Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 19 maggio 2012

La Merkel perde il controllo ...

GRAVISSIMA INTROMISSIONE DELLA MERKEL SU ELEZIONI GRECHE.
Una richiesta gravissima e senza precedenti quella avanzata dalla Merkel al popolo greco. Una dichiarazione che travalica qualsiasi regola democratica tra stati sovrani nelle relazioni bilaterali. Da quanto riportano le agenzie, la cancelliera tedesca Angela Merkel avrebbe oggi "suggerito" che con il voto per le legislative si tenga un referendum sulla permanenza di Atene nell'euro rivolgendosi direttamente all'attuale premier greco ad interim. La proposta è stata formulata dalla cancelliera nel corso della sua telefonata con Karolos Papoulias ed è di fatto un vero è proprio attacco ad un paese sovrano, ed una entrata a gamba tesa nel dibattito interno di un paese democratico. La Merkel, «ha evocato l'idea di un referendum, in parallelo con le elezioni, per sapere se i greci vogliano restare in eurolandia». Ci chiediamo come possa essere tollerato un atto così grave nella democratica Europa, ci chiediamo con quale autorità la Merkel possa permettersi di dare simili consigli. Il popolo greco con le truppe di occupazione tedesche ha chiuso i conti da un pezzo. E' bene che la Merkel se lo ricordi

Francoforte, blockupy sfila pacificamente. Decine di migliaia in corteo

fabrizio salvatori
       
L'Europa ribelle sbarca a Francoforte. E' in corso da circa un'ora la grande manifestazione di "blockupy Bce", che scandisce la quattro giorni di assedio alla sede della Banca centrale europea nel capoluogo tedesco.
Contrariamente a quanto annunciato dalla polizia sono arrivati decine di migliaia di giovani. Il corteo, partito da piazza Baeseler, sta sfilando pacificamente anche se è strettamente controllato dalla polizia in assetto antisommossa che si è concentrata, "cordonandolo" proprio sullo spezzone degli italiani.
Giovedì scorso centinaia di persone si erano date appuntamento alla Paulsplatz di Francoforte, nonostante il divieto delle forze dell’ordine. Organizzata da Blockupy Frankfurt contro le leggi dell’austerity, la protesta era iniziata già mercoledì e ha in programma una serie di eventi fino a domenica.
17.00 Il corteo si sta concludendo nella piazza vicino alla Japanese bank, pacificamente. Tutto si è svolto pacificamente nonostante i vari tentativi della polizia di disarticolare il lungo serpentone infiltrandosi all'interno. Nella piazza è previsto un concerto a chiusura della giornata.

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale
1. Premessa
Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi
Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta.

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi
Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.

venerdì 18 maggio 2012

Gli avvoltoi della finanza puntano l'Europa


Gli avvoltoi della finanza puntano l'Europa La Grecia deve 6 miliardi agli hedge funds
larepubblica
La Grecia deve 6 miliardi agli hedge funds

Rendimenti a due cifre e incassi esentasse per chi ha comprato i bond ellenici a prezzi di saldo. Operazioni condotte su scala mondiale. Paulson, Dart, Sheehan: ecco chi si arricchisce con i Paesi indebitati

di ANDREA GRECO
MILANO - Urlargli "avvoltoi" è facile. Ma non si rischia il moralismo quando un solo investitore incassa 400 milioni da uno Stato che non ha più soldi per pagare gli stipendi, e oltre metà è lucro di un anno di "investimento". Esentasse, perché l'investitore è un esiliato fiscale dagli Stati Uniti alle Cayman (a bordo del suo 70 metri, vent'anni fa). La storia di Kenneth Dart, dell'omonimo fondo riuscito martedì a ottenere un rimborso integrale di bond greci che non consegnò alla ristrutturazione di marzo, sembra fatta per irridere i greci che soffrono, e gli europei di creanza. "Due cose i greci non sopportano più - dice un ateniese di adozione - i tedeschi che parlano di austerità e gli avvoltoi finanziari che ci speculano". Tant'è.

Il colpo di Dart
Kenneth Dart li ha nei geni, gli animal spirits. Il nonno si affermò con le targhette di riconoscimento per i militari prima della Guerra. Il padre inventò Styrofoam, da cui Dart Containers, colosso mondiale dei contenitori in plastica. Lui, terza generazione, sotto bandiera caymanese pratica finanza creativa e immobiliare. Non ha inventato niente Dart. Ha comprato l'anno scorso, pagando circa il 60% del valore nominale, bond greci, ha incassato rendimenti a due cifre. Ha resistito allo stralcio del debito, quando il governo chiese un taglio del 75% nominale (operazione "spintanea", fatta digerire a banche e investitori ma
senza obblighi formali, che avrebbero fatto scattare il default paese). Creditori per 177 miliardi hanno ingoiato il boccone ma altri 6 miliardi non sono stati consegnati, sfidando le minacce di Atene: "Non vi rimborseremo più". Sapevano, gli audaci, che la legge internazionale era dalla loro parte e che per non rischiare azioni legali con possibile default la Grecia avrebbe ripagato per intero. Puntualmente, il 15 maggio il governo Papademos, o quel che ne resta, ha pagato: "Ma l'accaduto non costituisce precedente per il futuro". A settembre scade un'altra tranche.

Sciacalli in tribunale
"Il fatto è che la Grecia rischiava un brutto precedente rompendo quei contratti, gli investitori internazionali l'avrebbero interpretato come un problema per tutto il mercato dei capitali europei". Lo dice un gestore hedge di New York, uno che quei titoli li ha comprati, "ma pochi: troppo illiquidi e il rischio di cause legali troppo alto". In America c'è un nome per simili attivisti free rider (sciacalli?). E Dart ha avuto buoni maestri. Come Paul Singer, fondatore di Elliott management, altro fondo attivo sulla Grecia, che gestisce una quindicina di miliardi comprando debiti depressi, che poi rivende a prezzo maggiorato, altrimenti cita gli emittenti reclamando l'intera somma. Nel 1995 comprò a 20 milioni il debito di una banca peruviana, che in tribunale tornarono 58 milioni. Una controllata di Elliott, Kensington, comprò 30 milioni di debito del Congo-Brazzaville a prezzi infimi, e ottenne nel 2002 un centinaio di milioni di interessi. Un'altra sua costola, Nml capital, aspetta sentenze contro l'Argentina chiedendo 182 milioni di bond in default nel 2002. Poi c'è Michael Sheehan, detto Goldfinger, uno che "espia" il passato di consulente per le Ong di volontari sul debito africano. Ha cambiato angolo, prima prendendosi per clienti fondi avvoltoi - come Fg capital - poi creando Donegal international. Donegal ha in mano 15 milioni di debito Zambia datato 1979, comprati dalla Romania nel '99 al prezzo di 3 milioni. A quel punto Sheehan, esperto avvocato, ha iniziato le pressioni sullo Zambia, da cui ha ottenuto prima 2,5 milioni, poi l'ha citato in Gran Bretagna e ha riavuto l'intero valore nominale. Tra i primi clienti di Sheehan "convertito" ci fu Peter Grossman, ex Morgan Stanley poi cofondatore di Fg management, che ha citato con successo il Congo per 100 milioni dopo avere comprato per 2,6 milioni debiti di quel valore facciale. A venderli, una società statale bosniaca, benedicente il premier Nedzad Brankovic, poi coinvolto in vicende di corruzione legata a quella società.

