Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 10 maggio 2013

Un altro passo verso il precipizio

di Jacques Sapir

L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.

Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.


Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

lunedì 21 gennaio 2013

Mali, la nuova frontiera di Hollande: ecco perchè


Mettendo fine a mesi di indugi e trattative internazionali, nel fine settimana appena trascorso il presidente francese, François Hollande, ha deciso di aprire un nuovo fronte di guerra in Africa occidentale, inviando centinaia di soldati e avviando una campagna di bombardamenti aerei in Mali, ufficialmente per contenere l’avanzata sempre più minacciosa dei ribelli islamisti nel nord del paese.
Ad innescare l’offensiva della Francia sarebbe stato l’ingresso il 10 gennaio scorso nella città di Konna, a oltre 600 km a nord-est della capitale del Mali, Bamako, delle forze ribelli, le quali hanno costretto l’esercito regolare alla fuga, minacciando di prendere possesso delle località cruciali di Mopti e Sevaré, dove sorge una base aerea di fondamentale importanza strategica. Con il resto del paese africano a rischio di cadere nelle mani dei ribelli, il giorno successivo Parigi ha perciò ordinato l’impiego delle proprie forze aeree, grazie alle quali Konna è tornata subito nelle mani del governo centrale.
Le bombe francesi avrebbero causato un centinaio di morti a Konna, dei quali, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da un portavoce del gruppo integralista Ansar Dine, solo 5 guerriglieri e il resto civili. Inoltre, un pilota di un elicottero francese e una decina di soldati maliani sarebbero rimasti uccisi durante le operazioni. Nonostante la cacciata dei ribelli da Konna, come ha affermato il ministro della Difesa transalpino, Jean-Yves Le Drian, l’area attorno alla città rimane teatro di “intensi scontri”.
I bombardamenti sono continuati anche nei giorni successivi. Domenica, gli aerei francesi hanno preso di mira località più a nord, come Gao e Kidal, dove i ribelli avevano stabilito le proprie basi nei mesi scorsi. Pubblicamente, i principali alleati della Francia hanno espresso il proprio sostegno all’operazione. Gli Stati Uniti hanno offerto supporto logistico e di intelligence ma nessun soldato, mentre la Gran Bretagna soltanto velivoli per facilitare il trasporto delle truppe.
La lenta preparazione delle forze di terra africane per contrastare i ribelli islamici nel nord del Mali, seguita alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e inizialmente prevista per il prossimo settembre, sembra avere subito un’accelerazione con l’iniziativa presa da Parigi. I governi che fanno parte della Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (ECOWAS) stanno infatti organizzando vari contingenti da inviare in Mali a sostegno dello sforzo francese.
Il Senegal e la Nigeria, ad esempio, avrebbero già inviato delle truppe, mentre 500 soldati dal Burkina Faso dovrebbero giungere nei prossimi giorni. Alla guida provvisoria dell’ECOWAS, va ricordato, c’è in questo momento il presidente della Costa d’Avorio, l’ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale Alassane Ouattara, installato al potere proprio grazie all’intervento armato nella ex colonia dell’esercito francese nell’aprile del 2011 dopo le discusse elezioni del novembre precedente.
Il governo di Parigi ha in ogni caso tenuto a precisare non solo che i raid dei giorni scorsi hanno già fermato l’avanzata dei “terroristi” ma, come ha affermato domenica il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, che l’intervento francese in Mali sarà solo “questione di settimane” e servirà ad aprire la strada alla forza multinazionale organizzata dai paesi vicini. Nonostante la massiccia campagna aerea, però, i ribelli hanno fatto segnare progressi nella giornata di lunedì, strappando all’esercito regolare la località di Diabaly, nel Mali centrale e a soli 400 km dalla capitale.
Il Mali, colonia francese fino al 1960, era precipitato nel caos lo scorso marzo, quando un colpo di stato guidato da un capitano dell’esercito addestrato negli Stati Uniti, Amadou Sanogo, aveva deposto il presidente uscente Amadou Toumani Touré. Pochi giorni più tardi, un’alleanza di ribelli Tuareg e integralisti islamici aveva facilmente cacciato le forze di un esercito regolare allo sbando dalle postazioni nel nord del paese. In seguito, i gruppi jihadisti avevano proceduto ad emarginare i Tuareg, imponendo le norme della legge islamica (Sharia) nelle aree da loro controllate ed attirando guerriglieri islamisti da svariati paesi africani, asiatici ed europei.

lunedì 31 dicembre 2012

Governo Hollande

I primi sei mesi del governo Hollande: la pericolosità di un presidente “normale”

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di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Sei mesi fa, l’attenzione di tutta Europa si era concentrata sulle elezioni francesi. Molte speranze erano state riposte nell’esito di quella consultazione, poiché avveniva in uno dei due paesi che stavano imponendo le misure di austerità verso il resto dell’area euro. Ogni proposizione del programma di Hollande è stata letta e discussa diffusamente anche fuori dal paese, e in molti hanno seguito la notte delle elezioni. Ma quali sono i risultati dei primi mesi di governo?
La Francia e i Piigs
La sconfitta di Sarkozy è stato sicuramente un risultato importante, sia sul piano interno che internazionale. Questo è infatti stato, senza dubbio, il presidente più liberista e filo-atlantista della storia della Repubblica Francese: basti pensare che ha riportato la Francia nel comando Nato dopo la decisione presa da de Gaulle di uscirne negli anni ‘60. Inoltre è stato il presidente che ha supportato politicamente tutte le decisioni della Germania sulla politica europea. Senza dimenticare il ruolo svolto nella guerra alla Libia.
D’altra parte questa vittoria politica non ha potuto cambiare le condizioni oggettive della Francia all’interno dell’Europa. Se infatti si prende come criterio di distinzione tra centro e periferia europea il saldo della bilancia commercialei (le esportazioni meno le importazioni), si osserva subito che la Francia non fa parte del centro: la sua bilancia è negativa ormai da anni, quindi da un punto di vista economico somigliava già da tempo ai paesi Piigs. La politica di Sarkozy quindi, oltre che insensata, era anche insostenibile.
La vittoria di Hollande è quindi stata letta da molti come una positiva inversione di tendenza. In sostanza si pensava che la Francia avesse preso coscienza della sua vicinanza economica ai paesi periferici e che quindi usasse il proprio peso economico e politico nel dibattito europeo per contrastare le politiche tedesche. E d’altra parte Hollande aveva alimentato queste speranze, promettendo una rinegoziazione dei trattati europeiii, mostrando così di porsi alla testa dei Piigs.
L’austerità socialista
Non si può di certo trarre giudizi definitivi dopo soli sei mesi di governo. Però questi sono già un tempo sufficiente per capire che tendenza hanno le politiche del governo socialista.
Purtroppo la speranza sembra essere stata tradita, confermando i dubbi che avevamo esposto in precedenza.
I trattati europei non sono stati ridiscussi, è solo stato aggiunto un patto sulla crescita i cui obiettivi sono chiaramente incompatibili con quello di stabilità. La Francia ha inserito la regola del pareggio di bilancio tra le leggi francesi di rango costituzionaleiii così come volevano gli accordi e si è impegnata nella riduzione del deficit e del debito così come stabilito dal fiscal compact. Queste manovre, in chiaro contrasto con quanto affermato in precedenza, hanno trovato la sola opposizione dei parlamentari comunisti e del Front de Gauche, mentre i Verdi e i Radicali di Sinistra hanno deciso in maggioranza di sostenere tali decisioni.

