Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 13 giugno 2013

GRECIA: Chiusa dal governo la Tv pubblica

Un colpo alla democrazia

25155337 Grecia Governo Chiude Tv Di Stato Finito Il Paradiso Degli Sprechi 0
E sulla Grecia si chiude il sipario, dietro le quinte lo spettacolo continuerà ad andare in scena ma non ci sarà nessuno a raccontarlo. La chiusura della televisione pubblica nazionale, Ert (Elliniki Radiofonia ke Tileorasi) con il conseguente licenziamento di tutti i suoi 2.780 dipendenti, è l’ultimo atto di una politica di distruzione dello Stato che i governi greci alternatisi durante la crisi, e in particolare l’attuale esecutivo guidato da Samaras, stanno portando avanti pur di rispettare gli impegni presi con le organizzazioni finanziarie internazionali, Bce e Fmi in testa. Poco conta che lo stesso Fmi abbia ammesso l’errore: carta canta. Simos Kedikoglou, portavoce del governo, ha detto che la chiusura di Ert rientra nell’ambito del programma delle privatizzazioni delle aziende a partecipazione statale, riforma considerata indispensabile dalla troika (Fmi, Ue e Bce) per continuare a garantire gli aiuti necessari al risanamento dell’economia greca. ”Le trasmissioni saranno interrotte a partire da questa notte – ha detto ieri il portavoce -. In seguito sarà creato un nuovo e più moderno ente radiotelevisivo che non sarà più controllato dallo Stato e funzionerà con meno personale”.
Il nuovo ente si chiamerà Nerit SA ovvero “Nuova Radio, Televisione e Internet ellenica”. Lo riferisce l’edizione online del quotidiano Kathimerini precisando che il nome della nuova azienda è indicato nel testo del disegno di legge presentato oggi al segretariato generale del governo per le telecomunicazioni. Nel disegno di legge si precisa inoltre che la Nerit SA sarà finanziata tramite un canone che gli abbonati continueranno a pagare sulla bolletta della fornitura elettrica ma non ne è precisato l’ammontare. Il nuovo ente sarà anch’esso compartecipato dallo Stato. A che serve quindi chiudere un’ente per riaprirne uno pressoché identico forse già a fine agosto?
Secondo Dimitri Deliolanes, storico corrispondente della Ert in Italia, si tratta di un modo di “mettere a tacere” una televisione che rimaneva uno spazio plurale e critico: “la televisione pubblica, nonostante la sua ovvia moderazione, il rispetto delle istituzioni, era un luogo di pluralismo, restava comunque quella che dava le notizie seguendo un codice etico, verificando le informazioni, che difficilmente si faceva manipolare. Per questo dava fastidio e andava zittita. Ora tutto quello che resterà è l’informazione dei canali privati, che non rispettano alcun codice”. Syriza, il partito di sinistra più importante del paese, ha presentato un disegno di legge che prevede il blocco della chiusura e il Pasok, partito socialista, ha chiesto al governo di riferire in parlamento. La decisione è stata così repentina da prendere in contropiede tutti. Compresi i giornalisti che da oggi sono senza lavoro.
“Quello che preoccupa è che si tratta di un vulnus alla democrazia” dice ancora Deliolanes. Molte persone sono scese in strada a manifestare contro la chiusura. D’altro canto, se la nuova Nerit SA sarà una versione moderna e meno lottizzata della precedente, è possibile che “la Grecia abbia fatto un buon colpo” come ha scritto Jean Quatremer, giornalista francese di Liberation, esperto di affari europei: “Ert ha bisogno di una ripulita: organismo anacronistico, dipendente dal potere, dove i migliori non sono tali”. Basta che la nuova Nerit SA non subisca analogo destino della precedente Ert in un paese dove la classe dirigente è affamata di consenso. E se alla vecchia televisione ipertrofica se ne dovesse sostituire una giovane e snella certo ne gioverebbe alle casse pubbliche.
Fallisce la privatizzazione dell’energia greca, la Commissione europa si mette di mezzo all’acquisto da parte di Gazprom
La notizia giunge dopo quella, altrettanto grave, della mancata vendita di Depa, gioiello dell’energia pubblico che Atene deve vendere per ottemperare agli accordi presi con la trojka (per la quale “privatizzare” è parola d’ordine). La Gazprom, il colosso russo dell’energia, ha deciso ieri all’ultimo momento e inaspettatamente di ritirarsi dalla gara per l’acquisto della Depa, la compagnia greca per il gas, una decisione definita oggi da gran parte dei giornali greci come un ”gioco perfido” dell’Unione Europea e degli Stati Uniti alle spalle della Grecia. Si tratta, scrive il quotidiano economico di Atene, Imerissia, di un ”siluro” della Commissione europea alla vendita della Depa. L’Unione Europea, scrive il giornale, ha avvertito la compagnia russa che avrebbe bloccato l’accordo con il governo greco. ”Fonti importanti nella capitale russa – ha detto ai giornalisti il sottosegretario all’Ambiente Makis Papageorgiou – ci avevano informato che durante i contatti con Bruxelles si era capito che l’Unione europea avrebbe posto condizioni ancora più restrittive per l’acquisto della Depa”.
Andandosene da Atene l’ex presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha detto che i problemi della Grecia sono “tragici e drammatici” e che “possono essere risolti solo in ambito europeo” ma l’Unione Europea deve essere soggetta a “meno nazionalismo e populismo: quando la Grecia ha subito un attacco indecente e velenoso, io ero lì’ a difenderla” ha concluso Juncker. Chissà se ad Atene quella la chiamano “difesa”. Intanto resta forte l’impressione che, al di là delle belle parole, la Grecia sia stata sacrificata per salvare il resto del continente da una catastrofe che ad oggi è tutt’altro che scampata.

martedì 4 giugno 2013

In difesa del finanziamento ai partiti e alla politica

 
In difesa del finanziamento ai partiti e alla politica

Pubblicato in - ilmanifesto -

di Francesco Marchianò -
È una grande tristezza assistere inermi alla riduzione e all’abolizione di qualsiasi forma di finanziamento della politica. E’ una sconfitta della democrazia, del progresso, di civiltà. Almeno della nostra civiltà europea. Si dice che sono i cittadini a volerla, che essa rifletta la rabbia del disagio sociale causato dalla crisi. Può darsi. Ma non è una buona politica quella che interpreta le rabbie. La politica dovrebbe risolvere i problemi che stanno all’origine della rabbia, non farsene un interprete populista.
È una regressione grave e pericolosa. Persino, si potrebbe dire, anticostituzionale. L’articolo 49 della nostra Costituzione recita:
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Se è un diritto vuol dire che lo stato dovrebbe garantirlo e non negarlo. Favorirlo, non sopprimerlo. Dovrebbe aumentare il finanziamento ai partiti, che in tantissimi paesi europei è nettamente più cospicuo che da noi, magari a scapito degli stipendi dei parlamentari. Poi certamente andrebbe regolamentato e reso trasparente, imponendo alcuni vincoli ai partiti.
Da noi si abolisce il finanziamento pensando di decurtare gli stipendi dei politici e non si capisce che a rimetterci, come ha ricordato Ugo Sposetti al Corriere della Sera, sono in realtà le persone che nei partiti e nelle fondazioni collegate lavorano per poche centinaia di euro al mese. Sono quelli che lo fanno per passione prima ancora che per denaro a pagarne le conseguenze.
Ma non è solo questo. L’abolizione del finanziamento alla politica ha a che fare con l’essenza stessa della democrazia sostanziale. Persino un bambino capirebbe che, senza il finanziamento, si andrebbe incontro solo a tendenze plutocratiche e degenerative: la politica la potrebbero fere solo i ricchi e i partiti diventerebbero ricattabili da chi ha denaro e sarebbero, dunque, costantemente sotto lo scacco delle lobby economiche e dei poteri forti. Vince il mercato, perde lo Stato. Vincono le banche e le imprese, perdono i cittadini. Il pubblico si suicida a favore del privato. Una tragedia politica e sociale.
Nel discorso pubblico si lascia credere che siano i cittadini a volere l’abolizione; in realtà è il mondo della finanza e dell’economia che lo desidera visto che teme, in questo periodo di crisi, le risposte che possono venire da partiti strutturati che possono portare avanti istanze reali di cambiamento dal basso. Sono gli stessi soggetti che, avendo a disposizione i mass media, sono riusciti a montare la polemica, inconsistente, contro la casta. Voglio che lo Stato non finanzi la politica ma poi pretendono che utilizzi i soldi dei cittadini per pagare i debiti delle banche.
Chi difende la democrazia dei partiti viene accusato di essere novecentesco. Sarà. Ma chi lo dice, dietro la sua presunta ipermodernità, è in realtà un ottocentesco che propone (inconsapevolmente?) il ritorno ai notabili muniti di comitati personali, alla società civile (molto più ridotta del corpo elettorale) che, in virtù del suo potere cognitivo ed economico, persegue solo interessi privati senza quella “intuizione del mondo” tipica dei partiti.
È la vittoria delle miserie del liberalismo italiano che smise di essere classe dirigente quando comparvero i partiti dimostrando di non sapere dialogare con la modernità della democrazia di massa. Allora, per togliere di mezzo i partiti, si servì anche del fascismo. Oggi è bastato solo aver montato una battaglia mediatica e populista per raggiungere lo stesso scopo.
huffingtonpost.it

sabato 1 giugno 2013

Assange: 'Io, la politica e Grillo'

di Stefania Maurizi - l'espresso -

Dalla sua stanza nell'ambasciata ecuadoriana a Londra, in cui vive segregato da più di un anno, il fondatore di Wikileaks parla della candidatura al senato australiano e commenta il ruolo della Rete. Dicendoci scettico sulla 'democrazia digitale', anche nella versione M5S. Perché la gente vuole poter delegare. E potersi fidare di chi elegge
(31 maggio 2013)
Julian Assange nella sua stanza dell ambasciata dell Ecuador a LondraJulian Assange nella sua stanza dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra
Il palazzo in mattoncini rossi a dieci passi dai celebri magazzini Harrods è ancora quello. E gli agenti di Scotland Yard che lo sorvegliano giorno e notte sono ancora lì con i loro furgoni e le loro occhiute telecamere. E' passato un anno, ma Julian Assange è ancora rinchiuso nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, senza la possibilità di mettere un solo piede fuori senza essere arrestato da Scotland Yard, che mantiene l'edificio sotto un totale e continuo controllo, costato al contribuente inglese 4 milioni di sterline negli ultimi 12 mesi. E' in questa ambasciata che "l'Espresso" è entrato per la seconda volta da quando il fondatore di WikiLeaks ha ottenuto asilo politico dall'Ecuador.

