Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 21 giugno 2013

Vecchie idee per ricchi, nuove idee per poveri

di Roberta Carlini - sbilanciamoci -

 

Non è vero che l'interesse individuale muove il mondo, non è vero che non c'è altro mondo possibile. La road map di Kaushik Basu “oltre la mano invisibile, per una società giusta”
Di questi tempi, con l'Europa a testa in giù, c'è davvero bisogno di scrivere 369 pagine fitte fitte per dimostrare che il modello economico dominante è fallito? Kaushik Basu pensa di sì, e riempie pagine, librerie e conferenze come astro ormai affermato di quella galassia che è stata definita, con un po' di ironia, degli economisti-guru. Gli economisti popolari, quelli come Krugman, Stiglitz, Sen, quelli che raccontano un'altra verità e finalmente possono gridarla ai quattro venti, ingaggiando anche epiche lotte accademiche contro la scuola di pensiero che tuttora domina università, centri di ricerca e cenacoli governativi. Nel raccontarla, spesso sono brillanti e anche spiritosi, non disdegnano il linguaggio semplice, strizzano l'occhio al coltissimo ma si fanno capire bene anche da chi si è tenuto sempre lontano dalle aule degli algoritmi dell'economia formalizzata. Così è Basu, economista indiano ben inserito nel mondo dell'ortodossia – docente alla Cornell University, senior vicepresident ed economista-capo della Banca mondiale -, autore di un libro eterodosso: Oltre la mano invisibile – ripensare l'economia per una società giusta. Un libro che dichiara nel titolo l'intento di “dimostrare che la scienza che ci ha donato Adam Smith si è fossilizzata in un'ideologia”. Per farlo, compie una dettagliata esplorazione e confutazione della teoria dominante, smantellando dall'interno l'individualismo metodologico che di tale teoria è base e cornice. Nella narrazione, intreccia continuamente logica, teoria economica, storielle popolari e letteratura (quanti sono gli economisti che citano Kafka?). Per arrivare infine a tre proposte concrete e un po' eversive per affrontare quello che lui considera il problema economico n. 1: la povertà.
Tra la povertà e certe idee sbagliate dell'economia c'è un nesso per Basu evidente. “La povertà che esiste oggi nel mondo ha dimensioni inaccettabili. Se il mondo non esplode contro questa ingiustizia è per via degli smisurati sforzi intellettuali profusi per farla apparire accettabile”. E gran parte di tali smisurati sforzi intellettuali ruota attorno all'originario teorema della mano invisibile: quello per cui la somma dei comportamenti singoli spinti dall'interesse egoistico dell'individuo porterà al benessere maggiore per la società nel suo insieme. Ne sono derivati, con costruzioni teoriche via via più sofisticate, varie conseguenze normative tutte tra loro coerenti: che l'iniziativa individuale va limitata e condizionata il meno possibile; che è il mercato a permettere la sistemazione più efficiente delle risorse; che bisognerebbe evitare di intromettersi nei mercati; e che questo è il migliore dei mondi possibili, non essendoci la prova di altri funzionamenti altrettanto perfetti. Se dunque, per avere un'economia efficiente, dobbiamo sopportare un certo grado di diseguaglianza e povertà, rassegniamoci: altre strade sarebbero peggiori, alcune hanno già dimostrato di esserlo.
Senonché, esiste anche un'altra narrazione della mano invisibile. È quella del Processo di Kafka, quella che guida, da posizione occulta, le avventure di Joseph K. “Kafka concorda con Smith riguardo alle forze che possono essere scatenate dalle azioni individuali atomistiche, senza nessuna autorità centrale, ma – scrive Basu - allarga la nostra visione mostrandoci che possono essere non solo forze di efficienza, di organizzazione e di benevolenza, ma anche forze di oppressione e malevolenza”.

lunedì 22 aprile 2013

Il capitalismo usa e getta

Il capitalismo usa e getta

di Mauro Trotta
-44In quella che è, probabilmente, la più famosa delle Operette morali di Giacomo Leopardi, il «Dialogo della Natura e di un Islandese», nel suo ultimo intervento, la Natura afferma: «Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimenti in dissoluzione». È difficile che non vengano in mente tali parole leggendo l’ultimo testo di Serge Latouche, intitolato Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, uscito di recente per Bollati Boringhieri (pp. 114, euro 14,50). Tutto il discorso verte, infatti, sulla necessità, per l’attuale sistema capitalista, di creare un ciclo continuo, e sempre di più breve durata, di produzione e distruzione delle merci.
Come afferma Günther Anders, citato dallo stesso Latouche, «la produzione vive della morte dei prodotti singoli (che vanno forniti sempre di nuovo); deve dunque la sua “eternità” alla mortalità dei suoi esemplari». Per cui una stampante deve bloccarsi dopo aver prodotto diciottomila copie, un computer essere fuori uso dopo un paio d’anni e così via. Nello stesso tempo occorre che non sia possibile, perché economicamente non conveniente, che i prodotti vengano riparati, ma bisogna sempre acquistarne di nuovi.
Il film di Cosima Dannoritzer
Il libro, come si racconta nella prefazione, prende le mosse da un film, Pret à jeter/ The Light Bulb Conspirancy di Cosima Dannoritzer (link sotto), in cui il teorico della decrescita felice era stato coinvolto, e dall’incontro con Giles Slade, autore del testo di riferimento per la realizzazione della pellicola. Così, richiamandosi soprattutto a The Waste Makers di Vance Packard, si affronta il concetto dell’obsolescenza programmata, ovvero quell’insieme di tecniche «messe in opera per ridurre artificialmente la durata di un bene manifatturiero, in modo da stimolare il rinnovo del suo consumo».
Messa da parte quella che viene definita obsolescenza tecnica, ossia il fatto per cui un prodotto risulta essere superato a causa dell’evoluzione e del progresso tecnologico, l’attenzione dell’autore si concentra sulla cosiddetta obsolescenza psicologica o simbolica, per cui grazie alla pubblicità, alla moda, al marketing si convincono i consumatori a cambiare un prodotto, e su quella strictu sensu programmata: «l’estinzione di un prodotto dovuta al fatto che il produttore vi ha inserito di proposito un pezzo difettoso destinato a limitarne la durata». Naturalmente, spesso nella realtà, tecniche legate ai differenti tipi di obsolescenza vengono attuate sincronicamente per raggiungere l’effetto desiderato.
La storia dell’obsolescenza
Latouche passa poi a narrare la storia della progressiva affermazione del concetto di obsolescenza e ad esaminarne i modi di funzionamento. Tutto ha inizio negli Stati uniti tra la fine ell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con la comparsa del primo usa e getta: «Già nel 1872, l’America produce 150 milioni di colli e polsini da camicia non lavabili». Si va avanti con i preservativi di caucciù o di latex, poi, nel 1895, con i rasoi usa e getta, nel 1920 i primi assorbenti e nel 1924 i kleenex. E si prosegue con la nascita del «sistema Detroit», quando la General Motors, per contrastare il successo della Ford, basato su macchine solide e di poco prezzo, inizia ad utilizzare il marketing, lanciando un modello nuovo ogni anno, senza alcuna innovazione tecnologica significativa, e spingendo la gente a cambiare macchina ogni tre anni, «il tempo necessario a rimborsare il prestito di quella precedente».
Si passa poi al periodo dell’obsolescenza programmata propriamente detta, quando le macchine, in genere elettrodomestici, iniziano a diventare più fragili, soprattutto per la «proliferazione di accessori che, quando si guastano, (ne)bloccano completamente il funzionamento». Segue la seconda ondata dell’usa e getta, che investe prodotti più sofisticati come la radioline a transistor, e vede l’introduzione della cosiddetta data di deperimento. L’ultimo tassello è quello dell’obsolescenza alimentare: dal 30 al 50 per cento dei prodotti alimentari «finisce nelle discariche prima di essere venduto nei centri commerciali, o è gettato nelle pattumiere domestiche perché ha superato la data di scadenza».
Il testo prosegue analizzando gli aspetti morali della questione e i possibili limiti, anche e soprattutto a livello ecologico. La conclusione non può che essere la proposta della decrescita serena come unica soluzione «per sfuggire al destino funesto di una obsolescenza programmata dell’umanità».

Fonte: il manifesto, 19 aprile 2013
The Light Bulb Conspirancy
Questo documentario spiega come l’obsolescenza programmata sia nata con la produzione di massa della Rivoluzione industriale, ma soltanto con il neoliberismo è diventata il motore segreto della società di consumo. Tutto questo oggi potrebbe essere al capolinea? Il film di Cosima Dannoritzer, diffuso dalla tv spagnola è stato co-prodotto dall’agenzia francesce Article Z e dalla società di documentari Media 3.14 di Barcellona. Buona visione