lunedì 24 settembre 2012

Austerità, lavoro, redistribuzione. La strada stretta della Francia di Hollande

di Anna Maria Merlo

Viaggio in Europa

Tagli di spesa ma tasse ai più ricchi, licenziamenti nell’industria ma assunzioni nella scuola, Fiscal compact da votare ma fuori dalla Costituzione. Il governo socialista-verde francese cerca una via intermedia tra ortodossia e cambiamento
 
PARIGI. Dopo un’estate affrontata con molta calma (“tranquillou” ha ironizzato con l’accento del sud Jean-Luc Mélenchon del Front de Gauche), a poco più di quattro mesi dall’elezione François Hollande è ora di fronte a una prima prova del nove per la sua maggioranza, mentre la popolazione già manifesta grande impazienza e i sondaggi rivelano che la fiducia nel nuovo presidente e nel governo Ayrault è già crollata sotto il 50%: nei prossimi giorni, dopo aver presentato la finanziaria 2013 (28 settembre) con i tagli annunciati di 10 miliardi sulle spese e gli aumenti di 20 miliardi di prelievi fiscali, dal 2 ottobre il Parlamento è chiamato al voto per la ratifica del Trattato di stabilità, coordinamento e governance (Tscg, il “Fiscal compact”) e del suo corollario, la legge organica sulle finanze pubbliche (già presentata in Consiglio dei ministri la scorsa settimana), che integra nel diritto francese la “regola aurea”, cioè l’obbligo di avere i conti “in equilibrio o in eccedenza”. Si tratta della principale misura del Tscg, che Sarkozy voleva introdurre nella Costituzione, secondo le preferenze di Bruxelles, ma che Hollande ha scelto di trasporre sotto forma di legge organica (comunque superiore, in diritto francese, alle leggi ordinarie, a cui appartiene la finanziaria). Nel frattempo, il Front de gauche e tutta l’area contestatrice organizzano per il 30 settembre una manifestazione contro la ratifica del Tscg e in favore di un referendum. Un’analoga richiesta è avanzata anche dal Fronte nazionale e dai “sovranisti” ostili a trasferire nuovi poteri all’Europa. Secondo un recente sondaggio, il 67% dei francesi pensa che negli ultimi vent’anni la Ue sia andata “piuttosto nella cattiva direzione” e il 76% ritiene che “non agisca in modo efficace per limitare gli effetti della crisi attuale”. Hollande non ha potuto mantenere la promessa elettorale di “rinegoziare” il Tscg, ma spera che la maggioranza si accontenti del modesto “Patto di crescita” di 120 miliardi che si vanta di aver fatto aggiungere al Trattato.
Al parlamento lo scontro si annuncia feroce all’interno della maggioranza, con il rischio che il Tscg passi grazie ai voti della destra: l’ala sinistra del Ps e con molta probabilità una parte importante degli ecologisti minacciano di votare “no” al Tscg, perché ritengono che la regola aurea e l’istituzione dell’Alto Consiglio delle finanze pubbliche, che ne giudicherà il rispetto, limitano le prerogative del Parlamento, tra le quali figura in primo piano l’adozione della finanziaria. Il parlamento, affermano – contrariamente al Consiglio costituzionale che ha stabilito con grande sollievo di Hollande che con il Tscg non ci sono nuovi trasferimenti di sovranità e che quindi la Costituzione non deve essere modificata – avrà le mani legate dagli obblighi verso Bruxelles e margini di manovra sempre più limitati. Per sormontare questo scoglio, Hollande ha mandato in prima linea il ministro degli affari europei, Bernard Cazeneuve, scelto a sorpresa nel maggio scorso non tra i numerosi europeisti del Ps, ma tra coloro che si erano schierati per il “no” al referendum del 2005 sul Trattato costituzionale, bocciato in Francia (e in Olanda) con una buona maggioranza. Più che di una pratica leninista, si tratta del “metodo Hollande”: smorzare le divisioni, creare il consenso prendendo tutto il tempo necessario.

mercoledì 12 settembre 2012

Se anche Hollande si “montizza”

 
Liberation, sabato 8 settembre 2012. ”Levati dalle scatole, ricco coglione”
di Vladimiro Giacché, da Pubblico
La storia è questa: il presidente francese Hollande annuncia una tassa straordinaria del 75% sui redditi da lavoro superiori al milione di euro annuo, dando seguito a quanto promesso in campagna elettorale. Il 23 agosto, 12 industriali francesi con aziende quotate alla Borsa di Parigi criticano la proposta.

Anche Bernard Arnault, amministratore delegato di LVMH e numero uno del lusso a livello mondiale, “mette in guardia” il premier Ayrault sugli effetti del progetto. E fa filtrare la notizia che la sua società starebbe organizzando la fuga all’estero dei suoi manager di primo piano.
Il 6 settembre le Figaro annuncia alcune modifiche alla tassa: il tetto di applicazione della tassa sarà alzato a 2 milioni di euro per le coppie; saranno (chissà perché) esclusi sportivi e artisti; si conferma invece che la tassa varrà solo per i redditi da lavoro (quelli da capitale, notoriamente, sono intoccabili).
Purtroppo però il reddito annuo di Arnault, la cui ricchezza è stimata da Forbes in 41 miliardi di dollari (è il quarto uomo più ricco del mondo e il primo di Francia), è ancora superiore alla nuova soglia di 2 milioni. E non stiamo parlando dei dividendi (335 milioni di euro già nel 2007), che appunto non rientrano nella nuova tassa, ma dei soli redditi percepiti in quanto manager del suo gruppo: i 4 milioni di euro ricevuti ne facevano già nel 2008 il manager più pagato di Francia.
Ed ecco il colpo di scena: l’8 settembre il quotidiano belga Le libre belgique annuncia che Bernard Arnault ha fatto richiesta di cittadinanza in Belgio. Una richiesta che il quotidiano Libération ha commentato con la bella copertina che abbiamo riprodotto.
Ora sembra che Arnault abbia fatto marcia indietro. Vedremo. Anche Hollande in un’intervista a TF1 sembra tornare (ancora) sui suoi passi. Riconferma la soglia del milione di euro per l’applicazione dell’aliquota maggiorata. E parla – senza entrare troppo nel dettaglio – anche di tassazione dei redditi da capitale.
Ma non dice solo questo. Annuncia una manovra straordinaria di bilancio da 30 miliardi di euro, così ripartita: 10 miliardi a carico delle famiglie (tutte, quindi soprattutto quelle sotto il milione di euro), 10 a carico delle imprese (in modi non chiariti), e 10 in tagli alla pubblica amministrazione (ad eccezione di scuola e sicurezza).
Dimentica di aggiungere che una parte di questi miliardi la sta già spendendo in questi giorni. Per salvare dal fallimento l’ennesima banca: il Credit Immobilier de France. Che ha obbligazioni per 1,75 miliardi di euro in scadenza a ottobre che non è in grado di ripagare.
Attendiamo le prossime puntate di questa telenovela. Ma almeno tre cose sono già chiare:
1) Gli Stati continuano a socializzare le perdite maturate da imprese finanziarie private.
2) Tra tasse e riduzione della spesa pubblica, la parte maggiore del carico delle manovre correttive di bilancio continua a gravare sulla classe media e su chi vive del proprio lavoro (al di sotto del milione di euro…).
3) I tentativi di imporre aliquote straordinarie di tassazione per i ricchi si scontrano con le differenti normative fiscali dei diversi paesi europei, che dovrebbero essere rese omogenee almeno tra i paesi che hanno una moneta in comune.
Ma, guarda caso, di unione europea in questo senso non si parla mai.

