazione rurale che evolve culturalmente, e si fa sempre più portatrice di istanze democratizzanti).
Peraltro, è tutto da dimostrare che le potenze capitalistiche mature, ed in particolare gli USA, intendano cedere alla Cina le quote di potere geopolitico globale che il ruolo di “salvatrice” del capitalismo le accorderebbe. Il rischio di una conflittualità crescente fra una potenza imperialistica agonizzante ma ancora molto forte – gli USA – ed una emergente – la Cina – si farebbe serio.

Refrain.

di Elisabetta Teghil. Fonte: sinistrainrete
Fino a vent'anni fa, le grandi imprese funzionavano con un sistema di produzione integrato che impiegava migliaia di operai in sedi gigantesche.

La "nuova economia" ha ridotto le dimensioni degli impianti nei paesi occidentali attraverso le delocalizzazioni ed il subappalto: le prime in paesi dove le condizioni di lavoro sono schiavistiche, le seconde resuscitando forme, che non pensavamo più di vedere, di forte sfruttamento.

Le delocalizzazioni delle grandi fabbriche e lo sviluppo di unità di produzione in subappalto, hanno raggiunto l'obiettivo di aggirare la resistenza operaia e di costruire un nuovo rapporto con il lavoro e con le lotte sociali. Nell'ambito dei contratti lavorativi è stata introdotta ogni forma di individualizzazione, come quelle del salario e dei premi, nello sforzo, riuscito, di dissuadere gli operai/e da ogni tipo di azione collettiva. E questo comincia dalla procedura di assunzione dei lavoratori/trici che mira ad accertare la docilità dei/delle candidati/e. Questo spiega la scelta frequente, tutta nuova e diversa dal passato, di ricorrere a ragazze-madri.

Gli operai/e sono , nella quasi totalità pagati/e a salario minimo e viene fatto loro capire che non devono aspettarsi di fare carriera. Gli orari sono molto variabili, i gruppi di lavoro non si conoscono. Le lavoratrici/i vengono reclutate/i ad interim, per breve periodo, ed il rinnovo è in funzione del loro comportamento sul lavoro, nel quale devono dimostrare disponibilità e lealtà verso l'impresa. Non esercitano più un lavoro con un suo linguaggio, una sua cultura, i suoi modi di trasmissione tra anziani/e e nuovi/e, ma una sorta di opera puntuale legata ad un progetto.

Si è, così, distrutta una dimensione operaia che era capace di organizzarsi fuori dalla fabbrica perché faceva riferimento alle risorse politiche e simboliche create negli stabilimenti.
Questo segmento della società disponeva di categorie, di valori, di principi di esistenza rispetto ai quali si definiva. L'impegno nella militanza era un modo di "istruirsi" per colmare una parte del ritardo scolastico e culturale. La morfologia sociale era definita dal ruolo e dalla memoria del gruppo.

Il lavoro, che si fondava sulla stabilità dell'occupazione, aveva espresso propri valori all'interno degli ambienti lavorativi, prendendo le distanze dal controllo materiale e ideologico del datore di lavoro, sia privato che pubblico. Solidarietà e aiuto reciproco definivano uno spazio proprio ed un progetto di resistenza di fronte all'autorità unilaterale datoriale e conferivano ai lavoratori /trici un ruolo collettivo per battersi per il proprio destino e, magari, per il cambiamento della società.

Nel passato, le relazioni di lavoro potevano coagularsi intorno all'odio, ma, questo, veniva esercitato nei confronti della gerarchia e della direzione, quando non delle istituzioni. La novità del lavoro "moderno" è che l'aggressività è spostata sui colleghi e sugli utenti e i clienti, a spese dei quali bisogna dimostrare di essere capaci di meritare i premi di produzione, le promozioni o, semplicemente, il mantenimento del posto di lavoro.

In questa fase, di così detta "modernizzazione", la conflittualità è stata dichiarata "obsoleta" e i valori alternativi "arcaici". Sul lavoro si impara, così, la rinuncia ad ogni spirito di contraddizione, ad ogni distanza critica e si introiettano il conformismo e la delazione.

Non resta che il contratto di lavoro, spesso individuale, che è un contratto giuridico di subordinazione.
E' la socializzazione della sottomissione.
Tentare di sfuggire a questa logica significa rischiare l'esclusione sociale.
Il lavoro, da luogo di socializzazione, è diventato un luogo di scontro.
nuns are on the news; yesterday a minister told an obscene joke about raped nuns, today news papers reveal that Berlusconi likes his whores dressed as nuns
"I am not religious but I feel like vomiting"

venerdì 9 settembre 2011

E' davvero più intelligente chi non vota Berlusconi?

Fonte: FabioNews
Ieri ho ricevuto da un amico questa barzelletta:

Un tizio entra in un bar super-tecnologico per bere qualcosa. Il barista è un robot e gli chiede qual è il suo quoziente d' intelligenza:

“150” è la risposta dell'uomo.

Allora il robot gli serve un whisky di malto di 16 anni, e inizia a parlargli del riscaldamento del globo, dell’interdipendenza ambientale, di problemi di meccanica quantistica, nanotecnologie ecc...

L’uomo incuriosito decide di testare ancora il robot. Ritorna il giorno dopo ed il robot, gli domanda qual è il suo quoziente d'intelligenza.

L'uomo risponde “90”

Allora il robot gli serve una birra, e inizia a parlargli di calcio, di donne, dei suoi piatti preferiti ecc..

Sempre più intrigato, il tizio ritorna ancora nel bar il giorno dopo, ed il robot gli richiede qual è il suo quoziente d'intelligenza.

Il tizio risponde “40”

Allora il robot gli serve un bicchiere di Tavernello e poi gli chiede:

“Allora, si vota per Berlusconi anche stavolta, eh???”

Sono consapevole che è solo una barzelletta ... (e una risata me la sono fatta) ma ritengo che dietro questa barzelletta simile a molte altre che circolano da anni, ci sia un pensiero "pericoloso" che è presente in molte, troppe persone e molte forze che si scandalizzano e si battono per "un'alternativa" all'attuale corte di buffoni che occupa le nostre istituzioni; ovvero che il problema dell'Italia di oggi sia Berlusconi e non il fatto che ci troviamo di fronte ad una crisi profonda dell'ideologia neoliberista che viene propagandata da Berlusconi come da Bersani ... come lo è stata in precedenza da Prodi, D'Alema, etc... come lo sarà domani da Fini, Tremonti o chicchessia; la sottomissione totale alle forze bancarie e finanziarie, la necessità di agire politicamente per rispondere solo ed esclusivamente ai mercati, il cieco inseguimento della crescita (del PIL) come unico valore di riferimento.

Penso che Berlusconi sia (scusate la metafora) un "tumore" che è assolutamente necessario rimuovere ma il male è ormai diffuso in tutto l'organismo "Italia" (e ben oltre i nostri confini) dalla politica, all'industria, dall'informazione a gran parte del mondo sindacale, ... e, soprattutto, nell'immaginario collettivo di moltissime persone che non riescono più a immaginare una società diversa, non riescono più a sognare un mondo migliore dove poter crescere i loro figli.

Credo che la presenza di una figura "circense" come quella del “nano” sia e sia stata funzionale per nascondere dietro alla demonizzazione o beatificazione di Berluska e dietro alle sue “performance artistiche” l'assoluta mancanza di differenze nelle politiche che continuiamo sbagliando a definire di destra e sinistra (forse per questo continua nonostante tutto a rimanere in sella?), la mancanza totale di idee alternative, l'assenza di progetti per società "diverse" dall'attuale e da ciò che sta diventando. Non per niente su grandi temi (penso alle guerre, alle privatizzazioni-svendite dei patrimoni e beni comuni, alla difesa della casta, alla repressione del dissenso, la distruzione dei diritti del lavoro, la promozione di grandi opere inutili-devastanti-dannose, ...) , tranne qualche opposizione di pura facciata, tutti si trovano in pieno accordo, da Berluska a Vendola passando per Napolitano.