Ecco come i produttori programmano merci per rompersi a fine garanzia
Come avviare un Caffè delle riparazioni
I primi sono nati ad Amsterdam tre anni fa e si sono diffusi in diverse città europee. Da alcuni mesi si moltiplicano anche negli Stati uniti, svuotando di significato la parola discarica. I Caffè delle riparazioni sono luoghi nei quali è possibile portare qualsiasi oggetto per farlo riparare, ma a differenza di negozi simili qui tutto è gratuito. E come nelle ciclofficine, la relazione con i riparatori è il cuore di un modo diverso di vivere la società e di imparare facendo. Cinque buoni consigli per mettere su un Caffè in uno spazio occupato, nella sede di un’associazione, in una scuola o in una fabbrica…

lunedì 8 aprile 2013

Se il capitalismo diventa di sinistra

Diego Fusaro - comunismocomunitario -

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

domenica 31 marzo 2013

I mercati hanno vinto le elezioni

Autore: Francesco Piobbichi
Tutto come prima. Anzi peggio
Tutto come prima. Chi ha vinto le elezioni si chiama Mario Draghi e la sua vittoria gli permetterà di gestire il Paese per altri 6 mesi con il pilota automatico permettamente operativo. Il pilota automatico di cui parlava Draghi non è altro che l'insieme delle norme previste dai trattati (Fiscal Compact) recentemente approvati e ratificati dal nostro Parlamento, che di fatto rendono operativo il rigore di bilancio in maniera permanente. Napolitano oggi lo ha chiarito senza troppi giri di parole, Mario Monti -ha detto Re Giorgio- è ancora in carica, e visto che c'è il semestre bianco lo sarà per altri mesi. Quanto basta per tenere i conti in ordine, per andare in Europa e rassicurare Berlino e tenere l'Italia sotto la scure della BCE. Meglio di così per banche e padroni non poteva andare: tenere in piedi un governo tecnico, che non può essere sfiduciato in quanto decaduto, ma che lavora per l'ordinaria amministrazione oliando il funzionamento del Fiscal Compact.
Così mentre Monti continuerà con la sua azione, i partiti in parlamento inizieranno una campagna elettorale che durerà a lungo promettendo paradisi artificiali al popolo del Gabibbo senza muovere un dito rispetto ai nodi di fondo. Per certi aspetti Napolitano ha fatto sue le proposte di Grillo dei giorni scorsi, "un parlamento può continuare ad operare senza un nuovo Governo" aveva detto il comico genovese, omettendo però che con questa proposta il vecchio Monti dimissionario resterà in carica fino a che non verrà votata la fiducia ad un nuovo Governo. Per tirare avanti in questa stuazione Napolitano nominerà due gruppi ristretti per continuare a lavorare per trovare un programma comune per fare le "riforme". Per quanti mesi ancora durerà tutto questo non è dato sapere, dato che dopo la fine del mandato di Giorgio Napolitano occorrerà eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, che poi eventualmente scioglierà le camere e fisserà la data delle elezioni, che forse si terranno ad Ottobre. Intanto Bersani resta in silenzio e Renzi scalpita, Monti approva ed il Pdl esprime fiducia al Presidente. Nessuna forza politica parlamentare ad ora, ha fatto una proposta sensata sulla crisi e contro i trattati internazionali che ci hanno messo al collo il cappio dell'austerity. Il M5S grida all'inciucio, ma ad ora sta facendo la figura di dhi diceva di cambiare tutto ed alla fine è stato il miglior strumento per non cambiare niente.

mercoledì 20 marzo 2013

Cipro, la miccia e la minaccia

di Andrea Baranes - sbilanciamoci - -

Cipro “spaventa i mercati”, “affonda le borse” e “fa volare lo spread”. Per un piano di aiuti da 10 miliardi di euro, lo 0,07% del Pil europeo. Noccioline rispetto a quanto versato da governi e istituzioni pubbliche per salvare le banche – senza condizioni e senza chiedere nulla in cambio. È davvero pensabile che sia la minuscola economia cipriota a mettere in crisi finanza e mercati?

Vola lo spread. Apertura in calo per tutte le borse europee. Le notizie che provengono da Cipro generano forte preoccupazione in tutta l'Unione europea. L'isola dovrebbe ricevere 10 miliardi di euro di aiuti. Ma per averli è costretta ad accettare misure durissime. Prima tra tutte un prelievo forzoso su tutti i conti correnti. Non solo per i ciprioti, ma per i moltissimi stranieri, russi in testa, che negli ultimi anni hanno pensato di depositare nella “discreta” Cipro una parte delle loro ricchezze. Ora i mercati scommettono su un peggioramento della situazione, e le turbolenze ricadono sull'insieme dei mercati europei e sull'Italia in particolare.
Fermiamoci un momento. Davvero il problema è Cipro? O è più ampio? Forse, come recita un vecchio proverbio, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Proviamo allora ad allargare lo sguardo, per analizzare il sistema finanziario che abbiamo davanti.
Un sistema illogico. È stata la finanza a causare la crisi, ora sono i cittadini a rimanere con il cerino in mano e a dovere pagare il conto. Ed è un conto estremamente salato in termini di disoccupazione, precarietà, perdita di diritti acquisiti, aumento delle povertà. Profitti privati finché le cose andavano bene, socializzazione delle perdite quando il giocattolo si rompe. Una follia secondo qualsiasi teoria economica.
Un sistema ingiusto. Migliaia di miliardi versati dai governi europei per salvare le loro banche. A cui si sommano gli oltre 1.000 miliardi di euro prestati dalla Banca centrale europea alle banche private all'1%, un tasso negativo se si tiene conto dell'inflazione. Un gigantesco assegno in bianco, senza nessuna condizione, mentre Cipro, uno Stato sovrano, deve accettare misure pesantissime per riceverne 10. Oltre alla sproporzione della cifra, perché alle banche non è stato imposto nessun vincolo per riceverne centinaia di volte tanti? Magari anche solo utilizzare quella montagna di soldi per finanziare l'economia reale e non per ricominciare a speculare.
Un sistema instabile. Una notizia negativa in un paese ha pesanti ripercussioni sull'insieme delle nazioni europee. La finanza è quindi incapace di assorbire il seppur minimo shock.
Un sistema incontrollabile. I 10 miliardi da versare a Cipro rappresentano lo 0,07% del Pil europeo. Avete letto bene. Meno dello 0,1% della ricchezza prodotta in Europa in un anno è sufficiente per mandare nel pallone l'insieme dei mercati finanziari. Un sistema che risponde così male a una sollecitazione esterna non è solo instabile, è fuori controllo. Il minimo evento rischia di causare una catastrofe.
Un sistema inefficiente. L'efficienza misura la quantità di risorse necessarie per portare a termine un dato compito. La finanza ha oggi una dimensione decine se non centinaia di volte superiore a quella dell'economia reale. Se vogliamo continuare a sostenere che la finanza sia uno strumento al servizio dell'economia e della società e non un fine in se stesso per fare soldi dai soldi, parliamo con ogni probabilità di una delle strutture più inefficienti mai create nella storia dell'umanità.
Un sistema inefficace. Quasi un terzo della popolazione mondiale è completamente esclusa dai servizi bancari e finanziari. Questo vale sempre di più anche per la “ricca” Europa, e in Italia in particolare. Oggi è praticamente impossibile ottenere un mutuo sulla casa, artigiani e piccole imprese sono strozzati dal credit crunch, ovvero dalla mancanza di credito bancario. Non solo in gran parte si è trasformata in un casinò per ricchi, ma la finanza non riesce nemmeno ad assolvere il compito che dovrebbe avere, ovvero l'allocazione dei capitali nell'interesse della società.
Ricapitolando. Illogica, ingiusta, instabile, incontrollabile, inefficiente e inefficace. Questa è la finanza che ci troviamo davanti. Una finanza fuori dal mondo. Sulla luna. Mentre analisti e burocrati europei continuano ossessivamente a guardare il dito. Se non cambiamo approccio, c'è poco da meravigliarsi. Ieri la Grecia, oggi Cipro. Domani?

giovedì 14 marzo 2013

L'Europa stanca di questo capitalismo

Fonte: Lib21 | Autore: Jakob Augstein             
Jakob Augstein, columnist progressista, su Der Spiegel ribalta le offese di Steinbrück e attacca la leadership tedesca: dell’Europa non abbiamo ancora capito nulla.
E se i veri clown d’Europa fossero i nostri leader politici?
Un voto svizzero contro l’avidità e un voto di protesta in Italia: l’Europa è stanca di questo capitalismo. Solo i tedeschi non l’hanno ancora capito. Steinbrück sicuramente no.
In Svizzera i cittadini hanno votato contro l’arricchimento illimitato dei manager. In Italia un governo di tecnocrati è stato bocciato dagli elettori. C’è un populismo della ragione che si chiama democrazia. La gente è stanca del capitalismo che distrugge la società. L’indignazione è cresciuta, e monta la rabbia. Prima di tutto contro i tedeschi. Ma questi continauno a preoccuparsi solo dei loro soldi e offendono.
La storia del clown ci mostra: ancora una volta il candidato cancelliere della SPD non capisce che cosa sta succedendo in Europa. La Germania è diventata un problema europeo – e Peer Steinbruck non è la soluzione.
Fortunata la Svizzera! A volte bisogna invidiare il paese e la sua democrazia. In un referendum popolare gli svizzeri lo scorso fine settimana hanno fermato la follia crescente dei bonus, delle buone uscite e degli stipendi: in futuro saranno gli azionisti a decidere, e non piu’ i manager. Saranno vietat iI bonus all’ingresso e le buonauscite milionarie. Hanno avuto il coraggio di fare qualcosa, gli svizzeri.
L’austerità di Merkel è un inferno
Lo mostrano anche le reazioni alle elezioni italiane. Le “condizioni non sono chiare”, è stata la prima risposta dei mercati. Sono i veri sovrani e si comportano come tali. Moody’s ha minacciato un declassamento del merito di credito. E anche il mercato obbligazionario ha reagito: “l’Italia in cambio del caos elettorale ha ricevuto una fattura con interessi piu’ alti da pagare”, ha riferito la Deutsche Presseagentur. Perché per molti giornalisti è normale che siano “i mercati” a rilasciare una ricevuta alla politica.
Una domanda: perché allora non sono i mercati finanziari a eleggere direttamente i governi? In verità succede già da molto tempo. Il professore di economia Mario Monti in Italia e il banchiere centrale Loukas Papademos in Grecia erano tecnocrati insediati dai mercati – e da Angela Merkel.
La cancelliera tedesca ha incatenato alla sua disastrosa ideologia del risparmio l’intero continente. “Austerità”, suona bene e sembra ragionevole. Ma in verità è l’inferno. Le misure di austerità fanno crollare l’economia. In questo modo si aumenta il peso del debito. E non si crea fiducia. Il denaro pero’ è una questione di fiducia. Il saggio Wolfgang Münchau qualche giorno fa sempre su Der Spiegel ha scritto: “viene chiamata anche trappola del debito. Non se ne esce senza l’aiuto esterno. E piu’ ci si dimena, piu’ si scivola in profondità”.
Non è solo il “nostro Euro”
Gli europei sono sempre piu’ stanchi di Merkel e dei mercati. “Il sogno tedesco è l’incubo europeo”, ha scritto il quotidano “Le Monde”. Appena 25 anni dopo aver riconquistato la piena sovranità, la Germania in Europa si ritrova sulla via dell’isolamento politico.
Questa è l’eredità politica di questa cancelliera. Merkel non ha capito che l’Europa è un progetto politico. Non un progetto contabile. Non ha saputo spiegare ai tedeschi che cosa l’integrazione significhi: non solo gli altri dovranno integrarsi. Anche noi. “Schock dopo le elezioni italiane. Distruggeranno il nostro Euro?”, scriveva l’edizione online della Bild-Zeitung. E qui c’è proprio un malinteso. Non è solo il “nostro” Euro.
Probabilmente il quotidiano popolare riesce a intercettare lo stato d’animo dei cittadini. E’ come se i tedeschi non capissero che cosa c’è attualmente in gioco. Assistono all’indebolimento morale del loro sistema sociale con una strana indifferenza. Il movimento Occupy, che due anni fa ha avuto un forte successo, si è spento rapidamente, e nessuno sente la loro mancanza. La tassa sulle transazioni finanziarie, di forte importanza simbolica, viene frenata dal piccolo partito della FDP.
Ma anche lo sfidante di Merkel, Peer Steinbrück, non è certo colui che spiegherà ai tedeschi l’importanza dell’Europa. Non riesce nemmeno a comprendere che cosa sta succedendo intorno a lui. Steinbrück ha offeso il vincitore delle elezioni Grillo chiamandolo “Clown”, ma non ha nessuna idea delle condizioni italiane.
Dove dominano la corruzione, la criminalità e la cleptocrazia il clown probabilmente è la sola alternativa ragionevole. Ma Grillo non è un clown. E’ un moralista. Nella politica italiana non si è abituati – e nemmeno in quella tedesca. Le sue richieste – limite al numero di mandati, riduzione dei parlamentari, legge contro il conflitto di interesse dei politici – sono tutt’altro che clownesche. E i “grillini” che stanno per entrare in Parlamento, non sono tecnocrati o lobbysti, piuttosto eletti nel senso migliore del termine.
Se Steinbrück fosse un socialdemocratico, avrebbe almeno un po’ di simpatia per questi uomini e donne e augurerebbe loro un po’ di fortuna per il difficile cammino che li attende.
Il sociologo Oskar Negt ha scritto: “Il presente soffre di una cronica malnutrizione dell’immaginazione produttiva”. Per la Germania è una frase perfetta. Ma per fortuna non per tutta l’Europa.

