Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 21 giugno 2013

I committenti in ombra del finanz-capitalismo

Fonte: il manifesto | Autore: MAURO TROTTA              
TEMPI PRESENTI - «COME VINCERE LA GUERRA DI CLASSE» DI SUSAN GEORGE PER FELTRINELLI
Un saggio costruito come un'avvvincente fiction sui un mondo dove i ricchi esercitano un indiscusso potere
«C'è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». Questa famosa frase di Warren Buffett, investitore finanziario, la terza persona più ricca al mondo, campeggia in epigrafe appena si apre il nuovo libro di Susan George, intitolato Come vincere la guerra di classe, uscito di recente per Feltrinelli (pp. 175, euro 14). Chiunque conosca anche superficialmente l'autrice - stimata economista, presidente del «Transnational Institute di Amsterdam», presidente onorario di Attac France, esponente di spicco della stagione dei movimenti alterglobal e dei Forum sociali mondiali - vedendo un titolo del genere penserebbe subito a un testo dedicato agli oppressi che cerchi di riflettere su nuove strategie volte a sconfiggere la classe dominante. Ma le cose non stanno proprio così. E quella citazione iniziale è un segnale forte. Così come lo è anche l'immagine di copertina, dove compare il classico pugno chiuso che però fuoriesce dalla manica di una giacca e da un polsino di una camicia bianca chiuso da un gemello con impresso sopra il simbolo del dollaro. Si tratta allora sì della lotta di classe ma vista dalla parte dei padroni, di quelli che, come afferma Buffett, la stanno vincendo. Susan George, in questo suo ultimo lavoro - «un lavoro di finzione basata sui fatti», come lo definisce lei stessa nella nota iniziale rivolta al lettore - ripropone lo stesso espediente utilizzato nel precedente Il rapporto Lugano (Asterios), ovvero immagina che un gruppo di personaggi ricchi e potenti, denominati i Committenti, selezioni alcune delle personalità scientifiche e intellettuali più in vista e le riunisca in una Commissione di studio incaricata di redigere un rapporto sulle questioni chiave riguardanti il futuro del sistema capitalistico.

Il Principe del male

In questo modo, l'autrice costruisce un vero e proprio saggio su tematiche d'ordine economico, politico e sociale, dato che tutto quello che viene esposto all'interno del rapporto si basa su dati e proiezioni assolutamente veri e realistici, ma racchiude il tutto all'interno di una cornice di pura fiction. È un po' come se avesse fondato una sorta di nuovo genere letterario ribaltando, per così dire, il romanzo-saggio del primo Novecento nel saggio-romanzo, dove è il primo termine dell'endiade a farla da protagonista. Inoltre, tale operazione, proprio per il modo in cui viene portata avanti e per gli obiettivi che si propone, ovvero svelare tattiche e strategia del nemico di classe, richiama subito un altro grande classico, quel Machiavelli letto da Ugo Foscolo come «quel grande/ che temprando lo scettro a' regnatori/ gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela/ di che lagrime grondi e di che sangue». La struttura del testo della George è semplice e lineare. Inizia con la lettera dell'Assemblea dei Committenti che, esprimendo soddisfazione per il lavoro svolto in precedenza, conferisce il nuovo incarico alla Commissione di studio, per poi proseguire con il rapporto vero e proprio, introdotto da una lettera d'accompagnamento. Sono passati oltre dieci anni, tante cose sono cambiate, due membri della vecchia Commissione sono stati sostituiti, anche stavolta però gli studiosi saranno ospitati per tutta la durata del lavoro nella stessa splendida villa di Lugano e dovranno rispondere in modo esauriente a una domanda. Quella della volta precedente era: «Come può il capitalismo non soltanto funzionare ma prosperare e diventare infine invulnerabile nel ventunesimo secolo?».

mercoledì 12 giugno 2013

Che cosa è il Bilderberg.