Anche in Italia
Non è un mestiere per vecchi. Difatti in Italia non è molto praticato. Gli avvoltoi sul Belpaese si sono visti sui titoli in default Cirio e Parmalat, per il resto la scarsità del debito quotato e il moloch giudiziario (tre gradi di giudizio e anni prima delle sentenze) sconsigliano incursioni. Più diffusi gli acquisti a sconto di crediti problematici. Centinaia di miliardi ma ben nascosti nei bilanci bancari, anche perché "manca una legge sulla deducibilità delle perdite su crediti, salvo nei fallimenti", spiega Roberto Cornetta, esperto di ristrutturazioni dello studio legale Ranieri Guaccero Cornetta. Sui dossier crediti operano anche big come Apollo, Cerberus, Oak Tree, Goldman Sachs. Di recente, una banca avrebbe ceduto mezzo miliardo di prestiti a solo l'1,8% del valore, perché scaduti da un decennio. D'epoca sono anche i crediti delle amministrazioni straordinarie "legge Prodi", che varrebbero decine di miliardi. Ma i grandi avvoltoi finora non hanno tempo per l'Italia; paiono più intenti a dare una limatina al debito dell'Europa a tripla A. Germania, Olanda e affini, perché, come di recente ha scritto John Paulson (guru del massimo hedge fund di Wall Street) ai suoi clienti, "non è a lungo sostenibile il peggioramento di Spagna e Italia senza che la Germania ne risenta". Comunque lo si legga, un concetto di unità europea.

Questa poi !! ...

IL "FINANZISTA" TRICHET PROPONE IL COMMISSARIAMENTO DELLA GRECIA
La Grecia non può fare quello che vuole, o fa quello che diciamo noi oppure la commissariamo. Oggi la vera novità che spinta al G8 di Washington è il 'piano-Trichet' per la Grecia: in caso di inadempienza di un Paese europeo alle raccomandazioni della Commissione e del Consiglio Ue, scatta un governo federale d'emergenza pronto a prendere le redini della situazione nel Paese interessato. È un commissariamento che sembra quasi una invasione annunciata quello proposto a Washington dall'ex presidente della Bce. Un «salto di qualità» nella governance europea, indispensabile - dice l'ex presidente della BCE - «per proteggere il resto dei Paesi interconnessi». Come intende prendere le redini della Grecia Trichet non è dato sapere.

L'intervista. Sfruttamento e ricatti tra banchi e carrelli.

Isabella Borghese - controlacrisi -
       
Si chiama Giulia ed è una visual marchandiser di Roma.
Lavora nei supermercati e ogni giorno si adopera per ottimizzare tutte le possibilità offerte dalla vendita visiva in qualsiasi spazio vendita, grande o piccolo che sia. Deve valorizzare al meglio i prodotti dell’azienda per cui lavora e di conseguenza il reparto, i punti vendita facendo in modo che gli articoli dell’azienda per cui è lì siano esattamente nel posto giusto e al momento giusto. E, questione da non sottovalutare, anche al prezzo corretto. Deve fare in modo che le merci siano collocate in modo adeguato all’interno del punto vendita perché questo serve ad avvicinare il cliente al prodotto soddisfacendo il suo bisogno di acquisto e consentendogli, inoltre, di trovare con facilità quello che cerca in un luogo ricco di prodotti che rischia, molto spesso, di diventare un posto di puro caos. Gli acquirenti in questo modo vengono aiutati, si destreggiano bene perché diventano autosufficienti attraverso la facilità di lettura dello spazio visivo. E il personale di vendita, inoltre, grazie a questo lavoro è minore e quindi le spese vengono ridotte.
Come sei diventata visual marchindiser?
Ho una laurea in Scienze della Comunicazione. Per anni ho lavorato come hostess, nei settori commerciali di varie aziende. Attualmente sono le posizioni più semplici da trovare perché sono attività che portano direttamente denaro alle aziende. Così il lavoro non te lo leva nessuno.
Con quale forma di contratto lavori?
Ho un contratto a tempo determinato per un anno, la cui retribuzione risulta pari a quella di un part time: 1000 euro nette.
E la realtà?
La realtà è che dal lunedì al venerdì lavoro dalle 6-8 ore al giorno. Talvolta mi trovo anche costretta a recuperare il sabato. Il mio è un part time che non tiene conto e nel modo più assoluto degli spostamenti quotidiani legati al mio impiego, ma solo ed esclusivamente delle ore che trascorro nei punti vendita.
Altre complicazioni?
Il rimborso spese per la benzina che mi spetta secondo contratto è pari a 0, 24 centesimi al litro. Di questa quantità 0,12 centesimi sono destinati al km per la benzina e le restanti 0, 12 sono invece la cifra stabilita per l’usura della macchina. Ma la benzina è arrivata a 1,800 euro al litro, a 1,900 euro al litro e questi, a quanto pare, tuttavia sembrano particolari, seppur non indifferenti, che devono interessare solo me, il mio povero portafogli e la mia utilitaria.Secondo contratto a me e ai miei colleghi non è prevista né la tredicesima, né la quattordicesima. Comunque, per utilizzare l’espressione dei miei capi, sono state spalmate nel nostro stipendio mensile.
Che tipo di legame esiste tra agenzia interinale multinazionale? Come vi permette di lavorare? Esistono dinamiche particolari di sfruttamento a vostro danno? Che favoriscono l’agenzia interinale, intendo, contro il vostro interesse.
Sono pagata dall’azienda e anche le note spesa finiscono alla multinazionale. Per questo l’agenzia non si fa scrupoli se vengono pompate. Ci danno un massimo di budget per le chiamate al cellulare, perché pagano loro, ma per la benzina, non battono ciglio: la nota spesa, del resto, ribadisco, va all’azienda. Secondo le disposizioni dell’agenzia interinale quando ci ritroviamo alle riunioni con l’azienda non dobbiamo mai parlare del nostro compenso né di altro che abbia attinenza con il nostro contratto. Mi è sembrato curioso all’inizio. Ma solo in principio. Poco dopo infatti non sono mancate le occasioni in cui, da diverse affermazioni rilasciate dai capi della multinazionale che ci vengono a trovare ai briefing, abbiamo dedotto che ci spetterebbero non solo i buoni pasto, ma anche un corrispettivo che, comprensivo di note spesa, si dovrebbe aggirare intorno ai 2600 euro. Ben 1600 euro di quanto recepisco ogni mese.Spesso l’agenzia interinale “ci chiede dei favori”.
Ovvero?
Chiama noi visual marchandiser che abbiamo contratti esclusivi con la multinazionale e ci chiede altre prestazioni remunerate sottraendoci così tempo al nostro impiego. Chiaramente lo chiede specificando l’assoluta discrezione verso la multinazionale con cui abbiamo il contratto. Ci chiede di eseguire altre prestazioni senza dirlo all’azienda. Noi, tuttavia, ci sentiamo sempre quasi costretti a soddisfare la loro richiesta.
Perché?
Perché quello con l’agenzia interinale è un rapporto di lavoro che occorre mantenere saldo per il futuro. È lei difatti a trovarci l’impiego. Ma questa sfaccettatura del mio lavoro, nonostante tutto, è un gran rischio e una scocciatura non indifferente: ogni volta che eseguo altre prestazioni per l’agenzia interinale vivo nel timore di incontrare qualche capo dell’azienda per cui lavoro e, nel caso in cui inciampassi in questo, la catastrofe sarebbe immediata: lui difatti mi troverebbe a fare altro e non a lavorare per l’azienda. La scocciatura tuttavia resta nell’impossibilità di rifiutare un piacere all’agenzia.
Perché? A cosa andresti incontro?
Farlo significherebbe compromettere la possibilità di lavori futuri e dunque l’unico comportamento che riesco ad assumere rispecchia quello di una donna che vive nella volontà di non perdere un contatto di lavoro che possa esserle utile a lungo termine.