domenica 3 marzo 2013

L'instabilità deprime i mercati. O li eccita?

di Andrea Baranes
Dopo il terremoto del voto del 24 e 25 febbraio, è iniziato il rally delle borse e dello spread. Ma il problema non è che l'instabilità politica rischia di allontanare gli investimenti finanziari. Il problema è che rischia di attrarli.
Il giorno dopo le elezioni, tutti a guardare come reagiranno “i mercati”. Lo spread aumenterà? La Borsa subirà un contraccolpo? Leggendo i giornali, si conferma l'assurdo potere attribuito ai mercati finanziari, che grazie alla loro sfera di cristallo sarebbero gli unici in grado di dirci quanto sia grave la situazione attuale, l'ingovernabilità del Paese e il futuro che ci attende.
Il responso è chiaro, l'oracolo finanziario non lascia spazio a illusorie speranze: ci attende un periodo di forti turbolenze, se non di peggio. È probabile che sia così. È altrettanto probabile, però, che l'instabilità sarà legata a motivi opposti ai quelli a cui solitamente si pensa. La finanza non è spaventata dall'incertezza che si prefigura nella politica italiana. Gli investitori non fuggono l'Italia. È l'opposto. La finanza è attratta ed eccitata da questa incertezza. L'Italia diventa un obiettivo.
Cerchiamo di capire. Speculare significa in parole semplici comprare qualcosa, sperare che il prezzo salga e poi rivenderlo. Oggi è possibile anche speculare al ribasso, ma questo non cambia i termini della questione. Più i prezzi si muovono rapidamente, più interesse c'è nel portare avanti una speculazione. Compro una casa per 100.000 euro. Se dopo un anno vale 101.000 euro posso rivenderla guadagnando 1.000 euro. Ho realizzato una speculazione, ma il margine di profitto è bassissimo, l'1% in un anno. Il gioco diventa molto più interessante se il mercato delle case è in preda a fortissime oscillazioni, se nel giro di pochi mesi c'è il caso che il prezzo della casa raddoppi (o si dimezzi).
Nessuno specula sui Bund tedeschi, perché sono noiosissimi. Li compro a 100, e qualsiasi cosa succeda tra un anno varranno sempre 100, oltre a darmi un minuscolo tasso di interesse. Ma non è il tasso di interesse a muovere i grandi capitali. Sui titoli esistono due forme di profitto possibile. Uno è il tasso di interesse su obbligazioni e titoli o il dividendo sulle azioni. L'altro è la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita di un dato titolo, in gergo tecnico il capital gain o guadagno in conto capitale. Ed è questo ad attirare gli speculatori alla continua ricerca di elevati profitti nel più breve tempo possibile. È lì che si possono fare i soldi veri. Chi specula non guarda certo al fatto che in un anno un titolo italiano possa rendere l'1% in più di uno francese. Guarda al fatto che può acquistare un BTP a 90 e se è fortunato dopo una settimana lo rivende a 100, realizzando il 10% in pochi giorni per poi spostare i propri capitali altrove.
E questo non è ancora nulla. La questione di fondo non è che la speculazione si nutre delle oscillazioni dei prezzi. Il vero motore della finanza è il fatto che la speculazione è oggi in grado di generare quelle stesse oscillazioni su cui poi andrà a guadagnare. L'instabilità dei mercati non è un indesiderato effetto collaterale dello strapotere della finanza speculativa, è la base stessa del gioco. Più scommesse girano su un dato titolo, Paese o impresa, più i corrispondenti prezzi rischiano di impazzire. E se i prezzi impazziscono le possibilità di profitti a breve aumentano di pari passo. L'aumento delle oscillazioni e dell'instabilità attirerà nuovi speculatori. Più creo disastri più diventa interessante continuare a giocare, in una spirale senza fine.
È vero, alcuni investitori potrebbero tenersi lontani dall'Italia a causa dell'incertezza politica. Parliamo di chi investe in un'impresa o in un Paese con un'ottica di lungo periodo, di chi considera la finanza uno strumento al servizio dell'economia e delle persone. Il che avviene circa per l'1% dei soldi che girano nel mondo. Il 99% sono pura speculazione, cacciatori senza scrupoli che fiutano la preda, individuano l'esemplare debole e in difficoltà e lo attaccano. Una finanza fine a se stessa per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. E che in questo momento ci segnala l'arrivo di turbolenze.
Il problema non è che l'instabilità politica rischia di allontanare gli investimenti finanziari. Il problema è che rischia di attrarli. Benvenuti in Italia.

lunedì 11 febbraio 2013

Il tramonto del centrosinistra. La crisi francese e l’andamento dei bond italiani e spagnoli accelerano l’alleanza Monti-Bersani.

- senzasoste -

borsa_operatoriCome sappiamo, con l’esperienza dei governi di centrosinistra degli anni ’90, gli elettori votano ogni cinque anni ed i mercati finanziari tutti i giorni. E i mercati finanziari degli anni ’90, al di là di formule politiche fantasiose di centrosinistra (ulivi, desistenze, progressisti) hanno sempre dettato la linea politica sui cartelli elettorali usciti vincenti da elezioni come da faticose mediazioni. Dalla messa a regime della privatizzazione delle banche, di cui MPS rappresenta uno dei frutti maturati in quella stagione, dallo smantellamento del pubblico in settori strategici (energia, alimentare, industria, comunicazione) alla prima ondata di precarizzazione del lavoro (Legge Treu) all’entrata nel regime di cambi fissi preludio dell’euro.
Tutti temi allora molto cari sia a quell’elettore molto affezionato agli stati sovrani che si chiama quotidianità dei mercati che all’alleato-competitor dell’area euro: la Germania. Si capisce quindi, che anche al debutto del secondo governo Prodi (una disastrosa finanziaria anticiclica, alla vigilia della crisi subprime, votata da sinistra con lo slogan orwelliano “anche i ricchi piangano”), le ragioni di questo particolare elettore quotidiano trovarono ascolto e nella dimensione dall’eurozona (il tentativo di recupero di produttività, previsto dalla finanziaria 2006, tentava di sposare in pieno il modello neomercantilista continentale a guida berlinese).
Fino ad adesso però i mercati finanziari ovvero gli elettori quotidiani dei governi, che dallo sviluppo della globalizzazione finanziaria fanno sentire ogni giorno il proprio peso, per quanto riguarda l’Italia hanno sempre rispettato il rito dell’unico giorno in cinque anni in cui votano gli elettori. Nel senso che, in un modo o in un altro, si sono quasi sempre adattati al rito elettorale. Per poi fare concreta opera di persuasione materiale, tramite operazioni sul debito pubblico o investimenti come disinvestimenti, sui governi in carica. Dopo la crisi del debito sovrano europeo, conseguenza di quella bancaria continentale (a sua volta conseguenza anche dell’intreccio tra banche europee e Usa sui subprime), qualcosa di serio nel rapporto tra elettori che votano tutti i giorni ed elezioni politiche è cambiato. Naturalmente non nei paesi “core” dell’eurozona, anche se un future sui bond francesi, emesso da una società vicina alla borsa tedesca, tra il primo e il secondo turno delle elezioni in Francia aveva tutto il sapore non solo della manovra speculativa ma anche dell’avvertimento. Ma che qualcosa di più serio sia cambiato, nel rapporto tra mercati finanziari e rito di legittimazione istituzionale via elezioni, lo capiamo proprio dall’Italia. Come lo abbiano capito dai “niet” franco-tedeschi ricevuti dai greci all’epoca dell’ipotesi di referendum sull’euro. Non dimentichiamo, ad esempio, che la rovinosa caduta del governo Berlusconi nel 2011 è stata determinata sia da un aumento record dello spread che da un’attacco, favorito da non solidissimi fondamentali di Mediaset, al titolo dell’azienda di famiglia del presidente del consiglio.
In questi giorni però è avvenuto qualcosa che si deve registrare ben oltre il fatto di cronaca. Brevemente: la possibilità di una alleanza post elettorale tra centrosinistra e centro era stata largamente, e pubblicamente, anticipata dal leader di entrambi gli schieramenti. Il fatto che gli schieramenti non si siano presentati assieme, all’appuntamento elettorale, è da imputarsi ad una caratteristica non così incomprensibile. Solo presentandosi separati, dopo un anno di duro governo Monti, centro e centrosinistra avrebbero potuto pescare al meglio nel proprio baricentro elettorale e subculturale di riferimento. Le dichiarazioni dei leader, prima che la campagna elettorale si facesse, come da convenzione, più accesa e l’accordo sui punti cardine del futuro (fiscal-compact, pareggio di bilancio), codificavano questo processo. Che doveva avvenire però dopo le elezioni. Sia per verificare i rapporti di forza tra schieramenti, e all’interno di ogni schieramento, sia per pescare, appunto, al meglio nel proprio elettorato. Tanto più questa regola valeva per il centrosinistra, ma non solo, che aveva parte del proprio schieramento all’opposizione rispetto a Monti. Poi, con la logica dei rapporti di forza che si impongono, con la diplomazia e con qualche ferito sul campo si sarebbe santificata, quanto possibile, la nuova alleanza post-elettorale. Lo stesso Vendola, non molti giorni fa, parlava di un “Monti con il quale è possibile fare le riforme”. Improvvisamente, dopo un mese e più passato da competitor, Monti e Bersani si riavvicinano visibilmente anticipando sensibilmente un processo di alleanza tra centro e centrosinistra già chiaro da diversi mesi.