Chi non vota Berlusconi continua a dimostrare un atteggiamento (ed a sentirsi) più intelligente di chi non lo vota (come sottolineato da questa barzelletta) ed a compiacersi di questa supposta superiorità intellettuale; ma se non votare Berlusconi significa credere che Bersani o chi per esso rappresenti un' "alternativa" siamo sicuri che si possa ancora credere in un "maggior quoziente di intelligenza"?

Basta guardare fuori dai nostri confini per rendersi conto che tutti i governi a prescindere dal "colore" (vedasi la Grecia socialista e il "fu apprezzato e progressista" governo Zapatero solo per fare qualche esempio) applicano le stesse identiche ricette distruggendo bei comuni, servizi, wellfare, diritti dei lavoratori... per risanare le banche, finanziare le guerre, promuovere gli interessi della finanza e delle grandi industrie multinazionali...

Si può dire che ha un maggior quoziente di intelligenza chi è consapevole di tutto questo e continua a votare Berlusconi o Bersani per "interesse personale" perché fa parte di quella "cricca" che trae vantaggio da questa situazione ma tutti coloro che spacciano il Berluska come la causa di tutti i mali, che si appassionano nelle finte dispute televisive, che credono che eliminando Berlusconi dalla scena politica si apriranno nuovi orizzonti per questo paese sono più intelligenti di chi lo vota?

Più onesti, più civili, ... sono d'accordo, ma più intelligenti?

Ne dubitavo 10 anni fa, quando era molto più facile non vedere, non capire ... quando i problemi che viviamo oggi sulla nostra pelle erano prerogativa dei paesi "del sud del mondo" ricattati dal FMI e al BM, quando molte illusioni erano ancora "credibili" ...
Oggi, senza voler offendere nessuno, i miei dubbi sono ancor più profondi...

L'unica speranza è che intervenendo per rimuovere il "tumore Berlusconi" ci si accorga che le metastasi sono molte ed è l'intero organismo ad essere malato.. per il resto Berlusconi o non Berlusconi la discesa verso il baratro non è destinata a rallentare, a meno che il diffondersi di questa consapevolezza sia più veloce del precipitare degli eventi..

La Siria nell'occhio del ciclone. I sospetti russi sul dopo Libia.

Intervista a Boris Dolgov, dell'Istituto di Studi Orientali di Mosca, che analizza la situazione in Siria e la posizione della Russia.
di Guy Delorme - infosyrie.fr. Fonte: megachip

Dottor Dolgov ci protrebbe dire, innanzitutto, le ragioni della sua presenza a Damasco e Hama?

Sono qui su invito del governo siriano, e sono uno dei 25 membri della delegazione russa, che comprende rappresentanti del mondo della cultura e del giornalismo, nonché rappresentanti delle associazioni di amicizia russo-siriana.

C'è la sensazione che l'attuale sostegno della Russia alla Siria ha valore di messaggio verso l'Occidente. Un messaggio che dice in sostanza: «Non siamo ingannati dalla vostra retorica sulla democrazia e sui diritti umani, che servono a legittimare le vostre interferenze e i vostri progetti di destabilizzazione». Lei che ne pensa?

In effetti si è già avuto questo scenario, questo approccio in Libia, è inaccettabile che questo si ripeta in Siria. In Libia, l'Occidente non sta lottando per la democrazia, ma incoraggia e interviene in una guerra civile. E la Russia non vuole che la Siria sia vittima delle stesse manovre.

In Francia, si pongono spesso in contrasto Medvedev e Putin, nel tentativo di dividere l'esecutivo russo. Il supporto per la Siria è oggetto di un consenso a Mosca, oppure ci sono delle divergenze?

Credo in realtà che ci siano due tendenze al Cremlino: una più filo-occidentale rispetto all'altra. Ma per ora, la linea ufficiale è quella del sostegno al regime siriano. Questa potrebbe cambiare in futuro, non lo so.

Non pensa che gli americani in Siria rifacciano quello che hanno provato a fare una volta alle porte della Russia, sostenendo le rivoluzioni "arancioni" in Ucraina e Georgia, attraverso le ONG?

Sì, è praticamente la stessa cosa. Alcune forze vorrebbero cambiare il regime di Damasco per installarne al suo posto uno più favorevole all'Occidente.

Sapete se il presidente Medvedev e il primo ministro Putin hanno frequenti contatti con Bashar al-Asad, in particolare dopo l'inizio della crisi?

Onestamente non lo so.

La Russia ha i mezzi per aiutare la Siria ad affrontare, nei prossimi mesi, i vari embarghi tecnologici ed economici con cui gli euro-americani vogliono schiacciare il Paese?

La Russia sta aiutando la Siria in diverse aree, anche perché i legami tra i due paesi sono antichi oltre che stretti e risalgono ai tempi dell'Unione Sovietica. Detto questo, non penso che eventuali acquisti russi di gas o petrolio siriano costituirebbero la parte principale dell'aiuto di Mosca.
the economist

giovedì 8 settembre 2011

Il monopolio dell'economista.

Fonte: dirittiglobali. di Guido Viale - il manifesto 08 Settembre 2011
La trasmissione l'Infedele di lunedì, dedicata da Gad Lerner alla manovra economica e al problema del debito pubblico, induce ad alcune riflessioni. Tralascio gli interventi di apologia dell'evasore-imprenditore (a cui Arzignano ha dedicato un monumento) e quello sul suo ispiratore - il governo Berlusconi - affidata a un sottosegretario addestrato a schivare le domande. Tralascio anche quello di Maurizio Landini che ha spiegato che se siamo a questo punto è il meccanismo che ci ha portato fin qui a dover essere cambiato.
Oltre a loro erano presenti un (ex) banchiere, autore di una proposta sensata di imposta patrimoniale, un giornalista economico che sa radiografare con cura i bilanci aziendali e un economista che è una delle migliori voci nel campo dell'analisi finanziaria a livello internazionale: tutti e tre fortemente critici non solo nei confronti del governo Berlusconi e delle sue manovre, ma anche - in parte - delle politiche dell'Unione Europea.
La prima riflessione è questa: il tratto caratteristico della nostra epoca è non solo il fatto che i governi dell'Occidente hanno lasciato - anzi, affidato - alle banche e all'alta finanza il governo dell'economia e, con esso, quello della vita di miliardi di persone, ritrovandosi poi del tutto impotenti di fronte al loro strapotere; ma anche il fatto che l'interpretazione e - direbbe Vendola - la "narrazione" di quel che succede è stata affidata, in forma pressoché monopolistica, agli economisti; che sono tutti, keynesiani o liberisti, adepti di un'unica scuola, di un'unica religione, di un'unica ossessione: la "crescita". Arte, storia, letteratura, filosofia, scienze della natura e della terra possono essere piacevoli diversivi. Ma quando si giunge al dunque - che fare? - l'unica verità che conta è la loro.
Un banchiere, anche se "ex" e "democratico", vede il mondo dalla scrivania di una banca: se la banca non va il mondo si ferma; e non c'è altro modo per rimetterlo in moto che quello di far ripartire la banca. Il che è certo vero nella "normalità": finché il "sistema" funziona. Ma se si inceppa, il banchiere perde la bussola. Persino Mario Draghi, messo al vertice di due delle massime istituzioni finanziarie del mondo - Bce e Financial Stability Board - per l'esperienza acquisita nella banca Goldman & Sachs, alla domanda che cosa fare se uno Stato fallisce ha risposto più o meno: «non lo so, non ci sono precedenti». Intanto non è vero: guardando intorno e indietro nella storia i fallimenti di uno Stato sono caterve. Ma non va dimenticato che Goldman & Sachs è sotto accusa - tra l'altro - per aver piazzato in giro mutui subprime da una parte mentre giocava al ribasso contro di essi dall'altra; e per aver aiutato il governo della Grecia pre-Papadopulos prima a indebitarsi fino al collo, poi a falsificare i conti presentati all'Unione Europea. Infine, vista la situazione in cui ci troviamo - non solo in Italia, ma in buona parte dell'Europa - varrebbe comunque la pena approfondire, nella misura del possibile, la materia.
Anche per gli economisti sembra che il cono di luce della loro disciplina si fermi alle "leggi" di funzionamento - ordinato o meno - del sistema. Al di là di quel cono non c'è che il caos. Eppure quelle non sono leggi divine o "di natura", bensì il prodotto di un agire umano complesso e variabile. Ma un non-economista che si sente ripetere tutti i giorni che bisogna fare questo e quello; e poi ancora quello e questo (tutte cose, comunque, a suo danno: per lo meno nell'immediato. E non si tratta solo delle grottesche "manovre" del governo Berlusconi, ma anche e soprattutto delle scelte della Bce e dei governi dell'Unione Europea), altrimenti si precipita nel caos, potrà pur chiedersi che cosa gli può succedere se questo e quello non vengono fatti, o se una volta fatti non funzionano. Tanto più che tutto viene deciso nelle "alte sfere"; tanto alte che non si sa nemmeno dove siano. Chi conosce veramente i soggetti, uomini e istituzioni, che tengono in mano, insieme al debito pubblico, il destino di milioni di persone?

