Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 31 maggio 2013

Berlino, Roma e i dolori del giovane euro*

da Keynes blog - sinistrainrete -

di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta

I guai dell’Eurozona originano da una grave anomalia: l’essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il bluff delle ‘triple A’. Se la moneta comune salta, un’Italia senza timoniere rischia la deriva
1. La zona euro detiene un invidiabile primato storico: è l’unica area monetaria imperniata su un paese creditore, la Germania. Si tratta di una condizione assolutamente anomala: mai, prima d’ora, si era data una moneta a circolazione plurinazionale costruita attorno a un paese strutturalmente esportatore, perché la funzione del fulcro di un sistema monetario è creare liquidità, non drenarla. Tale funzione viene normalmente assolta mediante il commercio: importando beni e servizi altrui e stampando moneta per pagare le importazioni, il paese economicamente egemone alimenta la massa monetaria della sua zona d’influenza, fornendo così il carburante degli scambi e degli investimenti. Ciò presuppone, però, un deficit commerciale quasi permanente e una certa tolleranza, da parte del paese in questione, per l’inflazione e le oscillazioni del tasso di cambio.
Questa è stata la condotta dell’Inghilterra, specialmente tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando Londra reinvestiva sistematicamente i proventi delle colonie alimentando il commercio mondiale e tamponando i guasti provocati dall’aggressivo mercantilismo statunitense, in una fase in cui Washington era impegnata ad affermarsi sui mercati internazionali. Questa è stata la posizione degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra, una volta rilevato il testimone dal Regno Unito: prima con il Piano Marshall, che schiuse l’enorme mercato nordamericano all’esangue industria europea; poi, dopo l’abbandono unilaterale del sistema di parità aurea – reso insostenibile proprio dalla crescita degli scambi transatlantici – con la creazione di moneta.
Non è questo il caso della Germania: paese che ad oggi mantiene una percentuale di esportazioni sul pil (50%) superiore persino a quella della Cina, ma che in virtù della sua statura economica si è sempre trovato al centro delle dinamiche europee d’integrazione commerciale (prima) e monetaria (poi).
Un ruolo, tuttavia, svolto senza mai abdicare alla propria natura di Stato esportatore. Questa anomalia è esplosa con la creazione dell’euro, che ha determinato un paradossale rovesciamento dei ruoli: la Germania, fulcro dell’area valutaria comune, non crea liquidità, ma la assorbe costantemente, esportando beni e servizi altamente competitivi che vengono pagati dagli importatori più o meno «periferici» dell’Eurozona emettendo debito. Ovvero, sobbarcandosi quella funzione di zecca monetaria che spetterebbe a Berlino.
Quest’ultima, in realtà, per qualche tempo dopo la riunificazione fu costretta a stampare moneta, per assorbire l’immane fardello economico e fiscale dell’Est. In quel periodo (siamo a metà degli anni Novanta), i benefici dell’abbondanza di marchi si fecero sentire in tutta Europa, ma la festa è durata poco. Bundesbank, governo e parti sociali reagirono con un doloroso programma di contenimento della spesa pubblica; con una ferrea politica di moderazione salariale, negoziata con i sindacati; e con una profonda razionalizzazione del mercato del lavoro, che ha infranto il tabù post-bellico del posto fisso e ha creato un’ampia area di lavoro flessibile, essenziale alla competitività del made in Germany. La risultante precarietà lavorativa è stata tamponata da uno Stato sociale la cui leggendaria generosità è uscita ridimensionata dalla cura dimagrante dell’èra Schröder. Ma che resta pur sempre un welfare vero, dove lo Stato fornisce servizi efficienti a valere sulla fiscalità generale e in regime di bassa evasione. Una realtà assai lontana da quella italiana, dove l’evasione fiscale vale circa il 20% del pil, le pensioni finanziano i consumi e le reti della solidarietà (soprattutto) cattolica suppliscono alla mancanza di servizi, in un arcaico baratto tra diritti e carità.
Da parte sua, il mondo produttivo tedesco – specialmente la grande industria – ha puntato con decisione su ricerca e innovazione, onde mantenere alto il valore aggiunto dei suoi prodotti e contribuire all’aumento della competitività. Questa, a sua volta, ha consentito all’industria tedesca – metodicamente sostenuta da governi e sistema bancario – di insediarsi stabilmente nei mercati emergenti (soprattutto in Cina), di cui ha agganciato il ciclo economico espansivo. Certamente, una grossa mano è venuta dall’Europa. Specie da Francia e Inghilterra, che all’indomani del 1989 accettarono di trattare la riunificazione tedesca alla stregua di un allargamento comunitario e la Germania Est come nuovo Stato membro, per consentirle di aggiudicarsi ingenti aiuti economici. Così suggellando il patto storico che voleva la riunificazione tedesca cofinanziata dai partner europei e la Germania (ri)unita ancorata saldamente all’Europa per tramite dell’euro.

Lafontaine e la trappola dell’euro

di Enrico Grazzini - sinistrainrete -

Il leader della Linke tedesca Oscar Lafontaine ha dichiarato recentemente che è necessario abbandonare l'euro, tornare in maniera ordinata alle monete nazionali e realizzare un sistema flessibile e concordato di cambi in Europa. È una via percorribile? Perché questo dibattito è completamente assente in Italia?

L'Europa vive una crisi drammatica sia sul piano economico che politico e va incontro a una frattura storica: l'euro però non fa parte della soluzione ma del problema. L'euro sta spaccando l'Europa e occorre trovare rapidamente una soluzione alla crisi dell'euro per tentare di ricostruire la cooperazione europea. La critica radicale proviene niente di meno che da Oskar Lafontaine, il dirigente socialista tedesco che, come ministro delle finanze e presidente della SPD, negli anni '90 ha dato un contributo sostanziale alla nascita dell'euro, e che però nel 2005, in rotta con la SPD, ha lasciato il partito socialista di Gerhard Schröder per fondare la Linke, la formazione politica della sinistra alternativa. Nel suo blog Lafontaine ha scritto recentemente che è necessario abbandonare l'euro, tornare in maniera ordinata alle monete nazionali e realizzare un sistema flessibile e concordato di cambi in Europa [1]. Lafontaine vorrebbe che i paesi più deboli possano svalutare per riguadagnare competitività di fronte alla potenza dominante tedesca, e tornare a crescere. Una soluzione semplice ma originale, finora non prevista né dalla Linke né da Syriza, il partito della sinistra radicale greca.

Ma la soluzione proposta da Lafontaine è valida e praticabile? Per tentare di rispondere occorre partire da una constatazione. L'euro si è rivelato il fattore più problematico e negativo per l'Europa unita. Ormai è chiaro che, come hanno deciso per esempio la Svezia e la Danimarca e la Gran Bretagna, i paesi dell'eurozona e l'Italia avrebbero fatto meglio a non rinunciare alla sovranità monetaria per darla in mano alla Germania e, attualmente, al governo di centrodestra della Merkel.

La realtà è che i paesi europei fuori dall'euro continuano a crescere mentre l'eurozona è in crisi; e che la crisi economica può comportare, come vediamo in Italia, la rinascita dei nazionalismi, la crisi delle democrazie, e il rinvigorimento dei tentativi autoritari. Anche per Amartya Sen, premio Nobel dell'economia, l'euro sta rovinando l'Europa: “Sono stato contrario all’euro per motivi di tempistica. L’unione monetaria avrebbe dovuto essere adottata dopo l’unione fiscale e politica e non prima di questa. Saltando lo scalino, invece, gli stati ancora “nazionali” hanno perso il controllo sulla propria politica monetaria” [2].

Occorre che la sinistra europea e italiana discutano apertamente e senza pregiudizi ideologici e politici su come uscire da questa camicia di forza prima che la rottura dell'euro porti alla rotta dell'Europa. Nessuno ha in tasca la soluzione perfetta: ritornare alla lira o al marco, come propone lo statista tedesco, potrebbe non essere facile o possibile (e per alcuni neppure desiderabile). Ma la via d'uscita indicata qualche giorno fa dal presidente francese Francois Hollande, cioè di accelerare i tempi di un accordo politico per il governo europeo dell'economia, pur essendo positiva, appare meno concreta, richiede molto tempo, e comunque non è in contraddizione con la proposta di Lafontaine. E' necessario allora che la sinistra elabori delle alternative senza scartare nessuna ipotesi prima che l'euro fallisca e ci trascini alla rovina completa, come ci preannunciano non solo Lafontaine, ma il Financial Times, il Wall Street Journal e personaggi eccellenti come Joseph Stiglitz, Paul Krugman e George Soros.