venerdì 25 gennaio 2013

Decrescita

10 consigli per liberarci dal consumismo e muoverci verso la decrescita

Dalla televisione al telefonino, dall'automobile ai voli aerei, dalla grande distribuzione al consumo di carne. Bruno Clémentine e Vincent Cheynet hanno provato a stilare una lista (aperta) di consigli per liberarci dai condizionamenti che ci costringono ancora nella società dei consumi.

di Redazione - 12 Agosto 2011

televisioni
Il primo portatore di condizionamenti è la televisione. La nostra prima scelta sarà di liberarcene
1. Liberarsi dalla televisione
Per entrare nella decrescita, la prima tappa è prendere coscienza dei propri condizionamenti. Il primo portatore di condizionamenti è la televisione. La nostra prima scelta sarà di liberarcene. Così come la società dei consumi riduce l’uomo alla sua dimensione economica – consumatore -, la televisione riduce l’informazione alla superficie, l’immagine.
Media della passività, quindi della sottomissione, non smette di far regredire gli individui. Per sua natura, la televisione richiede la rapidità, non tollera i discorsi approfonditi. La televisione inquina al momento della sua produzione, durante l’utilizzo e poi come rifiuto.
Noi le preferiamo la nostra vita interiore, la creatività, imparare a fare musica, fare ed assistere a spettacoli viventi... Per tenerci informati abbiamo delle scelte: la radio, la lettura, il teatro, il cinema, incontrare gente, ecc.
2. Liberarsi dall’automobile
Più che un oggetto, l’automobile è il simbolo della società dei consumi. Riservata al 20% degli abitanti della terra, i più ricchi, porta inesorabilmente al suicidio ecologico per la distruzione delle risorse naturali (necessarie per la sua produzione) o per i diversi tipi di inquinamento tra cui l’aumento dell’effetto serra. L’automobile provoca guerre per il petrolio di cui l’ultima per data è il conflitto iracheno. L’automobile porta anche come conseguenza una guerra sociale che provoca un morto ogni ora solamente in Francia. L’automobile è uno dei flagelli ecologici e sociali del nostro tempo.
Noi le preferiamo: il rifiuto dell’ipermobilità. La volontà di abitare vicino al luogo di lavoro. Camminare a piedi, andare in bicicletta, prendere il treno, utilizzare i trasporti collettivi.
cellulari
Il telefonino è un falso bisogno creato apposta dalla pubblicità
3. Liberarsi dal telefonino
Il sistema genera dei bisogni che diventano delle dipendenze. Ciò che è artificiale diventa naturale. Come numero di oggetti della società dei consumi, il telefonino è un falso bisogno creato apposta dalla pubblicità. “Con la telefonia mobile, siete mobilitabili in un istante”. Assieme al telefonino butteremo via i forni a micro-onde, le falciatrici a motore, e tutti gli oggetti inutili della società dei consumi.
Noi preferiamo al telefonino la posta, la parola, ma soprattutto cercheremo di vivere per noi stessi invece di cercare di riempire il vuoto esistenziale con degli oggetti.

martedì 1 gennaio 2013

Un programma per il nuovo governo

- lavorincorsoasinistra -

da Scienzainrete
Il prossimo febbraio, probabilmente il 24, andremo a votare. In queste ore si stanno formando le liste e gli schieramenti. Ma, al di là del problema finanziario e del rapporto con il resto dell’Europa, ancora non si intravede tra le varie liste e i vari schieramenti che si vanno formando un’idea davvero forte per il programma economico e sociale. Partecipare alle elezioni, ma per fare cosa? Ogni idea dovrebbe partire da un’analisi dei fatti. Fondata sulle grandi tendenze economiche e sociali. Ma anche su quello che “sentono” i cittadini. Sulla percezione pubblica dell’economia e del vivere sociale. Questi vari elementi sembrano, una volta tanto, suggerirci la medesima, univoca interpretazione. Il paese è in declino. Si tratta di una crisi grave – strutturale, si diceva un tempo – che nasce dalla finanza (i conti pubblici da mettere a posto) e dalla cosiddetta economia reale (la recessione). Ma la crisi non è solo economica: è anche culturale e sociale. I cittadini italiani “sentono” il declino.
Qual è la causa di questo declino? L’analisi che propongono coloro che hanno firmato l’appello “Rilanciamo il dibattito per rafforzare la ricerca in Italia” è piuttosto netta. La causa profonda del declino italiano consiste nel fatto che la specializzazione produttiva del sistema paese non è più competitiva. Abbiamo scelto, in un periodo preciso (l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso), con persone precise (di cui alcuni storici, come a esempio, Gianni Paoloni sono in grado di fare, documenti alla mano, nomi e cognomi), di seguire una strada di sviluppo diversa da ogni altro paese industriale. Per alcuni questa strada ha costituito un vero e proprio modello alternativo a quella degli altri paesi industriali: un «modello di sviluppo senza ricerca». In pratica, l’Italia è diventata un grande paese industriale (secondo, in Europa, solo alla Germania), ritagliandosi una nicchia isolata nell’ambito dei prodotti a bassa innovazione tecnologica. Nella scelta di questo peculiare modello l’Italia ha puntato essenzialmente su due fattori: il basso costo del lavoro rispetto a quello degli altri paesi industriali e la periodica svalutazione, cosiddetta competitiva, della sua moneta, la lira.
Per due o tre decenni – quando eravamo “i più poveri tra i ricchi” – il modello ha funzionato. L’Italia poteva vantare la maggiore crescita economica al mondo, dopo quella del Giappone. Ma negli anni ’80 il modello ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Ma dagli anni ’90 l’Italia non può più possibile utilizzare nessuno delle due antiche leve. Paesi poveri, che una volta si chiamavano “in via di sviluppo”, perché sostanzialmente fuori dal sistema industriale e commerciale mondiale, hanno fatto irruzione sulla scena (la cosiddetta nuova globalizzazione), con un costo del lavoro decisamente inferiore italiano. Nel medesimo tempo l’Italia è entrata prima nel sistema di cambi fissi dell’Unione Europea e poi nel sistema monetario fondato su una moneta forte e non svalutabile a piacere, l’euro. Da venti anni almeno, dunque, abbiamo perso le due antiche leve: il costo del lavoro italiano è di gran lunga più elevato rispetto a quello dei nuovi paesi competitori a economia emergente (inclusi Cina, India, molti altri paesi del Sud-est asiatico, ma anche Brasile, Sud Africa e altri paesi sia latino-americani che africani); non abbiamo più la “liretta” da svalutare, ma al contrario un moneta, l’euro, forte e (tutto sommato) solida. In questi venti anni non abbiamo preso atto che il “mondo è cambiato”. Che le due antiche leve che garantivano il successo al «modello di sviluppo senza ricerca» non potevano essere più utilizzate. Che la nuova situazione lasciava aperta la porta a due sole possibilità: o un declino sempre più profondo o un’impresa titanica, al limite della velleità: il rapido cambiamento della specializzazione produttiva. Il sistema Italia deve iniziare a produrre altri beni, diversi da quelli prodotti nell’ultimo mezzo secolo.

mercoledì 19 dicembre 2012

Terapie mortali. Intervista a Marco Revelli sulla crisi dell’Europa


- agoravox -
Marco Revelli, storico e sociologo italiano, figlio del partigiano Nuto Revelli, insegna Scienze della Politica presso l’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Fondatore e membro di Lotta Continua, collabora con il quotidiano «il manifesto». Ha scritto numerosi libri con Laterza, Fazi, Chiarelettere, Einaudi. La sua ultima opera è I demoni del potere (ed. Laterza, 2012, già alla sua terza edizione).
Si continua a parlare di “Europa in crisi”. Perché?
È vero: l’Europa è in crisi, continuiamo a constatarlo, a toccarlo con mano, a leggerne sui giornali. L’Europa sembra ancora incapace di immaginare se stessa come un’entità complessiva, come un attore unico in un momento in cui l’egoismo dei singoli Stati sembra prendere il sopravvento, in cui l’atteggiamento verso i più deboli fa pensare all’esclusione piuttosto che all’unione. Si pensi ad esempio al destino atroce che l’Europa continua a riservare alla Grecia - che in qualche modo è sua madre: l’Europa sta compiendo una sorta di matricidio lento nei confronti di quella che è stata la culla della sua civiltà. Per dire che, allo stato attuale, l’Europa è “inguardabile”, per troppi aspetti è ancora lontana dai progetti dei grandi europeisti del ‘900.