Fonte: liberazione.it | Autore: Domenico Moro
                    Complottismo o analisi della classe dominante?
Tra il 6 e il 9 giugno si tiene in Inghilterra il 61esimo degli incontri che annualmente, a partire dal 1954, vengono organizzati dal Gruppo Bilderberg. Su questa riunione si è manifestata da parte dell’opinione pubblica una attenzione maggiore del solito. Del resto, degli ultimi due presidenti del Consiglio dei ministri, Monti ne è stato a lungo un dirigente, mentre Enrico Letta vi è stato invitato nel 2012. Entrambi, poi, hanno fatto parte della organizzazione sorella più giovane, la Trilaterale, come anche Marta Dassù, un tempo lontano intellettuale di area Pci e più di recente sottosegretario con Monti e viceministro con Letta agli esteri, a capo del quale c’è la Bonino, inviata al Bilderberg nel passato. Quest’anno la presenza italiana non sarà numerosa ma di livello: Monti, Bernabé di Telecom, Nagel di Mediobanca, dal dopoguerra sempre al centro del sistema di potere del capitalismo italiano, Cucchiani di Intesa, prima banca italiana, Rocca di Techint e la giornalista Gruber.A suscitare la curiosità del pubblico sul Bilderberg contribuiscono l’alone di mistero che lo circonda, dovuto alla segretezza sui contenuti dei dibattiti, e la presenza del gotha economico e politico di Usa ed Europa Occidentale. La ragione principale, però, è riconducibile alla sempre più diffusa percezione di impotenza da parte del “cittadino comune” nei confronti di una economia e di una politica che sfuggono persino alla sua comprensione. La maggiore crisi economica dalla fine della Seconda guerra mondiale, il potere astratto dei mercati finanziari, la stessa vicenda dei debiti pubblici e dell’euro, con le conseguenze devastanti sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di lavoratori, favoriscono la sensazione dell’esistenza di forze oscure e incontrollabili. Una testimonianza di questo stato psicologico di massa può essere individuata nella fortuna di romanzi alla Dan Brown e di innumerevoli saggi su massoneria, sette segrete, tra cui gli Illuminati (che vengono collegati al Bilderberg), e chi più ne ha più ne metta. In un clima siffatto ed in assenza di un pensiero critico strutturato e diffuso, è facile attribuire le cause di quanto avviene all’esistenza di complotti e di gruppi che, come una specie di grande “cupola”, reggono un <>.
Il problema è che questo tipo di approccio limita la comprensione della natura e del ruolo di organizzazioni come il Bilderberg e la Trilaterale. E, in definitiva, anche la consapevolezza della loro pericolosità, perché è facile derubricare le critiche a colore giornalistico o a fantasie di qualche inguaribile complottista. Già negli anni ’50 il sociologo Wright Mills, studiando l’élite statunitense, avvertiva che la storia americana non può essere ridotta a una serie di cospirazioni, sebbene ciò non voglia dire che le cospirazioni non esistano. Del resto, aggiungiamo noi, si possono ordire tutti i complotti che si desiderano, ma, se non c’è una base oggettiva e materiale su cui agire, è difficile che si possa avere successo. Ad ogni modo, per dirla con Wright Mills, bisogna capire che il potere delle élite si fonda su fattori impersonali. Tali fattori sono costituiti dal modo di produzione capitalistico e dalla relazione tra struttura economica e sovrastruttura politico-statale della società. Lo scadimento nel complottismo è favorito anche dall’abbandono nella teoria sociologica e economica dello studio delle classi sociali e, in particolare, della classe dominante. Come ho cercato di chiarire nel mio libro, Il Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, lo studio di questo gruppo e della Trilaterale va collocato all’interno dell’analisi della classe dominante capitalistica e delle forme organizzative che le sono proprie. E, dal momento che ogni classe e le sue forme organizzative riflettono, pur in modo non meccanicistico, i mutamenti della struttura economica, rientra nell’analisi del capitalismo contemporaneo.
2. Una nuova forma transnazionale di capitale e di capitalisti