Occorre una svolta, anche culturale: infatti sembra che in Italia anche gli economisti di sinistra apparentemente più “sbilanciati” contro le politiche economiche del governo si illudano di potere ottenere miglioramenti graduali all'interno di questa architettura dell'euro che invece garantisce la supremazia tedesca, schiaccia il lavoro, aumenta la disoccupazione e rovina le aziende [3]. Il continuismo non funziona, e di fronte alla dura realtà dei fatti occorre approfondire soluzioni non conformiste ma nuove e originali, e occorrono delle svolte.

martedì 21 maggio 2013

Brancaccio: “Senza una riforma europea, la prospettiva di un’uscita dall’euro diventa prioritaria”

    
Brancaccio: “Senza una riforma europea, la prospettiva di un’uscita dall’euro diventa prioritaria”

Pubblicato il 20 mag 2013

di Cinzia Peluso -
«Il piano di garanzia europeo per i giovani? Pochi spiccioli, che non bastano per risolvere il dramma del lavoro al Sud». È fortemente critico l’economista Emiliano Brancaccio. Il piano di Giovannini per l’occupazione non lo convince affatto. «Se il governo non riuscirà ad ottenere dall’Europa una vera riforma della politica economica, l’unica prospettiva sarà l’uscita dall’euro» osserva Brancaccio, ricercatore e docente di economia politica all’Università del Sannio e autore di diversi saggi tra cui L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa.
Professore, il ministro ha confermato ieri che entro giugno arriveranno i provvedimenti sull’occupazione. Come giudica le ipotesi allo studio?
«Sono iniziative al di sotto delle attese. Giovannini si è concentrato sull’esigenza di riformare i servizi all’impiego. I servizi dovrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta, ma il vero nodo è che il lavoro non c’è affatto. Si punta anche sul superamento delle rigidità nella stipula dei contratti a tempo determinato. Eppure non è questo il vero motivo per cui le imprese non assumono. Il problema è la mancanza di ordini e il crollo delle vendite».
Non le sembra positivo, però, il piano che punta a recuperare risorse dall’Europa?
«Complessivamente, il piano europeo di garanzia per i giovani ammonta a 6 miliardi, che significano appena 400 milioni a livello italiano. Se mettiamo a confronto tutte le manovre restrittive che ci ha imposto l’Europa, che hanno un valore di ben 81 miliardi di euro, è evidente che questi 400 milioni sono briciole».
Che cosa servirebbe in particolare per risolvere il nodo dell’occupazione giovanile al Sud?
«L’esecutivo dovrebbe ottenere da Bruxelles una riforma della politica economica. Ma è difficile, perché la crisi oggi è asimettrica, colpisce soprattutto i cosiddetti Mezzogiorni d’Europa e meno il Nord del Vecchio Continente. Il rischio è che se l’Europa non eroga più risorse per l’occupazione in questa situazione drammatica, la prospettiva di uscita dall’euro diventa prioritaria per l’Italia».
Si è creato un asse tra 4 Regioni per chiedere un allentamento del Patto di stabilità. Mentre Giovannini ha invitato ieri le amministrazioni a concentrare i fondi disponibili sulle azioni più rilevanti…
«È vero che negli anni scorsi una quota di risorse destinate alle Regioni è stata sprecata in prebende clientelari. Quindi, Giovannini fa bene a lanciare questo monito. Ma è anche vero che il taglio dei trasferimenti complessivi dallo Stato alle Regioni è stato del 40% negli ultimi cinque anni. Con queste politiche di austerità, quindi, serve a poco uno spostamento da una voce di spreco ad una più efficiente»
Il Mattino

venerdì 17 maggio 2013

In Spagna appello intellettuali di sinistra propone di uscire dall'Euro

- controlacrisi -
                   
Dalla Spagna un manifesto sottoscritto da dirigenti politici, intellettuali e personalità della sinistra dichiara la necessità della rottura con la gabbia della moneta unica europea. Un manifesto che per certi aspetti ricalca una discussione che è stata avviata in Italia da alcuni compagni "coraggiosi" che incontra sempre più consenso. Queste personalità politiche della sinistra come Julio Anguita e Manuele Monereo, intellettuali marxisti come Miguel Riera, Joan Tafalla, Joaquim Miras hanno sottoscritto un manifesto politico che chiede esplicitamente l'uscita della Spagna dall'euro. Una dichiarazione di rottura il cui unico limite è la dimensione nazionale della soluzione, tema sul quale la discussione in Italia è più avanzata. In Italia ( Vasapollo e Porcaro ad esempio) sostengono la creazione di una area economica e alternativa che integri i paesi Pigs europei e i paesi mediterranei sul modello Alba.
Manifesto per il recupero della sovranità economica, monetaria e cittadina
USCIRE DALL’EURO
La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.
La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2,3 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico di quasi un miliardo di euro, crescente e che si avvicina al 100% del PIL, sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.
Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.
Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.
Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.

venerdì 10 maggio 2013

Un altro passo verso il precipizio

di Jacques Sapir

L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.

Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.


Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

venerdì 19 aprile 2013

Perché la Bce di Draghi sbaglia politica

Mario Draghi continua con la sua politica – denaro facile alle banche e tagli di spesa – che fa cadere la domanda e restringe il credito alle imprese. Si tratta di un errore economico e di un pericolo politico

- sbilanciamoci -

Il governatore Mario Draghi ha comunicato che la Banca centrale europea intende mantenere invariato il costo del denaro, invitando i governi dell’Eurozona a intensificare le riforme strutturali e ad accelerare il consolidamento fiscale e la ristrutturazione del sistema finanziario. Niente di nuovo, ma il riproporlo con forza, in presenza del lungo e non ancora concluso processo recessivo accentuato dalla politica di austerità in corso, indica – se di un’ulteriore conferma ci fosse bisogno – quanto radicata sia nel pensiero dei governanti europei la convinzione che la politica finora condotta sia corretta e non possa essere abbandonata.
In sostanza, il governatore ribadisce – in consonanza con i suoi predecessori – che non vi è spazio per alcuna alternativa all’attuale coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale. A una gestione della politica monetaria non restrittiva (i tassi d’interesse sono mantenuti a livelli bassi) si associa un severo patto fiscale la cui logica è di contenere la spesa per consumi, soprattutto di quelli pubblici, con l’effetto di breve periodo di ampliare lo spazio per i risparmi e quello di più lungo periodo di contenere il peso (interpretato come inefficienza) dello Stato. La politica monetaria più accondiscendente dovrebbe quindi garantire condizioni di credito più favorevoli per l’investimento privato la cui crescita, assieme al funzionamento più flessibile del mercato del lavoro, sarebbe il volano che assicura l’espansione produttiva, del reddito e dell’occupazione.
Ma perché le cose non vanno come i nostri governanti ritengono che dovrebbero andare? Perché le banche, nonostante l’ampio sostegno che ricevono dalla Banca centrale, non espandono i loro finanziamenti? La risposta è implicita nella sollecitazione di Draghi, più volte reiterata nel passato, che non si è fatto ancora abbastanza, che occorre ancora maggiore consolidamento finanziario, occorre maggiore flessibilità.
La possibilità che le difficoltà risiedano nello stesso schema logico dell’austerità non sembra venga nemmeno presa in considerazione. Eppure per sostenere l’attività delle imprese e i loro investimenti non è sufficiente mantenere bassi i tassi d’interesse ufficiali (quelli sotto controllo della Bce), ma occorre che non aumentino i tassi bancari sul credito alle imprese. Nella fissazione di questi tassi certamente le banche si avvantaggiano del contenimento dei tassi sui fondi liquidi (correlati fortemente ai tassi ufficiali) che sono però una parte minore del tasso praticato dalle banche alla loro clientela dovendo esse tener conto del rischio di perdite nel caso l’impresa non sia in grado di onorare l’impegno assunto; è il ricarico del premio per questo rischio che è il fattore maggiormente condizionante il tasso d’interesse che le banche richiedono per il loro finanziamento.
La crisi ha, da un lato, indotto politiche monetarie che hanno spinto i tassi monetari a un livello così vicino allo zero da non poterne prevedere ulteriori contrazioni ma, dall’altro lato, ha prodotto condizioni di incertezza, che si riversano sia sul conto economico delle banche che sulle prospettive produttive della loro clientela, che sospingono verso l’alto il premio per il rischio.
In effetti, la crisi finanziaria ha fatto emergere perdite – effettive e attese – sui titoli in portafoglio delle banche le quali hanno appesantito il conto economico e le hanno indotte a irrigidire le condizioni dei loro prestiti, sia per garantirsi attivi più sicuri, sia per aumentare i ricavi a copertura delle perdite realizzate e previste. Analogo shock si è poi ripetuto per le banche coinvolte nella crisi dei debiti pubblici, in particolare per i paesi europei che avevano una situazione più precaria a questo riguardo; le perdite subite – effettive e attese – hanno accentuato il comportamento restrittivo delle banche, molto caute nell’esporsi ulteriormente. In questa situazione, un pesante ruolo negativo l’ha avuto la linea di politica finanziaria europea che, scaricando sui singoli paesi l’intero onere del rientro, ha fatto mancare il puntello dell’Unione europea a una gestione di maggior respiro del consolidamento finanziario, col risultato di drammatizzare la situazione. C’è voluta la decisione di Draghi di intervenire a sostegno dell’euro – tardiva e limitata – per calmierare, ma non riassorbire completamente, la pressione dei mercati.