Si tratta solo di problemi economici o c’è dell’altro?
No, a me sembra che i problemi economici siano il riflesso di un decadimento culturale; o di un’assenza di cultura - cioè di un’assenza di visione, nel senso di un ripiegamento su se stessi e sul proprio egoismo (egoismo che è sempre legato a una fondamentale incapacità di visione, di elaborazione, di immaginazione). L’Europa oggi ha come unico nucleo normativo l’aridissima visione totalizzante dell’economia, di un’economia sempre più separata dalla società, di un’economia dogmaticamente interpretata alla luce di pochi e fallimentari principi di un neoliberismo che sta naufragando in tutto il mondo; tuttavia l’economia continua a essere il sapere che alimenta i tecnocrati, da quelli della Banca Centrale ai Commissari europei, figure per altro verso molto mediocri, uomini di cui per la maggior parte non conosciamo neanche il nome, ruoli non legittimati da un consenso elettorale, perché nominate direttamente dalla politica. In più, l’assenza di una Costituzione europea è un problema gigantesco... dico tutte queste cose non perché sia ostile all’Europa, ma perché sono un europeista non conciliato con l’esperienza esistente, osservo che il sogno europeo - a mio avviso una grande costruzione dell’intelligenza e della nostra cultura - venga quotidianemente umiliato dalla pratica di elite di bassissimo profilo, a cominciare dalla grande Germania, che si si affida passivamente all’operato di piccoli funzionari che non arrivano neanche alle ginocchia dei loro predecessori.

Sono stati fatti degli errori in particolare nella costruzione dell’Europa?
Credo ne siano stati fatti molti e tutti concentrati nell’ultimo ventennio. Fino alla metà degli anni ‘90 a me sembra che la marcia - per quanto cauta e lenta - fosse stata una marcia positiva e sempre in avanti. Poi la scelta di edificare dapprima le basi monetarie (la scelta cioè di procedere per prima cosa alla costruzione della moneta unica e poi all’unità politica - che non è mai venuta) è stato un errore clamoroso, così come lo è stato quello di separare così direttamente il potere legislativo, nella figura del parlanmento, dal poerter esecutivo, nella figura della Commissione europea, sottraendo al primo qualsiasi controllo sul secondo, e immaginando un potere esecutivo nominato dai governi e non eletto, oltre che non sottoposto a un organo elettivo - struttura che non trova riscontro in nessuno stato federale del mondo. Si poteva scegliere la forma presidenziale, o del parlamentarismo e del semipresidenzialismo, insomma una qualunque delle forme di governo conosciute: si sono scelti invece un’architettura e un assetto bizzarro, senza nessun precedente, con un potere esecutivo sottratto praticamente al controllo di qualsiasi organo elettivo. Un sistema che non ha nessun riscontro nel modello democratico.

Si tratta di un errore da principianti, o di un piano studiato ad arte per qualche motivo?
Si tratta del frutto di un deficit intellettuale, politico e morale. In realtà coloro che hanno immaginato questo percorso hanno scelto di bypassare tutti i possibili ostacoli, hanno scelto di praticare a ogni passaggio la strada più semplice.

sabato 15 dicembre 2012

Ma l’economia è democratica?

Luigi Ferrajoli - sinistrainrete -

1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica

Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.
Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.
Questi condizionamenti ci sono come mostrano le cronache di questi giorni. Ma il ribaltamento dipende da due ragioni, una di ordine strutturale, l’altra di ordine culturale e ideologico.

La prima ragione consiste in un’asimmetria intervenuta nelle dimensioni della politica e in quelle dell’economia e della finanza: l’asimmetria tra il carattere ancora sostanzialmente e inevitabilmente locale dei poteri statali e il carattere globale dei poteri economici e finanziari. La politica è tuttora ancorata ai confini degli Stati nazionali, in un duplice senso: nel senso che i poteri politici, soprattutto dei paesi più deboli, si esercitano soltanto all’interno dei territori statali e nel senso che gli orizzonti della politica sono a loro volta vincolati al consenso degli elettorati nazionali. Al contrario, i poteri economici e finanziari sono ormai poteri globali, che si esercitano al di fuori dei controlli politici, e senza i limiti e i vincoli apprestati dal diritto – dalle legislazioni e dalle costituzioni – che è tuttora un diritto prevalentemente statale. è insomma saltato – o si è quanto meno indebolito, ed è destinato a divenire sempre più debole – il nesso democrazia/popolo e poteri decisionali/regolazione giuridica. In assenza di una sfera pubblica alla loro altezza, i poteri economici e finanziari, da Marchionne alla finanza speculativa, si sono sviluppati come poteri illimitati, sregolati e selvaggi, in grado di imporre le loro regole e i loro interessi alla politica.

Il secondo fattore del ribaltamento del rapporto tra politica ed economia è di carattere ideologico. Esso consiste nel sostegno prestato al primato dell’economia dall’ideologia liberista, basata su due potenti postulati: la concezione dei poteri economici come libertà fondamentali e delle leggi del mercato come leggi naturali. Le due raffigurazioni ideologiche sono tra loro connesse: la prima, ben più che rafforzata, è per così dire “verificata” dalla seconda, cioè dalla concezione della lex mercatoria come legge naturale, sopraordinata alla politica e al diritto come una sorta di necessità naturale, e della scienza economica come scienza a sua volta naturale, dotata della stessa oggettività empirica della fisica. Di qui il rifiuto come illegittimo e insieme irrealistico di qualunque intervento statale diretto a limitare l’autonomia degli operatori economici e finanziari e l’assunzione come tesi scientifiche o rilevazioni fattuali o proposte realistiche di una lunga serie di luoghi comuni largamente ideologici. Di qui la trasformazione della politica in tecnocrazia, cioè nella sapiente applicazione delle leggi dell’economia da parte di governi “tecnici” – non dimentichiamo il monito di Bobbio sull’antitesi e l’incompatibilità tra democrazia e tecnocrazia – i quali traggono legittimazione dai mercati, e solo ai mercati – e non già ai parlamenti, ai partiti, alle forze sociali, alla società – devono rispondere.

mercoledì 12 dicembre 2012

Una lettura geopolitica della Crisi

 

Fonte. Megachip. - fabionews -
Un possibile percorso interpretativo della crisi, normalmente trascurato dalla principale corrente dei media, potrebbe passare anche attraverso una lettura delle dinamiche che intercorrono tra blocchi geopolitici.

Osservando una sorta di foto panoramica coglieremo meglio quegli elementi che nelle immagini troppo di dettaglio della crisi tendono a sfuggire.

Seguiamo questa ipotesi:

  1. Con il peggiorare della situazione spagnola e francese (ma è di oggi l’attacco al Belgio, all’Olanda e all’Austria) è ormai chiaro che la crisi di sfiducia dei mercati è sistemica: è nei confronti dell’Euro – Europa e non nei confronti di uno o due paesi.
  2. Chi sono i “mercati”? Di essi si possono dare due descrizioni. La prima è quella tecnica, ovvero la sommatoria di singole azioni di investimento prese in base alle informazioni disponibili. I mercati sono storicamente affetti da sindrome gregaria, per cui se una massa critica (quantità) o qualificata (qualità) si muove in una direzione, tutto il mercato la segue. Ciò adombra una seconda descrizione possibile ovvero quella dell’interesse strategico che una parte dotata di impatto quantitativo e qualitativo potrebbe avere, trascinando con sé il resto del mercato. I mercati, di per loro, non hanno interesse strategico: si muovono nel breve termine. Alcuni operatori di mercato però (banche e fondi anglosassoni) potrebbero avere interessi strategici e soprattutto essere in grado di perseguirli sistematicamente (rating, vendite alla scoperto, calo degli indici, rialzo dello spread, punizioni selettive, operazioni sui CDS, manovrare non solo i mercati ma - data l’importanza che questi hanno - l’intera vicenda sociale e politica di una o più nazioni. Tali comportamenti non solo perseguono un vantaggio a lungo periodo di tipo geostrategico ma garantiscono anche di far molti soldi nel mentre lo si persegue, una prospettiva decisamente invitante ).
  3. Quale potrebbe essere l’interesse strategico che muove alcuni operatori di mercato ? Decisamente lo smembramento e il depotenziamento europeo. Colpire l’Europa significa: 1) eliminare il concorrente forse più temibile per la diarchia USA – UK, tenuto conto che con la Cina c’è poco da fare; 2) riaprirsi la via del dominio incondizionato del territorio europeo secondo l’intramontabile principio del “divide et impera”; 3) eliminare una terza forza (USA – ( EU ) – Cina) riducendo la multipolarità a bipolarità, una riduzione di complessità. Male che vada si sono comunque fatti un mucchio di soldi e il dettato pragmatista è salvo.
  4. Su cosa contano i mercati ? Sulla oggettiva precarietà della costruzione europea al bivio tra il disfacimento e un improbabile rilancio strategico verso progetti federali. Sulla distanza tra opinioni pubbliche e poteri politici che rende appunto “improbabile” un rilancio dell’iniziativa strategica europeista proprio nel momento di maggior crisi, dove si innalzano non solo gli spread ma anche la paura, l’ottica a breve, la difesa del difendibile ad ogni costo, la rinascenza dell’egoismo nazionale. Sulla oggettiva asimmetria tra Germania e resto d’Europa, una asimmetria strutturale che fa divergere gli interessi, ma più che altro la scelta del come far fronte ad un attacco del genere. È pensabile che tutta Europa pur di mettere a sedere in breve tempo la c.d. “speculazione” , concorderebbe facilmente e velocemente sulla possibilità di far stampare euro in BCE per riacquistare debito, magari a tassi politici (un 2% ad esempio ) ma per la Germania questo è semplicemente inaccettabile. Infine sia la Germania, sia la Francia, sia a breve la Spagna e un po’ dopo la Grecia avranno appuntamenti elettorali (nonché ovviamente l’Italia ) e questi condizioneranno in chiave “breve termine” e “nazionale” le ottiche politiche. Ciò potrebbe spiegare anche il: perché adesso ?