L'Espresso lavora con Assange e la sua organizzazione da oltre tre anni. L'ha incontrato a Berlino poche settimane dopo il caso svedese, con il suo bagaglio e i suoi computer stranamente spariti durante il viaggio aereo per Berlino e lui costretto a presentarsi all'appuntamento con una busta di plastica con spazzolino e sapone. L'ha visto accerchiato durante il rilascio dei cablo della diplomazia Usa, lasciato solo nella battaglia contro le carte di credito, messo agli arresti domiciliari per diciotto mesi con un braccialetto elettronico intorno alla caviglia e infine sepolto in una stanza dell'ambasciata di circa 20 metri quadri piena finoa scoppiare di libri, computer, tapis roulant, tavolo, libreria, letto. Mai Julian Assange si è dato per vinto. E oggi che lo ritroviamo nella stessa stanza, Assange non solo regge, ma è in grande forma fisica e mentale.

Il viso è tornato quello di un tempo e il corpo non appare segnato dai dodici mesi di segregazione. Anche la stanza in cui vive e lavora è più vivibile. Il letto è sparito, la libreria ingombrante è stata spostata. Ma l'assenza di aria fresca e di luce naturale continua a essere impressionante. E la lavagnetta lucida su cui è abbozzato a pennarello un protocollo medico rimane lì a ribadire l'eccezionalità della sua situazione.
 Ci accoglie a cena, l'unico momento in cui si distoglie dal computer che è praticamente parte della sua identità. La routine di Julian è rimasta la stessa: lavora fino a tarda notte. "E' lo scontro con gli Stati Uniti che ha creato un'enorme pressione su di noi a tutti i livelli: di Stato, di intelligence, di politica. E a livello legale, finanziario e mediatico", ci aveva detto l'ultima volta. Sei mesi dopo, questi problemi rimangono tutti e nessuno sa come si concluderà questa storia incredibile.

La prossima settimana negli Stati Uniti inizierà il processo a Bradley Manning, il giovane soldato americano che ha ammesso di aver passato i documenti segreti del governo Usa a WikiLeaks. "Voglio che l'opinione pubblica sappia la verità [...], perché, senza informazione, non può prendere decisioni consapevoli", ha confessato in una chat online che gli è stata attribuita e in cui ha spiegato le motivazioni dietro la sua decisione di passare un enorme numero di file segreti a WikiLeaks.

Subito dopo quella chat, nel maggio del 2010, Manning è stato arrestato. E' stato tenuto per 11 mesi in condizioni inumane e poi, in seguito a una campagna internazionale, le sue condizioni di detenzione sono migliorate. E' in prigione senza processo da tre anni. Il prossimo 3 giugno dovrà presentarsi di fronte alla corte marziale per un dibattimento in cui la segretezza regnerà sovrana: 24 testimoni dell'accusa testimonieranno in segreto. Mentre WikiLeaks si prepara alle udienze sfidando la riservatezza del processo con un ricorso legale, Julian Assange parla a "l'Espresso" della sua decisione di candidarsi per il senato australiano.

Lei è pronto a correre per le elezioni australiane e ha scritto il libro "Cypherpunks" in cui vede internet come un grande strumento per l'emancipazione, ma allo stesso tempo anche come uno strumento per il totalitarismo. Come vede il rapporto tra democrazia e internet?
«Negli ultimi vent'anni la società si è completamente fusa con la Rete, che ne è diventata il sistema nervoso sia a livello nazionale che internazionale. Le relazioni con gli amici, la famiglia, i rapporti tra le grandi e piccole aziende, tra gli individui e lo stato e anche tra gli stati sono ormai mediati da internet a un livello di cui la gente neppure si rende conto. In risposta al potenziale democratico della Rete, gli stati hanno fatto una contromanovra: scoprire cosa fanno esattamente i cittadini in ogni minuto del loro tempo, ovvero la sorveglianza di massa su scala così massiccia che neanche la Stasi avrebbe potuto immaginarla. Sembra fantascienza ma non lo è. E' qualcosa che è accaduto per ragioni molto pratiche: i costi della sorveglianza di massa si dimezzano ogni anno. E questo ha portato al più grande furto nella storia dell'umanità: il furto della mappa delle relazioni sociali in intere nazioni. E' possibile scoprire l'intera rete di relazioni usando la mappatura delle comunicazioni, che permettono di capire chi parla con chi e quando. Se lei ha le registrazioni delle comunicazioni di un intero Paese, usando i computer può automaticamente fotografare l'intera rete delle relazioni sociali: questo è esattamente quello che ha fatto la National Security Agency negli Stati Uniti».

domenica 26 maggio 2013

ALTER SUMMIT ad Atene 7 - 8 giugno 2013




 Un MANIFESTO dei Popoli

Le nostre urgenti e comuni priorità per una Europa

democratica, ecologica e femminista

 

FERMIAMO L’AUSTERITY E RIVENDICHIAMO UNA REALE DEMOCRAZIA!

L'Europa si trova sul bordo di un precipizio, proiettata verso l'abisso. Le politiche di austerità portano i popoli dell'Europa nella povertà, minano la democrazia e smantellano le politiche sociali. Crescenti disuguaglianze mettono in pericolo la coesione sociale. La distruzione ecologica sta peggiorando e nello stesso tempo acute crisi umanitarie devastano i paesi più colpiti. Le donne e i giovani sono i più colpiti.

L'oligarchia europea impiega metodi sempre più autoritari per puntellare un fallimentare sistema neoliberista, tutto questo nonostante una diffusa protesta e resistenza. La democrazia e la pace sono minacciate. La discriminazione, religiosa, razzista, omofoba, sessista e i nazionalismi sono in aumento e la crisi si sta aggravando di giorno in giorno. E’ a rischio ora l’esistenza stessa dell'Unione europea , mentre le attuali politiche indeboliscono la solidarietà tra i popoli europei.

La nostra priorità è quella di costruire una Unità Europa basata su uguaglianza, solidarietà e autentica democrazia. Le istituzioni europee e i governi europei oggi servono gli interessi dei mercati finanziari, senza alcun rispetto per la sovranità popolare. Devono essere messi sotto il controllo democratico, così come devono prevalere l'interesse pubblico e devono essere rispettate le esigenze ecologiche e sociali. Su questi principi fondiamo le nostre richieste, per una Europa democratica sociale, ecologica e femminista, in solidarietà con i popoli del mondo.

I)                   Porre fine alla schiavitù del debito

Il debito pubblico deriva da scelte economiche e politiche che ancora sono nell’agenda delle istituzioni e dei governi europei. Decenni di politiche fiscali regressive hanno consapevolmente e scandalosamente arricchito una piccola minoranza, mentre le entrate pubbliche sono diminuite e istituzioni pubbliche, utilizzando soldi pubblici, hanno salvato le banche dal fallimento. Le politiche di austerità hanno drenato risorse delle piccole imprese e delle famiglie e aggravato la recessione. La speculazione sui titoli di stato è un gioco banale per le banche private, mentre le finanze pubbliche sono state contaminate dalla corruzione e dalla collusione tra politici e interessi economici privati​​.

Inoltre, in molti paesi il debito privato, al contrario di quello nazionale, è dovuto ai prestiti delle famiglie, un debito aggressivamente promosso dal settore finanziario e dai governi, al fine di compensare la stagnazione dei salari reali, mentre i prezzi sono in aumento.
Le misure imposte dalle istituzioni europee e dei governi sono progettati per far pagare alla gente questo debito. Tuttavia, in gran parte, il debito può essere considerato illegittimo visto che è stato accumulato senza alcun riguardo per il bene comune. E' ormai chiaro che alcuni paesi non saranno mai in grado di rimborsare il loro debito.