lunedì 18 marzo 2013

Beppe Grillo ed Eurolandia

La posizione del M5S sull’Euro e l’Unione Europea

di Francesco Salistrari - sinistrainrete -

Tutti i più grandi giornali internazionali vedono nell’affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alle elezioni politiche italiane, una chiara espressione del popolo italiano contro le politiche di “austerity” imposte dalla Germania. Che poi tali politiche siano pienamente avallate da decenni da tutta la classe politica italiana ed in qualche modo, da un punto di vista sostanziale, siano perfettamente confacenti alle scelte obbligate a cui il paese si trova di fronte permanendo nel sistema monetario unico, questo conta poco. Perché sì, è vero che questa classe politica è la principale responsabile dello sfacelo in cui ci troviamo, ma il punto nodale è che tale sfacelo non è determinato, così come ciancia Beppe Grillo da anni, semplicemente da corruzione, rimborsi elettorali, privilegi di casta e vitalizi. Certo, si tratta di cose assolutamente inaccettabili e a cui andrebbe trovato un rimedio in tempi rapidi. Ma il problema del debito pubblico italiano è tale, e questo Grillo non lo spiega né lo ha mai detto, principalmente perché il paese si trova nell’Euro ed essendo costretto a vincoli di bilancio (3% deficit-Pil con il Trattato di Maastricht, pareggio di bilancio dal 2013 con il Fiscal Compact), l’unica strada percorribile, nella condizione data è in poche parole “l’agenda Monti” (svalutazione salariale, armonizzazione del mercato del lavoro agli standard tedeschi, limitazione dei diritti e delle tutele, innalzamento età pensionabile, tagli a scuola e sanità, (s)vendita del patrimonio pubblico ecc, ecc.).
Infatti anche secondo quanto afferma in un’intervista allo Spiegel, Peter Bofinger, economista e consulente del Governo Tedesco:
“Rispetto ad altri paesi (gli interessi, ndr) sono troppo alti.[Nonostante] il deficit di bilancio sia il secondo piu’ basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l’Italia deve pagare il 6%”.
Allora perché l’austerity e le politiche restrittive?
Semplice (sempre con le parole di Bofinger):
“la Gran Bretagna è indebitata in sterline e ha una banca centrale che è disposta ad acquistare titoli di stato in maniera illimitata. L’Italia a causa della sua appartenenza all’unione monetaria non lo può fare. E’ in una situazione fondamentalmente diversa, che anche con le drastiche misure di risparmio e con le riforme strutturali del governo Monti non potrà essere cambiata. Il problema è sintomatico della crisi dell’Euro. Il governo tedesco fino ad ora ha sostenuto che i governi dei paesi in crisi devono risparmiare in maniera ferrea: i mercati avrebbero riconosciuto lo sforzo e fatto scendere il tasso di interesse. È un’illusione. Anche se gli stati della zona Euro risparmiano, avviano le riforme strutturali e fanno quanto viene loro richiesto, restano a rischio fallimento”.
E’ quindi facile intuire come il problema non è tanto dovuto ad una situazione disastrosa dei conti pubblici, ma quanto al fatto che l’Italia è agganciata ad economie più forti, più competitive, con una maggiore produttività del lavoro, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e un’inflazione più bassa. Il tutto si ripercuote negativamente sulla bilancia dei pagamenti e questo genera una spirale di indebitamento privato (aziende e famiglie) che si ripercuote successivamente sul debito pubblico (la storia economica del nostro paese degli ultimi 10 anni).
Di questo il Signor Beppe Grillo e il suo “guru” Casaleggio non parlano. E non ne parlano nemmeno i neo eletti deputati e senatori “grillini”, né tantomeno chi ha votato il Movimento 5 Stelle a queste ultime elezioni. Il sentimento più comune che ha spinto quasi 9 milioni di italiani a scegliere i 5 Stelle, non è dunque la consapevolezza della dannosità intrinseca della “moneta unica” e del capestro determinato dai Trattati, quanto un sentimento di protesta e di rifiuto nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia fino a questo momento.

sabato 16 marzo 2013

Mr. Full Monty, ovvero i salvataggi che han salvato gli altri

di Alberto Bagnai - sinistrainrete -

(aggiungiamo alla nutrita lista di autori del blog Alessandro "Torny" Guerani. Bei tempi quelli, quando si litigava... Sembra ieri... Ma non è detto che non si possa ricominciare)

Da Alessandro Guerani ricevo e (ritenendola impeccabile) pubblico questa cinica analisi della situazione:

Nonostante siano terminate le elezioni, con un risultato fra l'altro piuttosto chiaro su quello che pensano gli Italiani di certe idee strampalate, sui talk televisivi, su Twitter, ovunque, persino dentro al forno di cucina, a momenti, circola ancora la fola che il Governo Monti ci ha salvato dal default e ha rimesso in ordine i conti pubblici.
Vediamo di fare un po' di chiarezza su quello che è successo, cosa imprescindibile per capire cosa succederà o cosa potremo evitare che succeda (lo dico “ad usum ortotteri”).

“It's the same old story”

La prima parte della fola si smonta da sola: la stessa Commissione Europea ha certificato che il debito pubblico italiano è sempre (e ribadisco sempre) stato sostenibile e del resto lo affermava pure il Sen. Monti nei suoi ripetuti complimenti espressi su importanti organi di stampa nei riguardi del suo predecessore. Leggiamolo assieme: “Il ministro dell'Economia, di cui molti tendono oggi a dimenticare il merito di aver saputo mantenere un certo rigore di bilancio con un governo e una maggioranza poco inclini a tale virtù... ha deciso, con lucidità e rapidità, di imboccare una strada di redenzione o, in termini più asettici, di modifica di alcuni connotati di fondo che avevano caratterizzato, fin dall'inizio, l' impostazione di politica economica del governo.”
Quindi sinceramente non si capisce come il rigore di bilancio, così sapientemente applicato da Tremonti a detta dello stesso Monti, ci avrebbe portato nel giro di pochi mesi a correre il rischio di essere come la Grecia e di non poter pagare pensioni e stipendi pubblici. O meglio si capisce benissimo: è una balla che gli stessi dati di Bruxelles confermano.
Per comprendere cosa realmente è successo bisogna ricordarsi il “romanzo di centro e periferia”: nei paesi periferici arrivano i capitali, l'inflazione aumenta, la competitività cala, la bilancia dei pagamenti peggiora e alla fine non si hanno più i soldi per ripagare i capitali importati e gli interessi sugli stessi: si entra insomma nella spirale del debito estero.
Questa dinamica era ben presente ai nostri finanziatori, che, ricordiamoci, finanziano innanzitutto il debito privato, sì, la tua BMW (comprata con il convenientissimo prestito a tasso zero) e sì, pure la tua casa, che hai preso col mutuo.
Appena visto quello che era successo negli USA (vi ricordate vero il crack Lehmann ecc?) ecco che le banche estere, che prima prestavano con tranquillità sull'interbancario dell'Eurozona, all'improvviso rientrano dai loro finanziamenti e serrano i rubinetti. Avendo l'Eurozona un sistema di pagamenti interbancari unificato, che si chiama Target2, entrò in funzione immediatamente, in modo automatico, l'assistenza della BCE e del SEBC (Sistema Europeo Banche Centrali).