Il pareggio di bilancio in Costituzione.

Il Tarlo della Libia. Riflessioni e domande di un esodante.

di Ennio Abate
[…] Amici, davvero,
a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paia
meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui
io non ho nulla da dire». Così Gotama, il Budda.
Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell’arte della pazienza
ma piuttosto dell’arte dell’impazienza, noi che tante proposte
di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando
a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d’uomo, pensiamo
che a quanti, di fronte ai bombardieri del capitale, già in volo, domandano
e troppo a lungo, che ne pensiamo, come immaginiamo il
futuro, e che ne sarà dei loro salvadanai e calzoni della domenica, dopo
tanto sconvolgimento, noi non molto abbiamo da dire.
(B. Brecht, La parabola di Budda sulla casa in fiamme, in Poesie 1933-1956, p. 189)

Ricordo le discussioni quando Barack Obama e Hillary Rodham Clinton si contendevano la candidatura presidenziale. Alcune femministe invitavano ad appoggiare Hillary perché era donna, altre afroamericane invitavano ad appoggiare Obama perché era di colore. Il tempo ha dimostrato che lassù in alto non contano né il colore della pelle né il genere.
(supMarcos, Terza Lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica, luglio-agosto 2011)

[Il seguente contributo è stato inviato da Ennio Abate anche al sito Nazione Indiana. Poichè non è stato ancora pubblicato, lo facciamo noi, considerata l'"incandescente" attualità dell'argomento]

Cari/e amici/che di Nazione Indiana,
circa sei mesi fa qualcuno s’illuse che la guerra in Libia sarebbe stata “lampo”.1 (E l’Afghanistan? E l’Irak?). Ecchè - si diceva, si scriveva, anche su NI - «lasciamo che il rais bombardi quelli che lui chiama i ribelli?». Si sospendano, orsù, «le questioni di principio». Tacciano i cacadubbi di turno pronti a ricordare che «i droni americani stanno facendo stragi quotidiane di civili in Afghanistan». Che patetici quelli che vedono negli insorti dei «pupazzi eterodiretti dal Capitale Globale o dai vertici del complotto demoplutopippoquiquoqua».

E basta - si diceva, si scriveva - con ‘sto Valentino Parlato, deplorevole esempio di «una “sinistra” che sta sempre coi [dittatori] più deboli» (perché, invece, c’è da stare subito, senza se e senza ma, con quelli forti).

Riflettiamo. So che nessuno di voi avrebbe stretto la mano a Gheddafi neppure quand’era stato pur riaccolto in cima, tra i Potenti. Ma ve la sentite, oggi, di stringerla ai “volenterosi” della NATO, a Sarkozy, a Camerun, a Frattini, a La Russa, allo stesso Obama, che - premio Nobel per la pace - continua, pure lui, a fare la guerra (cioè ad ammazzare)? Riflettiamo. Qui, per dirla tutta, non si chiude una guerra e già se ne apre un’altra e poi un’altra ancora. E in Libia, anche se stessimo assistendo al “declino di un tiranno” o se Gheddafi venisse catturato o ucciso (adesso anche tale ipotesi, fino ad ieri ipocritamente esclusa, passa per “normale”) o riuscisse ancora a resistere (finendo per apparire giustamente eroe tradito e martire coraggioso) o persino a patteggiare il suo destino dopo il pollice verso dei suoi infidi amici, c’è un paese niente affatto liberato dal basso, ma devastato da una guerra “asimmetrica” (militarmente impari). In tutto il Nord Africa, poi, i vecchi regimi rottamati vengono sostituiti da altri politicamente non meno dubbi (a voler essere generosi) dei precedenti, ma di sicuro più controllati dalla NATO.

Non potendo fermare questa ennesima guerra “democratica”, è comunque importante giudicarla. Distinguere se i loro promotori e tifosi sono per noi (dirò più avanti su tale problematico pronome plurale) amici o nemici mi pare ancora essenziale. Anche se dovessimo rimanere (a lungo o per sempre) dei servi, dei dominati (chiarisco: dagli Usa) o al massimo dei sub-dominanti, è preferibile esserlo consapevolmente piuttosto che fingersi liberti. Perciò ho insistito affinché sul vostro sito si rompa il silenzio-assenso su questa guerra, divenuto assoluto dopo la benedizione (costituzionale?) del presidente della Repubblica. Alla quale si è aggiunta, con una improvvida e depistante equiparazione degli “insorti” di Bengasi ai partigiani della nostra Resistenza, quella (sorprendente) di una intellighenzia (Rossanda, Farid Adly, altri), che pur viene dal secolo breve e l’ha studiato.

Oggi che almeno certe falsità - le fosse comuni a Tripoli, i diecimila civili uccisi secondo Al Jazeera in soli due giorni da Gheddafi all’inizio di una protesta pacifica in piazza, gli stupri di massa - spacciate per verità dai giornali che contano, tutti quasi all’unisono favorevoli all’intervento “umanitario”, hanno perso vigore (purtroppo solo in settori minimi dell’opinione pubblica più critica); e si è chiarita l’inconsistenza sia della “spontaneità della rivolta” che dell’appoggio della popolazione ai “ribelli democratici”, i quali nulla avrebbero combinato senza il massiccio intervento aereo e, al di fuori di ogni mandato ONU, persino terrestre della NATO, mi pare possibile e doveroso verificare il senso delle parole spese da tanti di noi su questo sito nei 206 commenti al post firmato da Antonio Sparzani Andiam, andiam, andiam a guerreggiar (19 marzo 2011) e negli altri 52 scritti sotto il post La mia sconfitta, la nostra salvezza di Farid Adly (26 marzo 2011). Vi invito perciò oggi - inizi di settembre 2011 - che tutti sappiamo più cose a fare un bilancio a mente fredda. Vi sottopongo, dunque, un bel po’ di domande tra le tante possibili. Le ho raccolte per temi, formulandole ovviamente dal mio punto di vista. E chiedo a chi se la sente di riprendere, se possibile, la discussione.

La crisi e i suoi derivati.

di Vladimiro Giacchè - Fonte: contropiano
Chi adopera youtube è probabile che conosca già il geografo e sociologo inglese David Harvey, per via di un’animazione sulla crisi del capitalismo che ha avuto grande successo (oltre un milione e duecentomila visualizzazioni) e che da qualche tempo è stata anche tradotta in lingua italiana.