lunedì 10 settembre 2012

Hollande. Retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi

Hollande verso la retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi
di Leonardo Martinelli
E la tassa sui super ricchi, dov’è finita? Era una delle promesse più eclatanti di François Hollande durante la campagna delle presidenziali: una di quelle giudicate più «di sinistra», che di sicuro hanno contribuito a portare al secondo turno al leader socialista i voti (determinanti) di Jean-Luc Mélenchon, del Front de gauche. Ebbene, entro la fine del mese il Governo francese deve presentare il suo progetto per la finanziaria 2013, da far approvare al più presto al Parlamento. Dovrebbe consistere in una profonda riforma fiscale, proprio l’occasione per introdurre anche la tassa sui super ricchi. Ma, dalle prime indiscrezioni in circolazione, Hollande e compagnia starebbero per alleviare le condizioni previste inizialmente: insomma, vorrebbero fare retromarcia. Mentre in questi giorni, pressione in più in questo senso, è emerso che proprio Bernard Arnault, il più ricco di tutti in Francia (ma pure il numero uno a livello euopeo e quarto nel mondo), ha chiesto la nazionalità belga. In fuga dal fisco del suo Paese.

Quale imposizione per i Paperoni di Francia – Per il momento Oltralpe l’imposta sui reddti personali arriva a un’aliquota massima del 45%, applicata sopra i 150mila euro lordi annui. In più, però, va calcolata la patrimoniale. Nicolas Sarkozy, nel 2007, appena eletto, aveva introdotto uno scudo fiscale che limitava al 50% massimo l’imposizione complessiva, ma questo, già smantellato in parte dall’ex Presidente, è stato fatto fuori del tutto con l’arrivo di Hollande. Il nuovo Presidente, nel febbraio scorso, in piena campagna, era andato oltre annunciando (aveva sorpreso perfino alcuni dei suoi consiglieri) una nuova aliquota del 75% per tutti i redditi oltre il milione di euro annui. Nei prossimi giorni dovrebbe essere resa nota la nuova normativa. Ma, secondo le prime indiscrezioni, Hollande si appresterebbe a fare retromarcia, almeno in parte. Nel caso di una coppia, ad esempio, il limite del milione sarebbe aumentato a due milioni. E si escluderebbero in generale dal calcolo i redditi da capitale.

Arnault, il più ricco di tutti, farà le valigie? – Nel contesto di queste polemiche arriva una notizia bomba. Bernard Arnault, il patron di Lvmh, il colosso del lusso francese, che comprende fra gli altri Louis Vuitton e i maggiori marchi di champagne, ha fatto domanda per ottenere la nazionalità belga. Mercoledì scorso è stato addirittura ricevuto dal premier francese, il socialista Jean-Marc Ayrault, per protestare contro la nuova aliquota in arrivo (a lui, nonostante le probabili eccezioni, si applicherà). In un comunicato, Arnault, che ha fama di spietato uomo della finanza, ha comunque sottolineato che la sua decisione non ha niente a che fare con l’imminente riforma fiscale, ma è legata «alla volontà di realizzare più investimenti in Belgio». Una prospettiva difficile da credere. Tanto più che, se ottenesse la cittadinanza belga, potrebbe andare a risiedere a Monaco e sfruttare i suoi vantaggi fiscali (lì le tasse sui redditi personali sono pari a zero, ma al vantaggio, secondo una convenzione firmata tra Parigi e il Principato, non possono accedere i cittadini francesi, anche se residenti). «La Francia non ama chi ha successo – ha sottolineato François Fillon, ex premier, ai tempi di Sarkozy -. La volontà di Arnault è il frutto delle decisioni stupide del Governo».

I limiti imposti dalla lotta al deficit - Tutta questa vicenda si annuncia un campo minato per Hollande, che proprio in questo periodo sta andando male nei sondaggi: secondo un’inchiesta di Bva, resa nota oggi, il 59% dei francesi non è soddisfatto dal suo operato. Il Presidente deve trovare per la finanziaria 2013 almeno 33 miliardi, fra tagli alla spesa pubblica e crescita del gettito dell’erario (da quest’ultimo fronte dovrebbero arrivare tra 15 e 20 miliardi di euro). Il problema è vedere, appunto, quali saranno le modalità. Nei giorni scorsi il Presidente ha escluso «aumenti delle imposte generali e indifferenziati», precisando che «chi ha di più, deve pagare di più». Ma un’eventuale fuga di capitali, forse già in corso, sarebbe un problema: per questo Hollande tentenna sull’aliquota del 75%. L’obiettivo della finanziaria 2013 è riportare il deficit pubblico al 3% del Pil, dalla stima del 4,5% prevista a fine anno. Da sottolinare: Arnault se ne era già andato dalla Francia per tre anni nel 1981, quando François Mitterrand era arrivato al potere. Già ricco, ma non ricchissimo come oggi, trascorse tre anni negli Stati Uniti. Per poi ritornare a casa dopo che Mitterrand aveva frenato le sue «eccessive» aspirazioni di sinistra.
ilfattoquotidiano.it