lunedì 4 febbraio 2013

L’Euroreligione di Eugenio Scalfari

4 febbraio 2013 - lavorincorsoasinistra -
Il fondatore di Repubblica non è, come sostiene nei suoi libri, l’ultimo dei moderni, ma il primo dei neomedievali: come i teologi dei secoli bui affermavano che senza religione l’uomo sarebbe preda del male e la società si disgregherebbe, così Scalfari immagina eventi terrificanti in caso di fuoriuscita dell’Italia dall’euro. Ma questi eventi sono già accaduti e stanno accadendo mentre siamo nell’eurozona.
Eugenio Scalfari ieri su Repubblica:
Se questo [la vittoria di Berlusconi] dovesse accadere crollerebbe in misura catastrofica la credibilità europea e internazionale del nostro Paese; i mercati si scatenerebbero e lo “spread” tornerebbe alle stelle. L’ipotesi di un Berlusconi vincente che riuscisse a “domare” Angela Merkel, cioè la Germania, è puro infantilismo. [...] Qualora la Germania non si accucciasse ai piedi del redivivo, il Cavaliere ha già previsto ed ha pubblicamente dichiarato che la lira come ritorsione uscirebbe dall’euro. Forse coloro che abboccando alla demagogia berlusconiana pensano che prima o poi l’asino volerà, non hanno ben chiaro che cosa significa il ritorno alla moneta nazionale: le banche americane e la speculazione giocherebbero a palla con la liretta, roba da emigrazione forzata, ma se il Pd non vincerà è esattamente questo che accadrà.
Al di là delle pur condivisibili critiche a Berlusconi, la cui credibilità è da tempo impalpabile, le affermazioni di Scalfari che meritano particolare attenzione ci sembrano due:
1) le banche americane e la speculazione giocherebbero a palla con la liretta
2) roba da emigrazione forzata
Riguardo la prima affermazione, Scalfari sembra non ricordare che l’Italia è già stata vittima della speculazione, a partire dalla metà del 2011. E lo è stata, insieme a Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, proprio in quanto membro “debole” dell’eurozona, cioè un paese che, presentando saldi negativi con l’estero – in particolare con la Germania -, può avere vantaggi a ritornare alla sua sovranità monetaria, riconquistando il tasso di cambio come strumento per gli aggiustamenti di competitività. La speculazione, in altri termini, ha fatto leva sul pericolo (percepito) che l’Italia potesse uscire dall’euro prima che essa lo facesse concretamente. O, se vogliamo metterla in altri termini, gli investitori hanno chiesto all’Italia tassi più elevati per proteggersi da un eventuale rischio di cambio. Non ha quindi molto senso sostenere che la speculazione scatterebbe con l’uscita dell’Italia dalla moneta unica e che quindi i mercati “giocherebbero a palla con la liretta”. Al limite si può sostenere che giocherebbero a palla con i titoli di stato prima dell’uscita dall’eurozona e in vista di questa. Ma è tutt’altra faccenda, evidentemente.
Di più: la speculazione ha potuto agire perché, a differenza dei paesi non-euro, i PIIGS non hanno una banca centrale in grado di proteggere i titoli di stato. E la speculazione è cessata proprio quando la BCE ha fatto intendere che nonostante i limiti dello statuto e dei trattati, avrebbe fatto “qualsiasi cosa fosse necessaria” per difendere la moneta unica. E nonostante questo, paesi come la Spagna ancora soffrono di tassi notevolmente superiori a quelli tedeschi ed anche l’Italia paga ben due punti e mezzo in più della Germania.
Se le cose stessero nei termini sostenuti da Scalfari, perché i mercati hanno “giocato a palla” con l’euro e con i nostri titoli di debito pubblico mentre nessuno “gioca a palla” con la corona svedese, il lita lituano, il lats lettone, lo zloti polacco, la corona danese, la sterlina britannica, la corona ceca, il leu romeno e il fiorino ungherese?
Forse, su questo dovrebbe riflettere l’autore dell’articolo, perché tutti questi paesi, pur facendo parte dell’Unione Europea, hanno la propria moneta e i propri titoli di stato garantiti dalle rispettive banche centrali.
Del resto Scalfari dovrebbe ricordare che nel 1992 l’Italia fu costretta, proprio dalla speculazione, ad uscire dal Sistema Monetario Europeo, l’antenato dell’euro. La speculazione non colpì solo la “liretta”, ma anche la ben più solida sterlina britannica, che abbandonò lo SME insieme alla lira. Fu proprio l’appartenenza ad un sistema di cambi fissi privo di meccanismi di protezione che rese possibile e fruttuosa la speculazione.
Riguardo la seconda affermazione, circa “l’emigrazione forzata“, Scalfari deve aver letto poco di teoria delle aree valutarie ottimali, cioè proprio la teoria sulla quale (alcuni dicono in spregio alla quale, ma non siamo d’accordo) è stato costruito l’euro (basti ricordare che Robert Mundell, fondatore della teoria della AVO, è anche il “padre dell’euro“). Se avesse letto qualcosa a riguardo saprebbe che una delle condizioni richieste per riequilibrare gli squilibri tra sottoaree è la “mobilità del lavoro”, che, in termini meno tecnici, vuol dire appunto emigrazione.
E, ancora, forse varrebbe la pena leggere qualcosa circa l’Irlanda, paese euro dal quale sono già emigrate centinaia di migliaia di persone a causa della crisi economica.
Sia chiaro: l’uscita “unilaterale” dell’Italia dall’euro avrebbe effetti molto pesanti non solo sul nostro paese, ma sull’intera eurozona. Tuttavia non si possono trattare questi argomenti con toni “terroristici”, senza valutare i costi concreti dell’attuale situazione da un lato e i benefici dell’uscita dall’altro e soprattutto senza prendere in considerazione l’uso della minaccia di uscita per ottenere quelle riforme necessarie a superare i problemi strutturali dell’euro, di cui abbiamo ampiamente parlato su questo blog.
La discussione non può quindi essere preconcetta e falsata da palesi distorsioni dei fatti. Spiace constatarlo, ma il fondatore di Repubblica non è, come sostiene nei suoi libri, l’ultimo dei moderni, ma il primo dei neomedievali: come i teologi dei secoli bui, mentre cristiani e musulmani si trucidavano, affermavano che senza religione l’uomo sarebbe preda del male, così Scalfari immagina eventi terrificanti in caso di uscita dall’euro, senza accorgersi che questi eventi sono già accaduti e stanno accadendo mentre siamo nell’eurozona.

martedì 15 gennaio 2013

Loretta Napoleoni: "La democrazia è a rischio: vi spiego perché l'Italia deve rimettere in discussione l'euro"

L'economista Loretta Napoleoni
di Antonella Loi - tiscali -
 
Quel che resta dopo tre anni di crisi è un’Europa che “cannibalizza se stessa”, ampliando la distanza tra Nord e Sud e rendendo i Paesi periferici “economicamente e moralmente sudditi” a causa del debito sovrano. Prima del baratro, c’è l’urgenza di di risolvere un problema: come svincolarsi dal giogo del debito sovrano che crea un moderno “sistema coloniale” per il quale a pagare le spese sono i cittadini. Vedi alla voce Grecia, ma anche Italia, Spagna, Portogallo. Secondo Loretta Napoleoni, consulente della Bbc e della Cnn, esperta di terrorismo internazionale e docente di Economia alla Judge Business Schools di Cambridge, “è scandaloso che il tema sia assente dalla campagna elettorale italiana”. Il suo ultimo libro, Democrazia vendesi, appena uscito per Rizzoli (249 pagine, 15 euro), è sotto quest’aspetto un testo d’emergenza, scritto in collaborazione con altri studiosi, “nella speranza che si crei finalmente un dibattito interno”.
"Dalla crisi economica alla crisi delle schede bianche": il sottotitolo del suo libro è eloquente. La nostra democrazia è a rischio?
“In questa crisi attuale lo è. Innanzitutto perché l’emergenza è diventata normalità, sono tre anni che siamo in emergenza. E l’emergenza fa sì che si cerchi di risolvere la crisi attraverso una diminuzione della sovranità nazionale dei singoli Stati con conseguente trasferimento verso Bruxelles. Al cittadino non viene chiesto nulla. Queste decisioni vengono da istituzioni e individui non eletti che agiscono con strumenti eccezionali. C’è cioè un’erosione di democrazia”.
La nomina al governo di Mario Monti rientra in questo disegno?
“La nomina di Monti lo è sicuramente, nel senso che non è stato eletto e quindi parliamo di un governo tecnico rimasto in carica per un lungo periodo, più di un anno, a cui è stato dato l'incarico in un momento in cui si poteva anche andare alle urne. Non si è voluto correre il rischio che le urne non dessero un risultato convincente”.
A chi facevano paura le elezioni?
"All’euroburocrazia e a questi poteri politici non eletti da noi ma eletti da altri paesi. Quindi parliamo della Merkel e anche di Sarkozy, ma anche del presidente della Commissione Barroso, Van Rompuy, presidente dell'Eurogruppo. Ed è interessante secondo me quello che è successo la settimana scorsa, quando il Parlamento europeo, organo eletto, ha condannato le politiche di austerità della commissione, organo non eletto. Sono tre anni che il Parlamento non ha voce in capitolo”.
Politiche di austerità per salvare l'euro, grande responsabile della crisi.
“Sono convinta che la crisi sia legata all’euro però non che l'euro sia l'unica causa. Cioè ha creato delle distorsioni economiche e finanziarie che hanno da una parte impoverito le bilance dei pagamenti della periferia, peggiorando quindi la nostra performance nell'esportazione, però l'euro ha anche incoraggiato questo trasferimento monetario dai Paesi ricchi ai Paesi poveri, attraverso l'indebitamento. Detto questo, non è che l'euro abbia costretto i vari governi a indebitarsi”.
Stati masochisti o cosa?
“La verità è che abbiamo da una parte condizioni economiche confacenti all'indebitamento, dall'altra parte la propensione ad indebitarsi. La Spagna è uno degli esempi più eclatanti: sono stati costruiti aeroporti con i soldi dei trasferimenti da Eurolandia, aeroporti nei quali non è mai atterrato nessuno. La cementificazione italiana è un altro capitolo dello stesso libro: dall''80 ad oggi è stata cementificata una superficie grande quanto tutta la Lombardia più il Veneto”.
Nel prologo del suo libro lei fa un parallelo tra il debito sovrano degli Stati e il debito dei padri e dei nonni, pagato con la prostituzione delle figlie, presso una popolazione dell’Himalaya soggiogata dai feudatari. C’è insomma qualcosa di immorale nel debito sovrano.
“Questa dipendenza va superata. Però, come nel caso della popolazione dell'Himalaya, fino a quando noi continuiamo ad accettare i parametri etici sui quali poggia perdurerà per sempre. L'idea che noi ci indebitiamo per pagare l'interesse sul nostro debito - che tra l'altro è illegale perché si basa sull'anatocismo (cioè gli interessi calcolati anche sugli interessi) - in realtà ci sembra una situazione di normalità: il concetto va scardinato. Il debito è oramai arrivato ad un livello tale che sarà impossibile saldarlo, data la sua crescita esponenziale. Lo sa pure un bambino delle elementari che non si va da nessuna parte. Eppure si continua con l’austerità e nella campagna elettorale questo tema è assente”.
Perché secondo lei?
“E’ semplice: non sanno come uscirne e c'è un senso di sudditanza, di umiliazione profonda radicato in tutto il Paese riguardo la nostra posizione debitoria nei confronti di chi questi soldi ce li ha dati. Esattamente come nella storia dell'Himalaya. Il dibattito non c'è perché si vuole continuare a pagare questo debito. E continuare a pagarlo significa farlo crescere esponenzialmente anno dopo anno. A prescindere dalla volontà del cittadino, al quale invece si dovrebbe prospettare un’alternativa alla schiavitù”.
Per esempio?
“Uscire da questo euro, creare magari un euro a due velocità o ancora rinegoziare il debito e diminuirlo drasticamente: tutte politiche di cui nessuno parla. A parte Grillo e per la prima volta la settimana scorsa Berlusconi, nessuno propone come soluzione l'uscita o la ristrutturazione dell'Ue. In realtà c’è bisogno di un potere di negoziazione che noi non abbiamo, nonostante gli spiragli che arrivano dall’Europa; è evidente che le politiche di austerità non stanno funzionando, anzi hanno peggiorato la situazione”.
Alla fine è possibile che sia la stessa Bruxelles a decidere di “condonare” il debito di certi Stati per evitare un default a catena?
“Sicuramente Bruxelles si sta orientando in quella direzione, posto che il debito lo condoneranno solo a certe condizioni. La Grecia, in recessione da 5 anni, ha rinegoziato il debito al 75%. Anche noi dovremmo cominciare a rinegoziarlo subito, prima di diventare ricattabili. Più andiamo avanti, meno potere contrattuale abbiamo. Anche perché negli ultimi 3 anni c'è stata una riduzione del debito presso banche straniere a favore di banche italiane. Noi possiamo cioè rinegoziare il debito estero, ma non quello interno: significherebbe togliere i soldi ai risparmiatori italiani”.
Secondo una ricerca di Confesercenti-Swg l'86% degli italiani pensa che il 2013 sarà peggiore del 2012. Hanno ragione secondo lei?
“Sì, siamo lontanissimi dalla ripresa e secondo me è impossibile dire cosa succederà anche nel 2014. Tutte le previsioni a lungo raggio sono state puntualmente riviste in peggio”.
14 gennaio 2013