Rispetto a quel video, il libro più recente di Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, tradotto quest’anno da Feltrinelli (il titolo originale era un po’ meno immaginifico: The enigma of capital and the crises of capitalism), con le sue oltre 300 pagine, ha il difetto di non poter essere passato in rassegna in dieci minuti. Ma il linguaggio di Harvey non è meno chiaro sulla carta stampata di quanto sia su video. E il suo testo riesce ad introdurci con grande semplicità alle modalità di funzionamento della società capitalistica e alle sue crisi. Con un occhio particolare, ovviamente, a quella in corso. Che per Harvey, come tutte le crisi, sta svolgendo la sua funzione di riconfigurare il capitalismo permettendogli di continuare a sussistere. Ossia di far ripartire l’accumulazione del capitale, momentaneamente ingolfata (a causa di un eccesso di capitale che non riesce a valorizzarsi adeguatamente).

“Le crisi” – dice Harvey – “servono a razionalizzare le irrazionalità del capitalismo; di solito conducono a riconfigurazioni, a nuovi modelli di sviluppo, nuove sfere di investimento e nuove forme di potere di classe… Durante una crisi come quella che stiamo vivendo attualmente, è sempre importante tenere a mente questo fatto. Dobbiamo sempre domandarci che cos’è che viene razionalizzato e qual è la direzione in cui procede la razionalizzazione, poiché questo definisce non soltanto la maniera in cui usciremo dalla crisi, ma anche le future caratteristiche del capitalismo”.

Se così stanno le cose, secondo Harvey oggi non c’è molto da stare allegri.

I profitti delle imprese private (dopo che i buchi dei loro bilanci sono stati tamponati da salvataggi pubblici su larga scala) stanno riprendendo quota, ma la disoccupazione aumenta e la quota del reddito da lavoro sul prodotto nazionale continua a diminuire praticamente in tutti i Paesi occidentali. Recentemente la cosa è stata espressa in questo modo dal miliardario statunitense Warren Buffett: “C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.

Ma soprattutto, osserva Harvey, “in gran parte delle economie capitalistiche avanzate… con la scusa della crisi del debito sovrano la classe capitalistica ha cominciato a smantellare ciò che resta dei sistemi di welfare attraverso una politica di austerità fiscale”. In questo modo si riconducono sotto le logiche del profitto servizi e prestazioni che a esse erano stati sottratti decenni fa. “Alcune importanti aree di intervento pubblico, a partire dalla previdenza sociale e dai sistemi pensionistici statali, devono ancora essere privatizzate”, e questa crisi – afferma Harvey – ne offre l’occasione: “l’attuale enfasi sui programmi di austerità, quindi, non è che l’ennesimo passo verso la personalizzazione dei costi della riproduzione sociale”.

Si è osservato che in questo modo la crisi si aggrava e si prolunga nel tempo: perché le politiche di austerità inducono recessione, calo dei consumi e inibiscono la crescita, che sarebbe in verità l’arma migliore anche per abbattere il debito pubblico (è interessante notare che su questo punto la pensano allo stesso modo diversi analisti finanziari di peso: soltanto per citare alcuni nomi, Nouriel Roubini, El-Erian di Pimco, George Magnus di UBS, Jeremy Grantham di GMO).

Secondo Harvey però non si tratta di un errore: a suo avviso “le attuali difficoltà dell’economia” nei paesi occidentali “vengono aggravate non per una necessità economica, ma per una precisa ragione politica, cioè il desiderio di sollevare il capitale dalla responsabilità di farsi carico dei costi della riproduzione sociale”. In che modo? Diminuendo l’entità delle prestazioni sociali e previdenziali sinora garantite dallo Stato (un tempo le si definiva, rispettivamente, “salario indiretto” e “salario differito”). È evidente che in questo modo si amplierà la sfera di ciò che è “a mercato”, con conseguenti profitti per chi è in quel business (il gestore privato che subentra a una municipalizzata pubblica, la compagnia assicuratrice che gestisce un fondo pensione privato, ecc.).

A mio avviso questa strategia – se di strategia si può parlare – trascura le potenziali ricadute distruttive (anche per le imprese) di un crollo contemporaneo della domanda interna nei principali Paesi occidentali, che è precisamente quello che sta accadendo.

(Per quanto riguarda l’Europa ho segnalato questo rischio in un mio articolo uscito su il Fatto quotidiano del 30 maggio del 2010, dal titolo: Con questi tagli si torna agli anni Trenta)

In ogni caso la ricostruzione di Harvey ci aiuta a capire due cose: che la crisi non colpisce tutti alla stessa maniera e che non esistono strategie di uscita dalla crisi neutrali socialmente e tecnicamente obbligate.

Per capire la prima cosa probabilmente non avevamo bisogno di lui. La seconda, invece, è molto importante per restituire alla discussione pubblica il dibattito su scelte dalle quali dipende il nostro futuro. Prossimo e meno prossimo.
THE WORKING CLASS GOES UP IN SMOKE (the infamous article 8)

mercoledì 7 settembre 2011

Appello. Siamo indignati, costruiamo l'alternativa.

Fonte: megachip
Noi siamo indignati. Siamo indignati contro i governi europei, che stretti tra la crisi e le politiche liberiste e monetariste imposte dalla Bce e dall'Fmi, accettano di essere esautorati delle funzioni democratiche per diventare semplici amministratori dei tagli della spesa sociale, delle privatizzazioni, della precarizzazione del mondo del lavoro e della costruzione di opere faraoniche, incuranti dell'ambiente e delle popolazioni. Siamo indignati perché le classi dirigenti continuano a proporci l'austerity per le popolazioni, mentre le rendite e i privilegi della finanza, dei grandi possidenti e della politica rimangono intonse, quando non crescono.
Siamo indignati in particolare contro il governo italiano, che ha deciso di rispondere alla crisi con una manovra i cui contenuti cambiano di ora in ora ma i cui pilastri restano sempre gli stessi: taglio ai servizi, privatizzazioni, attacco ai diritti dei lavoratori.

Siamo indignati perché il governo ha deciso di abolire per decreto il diritto del lavoro, permettendo alle aziende di derogare ed eludere contratti e leggi, compreso l'art.18 dello Statuto dei lavoratrici e dei lavoratori, proseguendo sulla strada della cancellazione della libertà e della democrazia nei luoghi di lavoro.

Siamo indignati perché in questo modo si elimina la democrazia nei luoghi del lavoro e si estende a tutti i lavoratori il ricatto della precarietà, e della clandestinità per i migranti, con cui negli ultimi due decenni si sono livellate verso il basso i diritti e le condizioni di vita di migliaia di giovani, esclusi dal sistema di welfare e da ogni orizzonte di emancipazione. 

Siamo indignati perché poco più di 2 mesi fa abbiamo votato, insieme alla maggioranza assoluta del popolo italiano, per la ripubblicizzazione dell'acqua e per le energie rinnovabili, e ora vediamo il nostro governo riproporre esattamente le vecchie ricette basate sulla svendita dei beni e su un modello di sviluppo energivoro.

Siamo indignati perché si potrebbe fare altro; perché vorremmo uscire dalla crisi attraverso un grande processo di innovazione, attraverso al costruzione di un nuovo modello di sviluppo che colga la sfida della riconversione ecologica dell'economia e di uno sviluppo sociale partecipato, basato sulla centralità dei saperi e dell'innovazione. Invece il nostro governo continua a impoverire la scuola pubblica, l'università e la ricerca, ignorando i milioni di studenti, dottorandi, precari, ricercatori che si sono mobilitati negli scorsi mesi e preferendo ascoltare la voce delle rendite baronali e dei profitti aziendali.

Siamo indignati perché i governi europei inseguono il dogma del pareggio di bilancio, cercando di far quadrare i conti della finanza, appesi come sono ai giudizi delle agenzie di rating o dei mercati di borsa, invece di fare i conti con le esigenze e i bisogni dei loro cittadini.