A ben vedere e se volessimo seguire l’ipotesi “complotto anglosassone” si presenta anche un obiettivo intermedio: poter premere per disaggregare l’Europa in due, tutti da una parte e l’area tedesca dall’altra (area tedesca = da un minimo della sola Germania, ad un massimo di Olanda, Austria, Slovacchia ? Finlandia ? Estonia ? con particolare attrazione nei confronti dell’ex Europa dell’Est).

L’euro rimarrebbe all’interno di una zona che avrebbe la Francia e l’Italia come poli principali, si svaluterebbe, perderebbe il suo potenziale di moneta internazionale concorrente del dollaro (diventerebbe, per quanto rilevante, una moneta “regionale”).

"La partita da vincere è contro il ricatto dei mercati". Intervista a Vladimiro Giacché

Autore: fabio sebastiani - controlacrisi
          
Nel giro di pochi giorni nella politica italiana c’è stato un cambio di passo notevole. Qual è la tua opinione, da economista?
Silvio Berlusconi, come al solito, ha fatto saltare il tavolo E l’altro ha reagito, rilanciando. Il premier sta cercando di rendere evidente la sua indispensabilità. Certo, c’è la possibilità che rientri nell’agone politico. E questo sarebbe sicuramente un tradimento della cosiddetta veste tecnica. Probabilmente avrebbe una funzionae aggregante mentre l’altro cercherebbe di aggregare sulla destra. Berlusconi vuole diventare indispensabile per gli scenari del dopo voto, per cercare di condizionare ancora il quadro politico.
Come giudichi la reazione dei mercati?
Il dato generale dei mercati era abbastanza prevedibile. Tutto questo è aggravato dal fatto che c’è un momentaneo sollievo per la situazione della Grecia, mentre la Francia è ai rendimenti dei suoi titoli più bassi della storia dell’euro. Comunque, al di là di questo, era prevedibile. E’ anche un po’ una lezione, ovvero un antipasto di quello che succederà in tempo di elezioni. E quindi per la politica sarà molto importante la reazione che sarà in grado di produrre a questa situazione. Cioè, sarà molto importante vedere quello che farà Bersani e il Centrosinistra, perché è difficilmente accettabile un tipo di pressione così forte da parte dei mercati. L’opinione comune è che lo spread lo si deve accettare come la pioggia. Non è come la pioggia perché ci sono degli interessi ben precisi dietro. C’è un elemento più di fondo.
Cioè, vuoi dire che in questo momento non è centrale la competizione politica ma quella della politica rispetto allo strapotere dei mercati?
Di fronte alla corsa dello spread e degli interessi sui titoli, probabilmente saranno tutti posti di rientrare entro certi parametri, rispondendo colpo su colpo. Ma il punto è se fai politica o no. Questo è un tema molto importante perché se si accetta il principio dello stormir di fronde e tu regoli le tue azioni per evitare che questo succeda poi si crea davvero una situazione molto imbarazzante con un avvitamento verso il basso di pil e deficit. E’ molto importante che oggi ci sia stata questa avvisaglia perché così possiamo prendere le misure ed avere sott’occhio un elemento di chiarezza sul nostro grado di ricattabilità.
Tra i provvedimenti che stanno saltando a causa della crisi c’è quello della Tobin tax, anche se era in sedicesimo.
Non è utile la Tobin tax, e alla fine è quasi nulla. E credo sia stata usata in Germina come specchietto delle allodole per votare la Merkel. Invece, un altro tema è il dato sulla produzione industriale. E questo non ha a che fare con Berlusconi ma con Monti. Chi opera sui mercati sa benissimo che il tuo debito è insostenibile per una pluralità di ragioni tra cui l’indice sulla produzione industriale. Il vero problema dello spread è la bilancia commerciale. E questo dato del meno 6% lo mette ben in evidenza.
A sinistra si comincia a prendere in considerazione l’ipotesi di un “piano b” fuori dall’euro.
La vera alternativa non è la costruzione di un euro B. Per noi in realtà i problemi sono di molteplice natura. L’altra cosa che non bisogna dimenticare, infatti, è che siamo subfornitori della Germania e questo mal si concilia con un’altra area con caratteristiche lontane dall’Europa centrale. Il problema secondo me è un altro, e poco giocato da un punto di vista negoziale dai governi: è vero che chi ha beneficiato dell’euro è la Germania, e quindi è insensato politicamente far pagare il peso dell’aggiustamento per rendere più stabile l’area soltanto ai paesi più deboli.

martedì 11 dicembre 2012

Emiliano Brancaccio: «La speculazione scommette sull’antieuropeismo di Berlusconi»

- rifondazione -
Cosa sta succedendo?
Innanzitutto, conviene partire dai dati economici. La Bce pochi giorni fa ha rivisto pesantemente al ribasso le previsioni: nel 2013 l'Europa intera sarà nel mezzo della recessione, e iniziano a sorgere dubbi anche sull’esistenza di un effettivo recupero nel 2014. Viene inoltre confermato il carattere asimmetrico della crisi, che ricade in misura maggiore sull'Italia e sugli altri paesi periferici dell ’Unione. In uno scenario come questo, basta poco per far prevalere i venditori sul mercato finanziario. Molti dicono che la paura dei mercati è l’abbandono delle politiche di austerità.
È una semplificazione. I banchieri e gli speculatori sono affezionati alla lotta di classe, non all’austerity. Del resto, sanno bene che il tentativo di rimettere in equilibrio i conti dell ’eurozona a colpi di tagli e tasse non sta funzionando. Basti guardare al rapporto tra debito pubblico e Pil: la cura Monti non lo ha ridotto ma anzi ha contribuito al suo aumento. La scommessa di fondo degli speculatori è un’altra, e riguarda le probabilità di sopravvivenza della zona euro.
La discesa in campo di Berlusconi può davvero mettere in pericolo l’eurozona e può quindi incentivare la speculazione?
Non bisogna esagerare l’importanza di Berlusconi, un uomo che ha perso molto del suopotere e della sua credibilità. Ma direi che il suo ritorno potrebbe suscitare nuovi dubbi sulla tenuta futura della moneta unica europea. Non dobbiamo dimenticare che sul piano politico Berlusconi non ha mai avuto molto a che spartire con quell'aggregato d'interessi e di tradizioni che si organizza attorno al Partito popolare europeo, e con il suo europeismo.
E cosa rappresenta, invece? Ha sempre aggregato attorno a sé un coacervo di interessi diffusi e parcellizzati: piccole imprese, piccoli
proprietari e rentiers, commercianti, eccetera. Questi soggetti hanno tratto beneficio dalla miscela di politiche di lassismo fiscale e di precarizzazione del lavoro che hanno lungamente caratterizzato l’azione dei suoi governi. Oggi però questo arcipelago di soggetti sociali soffre in modo particolare i vincoli monetari e fiscali ai quali l’Europa ci sottopone. Una campagna contro i danni dell ’euro, di stampo vagamente nazionalista, potrebbe fare molta presa su queste categorie sociali. Dunque tu dici: i mercati scommettono su una campagna elettorale di Berlusconi giocata su questo asse? È un soggetto debole, in declino, è difficile dire fino a che punto potrà spingersi. E’ chiaro tuttavia che in termini generali sceglierà una linea di stampo anti-europeo, soprattutto se rinnoverà l’accordo con la Lega. Al di là delle sue possibilità di successo, questo posizionamento rappresenta un incentivo per i venditori sui mercati finanziari. Anche non dovesse avere successo. Perché incrinerebbe comunque, ulteriormente il consenso in Italia verso l'Europa. Man mano che il tempo passa e la crisi si aggrava, il fronte contro la moneta unica è destinato a ingrossarsi, e la fiducia sulla permanenza futura dell’Italia nella zona euro tende per forza di cose a deteriorarsi. Chi oggi si libera dei titoli scommette su questo: il solo aumento della probabilità di una uscita futura dell’Italia, e quindi di una ridenominazione dei titoli italiani in una moneta deprezzata, determina una caduta del loro valore atteso. Ma i sintomi di crisi economica o politica dell ’euro sono reali di spinge le vendite sul mercato. Eppure nessuno crede che Berlusconi possa vincere. Cosa giustifica tanto allarme sull'Italia? Il Financial Times lo ha spiegato bene. Berlusconi è solo un tassello di un puzzle più complessivo. È soltanto uno dei numerosi attori che oggi possono incarnare un sentimento antieuropeo, e che sanno di potere raccogliere nuovi consensi a seguito della crisi e del fallimento delle politiche di austerity. Per i gruppi d'interesse finanziari che tuttora scommettono sulla crisi della moneta unica, ogni nuovo sintomo di disgregazione dell’europeismo incentiva a fare speculazioni. Il fatto che l'ex- Presidente del consiglio della terza economia europea dichiari che l'uscita dall'euro non deve essere considerato un tabù, è solo uno degli ormai innumerevoli segnali di crisi del consenso intorno al progetto europeo. È in questa ottica che dobbiamo leggere i rimbalzi dei mercati. Senza sopravvalutare Berlusconi. Ma collocandolo dentro una scia di segnali. Ma lasciami aggiungere una preoccupazione di fronte a questo scenario. Quale?
Poiché è possibile che già questa campagna elettorale finisca per organizzarsi lungo questa linea: europeisti da un lato e anti-europeisti di ogni sorta dall'altro...
Ti riferisci a Grillo?
Anche, chiaro. L'arcipelago dell'anti- europeismo è molto articolato, masi sta gonfiando. Questo è ilpunto. La mia preoccupazione è che questa polarizzazione intorno alla moneta unica possa indurre le forze di sinistra ad assumere verso l’Europa un atteggiamento fideistico, acritico, fatto prevalentemente di retorica. Nel breve periodo questa strategia può anche pagare, ma una volta al governo la sinistra rischia di trovarsi in un vicolo cieco: costretta, costi quel che costi, a restar fedele ai tremendi vincoli che l’attuale configurazione della zona euro impone.
E cosa suggerisci?
L’europeismo di sinistra oggi deve essere dialettico. Non si può lasciare ai soli movimenti di destra o vagamente nazionalisti la carta della critica dell'assetto dell'Unione. Un governo italiano sostenuto da forze di sinistra dovrebbe darsi un mandato preciso in Europa: chiarire in sede di trattativa con la Germania che il rischio concreto, che stiamo tutti correndo, è una crisi non solo della moneta unica ma anche del mercato unico europeo. Io credo che questa sia l’ultima carta per tentare di mutare i rapporti di forza interni all ’Unione. Se ci si affiderà invece a un europeismo acritico e indiscriminato, si pagheranno nel più lungo periodo pesanti conseguenze politiche.
Pubblico - 11.12.12