I diritti umani devono venire prima della copertura del debito e i bisogni umani prima del profitto. Come questione di urgenza, chiediamo misure a livello europeo per liberare le persone dalla pressione dei mercati finanziari e dalle politiche di austerità. La fiscalità, le tasse e le politiche monetarie devono essere modificate in modo da disinnescare la trappola del debito.
Le nostre comuni e urgenti richieste:

  1. Cancellare immediatamente il «memorandum» imposto dalla Troika ai paesi più indebitati. Annullare  una quota considerevole del debito pubblico senza danneggiare gli interessi dei piccoli obbligazionisti, risparmiatori e pensionati. Le banche e il settore finanziario devono assumere la loro quota delle perdite. Devono essere definite democraticamente specifiche somme da annullare. A questo scopo, la creazione di istituti revisori dei cittadini sul debito può essere un utile strumento.
  2. Sospendere i rimborsi fino a quando le popolazioni non saranno protette dal peggioramento della povertà e dalla disoccupazione e fino a che siano garantiti uno sviluppo economico e una transizione ecologica, consolidati i servizi pubblici e rafforzati i diritti sociali ed economici.
  3. Mirare al segmento più ricco della popolazione, per  un prelievo di ricchezza una tantum.
  4. Mandato e obbligo della Banca centrale europea e di altre istituzioni bancarie pubbliche europee di concedere prestiti direttamente agli Stati con un basso interesse e sotto il controllo democratico senza la "riforma" neoliberista di condizionamento del programma.

domenica 19 maggio 2013

Il 7 e l’8 giugno ad Atene si terrà l’Alter Summit

    
Il 7 e l’8 giugno ad Atene si terrà l’Alter Summit

di Roberto Morea -
Lo sbandamento che viviamo come italiani, sembra non finire mai, travolti da sommovimenti e spinte contrapposte ci troviamo un giorno a sentire vicino il cambiamento possibile, la fine di un ventennio di “annichilimento” e il giorno dopo sommersi nuovamente nello sconforto del “non cambierà mai niente”.

Forse per capire meglio, per avere una bussola un po’ meno volubile, può essere utile pensare alle dinamiche che viviamo come parte di movimenti ed interessi che li coinvolgono e li condizionano. Come i processi economici e di governo della sfera europea.
Da anni ormai il condizionamento che l’istituzione europea esercita sugli Stati nazionali ed il conseguente svuotamento di senso delle democrazie nei nostri paesi, è cosa nota, eppure ancora sembra difficile concepirsi in questa dimensione. Così mentre le potenze economiche organizzano il banchetto, destinato ai pochi esclusivi top player, in cui il piatto forte è la dismissione di tutto ciò che gli europei hanno costruito con le loro mani: ospedali, case, porti, scuole, diritti, welfare… noi restiamo vincolati ad una sindrome da fortino sotto assedio, perdendo pezzo dopo pezzo ogni conquista ed ogni diritto. Eppure qualcosa, fuori e dentro i nostri confini si sta muovendo. Processi di aggregazione di associazioni movimenti e sindacati, impegnati a ricostruire un ruolo, uno spazio ed una iniziativa pubblica, sono in opera e possono portare buoni frutti. E’ il caso della rete per l’Alter Summit che si terrà ad Atene il 7 e 8 giugno prossimo.
Quando è iniziato il processo dell’Alter Summit, nato nell’alveo del Social Forum europeo, è stato rimesso al centro il tema della democrazia. Per questo organizzazioni di differenti paesi e differenti culture, si sono riconosciuti su una piattaforma comune, per provare a costruire iniziative concrete e condivise. Il percorso non è stato breve e ha avuto inizio con la scelta di una cinquantina di organizzazioni e associazioni di riunirsi, sotto la sigla della Join Social Conference, primo tentativo di creare un terreno di incontro tra soggetti che, per caratteristiche di forma, interesse e geografia, sono difficilmente riconducibili a una comune analisi e a iniziative condivise.
Con lo scatenarsi della crisi economica e con l’erosione dei diritti e del welfare, prodotta dalle politiche di austerity, la rete della Join Social Conference si è ritrovata nuovamente unita nell’assumere posizioni fortemente critiche nei confronti delle scelte adottate dalla oligarchia europea, sorda rispetto alle necessità dei più deboli. L’impotenza davanti alle scelte impopolari assunte in paesi come Grecia, Spagna e Portogallo in ossequio alle richieste dell’Unione Europea, nonostante gli innumerevoli e partecipatissimi scioperi generali e le impressionanti manifestazioni di piazza, la carenza di vere risposte alternative e la mancanza di una opposizione capace di ridefinire una Europa solidale e giusta, hanno portato ad una più forte coesione tra i membri della rete e alla scelta di definire una piattaforma comune e che resta aperta a tutti coloro che durante il processo vogliano contribuire alla definizione di una strategia comune.
Da qui l’idea di lanciare un appuntamento europeo ad Atene sotto la sigla dell’Alter Summit, decisa nelle giornate di Firenze 10+10 lo scorso anno.
La scelta del luogo non è casuale. Si terrà ad Atene in solidarietà con le popolazioni greche, che vivono uno stato di impoverimento disastroso e così duramente colpite dai pesanti tagli allo stato sociale, dallo smantellamento di ogni ruolo del pubblico.
L’esproprio stesso della democrazia che in quel paese è evidente, ha fatto nascere una serie di iniziative per porre rimedio ad una ingiustizia sociale sempre più acuta.
Persone che perdendo il lavoro non possono più pagare le bollette della luce e si vedono tagliare la corrente elettrica, case senza riscaldamento vengono riscaldate a legna qualche volta provocando incendi e morti, persone che non possono più accedere alla sanità pubblica rimasta senza medicinali e strumenti, a cui anche il diritto alla salute è fortemente a rischio, come nel caso delle donne a cui non è più garantito il parto gratuito e per farlo devono pagare 800 € e 1200 nel caso di un cesareo. Crescono di numero le mense popolari e dormitori per chi si è visto sfrattato dalle banche per non riuscire a pagare il mutuo. Tutto questo ha messo in moto una attività di solidarietà e la creazione di una rete internazionale “solidarity for all” che raccoglie medicinali, alimenti e qualsiasi cosa possa aiutare il popolo greco.
Atene anche perché, se quel paese è stato il laboratorio in cui si sono realizzati gli effetti devastanti delle politiche europee, possa diventare ora il luogo della costruzione dell’opposizione continentale.
Il prossimo 7 e 8 giugno si ritroveranno nella capitale greca più di 200 organizzazioni provenienti da tutta Europa. Molte saranno le assemblee che si svolgeranno nel corso delle due giornate di Atene; una, in particolare, sarà dedicata alla presentazione del Manifesto dei Popoli, un documento congiunto in cui sono raccolte non solo le accuse nei confronti delle politiche europee, ma anche le rivendicazioni più urgenti da presentare alla comunità europea. Non a caso l’appuntamento si chiuderà con una grande manifestazione contro le scellerate politiche assunte dagli Stati su imposizione delle istituzioni europee.
Attraverso la rete dell’Alter Summit si sono costituiti comitati locali e coordinamenti territoriali, si sono messi in relazione il nord e il sud, l’est e l’ovest in una prospettiva di apertura con l’area mediterranea che può condurre a una ridefinizione dell’Europa stessa. Un’Europa pensata come costruzione multi centrica, non più fondata esclusivamente sull’asse franco-tedesco e per questo l’Alter Summit era presente al Social Forum di Tunisi, per iniziare a costruire un percorso che dal Mediterraneo raggiunge tutta Europa.
Atene costituisce, quindi, una tappa importante di un cammino segnato da molti appuntamenti. Da qui a giugno partirà un “carovana” di iniziative che attraverserà tutta l’Europa. A volte veri e propri convogli di pullman, come ad esempio quelli che partiranno dal Portogallo per arrivare ad Atene, altre volte iniziative come quella programmata a fine aprile a Parigi o il forum sovversivo a Zagabria tra il 5 e il 12 maggio o, ancora, Blockupy Frankfurt a fine maggio. Saranno momenti di discussione e manifestazioni contro le politiche europee, in connessione con l’appuntamento in Grecia. Anche le organizzazioni italiane che hanno aderito al processo dell’Alter Summit parteciperanno alla carovana con iniziative sui territori, in difesa dei beni comuni e dei diritti dei lavoratori, intesi come principi costituenti di un’altra idea d’Europa, non più fondata sul potere economico di pochi e sull’esclusione delle fasce più deboli.
L’appuntamento per tutti è quindi ad Atene

domenica 21 aprile 2013

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact. Intervento di Giorgio Cremaschi

Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi
                
Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.
Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.
Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.
Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.
E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.
D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.
PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.
Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

lunedì 15 aprile 2013

“La storia non perdona niente”

di Elisabetta Teghil - sinistrainrete -

La Corte europea per i diritti umani, in data 2 aprile 2013, ha emesso una sentenza con cui sancisce che il numero chiuso che regola l’accesso in Italia a determinate facoltà universitarie non viola il diritto allo studio.

Otto studenti italiani erano ricorsi alla Corte di Strasburgo perché non avevano superato i test di accesso.


I test di accesso sono legati al numero chiuso delle iscrizioni e, checché ne dica l’Unione Europea, vanificano il principio del diritto allo studio per tutte/i, perché è evidente che non tengono conto del vantaggio che alcuni studenti/e hanno per via dell’estrazione sociale che poi significa anche diversa base culturale.

Di fatto viene meno da una parte il ruolo dell’Università come occasione di socializzazione dei saperi, dall’altro quello di promozione sociale.

Anni di lotte e di conquiste vengono annullati, si ritorna allo spirito degli anni ’60 quando, in quinta elementare, si doveva fare l’esame di Stato, passaggio obbligato per accedere alle Medie, dove si verificava un’ulteriore selezione di classe. Il ragazzo/a, sicuramente non per interessi personali, era costretto/a a scegliere fra le Medie vere e proprie e il così detto “Avviamento” che preludeva al lavoro… E le scuole di allora ribadivano la collocazione di classe anche nella struttura architettonica: molte erano impostate in modo da avere una triplice entrata, una riservata al personale, una ai ragazzi/e che facevano le medie, la terza per chi faceva l’avviamento.