Il “dramma” delle elezioni greche


     

Fonte: Z net Italy | Autore: Nikos Raptis        Dramatis PersonaeA. Prima che Frau Merkel (e i suoi mentori statunitensi) “attaccasse” il popolo greco, circa due anni fa:
La situazione in Grecia era pressappoco la seguente:

- “Socialisti” (PASOK) intorno al 40%
- Nuova Democrazia (Conservatori, ovvero di destra) intorno al 35%
- KKE, Comunisti (Stalinisti): intorno al 6%
- SYRYZA (radici eurocomuniste) intorno al 3%
- Verdi (con radici anarchiche), prossimi al ma inferiori al 3%
- Neonazisti (nel parlamento greco) intorno al 3%
- Neonazisti (non nel parlamento greco) meno dello 0,3%
B. Dopo l’ “attacco” della Merkel:
- “Socialisti” (PASOK) intorno al 10%
- Nuova Democrazia (Conservatori) intorno al 30%
- KKE, Comunisti (Stalinisti): intorno al 12%
- SYRYZA (radici eurocomuniste) intorno al 12%
- Sinistra Democratica (partito nuovo, scisso da SYIRIZA) intorno al 13%
- Verdi (con radici anarchiche), prossimi ma inferiori al 5%
- Neonazisti (nel parlamento greco) intorno al 5%
- Neonazisti (non nel parlamento greco): non disponibile. Probabilmente invariato.
C. Dopo le elezioni parlamentari greche del 6 maggio 2012
- “Socialisti” (PASOK) 13%
- Nuova Democrazia (Conservatori) 18,85%
- Greci Indipendenti (scissione da Nuova Democrazia) 10,60%
- Alleanza Democratica (scissione da Nuova Democrazia) 2,55%
- KKE, Comunisti (Stalinisti): 8,48%
- SYRYZA (radici eurocomuniste) 16,78%
- Sinistra Democratica (partito nuovo, scisso da SYIRIZA) 6,11%
- Verdi (con radici anarchiche) 2,90% (non entrati in parlamento)
- Neonazisti (già nel parlamento greco) 2,93% (non entrati in parlamento)
- Neonazisti (già non nel parlamento greco): 6,97% (entrati in parlamento)
Il “Dramma”
(Scena prima)
Una delle “perversioni” prevalenti (se non quella dominante) in questo “dramma” è che la legge elettorale regala al primo partito (quello con il maggior numero totale di voti) un premio di 50 seggi [!!!] nel parlamento greco che ha 300 seggi. Il che significa che un candidato del primo partito con, diciamo 200 voti, può ottenere un seggio, mentre un candidato del secondo partito, con 100.000 voti, non può entrare in parlamento! Incredibile? Sì, ma istruttivo per i giovani di tutto il mondo.
Come è stato possibile approvare una simile legge? Il defunto Andreas Papandreou, un economista allevato negli Stati Uniti, da principale figura politica in Grecia per quasi mezzo secolo (dai primi anni ’60), offrì ai greci alcuni tipi umani molto interessanti, da lui scelti per essere le élite politiche greci per decenni. Ad esempio scelse Akis Tsohatzopoulos, che pochi giorni dopo fu imprigionato per corruzione e che trascinò in prigione sua moglie, sua figlia, e parenti e amici assortiti. Scelse Theodore Pangalos, un tipo piuttosto paffuto del peso di 350 libbre [quasi 160 chili – n.d.t.] che “passò” Ochalan, dei curdi, alla CIA, che definisce i greci comuni dei buoni a nulla, ecc. ecc. Alla fine scelse un ingegnere civile, che a un certo punto della sua carriera ha stilato la nobile legge elettorale di cui sopra, più una legge che di fatto ha reso illegali gli scioperi in Grecia. Questi eccezionali individui sono stati scelti da un’unica persona per decidere delle vite di dieci milioni di persone.
Ora si supponga che, a dispetto della citata nobile legge, ci sia un governo di sinistra in Grecia. Naturalmente tale governo avrà sotto il suo controllo anche le forze armate greche. Inoltre si supponga che tale governo sovrano greco chieda che una delle più importanti basi militari statunitensi nel mondo, la base di “Souda Bay” a Creta, venga chiusa. La formazione di un simile governo greco di sinistra non sarebbe piuttosto “fastidiosa” non solo per gli Stati Uniti ma anche per Israele che utilizza la base di “Souda Bay” come parte della propria macchina militare?
Perciò un governo greco di sinistra non potrà esistere, mai.

Liberiamoci dalla mannaia del debito

Francesco Gesualdi - rifondazione -
       
  Il nuovo vento che soffia in Europa forse ci permetterà di imboccare altre strade per la soluzione del debito. Un problema che va sicuramente risolto, sapendo però che ci sono due modi per farlo: dalla parte dei creditori o dei cittadini. La politica italiana, assieme a quella europea, finora ha scelto i creditori imponendoci sacrifici fatti passare come medicine per salvare l’Italia. Il ritornello lo conosciamo: siamo sotto costante esame dei mercati, se facciamo scelte a loro gradite abbiamo qualche possibilità di cavarcela, altrimenti saremo distrutti. Implicito riconoscimento che fra Stato e mercati ormai non comandano più parlamenti e governi, ma banche, fondi di investimento, hedge fund.
Ma il guaio è che non è sempre facile indovinare la cera più giusta, i mercati assomigliano a damigelle un po’ viziate che si stancano subito del vestito appena indossato e con aria annoiata ne richiedono un altro. E se in un primo momento i mercati hanno brindato di fronte alla decisione dei governi di spremere le famiglie con un aggravio di tasse per garantire ai creditori interessi più alti, oggi si dimostrano insofferenti perché sanno che togliendo ricchezza alla gente si rischia di inceppare l’intero sistema, con danno anche per loro.
I tecnici economisti, quelli che sanno servire i mercati meglio dei politici, perché hanno studiato per questo, hanno fatto subito una proposta alternativa: non è dai redditi delle famiglie che dobbiamo ottenere il latte da somministrare ai mercati, ma dal taglio della spesa pubblica, che in Italia ha raggiunto gli 800 miliardi di euro, il 50% del Pil. Una vera bestemmia per i nostri dottori in economia, che si sbarazzerebbero volentieri di pensioni e assistenza alle famiglie (300 miliardi), sanità (100 miliardi), spese degli enti locali (240 miliardi), scuola (80 miliardi). Ma i tecnici d’oltreoceano hanno subito bocciato l’idea, nientepopodimeno che per bocca di Lawrence Summers, già ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa Bianca. In un articolo apparso sul Financial Times del 30 aprile ricorda che il taglio della spesa pubblica ha un effetto demolitivo sul Pil pari a una volta e mezzo. Come dire che a ogni euro in meno di spesa pubblica corrisponde un euro e mezzo di contrazione del Pil. In effetti non ci vuole la laurea per capire che anche la spesa pubblica rappresenta domanda per il sistema e ogni sua riduzione si ripercuote negativamente sull’intera economia. Così i nostri tecnici lavorano contro la crescita pur invocandola dalla mattina alla sera, al pari dei mercati che coltivano il caos pur invocando la stabilità.
L’unico modo per uscire da questa politica fallimentare è un cambio di prospettiva. Dobbiamo smettere di inseguire i padroni della finanza e concentrarci sugli interessi dei cittadini. Allora scopriremo che la priorità non sono il Pil e la crescita, ma l’equità e i servizi. Due percorsi che, oltre a garantire benefici a ogni cittadino, portano prosperità all’intera economia perché rimettono in circolazione ricchezze nascoste, tutt’al più utilizzate in operazioni speculative.