sabato 29 dicembre 2012

Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco


- keynesblog -
schroeder
Con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Materia su cui riflettere attentamente anche in Italia quando si parla di “reddito minimo garantito” dallo stato e non di minimo salariale imposto per legge ai datori di lavoro. Da Voci dalla Germania

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Krisenvorsorge.com e jjahnke.net ci ricordano le dimensioni della politica di moderazione salariale tedesca e i suoi effetti sociali.
Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell’Eurozona è del 14.8 %.
La precaria situazione dei lavoratori tedeschi è confermata anche dai dati sui lavoratori a basso salario con un’istruzione media. E’ evidente che non si tratta solo di un fenomeno legato alla bassa istruzione.
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Il rifiuto da parte del governo di introdurre un salario minimo [cioè un minimo sotto il quale nessun datore di lavoro può assumere un lavoratore, da non confondere con il "reddito minimo garantito"], presente in altri paesi occidentali [non in Italia], la crescita del settore del lavoro in affitto, caratterizzato da precarietà e bassi salari, lo sfruttamento del lavoro femminile, grazie alla più grande differenza in Europa occidentale fra il salario femminile e maschile, la disponibilità del governo a sovvenzionare i bassi salari con i sussidi Hartz IV, sono tutte parti di uno scandalo sociale che non ha eguali in altri paesi europei.
In questo scenario non c’è da meravigliarsi, se il costo del lavoro per unità di prodotto, decisivo per la competitività, ha avuto uno sviluppo decisamente migliore rispetto ai nostri vicini europei. La Germania non ha alcun motivo di esserne orgogliosa, come il governo vorrebbe dare ad intendere.
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La Germania si è allontanata da ciò che un tempo si definiva economia sociale di mercato. Insieme alla Cina è diventata il Pariah dell’economia mondiale: compete in maniera sleale con i suoi partner, rubando posti di lavoro fino a quando questi non saranno costretti a elemosinare gli aiuti finanziari tedeschi. Fino a 20 anni fa una simile situazione sarebbe stata impensabile. La divisione della Germania e la paura del comunismo costringevano il capitalismo tedesco ad avere un maggiore orientamento sociale.
Dati da Eurostat

mercoledì 19 dicembre 2012

Terapie mortali. Intervista a Marco Revelli sulla crisi dell’Europa


- agoravox -
Marco Revelli, storico e sociologo italiano, figlio del partigiano Nuto Revelli, insegna Scienze della Politica presso l’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Fondatore e membro di Lotta Continua, collabora con il quotidiano «il manifesto». Ha scritto numerosi libri con Laterza, Fazi, Chiarelettere, Einaudi. La sua ultima opera è I demoni del potere (ed. Laterza, 2012, già alla sua terza edizione).
Si continua a parlare di “Europa in crisi”. Perché?
È vero: l’Europa è in crisi, continuiamo a constatarlo, a toccarlo con mano, a leggerne sui giornali. L’Europa sembra ancora incapace di immaginare se stessa come un’entità complessiva, come un attore unico in un momento in cui l’egoismo dei singoli Stati sembra prendere il sopravvento, in cui l’atteggiamento verso i più deboli fa pensare all’esclusione piuttosto che all’unione. Si pensi ad esempio al destino atroce che l’Europa continua a riservare alla Grecia - che in qualche modo è sua madre: l’Europa sta compiendo una sorta di matricidio lento nei confronti di quella che è stata la culla della sua civiltà. Per dire che, allo stato attuale, l’Europa è “inguardabile”, per troppi aspetti è ancora lontana dai progetti dei grandi europeisti del ‘900.

Si tratta solo di problemi economici o c’è dell’altro?
No, a me sembra che i problemi economici siano il riflesso di un decadimento culturale; o di un’assenza di cultura - cioè di un’assenza di visione, nel senso di un ripiegamento su se stessi e sul proprio egoismo (egoismo che è sempre legato a una fondamentale incapacità di visione, di elaborazione, di immaginazione). L’Europa oggi ha come unico nucleo normativo l’aridissima visione totalizzante dell’economia, di un’economia sempre più separata dalla società, di un’economia dogmaticamente interpretata alla luce di pochi e fallimentari principi di un neoliberismo che sta naufragando in tutto il mondo; tuttavia l’economia continua a essere il sapere che alimenta i tecnocrati, da quelli della Banca Centrale ai Commissari europei, figure per altro verso molto mediocri, uomini di cui per la maggior parte non conosciamo neanche il nome, ruoli non legittimati da un consenso elettorale, perché nominate direttamente dalla politica. In più, l’assenza di una Costituzione europea è un problema gigantesco... dico tutte queste cose non perché sia ostile all’Europa, ma perché sono un europeista non conciliato con l’esperienza esistente, osservo che il sogno europeo - a mio avviso una grande costruzione dell’intelligenza e della nostra cultura - venga quotidianemente umiliato dalla pratica di elite di bassissimo profilo, a cominciare dalla grande Germania, che si si affida passivamente all’operato di piccoli funzionari che non arrivano neanche alle ginocchia dei loro predecessori.

Sono stati fatti degli errori in particolare nella costruzione dell’Europa?
Credo ne siano stati fatti molti e tutti concentrati nell’ultimo ventennio. Fino alla metà degli anni ‘90 a me sembra che la marcia - per quanto cauta e lenta - fosse stata una marcia positiva e sempre in avanti. Poi la scelta di edificare dapprima le basi monetarie (la scelta cioè di procedere per prima cosa alla costruzione della moneta unica e poi all’unità politica - che non è mai venuta) è stato un errore clamoroso, così come lo è stato quello di separare così direttamente il potere legislativo, nella figura del parlanmento, dal poerter esecutivo, nella figura della Commissione europea, sottraendo al primo qualsiasi controllo sul secondo, e immaginando un potere esecutivo nominato dai governi e non eletto, oltre che non sottoposto a un organo elettivo - struttura che non trova riscontro in nessuno stato federale del mondo. Si poteva scegliere la forma presidenziale, o del parlamentarismo e del semipresidenzialismo, insomma una qualunque delle forme di governo conosciute: si sono scelti invece un’architettura e un assetto bizzarro, senza nessun precedente, con un potere esecutivo sottratto praticamente al controllo di qualsiasi organo elettivo. Un sistema che non ha nessun riscontro nel modello democratico.