E, come denunciò a suo tempo, Don Milani, si era bocciati/e anche in prima elementare.

Anche allora i ragazzi e le ragazze che sostenevano e superavano l’esame di Stato di quinta elementare erano il frutto di una selezione di classe nel senso compiuto del termine perché ne venivano tagliati fuori quelli/e più poveri/e dal punto di vista economico. Il che coincideva sempre con la connessa povertà culturale.

Un’altra strozzatura era costituita dall’esame di terza media. Anche qui la collocazione sociale coincideva con quella culturale e con le relative scelte scolastiche successive.

Alcuni/e approdavano ai Licei, la stragrande maggioranza faceva le scuole professionali.

Le scuole professionali non permettevano l’accesso a nessuna facoltà universitaria.

Ma è necessario fare un distinguo anche per i Licei, non a caso ne abbiamo parlato al plurale, perché esisteva quello scientifico e quello classico e solo quest’ultimo permetteva l’iscrizione a tutte le facoltà. Lo scientifico solo ad alcune.

domenica 7 aprile 2013

Il Gran Consiglio dei saggi come la curia regis

 
Ugo Mattei - ilmanifesto -
Le due commissioni costituite da Napolitano non rispettano la normalità democratica e la Costituzione (nella formazione dei governi). Ma rispondono all'Europa dei mercati
Sabato scorso Napolitano ha annunciato la nomina di un nuovo organo costituzionale che propongo di chiamare, senza necessità di esplicitare l' inquietante assonanza, il Gran Consiglio del Riformismo. Il Gran Consiglio non è organo esecutivo, perché il Presidente ha preferito confermare il governo in carica, accogliendo la posizione del teorico della prorogatio, il collega Becchi, senza curarsi della ratio dell' art. 94 Cost., per cui «entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia». E' vero che Monti non è stato mai sfiduciato dalle vecchie Camere, ma è anche vero che adesso c'è un nuovo Parlamento. Se poi vogliamo dirla tutta, neppure Berlusconi, che di voti a febbraio ne ha presi ben più di Monti, era stato sfiduciato quando fu accompagnato alla porta da Napolitano su indicazione della Bce.
Tuttavia, il problema adesso non è la natura costituzionale di un governo dimissionario in prorogatio da mesi, che seguita a prendere impegni con l'Europa cui deve poi rispondere il popolo, ma quella del neonato Gran Consiglio del Riformismo, il quale se non è un surrogato del governo, non può neppure considerarsi un organo del legislativo, anche se sembra avere il compito di produrre proposte di legge per guidare i lavori del nuovo Parlamento. Una tale funzione, sostitutiva della presidenza delle due Camere, sarebbe forse potuta essere assegnata ad un nuovo organismo dal Parlamento, con una legge (probabilmente costituzionale) non certo dal Capo dello Stato, le cui prerogative sono disciplinate molto chiaramente dagli art. 87 e 88 della Costituzione. Il Gran Consiglio, sebbene debba preparare "le riforme", non è neppure una commissione bicamerale per la riforma costituzionale, che va istituita per legge costituzionale, ma è qualcosa di diverso ancora.
Bisogna risalire a Francesco Cossiga per trovare un precedente. Il picconatore, sebbene in un contesto e con funzioni molto diverse, istituì a un certo punto la Commissione Paladin, dal nome del costituzionalista che la presiedette, per far luce sui poteri presidenziali nel caso di dichiarazione di guerra. Ma in quel caso il compito era di definire i poteri del Quirinale, non di condizionare quelli altrui, vuoi del Parlamento, vuoi del presidente successivo.
Insomma, il Gran Consiglio del Riformismo è davvero è un'istituzione extra ordinem nel diritto italiano, somigliando piuttosto a quella curia regis, di cui si dotò Guglielmo di Normandia nel lontano 1066, destinata a un brillante futuro nello sviluppo della monarchia costituzionale britannica.
A voler essere costituzionalmente rigorosi, anche se mi rendo conto che il testualismo interpretativo non è di moda, ci si potrebbe domandare se non costituisca etimologicamente un attentato alla Costituzione (art. 90, Cost.), il tentativo di modificarla ex abrupto sovrapponendo un nuovo organismo con funzioni costituzionali, che per quanto si spera limitatamente nel tempo, in ogni caso modifica il normale funzionamento della macchina costituzionale.
In effetti, l'atto cui il Presidente della Repubblica (art. 92 comma 2) era costituzionalmente chiamato era quello di nominare l'incaricato di formare un nuovo governo il quale avrebbe dovuto chiedere la fiducia entro 10 giorni al Parlamento ed essere in ogni caso in carica finché non se ne fosse nominato uno nuovo. Il modo costituzionalmente rituale di adempiere a tale alto dovere, era di discendere dal più votato in giù nella nomina di tale Presidente incaricato, per esplorare a seguito di un dibattito parlamentare, le imprevedibili circostanze di un voto prima nell' una e poi nell' altra Camera.
In effetti, nelle condizioni attuali di un sostanziale pareggio fra tre forze politiche, richiedere a Bersani o altri di dimostrare «una solida maggioranza parlamentare» altro non poteva essere che la preparazione della mossa istitutiva del Gran Consiglio del Riformismo. Quest'organo di un riformismo che non è più democrazia serve da un lato a imporre la grande coalizione politica, esito voluto per diverse ragioni, da Napolitano dal Pdl e da Grillo, ma non per ora dalla coalizione Bersani-Vendola né certo dal popolo italiano, dall'altra a "rassicurare i mercati". Infatti, nel caso di fallimento dell'asse Bersani\Monti, la Grande Coalizione era l'esito voluto dall'Europa e dai mercati, istituzioni le cui direttive Napolitano interpreta in modo ben più letterale rispetto a quanto non faccia con il fraseggio della Carta Fondamentale.
Secondo il nostro diritto e la nostra venerata prassi costituzionale, se Bersani non fosse riuscito a ottenere la fiducia in Parlamento, Napolitano avrebbe dovuto vedere se per caso ciò non fosse stato possibile a qualcuno indicato dal Movimento 5 Stelle (secondo soggetto politico più votato dopo Italia Bene Comune, ancorché primo partito). Infine, se anche costui non fosse riuscito a trovare una maggioranza, sarebbe stato per qualcuno indicato dal Pdl. Questo lineare processo costituzionale, con protagonista un Presidente della Repubblica coerente con il suo attuale ruolo costituzionale (l'Italia è una repubblica parlamentare, non un modello presidenziale e neppure semi-presidenziale), avrebbe potuto completarsi nei quindici giorni da riempire vista l'indisponibilità di Napolitano (questa assolutamente sì nei suoi poteri) a dimettersi. Tutto ciò sarebbe avvenuto, come previsto dalla Costituzione, con un'aperta e democratica discussione parlamentare seguita da uno o più voti di fiducia, senza Gran Consiglio del Riformismo e senza ipoteche sul prossimo inquilino del Quirinale (sempre che davvero se ne riesca ad avere un altro).
La nostra Costituzione indica un cammino tortuoso e difficile ma aperto e democratico. In effetti, è proprio la normalità democratica in Italia a essere temuta dall'Europa, dai mercati e dalle loro vestali pronte a tradire lettera e spirito di una Costituzione pensata per un popolo libero e sovrano. Istituendo il Gran Consiglio del Riformismo, Napolitano può dare il segnale che i mercati vogliono e quindi potrà salvarci un'altra volta: tranquilli! il ritorno alla democrazia, sospesa con Monti, non è ancora all' orizzonte. L'Italia continuerà sempre più diligentemente a "fare le riforme".