Se l'euro ci divide

Marco D'Eramo - ilmanifesto -
È sotto gli occhi di tutti: l'unione monetaria sta dividendo l'Europa. La sta dividendo politicamente, socialmente, soprattutto economicamente. L'euro era stato pensato come strumento per cementare l'unione politica europea e per ancorare la prosperità tedesca a quella del resto del continente. Invece non fa che esaltare il divario tra paese e paese, mandare a picco le economie, esasperare nazionalismi e xenofobie. Risultato collaterale, ma non meno devastante, l'euro sta abrogando la democrazia, vanifica il suffragio universale, cancella due secoli di conquiste popolari e cancella con un tratto di penna componenti essenziali di civiltà. In nome della moneta comune si scavano tra uno stato europeo e l'altro baratri incolmabili, erigendo frontiere più invalicabili del muro di Berlino: non a caso, nel primo turno delle presidenziali francesi ha ricevuto il 18% dei suffragi Marina le Pen, la cui campagna era centrata contro «l'Unione sovietica europea». Slogan azzeccato, anche se indigesto. È vero che la moneta comune funziona come un Patto di Varsavia e le rate del debito opprimono come le divisioni corazzate dei «paesi fratelli».
Né potrebbe essere altrimenti: sotto la cappa di una valuta unica sono state compresse economie diversissime senza dotarsi di nessuno strumento per armonizzarle. La Spagna deve sottostare agli stessi tassi d'interessi della Germania pur con il quadruplo dei disoccupati, senza poter svalutare per recuperare competitività nell'export e senza poter allentare il credito per alleviare un sistema bancario sull'orlo del crac. L'euro sta pagando il suo peccato originale: aver costruito una moneta comune senza fondarla su una politica economica comune. Né era possibile una politica comune senza un centro decisionale comune eletto democraticamente e democraticamente controllato. Risultato: ci siamo trovati in balia di uno sbilanciatissimo duumvirato franco-tedesco autoinsediatosi e spaccato al suo interno. Che la crisi economica dell'unione europea sia dovuta a un deficit politico di democrazia, l'unica a sostenerlo con lucidità all'infuori del manifesto è Barbara Spinelli, la cui voce risuona però nel deserto della stampa italiana.
In questa situazione è inutile (e ingiusto) chiedere ai contribuenti tedeschi di sborsare denaro per un'entità che non è la loro (come non è la nostra). L'unica soluzione sarebbe avviare un processo di unificazione politica, varare un organo di governo comune a cui sia devoluta buona parte delle sovranità nazionali in materia di politica economica, un governo responsabile di fronte a un vero parlamento federale (o confederale) eletto: non quella parodia di Banca centrale priva delle sue prerogative chiave, prima tra tutte quella di prestare alle banche della propria area e comprare i titoli di debito del proprio stato (come invece fanno la Federal Reserve Usa e la Banca centrale giapponese). Sarebbe l'unica soluzione per salvare l'euro e le economie europee. Ma esigerebbe una sinistra europea o, meglio, il delinearsi di una dimensione europea e sovranazionale della sinistra. Invece proprio i dieci anni di moneta unica hanno rinchiuso ogni sinistra nazionale nel proprio ristretto orizzonte territoriale, rendendo ognuno sordo e cieco di fronte ai patemi dei propri vicini.
Continuiamo a chiedere da mesi: quale leader della sinistra europea si è recato ad Atene o ha invitato a suo tempo George Papandreu (quando propose un referendum sull'austerità e fu minacciato di golpe militare) e ora Alexis Tsipras? In questi dieci anni di euro le sinistre europee si sono imbevute, senza accorgersene, dei nazionalismi e dell'antieuropeismo che la dittatura dello spread ha alimentato.

KIPPAH & FEZ
Roma mayor (of notorious simpaty for fascism) offers honorary citizenship to israeli soldier Shalit

giovedì 17 maggio 2012

Il Front de Gauche e le basi programmatiche della sinistra.


       

Autore: BRUNO STERI - controlacrisi -

Abbiamo letto il programma proposto dal Front de Gauche agli elettori francesi, sintonizzandoci mentalmente sull’auspicabile prospettiva di un programma unitario della sinistra italiana che aspiri ad una dimensione europea e che sia all’altezza di questi tempi difficili. Non perdiamo infatti il vizio di anteporre, logicamente e politicamente, i contenuti alle ipotesi di alleanza, col presupposto (purtroppo nient’affatto scontato nei fatti) che le seconde siano conseguenti ai primi.
Va precisato che un programma (anche un programma elettorale) non può essere inteso come una mera sequela di tesi e dichiarazioni d’intenti ma configura un’architettonica, un sistema di proposizioni entro cui il particolare scaturisce da visioni generali e le proposte di breve periodo si trovano ad essere incastonate in progettualità di più ampio respiro. Ciò è richiesto a maggior ragione in una fase storico-politica che tende a mettere in questione assetti (nazionali e sovranazionali) e istituti della convivenza civile – si pensi al carattere strutturale della crisi o alle incerte sorti della stessa Unione Europea – e a ridurre la polpa della dialettica politica contingente all’osso dei fondamentali. Insomma abbiamo voluto gettare un occhio un po’ più attento alla riflessione e alla proposta della sinistra d’alternativa francese, con il pensiero alle nostrane vicende italiche.
Capitale finanziario e sovranità popolare
Nell’Introduzione, il testo dei compagni francesi (d’ora in avanti ProgrammaFdG) muove da una constatazione di carattere generale: in Europa e più in generale nel mondo l’esplodere di ineguaglianze, precarietà e povertà, così come è documentato da tutte le statistiche ufficiali, nonché l’incombere sul pianeta di una vera e propria catastrofe ecologica sono stati determinati in questi ultimi decenni dal “dominio del capitale finanziario”. E’ appena il caso di ricordare che l’espressione “capitale finanziario” per un verso descrive genericamente l’attuale peculiare potere della “finanza” e quindi l’odierna torsione del sistema capitalistico a seguito della cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia; per altro verso, più specificatamente, denomina il fenomeno che già Lenin poneva a contrassegno distintivo dell’era “imperialista”, caratterizzata dalla fusione di capitale bancario e capitale industriale (appunto in capitale finanziario). In tale fenomeno il ProgrammaFdG isola l’azione di un soggetto sociale e politico e individua oggi l’antagonista di classe.Il fatto che Stati e governi deleghino poteri e sovranità in omaggio a compatibilità che sono funzionali a tale dominio (esercitato prevalentemente da non eletti) rende conto del carattere a-democratico di quest’ultimo: le politiche neoliberali, con il dramma sociale che ad esse consegue, sempre di meno si alimentano di istanze egemoniche e sempre di più precipitano coercitivamente sui popoli, imposte dalla “tirannia dei mercati finanziari”. La crisi ha fatto compiere a tale processo involutivo un salto di qualità, evidenziando un impasse storico da cui lo stesso blocco sociale dominante non riesce ad uscire: “Proprio come la nobiltà del 1789 non poteva rompere con l’ Ancien Régime, il capitalismo finanziario è incapace di uscire da un sistema che rimpingua i privilegi”. E, anzi, esso reagisce rilanciando: dopo aver celebrato nel Trattato costituzionale europeo (peraltro respinto nel 2005 dal popolo francese) la supremazia dell’impresa e dei mercati, si vuol andare ancor più lontano, imponendo l’inclusione nella legge fondamentale dei singoli Stati l’obiettivo del pareggio di bilancio. Su questo punto specifico, il ProgrammaFdG è sin dall’inizio molto netto: se gli orientamenti di cui l’indicazione di tale obiettivo è sintesi emblematica dovessero prevalere, vorrebbe dire che la sicurezza sociale è sacrificata al “regno del profitto”, l’interesse generale all’ “avidità insaziabile di alcuni”, l’equilibrio dell’ecosistema alle “esigenze del breve termine”. Ma, soprattutto, “se una tale disposizione fosse integrata nella Costituzione francese, vorrebbe dire che le pretese dei detentori del debito si imporrebbero sui nostri rappresentanti eletti”.In questo senso, non c’è nessuna soluzione scientificamente neutra da dover far valere sui diversi punti di vista e la posta è squisitamente politica. Essa concerne il potere: “Per risolvere la crisi, occorre riprendere il potere (…). Occorre che siano eletti dirigenti che non dipendano in alcun modo dall’oligarchia finanziaria: occorre una rivoluzione dei cittadini (une révolution citoyenne)”. A tal fine, si tratta di essere consapevoli di un passaggio obbligato: bisogna rompere con i principi che ci hanno condotto nell’impasse e, quindi, con le politiche seguite dai governi in questi ultimi decenni. Ciò comporta non glissare su un delicato discrimine: “Certamente, vi sono state differenze tra la politica dei governi di destra e quella dei governi di sinistra. Ma, sfortunatamente, ci sono stati anche dei punti in comune: il confidare nell’attuale costruzione – liberale – dell’Unione Europea, la volontà di ridurre il ‘costo del lavoro’, lo smantellamento dei servizi pubblici, il rifiuto di affrontare banche e mercati finanziari. Dogmi ripetuti da partiti e media dominanti, applicati ciecamente da governi e istituzioni internazionali”. Noi vi proponiamo – insiste il ProgrammaFdG – “altre idee, altre istituzioni, altri rappresentanti”. Per questo, “abbiamo bisogno della sovranità del popolo, la sola capace di guardare all’interesse generale”; per vincere, abbiamo bisogno della “mobilitazione delle donne e degli uomini di questo Paese”. All’inumanità del capitale il Front de Gauche contrappone l’umano: non semplicemente un’istanza etica, ma “la nostra strategia contro la crisi” (il lavorare, l’aver cura di sè, l’abitare, la formazione e la cultura). E’ il titolo stesso del programma: Prima l’umano (“L’humain d’abord”).