lunedì 4 giugno 2012

Il programma eterodosso del Front de Gauche

Federica Roà - controlacrisi -
        Analizzando l’esperienza del Front de Gauche (FdG) colpisce in primo luogo il coraggio di assumere a base del suo programma l’analisi economica eterodossa, con un risultato che mi sembra ragionevole [1]. Su un piano economico, ad esempio, si individuano le radici dell’attuale crisi economica nella redistribuzione del reddito a favore dei profitti operata negli ultimi 30 anni, e si considera il debito pubblico una “vittima”, e non un “artefice”, della crisi - cose spesso affermate da economisti critici, ma raramente da un partito politico. Su un piano politico, vi si trova l’idea che nello scontro di interessi tra “popoli” e “mercati” non possano vincere entrambi, e che la mondializzazione del capitale, il potere della finanza, la competizione internazionale non siano una fatalità, o una legge di natura, bensì piuttosto “un processo politico interamente comandato dai governi nazionali che fanno, in realtà quello che vogliono”, sicchè “(u)n governo determinato può sbarazzarsi degli speculatori, riprendere il controllo della finanza, superare la crisi del debito pubblico, liberarsi dalle costrizioni imposte dai trattati europei, senza nemmeno uscire dalla Unione Europea o dall’Euro”.[2]
Dell’esperienza del FdG colpisce però anche la provenienza dei suoi dirigenti politici. Una spinta importante al FdG è stata impressa da politici che vengono dall’establishment, dalla sinistra del Partito Socialista francese: Jean-Luc Mélénchon, Jacques Généreux, Marc Dolez. Essi hanno riconosciuto i loro sbagli – tra i più salienti, ma non i soli, l’appoggio al trattato di Maastricht (Mitterand, 1992) e la resa a quello di Amsterdam (Chirac/Jospin, 1997). Il loro distacco dal Partito Socialista (PS) è cominciato nel 2005 quando, contro le indicazioni del partito, si sono schierati per il no al referendum sulla Costituzione Europea promuovendo un dibattito pubblico e vincendo. Nel 2008 sono usciti dal PS per fondare il Parti de Gauche (che è una delle componenti del Front de Gauche), ed hanno portato con questo processo la “sinistra-sinistra” ad ottenere un risultato a 2 cifre nelle elezioni francesi che non si aveva dal 1981, denunciando il fatto che lo smarrimento delle sinistre europee starebbe nell’avvenuta introiezione – nell’assorbimento senza consapevolezza - dell’ideologia del “libero mercato”, frutto di uno stillicidio durato decenni, che le terrebbe prigioniere, contagiando e confondendo l’elettorato, con il risultato di gettarlo nella rassegnazione (there is no alternative), oppure di spingerlo alla rivolta reazionaria. Per il FdG, lo stesso Hollande, con il suo programma di “austerità dolce” e la sua intenzione di trovare un compromesso con la Merkel e la BCE, non si sarebbe veramente liberato da questo incantesimo ideologico, e sarà ovviamente interessante al riguardo seguire le prossime mosse del nuovo presidente francese.
Ma ciò che più colpisce del FdG è la radicalità sensata delle misure che propone per rilanciare la produzione e l’occupazione (molte delle quali presenti, in forma più blanda o più incerta nel finanziamento, nel Programma di Hollande). Le principali proposte sono:
● aumentare il salario minimo, lo SMIC, del 21% a 1.700 Euro lordi, che dovrebbero diventare netti a fine legislatura (ogni paese europeo dovrebbe adottare uno SMIC non inferiore al 60% del salario medio);
● imporre un rapporto massimo di 1:20 tra la paga più bassa e quella più alta nelle imprese;
● fissare un reddito annuo massimo di 360.000 Euro oltre il quale lo Stato prende tutto;
● porre limiti ai licenziamenti nelle imprese che distribuiscono dividendi; eliminare i contratti di precariato, cominciando da quelli esistenti nel pubblico impiego;
● restituire il diritto di andare in pensione a 60 anni, pensione minima pari allo SMIC, difendere il sistema retributivo;
● ritornare alle 35 ore;
● istituire una sanità interamente pubblica e universale;
● lanciare la pianificazione ecologica (un vasto programma di reindustrializzazione ecologica, di uscita pianificata dal petrolio e dal nucleare, di investimenti pubblici ecologici e sociali);
● nazionalizzare l’energia (mi limito a questo esempio per indicare una strategia più vasta di difesa da privatizzazioni indiscriminate, ma non necessariamente di nazionalizzazione, di settori come, oltre all’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, la ricerca, la sanità, l’educazione, il credito, l’acqua, l’abitazione e, naturalmente, la protezione sociale, la sicurezza, la difesa, la giustizia).

giovedì 31 maggio 2012

La guerra di Hollande ai super stipendi

La guerra di Hollande ai super stipendi- gadlerner -

François Hollande continua la sua battaglia contro gli stipendi troppo alti, nella politica e nelle grandi imprese pubbliche. Dopo aver tagliato del 30% la sua retribuzione e quella dei suoi ministri, a partire dal presidente del consiglio Ayrault, il nuovo inquilino dell’Eliseo sta realizzando un’altra promessa fatta in campagna elettorale, la riduzione dei salari stellari dei top manager. François Hollande aveva sottolineato come fosse ingiusto che il capo di un’azienda guadagnasse più di venti volte rispetto ad un suo dipendente. Attualmente il rapporto è molto superiore, anche nelle imprese a controllo statale, e il governo francese dovrebbe introdurre entro due settimane la nuova normativa che limiterà le retribuzioni nelle cinquantadue grandi imprese controllate o partecipate dallo Stato. Gli effetti della cura Hollande si stanno già vedendo. La buonuscita da 400 mila euro del presidente di Air France Pierre-Henri Gourgeon è stata bloccata dal governo, e nella prossima assemblea della società aeronautica i rappresentanti dell’azionista pubblico proveranno a cambiarla, come si intuisce dal durissimo comunicato rilasciato da Pierre Moscovici, ministro dell’Economia, e di Arnaud Montebourg, responsabile del nuovo dicastero del Risanamento produttivo.

“L’indennità è stata approvata dal precedente governo”, quello di centro-destra, di François Fillon, si legge ancora nel comunicato, “e non si iscrive nel senso delle regole di moderazione e di decenza annunciate dal presidente François Hollande”. I due ministri vanno giù duro: “Quell’indennizzo è inappropriato in un momento in cui l’azienda conosce un momento difficile”
Secondo alcune indiscrezioni, riprese anche dal Financial Times, il presidente di EDF, Henri Proglio, avrebbe accettato una riduzione del 70% del suo compenso, passandoo da un milione e seicentomila a neanche mezzo milione di euro l’anno per rispettare il nuovo rapporto 20 a 1. Il ministro Moscovici ha apprezzato molto la scelta del manager, evidenziando come “chi lavora per una compagnia pubblica, ed è attaccato al proprio paese, deve essere disponibile ad accettare questa paga ridotta”. Atri top manager sono nel mirino del governo, e tutti dovranno adeguarsi alla “decenza” nelle retribuzioni, come l’ha definita il ministro Montebourg, uno dei leader dell’ala sinistra dei socialisti. La svolta di Hollande in tema di grandi ricchezze, iniziata con il taglio del suo stipendio e che prevede ora la drastica riduzione dei salari dei top manager pubblici, proseguirà con l’introduzione di un’aliquota del 75% su chi guadagna più di un milione di euro. Una proposta molto popolare in Francia, e che lo stesso presidente ha definito un atto di moralità e patriottismo.

giovedì 17 maggio 2012

Il Front de Gauche e le basi programmatiche della sinistra.


       