venerdì 7 giugno 2013

Austerità, la lotta di classe dei ricchi

     
Austerità, la lotta di classe dei ricchi

- ilmanifesto -

di Roberto Ciccarelli -
Torniamo a dare il giusto peso alle parole. Quella che stiamo vivendo è una lotta di classe. Oggi la fanno i ricchi contro i poveri che sono stati messi a morte dalle politiche dell’austerità. Il tono è enfatico, ma sono le parole usate dal Nobel per l’economia Joseph Stiglitz per descrivere il più grande saccheggio della ricchezza avvenuto in tempi moderni. La violenza della crisi è tale da mettere a rischio la vita di milioni di persone. Gli autori dell’undicesimo «Rapporto sui diritti globali» (Ediesse), presentato ieri a Roma presso la sede centrale della Cgil in Corso Italia, spiegano nelle oltre mille pagine del volume le caratteristiche della guerra di rapina condotta dal capitalismo finanziario e descrivendo il meccanismo di una «redistribuzione al contrario». Quella messa in piedi dal 2008 dalle politiche dell’austerità nell’Unione Europea è una gigantesca macchina di drenaggio verso l’alto dei redditi da lavoro e dei risparmi delle famiglie. Le banche, i fondi di investimento, le grandi imprese, lo Stato che aumenta il carico fiscale sui cittadini senza restituire nulla in servizi, hanno accumulato un’enorme massa monetaria che non «sgocciola» nell’economia reale, resta nelle sfere della finanza e viene usata per acquistare o vendere buoni del tesoro che non modificano il quadro della crisi. Questa situazione ha annientato la produttività del lavoro in Italia. Dal 2000 al 2009 è diminuita dello 0,5% ogni anno, impresa mai riuscita in un paese a capitalismo avanzato fino ad oggi. Gli occupati italiani lavorano di più dei colleghi europei, ma producono il 25% in meno dei tedeschi e il 40% in meno dei francesi. Senza contare che l’occupazione è crollata di 1 milione e 700 mila unità dal 2008, abbattendosi con particolare violenza sui giovani tra i 15 e i 24 anni, il 41,7% dei quali è disoccupato (con punte di oltre il 50% a Sud). Ciò ha comportato un impoverimento generalizzato tra i pensionati e persino tra i bambini. Nel 2011 i bambini da 0 a 2 anni che avevano la possibilità di frequentare un asilo nido non superavano l’11,8% (era il 3% nel 2004). Su un totale di 16,7 milioni di pensionati, quasi 8 percepiscono una pensione inferiore a mille euro al mese, oltre 2 milioni non arrivano a 500. Senza contare che il processo di deregolamentazione del lavoro ha creato in Italia un esercito di lavoratori precari da 3.315.580 milioni di persone, più di mezzo milione delle quali lavorano per lo Stato, il più grande sfruttatore di lavoro precario al mondo. Il reddito di queste persone è di 927 euro mensili per i maschi e 759 euro per le donne. Queste cifre sono utili per dare un’idea della povertà dilagante nel nostro paese.
Questo processo è destinato a durare a lungo. L’Italia, come anche Francia, Spagna, Grecia o Portogallo, ha approvato nella loro costituzione l’impegno a ridurre il debito sovrano dall’attuale 130% al 60% sul Pil. Ciò porterà alla dismissione del patrimonio pubblico e alle liberalizzazioni, tagli alla spesa e altre misure che dovranno «risparmiare» 50 miliardi di euro all’anno per i prossimi venti. Fondi che alimenteranno la bolla degli interessi sul debito e non andranno in investimenti. La stessa sorte è toccata ai mille miliardi di euro prestati dalla Banca Centrale Europea alle banche europee altasso d’interesse irrisorio dell’1%. Le banche italiane hanno ottenuto 200 miliardi. Di questa montagna di denaro fresco solo il 5% delle persone sopra i 15 anni ha ottenuto un prestito negli ultimi dodici mesi, a fronte di una media europea del 13%. Questo significa che il nostro paese fluttua in una bolla finanziaria che espropria la ricchezza alle persone, non libera risorse verso il basso, ma le accumula in un forziere chiuso a doppia mandata da cui esce solo qualche centesimo. Questa è la cornice macroeconomica dove prolifera la disuguaglianza sociale. Il reddito di uno dei 38 mila «straricchi» (lo 0,1% più ricco in Italia) vale oggi quello di cento poveri. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% dei redditi. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale.