Si tratta di un errore da principianti, o di un piano studiato ad arte per qualche motivo?
Si tratta del frutto di un deficit intellettuale, politico e morale. In realtà coloro che hanno immaginato questo percorso hanno scelto di bypassare tutti i possibili ostacoli, hanno scelto di praticare a ogni passaggio la strada più semplice.

sabato 15 dicembre 2012

L'altra Germania.

di Alessandro Bramucci - sbilanciamoci -

IG Metall, cambio di rotta per l’Europa

 
No ad austerità, sì a responsabilità comune sul debito, no a speculazione, sì a democrazia, con un’Unione politica e sociale accanto a quella monetaria. L’IG Metall entra nel dibattito europeo
L’IG Metall, il sindacato tedesco del settore metallurgico e automobilistico (Industriegewerkschaft Metall), il più importante del paese, offre le proprie risposte alla crisi europea nel rapporto “Cambio di rotta per la solidarietà europea” (disponibile in inglese), presentato la settimana scorsa in una conferenza internazionale a cui hanno partecipato molti sindacati europei e – a sorpresa – l’ex presidente del Brasile (ed ex metalmeccanico) Lula.
Il documento inizia con una ricostruzione della crisi mondiale e dei salvataggi delle banche che hanno portato alla crisi del debito sovrano europeo, presto trasformatasi in crisi di identità dell’Europa, con la messa in discussione dell’idea stessa di Unione e il ritorno di pericolosi nazionalismi. La crisi del debito ha evidenziato le carenze strutturali dell’Unione Europea, in particolare della sua capacità decisionale, spesso lasciata in mano a singoli stati membri. Due sfide attendono quindi l’UE, la gestione della crisi nel breve termine e una riforma democratica delle istituzioni europee verso una maggiore integrazione politica e sociale.
È chiaro nel testo il richiamo a un maggior coordinamento delle politiche economiche e sociali degli stati, così come il rifiuto delle politiche di austerità, che oggi colpiscono soprattutto giovani e lavoratori. L’IG Metall chiede un progetto industriale europeo, aperto ai cambiamenti “socio-ecologici”, che sia capace di rilanciare una crescita equilibrata, equa, ed ecologicamente sostenibile. Piuttosto che in investimenti finanziari speculativi, le imprese europee dovrebbero investire su efficienza, energie rinnovabili e uso ottimale delle risorse, tutti fattori che potrebbero rilanciare la crescita.
Particolare attenzione è dedicata alle politiche salariali e alle politiche fiscali. Tassi di interesse e tassi di cambio non sono più strumenti utilizzabili dalle politiche economiche nazionali. Con tassi uguali per tutti i paesi euro, sono emersi pericolosi squilibri commerciali che mettono in pericolo la moneta unica. Tali squilibri possono essere affrontati soltanto dando all’Europa maggior controllo in materia di tassazione (per evitare il dumping fiscale) e con un maggior coordinamento della contrattazione salariale tra i sindacati della zona euro. Il sindacato tedesco ribadisce che le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro che in Germania hanno aumentato la precarietà e diminuito la capacità contrattuale dei lavoratori non possono diventare il paradigma da seguire per i restanti paesi dell’Euro. Proprio quelle politiche, in effetti, sono state alla radice dell’aumentata competitività dei beni tedeschi che ha prodotto grandi surplus commerciali, l’altra faccia della medaglia dei deficit nei paesi del sud Europa.
Con un netto cambio di rotta rispetto al dibattito della politica tedesca, l’IG Metall si schiera a favore della condivisione del debito sovrano dei paesi in difficoltà della zona euro, a condizione di un rigoroso controllo sulle politiche fiscali esercitato in modo democratico dal Parlamento europeo. In materia di finanza, sono richieste misure importanti: le banche devono tornare a svolgere il loro ruolo originario, servire l’economia reale con prodotti finanziari sicuri e trasparenti; va introdotta la tassa sulle transazioni finanziarie; ci vuole un sistema di supervisone bancaria che offra la protezione dei depositi e un’agenzia di rating pubblica e indipendente; è necessaria la separazione dell’attività bancaria tradizionale da quella speculativa.
Forte è il richiamo per un’Unione sociale e un’Unione politica. L’IG Metall propone un patto sociale al centro dell’Europa, con la difesa dei diritti del lavoro e sociali, e la lotta al precariato come priorità dell’Unione. Accanto alla tutela dei diritti, serve una convergenza dei salari, che superi le condizioni di lavoro a bassi salari, anche con l’introduzione del salario minimo nei settori più colpiti dal peggioramento delle condizioni di lavoro. Per influire sulle scelte economiche, l’IG Metall chiede una maggior partecipazione nella governance delle imprese di lavoratori e rappresentanti sindacali, facendo della co-determinazione alla tedesca (mitbestimmung) un pilastro dell’Europa sociale.
“La UE ha bisogno di un’Unione politica” – sostiene il documento – e la crisi dell’euro rappresenta un’occasione per migliorare i “difetti di nascita” dell’Unione Economica e Monetaria. Perno della nuova Europa dovranno essere nuove istituzioni, indipendenti dai governi nazionali ma democraticamente legittimate dai cittadini europei. Il Parlamento europeo dovrà essere eletto a livello transnazionale con una legge che uniformi le procedure a livello comunitario. La Commissione Europea potrà diventare un vero governo soltanto quando la carica di Presidente diventerà elettiva. L’Europa non può replicare il modello di stato federale sull’esempio della Germania, ma dovrà pensare a nuove istituzioni democratiche: “l’IG Metall sostiene la proposta di istituire una Convenzione europea che prepari le basi per un trattato sull’Unione politica e sociale, attraverso un grande dibattito e partecipazione democratica”.
Un cambio di rotta, quello proposto dal più importante sindacato tedesco, in linea con le proposte economiche e politiche dei movimenti europei riuniti all’incontro Firenze 10+10 il mese scorso, che potrebbe indirizzare bene il dibattito pre-elettorale in Germania, dove l’Spd ha posizioni molto più caute, in vista delle elezioni dell’autiunno 2013. Ma è una svolta che potrebbe essere di grande rilievo anche per il sindacato e le elezioni italiane.

martedì 27 novembre 2012

Il romanzo di centro e di periferia*

di Alberto Bagnai   - sinistrainrete -

I protagonisti sono due: quello maschile è un paese sviluppato, lo chiameremo “il centro”, con una forte base finanziaria e industriale; quello femminile è un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato, che chiameremo “periferia”.
Fra centro e periferia l’attrazione è subitanea e fatale (soprattutto per la periferia), ma, come in ogni trama che si rispetti, la diversità di origini pone qualche problema. Dove sarebbe altrimenti l’interesse della storia? La storia è interessante proprio perché i protagonisti sono diversi, molto diversi.
Il centro è un ragazzo moderno, spregiudicato, mentre la periferia è una ragazza all’antica, risparmiatrice, saggia, e un po’ repressa. Che pensate? No, non sessualmente repressa! Questo, al centro, non interessa. Non ricordate? Il centro è virtuoso. Lapida le adultere (dopo esserci andato a letto).
No, la periferia è, come dicono gli economisti, un po’ repressa finanziariamente, il che significa, in buona sostanza, che nella periferia lo Stato mantiene un certo grado di controllo sul circuito del risparmio e dell’investimento.
Ad esempio, pensate un po’ che idea bislacca, nella periferia si considera la politica monetaria come uno strumento a disposizione dell’azione del governo, da mantenere, sia pure in forma mediata, sotto il controllo della sovranità democratica dei cittadini. Avete capito bene: è esattamente quello che gli intellettuali della nostra sinistra definirebbero “populismo”, che è poi il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia. Che ne sa il popolo della moneta?
La periferia è repressa e populista, e da questo scaturiscono tutta una serie di vetuste pratiche: la banca centrale non è “indipendente” (che poi significa indipendente dai lavoratori, ovviamente, non dai capitalisti), e una serie di istituzioni finanziarie (banche, fondi pensione) sono sotto il diretto o indiretto controllo dello Stato; il costo del denaro quindi non è fissato ad arbitrio del mercato, ma è gestito, indirizzato, dallo Stato; e per realizzare questo obiettivo i movimenti internazionali di capitali sono sottoposti a controlli, perché altrimenti i capitali fuggirebbero in cerca di miglior remunerazione altrove; ma non solo i deflussi, anche gli afflussi di capitali sono controllati, dalla periferia repressa: l’idea moderna che le aziende (pubbliche o private) nazionali siano lì per essere messe in vendita al miglior offerente, questa idea tanto progredita, nella periferia ancora non è arrivata; e questo vale soprattutto in ambito finanziario, dove si applica alle banche estere quel principio che i paesi progrediti applicano solo ai lavoratori esteri: “Io non sono razzista, basta che ognuno stia a casa sua”; principio che fa rabbrividire quando è applicato alle persone, e anche quando non è applicato alle banche; invece, guarda un po’, la periferia è talmente repressa che perfino le istituzioni finanziarie nazionali vengono controllate dallo Stato, che impone loro vincoli di portafoglio, che poi significa che queste istituzioni sono obbligate ad acquistare una certa quota di titoli del debito pubblico; e impone anche massimali sul credito, che significa che le banche non possono prestare troppo, cioè che i privati non possono indebitarsi troppo; del resto, nemmeno lo Stato si indebita troppo, e anzi il suo debito in rapporto al Pil scende, perché i tassi di interesse sono tenuti sotto controllo, e quindi non è necessario rincorrere, aumentando la pressione fiscale e diminuendo la spesa per i servizi essenziali, l’esplosione della spesa per interessi (che poi significa redistribuire reddito dai contribuenti che contribuiscono ai detentori dei titoli del debito... che spesso non contribuiscono).
Ecco: questa è la repressione finanziaria. Non se n’è occupato Sigmund Freud, ma Carmen Reinhart (fra gli altri). Qualcuno, più cortese, la chiama “regolamentazione” dei mercati finanziari.
Vi sembra un mondo così strano, così vetusto? Be’, avete memoria corta: fino agli anni ’80 questo mondo è stato il nostro mondo, il mondo occidentale, ed è ormai chiaro che occorre che torni nuovamente a esserlo.