Autore: BRUNO STERI - controlacrisi -

Abbiamo letto il programma proposto dal Front de Gauche agli elettori francesi, sintonizzandoci mentalmente sull’auspicabile prospettiva di un programma unitario della sinistra italiana che aspiri ad una dimensione europea e che sia all’altezza di questi tempi difficili. Non perdiamo infatti il vizio di anteporre, logicamente e politicamente, i contenuti alle ipotesi di alleanza, col presupposto (purtroppo nient’affatto scontato nei fatti) che le seconde siano conseguenti ai primi.
Va precisato che un programma (anche un programma elettorale) non può essere inteso come una mera sequela di tesi e dichiarazioni d’intenti ma configura un’architettonica, un sistema di proposizioni entro cui il particolare scaturisce da visioni generali e le proposte di breve periodo si trovano ad essere incastonate in progettualità di più ampio respiro. Ciò è richiesto a maggior ragione in una fase storico-politica che tende a mettere in questione assetti (nazionali e sovranazionali) e istituti della convivenza civile – si pensi al carattere strutturale della crisi o alle incerte sorti della stessa Unione Europea – e a ridurre la polpa della dialettica politica contingente all’osso dei fondamentali. Insomma abbiamo voluto gettare un occhio un po’ più attento alla riflessione e alla proposta della sinistra d’alternativa francese, con il pensiero alle nostrane vicende italiche.
Capitale finanziario e sovranità popolare
Nell’Introduzione, il testo dei compagni francesi (d’ora in avanti ProgrammaFdG) muove da una constatazione di carattere generale: in Europa e più in generale nel mondo l’esplodere di ineguaglianze, precarietà e povertà, così come è documentato da tutte le statistiche ufficiali, nonché l’incombere sul pianeta di una vera e propria catastrofe ecologica sono stati determinati in questi ultimi decenni dal “dominio del capitale finanziario”. E’ appena il caso di ricordare che l’espressione “capitale finanziario” per un verso descrive genericamente l’attuale peculiare potere della “finanza” e quindi l’odierna torsione del sistema capitalistico a seguito della cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia; per altro verso, più specificatamente, denomina il fenomeno che già Lenin poneva a contrassegno distintivo dell’era “imperialista”, caratterizzata dalla fusione di capitale bancario e capitale industriale (appunto in capitale finanziario). In tale fenomeno il ProgrammaFdG isola l’azione di un soggetto sociale e politico e individua oggi l’antagonista di classe.Il fatto che Stati e governi deleghino poteri e sovranità in omaggio a compatibilità che sono funzionali a tale dominio (esercitato prevalentemente da non eletti) rende conto del carattere a-democratico di quest’ultimo: le politiche neoliberali, con il dramma sociale che ad esse consegue, sempre di meno si alimentano di istanze egemoniche e sempre di più precipitano coercitivamente sui popoli, imposte dalla “tirannia dei mercati finanziari”. La crisi ha fatto compiere a tale processo involutivo un salto di qualità, evidenziando un impasse storico da cui lo stesso blocco sociale dominante non riesce ad uscire: “Proprio come la nobiltà del 1789 non poteva rompere con l’ Ancien Régime, il capitalismo finanziario è incapace di uscire da un sistema che rimpingua i privilegi”. E, anzi, esso reagisce rilanciando: dopo aver celebrato nel Trattato costituzionale europeo (peraltro respinto nel 2005 dal popolo francese) la supremazia dell’impresa e dei mercati, si vuol andare ancor più lontano, imponendo l’inclusione nella legge fondamentale dei singoli Stati l’obiettivo del pareggio di bilancio. Su questo punto specifico, il ProgrammaFdG è sin dall’inizio molto netto: se gli orientamenti di cui l’indicazione di tale obiettivo è sintesi emblematica dovessero prevalere, vorrebbe dire che la sicurezza sociale è sacrificata al “regno del profitto”, l’interesse generale all’ “avidità insaziabile di alcuni”, l’equilibrio dell’ecosistema alle “esigenze del breve termine”. Ma, soprattutto, “se una tale disposizione fosse integrata nella Costituzione francese, vorrebbe dire che le pretese dei detentori del debito si imporrebbero sui nostri rappresentanti eletti”.In questo senso, non c’è nessuna soluzione scientificamente neutra da dover far valere sui diversi punti di vista e la posta è squisitamente politica. Essa concerne il potere: “Per risolvere la crisi, occorre riprendere il potere (…). Occorre che siano eletti dirigenti che non dipendano in alcun modo dall’oligarchia finanziaria: occorre una rivoluzione dei cittadini (une révolution citoyenne)”. A tal fine, si tratta di essere consapevoli di un passaggio obbligato: bisogna rompere con i principi che ci hanno condotto nell’impasse e, quindi, con le politiche seguite dai governi in questi ultimi decenni. Ciò comporta non glissare su un delicato discrimine: “Certamente, vi sono state differenze tra la politica dei governi di destra e quella dei governi di sinistra. Ma, sfortunatamente, ci sono stati anche dei punti in comune: il confidare nell’attuale costruzione – liberale – dell’Unione Europea, la volontà di ridurre il ‘costo del lavoro’, lo smantellamento dei servizi pubblici, il rifiuto di affrontare banche e mercati finanziari. Dogmi ripetuti da partiti e media dominanti, applicati ciecamente da governi e istituzioni internazionali”. Noi vi proponiamo – insiste il ProgrammaFdG – “altre idee, altre istituzioni, altri rappresentanti”. Per questo, “abbiamo bisogno della sovranità del popolo, la sola capace di guardare all’interesse generale”; per vincere, abbiamo bisogno della “mobilitazione delle donne e degli uomini di questo Paese”. All’inumanità del capitale il Front de Gauche contrappone l’umano: non semplicemente un’istanza etica, ma “la nostra strategia contro la crisi” (il lavorare, l’aver cura di sè, l’abitare, la formazione e la cultura). E’ il titolo stesso del programma: Prima l’umano (“L’humain d’abord”).

sabato 12 maggio 2012

Francia: il voto della finanza

di Mario Pianta

È la finanza che deve adattarsi alla democrazia, non viceversa: la vittoria di Hollande potrebbe forse mettere fine alla dittatura dei mercati

La democrazia vota contro l’austerità, e la finanza vota contro la democrazia. Dopo il successo della sinistra nelle elezioni in Gran Bretagna (locali), Francia (presidenziali), Grecia (politiche), Germania (Schleswig-Holstein) e Italia (molte città), la finanza ha finalmente paura. Paura che il programma del nuovo presidente socialista francese François Hollande sia realizzato in tutta Europa: vincoli alla finanza, tassa sulle transazioni finanziarie, rinegoziazione del “fiscal compact” che condanna l’Europa alla depressione. Un programma di buon senso, essenziale per uscire dalla crisi, ma che ha scatenato ieri mattina la corsa alle vendite nelle Borse in Asia e in Europa (poi ridimensionate), una scivolata dell’euro, l’impennata dei tassi d’interesse sul debito pubblico di Grecia (ora al 25%) e Italia (4 punti in più dei titoli tedeschi). Cadute e rimbalzi delle Borse mostrano la schizofrenia della finanza: ha bisogno della destra per la libertà di speculare, ma senza la fine dell’austerità non può tornare a fare profitti. Con Hollande potrebbe così trovare un compromesso, ma con la Grecia che si permette di dimissionare i partiti dell’austerità la speculazione è senza pietà, e il Fondo monetario minaccia di non versare gli aiuti se i tagli previsti non avranno un governo capace di realizzarli. Ora che la Bce ha messo al sicuro i bilanci delle grandi banche con mille miliardi di euro, la soluzione per il debito pubblico e per l’emergente collasso delle banche private spagnole passa per un braccio di ferro tra Hollande e Merkel, e sarà decisivo lo schieramento degli altri paesi. L’asse “Merkozy” potrebbe essere rimpiazzato da un’alleanza tra la Francia e i paesi debitori – a Madrid il conservatore Rajoy è ben contento del cambiamento di Parigi – che usi Bce, fondo “salvastati”, eurobond per risolvere il debito pubblico. Perfino a Berlino si fanno passi indietro: il ministro dell’economia Wolfgang Schäuble, un “falco”, ora ammette che i salari tedeschi devono aumentare per far da locomitiva alla ripresa europea: il sindacato chiede aumenti del 6,5%, le imprese offrono la metà. Cose impensabili fino a poco fa tornano possibili. Il vento è cambiato e la novità è semplice. E’ la finanza che deve adattarsi alla democrazia, gli eletti devono adattarsi agli elettori: la dittatura dei mercati potrebbe (forse) finire. In questa partita Roma starà con Parigi o con Berlino? Con il lavoro o con la finanza?