Una nuova Alba

- democraziakmzero - 

di ROBERTO MUSACCHIO
Alba ci riprova. Il gruppo di intellettuali e di soggetti dei movimenti che aveva dato vita al “Manifesto per un soggetto politico nuovo” per poi provare ad affrontare anche la sfida della rappresentanza con la proposta di Cambiare si può, torna sulla scena politica. Lo fa con un appuntamento di discussione aperta, “Dopo il voto affrontiamo il nuovo mondo”, sabato 13 aprile a Firenze, al teatro Puccini, cui prenderanno parola tanti che di Alba sono parte e altrettanti che hanno accompagnato il progetto o che lo incontrano per l’occasione. E l’occasione è di quelle classiche, e cioè il che fare dopo il voto che ha terremotato tante certezze e consegnato una fase che più incerta non si può.
Anzi, se si vogliono prendere di petto subito gli aspetti più dolorosi, l’unica certezza è che una certa sinistra, quella diciamo così alternativa alle politiche di austerità, ha subito ancora una volta una cocente sconfitta. E questo naturalmente conta, nella discussione. Che però, se non deve, anche qui per l’ennesima volta, rimuovere l’asprezza della realtà, deve però, se vuole provare ad essere produttiva, cercare di misurarsi con gli elementi più generali del quadro.
Comunque, l’appuntamento si presenta come uno dei pochi che possa consentire una discussione aperta e trasversale, non pregiudicata dalle esigenze di sopravvivenza di vecchie appartenenze. Si può sperare che contribuisca ad evitare ciò che accadde dopo la sconfitta della Sinistra Arcobaleno, nel 2008, quando ciascuno si trincerò nei propri fortini, per altro squassati da nuove divisioni, e mancò del tutto l’occasione di una riflessione comune.
Ora le ferite sono altrettanto profonde. Anche per chi aveva provato con Cambiare si può a mettere in campo da subito, anche sul terreno della rappresentanza, quella che era stata una intuizione politica poi rivelatasi giusta. L’idea cioè che nello spazio politico italiano si andava consumando una crisi radicale dei soggetti partitici e degli assetti della seconda repubblica e che, contestualmente, venivano ormai al pettine i nodi di una costruzione europea, quella della austerità, che non teneva più.
Queste due intuizioni hanno poi trovato ampia conferma nel voto. Per la prima volta nell’epoca della seconda repubblica è stata sconfitta l’idea dominante della governabilità e si è determinata una rottura profonda negli assetti consolidati. Questo rende ancora più bruciante la sconfitta di quelle forze che lo avevano intuito ma che si sono mostrate incapaci di occupare uno spazio politico che è andato al grillismo.
Si pagano gli errori antichi , compresi quelli della dissennata gestione del dopo sconfitta dell’Arcobaleno. A questi si sono sommati gli altri compiuti più recentemente e che hanno portato all’affossamento di una proposta politica come quella di cambiare si può che pure aveva suscitato nuove energie.
Manca naturalmente la controprova di come avrebbe retto il confronto elettorale quel tipo di impostazione invece del cartello di Rivoluzione civile. Ma mi sembra di poter dire, anche alla luce dello squagliamento immediato di quel cartello, e invece dal mantenersi in campo di alcuni propositi sopravvissuti dell’esperienza di Cambiare si può, che almeno si sarebbe potuto con quest’ultima forse reggere meglio l’impatto.
Ma siccome il tema non è la recriminazione ma la comprensione, rispettosa anche dei punti di vista altrui, e l’andare avanti, se si può, proviamo a vedere come. Intanto approfondendo.
Già i materiali di questa prima fase del dopo voto offrono elementi importanti con cui provare a ripartire. Il voto stesso ha detto che l’idea di una gestione conservativa o puramente migliorativa dell’esistente non regge la prova dei fatti. Intendendo per prova dei fatti il consenso e lo spazio di manovra. La coalizione di Bersani nel mettere al centro della propria proposta il rispetto degli impegni europei ha convinto gli establishment ma non ha ottenuto quel consenso che pensava di avere. Anzi, il suo risultato è francamente minimo. Il mettere come primo degli 8 punti, ora, il provare a cambiare le politiche europee, segnala una crepa.
Ma il pensare che questo sia l’inizio di un cambio di collocazione e di rotta strategico mi parrebbe un gigantesco abbaglio politicista. La costruzione dell’Europa del dopo compromesso sociale, quella della crescita liberista, della finanziarizzazione, delle tecnocrazie, del pessimo compromesso franco-tedesco e al fine della austerità costituente, è un elemento troppo profondo per essere rimosso con facilità e senza una vera rottura. Basta pensare a come, dopo gli 8 punti di Bersani, gli europarlamentari del Pd abbiano votato il “two pack” che dell’austerità è un’altra tappa. Per giunta questa costruzione è profondamente intrecciata da un lato al cambio di segno del socialismo europeo che solo una lettura volutamente superficiale può circoscrivere a Blair e che invece riguarda purtroppo il complesso di questa esperienza storica.
E dall’altro lato è altrettanto profondamente intrecciata con la nascita stessa del Pd, col prodismo per parlare anche di un aspetto nobile. Il Pd come espressione precisamente di quella cultura della governabilità, o meglio dire della governance, che ha sostituito l’idea della democrazia partecipativa, socialmente connotata e trasformativa. E in cui il massimo del “riformismo” è sussunto dall’idea delle “buone pratiche”, e cioè alla fin fine le pratiche buone per la governance.
Per giunta questa natura profonda del Pd non riguarda solamente i gruppi dirigenti. Sarebbe ormai ora di provare a fare una analisi del corpo reale e del magma culturale che si ritrova all’interno dei confini della coalizione del Pd, delle sue culture e delle sue espressioni. La “governance della governance”, per usare un gioco di parole che vuol dare l’immagine di ciò che governa il vissuto di quel corpo politico, lascia però affiorare costantemente pulsioni che sono a volte assai simili a quelle grilline, anche quando esprimono la critica più radicale ai 5 stelle. E nella governance della governance il moderatismo pseudo europeista (chiamo così la sussunzione in una idea di Europa che si fa alibi e fa male alla costruzione dell’Europa stessa) si avvale di materiali fideistici propri di vecchie ortodossie. Diciamo che i “marxisti per Tabacci” sono stati una felice rappresentazione di qualcosa che c’è.
Naturalmente questa durezza di analisi , la stessa che penso di dover usare per noi e per me stesso, non vuole essere liquidatoria o irrispettosa, né sottacere o sottovalutare ciò che di altro si muove. Vuole solo evitare la rimozione opportunista dei problemi e gli inutili diplomatismi.
Di fatto questa costruzione ha sostanzialmente subito tutta la gestione della fase messa in campo da quello che Draghi ha chiamato il pilota automatico. E che ha valide propaggini italiane. Questo vale per tutto il periodo che va dal governo Monti ad oggi. E che ha determinato prima la sussunzione nel profilo costituente che questo governo ha avuto e poi la non comprensione dell’esplodere del fenomeno Grillo. Che corrisponde precisamente all’esplodere della governance per quello che è stata fin qui. Oltrechè, naturalmente, ad una trasformazione profonda del corpo sociale con l’emergere di una nuova dimensione di cittadinanza individualizzata corrispondente anche a nuove figure prodotte dalle trasformazioni del lavoro e della produzione. Sta di fatto che la reazione oscilla tra le blandizie e le minacce rivolte a Grillo. Entrambe sostanzialmente subalterne e probabilmente inefficaci.
Per giunta si palesa ormai incombente il rischio di una vera e propria crisi istituzionale. Il modo assurdo con cui si è edificata la seconda repubblica, e cioè con strappi ripetuti all’impianto costituzionale, dettati dalle pulsioni alla governance e a rendere la rappresentanza e il Parlamento servili ad essa, e allo pseudo europeismo, ha prodotto vulnus sempre più profondi, per altro unici in Europa visto che in nessun altro Paese si è realizzata una così totale subordinazione della rappresentanza al governo. Quella sorta di presidenzialismo di fatto che stiamo vivendo ne è solo un aspetto. Altri, forse ancora più gravi, sono nella totale incertezza della natura della rappresentanza, delle sue responsabilità e delle sue libertà. Crisi e ribaltoni sono stati la quotidianità dell’era del maggioritario. Con l’impossibilità per altro di condividere il giudizio sulla natura delle scelte visto che ciò che per l’uno è ribaltone per l’altro è assunzione di responsabilità, ciò che per l’uno è libertà per l’altro è tradimento per altro con metri di giudizio che cambiano a seconda della collocazione del momento.
Naturalmente tutto ciò non assolve le nostre responsabilità. Dico nostre, cioè di chi pensava di poter contribuire a far si che in Italia vi fosse una sinistra dotata di autonomia politica culturale rispetto a tutto ciò. Sono talmente convinto che esse siano grandi che penso che qualsiasi ripartenza chieda a uno come me che ha avuto responsabilità, di non riproporsi né come figura apicale né come rappresentanza. Quello che però credo dovremo salvare è quella straordinaria capacità di militanza che ancora ha portato tante e tanti dall’Italia a partecipare ancora in questi giorni al bellissimo forum mondiale di Tunisi, dove per altro, cosa che mi ha colpito, non c’erano che un paio di parlamentari italiani. Ecco, il militante vorrei continuare a farlo. E vedere se siamo in grado di rifondare un percorso condiviso, che magari intrecci elementi territoriali con quelli della battaglia decisiva per un’altra Europa. Che non insegua il politicismo della crisi degli assetti ma provi a rovesciare i termini a partire dall’agire gli elementi di rottura indispensabili. Il no al fiscal compact. Il no alla Tav. Il si al reddito di cittadinanza. Il bisogno di un ritorno al valore progressivo e innovativo della Costituzione come base per individuare il nuovo Presidente della Repubblica e fare una nuova legge elettorale proporzionale. E per invadere con questi anche un Parlamento da cui si è esclusi. Alba, a Firenze, mi pare un’occasione per parlarne.

mercoledì 3 aprile 2013

Democrazia senza partiti

Marco Dotti intervista Marco Revelli

«Non può esserci democrazia funzionante senza il canale dei partiti. Nessuna nuova o più vitale democrazia può nascere dalla demonizzazione dei partiti». Con queste parole, pronunciate al Teatro Toniolo di Mestre nel settembre del 2012, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è fatto interprete di un timore largamente diffuso tra le classi dirigenti: il rapporto tra democrazie e forma-partito sarebbe sul punto di rompersi definitivamente. A tutto svantaggio, sostiene Napolitano, della democrazia. È davvero così? Marco Revelli insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale e ha da poco pubblicato un libro, Finale di partito (Einaudi, pagine 138, euro 19), in cui affronta la questione collocandola in un passaggio d’epoca ben più radicale – il pieno ingresso in una società post industriale – senza il quale ogni “pro” e ogni “contro” i partiti rischia di rimanere una sterile petizione di principio.