LA GRECIA AFFRONTERA' I MERCATI CON LA DEMOCRAZIA

La stampa di regime è sotto shock per la vicenda greca. Accusano il paese greco, ed in particolar modo Syriza, di aver assunto il ruolo di guastatore del memorandum, accusano il giovane leader che ha vinto le elezioni contro le politiche di austerità di «arroganza» e «intransigenza». La vera notizia però, al di là della cortina fumogena che spargono i nostri media, è che a metà giugno la Grecia tornerà alle urne. La vera notizia è che oggi la Grecia ha deciso che affronterà i mercati e che da queste elezioni potrebbe saltar fuori qualcosa di mai visto nella storia recente del vecchio continente. Un Governo di sinistra, con i socialisti all'opposizione, che intende rinegoziare il debito. Roba da far impallidire i finanzieri di mezzo mondo. La Borsa di Atene dopo la notizia oggi è precipitata a un -4% e le banche greche hanno perso oltre l'8%. Con la borsa greca sono andate giù anche le altre borse europee ed il vento della speculazione è tornato a farsi sentire. Lo spread in Italia è volato a 440. Fa un certo effetto sentire i governanti europei, gli stessi che lasciano alla BCE di Mario Draghi il ruolo di massimo finanziatore delle speculazione, parlare di irresponsabilità della classe politica greca. Non sono però solo i politicanti oggi ad aver passato il segno, anche altre istituzioni hanno preso parola. Una delle responsabili principali della crisi greca, ovvero il Fondo Monetario Internazionale, ha fatto sapere tramite Christine Lagarde che un'uscita, sebbene «ordinata», della Grecia dall'euro «fa parte delle opzioni che siamo obbligati a considerare tecnicamente». Il vero punto è che queste dichiarazioni spesso nascondono nervosismo. Già perchè oggi sono saltate le alchimie dei governi tecnici o di unità nazionale sul modello italiano per i greci. I responsabili della crisi conservatori e socialisti sono infatti talmente sfiduciati nel paese che difficilmente potranno essere un valido appoggio per la Troika. Tutti oggi hanno addebitato ad Alexis Tsipras, leader della Coalizione delle Sinistre (Syriza, radicale), il mancato accordo per la formazione del Governo. Accuse queste prontamente rimandate al mittente, ora è arrivato il momento - ha detto Tsiparas -«di fare un passo decisivo per formare un governo di sinistra che avrà il potere affidatogli dal popolo per consegnare i partiti del passato all'armadio della Storia».
REVOLUTION

mercoledì 16 maggio 2012

Un ciclone si avvicina all’Italia. E Monti si mette a fare Berlusconi

Stampa e televisione mainstream stanno ripetendo, da diversi giorni, spiegazioni molto più vicine alla propaganda che alla notizia. Sia sul fatto che gli interessi sul debito pubblico stanno salendo di nuovo che sulla crisi del sistema bancario nazionale. Ci si faccia caso: nel momento in cui si rileva una fase di difficoltà di uno di questi due contesti, per i media italiani, la responsabilità viene sempre da fuori. Qualche settimana fa la Spagna, accusata da Monti prima senza troppi problemi poi con una smentita ufficiale, era stata indicata come il paese che, con il suo comportamento, stava mettendo in difficoltà l’Italia. Poi la Francia, anzi l’effetto Hollande, indicata come fattore di instabilità della congiuntura europea che finiva per danneggiare l‘Italia. Infine di nuovo la Grecia, focolaio di un “contagio” che, inevitabilmente, non può che infettare la salute del vicino italiano. Sono considerazioni che, sul piano dell’opinione pubblica, possono essere accettate specie quando sui media si dà risalto alle lodi del Fmi al comportamento italiano. Insomma, sul set della propaganda italiana si gira il film un paese virtuoso, in via di risanamento ma, guarda te la sfortuna, danneggiato dal comportamento dei vicini. Un paese così responsabile da porsi come mediatore, almeno sui tg, tra Francia e Germania sulla strada delle politiche di “crescita”. Quando poi qualche dettaglio, nella rappresentazione scenografica, non torna allora lo si fa scomparire con discrezione. Ad esempio il downgrade di 26 banche italiane da parte di Standard & Poors. Sarà speculazione, ma non solo, però gli effetti di questo downgrade non sarebbero da nascondere specie sulla scena politica. Eppure, a parte la conferenza stampa di Casini contro l’agenzia di rating, si è passato volentieri ad altro (anche perché la saga della famiglia Bossi il suo spazio se lo conquista sempre). Quindi se vogliamo avere notizie sul futuro delle banche italiane bisogna rivolgersi al Wall Street Journal. Che afferma, senza problemi, che le prospettive del sistema bancario nazionale sono caratterizzate dalla presenza di nubi minacciose. E senza riferirsi al meteo di questo strano mese di maggio.
Ma cosa sta davvero accadendo a questo paese e in Europa?
Cominciamo da quest’ultima. Candidamente il Financial Times ha ammesso, in un suo importante editoriale, che la Banca Centrale europea non ha idee chiare sulle strategie, a breve e lungo termine, di uscita dalla crisi dell’area euro. L’ineguaglianza economica e finanziaria tra i paesi membri, l’assenza di una politica unitaria di compensazione degli squilibri tra nazioni europee (che dal 2008 si sono radicalizzati), la presenza di grandi masse capitale speculativo che si aggirano nelle piazze finanziarie del continente, la crisi dello stesso capitalismo in Europa se non hanno, per adesso, soluzione politica non ce l’hanno, al momento, nemmeno nel cervello che regola la politica monetaria ovvero la Bce. Chi movimenta capitali a livello globale, soggetti extraeuropei ma ovviamente anche continentali, ha preso atto della situazione e si sta muovendo in due modi. Il primo è quello di disinvestire da un continente a rischio, salvo la Germania, il secondo di giocare quanto più possibile sui paesi dove si necessita un forte finanziamento del debito pubblico (Spagna ed Italia, ad esempio, ma anche la Francia). Il risultato è stato che, con l’acuirsi della crisi greca, lo spread spagnolo e italiano è schizzato ad alti livelli e i titoli delle banche dei due paesi sono calati notevolmente. E’ evidente la logica di chi muove i capitali, che coincide con la follia sistemica di far finanziare il debito pubblico da simili mercati: da una parte si toglie valore ad un paese e alle sue banche, proprio perché a rischio crisi finanziaria, dall’altra gli si impongono tassi sempre più alti di rifinanziamento per poterci guadagnare sopra. La Spagna, in questo gioco, ha già il fiato corto: il primo ministro Rajoy ha già dichiarato che il suo paese forse non potrà più, per un certo periodo, finanziarsi sul mercato dei capitali. Una dichiarazione più esplosiva di qualsiasi crisi greca, visto che il nostro paese e la Spagna sono trattati allo stesso modo dai mercati, ma in Italia, visto che l’informazione deve comunque neutralizzare la portata dei problemi, si è preferito riportare una qualche conferenza di Monti.
Già, ma l’Italia?