Questo articolo è stato pubblicato sul manifesto dell'8 maggio 2012

Hollande presidente. Speranza per l'Europa

L'elezione di Hollande impensierisce i cantori dell'ortodossia economica e restituisce speranza alla sinistra europea. Il suo programma, pur moderato, può ridare forza a un'Europa diversa
François Hollande ce l’ha fatta: è il nuovo presidente della repubblica in “una Francia in agitazione, inquieta e divisa” (Izraelewicz, 2012). In queste note cerchiamo di analizzare gli aspetti economici del suo programma e di quello dell’altra figura emergente della sinistra, J.-L. Melenchon. Del resto la campagna elettorale si è concentrata in larga parte proprio sui temi dell’economia e del lavoro. Intanto la crisi europea, che sembrava miracolosamente sopita, tende a prendere nuovo vigore. In particolare, i dati recenti sull’economia spagnola appaiono terrificanti: in una situazione di recessione che si annuncia prolungata, ormai una persona su quattro è disoccupata, e lo è il 50% dei giovani; e qualcuno parla della necessità di una ricapitalizzazione delle banche per 100 miliardi di euro. In Grecia invece le ultime stime sull’andamento del Pil per il 2012 parlano di una sua diminuzione del 5%, dopo una caduta del 6,9% nell’anno precedente; il paese è al quinto anno consecutivo di recessione. Si prevede per quest’anno che la disoccupazione raggiunga il livello del 19%.
Le posizioni della stampa legata al mondo del business
Ovviamente non tutti, nelle scorse settimane, hanno auspicato la vittoria del candidato socialista in Francia. Ricordiamo ad esempio la posizione dell’Economist (Economist, 2012). Il settimanale britannico, dopo gli esiti del primo turno, ha previsto che in caso di vittoria di Hollande la stessa prosperità della Francia potrebbe essere a rischio. Per il giornale, l’uomo politico socialista mostra un atteggiamento anti-business e la risposta dei mercati potrebbe essere brutale, danneggiando anche i paesi vicini. Un uomo piuttosto pericoloso, avverte il settimanale economico, in particolare perché potrebbe contestare le riforme che l’Europa deve portare avanti per far sì che l’euro sopravviva. Le posizioni dell’Economist, certamente discutibili, nonché quelle piuttosto ostili del Wall Street Journal, rappresentano il pensiero di una parte maggioritaria degli ambienti finanziari internazionali.
Ma non tutto il mondo del business gli è nemico. Così, ad esempio, gli articolisti del Financial Times si dividono tra quelli dubbiosi e quelli che guardano invece con simpatia al rinnovamento della presidenza francese. Tra i benevoli, alcuni lo fanno anche perché sperano che nella pratica Hollande annacqui almeno un poco il suo programma. E’ lo stesso Financial Times a segnalare come mentre da una parte stanno ritardando gli investimenti in attesa dei risultati delle elezioni, dall’altra gli ambienti economici francesi mostrano una certa simpatia per i socialisti e sembrano pensare che alcune delle misure annunciate da Hollande non saranno poi realizzate (Barber, 2012).
Le idee sull’Europa
Nel programma di Hollande i dati che più hanno colpito l’immaginazione sono, da una parte, l’intenzione di ridiscutere il pacchetto delle misure di austerità approvato a livello europeo nel dicembre 2011, dall’altra l’introduzione di un’aliquota fiscale marginale del 75% sui redditi dei contribuenti più ricchi. Ma vediamo il suo programma e quello di Melenchon più nel dettaglio, facendo riferimento a una sintesi dei programmi dei candidati pubblicata dalla stampa (Le Monde, 2012).
Per quanto riguarda l’Europa, Hollande vuole rinegoziare il cosiddetto fiscal compact da poco approvato. Peraltro, non appare del tutto chiaro se “si limiterà” a chiedere che, accanto al patto di stabilità, venga inserito anche un accordo per la crescita o se domanderà anche un ripensamento delle misure di austerità già decise. Nelle ultime settimane, già la semplice possibilità che Hollande fosse il più votato al primo turno aveva contribuito a cambiare il clima in Europa; rispetto ai precedenti discorsi, concentrati sull’austerità, quasi all’improvviso sono tornati a prevalere quelli preoccupati di individuare misure per la crescita. D’altro canto, sembra che Angela Merkel sia stata sentita dire che lavorare con Hollande potrebbe essere un incubo. Anche se, a dire della stampa, Hollande e la Merkel starebbero già trattando in maniera riservata sulla questione.
Il politico socialista prevede anche una modifica del ruolo della Bce, affinché privilegi l’occupazione e la crescita, introduca euro-obbligazioni per mutualizzare il debito dei vari paesi, vari il federalismo budgetario e l’istituzione di un budget europeo, compreso un programma di investimenti rilevante, in cui abbia un ruolo forte anche la Banca europea per gli investimenti (Bei).
Più radicali di quelle di Hollande, su questo come su altri fronti, appaiono le misure previste da Melenchon, il cui successo al primo turno delle elezioni è stato meno clamoroso del previsto, anche se sulla scena politica del paese si è imposto comunque un nuovo protagonista. Si devono tra l’altro apprezzare in generale le sue posizioni, come sottolinea il direttore del Nouvel Observateur (Joffrin, 2012), perché rappresentano un sentimento di sincera indignazione contro le ingiustizie della mondializzazione e incarnano il sogno persistente di un mondo diverso, più giusto ed umano. Melenchon vorrebbe intanto una maggiore democrazia e una maggiore attenzione ai temi ambientali in seno alle istituzioni europee, meno poteri alla Commissione e maggiori al Parlamento; chiede poi una rifondazione della Bce, con la creazione, tra l’altro, di un fondo di sviluppo sociale, ecologico e solidale; infine, vorrebbe l’uscita dall’euro e dal trattato di Lisbona.

giovedì 10 maggio 2012

Hollande taglia i super stipendi


Hollande taglia i super stipendi La prima misura colpisce l'Eliseo

La prima misura colpisce l'Eliseo

Il presidente della Repubblica guadagnerà il 30% in meno come tutti i ministri. Nelle aziende controllate dallo Stato i manager non potranno guadagnare più di venti volte del dipendente meno pagato

 di GIAMPIERO MARTINOTTI
(09 maggio 2012)

mercoledì 9 maggio 2012

Serve una scossa a sinistra

di Claudio Grassi

A conclusione delle consultazioni elettorali che hanno coinvolto Francia, Grecia e Italia, possiamo cercare di fare alcune valutazioni.
Sul primo turno delle elezioni francesi ci eravamo già dilungati nel post precedente. In particolare sul successo del Front de Gauche di Melenchon che, con un risultato superiore all’11%, ha portato la sinistra comunista e di alternativa ad un consenso che non si vedeva dagli anni ’80.

