da Keynes blog - sinistrainrete -
di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta
I guai dell’Eurozona originano da una grave anomalia: l’essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il bluff delle ‘triple A’. Se la moneta comune salta, un’Italia senza timoniere rischia la deriva
Questa è stata la condotta dell’Inghilterra, specialmente tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando Londra reinvestiva sistematicamente i proventi delle colonie alimentando il commercio mondiale e tamponando i guasti provocati dall’aggressivo mercantilismo statunitense, in una fase in cui Washington era impegnata ad affermarsi sui mercati internazionali. Questa è stata la posizione degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra, una volta rilevato il testimone dal Regno Unito: prima con il Piano Marshall, che schiuse l’enorme mercato nordamericano all’esangue industria europea; poi, dopo l’abbandono unilaterale del sistema di parità aurea – reso insostenibile proprio dalla crescita degli scambi transatlantici – con la creazione di moneta.
Non è questo il caso della Germania: paese che ad oggi mantiene una percentuale di esportazioni sul pil (50%) superiore persino a quella della Cina, ma che in virtù della sua statura economica si è sempre trovato al centro delle dinamiche europee d’integrazione commerciale (prima) e monetaria (poi).
Un ruolo, tuttavia, svolto senza mai abdicare alla propria natura di Stato esportatore. Questa anomalia è esplosa con la creazione dell’euro, che ha determinato un paradossale rovesciamento dei ruoli: la Germania, fulcro dell’area valutaria comune, non crea liquidità, ma la assorbe costantemente, esportando beni e servizi altamente competitivi che vengono pagati dagli importatori più o meno «periferici» dell’Eurozona emettendo debito. Ovvero, sobbarcandosi quella funzione di zecca monetaria che spetterebbe a Berlino.
Quest’ultima, in realtà, per qualche tempo dopo la riunificazione fu costretta a stampare moneta, per assorbire l’immane fardello economico e fiscale dell’Est. In quel periodo (siamo a metà degli anni Novanta), i benefici dell’abbondanza di marchi si fecero sentire in tutta Europa, ma la festa è durata poco. Bundesbank, governo e parti sociali reagirono con un doloroso programma di contenimento della spesa pubblica; con una ferrea politica di moderazione salariale, negoziata con i sindacati; e con una profonda razionalizzazione del mercato del lavoro, che ha infranto il tabù post-bellico del posto fisso e ha creato un’ampia area di lavoro flessibile, essenziale alla competitività del made in Germany. La risultante precarietà lavorativa è stata tamponata da uno Stato sociale la cui leggendaria generosità è uscita ridimensionata dalla cura dimagrante dell’èra Schröder. Ma che resta pur sempre un welfare vero, dove lo Stato fornisce servizi efficienti a valere sulla fiscalità generale e in regime di bassa evasione. Una realtà assai lontana da quella italiana, dove l’evasione fiscale vale circa il 20% del pil, le pensioni finanziano i consumi e le reti della solidarietà (soprattutto) cattolica suppliscono alla mancanza di servizi, in un arcaico baratto tra diritti e carità.
Da parte sua, il mondo produttivo tedesco – specialmente la grande industria – ha puntato con decisione su ricerca e innovazione, onde mantenere alto il valore aggiunto dei suoi prodotti e contribuire all’aumento della competitività. Questa, a sua volta, ha consentito all’industria tedesca – metodicamente sostenuta da governi e sistema bancario – di insediarsi stabilmente nei mercati emergenti (soprattutto in Cina), di cui ha agganciato il ciclo economico espansivo. Certamente, una grossa mano è venuta dall’Europa. Specie da Francia e Inghilterra, che all’indomani del 1989 accettarono di trattare la riunificazione tedesca alla stregua di un allargamento comunitario e la Germania Est come nuovo Stato membro, per consentirle di aggiudicarsi ingenti aiuti economici. Così suggellando il patto storico che voleva la riunificazione tedesca cofinanziata dai partner europei e la Germania (ri)unita ancorata saldamente all’Europa per tramite dell’euro.