La responsabilità di questa tragedia non è solo di Berlusconi o di Monti che hanno gestito la parte terminale di una crisi che viene da lontano, cioè dall’inizio della cosiddetta «Seconda Repubblica» nel 1992. Oggi solo cinque paesi Ocse, tra cui gli Stati Uniti, mostrano disuguaglianze più feroci tra i ricchi e i poveri dell’Italia. Ad avere allargato la forbice tra le rendite e i redditi è stata l’abolizione della scala mobile nel 1984, la crisi valutaria ed economica del 1992 e la manovra finanziaria da 90 miliardi di lire fatta da Amato nello stesso anno. Da quel momento tutti i governi hanno portato il loro contributo alla lotta di classe in corso. Il «pilota automatico», una volta evocato dal presidente Bce Mario Draghi per spiegare la natura delle politiche economiche europee, indipendentemente dalla maggioranza politica alla guida di un paese, è stato azionato più di vent’anni fa. Da allora continua a pretendere l’applicazione rigorosa degli imperativi del rigore del bilancio, la liberalizzazione dei servizi e la precarizzazione dei rapporti di lavoro.
La tesi del rapporto sui diritti globali sostiene che il tentativo in corso di «ammorbidire» la cura preparata dalla Troika (Bce, Fmi e banca mondiale) per i paesi indebitati come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e ora anche Francia, non riuscirà a fermare la rovinosa corsa a precipizio del treno dell’austerità. L’obiettivo finale della lotta di classe è farla finita con il « modello sociale europeo», quello del Welfare, già dichiarato morto da Draghi. Lo dimostra il taglio del 90% alle politiche sociali che tra il 2010 e il 2012 sono passate da 435 milioni di euro a 43 milioni, mentre i fondi per scuola e università sono stati tagliati di 10 miliardi. Entro il 2015 la sanità subirà 30 miliardi di tagli. Alla luce di questi dati si comprende meglio l’utilità del governo delle «larghe intese». Parliamo di una forma politica postdemocratica che si è candidata a gestire la liquidazione dei diritti sociali in Italia e a normalizzare i conflitti sociali che potrebbero nascere. Un lavoro arduo, ma è a buon punto.
Reddito di cittadinanza, una risorsa per i più deboli.
Per uscire dalla «guerra dei trent’anni» del liberismo contro il Welfare, gli autori del «rapporto sui diritti globali 2013» indicano quattro priorità: 1) ripristinare la partecipazione democratica e il ruolo del pubblico nell’economia; 2) affiancare alla crescita della produttività e dell’efficienza economica il benessere delle persone, l’equità e l’uguaglianza in direzione di una maggiore sostenibilità sociale e ambientale; 3) indirizzare la crescita economica verso lo sviluppo di nuove attività ad alta intensità di conoscenza, favorendo l’occupazione stabile e sanzionando il ricorso delle imprese (e dello Stato) alla precarietà dei giovani e dei meno giovani; 4)consolidare la partecipazione della società civile, non profit e delle mobilitazioni sociali elaborando nuovi strumenti di intervento nell’economia e nella società. La centralità delle politiche «anti-austerity» dev’essere quella della ridistribuzione delle ricchezze, favorita da una riforma fiscale che colpisca il dominio economico esercitato dal 10% della popolazione più ricca. Particolare attenzione viene prestata al rilancio del «reddito di cittadinanza», e non del salario minino. Si chiede l’introduzione di una misura universalistica necessaria per rimediare all’esclusione sociale fatta di lavori poveri, intermittenti, precari e di non lavoro.
Il Manifesto – 05.06.13