Siamo indignati perché in questo modo non abbiamo più una reale sovranità democratica, che è affidata alle stesse élite finanziarie transnazionali che prima hanno generato la crisi, poi hanno chiesto di essere salvate dagli stati e ora vorrebbero far pagare il conto a noi, giustificando con lo stato di necessità dichiarato della crisi la privatizzazione della vita delle persone e della natura.

Siamo indignati perché vediamo il serio rischio che a una vera alternativa al governo di Berlusconi e della Lega, si tenti di sostituire un'alternanza, fatta delle stesse politiche con maggioranze diverse, perché tutto cambi senza che in realtà nulla cambi.

E allora sappiamo che siamo indignati, ma indignarsi non basta.
Il cambiamento non arriverà da sé. Ce l'hanno insegnato le vicende degli scorsi mesi: le grande battaglie per i saperi, le lotte dei lavoratori in difesa del contratto nazionale, i diritti e i beni comuni in Italia, le rivolte del Mediterraneo, ora la crescita di un sentimento di ribellione contro le manovre finanziarie insostenibili e tutto ciò che ci viene propinato in nome della crisi.

Noi non ci limitiamo a indignarci, ma intendiamo darci da fare. Abbiamo in mente un mondo migliore del loro, e siamo pronti a mobilitarci per realizzarlo. Per il 15 ottobre in tanti stanno promuovendo appelli, discussioni pubbliche, verso la giornata internazionale United for global change.

Noi crediamo sia necessario aprire una discussione pubblica nel paese, tra tutti coloro che si stanno prodigando sulla mobilitazione internazionale del 15, ma anche e soprattutto con tutti coloro che pagano sulla loro pelle quanto sta accadendo. Vorremmo, iniziando dalla giornata di sciopero generale del 6 settembre, cominciare una consultazione ampia e trasversale, che raggiunga realtà sociali e di lotta, forze politiche e sindacali, movimenti e singole persone, per far sì che quella giornata sia una grande mobilitazione di tutti per l'alternativa, condivisa e partecipata. Consultazione che vorremmo far proseguire con un'assemblea pubblica a Roma, sabato 24 settembre alle ore 10. Un'occasione importante per qualificare il profilo politico della manifestazione del 15 ottobre, ma anche per far incontrare le tante questioni sociali che nella crisi vivono la loro drammatizzazione. Connettere i fili della resistenza alla crisi, per immaginare e costruire un'alternativa politica e di sistema nell'assemblea del 24, con la manifestazione del 15 ottobre, pensando a queste scadenze come a un passaggio e non a un punto d'arrivo, con passione e spirito d'innovazione.

Costruire tutti insieme una grande mobilitazione a Roma contro le politiche di austerity, significa immaginare e proporre per il nostro paese e per l'Europa un nuovo modello di sviluppo basato sulla democrazia reale, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale.

Ugo Mattei, Guido Viale, Giulio Marcon, Luciano Gallino, Alessandro Ferretti, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini, Bruno Papignani, Andrea Amendola, Giorgio Molin, Michele De Palma, Laura Spezia, Loris Campetti, Angelo Mastrandrea, don Andrea Gallo, Nicola Mancini, Francesco Raparelli, Luca Cafagna, Mario Pianta, Isabella Pinto, Augusto Illuminati, Gianni Rinaldini, Luca Casarini, Stefano Bleggi, Monica Tiengo, Sergio Zulian, Alessandro Metz, Luca Tornatore, Giuseppe Caccia, Tommaso Cacciari, Michele Valentini, Marco Baravalle, Vilma Mazza, Nicola Grigion, Luca Bertolino, Gianni Boetto, Enrico Zulian, Sebastian Kohlsheen, Olol Jackson, Francesco Pavin, Marco Palma, Cinzia Bottene, Antonio Musella, Pietro Rinaldi, Andrea Morniroli, Egidio Giordano, Eleonora de Majo, Francesco Caruso, Gianmarco de Pieri, Manila Ricci, Daniele Codeluppi, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Roberto Cipriano, Andrea Alzetta, Giovanna Cavallo, Ada Talarico, Massimo Torelli, Claudio Riccio, Luca Spadon, Mariano Di Palma, Francesco Sinopoli, Giuseppe De Marzo, Emiliano Viccaro, Daniele De Meo, Matteo Iade.

Per aderire all'appello: 15ott2011@gmail.com

Dopo lo sciopero.


Fonte: infoaut
L'indubbia riuscita dello sciopero generale di oggi - su scala nazionale, in tutte le forme e le articolazioni in cui esso si è espresso - pone a tutt* l'interrogativo più scottante: come continuare una mobilitazione che dovrà tornare nelle piazze e tracimare oltre, nei luoghi di lavoro, della formazione e della riproduzione sociale tutta.
Intanto alcuni punti fermi, a partire dagli elementi di riflessione che ci consegna la giornata odierna.

Innanzi tutto bisogna precisare che lo sciopero è servito, eccome! E questo già prima dei risultati odierni. Come primo effetto ha avuto quello di obbligare il governo a ritirare alcuni punti problematici della manovra come quelli relativi al riscatto della laurea e dell'anno di militare e l'annullamento delle festività laiche. Piccole cose intese dai manovratori come contentini per placare gli animi. Insomma, mobilitarsi serve sempre. Qualcuno lo ricordi a Bonanni!

I numeri, gli umori e l'atmosfera che oggi si percepivano in molte piazze dimostrano quanto la necessità dello sciopero fosse sentita. Le adesioni nei comparti forti del sindacalismo cgiellino sono state molto alte. Alcune fabbriche torinesi dell'indotto auto hanno visto anche una significativa astensione dal lavoro - e in alcuni casi anche la presenza in piazza - di componenti solitamente restie come gli impiegati e i quadri. Segno che c'è una sentimento popolare e diffuso per il quale "la misura è colma". C'è dunque la consapevolezza che le varie concessioni della Cgil a Cisl, Uil e Confindustria sono servite solo ad aumentare l'appetito predatorio di padronato e governo.

In molti casi è scesa in piazza quella composizione lavorista disposta alla logica dei sacrifici e al paternalismo à la Napolitano. Quella componente compatibile della sinistra e del sindacato per la quale "i sacrifici si possono fare ma facciamoli tutti!". Il dato significativo è che questa parte oggi riempiva le piazze in sostanziale contro-tendenza alle proprie convinzioni, aderendo ad uno sciopero di fatto inteso diffusamente come mobilitazione contro i programmi di austerity e il commissariamento del paese da parte della Banca Centrale Europea (un'ambiguità e una contraddizione che è interna alla stessa Cgil, come abbiamo già avuto modo di dire, obbligata ad indire lo sciopero, malgré soi).

A partire da queste umili considerazioni di premessa, qualche spunto sulla necessaria ripresa della mobilitazione che dovrà darsi nelle prossime settimane, in direzione del 15 ottobre europeo.

1) La lotta dovrà necessariamente incrociare i precari (cioè: i giovani, oggi presenti solo nelle loro componenti militanti) e il ceto medio impoverito ed in progressivo impoverimento (partire Iva, lavoro autonomo di n-generazione). Va da sé che questi pezzi si mobiliteranno solo a fronte di altre forme e parole d'ordine. (Non si può cioè brandire come parola unificante il "facciamo pagare le tasse al lavoro non-dipendente!" - quando questo è oggi in buona parte l'altra faccia della precarietà e di un proletariato inconsapevole e ampiamente strozzato nell'auto-sfruttamento).

2) Evitare con tutte le forze che quella parte del mondo del lavoro oggi maggioritariamente scesa in piazza (salariati dipendenti) insabbi la propria frustrazione nell'accettazione del governo tecnico di emergenza nazionale, sotto la benedizione del solito Napolitano (le parole d'ordine del diritto all'insolvenza e del "non pagare il debito" dovranno fungere da faro d'orientamento).

3) Non perdere mai di vista il livello europeo della lotta. L'uscita dall'euro o la ri-territorializzazione nazionale della battaglia sarebbe solo un arretramento quando, oggi più che mai, necessitiamo di una propagazione virale continentale delle proteste e dei conflitti.