lunedì 10 dicembre 2012

Bersani e Berlusconi alla resa dei Monti

Piobbichi Francesco
Ci sono riusciti ancora una volta, dopo aver pensionato Berlusconi ed imposto Monti, ora i mercati costringono l'Italia a tenerlo nei posti di comando per i prossimi anni. Poco da fare e poco da dire: quello che sta accadendo in queste ore al nostro paese è un segnale chiaro di cosa ci aspetta per il futuro. Da oggi, sul prossimo Governo c'è una fortissima ipoteca, quella di Mario Monti. E' a lui infatti che le divinità dei mercati hanno dato l'investitura a suon di cannonate finanziarie. E' una scelta pesante, e non sarà l'intervista di Bersani di oggi rilasciata al Wall Street Journal – in cui viene annunciato di fatto un Governo insieme ai montiani - a calmare la tempesta. Eppure Bersani ce l'ha messa tutta. Ha addirittura sventolato alle divinità della finanza lo scalpo dell'art.18 considerato dal segretario del PD oramai “un capitolo chiuso”, ma niente da fare spread a 350 ed attacchi di panico per Vendola. Messa così Monti non ha nemmeno bisogno di ricandidarsi, per lui parlano i mercati che oggi fanno comprendere all'Italia una cosa semplice. Non provate a far casino con la politica sulle cose già imposte, se per qualche strana circostanza metterete in discussione l'agenda Monti per voi saranno cannonate, finanziarie ovviamente. Scrivono in molti che Monti ha preso in contropiede Berlusconi annunciando le sue dimissioni prima della fine della legislatura. Ma ne siamo proprio convinti? Berlusconi è comunque fuori gioco , il suo blocco sociale non esiste più e la sua ricandidatura spaventa più quelli del PDL che del PD. Allora perché Monti ha annunciato di dimettersi sapendo che comunque era alla fine della legislatura ed aveva in tasca il via libera alla legge di stabilità? Il motivo è semplice, ed è lo stesso per il quale un giocatore che ha giocato bene la partita chiede il cambio a pochi minuti dalla fine della partita per prendersi gli applausi. Standing Ovation! Monti da oggi, è il salvatore del paese, quello che ha portato lo spread sotto i 300 punti, quello applaudito in strada, il buon tecnico attaccato dal Nano malefico. Tutto fila, l'antiberlusconismo nel giro di qualche ora si sta adagiando plasticamente nel montismo, basta leggere il sito di Republbica. Bersani non può far altro che prenderne atto, l'allargamento verso il centro moderato è oramai una certezza. Poco importa che invece di dare calci al pallone Monti i calci in questo anno li ha dati al popolo italiano, mandando in recessione un paese, facendo aumentare la disoccupazione ed il debito pubblico, portando avanti tasse e controriforme sul lavoro come mai nessuno aveva fatto. Questi sacrifici come dimostra la giornata di oggi non sono serviti a nulla semplicemente perchè è la speculazione finanziaria il vero problema. Ma questa è un'altra storia che racconta la stessa partita, una storia però che non vedrete scritta sui giornali.

domenica 9 dicembre 2012

Addio Cina (?)

Le aziende Usa tornano a produrre in patria

di Damiano Beltrami -
«Il prossimo anno trasferiremo parte della produzione di computer Mac negli Stati Uniti. Da tempo lavoriamo al progetto, adesso ci siamo quasi. Il cambiamento si materializzerà nel 2013. Ne siamo già molto orgogliosi. Lo avremmo potuto fare più velocemente prevedendo solo l’assemblaggio di una linea di Mac negli Stati Uniti, ma abbiamo lanciato un’operazione di più ampio respiro, più radicale. Investiremo 100 milioni di dollari».
A parlare, in un’intervista pubblicata sull’ultimo numero di Bloomberg Businessweek, è Tim Cook, l’erede di Steve Jobs alla guida della Apple, un’azienda che impiega 598.500 persone negli Stati Uniti (di cui 307.250 in modo diretto e altri 291.250 nell’industria delle applicazioni). E in Cina ha il doppio di impiegati, oltre un milione e 200mila lavoratori.
Al momento, quella di Cook appare più una mossa per ingraziarsi i clienti, piuttosto che l’inizio di un graduale trasferimento della produzione dell’azienda dalla Cina agli Stati Uniti. Per questo tipo di piano servirebbe un investimento sideralmente diverso rispetto a quello annunciato. La mossa di Cook in fondo riguarda appena una linea di computer, quando ormai la parte del leone del fatturato di Apple è costituita dalla vendita di iPhone e iPad. E come ci ha spiegato Jeffrey Wu, analista alla IHS iSuppli, «non è inedito che le aziende di computer e affini spostino parte della loro produzione, spesso i dispositivi voluminosi, il più vicino possibile ai clienti, per accorciare i tempi di trasporto e di consegna».
La decisione di Apple, però, rinforza un trend, quello dell’insourcing, che si è delineato negli ultimi anni, e ha subito un cambio di passo negli ultimi mesi. Sempre più aziende americane, soprattutto manifatturiere, hanno deciso che, tutto sommato, per alcuni prodotti, conviene tornare all’ovile.
Un esempio emblematico, messo recentemente in risalto dal magazine Atlantic Monthly, è Appliance Park, un’azienda di elettrodomestici controllata da General Electric (GE). Aperta nel 1951 a Louisville in Kentucky, quattro anni dopo contava già 16mila operai. Negli anni ‘60 sfornava 60mila elettrodomestici al mese alimentando l’economia di consumo americana. Appliance Park raggiunse il momento d’oro nel 1973. Ben 23mila operai si alternavano alle varie linee di produzione. A quei tempi il parcheggio della fabbrica aveva perfino semafori per regolare il supertraffico tra un turno e l’altro. Poi, lentamente, è andato in scena il declino. Fino all’ultima crisi, quella del 2008, quando l’amministratore delegato di GE, Jeffrey Immelt, ha cercato di venderla. Senza fortuna, perché non si è presentato alcun acquirente. Dopo vent’anni di gloria e quaranta di frustrazioni, nel 2011 Appliance Park con appena 1.863 sopravvissuti in servizio, versava in uno stato comatoso. Ma ecco il colpo di scena: lo scorso 10 febbraio Appliance Park ha fatto partire una nuova linea di produzione, la prima dopo 55 anni. Obiettivo: costruire scaldabagni a basso consumo, un prodotto che negli anni precedenti GE faceva realizzare in Cina. Un mese dopo, il secondo miracolo. Altra linea di prodotti. Questa volta per confezionare frigoriferi high-tech, compito da anni appaltato in Messico. E per i già sbigottiti operai della Appliance Park è perfino arrivato un regalo natalizio: a inizio 2013 verrà avviata la produzione di un terzo elettrodomestico, una lavatrice-asciugatrice.
Operai e famiglie di Louisville si interrogano retoricamente sui motivi di questa conversione tanto tardiva al “made in America”. Perché lasciar arrugginire per anni gli stabilimenti americani – e con loro il futuro degli operai e delle loro famiglie – con la strategia del conveniente outsourcing per poi rinnegarla e tornare all’antico?
«L’outsourcing», ha detto laconico l’amministratore delegato di GE Immelt all’Atlantic, «sta diventando un modello di business obsoleto per gli elettrodomestici di GE».
A ben guardare, le ragioni di questa obsolescenza dell’outsourcing a favore di una virata verso l’insourcing sono numerose. Primo, il prezzo del petrolio dal 2000 a oggi è triplicato, e ha reso il trasporto via cargo molto meno vantaggioso che in passato. Secondo, la rivoluzione nell’estrazione dei gas naturali negli Stati Uniti ha fatto sì che le bollette dell’elettricità delle fabbriche americane siano più abbordabili (mentre in Asia i gas naturali costano quattro volte di più). Terzo, dal 2000 gli stipendi in Cina si sono quintuplicati e ci si attende che continuino a crescere del 15-20% all’anno. Quarto, il costo di un operaio in America non è proibitivo, se rapportato per esempio a lavoratori in Paesi come Germania, Francia o Giappone. E questo perché i sindacati si sono indeboliti: negli anni ‘70 e ‘80 Louisville era soprannominata “Strike City”, la città degli scioperi; invece nel 2005 ha firmato un accordo con il quale ben il 70% della forza lavoro si accontenta di salari da 13 dollari e 50 centesimi all’ora.
Più in generale, GE si è accorta che a far le cose in casa si risparmia perché ci si rende conto degli sprechi in modo più immediato. Per anni progettavano scaldabagni, per esempio, che poi venivano assemblati in Cina e con il tempo si erano dimenticati di controllare se il design pensato negli Stati Uniti era funzionale al momento della realizzazione. Creando il prodotto dalla A alla Z in Kentucky hanno ottimizzato il design riducendo tempi e costi di produzione. Tanto da rendere gli scaldabagni sfornati in Kentucky vendibili a “prezzi cinesi”. Quelli prodotti in Cina sono sbarcati sul mercato al costo di 1.599 dollari, mentre quelli “made in Louisville” erano più convenienti, prezzo 1.299 dollari.
GE non è l’unica a orientarsi sull’insourcing. Lo fanno decine di altre aziende: dalla Wham-O che sposta parte della produzione di frisbee dalla Cina alla California, alla Whirlpool che trasferisce la produzione dei suoi frullatori dalla Cina all’Ohio, alla Otis (gli stabilimenti degli ascensori dal Messico fanno le valigie in direzione South Carolina).
Nancy Lazar, co-autrice di uno studio di ISI Group, un centro di ricerca per investitori, parla dell’inizio del rinascimento del manifatturiero americano. “Lo vado dicendo dal 2009,” ha spiegato orgogliosa all’Atlantic. “Le aziende con produzione industriale mi dicevano che ero pazza. Perché me lo dicevano? Perché hanno passato gli ultimi 15-20 anni a costruire gli stabilimenti fuori dagli Stati Uniti. Ma adesso quell’epoca è finita”.

sabato 1 dicembre 2012

In pieno medioevo ...