Il secondo turno in Francia
Il secondo turno, con la vittoria di Hollande, colloca la Francia su una posizione molto diversa rispetto a quella sostenuta da Sarkozy, in particolare nel rapporto con la Germania della Merkel e con le scelte della Bce. Rossana Rossanda in un editoriale de Il Manifesto ha espresso apprezzamento per il programma avanzato dal nuovo Presidente francese. Il programma con cui ha raccolto i consensi va sicuramente in una direzione diversa da quella del suo predecessore. Tuttavia penso che la cautela sia d’obbligo. Dopo la disfatta di Zapatero (anche lui si era presentato con un programma di discontinuità, e per diverso tempo venne considerato un riferimento anche da settori importanti della sinistra italiana), è opportuno vedere la politica che concretamente viene praticata e dare giudizi su quella, per evitare di passare da eccessivi entusiasmi a repentine delusioni. Vedremo anche come andranno le elezioni legislative che si svolgeranno tra un mese. Il loro risultato ovviamente influirà sia sulle scelte di Hollande sia del governo francese.
Le elezioni in Grecia
Il paese che ha dovuto subire in questi anni la folle politica della Bce e dell’asse Merkel-Sarkozy ha negato il consenso ai partiti che le ha messe in pratica. Il Pasok e Nuova Democrazia hanno più che dimezzato i loro consensi. L’astensionismo ha superato il 40 % e hanno incrementato i voti tutte le forze che hanno contestato le politiche imposte alla Grecia dalla Unione Europea.
Anche qui, seppure con percentuali meno rilevanti rispetto la Francia, ottiene un importante 8 per cento ed entra in Parlamento una formazione di estrema destra neonazista. Le parole d’ordine con cui hanno raccolto i loro consensi sono raccapriccianti, caratterizzate da un razzismo e un fascismo dichiarati.
Ottimo risultato delle sinistra di alternativa e comunista
Ma il vero vincitore delle elezioni greche è stata la sinistra che coerentemente si è opposta alle politiche del Governo e della Bce, in particolare Syriza, aggregazione di varie forze di sinistra, aderente alla Sinistra Europea, che passa dal 5 al 16 per cento. Un incremento eccezionale prodotto dalla capacità di tenere assieme una opposizione netta al Governo con un atteggiamento di apertura verso i movimenti e di unità verso le altre forze della sinistra. Se a questo importante risultato aggiungiamo il 6 per cento di Sinistra Democratica e il 9 per cento dei Comunisti Greci (KKE), vediamo che il dato supera il 30 per cento. Un dato che fa dire al leggendario partigiano Glezo che mai, nel suo Paese, si era raggiunto un consenso così alto e che ciò deve indurre queste forze ad una convergenza unitaria. Ce lo auguriamo anche noi, pur sapendo che ci sono differenze significative. Essendovi una alta probabilità di un nuovo voto a breve, sarebbe un segnale importante che questi tre partiti si presentassero con un programma comune alle elezioni.
Il terremoto italiano
Non mi sembra esagerato usare questo termine per sintetizzare quanto avvenuto in questa tornata amministrativa in Italia.
Il crollo di Pdl e Lega
Siamo di fronte ad uno sfaldamento di quello che è stato negli ultimi 20 anni il blocco di centro destra. Pdl e Lega dimezzano i loro consensi. La contemporanea uscita di scena dei due leader carismatici – Berlusconi e Bossi – rende tutt’altro che improbabile una riorganizzazione totale dello schieramento. Nella analisi come sempre acuta di Stefano Folli su Il Sole 24 Ore si ipotizza e si auspica un impegno diretto di una figura come Monti alla guida di questo schieramento, preso atto – e questo è un altro dato che emerge da queste elezioni – della incapacità del Terzo Polo di coprire questo spazio.

martedì 8 maggio 2012

La Francia chiama

Rossana Rossanda - ilmanifesto -
François Hollande, socialista, è il nuovo presidente di Francia. Ed è la prima grossa spina nel fianco dell'Europa liberista. Della quale rifiuta le politiche di rigore e quindi il trattato intergovernativo sulla regola d'oro. Lo ha ripetuto instancabilmente, ancora domenica a mezzanotte, davanti alla folla stipata sulla piazza della Bastiglia, una folla mai vista, inattesa, che si è raccolta in tutte le piazze dell'esagono, prima di tutto in quella del suo collegio nella Corrèze, poi nel piccolo aeroporto di Brive, poi all'arrivo nell'aeroporto del Bourget e di là un corteo improvvisato di moto, auto, biciclette ad accompagnarlo - corteo allegro fitto e pericoloso - fino a Parigi, dove il servizio d'ordine ha stentato a fargli strada fino al palco sulla Bastiglia.
La gente lo aspettava dalle otto, appena la vittoria era stata annunciata, zeppa di giovani e giovanissimi, di inattese bandiere di altri paesi, di gente felice. Felice era anche lui, Hollande, ma - ha subito aggiunto - «felici sì, euforici no, molte difficoltà ci attendono. Dovremo batterci, sia io che voi».
Non si può dire che abbia seminato illusioni. È il primo presidente socialista dopo Mitterrand, ma nel 1981 la situazione era meno grave di oggi. Ha ribadito, martellandoli, gli impegni cui non potrà sottrarsi. Due prioritari: più uguaglianza nei mezzi (dunque più lavoro, priorità alla grande disoccupazione giovanile, più potere d'acquisto con aumento subito del salario minimo) e nei diritti (fine di ogni discriminazione degli immigrati). E più giustizia redistributiva. Fine dei tagli nei servizi sociali, sessantamila nuovi impieghi fra sanità e scuola. E tutto questo pagato come? Non solo con i risparmi, ma con la crescita e tassando gli alti redditi fino al 75 per cento - cagnara dell'opposizione, ignara che Roosevelt era arrivato all'83. Tira un'aria di new deal, la destra e i moderati di Le Monde mettono le mani avanti.
Rossana Rossanda È vero, ma Hollande, differentemente da Sarkozy, è un economista; uscito dalla Ena ai primi posti, sa che cosa è un bilancio, non straparla. Sa che la Francia ha un debito pubblico maggiore del nostro, anche se di minori proporzioni rispetto al Pil, ma sa anche che il rigore unilaterale non porta da nessuna parte, se non alla catastrofe economica della Spagna e a quella anche politica di una Grecia spaccata in quattro. Sa che di crescita si parla ormai un po' dappertutto, ma le ricette sono opposte: Hollande precisa che la sua si fa con l'aumento degli occupati, l'incremento delle tecnologie, e la tassazione degli alti redditi. Non crede affatto che si cresca tassando duramente pensioni, salari, servizi sociali ed enti locali, che riducono sia il potere d'acquisto dei più deboli sia le entrate pubbliche, e non è affatto persuaso - come Monti e la sinistra italiana - che i ricchi non devono essere disturbati perché investano nella produzione. Essi investono nella finanza «ed è la finanza - ha detto - il mio nemico». Pareva, al trio Merkel Sarkozy Monti e alla stampa al loro seguito, che dovesse venire giù il mondo. Ma i mercati sono più innervositi dalla Grecia che dalla svolta francese.

lunedì 7 maggio 2012



                                             IF PARIS IS LAUGHING ATHEN IS NOT CRYING

lunedì 23 aprile 2012

Jean-Luc Mélenchon è andato male? Analisi sulla Gauche alle presidenziali francesi

di Gennaro Carotenuto, lunedì 23 aprile 2012, 08:17
Soffermiamoci su di un aspetto particolare del primo turno delle presidenziali francesi. È andato bene o male il candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon con il suo 11% abbondante dei voti e quattro milioni di francesi che lo hanno votato? Nei titoli dei giornali, che giustamente si soffermano sull’imminente ballottaggio, sull’incollatura di vantaggio di François Hollande su Nikolas Sarkozy e sull’agghiacciante trionfo dell’ultradestra di Marine Le Pen, Mélenchon viene liquidato spesso come delusione. Ma è proprio così?

Partiamo dalle definizioni. Definiamo per comodità "sinistra radicale" tutte quelle candidature collocabili alla sinistra del Partito Socialista. In Francia, come spesso nel mondo, non esiste quella beota corsa italiana ad un centro politico nominalistico. Sarkozy è destra, Hollande è sinistra e ciao.