Una caratteristiche della nostra società è che gli individui si fidano sempre meno gli uni degli altri, perché stentano a riconoscersi. Finita l’era dell’ottimismo – ottimismo tecnologico, fede nel progresso o nel mercato – le basi materiali della fiducia si sono sgretolate e la caduta generale del legame ha inevitabilmente toccato anche il rapporto tra cittadini e partiti. È una crisi che spinge non pochi analisti a una facile equazione: più si abbassa il livello di fiducia nei partiti, più cresce la passività tra i cittadini. La crisi della fiducia sarebbe quindi il vettore di ciò che impropriamente viene chiamato “populismo” o tacciato di “antipolitica”. Lei come legge la situazione dentro questo quadro generale di défiance?
Marco Revelli: La caduta del legame di fiducia è clamorosa e oramai conclamata. La fiducia nei partiti, in Italia, tocca livelli parossistici e non supera il 5 per cento. Questo significa che solo un cittadino ogni venti crede ancora nella possibilità di un’azione concretamente democratica condotta attraverso i partiti politici.
Questa crisi di fiducia nei partiti rischia di intaccare anche la fiducia nelle istituzioni che, relativamente al Parlamento, si attesta su un misero 8 per cento. Comprendiamo subito che in una democrazia parlamentare come la nostra, laddove il Parlamento dovrebbe essere il vero sovrano, il sovrano è in realtà completamente sfiduciato. Fenomeno che in Italia, come detto, tocca livelli parossistici, ma è generale ed esteso a tutto l’Occidente. Negli anni Sessanta e Settanta, nonostante fossero anni di contestazione, di lotte sociali e di conflitti, la fiducia nelle istituzioni era altissima e toccava picchi del 70 per cento. Il mondo è cambiato ma troppo spesso chi ragiona “di” politica e “in” politica non registra questo cambiamento. Avverte il disagio, si accorge che le cose non funzionano ma come se ci si fosse allontanati da un modello che prima o dopo potrebbe riprendere funzionare: la democrazia dei partiti. Al contrario, quel modello è finito. Finito come è finita la grande impresa: come non possiamo illuderci che a Mirafiori tornino a lavorare cinquantamila operai, così non possiamo pensare che tornino i grandi partiti di massa. I partiti erano grandi fabbriche del consenso. Queste fabbriche non funzionano più, così come non funzionerebbero più le vecchie fabbriche di automobili. Dobbiamo cercare di capire come si riassesta la politica dopo questa mutazione genetica dei suoi protagonisti e dei suoi soggetti. Soggetti che, beninteso, non scompaiono ma i partiti di oggi hanno una parentela lontanissima con i loro progenitori.

Negli scenari futuri è possibile quindi una prospettiva di democrazia senza partiti?

Marco Revelli: Abbiamo conosciuto una fase specifica della democrazia dei moderni, quella della seconda metà del Novecento. Una fase che si caratterizzava per un modello democratico il cui protagonista principale e quasi esclusivo era il partito politico. Gramsci lo definì «il moderno principe» e difatti il partito sembrava il soggetto destinato a occupare quasi per intero la nostra modernità politica. In realtà, sappiamo che la democrazia – e anche la democrazia dei moderni sorta dopo la Rivoluzione del 1789 – è nata ben prima dei partiti. Prima esistevano certamente gruppi di notabili, raggruppamenti di individui ma ciò che tecnicamente chiamiamo “partito” non esisteva. Sottolineerei che persino un pezzo di Italia liberale tardo ottocentesca non conosceva i partiti strutturati come li abbiamo conosciuti col partito di massa. Sono stati i partiti socialisti e i partiti cattolico-popolari che hanno introdotto quella forma nella politica.

martedì 12 marzo 2013

La trappola della Casta per il M5S

di Pixel - sinistrainrete -

1. A quanto pare stanno fioccando petizioni di militanti del M5S per questa o quella soluzione alla crisi di rappresentanza istituzionale uscita dalle ultime elezioni. Noi non siamo militanti del Movimento ma in quanto suoi elettori vorremmo esprimere alcune preoccupazioni. E le esprimiamo direttamente ai neo deputati e ai neo senatori cinquestelle che abbiamo eletto. Una delle “soluzioni” che si stanno facendo largo nella confusione generale è questa: associare il M5S in un’operazione di “rinnovamento” che accolga in qualche misura le proposte di ritrutturazione-moralizzazione della politica: riduzione del numero di parlamentari e dei loro emolumenti, finanziamento pubblico ai partiti, legge elettorale e magari anche una qualche forma di “politometro” cioè lo screening patrimoniale all’inizio e alla fine di un mandato (cosa che se ben ricordiamo in Francia si fa da sempre o si faceva). Pur di uscire dall’impasse la “casta” è disposta a provvedimenti in questo senso, ancorché piangendo molte lacrime.
Ma la “casta” non è solo una banda di persone attaccate con le unghie e coi denti ai propri privilegi, pronta a corrompere e a farsi corrompere.
Certamente questa indubbia caratteristica spicca in un Paese in cui vengono richiesti continui “sacrifici”.
Ma il problema e proprio questo: mentre i signori del prossimo governo o semi-governo attueranno una politica di cosmesi con l’aiuto da loro auspicato del M5S (che poi getteranno sul piatto delle prossime elezioni come una loro “conquista”), la politica di austerity del precedente governo bipartisan continuerà il suo corso coi meccanismi già messi in movimento e con altri che verranno ben nascosti, complici i media, dai fuochi pirotecnici attorno alle misure di moralizzazione politica.

2. Facciamo solo alcuni esempi. Anche quest’anno dovrà essere pagata l’IMU. L’Istat ha già detto alla fine dell’anno scorso che gli Italiani non hanno più soldi per pagare un’altra volta questa tassa. Se non si correrà ai ripari saremo costretti a vedere un Paese di famiglie e di piccolo-medie aziende che si indebitano con le banche (se non addirittura con gli strozzini) per pagare una tassa statale. Una base di debiti forse pronta a trasformarsi in una nuova ondata di derivati, un’incredibile “cartolarizzazione” della vita delle famiglie italiane e del tessuto produttivo capillare del Paese che nemmeno lo Sceriffo di Nottingham avrebbe avuto la fantasia di concepire, degna dei Vicerè inglesi in India.
Un secondo esempio. Le Fondazioni bancarie sono pronte al colpo di mano per prendere il controllo della Cassa Depositi e Prestiti, cioè di quell’istituto nato per raccogliere il risparmio postale dei cittadini e utilizzarlo per il finanziamento a tassi agevolati degli investimenti degli enti locali.
Un istituto con grande disponibilità di liquidità (circa quattro volte l’insieme di tutte le nostre banche private) che il buon senso vorrebbe che fosse trasformato in un istituto di interesse pubblico anche con la possibilità di comprare titoli di Stato (cosa già oggi possibile). Ma con un regolamento golpista che consegna grandi poteri decisionali ai soci di minoranza (proprio le Fondazioni bancarie) si è invece deciso di trasformarlo in una vera e propria merchant bank. E il fiduciario delle Fondazioni è, guarda caso, Franco Bassanini, nome di prestigio del PD.
Così mentre si imbiancheranno i sepolcri, il saccheggio del Paese proseguirà su un binario prestabilito, tirando in ballo come al solito, se necessario, i metafisici “mercati” e gli “accordi europei” sul cui marmo è stata incisa l’Agenda Monti per renderla capace di sfidare ogni intemperie politica.
Non bisogna poi scordarsi dell’altra cassaforte che viene abitualmente saccheggiata quando c’è da mettere mano ai soldi degli Italiani, cioè l’INPS.
La cosiddetta “riforma” delle pensioni continuerà nel suo lavoro distruttivo. Anche in questo caso, mentre si moralizzerà la politica, gli esodati rimarranno senza stipendio, senza pensione e senza ammortizzatori sociali, cioè senza un euro. E solo una delle tante conseguenze, notevole perché narra molto bene della cialtroneria del fu “tecnico” e di chi lo ha sostenuto.
E infine con o senza moralizzazione della politica la “riforma” del mercato del lavoro proseguirà con le sue gambe, indipendentemente, come ben sanno le migliaia e migliaia di nuovi licenziati, i precari a vita, chi non ce la fa più.
La sonora sconfitta dell’ex magistrato Ingroia, sostenuto dall’ex magistrato De Magistris, in una lista dove spiccava il nome dell’ex magistrato Di Pietro, dovrebbe aver fatto capire che ormai gli Italiani sanno che le “soluzioni” basate sul rigore delle corti di giustizia, sebbene diano alcune soddisfazioni e siano, ovviamente, anche doverose, non risolvono i problemi del Paese. La crisi non si risolve con la lotta conseguente alla mafia. Semmai è la mafia che sguazza nella crisi, nella sua gestione finanziarizzata.

3. Insomma, i tempi della gestione devastante di questa crisi epocale, sistemica, in cui i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri, in cui tutto viene rimesso in discussione, non sono gli stessi della politica, sono più veloci.
Mentre a Montecitorio si cercherà la pietra filosofale del risparmio sui costi della politica, in altri palazzi del potere reale si saccheggerà ricchezza reale.
Cari neo eletti del Movimento 5 Stelle, gli stipendi dei parlamentari, le loro impunità, i loro privilegi, le loro auto blu, il loro sottobosco di clientes, la loro quasi istintiva amoralità civica sono insopportabili. Lo sono sempre stati e ora solo con una faccia come il culo questi signori hanno preteso e pretendono “sacrifici”. Bisogna spazzare le stalle di Augia, sono troppo maleodoranti. È indubbio. Ma non bisogna scordarci della scia di devastazioni che lascia la loro politica di “sacrifici” e soprattutto delle sue finalità, ci fossero al governo anche le persone più specchiate del mondo.
E infine, ricordatevi che nel famoso Palazzo non si prendono tutte le decisioni. Anzi.
A piazza San Giovanni abbiamo tutti fatto “Boom” al presidente Napolitano in visita a Berlino. Ma prima di andare a Berlino, sempre sotto elezioni, era andato a Washington. Per un cordiale incontro con Obama? Ma va là. Era andato a recepire la “linea” imperiale, sicuramente illustrata nel doveroso linguaggio diplomatico, che poi è andato a negoziare in Germania. Perché questa crisi sistemica pone grossi problemi globali da risolvere, mette in moto grandi conflitti, contrappone interessi che devono essere negoziati.