Le modeste proposizioni qui abbozzate evidenziano già da sole l'attuale impreparazione delle grandi organizzazioni (sindacali e non) a perseguire gli obiettivi e indicare i percorsi adeguati.
Quindi, finito lo sciopero, al lavoro… per la ripresa della mobilitazione!

Maelzel
BESPOKE IRONING SHOP ITALIA
(art.8 ,an assault to the dignity of the working class)

martedì 6 settembre 2011

Manifesto per i sessantenni.

di Federico Campagna - Fonte: alfabettadue
Noi siamo gli ultimi. Lo siamo sempre stati, e nemmeno lo sapevamo. Eravamo gli ultimi nel ’68, quando ragazzi ci gettavamo all’assalto di tutto, anche solo nei nostri paesini, anche solo nel pensiero. Gli ultimi nel ’77, quando il futuro ci collasso’ addosso. Gli ultimi negli ’80, chiusi dentro, gli ultimi, nei novanta, nei duemila…

Dopo di noi, il lavoro sarà tutta un’altra cosa. Dopo di noi, non ci sarà più pensione. Dopo di noi il nulla. Di tutte le cose che siamo stati, il punk e’ l’unica che ci e’ davvero rimasta addosso, che lo vogliamo o no. Noi siamo i sessantenni, e non siamo ancora finiti.

Ragioniamo. Quando eravamo giovani, i ribelli eravamo noi. Perché? Perché eravamo studenti, c’era il boom e il tempo e i soldi non mancavano. E se mancavano gli ultimi, il primo sopperiva ai bisogni. Divoravamo libri, riviste, discussioni. Anche senza internet, sapevamo tutto. E poi, dopo di noi, il mondo ci è crollato dietro, come nei film i ponti in fiamme dietro i fuggiaschi. E così i giovani, adesso, la ribellione hanno dovuto ingoiarsela. Fanno manifestazioni, scrivono slogan eccetera. Ma non vogliono cambiare la vita. Vogliono salvarsi il culo. I giovani, da sempre la parte ribelle e innovatrice della società, oggi non ne sono che l’ombra cupa e depressa, l’anima ansiosa e in panico. Se contiamo su di loro soltanto, sulla loro energia che ogni giorno sempre più è divorata dalle pressioni del lavoro e dai gorghi del futuro, possiamo stare certi che ogni Cassandra avrà la sua parte di gloria.

E allora chi resta?

Se i giovani sono scimmie al guinzaglio, chi resta?

Restano gli ultimi.

Restiamo noi.

Guardiamoci in faccia. Come allora, più di allora, abbiamo tempo e soldi. Di tempo ce n’è a dismisura. Lo chiamano pensione. Di soldi ce ne sono pochi, ma pur sempre abbastanza. Lo chiamano pensione. Dicono che noi siamo gli ultimi a godercela. Bene, e allora noi questa pensione ce la prendiamo, ma la terremo in mano come un martello. Abbiamo venti, trent’anni di vita davanti. Abbiamo il cervello buono, ricco. Abbiamo ancora le mani per costruire e i pugni per distruggere.

Guardiamoci l’un l’altro. Hai sessant’anni, hai passato la vita a fare l’insegnante, hai pagato un mutuo e hai una casetta di proprietà? Bene, tuo figlio, non avrà niente di tutto questo. Il mutuo gli mangerà i reni. La pensione la passerà in ospizio con cervello bollito. Ma non angosciarti pensando a tuo figlio. Guarda più in là. Pensa a cosa potresti fare con quella tua casetta, coi soldi della liquidazione, con la tua pensione. Ma soprattutto col tuo cervello, ancora agile, con quello che hai imparato, le persone che hai conosciuto, i sogni che hai coltivato. Con il tuo tempo. L’ultimo rimasto. Hai capito bene. Adesso puoi fare tutto quello che quando avevi vent’anni non sei riuscito a fare. A quei tempi ti avevano detto che avevi perso, che avevi messo la testa a posto perché avevi troppo da perdere, perché non avevi i mezzi, perché eri preso per la gola. Ma adesso non è più così. Da perdere hai soltanto la noia, da bruciare hai tutta la vecchiaia. Di paura ne è rimasta poca, e se un tempo dicevamo che era meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine, adesso non ci è rimasta che la fine spaventosa. Tanto vale andare a incontrarla tra le fiamme!

LETTERA APERTA SUL 15 OTTOBRE – GIORNATA DI MOBILITAZIONE EUROPEA E INTERNAZIONALE

15 OTTOBRE – GIORNATA DI MOBILITAZIONE EUROPEA E INTERNAZIONALE
Fonte: reblab
Gli indignad@s spagnoli invitano a scendere in piazza, diversi/e e insieme, per dare vita a una grande manifestazione europea e internazionale il 15 ottobre. Nel nostro continente, come in altre aree del mondo, nel Mediterraneo e anche nel nostro paese, tanti e tante stanno raccogliendo e rilanciando il loro appello perché, nella tremenda crisi in cui siamo, nessuno può salvarsi da solo.

Non è tollerabile la distruzione sociale e democratica che ci viene imposta con il ricatto del debito, a livello europeo e nazionale, da istituzioni subalterne alle banche, alla finanza, alle multinazionali, a pochi gruppi di privilegiati. Abbiamo bisogno di rafforzare le alleanze, la capacità della cittadinanza europea di opporsi e di conquistare una vera alternativa.

In Italia bisogna fermare Governo e Confindustria, questa manovra e i suoi effetti devastanti. Ancora una volta e sempre di più, mantiene intatte rendite e privilegi e aggrava l’impoverimento della maggioranza della popolazione.

Bisogna impedire le ulteriori privatizzazioni che negano la volontà popolare espressa con i referendum, lo smantellamento della Costituzione e la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Bisogna opporsi alla cancellazione dei diritti e delle garanzie sociali, alla precarizzazione del lavoro e della vita delle persone. Bisogna respingere l’aggressione alle rappresentanze sindacali e ai diritti del lavoro, la cancellazione del contratto nazionale e dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Bisogna fermare la distruzione di beni comuni, di ambiente e territorio, di relazioni sociali, di cultura e istruzione. Bisogna contrastare il razzismo, fermare le guerre, le spese militari e la militarizzazione.

Non intendiamo lasciare il nostro futuro nelle mani di una classe politica privilegiata e schiava dei mercati finanziari. Dobbiamo riconquistare il nostro potere di cittadinanza, una democrazia realein cui donne e uomini, comunità, lavoratrici e lavoratori abbiano il diritto di decidere liberamente sulle scelte che riguardano tutte e tutti. Le alternative esistono e vanno conquistate, insieme. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere.

La Rete Italiana del FSM, al termine del suo primo incontro a Roma il 4 settembre, propone a tutte le organizzazioni, le reti, le alleanze, i gruppi e le persone interessate di verificare la possibilità di una grande convergenza unitaria nella giornata europea e internazionale di mobilitazione del 15 ottobre e di costruire insieme un “Comitato Unitario 15 ottobre”.

Propone quindi a tutti e a tutte di incontrarsi martedì 13 settembre alle ore 11.00 in Via dei Monti di Pietralata 16 a Roma.

Lottare per non finire come la Grecia.

Fonte: controlacrisi
Lo sciopero generale di oggi è molto importante. Per questo voglio innanzitutto voglio ringraziare tutti i lavoratori e le lavoratrici che lo stanno facendo in queste ore e ringraziare la CGIL e il sindacalismo di base che lo hanno proclamato.

Uno sciopero importante non solo perché la manovra del governo è una manovra ingiusta: difende i ricchi e i privilegi delle caste mentre attacca pesantemente i diritti sindacali e le condizioni di vita dei pensionati, delle lavoratrici e dei lavoratori - pubblici e privati – dei precari.