La prima volta della Walmart

di FELICE MOMETTI - connessioniprecarie -
 
I numeri e le dimensioni fanno una certa impressione. La Walmart è la più grande multinazionale al mondo che opera nel settore della grande distribuzione. Ha 10 mila punti vendita in 27 paesi, 4 mila negli Stati Uniti, più di due milioni di dipendenti, un milione e 400 mila negli USA, un fatturato di 440 miliardi di dollari nel 2011 che la collocherebbe tra i primi 30 paesi al mondo per prodotto interno lordo. Walmart è famosa anche per altri motivi. È la catena commerciale che pratica i prezzi più bassi, l’azienda con un tasso di sfruttamento della forza lavoro tra i più alti e un’organizzazione del lavoro molto simile a una caserma. Le merci sugli scaffali della Walmart vengono prodotte in Cina, nelle Filippine, in Vietnam e nel Bangladesh a dei costi bassissimi e, sembra quasi inutile dirlo, con salari irrisori per lavoratori costretti in terribili luoghi di lavoro. Il sistema degli appalti e dei subappalti sembra una matrioska con bambole infinite. Le fabbriche cinesi o filippine, per fare degli esempi, nella maggioranza dei casi non sono a conoscenza del vero committente. La settimana scorsa in una fabbrica di abbigliamento nel Bangladesh, che lavora esclusivamente per Walmart, sono morte in un incendio 112 persone, in gran parte lavoratrici, perché le uscite di sicurezza erano bloccate dall’esterno. Mike Duke, amministratore delegato della Walmart, si è affrettato a dichiarare che un fornitore, a tutt’oggi sconosciuto, aveva appaltato a quella fabbrica il confezionamento di capi di abbigliamento senza la sua autorizzazione. Se non ci fosse di mezzo la tragedia di 112 vittime sarebbe da prendere come una barzelletta. Chi invece non sta scherzando sono i lavoratori americani della Walmart che per la prima volta, dalla fondazione della società 50 anni orsono, sono scesi in sciopero. E lo hanno fatto nel giorno in cui potevano recare maggiore danno all’azienda, il Black Friday. Il venerdì dei grandi sconti, dopo il Giorno del ringraziamento, che negli Stati Uniti coincide con i maggiori incassi dei grandi centri commerciali. Si sono svolte iniziative con cortei, picchetti e flash mob dentro i punti vendita in 46 città coinvolgendo migliaia di lavoratori con anche il supporto di parecchi attivisti del movimento Occupy. La maggior partecipazione e radicalità delle iniziative si sono avute nel New Jersey, in California e nella zona di Chicago. Nel New Jersey, a pochi km da New York, i lavoratori in sciopero insieme a 99 Pickets – il gruppo di sostegno alle vertenze sui luoghi di lavoro di Occupy Wall Street che si rifà alle pratiche dei vecchi wobblies – hanno bloccato per un paio di ore le casse della più grande Walmart della costa orientale. In California e nella zona di Chicago si è registrata la più alta partecipazione allo sciopero. Il motivo è presto detto. Tutto è iniziato un paio di mesi fa alla Walmart di Pico Rivera, un quartiere di Los Angeles, quando una trentina di lavoratori si sono messi spontaneamente in sciopero per protestare contro orari di lavoro di una durata e di una flessibilità insostenibili con un salario che non arriva a 9 dollari all’ora senza assicurazione sanitaria e fondo pensione. Nei giorni successivi ci sono state le prime Wal-March di protesta nella zona di Chicago. Nel mese di ottobre ci sono stati scioperi nei magazzini e nei punti vendita di Seattle, con 17 arresti, Dallas e Elwood – un sobborgo di Chicago – dove la Walmart ha truffato decine di lavoratori non pagandogli gli straordinari, peraltro obbligatori. Fino ad arrivare allo sciopero del Black Friday che ha interessato tutta la catena americana con il timido sostegno esterno del WWU, uno dei sindacati del commercio. Scioperi illegali secondo la legislazione americana, senza copertura sindacale anche perché la Walmart si è sempre opposta alla sindacalizzazione dei propri dipendenti. Lo ha potuto fare perché, secondo le leggi in vigore, un sindacato per essere riconosciuto dall’azienda deve indire e organizzare un referendum e ottenere il consenso dei due terzi dei lavoratori. In queste condizioni è fin troppo facile per la Walmart imporre che i due terzi siano calcolati sui 2 milioni e 200 mila di dipendenti in 27 paesi. Una legge che Obama, sull’onda della vittoria nel 2008, si era solennemente impegnato a modificare. Le cose, come si è visto, sono andate in modo diverso, e non solo su questo aspetto. E dopo la rielezione, con scioperi locali e marce di protesta contro la Walmart, si è ben guardato dal fare altre promesse del genere. I lavoratori della Walmart sono in gran parte ispanici e afroamericani con un’alta percentuale di donne con contratti precari o part-time. L’organizzazione del lavoro nei centri commerciali, nei magazzini di stoccaggio just in time, nella vendita online è un manuale di taylorismo applicato fino alla tempistica dei bisogni corporali. Uno spaccato di medioevo nella postmodernità? Molto più probabilmente una subordinazione del lavoro vivo all’altezza di una data composizione sociale e di classe della forza-lavoro.

mercoledì 28 novembre 2012

Per una Tassa sulle Transazioni Finanziarie efficace ed equa


- zerozerocinque -
L’Italia si sta finalmente dotando di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF). Ma la buona notizia è messa fortemente a rischio dall’impianto normativo attualmente in discussione al Senato e dal dibattito sviluppatosi in queste settimane che rischia di disattendere quelli che sono gli obiettivi ispiratori della TTF.
Come organizzazioni promotrici della Campagna ZeroZeroCinque ci appelliamo al Governo e ai parlamentari affinché il testo legislativo possa contemplare i seguenti punti che riteniamo irrinunciabili per promuovere una tassa efficace nel frenare la speculazione e una tassa equa nella destinazione d’uso delle risorse che genera.
  • Contrastare l’high frequency trading tassando ogni singola operazione
Il commercio di titoli ad alta frequenza esaspera l’instabilità dei mercati pertanto è importante assicurare che la tassa si applichi a ciascuna operazione e non solo ai saldi di fine giornata. La tassa deve penalizzare in misura superiore proprio quei comportamenti maggiormente speculativi ovvero il trading ad alta frequenza.
  • Tassare secondo il criterio di residenza delle controparti e di nazionalità del titolo
Quando si applica la tassa in un solo paese è fondamentale farlo seguendo anche il criterio di nazionalità del titolo (non si diventa proprietari del titolo se non si paga l’imposta di bollo) così da stabilizzare il mercato interno, spostare gli operatori più speculativi su altri mercati e limitare l’elusione della tassa attraverso il cambio di residenza degli intermediari stessi.
  • Applicare la tassa alla più ampia base imponibile includendo tutti gli strumenti derivati
Il mercato dei derivati non regolamentati (OTC) in Italia è passato, tra il 2000 e il 2009, da 1.400 a oltre 10.000 miliardi di dollari. Una crescita del 642% in un decennio. Nello stesso periodo il PIL è aumentato del 26%. A cosa è dovuta questa crescita abnorme? Tutte operazioni di copertura di un rischio o lo sviluppo di un gigantesco mercato speculativo? E’ possibile costruire meccanismi che differenzino il trattamento di derivati usati per copertura assicurativa e derivati comprati e venduti per movente puramente speculativo. Nel primo caso il derivato non è “nudo”: c’è un’operazione su un’attività sottostante e il derivato ne assicura il rischio. Inoltre la posizione è tenuta in portafoglio per molto tempo ed aggiustata solo a scadenze non particolarmente frequenti. Nel caso invece di “giocatori fai da te” o di operazioni speculative realizzate da operatori istituzionali queste operazioni sono di solito aperte e chiuse in brevi lassi di tempo. E’ possibile costruire sistemi di tassazione differenziata che tengano conto della durata della posizione aperta e della presenza o meno di sottostante.
  • Contrastare il fenomeno del layering
Significa disincentivare le distorsioni che provocano sul mercato quegli operatori che lanciano una grande quantità di ordini che poi non eseguono solo per indirizzare nel senso voluto le scelte degli altri operatori. E’ possibile farlo tassando di più chi ha un rapporto troppo elevato tra ordini impostati e ordini eseguiti.
  • Destinare il gettito al welfare, alla cooperazione allo sviluppo e all’emergenza climatica
Ridistribuire le risorse a coloro che in Italia e nel mondo stanno soffrendo in maniera più drammatica gli effetti di una crisi di cui non hanno alcuna responsabilità diretta è una misura di giustizia sociale che non può essere disattesa.

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