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

di Stefano Sylos Labini - sbilanciamoci -

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale

1. Premessa
Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi
Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta.

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi
Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.
4. La ripresa del processo di finanziarizzazione
Superata questa fase, si è iniziato a prendere coscienza che il debito pubblico aveva raggiunto livelli di guardia[1] senza che si fosse messo in moto un ciclo di crescita in grado di autosostenersi e senza che fosse comparso un nuovo consumatore in grado di sostituire il consumatore americano iper-indebitato. E, in conseguenza del ristagno della domanda aggregata che non sta generando convenienti opportunità di investimento dei capitali nel settore reale, ha ripreso vigore il processo di finanziarizzazione[2], che è stato alimentato anche dai generosi interventi delle Banche centrali a favore delle banche private.

Hobsbawn: “Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato”

 


La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell'universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace - come la descriveva Marx nel "Manifesto comunista" - sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all'apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un'operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell'età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.

La crisi è epocale. Ma il capitalismo gode di ottima salute. Sta solo cambiando pelle e diventa di Stato. Le sorprendenti tesi del più grande storico contemporaneo, erede di Marx.

colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L'Espresso

E se per questa intervista con "l'Espresso", una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l'interlocutore. "Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi", inizia: "No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo".

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?"Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall'Atlantico verso l'Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell'Urss, oggi la situazione è diversa. L'impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l'economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall'Occidente".

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?"Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti - ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino - per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l'insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall'ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo".

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l'abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?"L'"Economist" alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c'è dell'altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro".

E l'innovazione?"L'innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell'innovazione nell'ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell'economia liberale come l'abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo "la teologia del libero mercato", la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno".

Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l'idea che le persone forgiano il proprio destino."Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo".

Cosa vuol dire?
"Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l'idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un'idea stramba. Marx non l'ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l'Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo".

Intanto la finanza prevale. C'è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un'intuizione giusta?"È emersa con forza un'élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell'economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte".

Vale a dire?"L'informazione è oggi un fattore di produzione".

Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa..."Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l'informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero".

Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa."Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell'operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l'automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata".

Chi è oggi il padrone? Una volta c'era la lotta di classe.
"Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l'hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto".

È una tesi sorprendente, la può spiegare?"Il meccanismo che sta dietro all'economia cinese è il desiderio di restaurare l'importanza di una cultura e di una civiltà. È l'opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all'urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno".

Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?"A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l'asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un'unità globale. E questo riguarda non solo l'economia, ma anche la più grande sfida dell'esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l'esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l'oro o il petrolio. Prendiamo l'acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell'acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico".

C'è un rimedio?"Sì, a patto che si capisca che l'economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l'andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni".

Può fare qualche previsione comunque?"È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici".

Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato."Guardi la storia. L'Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall'altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l'oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell'economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all'aumento del prodotto totale mondiale".

Lo scopo dell'economia è la felicità?"Certo".

Intanto crescono le diseguaglianze."E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all'interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c'è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro".

Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo..."Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe".

In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?"Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società". n

Disarmare i mercati per la democrazia dei beni comuni

  
 

di Marco Bersani (Attac Italia).


Un contributo per capire la situazione italiana e internazionale.

1. La crisi morde, attanaglia, non dà respiro. Investe l’economia e la società, l’ambiente e le condizioni di vita, la democrazia e le relazioni sociali. La crisi rivela. Scopre la grande menzogna di quaranta anni di modello neoliberista e l’enorme espropriazione sociale messa in atto ai danni delle persone ...

Allora, grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della comunicazione e dei trasporti, l’ideologia neoliberale ha raccontato a tutti la favola oggi trasformatasi in incubo: “Facciamo dell’intero pianeta un unico grande mercato, liberalizziamo i mercati finanziari e diamo piena libertà ai movimenti di capitali; togliamo loro ‘lacci e lacciuoli’, legati a concezioni obsolete e sconfitte dalla storia, eliminiamo tutti i vincoli sociali e ambientali, e sarà il libero dispiegarsi del mercato a regolare la società, producendo un’enorme ricchezza che, se anche non eliminerà le diseguaglianze sociali, produrrà a cascata benessere per tutti”.

La favola ha trovato un suo primo momento di impasse già alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando, contrariamente a quanto enfaticamente annunciato, le diseguaglianze tra la parte più ricca e quella più povera del pianeta si sono rivelate mai così ampie nella storia dell’umanità, al punto che la stragrande maggioranza della popolazione può essere considerata “fuori mercato”, ovvero talmente impoverita e depredata da non poter accedere neppure al ruolo di consumatore. Contemporaneamente, la parte minoritaria della popolazione,che ha continuato a detenere un potere d’acquisto, si è trovata nella condizione di aver sostanzialmente già comprato quasi tutto, determinando per il modello capitalistico una situazione di sovrapproduzione di merci e una crescente difficoltà nell’allocarle su nuovi mercati.

2. La prima conseguenza di questa impasse è stata l’abnorme espansione dei mercati finanziari: Poiché l’obiettivo di ogni detentore di capitali è quello di ottenere, nel più breve tempo possibile, più denaro di quanto ne avesse prima, in caso di difficoltà nel campo della produzione di merci e di servizi, si apre la via della valorizzazione dentro la sfera finanziaria e del capitale fittizio. Con esiti da incubo che alcuni semplici dati possono ben chiarire : gli scambi di valute all’interno del sistema finanziario hanno oggi superato i 3.000 miliardi di dollari al giorno a fronte di un commercio transfrontaliero di beni di 10.000 miliardi di dollari l’anno; i prodotti finanziari derivati, negoziati sui mercati non regolamentati “over the counter” hanno raggiunto una cifra pari a 12/15 volte l’intero Pil del pianeta.

Ireland’s Referendum- an Opportunity for Change

Filed under JohnPerkins.Org Blog Wire, On May 31 Ireland will put the EU’s new treaty for fiscal discipline to a referendum, giving Irish voters a chance to overturn this controversial agreement. The crisis in Ireland is symbolic of ones facing many European countries, as well as the United States, and is a direct outgrowth of policies implemented against developing countries when I was an economic hit man (EHM). The upcoming decision by Irish citizens is a harbinger for other countries around the world, as well as crucial to Ireland’s financial future.The Irish Government has been “asset stripping” –selling off public resources, including gas from the west coast, utilities, and forests in attempts to reduce the debt. This is an old tactic that was perfected by economic hit men in countries throughout Africa, Asia, Latin America and theMiddle East during the 1970s and 1980s. Many Irish are vehemently protesting such acts and are opposed to signing the EU treaty, declaring them a loss of sovereignty for a nation that fought a bloody battle for full independence less than a century ago.
Austerity measures are killing the European economy. Not surprisingly Goldman Sachs and other investment organizations are at the root of the problem; they are strategically staffing Europe’s government and the Central Bank with hard-hearted investment bankers more interested in the concerns of the financial sector than thoseof the people. These ex-European Commissioners and former central bankers are helping the banks gain access to those in power.
I’m looking forward to speaking in the UK as Ireland is on the verge of these crucial economic changes. From May 21-25 I will be teaching a course at Schumacher College in Devonhttp://www.schumachercollege.org.uk/courses/hoodwinked-what-wrecked-our-economy-and-how-to-fix-it. Followed by a brief speaking tour, “Financial Terrorism Exposed”, around the UK where I will be speaking in Dublin (May 27), Manchester (June 2), and London (June 3). For more information on this tour please visit www.economichitman.co.uk, or my website: http://www.johnperkins.org/?page_id=21.

martedì 15 maggio 2012

Quanto guadagna la Germania dal debito greco?