La manovra, oltre ad essere ingiusta è anche recessiva - cioè aggraverà la crisi economica - e favorirà la speculazione finanziaria, che continua tranquillamente a fare il suo sporco lavoro in tutta Europa.

Il punto fondamentale è quindi che la manovra del governo produrrà effetti opposti a quelli sbandierati: è un manovra che aggrava la crisi economica e pone le condizioni per un ulteriore attacco speculativo contro l’Italia. La ricetta che stanno applicando all’Italia – come al Portogallo, alla Spagna, all’Irlanda – è uguale a quella applicata alla Grecia: demolire i diritti dei lavoratori, privatizzare tutto e produrre quindi la recessione. Parallelamente permettere alle banche e alle finanziarie di speculare sul debito pubblico impossessandosi delle risorse sottratte ai lavoratori.

Al contrario di cosa dicono l’Unione Europea, la Banca Centrale Europea, il governo Italiano, il Presidente della Repubblica, i grandi mezzi di informazione, la speculazione finanziaria non nasce dai debiti degli stati ma dal fatto che la Banca Centrale Europea agisce come una banca privata e non come una banca centrale. I paesi più deboli dell’’Europa subiscono la speculazione sul debito pubblico unicamente perché la BCE non fa quello che fanno tutte le altre Banche centrali dell’Universo, cioè non compra direttamente, al tasso di sconto ufficiale, i titoli di stato dei paesi europei. Se la BCE facesse il suo mestiere non vi sarebbe in Europa alcuna speculazione. Ad esempio il Giappone ha un debito pubblico del 220 % eppure non è sottoposto a nessun attacco speculativo. Questo per la semplice ragione che la Banca Centrale giapponese – come tutte le banche centrali del mondo – compra direttamente i titoli di stato pubblici senza passare dal mercato. Ovviamente anche i paesi europei facevano così prima che i trattati di Maastricht dessero vita all’Euro e costruissero questa follia finanziaria che si chiama Banca Centrale Europea.

Siamo quindi nell’occhio del ciclone di una gigantesca truffa attuata dalle classi dominanti europee - dai banchieri ai padroni, dai popolari ai socialdemocratici ai liberali - a scapito dei popoli europei. Vi è un livello di falsificazione dei motivi della crisi e dei motivi della speculazione al cui confronto la propaganda nazista di Goebbels impallidisce. Il neoliberismo è in crisi ma il pensiero unico neoliberista funziona a pieno regime e manipola le coscienze raccontando balle clamorose che paiono vere solo perché sono ripetute quotidianamente a reti unificate da tutti coloro a cui viene concessa la parola. Questa è la ragione strutturale della vergognosa censura che subiamo. Anche per questo è così importante questo sciopero: rompe il coro dell’unanimismo e dell’Union Sacree in cui gli interessi dei ricchi vengono contrabbandati come gli interessi dei popoli.

In realtà la speculazione finanziaria viene consapevolmente utilizzata dalle classi dominanti europee per due motivi: innanzitutto obbligare i governi dei vari paesi con minore produttività del lavoro a tagliare brutalmente lo stato sociale, gli stipendi e i diritti dei lavoratori. Senza lo spauracchio della speculazione Berlusconi non sarebbe mai riuscito a varare due stangate come quelle contro cui stiamo lottando. Non ci sarebbero riusciti il governo Greco, quello Portoghese, Spagnolo e via dicendo.

In secondo luogo la speculazione finanziaria viene utilizzata per determinare un enorme spostamento di risorse dal basso verso l’alto, dai lavoratori alle banche. Stiamo vivendo nel mezzo del più gigantesco furto legalizzato che la storia dell’umanità abbia mai visto.

L’obiettivo delle classi dirigenti europee è semplice quanto brutale: determinare una pesante riduzione del tenore di vita del popolo e del potere dei lavoratori per aumentare la competitività dell’Europa a livello mondiale basata sulla drastica riduzione del costo del lavoro. Non stiamo parlando di qualche sacrificio ma di un vero e proprio salto indietro nella storia, del dimezzamento dei salari e delle tutele. La speculazione serve a costruire un “vincolo esterno” che permetta di fare questa vera e propria rivoluzione passiva contro i popoli europei. Per questo mettono attaccano sia i diritti civili che i diritti sociali, la Costituzione come il Contratto nazionale di lavoro e la sanità pubblica: vogliono cancellare il ‘45, quel gigantesco movimento di liberazione dal nazifascismo che ha cambiato la faccia all’Europa e al mondo.

Per questo noi comunisti dobbiamo lottare contro il governo Berlusconi e costruire le alleanze necessarie per mandarlo a casa. Parallelamente però dobbiamo costruire un fronte di lotta contro il capitale finanziario, le politiche europee e il neoliberismo. Solo sconfiggendo il neoliberismo è possibile uscire dalla crisi che il neoliberismo ha provocato. Per questo proponiamo una manovra alternativa a quella di Berlusconi ma proponiamo anche il rovesciamento delle politiche della BCE e la nazionalizzazione delle grandi banche, al fine di mettere la mordacchia al capitalismo finanziario e ricostruire un serio intervento pubblico in economia. Lo facciamo in piena sintonia con gli altri partiti della sinistra europea, che portano avanti nei loro paesi le nostre stesse parole d’ordine. Lo facciamo puntando a costruire – paese per paese – una rivolta contro le politiche europee.

Lo sciopero generale è quindi per noi il primo passo per costruire una consapevole rivolta contro questo enorme attacco delle classi dominanti contro il popolo italiano e contro i popoli europei.

PAOLO FERRERO - SEGRETARIO DEL PRC












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GIORGIO CREMASCHI – Licenziamenti, stracciata la Costituzione. Chiediamo a Napolitano di non firmare

Fonte: micromega
Con la norma sui licenziamenti il governo ha finalmente realizzato il sogno decennale dei padroni e di tutti i prepotenti. E’ chiaro che questo provvedimento viola apertamente e brutalmente la Costituzione della Repubblica. Affermare per legge che due privati, un’azienda prepotente e un sindacato complice, possono decidere che nel loro ambito di competenza non si applica più una legge dello Stato, è una mostruosità giuridica che fa pensare al medioevo. Solo allora, infatti, i baroni e i vescovi avevano riserve speciali rispetto alle leggi del re.

A questo punto, però, la questione non può più essere solo di carattere sindacale. Naturalmente la Cgil ha i suoi compiti precisi. Dopo lo sciopero va ritirata immediatamente la firma dall’accordo del 28 giugno, che a questo punto è diventato il cavallo di Troia di questo provvedimento mostruoso. E naturalmente nessuna unità è più possibile con gruppi dirigenti di Cisl e Uil che approvano questa vergogna. Ma questo non basta.

Di fronte a una cosi grave violazione della Costituzione si deve passare all’ostruzionismo. Ostruzionismo nel paese e nelle piazze, ma anche ostruzionismo in Parlamento. Non è accettabile che sotto la pressione delle banche e della speculazione europea, si debba fare in fretta a distruggere la nostra Costituzione. Chi è contro in Parlamento fermi la manovra che, peraltro, sta facendo danni sociali enormi senza risolvere nulla, facendo in modo che non sia approvata o comunque allungandone i tempi. E al Presidente della Repubblica, che ha chiesto di approvare la manovra in fretta, domandiamo se si sente davvero di firmare un provvedimento che cancella i contratti nazionali, lo Statuto dei lavoratori e la certezza delle leggi, minando alla radice la Costituzione della Repubblica.

Sì, ci deve essere un’eccezione anche per il Presidente della Repubblica all’esigenza di rispondere all’Europa e questa è appunto la salvaguardia dei nostri diritti fondamentali, che viene prima di qualsiasi rassicurazione si voglia dare ai mercati, alle banche, alla finanza. Ostruzionismo nelle piazze, ostruzionismo in Parlamento, il Presidente della Repubblica non firmi. Questo oggi è necessario, questo chiederanno i milioni di lavoratori che sacrificheranno una giornata del loro salario, in questi tempi difficilissimi, per difendere i diritti di tutti.