Noi, in tutto ciò, siamo tra le varie ed eventuali, non certo in cima ai loro pensieri. I nostri soldi sì, ma noi no.
Si sono chiesti tutti dopo il disastro elettorale del PD, perché questo partito non sia voluto andare alle elezioni quando è caduto il governo Berlusconi. Ma che domanda è? Siamo seri! Lo sanno anche i sassi che non si è votato perché Napolitano aveva già da un pezzo preparato il golpe bianco con Monti e il PD doveva ubbidire.
Marco Travaglio ha scritto che a D’Alema la soluzione “inciucio” (o “governissimo”) scatta automaticamente come il braccio del Dottor Stranamore. E’ un po’ di più, caro Travaglio. D’Alema ha i riflessi condizionati da un quadro politico imperiale e subimperiale (che ovviamente non vanno sempre d’accordo) e solo in questo schema si muove più o meno in automatico.
Quindi, attenzione ai poteri decisionali reali, perché da lì provengono i missili più potenti e magari le benedizioni col randello nascosto dietro la schiena. E quindi, cari neo eletti del Movimento 5 Stelle, non scordatevi del contesto internazionale. E soprattutto di quello europeo, che ci è più prossimo.
Provate a pensare se non è il caso di riprendere lo slogan "No taxation without representation": o la UE diventa una struttura federale politica e fiscale con un Parlamento elettivo che decide, e non che si limita a ratificare le decisioni di una Commissione esclusiva ed escludente, o è in grado di ricostruire a livello sovranazionale tutte le istanze democratiche rappresentative che vengono sottratte a livello nazionale e a riequilibrare le politiche economiche e fiscali, oppure è meglio una separazione consensuale.
Senza dimenticarci, ovviamente, che la vera agorà democratica, come tutti noi sappiamo, è da costruire altrove, cioè nelle comunità.
Vi salutiamo con cordialità augurandovi battaglie vittoriose.

domenica 10 marzo 2013

Un movimento bifronte

Fonte: il manifesto | Autore: Loris Caruso           
Da mesi i commentatori si dividono tra chi considera il Movimento 5 stelle una «costola della sinistra» e chi lo considera un’organizzazione populista, prevalentemente di destra, in certi casi tendenzialmente fascista. Sono vere entrambe le cose.
È stato sottolineato più volte che i contenuti ambientalisti del programma e l’insistenza sulla democrazia diretta e partecipativa avvicinino il Movimento alla sinistra libertaria e ambientalista degli anni Settanta e Ottanta.
In particolare, è dirompente la forza del messaggio partecipativo, lanciato dal M5S con una radicalità e un’efficacia che nessun movimento politico della sinistra recente è riuscito ad avere: l’annullamento della differenza tra rappresentati e rappresentanti; la sostituzione della delega con la partecipazione; la distruzione del professionismo politico. Dov’è, invece, nel M5S, la «destra»? In primo luogo, in una possibile evoluzione di questo stesso ideale democratico. Se vissuta come un obbiettivo che una sola forza sociale può autenticamente perseguire contro tutte le altre (partiti, sindacati, ecc.), l’iper-democrazia può rovesciarsi nel suo contrario. La forza politica che, come il M5S, avoca solo a sé una reale natura democratica, può presentare come iper-democratiche tutte le sue scelte, anche quelle che limitano l’agire democratico.
Se la democrazia radicale prevede la fine dei partiti, non è impossibile immaginare che di fronte a una prevedibile opposizione dei partiti alla propria estinzione, questa fine sia determinata, da un eventuale «governo a 5 Stelle, attraverso forzature non democratiche. In secondo luogo, il livello di «virtù» che il M5S richiede ai propri rappresentanti e attivisti è talmente elevato (per esempio prevede che sia annullata qualsiasi ambizione personale), da essere perseguibile solo attraverso un rigidissimo controllo centralizzato. Cosa che infatti avviene nel Movimento, dove si cerca di impedire che emergano sia protagonismi individuali, sia organismi collettivi che facciano da contrappeso al ruolo di Grillo e Casaleggio.
Tra i leader e i tanti singoli attivisti ed eletti, che sempre singoli e tendenzialmente anonimi devono rimanere, non ci deve essere niente. Altrimenti, avvertono Grillo e Casaleggio, «diventiamo un partito». Con il risultato che, al momento, nella sua struttura nazionale il M5S è un organismo molto meno democratico di un partito. Se questo è il modello di Stato che i due leader del M5S hanno in mente, non è molto rassicurante. In effetti, questo è un modello che ricalca proprio la forma del cosiddetto «capitalismo cognitivo». Come ha ricordato più volte, tra gli altri, Carlo Formenti, l’economia della Rete è caratterizzata da una vasta partecipazione dal basso (di utenti, consumatori, mediattivisti, ecc.) e da una restrizione piramidale in alto, cioè dal ruolo oligopolistico di poche grandissime imprese (Google, Amazon, ecc.). Il M5S sembra organizzato in modo analogo.
Forse l’analogia tra la sua forma e quella dell’economia della Rete ne spiega, in parte, il successo. Che questo sia il modello, lo fa pensare il rapporto che il M5S instaura con i movimenti. Nel suo recente comizio elettorale a Susa, Grillo ha fatto abbassare le bandiere No-Tav: «non siete più un comitato di protesta, adesso siamo tutti cittadini». Adesso vi rappresento io, è il messaggio. Nel mio Tutto c’è spazio anche per voi, non c’è bisogno che voi esprimiate autonomamente il vostro punto di vista. Questo è, in effetti, il rapporto prevalente che Grillo instaura con i movimenti di cui condivide le lotte. Raramente questo rapporto è un lavoro comune, una condivisione di finalità.

mercoledì 27 febbraio 2013

Grillo e la rabbia popolare contro il finanzcapitalismo

CARLO FORMENTI –
cformentiGli italiani hanno votato contro la governabilità, hanno tirato in faccia a una classe politica impresentabile il loro assoluto disinteresse a scegliere chi li debba rappresentare, perché non chiedono più di essere rappresentati, ma di conquistare la libertà di autogovernarsi.
Il voto dello scorso week end ha segnato l’inizio di una guerra – prevedibilmente lunga – fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, una guerra che non potrà finire con la vittoria della prima perché la democrazia rappresentativa è già morta da un pezzo, uccisa dal crepuscolo degli stati nazione, sostituiti da regimi postdemocratici che operano come agenzie locali delle istituzioni sovranazionali (Comunità Europea, FMI, Banca Mondiale, ecc.), le quali gestiscono a loro volta gli interessi della finanza globale, al di fuori di qualsiasi vincolo e controllo democratico.
Dunque il vero dilemma è se la rabbia popolare contro i crimini del finanzcapitalismo spianerà la strada a un ritorno dei totalitarismi di destra, o se matureranno le condizioni per la transizione a una civiltà post capitalista, amministrata da istituzioni politiche fondate sui principi della democrazia diretta e partecipativa.
Per molti di coloro che lo hanno votato, Grillo incarna, a torto o a ragione, la speranza che prevalga la seconda alternativa, e il suo trionfo si è celebrato sulle macerie di una sinistra – riformista e radicale, senza distinzioni – che non è più degna di chiamarsi tale.
Per capirlo basta leggere il bell’articolo di Vladimiro Giacché su “Micromega” 2/2013, dedicato al programma economico del Movimento5Stelle. Mentre il Pd lanciava scomuniche contro l’antipolitica e il populismo – urlando tanto più forte quanto più offriva a Monti la propria disponibilità ad approvare riforme che colpivano al cuore gli interessi delle classi subordinate e, addirittura, una riforma costituzionale che metteva fuori legge il keynesismo –, il Movimento5Stelle varava un programma elettorale che, con tutti i suoi limiti, puntualmente evidenziati da Giacché (mancata identificazione delle risorse per finanziare certi provvedimenti, ingenua fiducia nelle capacità taumaturgiche della Rete, eletta a deus ex machina in grado di sanare l’economia, promuovere la democrazia, migliorare la scuola e via miracolando), rappresenta un sia pur rozzo abbozzo di quello che avrebbe dovuto stilare una sinistra degna del nome: reddito di cittadinanza, no alle grandi opere inutili come la Tav, ripristino dei fondi tagliati a scuola e sanità, abolizione della legge Biagi, lotta alla speculazione finanziaria e all’evasione fiscale, drastica riduzione delle spese militari e dei finanziamenti ai partiti, ecc.
E la sinistra radicale? Qui scappano parole ancora più dure: quando la mancanza di idee e di coraggio politico superano un determinato livello diventano idiozia e viltà. Come altro definire la scelta di un Vendola che si è venduto la possibilità di fare un serio lavoro di opposizione per un pugno di seggi elettorali (che beffardamente ora non gli serviranno neppure a governare). Come altro definire quella degli altri “cespugli” che, invece di dare respiro alle iniziative di ALBA e “Cambiare si può”, hanno scelto di partorire, assieme all’IDV, quell’aborto giustizialista che è la lista Ingroia (a cui confesso con una certa vergogna di avere dato il voto, per disperante assenza di alternative).
Gianni Vattimo, che a quanto pare ha fatto la mia stessa scelta, la motiva parlando di “un voto di resistenza antimontiana”. Ma quale resistenza, se poi dice che “non esiste un’alternativa rivoluzionaria al riformismo”; che l’unica prospettiva possibile è lottare “per ottenere un capitalismo meno feroce e sanguinario”, per costruire “una sinistra di legalità e diritti”?
Ok per i diritti (non prima di averli ordinati gerarchicamente, con quelli sociali davanti a tutti!), ma per quanto riguarda la legalità: di che legalità parliamo? Forse quella di Di Pietro, quando ha condannato la resistenza attiva alla violenza delle istituzioni da parte dei militanti No Global a Genova, o dei militanti NoTav in Val Susa? No grazie, non mi interessa, né credo interessi alle migliaia di ragazzi che sono stati protagonisti dei movimenti degli ultimi anni, i quali difficilmente avranno votato per Vendola o Ingroia, preferendo astenersi o votare Grillo, per sfregio alla “governabilità” se non per convinzione.
Carlo Formenti
(26 febbraio 2013)