domenica 28 ottobre 2012

Mai più figli di Troika

Fonte: contropiano,org | Autore: Luciano vasapollo            
Prosegue il dibattito sul documento della Rete dei Comunisti "Dentro l'Europa ma fuori dall'Unione Europea", penso che sia una prospettiva di lettura interessante e da approfondire. Qui di seguito l'intervento di Luciano Vasapollo, economista e autore insieme a Martufi e Ariolla de "Il risveglio dei maiali".
Buona lettura PF
“Maiala troika !!!” il grido di rabbia nelle lotte degli sfruttati nei paesi Pigs dice già molto. Luciano Vasapollo torna a indicare una prospettiva di fuoriuscita dall'eurozona come credibile per le classi subalterne e come alternativa alla crisi sistemica del capitalismo.
Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile default di vari paesi europei, ma addirittura degli stessi USA, in realtà vede l’origine dal 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al potere politico e militare di imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava alcuni caratteri tipici della crisi strutturale.
Già a partire dagli anni ‘80 si era verificato in Europa, anche se in maniera diversificata nei differenti paesi, un vero e proprio intenso processo di privatizzazione, con l’intento di ridimensionare la presenza pubblica nell’intero sistema produttivo. Le azioni dei Governi di questi anni confermano la volontà di attuare un programma completo di dismissione delle aziende pubbliche, con la motivazione ufficiale di risolvere i problemi produttivi ed economici.
A ciò hanno fatto eccezione alcuni paesi, ad esempio la Francia e in parte la Germania, che hanno difeso la presenza pubblica nei settori strategici, strutturando in tal modo un modello produttivo più forte ed equilibrato nella competizione globale, più centrato sull’export.
Questo processo si è avviato in concomitanza alla costituzione del Mercato Unico Europeo (1992) e poi dell’Unione Europea con i pesanti sacrifici imposti al mondo del lavoro.
Dopo la caduta del muro di Berlino si apre una fase di guida unipolare del mondo basata sullo strapotere politico e militare USA, che con l’imposizione dell’acquisto dei propri titoli del debito imponevano il sostenimento della loro crescita basata sull’import e sull’economia di guerra a varie caratterizzazioni.
E’ così che si apre la fase che a suo tempo definimmo non di globalizzazione ma di competizione globale, centrata sullo scontro politico-economico fra il modello importatore degli americani ma con l’Europa che cerca i suoi spazi di affermazione economica puntando sul ruolo internazionale, con una forte posizione di esportatore svolto dalla Germania. Lo stesso modello di economia basata sull’esport viene realizzato dalla Cina,che grazie ai suoi avanzi nella bilancia dei pagamenti decide di diventare il maggior compratore del debito statunitense.
Il modello tira e ovviamente accade che le banche tedesche e lo Stato cinese acquistano i titoli degli USA e, in parte, anche degli altri membri dell’Europa che devono subire lo strapotere tedesco. Su tale scenario macroeconomico si realizza la costruzione dell’Unione Europea come nuovo polo imperialista che, pur mancando di grande forza interna politica e militare, impone la logica economica-finanziaria con guida tedesca.

venerdì 19 ottobre 2012

Merkel irresponsabile

- ilmanifesto -
121008merkeldi Joseph Halevi
Le previsioni pessimistiche del Fondo monetario internazionale individuano nell'Europa dell'Unione Monetaria la zona maggiormente in crisi. La situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente se si continua ad insistere sulle restrizioni fiscali. In tale contesto il discorso di Angela Merkel al Bundestag è un nuovo atto di irresponsabilità nei confronti dei paesi dell'eurozona. La Cancelliera ha invocato l'adozione di misure di veto nei confronti dei bilanci dei paesi che non riusciranno a stare nei termini dello già scellerato patto fiscale che impone il pareggio dei conti pubblici. È importante capire che esattamente come non si può imporre per tutti i paesi l'equilibrio automatico della bilancia dei pagamenti corrente, dato che alcuni avranno i conti con l'estero in surplus ed altri in deficit, non si può pensare che tutti possano raggiungere e mantenere il pareggio di bilancio. Questo il governo francese lo sa benissimo.
Parigi si oppone alla linea della Merkel non per un presunto keynesismo che non c'è, bensì perché con una bilancia dei pagamenti esteri corrente negativa, fenomeno che in Francia oltre ad essere molto frequente sta ormai durando da parecchi anni, le possibilità di centrare il pareggio di bilancio si riducono di molto. Inoltre esse si riducono ad ogni peggioramento dei conti esteri.
Lo stesso discorso vale in realtà anche per l'Italia. In Francia però sono assai più consapevoli che la rigidità voluta da Berlino non è attuabile e toglierebbe a Parigi i gradi di libertà necessari a far accettare sul piano interno le politiche di austerità. Ne consegue che Berlino vorrebbe di fatto imporre all'Europa dell'euro una sua versione del demenziale fiscal cliff (precipizio fiscale) che i repubblicani hanno imposto ad Obama ma che negli Usa si riferisce al raggiungimento di un certo livello nel debito pubblico, oltre il quale scatterebbero dei tagli automatici. La logica altrettanto demenziale del governo tedesco obbligherebbe i paesi dell'eurozona a lanciarsi in una feroce politica volta ad ottenere forti eccedenze nei conti esteri tramite la compressione della domanda interna, peggiorando così le cose. Ciò si risolverebbe in un conflitto economico intraeuropeo, salvo miracoli da parte degli Stati Uniti. L'ossessione, completamente errata, con i conti pubblici sta portando l'Europa alla follia economica e politica.
Il Manifesto - 19.10.12

martedì 21 agosto 2012

The Merkel memorandum

  

- economist -
ANGELA MERKEL, the German chancellor—and also, in effect, the euro area’s boss—has always insisted that she wants to preserve the euro area in its current form. But as the euro crisis intensifies and the potential bills for Germany mount, she would be imprudent not to be considering a Plan B. Drafted in utmost secrecy by a few trusted officials for the chancellor’s eyes only, this is what the memorandum outlining a contingency plan might say.

THE CURRENT IMPASSE
I. Since the euro crisis started over two years ago you have said that Germany will defend the single currency, based on your conviction, shared by business and the political class, that its survival is in our national interest. To that end Germany has pledged large amounts of public money, both in our contributions to various rescue funds and through the Bundesbank’s share of risks taken by the European Central Bank (ECB). At the same time you have tried to minimise the bill for German taxpayers by insisting that bailed-out states implement strict austerity programmes and, more generally, by resisting calls for debt mutualisation—code for Germany underwriting the euro area—while demanding greater central control over all national budgets.
II. Bluntly, the plan isn’t working. Greece is a disaster zone. Ireland and Portugal are making some progress (it was encouraging that Ireland was able to raise some money from the markets in July) but they still have a long way to go and could easily be knocked off course. Worse, Spain looks as if it may need a full bail-out rather than the partial one for its banks you had hoped would suffice. And Spanish sickness is infecting Italy, undermining all the good work that Mario Monti has been doing since the Italians saw sense and got rid of Silvio Berlusconi, as you had been urging behind the scenes. Meanwhile François Hollande isn’t doing enough to get France into shape and is playing the usual French game of calling for Germany to do more while resisting your attempts to centralise control at the European level. Mario Draghi, the ECB’s president, has calmed things down for the moment, but his plan could easily come unstuck.
III. The position is dangerously unstable. If capital flight from the peripheral economies gathers pace, it could trigger runs on entire banking systems. That would put the ECB—and thus, indirectly, the Bundesbank and Germany—on the hook for deposits worth trillions of euros. The domestic politics are already ugly in several countries, notably Greece. This is poisoning our position in southern Europe, where our help is increasingly seen as a new form of German tutelage. The situation is deteriorating in Germany, too, where your ability to act is being limited by a backlash against bail-outs and against the euro itself. If anything, the backlash in Finland and the Netherlands is even more vicious.
THE CASE FOR PLAN B
IV. Hence the need to consider an alternative strategy. The aim of this contingency plan is not the complete break-up of the 17-country euro area. That would be against the German national interest, destroying the hard-won respect we have achieved since the second world war by embracing European integration. And it would needlessly damage our economy by bringing back currency risk for trade with countries such as Austria and the Netherlands, which have adapted perfectly well to the euro. Plan B seeks to save the euro by surgery, excising states that cannot cope rather than clinging to the vain hope that they can regain their health within the euro zone.
V. We propose two options. First, the one that may be forced on you anyway: an exit by Greece arising from gross dereliction of its duties under the various bail-out agreements. We have taken as a given that MPs in the Bundestag will not sanction a single euro more in bail-out money to Athens. If that forces the Greeks out, so be it. Second, we also consider a wider exit of other countries that have failed the euro test. We think this should include all the states that have already been rescued, or are requesting bail-outs, because those countries share with Greece a fundamental loss of competitiveness and vulnerability to foreign capital flight. This means that they cannot be cured within a reasonable period of time while staying within the euro.
VI. In assessing the two options we have relied mainly on a cost-benefit analysis. That has been informed, where relevant, by historical precedents and the legal position (we are well aware of your concern that Germany must at all times be seen as law-abiding). We also look briefly at some of the practical issues involved in an exit. Naturally, we have taken into account the political constraints you face both at home and among your fellow European leaders. Caution is your watchword, so we’ve highlighted the risks of things going wrong if you adopt Plan B.
CAN AN EXIT HAPPEN IN THE FIRST PLACE?