Nelle elezioni presidenziali del 2007 la sinistra radicale ottenne circa l’8.5% dei voti. Spiccò il solo Olivier Besancenot che ottenne 1.3 milioni di voti, pari al 4% dell’elettorato. Dietro di lui i vari Buffet, Laguiller, Schivardi e Bové si suddivisero il resto. In particolare la candidata ufficiale del Partito Comunista Marie-George Buffet non arrivò al 2%.

Dopo quel passaggio viene fondato il Fronte delle Sinistre che, sempre per comodità, collochiamo a sinistra del partito socialista e a destra del mondo trotskista, dal quale provenivano Besancenot e Laguiller, riunito nel Nuovo Partito Anticapitalista. Nel 2009 il Front de Gauche si presenta alle elezioni europee. La novità cambia i rapporti di forza dentro la sinistra radicale francese e il Front de Gauche (che ingloba il PCF) supera il 6%, eleggendo 5 parlamentari, superando il Nuovo Partito Anticapitalista (4.8%, nessun eurodeputato).

Quei risultati erano un po’ drogati dal risultato di Europe Écologie, gli ambientalisti capaci di pareggiare il risultato del Partito socialista al 16%. Nelle presidenziali 2012 i verdi di fatto non hanno alcun ruolo. Eva Joly, prestigiosa magistrata franco-norvegese, famosa per le inchieste sui crimini ambientali delle multinazionali, è una comparsa che prende appena un voto su otto di quelli che il suo movimento aveva raccolto nel 2009. Secondo alcuni studi tra la metà e i due terzi dei voti persi da Joly sono andati a rafforzare François Hollande.

Al debutto la candidatura di Jean-Luc Mélenchon parte dal 5% nei sondaggi. È ben di più del 2% della Buffet ma è perfino meno di quanto il partito aveva fatto alle europee. Numericamente il suo compito principale è vincere il solito gironcino di sinistra con il candidato dell’NPA Philippe Poutou, Eva Joly, Nathalie Arthaud. Nessuno prevedeva, anche solo un paio di mesi fa, che potesse avvicinare il candidato centrista, François Bayrou.

venerdì 20 aprile 2012

Philippe Marlière: Il radicalismo di sinistra di Jean-Luc Mélenchon

Philippe Marlière: Il radicalismo di sinistra di Jean-Luc Mélenchon - maurizioacerbo -
Ho trovato su Counterpunch un articolo su Mélenchon e ve lo propongo nella mia solita traduzione raffazzonata. La sinistra radicale e i comunisti in Francia stavano solo pochi anni fa assai peggio di noi (1,97%), ora sono la rivelazione della campagna elettorale. Giustamente Paolo Ferrero ha citato l’esperienza francese come buon esempio nell’interlocuzione con i compagni che hanno lanciato il manifesto per un nuovo soggetto politico. Buona lettura!

Superbamente ignorato dai media fino a poco tempo fa, Jean-Luc Mélenchon è la nuova moda del momento nella campagna presidenziale francese. In verità, durante il tentativo di conto per il suo drammatico aumento nei sondaggi – ultime notizie lo danno al 17% dei voti – la maggior parte dei commentatori non poteva fare a meno di ridicolizzare il candidato del Fronte della Sinistra.

Un’indagine dei principali articoli recentemente pubblicati dai media britannici fornisce un interessante “case study” su pregiudizi e incomprensioni politiche. Mélenchon è descritto come un “Anglo-Saxon basher con una voce lamentosa” (The Independent), un “populista” che è “all’estrema sinistra” (tutti i giornali) e un “bullo e un narcisista, venutofuori per provocare” (BBC ). Commenti più comprensivi lo paragonano a George Galloway o lo raffigurano come un “agitatore di estrema sinistra”, un “anticonformista” e il “pitbull dell’anti-capitalismo”.

Colpisce il fatto che la valutazione più favorevole della politica di Mélenchon rimane fuori bersaglio. Mélenchon è visto come un “leftwinger amabile, ma old-fashioned”. Questo non riesce a catturare l’essenza delle sue ambizioni politiche. L’ascesa di Mélenchon non ha nulla a che fare con ““1970s-style politics and nostalgia”, ma è legata invece al suo risoluta approccio all’attuale crisi capitalista. Racconta al pubblico che le politiche di austerità attuate in tutta Europa non sono solo ingiuste ma anche controproducenti (persino il Financial Times è d’accordo). L’abilità di Mélenchon nel dibattere serve la sua causa, ma è anche un pedagogo letterato: un politico degno che non ha mai partecipato a reality show volgari. Per di più, Mélenchon è un repubblicano francese e un socialista, non un “di estrema sinistra” o un politico marginale. Ha trascorso 30 anni nel partito socialista, senza successo, sostenendo che dovrebbe essere una forza al servizio dei lavoratori comuni, e lui era un ministro nel governo di Lionel Jospin.

lunedì 9 aprile 2012

Corsa all’Eliseo: Jean-Luc Mélenchon guarda all’America latina e a Cuba

di Gennaro Carotenuto
Sono tutti convinti che stia facendo una gran campagna elettorale Jean-Luc Mélenchon, il candidato del Fronte delle Sinistre alla presidenza della Repubblica francese. Con oltre il 15% delle aspettative di voto ha superato al terzo posto l’estremista di destra Marine Le Pen, morde forte il fianco sinistro del candidato del Partito Socialista François Hollande nella corsa contro Nicolas Sarkozy (virulentemente a destra) e ridotto gli spazi del candidato alla sua sinistra, Philippe Poutou, del Nuovo Partito Anticapitalista.

Ma al di là di come stia andando la campagna, Mélenchon, sessantenne mitterandiano e già ministro di Lionel Jospin durante la coabitazione, poi uscito da sinistra dal PS, sta rompendo la congiura del silenzio della sinistra europea rispetto alla sinistra latinoamericana, citandola spesso e volentieri e con buona competenza.

Negli ultimi anni ha ripetutamente causato polemica in Francia per la sua difesa di Cuba rivoluzionaria ma, in particolare in un’intervista importante a Página12, che vale la pena di sunteggiare, ha dimostrato un’insolita apertura nel monolitismo anti-latinoamericano che accomuna gran parte della sinistra europea.

Secondo Mélenchon il modello con il quale si sta costruendo il suo partito è apertamente ripreso dal Frente Amplio uruguayano che, fin dal 5 febbraio 1971, mette insieme molteplici anime della sinistra compresi gli ex-guerriglieri Tupamaros e che oggi governa il paese proprio con l’ex-guerrigliero Pepe Mujíca.

A questo si affianca una riflessione profonda sulla “Rivoluzione della Cittadinanza” ripresa dall’Ecuador di Correa, ma –ed è interessantissimo- Mélenchon dichiara di riprendere la visione del sistema mediatico da Néstor e Cristina Kirchner in Argentina (Cfr. G. CAROTENUTO [2009], Argentina: la legge sui media nel dibattito politico latinoamericano sull’informazione LATINOAMERICA E TUTTI I SUD DEL MONDO). La legge sui media argentina, probabilmente la più avanzata al mondo, prevede una suddivisione del sistema mediatico nel quale lo spazio per i media commerciali (che nel modello liberale occidentale è invece monopolista) non può superare un terzo del totale.

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