Giorgio Cremaschi

(5 settembre 2011)

Dieci anni dopo.

Scritto da Giulietto Chiesa Domenica 04 Settembre 2011 - Fonte: megachip
Dieci anni sono passati da quell’11 settembre che ha cambiato la storia del mondo, avviando la guerra infinita contro il terrorismo internazionale. I dubbi su quella vicenda si sono ingigantiti, diventando certezze. Non 19 terroristi, da soli, hanno attaccato l’America, bensì un pugno di terroristi “di stato” (occidentali e amici dell’occidente) con passaporti americani, israeliani, pakistani, sauditi.

Osama bin Laden non è mai stato incriminato, sebbene, in suo nome, siano state combattute due guerre (contro l’Afghanistan e contro l’Iraq) che hanno prodotto centinaia di migliaia di morti civili e che non sono ancora terminate.

Guantánamo è rimasta in funzione nonostante le promesse di Obama. Nessun processo contro nessun presunto colpevole è stato celebrato in questi dieci anni.

Gran parte dei “risultati” della Commissione ufficiale d’inchiesta (contenuti nel “9/11 Commission Report”) sono completamente inutilizzabili di fronte a qualunque tribunale perchè ottenuti con l’uso sistematico della tortura contro i prigionieri. Nessuno dei torturatori è stato incriminato.

Tutte le regole democratiche sono state violate, sia dentro che fuori degli Stati Uniti. L’Europa intera è divenuta complice ospitando prigioni segrete, permettendo l’atterraggio illegale di aerei con prigionieri a bordo nei propri aeroporti. Polonia, Romania, Lituania, Italia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo sono stati direttamente coinvolti in queste operazioni criminali. Il segreto di Stato ha coperto la verità: che l’Europa e i suoi servizi segreti sono stati e sono agli ordini dell’Impero americano.

Nel frattempo decine di nuovi fatti, di scoperte di ricercatori volontari in ogni parte del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, confermano e aggravano le accuse contro l’Amministrazione americana. Decine di libri sono stati pubblicati, dove in varia misura e sotto diversi angoli visuali, la versione ufficiale è stata demolita. Se qualche anno fa, era già più che legittimo sollevare gravi domande sulla versione ufficiale, adesso abbiamo a disposizione molte “pistole fumanti” che pongono la questione della chiamata in correo di alti e altissimi personaggi dell’establishment statunitense. Nessuno di loro è stato chiamato, tuttavia, a deporre sotto giuramento. Centinaia di testimonianze e di gravissimi documenti – veri e propri capi d’accusa – sono stati accantonati e mai presi in considerazione.

Noi siamo orgogliosi di essere stati – con la realizzazione del film Zero e con diversi libri su questi temi – parte del grande movimento per la verità sull’11 settembre.

Ma come mai di tutto questo non si parla? La risposta è una sola: il mainstream corporate media è interamente nelle mani di quei circoli politici che intendono coprire la verità. L’11 settembre si è così trasformato in un vero e proprio tabù, svelare il quale sarebbe esiziale per la sopravvivenza stessa degli Stati Uniti come prima potenza mondiale.

Dunque sperare in una rapida scoperta della verità, su chi ha organizzato, attuato il più grande attentato televisivo della storia, e perchè lo ha fatto, sarebbe ingenuo. Ma coloro che hanno capito - tra i quali chi scrive – non possono rinunciare a cercare. Per una ragione assai semplice: chi ha organizzato l’11 settembre è ancora al potere negli Stati Uniti e nel Superclan mondiale. E poichè la crisi che ha provocato l’11 settembre è ora nuovamente esplosa, con ancora maggiore virulenza, dobbiamo tutti sapere che siamo in pericolo di nuovi gravissimi avvitamenti, terroristici e militari, che sconvolgeranno il mondo intero nei mesi e anni a venire.

In altri termini non stiamo scavando nel passato, ma stiamo osservando il presente. E la massa di nuove scoperte sulla menzogna colossale nella quale abbiamo vissuto gli ultimi dieci anni è così grande che non possiamo tacere.

Fino ad ora il mainstream corporate media ha demonizzato, ridicolizzato, calunniato tutti coloro che hanno posto domande. Per questa ragione si è deciso, su iniziativa di David Ray Griffin, il più tenace dei critici della versione ufficiale, di costituire un “9/11 Consensus Panel”, in grado di porre le domande in modo tale da impedire di attaccare questo o quello dei critici, presentando al pubblico mondiale una serie di domande collettive sulle quali esiste un larghissimo consenso (dall’85 al 100%) tra tutti gli esperti consultati nelle diverse materie. Questo Consensus 9/11 Panel è composto da 22 personalità internazionali (chi scrive ne è parte, insieme ad un altro italiano, Massimo Mazzucco) tra cui nomi prestigiosi come Robert Bowman, ex capo del Dipartimento di Ingegneria Aeronautica della US Air Force; come Dwain Deets, ex direttore del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale della NASA; come Niels Harrit, professore di chimica presso il Nano Science Center dell’Università di Copenhagen; come il prof. Steven Jones ex della Facoltà di Fisica della Brigham Young Universitiy; come il comandante Ralph Kolstad, ex pilota combattente della US Air Force, con 27 anni di esperiena come pilota di linea e 27.000 ore di volo alle spalle. Eccetera. Questo è il livello di competenze specialistiche, giornalistiche, scientifiche storiche del Consensus Panel.

Il consenso è stato concentrato, per ora, su 13 domande e affermazioni fondamentali sulle quali unanimemente si ritiene che la versione ufficiale è stata falsificata consapevolmente.

Non possiamo elencarle tutte in questo articolo, ma ci limitiamo ad alcune, ben sapendo che sono tutte cruciali.

Non ci sono prove che Osama bin Laden sia stato l’organizzatore dell’attentato; le due torri gemelle non sono state abbattute dall’impatto degli aerei e dai susseguenti incendi; nelle due torri gemelle ci sono state decine di esplosioni, antecedenti e successive all’impatto degli aerei; tre torri e non due caddero quel giorno, tutte e tre in caduta libera, in violazione di tutte le leggi della fisica; nessuno dei quattro equipaggi degli aerei dirottati innestò il codice 7500, cosa inspiegabile; il pilota presunto del volo AA77, che colpì il Pentagono, non poteva effettuare la manovra che viene descritta nella speiegazione ufficiale; il vice presidente degli USA, Dick Cheney si trovava nel bunker di comando ben prima che AA77 colpisse il Pentagono, mentre egli affermò il contrario.

A queste domande se ne posono aggiungere molte altre. Né le quattro scatole nere dei due aerei finiti sulle torri né quelle del volo AA77 sono state ritrovate: un record assoluto nella storia dell’aeronautica moderna. Solo in seguito una delle due del volo AA77 è stata dichiarata come esistente. Ma il suo contenuto è in parte indecifrabile, in parte maldestramente manipolato (e chi può averlo manipolato? I 19 terroristi kamikaze?).

Ultima perla: due dei terroristi, che sarebbero stati a bordo del volo AA77, al-Anjour e al-Mihdhar, vissero gli ultimi dieci mesi prima dell’11/9 in casa di un agente dell’FBI , a San Diego, California, e furono finanziati da un altro doppio agente dell’FBI e dell’Arabia Saudita. Erano protetti da un servizio segreto americano, entrarono negli Stati Uniti con un visto multiplo, concesso loro da un altro servizio segreto americano. Parlare di “errori”, o di “incompetenza” è ormai impossibile. Si deve parlare di connivenza e di partecipazione attiva. Ma se aspettiamo che Barack Obama ci dica la verità, aspetteremo invano. Lui ha assunto le vesti del vendicatore uccidendo per l’ennesima volta, il già defunto Osama bin Laden e seppellendolo in mare. Credere a questa storia e credere agli asini che volano è la stessa, identica cosa.
The Budget

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