sabato 4 agosto 2012

La fine dell'euro

Dibattito sul Manifesto - sinistrainrete -

Interventi di Pitagora, Cesaratto e Halevi

La fine di una moneta
di Pitagora

Il disordine regna sovrano in Europa. Se il presidente della Bce Mario Draghi asserisce in un'intervista al quotidiano Le Monde che l'euro è irreversibile, il cancelliere tedesco Merkel si dichiara «ottimista» ma non sicura della sopravvivenza dell'euro. La scorsa settimana l'Eurosistema ha deciso di non accettare titoli di stato emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica come collaterale per ottenere prestiti fino alla «conclusione dell'esame condotto dalla Commissione europea, in raccordo con la Bce e l'Fmi, sui progressi compiuti dalla Grecia»; il Fondo Monetario Internazionale, a sua volta, secondo quanto riportato da autorevoli fonti di stampa, starebbe valutando l'idea di bloccare gli aiuti alla Grecia. Il mese di luglio è ormai trascorso senza che siano state avviate misure concrete per rendere operativo il cosiddetto «scudo anti spread» che era stato approvato alla fine di giugno, con grande risalto mediatico, dai capi di stato e di governo dell'Unione europea.

La prolungata assenza di indicazioni precise, convergenti e realizzabili, oltre che di misure concrete, da parte di coloro che hanno il potere di prendere decisioni rilevanti per i mercati finanziari ha favorito l'attuale drammatica situazione.

Malgrado l'elevatissimo rendimento atteso, le decisioni di disinvestimento dai titoli degli stati periferici dell'area dell'euro sopravanzano sempre più largamente le decisioni di acquisto. Il divario tra il rendimento dei titoli decennali dello stato spagnolo e quelli analoghi tedeschi ha ampiamente superato i 600 punti base, quello sui titoli italiani ha nuovamente valicato la soglia dei 500 punti base; si tratta di livelli insostenibili per le finanze pubbliche e l'economia di entrambi gli stati che incorporano un'elevatissima probabilità di fallimento.

In questa situazione l'Europa e i governi degli stati nazionali non possono più tergiversare. L'economia reale e finanziaria dei paesi periferici dell'Eurozona è in via di smantellamento; in Grecia si intensificano i fenomeni di denutrizione di ampie fasce di popolazione, tra cui tanti bambini; dovunque la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, anche se i salari e le pensioni sono stati drasticamente diminuiti e le tutele sociali smantellate. Il fallimento delle politiche economiche neoliberiste, che in Italia sono sostanzialmente proseguite senza soluzione di continuità rispetto al passato, sollecita un immediato cambiamento negli indirizzi di governo, ma purtroppo è probabile che sia troppo tardi perché possa avere effetto. La situazione è precipitata a un punto tale che in assenza di acquisti di quantità elevatissime di titoli di stato da parte dell'Eurosistema, non si può che predisporre un'uscita ordinata dalla moneta unica.

Non è detto che sia un dramma; l'euro non può essere un tabù. Con l'attuale livello di sviluppo delle tecnologie informatiche e delle reti telematiche, la moneta unica costituisce essenzialmente un mero valore simbolico, perché i vantaggi negli scambi sono trascurabili; viceversa, in assenza di un piano di convergenza verso un'unione istituzionale ed economica, la moneta unica costituisce un insuperabile fattore di rigidità.

L'esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che in situazioni di squilibrio negli scambi reali e finanziari tra nazioni, gli interventi sul costo del lavoro, anche drastici, tendono ad accentuare gli squilibri piuttosto che a superarli; ciò è stato tanto più vero quando non sono stati accompagnati da efficaci interventi redistributivi del reddito e della ricchezza. Ripristinare la leva del cambio consente non solo di agire sul livello dei prezzi relativi dei beni prodotti in paesi diversi ma anche sul valore delle attività e passività finanziarie senza influire sui rischi di rimborso del capitale. Anche sui mercati internazionali gli effetti sarebbero trascurabili perché l'euro è stato finora utilizzato in misura molto contenuta come moneta internazionale di riserva, funzione mantenuta in modo pressoché monopolistico dal dollaro.

Va poi considerato che l'uscita dalla moneta unica potrebbe accompagnarsi al potenziamento del sistema europeo di banche centrali del quale fanno parte gli stati che non hanno adottato l'euro (ad esempio Gran Bretagna, Danimarca, Svezia) per irrobustire il coordinamento delle politiche finanziarie tra i Paesi Ue. Di per sé, l'eventuale ritorno alle monete nazionali non è un ostacolo alla costruzione dell'Europa Unita e agli interventi di rafforzamento delle istituzioni comunitarie in una prospettiva democratica e meno tecnocratica.

Uscire dall'euro si può
di Sergio Cesaratto

Con l'inferno nei mercati e un’assordante assenza di leadership europea il destino anche per Italia e Spagna è segnato: un destino di inutili sacrifici prima, di uscita disordinata poi.

Bene dunque ha fatto ieri sul manifesto Pitagora [v. sopra] a invocare un'uscita ordinata del nostro paese. Questa non solo è possibile, ma realistica. Il realismo dipende dal fatto che un intervento della Bce oggi da tutti invocato sarebbe limitato dai tedeschi a riportare gli spread appena sotto i 500 punti, senza intaccare le cause della crisi.

venerdì 3 agosto 2012

Loro a Cernobbio, noi a Capodarco

Al via la decima edizione del Forum “L’impresa di un’economia diversa” a Capodarco di Fermo (FM), Comunità di Capodarco, 7-9 settembre 2012
Il Forum di quest’anno si terrà a Capodarco di Fermo e sarà ospitato dalla Comunità di Capodarco, protagonista da più di quarantacinque anni dell’impegno in Italia per i diritti, la solidarietà, la cittadinanza, il lavoro e l’integrazione sociale.
Il Forum sarà dedicato alla crisi economica e al ruolo dell’Europa, e in particolare al deficit di democrazia e di unità politica nei processi di costituzione e allargamento dell’Unione e all’assenza di politiche incisive per fronteggiare la crisi, far ripartire una crescita economica sostenibile e di qualità capace di creare lavoro, dare speranza ai giovani, assicurare diritti e solidarietà. Saranno analizzati criticamente il ruolo e le scelte dell’Europa e dell’Italia di fronte alla crisi economica e verranno avanzate proposte concrete, specifiche e puntuali – a partire dalle recenti iniziative di Sbilanciamoci! come “La rotta d’Europa” e i convegni sui temi dell’economia sostenibile e sociale – per uscire dalla crisi cambiando le politiche europee e italiane.

Interverranno tra gli altri:
Don Vinicio Albanesi, Laura Balbo, Pietro Vittorio Barbieri, Paolo Beni, Mauro Beschi, Susanna Camusso, Alessandro Coppola, Federico Del Giudice, Monica Di Sisto, Carlo Donolo, Luigi Ferrajoli, Claudio Gnesutta, Stefano Laffi, Stefano Lenzi, Angelo Marano, Giulio Marcon, Mariagrazia Midulla, Grazia Naletto, Licio Palazzini, Mario Pianta, Claudia Pratelli, Luigino Quarchioni, Stefano Trasatti, Michele Raitano, Elvira Ricotta Adamo, Linda Laura Sabbadini, Gianni Tognoni, Antonio Tricarico, Guido Viale

Le sessioni del forum:

• Oltre l’austerity. Le politiche per cambiare l’Italia e l’Europa

• Lavoro, ora! Per i diritti, per i giovani, contro la precarietà, nuova occupazione

• Un’economia verde per un’Europa sostenibile

• La crisi e la sofferenza della società: povertà, solitudine, precarietà. Perchè il welfare non è un costo, ma una risorsa

• Un nuovo modello di sviluppo per l’Italia e l’Europa. Intervento pubblico, conoscenza, beni comuni, redistribuzione della ricchezza per nuove produzioni e consumi

• Gioventù sprecata? Le politiche per il futuro

• Uscire dalla crisi, subito! Oltre il neoliberismo, le proposte di un’economia diversa

A breve on line sul sito www.sbilanciamoci.org il programma definitivo della tre giorni e le schede per la registrazione al forum

Per info: info@sbilanciamoci.org - 06 8841880

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