OΛΟΙ ΠΡΕΠΕΙ ΝΑ ΑΦΙΕΡΩΣΕΤΕ ΕΠΤΑ ΛΕΠΤΑ ΚΑΙ ΝΑ ΔΕΙΤΕ ΑΥΤΟ ΤΟ VIDEO


Η Γερμανική τηλεόραση έκανε ρεπορτάζ για το πως και με ποιον τρόπο "βοηθά" η χώρα τους την Ελλάδα. Όπως αποκαλύπτουν η Γερμανία επωφελείται απο την κρίση του ευρώ, ενώ η βοήθεια μαμούθ που υποτίθεται μας δίνουν είναι... ψίχουλα!!

Πρόκειται για ένα εκπληκτικό ρεπορτάζ του Γερμανικού καναλιού ARD, το οποίο απογυμνώνει την ψυχρή πραγματικότητα και εκθέτει τόσο τον ελληνα Πρωθυπουργό κ.Παπαδήμο όσο και τον ίδιο τον κ.Βενιζέλο, που επιμένουν να κρύβουν από τον Ελληνικό λαό την αλήθεια!

Είναι προς τιμήν της κρατικής ΝΕΤ που πρόβαλε αυτό το βίντεο, ενώ τα κάνάλια των εφοπλιστών και των εργολάβων συνεχίζουν να μιλάνε για την δήθεν Γερμανική βοήθεια!!!

Στην ουσία πρόκειται για Ελληνική βοήθεια προς τη Γερμανία...

Αξίζει να αφιερώσετε επτά λεπτά για να δείτε αυτό το βίντεο:



Γιώργος Αδαλής

Per la Grecia (e l’Europa) la soluzione potrebbe venire da Keynes (con l’aiuto di Hollande?)

Posted by keynesblog on in Economia, Europa
La possibile (probabile) uscita della Grecia dall’Euro è in questi giorni al centro della discussione. Nessuno sembra avere le idee chiarissime. Chi, come Nouriel Roubini, ritiene l’abbandono della moneta unica inevitabile, sottolinea che la Grecia potrebbe risollevarsi proprio grazie al ritorno alla dracma. L’esempio più ricorrente è quello dell’Argentina che aveva una situazione non dissimile: alto indebitamento con l’estero e la moneta locale, il peso, agganciato al dollaro con un rapporto 1:1. Il default e lo sganciamento del peso nel 2002 – sia pure pagando un’inflazione che schizzò al 40% – aiutò il paese nelle esportazioni, permettendo di uscire dalla crisi, ma richiese un lungo e penoso travaglio.
I contrari all’uscita della Grecia tuttavia sottolineano che essa non è un’economia votata alle esportazioni e quindi le sarebbe difficile recuperare come ha fatto l’Argentina. La risposta a questa obiezione è che il settore turistico potrebbe essere per i greci l’equivalente delle esportazioni argentine. Inoltre i contrari sottolineano come l’uscita della Grecia potrebbe essere solo l’inizio di un processo che porterebbe l’intero Sud Europa ad abbandonare la moneta unica e – per evitare la colonizzazione economica, anche il mercato unico -, con conseguenze per l’intera credibilità del progetto europeo. Sparirebbe in pochi mesi o qualche anno l’intero lavoro di mezzo secolo di integrazione.
Ma tra rimanere nell’Euro ed uscire c’è forse una terza via, ispirata a Keynes.
L’ha proposta ripetutamente Luca Fantacci, economista della Bocconi. L’idea prende le mosse dal Bancor proposto da Keynes come moneta internazionale alla conferenza di Bretton Woods dopo la seconda guerra mondiale:
Ecco, allora, la proposta: istituire una camera di compensazione europea, sul modello della Clearing Union proposta da Keynes a Bretton Woods … [la] camera di compensazione non richiederebbe un accantonamento preventivo di fondi né la concessione di ingenti garanzie da parte dei paesi membri. Possiamo immaginarla come una banca, ma senza capitale, né depositi, né riserve. Semplicemente, ogni paese ha un conto presso la camera di compensazione e ogni conto ha un saldo iniziale pari a zero. Ad ogni paese è accordata la possibilità di “andare in rosso”, entro determinati limiti, finanziando in tal modo un deficit temporaneo dei conti con l’estero.
I paesi in surplus registrano, viceversa, un saldo positivo. I saldi complessivi della camera sono sempre pari a zero; per questo non ha bisogno di riserve. La seconda peculiarità di questa banca è che debitori e creditori sono trattati in maniera simmetrica: se i primi pagano un interesse sui propri saldi negativi, anche i secondi non li guadagnano, ma anzi pagano una commissione sui propri saldi positivi. Questa disposizione, apparentemente vessatoria, è in realtà perfettamente giustificata dal fatto che i creditori non hanno depositato niente nella banca, ma anzi beneficiano dei suoi servizi, alla stessa stregua dei debitori: infatti, se la camera di compensazione consente a questi di acquistare ciò che altrimenti non avrebbero potuto permettersi, allo stesso modo, in maniera del tutto speculare, consente a quelli di vendere ciò che altrimenti non avrebbe trovato mercato.
Inoltre, gli oneri simmetrici costituiscono un incentivo per creditori e debitori a ristabilire l’equilibrio dei propri conti con l’estero. Una camera di compensazione così congegnata consentirebbe di finanziare gli squilibri interni all’Europa, senza dover ricorrere ai mercati finanziari internazionali, e, al tempo stesso, di assicurare che quegli squilibri siano limitati e temporanei.
Fantasie di un economista monetario? Per nulla:
Bello, si dirà, ma si può fare? Ebbene, sì. Anzi, lo si è già fatto. E proprio in Europa. Poco più di cinquant’anni fa. In una situazione simile. Con esiti straordinari. L’Europa usciva stremata dalla seconda guerra mondiale, aveva già divorato decine di miliardi di dollari di aiuti dagli Usa sotto il Piano Marshall, e ciononostante la ripresa stentava. Servivano ancora soldi? No, serviva soltanto uno strumento per consentire ai paesi europei di farsi credito a vicenda, in modo da consentire loro di ricominciare a investire, produrre, scambiare e consumare. Lo strumento fu trovato, nel 1950, nella forma di una camera di compensazione: l’Unione Europea dei Pagamenti. In otto anni, fece letteralmente miracoli: il miracolo economico italiano e quello tedesco, il raddoppio del commercio in Europa, la triplicazione di quello con gli Stati Uniti, la liberalizzazione degli scambi, l’inizio di uno spazio economico comune, integrato e bilanciato.
Ma c’è di più. A Nantes, in Francia, si sta sperimentando il “Bonùs”, una moneta municipale, studiata proprio da Luca Fantacci, con il suo collega Massimo Amato. La doppia moneta permette di avere uno strumento credibile di pagamento con l’esterno, ma di mantenere il controllo sull’economia locale. Spiega sempre Fantacci:
Una finanza locale, denominata in una moneta locale complementare all’euro, consentirebbe di togliere anche le comunità territoriali dalla morsa dei mercati globali, in modo che possano riacquistare una reale autonomia politica, senza rinunciare all’apertura verso l’esterno. Altrimenti continueremo a sacrificare ogni comunità in nome della Comunità Europea, salvo poi sacrificare la Comunità Europea in nome del mercato globale.
E ora la buona notizia. Il sindaco di Nantes, a cui Fantacci e Amato hanno fatto da consulenti per il Bonùs, è Jean-Marc Ayrault: il nuovo primo ministro francese designato da François Hollande.