martedì 5 febbraio 2013

L'invasione degli UltraEuropeisti

- bloger -               
Europa troll Invasione Ultraeuropeisti
“La guerra è pace”, recita il primo slogan del Ministero della Verità (1984, di George Orwell). Come dire: non stiamo mica facendo la guerra, stiamo solo esportando la democrazia. “La libertà è schiavitù”, recita il secondo. Ovvero possiamo essere liberi di decidere, sì, ma se lo facciamo sulla base di informazioni sbagliate, tutto si riduce a un’illusione: la libertà di scegliere se andare al macello per il corridoio sinistro o per quello destro. Per questo “L’ignoranza è forza”, come dice il terzo slogan. L’ignoranza dello schiavo è infatti quella forza, più potente di una catena, che naturalizza l’ingiustizia e legittima l’oppressione. E’ l’inerzia dell’ignorante che non è consapevole dei suoi diritti o che, di più, crede di non poterne neppure avere, diventando così la più formidabile delle garanzie che salvaguardano l’oppressore. Così le vittime finiscono per difendere spontaneamente i loro stessi carnefici.
Il Ministero della Verità, tramite una costante e minuziosa opera di falsificazione, ha come obiettivo la diffusione capillare della propaganda. La propaganda tiene le masse in apnea e consente alle élite di continuare a controllare la società. Il risultato più straordinario di questa strategia è che l’esercito più spietato e feroce al servizio del sistema è quello costituito da volontari, cittadini comuni che si arruolano spontaneamente tra le fila dei più accaniti sostenitori della Verità ufficiale. Costoro si fanno anche delatori, spie, infiltrati, provocatori involontari: la loro stupidità e la mancanza di strumenti intellettuali idonei all’esercizio della critica li rende zombie controllati dagli organi centrali che, come un virus, infettano nuovi individui e ingenerano la convinzione che chiunque non reciti il rosario istituzionale sia un elemento pericoloso, sovversivo o semplicemente ridicolo. Il bisogno dell’uomo medio di far parte del branco, per sentirsi protetto, fa il resto. Del resto, è per questo che nascono gli Stati: per proteggere gli individui, anche da se stessi.
Nel film, "L'Invasione Degli Ultracorpi ", un esercito alieno sbarcava sulla Terra e si impossessava dell’anima degli esseri umani. Un baccello veniva posto nella casa della vittima designata. Quando questa si abbandonava al sonno, nel baccello cresceva una copia identica del suo corpo. Prima del suo risveglio, un nuovo individuo con le sue stesse, identiche fattezze prendeva vita e lo sostituiva in tutto e per tutto: un nuovo essere umano, identico a quello originale ma privo della capacità di provare emozioni e sotto il totale controllo della volontà aliena. Il suo compito era quello di carpire la fiducia dei suoi simili, depositando nuovi baccelli sotto ai letti o negli scantinati dei malcapitati. Doveva identificare gli esseri umani residui, segnalarli e provvedere alla loro trasformazione. Come riconoscerli? Semplice: erano quelli che ancora mostravano segni di una qualche emozione sui lineamenti del viso.
Il Ministero della Verità di Bruxelles sta per fare la stessa cosa. Scandaglierà il web alla ricerca di cittadini resistenti alla propaganda europeista, da ricercarsi nelle sacche residue di euroscetticismo, e manderà i suoi zombie a depositare baccelli. Siete avvisati: ogni vostro articolo, ogni vostro commento, ogni vostro tweet sarà scrutato. E se tra le pieghe delle parole che userete si potrà ravvisare il segno di una qualunque emozione, di un qualsiasi reagente rivelatore di un pensiero critico, agenti pagati con i soldi dei nostri contributi inoculeranno informazioni correttive, semineranno dubbi, instilleranno l’amore per l’istituzione europea e ristabiliranno la corretta propensione per gli Stati Uniti d'Europa e per la Verità.
Il Daily Telegraph è entrato in posesso di proposte di spesa confidenziali e documenti interni che pianificano un blitz propagandistico senza precedenti durante la marcia di avvicinamento alle elezioni europee, nel giugno 2014. La chiave di questa nuova strategia sarà la creazione di “strumenti di monitoraggio dell’opinione pubblica” per “identificare in maniera precoce se un dibattito di natura politica tra i followers dei social media e i blog ha il potenziale di attrarre l’interesse dei media e dei cittadini”.
La spesa per “un’analisi qualitativa dei media” deve essere incrementata di 2 milioni di euro e mentre la maggior parte del denaro salterà fuori dai budget esistenti, sarà necessario trovare quasi 1 milione di euro aggiuntivi, nonostante le richieste diffuse di adeguare le spese dell’Unione Europea all’austerity imposta ai paesi membri.
“Un’attenzione particolare deve essere posta ai Paesi che hanno sperimentato un’insorgenza di euroscetticismo”, c’è scritto su un documento confidenziale su cui si è trovato un accordo nel 2012. “I comunicatori delle istituzioni parlamentari devono avere la possibilità di controllare le conversazioni pubbliche e il sentimento popolare in tempo reale, per decifrare i trending topics (gli argomenti più discussi) e avere la capacità di reagire prontamente, in maniera precisa ed efficace, entrando nelle discussioni e influenzandole, per esempio fornendo fatti e schemi per decostruire miti”.
L’addestramento per i dirigenti parlamentari comincerà alla fine di questo mese.

sabato 15 dicembre 2012

Ma l’economia è democratica?

Luigi Ferrajoli - sinistrainrete -

1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica

Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.
Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.
Questi condizionamenti ci sono come mostrano le cronache di questi giorni. Ma il ribaltamento dipende da due ragioni, una di ordine strutturale, l’altra di ordine culturale e ideologico.

La prima ragione consiste in un’asimmetria intervenuta nelle dimensioni della politica e in quelle dell’economia e della finanza: l’asimmetria tra il carattere ancora sostanzialmente e inevitabilmente locale dei poteri statali e il carattere globale dei poteri economici e finanziari. La politica è tuttora ancorata ai confini degli Stati nazionali, in un duplice senso: nel senso che i poteri politici, soprattutto dei paesi più deboli, si esercitano soltanto all’interno dei territori statali e nel senso che gli orizzonti della politica sono a loro volta vincolati al consenso degli elettorati nazionali. Al contrario, i poteri economici e finanziari sono ormai poteri globali, che si esercitano al di fuori dei controlli politici, e senza i limiti e i vincoli apprestati dal diritto – dalle legislazioni e dalle costituzioni – che è tuttora un diritto prevalentemente statale. è insomma saltato – o si è quanto meno indebolito, ed è destinato a divenire sempre più debole – il nesso democrazia/popolo e poteri decisionali/regolazione giuridica. In assenza di una sfera pubblica alla loro altezza, i poteri economici e finanziari, da Marchionne alla finanza speculativa, si sono sviluppati come poteri illimitati, sregolati e selvaggi, in grado di imporre le loro regole e i loro interessi alla politica.

Il secondo fattore del ribaltamento del rapporto tra politica ed economia è di carattere ideologico. Esso consiste nel sostegno prestato al primato dell’economia dall’ideologia liberista, basata su due potenti postulati: la concezione dei poteri economici come libertà fondamentali e delle leggi del mercato come leggi naturali. Le due raffigurazioni ideologiche sono tra loro connesse: la prima, ben più che rafforzata, è per così dire “verificata” dalla seconda, cioè dalla concezione della lex mercatoria come legge naturale, sopraordinata alla politica e al diritto come una sorta di necessità naturale, e della scienza economica come scienza a sua volta naturale, dotata della stessa oggettività empirica della fisica. Di qui il rifiuto come illegittimo e insieme irrealistico di qualunque intervento statale diretto a limitare l’autonomia degli operatori economici e finanziari e l’assunzione come tesi scientifiche o rilevazioni fattuali o proposte realistiche di una lunga serie di luoghi comuni largamente ideologici. Di qui la trasformazione della politica in tecnocrazia, cioè nella sapiente applicazione delle leggi dell’economia da parte di governi “tecnici” – non dimentichiamo il monito di Bobbio sull’antitesi e l’incompatibilità tra democrazia e tecnocrazia – i quali traggono legittimazione dai mercati, e solo ai mercati – e non già ai parlamenti, ai partiti, alle forze sociali, alla società – devono rispondere.

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