Lo spread, il nuovo «dittatore»

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni       

Che scherzi fa la crisi… Ricordate Giuseppe Vegas, berlusconiano della prima ora e viceministro dell’economia con Giulio Tremonti? Ora è presidente della Consob, autorità di controllo sulla borsa italiana. Ieri ha parlato all’interno di Piazza Affari seminando una serie di considerazioni decisamente eccentriche rispetto al suo ruolo e all’area politico-culturale di provenienza. Un esempio per tutti: dal suo punto di osservazione ha notato che cresce «l’insofferenza nei confronti della ‘dittatura dello spread’», perché «affidare il nostro futuro a un numero costituisce anche un modo di abdicare ai nostri doveri». I quali discendono «da un fondamentale diritto: quello di partecipare democraticamente all’assunzione delle decisioni che ci riguardano».
Impossibile non concordare. Ma suona strano in bocca a chi – da governante – trovava normalissimo che (sotto Marchionne, in Fiat) i lavoratori non potessero decidere sul loro contratto di lavoro tramite referendum, né scegliersi il delegato o il sindacato cui iscriversi. Ma le elezioni in Grecia, Francia, Italia e persino in Germania dicono che non è salutare continuare su quella strada. «La gente» non ci sta. E quindi diventa obbligatorio far capire di aver capito, suggerendo che «è giunto il momento di affiancare alle manovre di risanamento scelte che possano garantire una crescita stabile».
Certo, può suonare ancora più strano che un ex frequentatore della «finanza creativa» tremontiana si lasci scappare giudizi come «l’innovazione finanziaria può essere positiva, ma legislatori e autorità hanno il dovere di evitare che si trasformi in un meccanismo che brucia i risparmi delle famiglie». O che contesti un’eccessiva «ugualianza» nelle sanzioni verso chi ha messo in atto comportamenti di mercato poco o molto pericolosi per il loro funzionamento; fino a decidere che l’attività di vigilanza del suo istituto deve essere indirizzata «verso i comportamenti maggiormente dannosi per l’intregrità dei mercati», concentrando perciò «l’azione repressiva» sulle condotte illecite «più rilevanti». In termini di soldi spostati, vien da pensare.
La giornata era anche giusta. Il disastro in Jp Morgan rivela infatti che il mercato dei «derivati» – completamente privo di regolamentazione, con scambi sempre over-the-counter – funziona come moltiplicatore dei rischi invece che come loro «gestione competente». E, in generale, che le politiche di contrasto della crisi fin qui messe in atto l’hanno semplicemente aggravata.
Eppure i mercati non riescono a cambiare logica, visto che la loro unica molla è il profitto a breve termine. Ieri il crollo delle piazze finanziarie è stato consistente e globale. Molti commentatori l’hanno attribuito all’impossibilità di formare un governo in Grecia, e quindi alla sempre più probabile uscita di Atene dall’euro. Ma i più accorti guardavano in realtà all’esito delle elezioni in Nord Reno Westfalia (oltre che a Jp Morgan), le quali – decretando una batosta di proporzioni inattese per la coalizione della Merkel – mette in seria discussione la governance europea per come si era fin qui definita.
Sarkozy è andato, e Hollande parte con l’obiettivo di rivedere molte scelte, a partire dal fiscal compact e dall’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Ora la Merkel – lo vedono proprio tutti – è molto più debole; e non si può pensare di governare 17 paesi con i diktat della Bundesbank o quelli della Bce. È saltata insomma la «linea Maginot» del rigore a tutti i costi, di cui fin qui aveva beneficiato la sola Germania, messa in condizione di potere rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero e guadagnando su quello altrui tramite le proprie banche. È questa la notizia davvero pessima per gli «investitori istituzionali» (quelli dai grandi numeri), che hanno bisogno di «certezze» per potersi lanciare in scommesse folli.
I numeri sono impietosi. Le borse europee sono andate tutte molto male, con ovviamente i poveri greci all’ultimo posto (4,27%) e una lista di perdite che sembra un cimitero (Piazza Affari a -2,74, addirittura «in risalita» dopo aver ceduto oltre il 3,5% durante la seduta; e poi Madrid -2,66, Londra -1,97, Parigi -2,29 e Francoforte -1,94). Ma nemmeno Wall Street poteva sorridere (la «squadra» licenziata da Jp Morgan era non a caso composta dagli speculatori contro l’Europa): a due ore dalla chiusura perdeva lo 0,7%, ma era partita anche peggio.
In crisi netta l’euro, sceso al di sotto dell’1,29 contro il dollaro Usa. Ma la misura sull’andamento dell’economia è come sempre dato dal prezzo del petrolio. In discesa (a 94,5 dollari al barile per il Wti, -1,6%). Perché se l’economia reale va male, si consuma meno energia.

Grecia ...

Fonte: controlacrisi.org | Autore: Isabella Borghese
... fallisce il tentativo di un nuovo governo. Domani alle 13 riunione al palazzo presidenziale
È fallito l'ultimo tentativo del presidente greco Karolos Papoulias di formare un governo. I leader dei partiti politici che oggi sono stati ricevuti dal presidente hanno spiegato che saranno convocate nuove elezioni. A renderlo noto è l'emittente televisiva Net. “Purtroppo la Grecia va verso nuove elezioni – dichiara il leader socialista Evangelos Venizelos - per colpa di qualcuno che ha messo i propri temporanei interessi politici al di sopra degli interessi della nazione”. Domani alle 13:00 si terrà una riunione al palazzo presidenziale per decidere la formazione di un governo ad interim per portare la Grecia alle elezioni. Evangelos Venizelos mentre conferma il fallimento dei negoziati per la formazione di una coalizione di governo, auspica che i greci possano prendere «decisioni mature» al prossimo voto.

USCIRE DALL'EURO ??

di Loretta Napoleoni - 15 Maggio 2012

La Grecia tiene col fiato sospeso l'Europa e la moneta unica potrebbe implodere. Un effetto domino è molto probabile, e sarebbe devastante. Lasciare l'Euro, paradossalmente, è in questo momento la strada più indolore per l'Italia

USCIRE DALL'EURO PER USCIRE DALLA CRISI

 Se in Grecia si va ad elezioni è molto probabile che il Partito Socialista Radicale e tutti quanti i partiti che sono contro l'austerità guadagneranno molti consensi. Probabilmente si avrà una coalizione basata principalmente sull'uscita dall'Euro, proprio perché interrompere l'austerità significa uscire dall'Euro. E questo creerebbe un vero e proprio cataclisma finanziario in Europa, anche perché non esiste, ad oggi, un protocollo di uscita dall'Euro. Ritengo sia molto probabile, allora, un'implosione della stessa moneta unica.
L'effetto principale di tutto ciò è sicuramente il contagio. Bisogna considerare che una implosione dell'Euro dovuta alla fuoriuscita della Grecia significa che la Grecia dichiarerà di non pagare il suo debito: il 75% di questo debito è dovuto al Fondo monetario, alla Banca centrale europea e all'Europa. Dunque non ci sarebbero più soldi nel famoso fondo salva stati per aiutare sia l'Italia che la Spagna che gli altri paesi della periferia.
Il contagio della crisi greca si sposterebbe molto velocemente ai paesi della periferia ed avremmo una situazione simile a quella che abbiamo visto proprio in Grecia un anno fa, con una progressiva degenerazione delle condizioni economiche e finanziarie.

L'Euro è alle soglie di un fallimento perché l'Europa ha perseguito a lungo una strada che è una strada ideologica, è una strada che non ha mostrato alcuna umiltà, una strada di arroganza. Se anche un anno fa avessimo considerato la possibilità di avere due Euro a due velocità, e quindi un protocollo per potere migrare dall'Euro di serie A nell'Euro di serie B, non ci troveremmo in una situazione di questo tipo. I greci non sarebbero alla fame e non avremmo dei partiti radicali di grande opposizione alla politica europea che prendono il 20 per cento dei voti nelle elezioni politiche.

Molti, ultimamente, mi chiedono quando e come usciremo dalla crisi. A mio avviso si esce dalla crisi solamente quando si risolve il problema Euro, quindi paradossalmente una implosione dell'Euro potrebbe essere benefica perché porrebbe fine a questa lunghissima agonia. Certo, le conseguenze saranno assolutamente disastrose, ci sarà una contrazione dell'economia che durerà diversi mesi. A un certo punto toccheremo il fondo, però, e da quel fondo ricominceremo a risalire. Così, invece, ci troviamo in caduta libera in un pozzo nero senza fine. 

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