lunedì 15 aprile 2013

“La storia non perdona niente”

di Elisabetta Teghil - sinistrainrete -

La Corte europea per i diritti umani, in data 2 aprile 2013, ha emesso una sentenza con cui sancisce che il numero chiuso che regola l’accesso in Italia a determinate facoltà universitarie non viola il diritto allo studio.

Otto studenti italiani erano ricorsi alla Corte di Strasburgo perché non avevano superato i test di accesso.


I test di accesso sono legati al numero chiuso delle iscrizioni e, checché ne dica l’Unione Europea, vanificano il principio del diritto allo studio per tutte/i, perché è evidente che non tengono conto del vantaggio che alcuni studenti/e hanno per via dell’estrazione sociale che poi significa anche diversa base culturale.

Di fatto viene meno da una parte il ruolo dell’Università come occasione di socializzazione dei saperi, dall’altro quello di promozione sociale.

Anni di lotte e di conquiste vengono annullati, si ritorna allo spirito degli anni ’60 quando, in quinta elementare, si doveva fare l’esame di Stato, passaggio obbligato per accedere alle Medie, dove si verificava un’ulteriore selezione di classe. Il ragazzo/a, sicuramente non per interessi personali, era costretto/a a scegliere fra le Medie vere e proprie e il così detto “Avviamento” che preludeva al lavoro… E le scuole di allora ribadivano la collocazione di classe anche nella struttura architettonica: molte erano impostate in modo da avere una triplice entrata, una riservata al personale, una ai ragazzi/e che facevano le medie, la terza per chi faceva l’avviamento.

E, come denunciò a suo tempo, Don Milani, si era bocciati/e anche in prima elementare.

Anche allora i ragazzi e le ragazze che sostenevano e superavano l’esame di Stato di quinta elementare erano il frutto di una selezione di classe nel senso compiuto del termine perché ne venivano tagliati fuori quelli/e più poveri/e dal punto di vista economico. Il che coincideva sempre con la connessa povertà culturale.

Un’altra strozzatura era costituita dall’esame di terza media. Anche qui la collocazione sociale coincideva con quella culturale e con le relative scelte scolastiche successive.

Alcuni/e approdavano ai Licei, la stragrande maggioranza faceva le scuole professionali.

Le scuole professionali non permettevano l’accesso a nessuna facoltà universitaria.

Ma è necessario fare un distinguo anche per i Licei, non a caso ne abbiamo parlato al plurale, perché esisteva quello scientifico e quello classico e solo quest’ultimo permetteva l’iscrizione a tutte le facoltà. Lo scientifico solo ad alcune.

mercoledì 3 aprile 2013

Quando si paga il debito sovrano?

di Giorgio Gattei

La lotta delle classi nel mondo antico si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. " (K. Marx, Il capitale. Libro primo, Roma 1965, p. 168).
1. Debito sovrano e "guerra di classe"

Alle volte l'indebitamento è necessario: altri ti prestano il denaro che ti serve per le necessità del momento e fino alla scadenza paghi soltanto gli interessi. Al termine rimborsi il valore-capitale, ma potresti anche non pagare niente se quel debito viene rinnovato con lo stesso od altro prestatore. Così l'obbligazione debitoria si può trascinare nel tempo, giusto il detto che "solo domani pagherò!". E' ciò che è successo al debito pubblico italiano che, di rinnovo in rinnovo, è raddoppiato dal 60% del PIL nel 1982 al 120% di oggi.

Eppure fino all'anno scorso nessuno sembrava preoccuparsene più di tanto: certamente ci si lamentava del peso finanziario che si stava accumulando sulle spalle delle future generazioni, ma si faceva ben poco per ridurlo. Tutto è invece precipitato con la firma del fiscal compact da parte del governo "tecnico" nel febbraio 2012 (e successiva ratifica parlamentare il 19 giugno): infatti col fiscal compact i cittadini italiani, volenti o nolenti, si sono impegnati a ridurre nell'arco di un ventennio il proprio debito sovrano fino al 60% del PIL, com'era peraltro la percentuale prevista dai parametri di Maastricht. Ma siccome quel debito ammonta a 2000 mld di euro (il 120% del PIL), ciò significa che, per portarlo a 1000 mld, i governi a venire, quale che sia la maggioranza che li sosterrà, dovranno iscrivere ogni anno al passivo di bilancio 50 mld di euro, da recuperare con imposte e tasse anche se si decidesse di non fare alcuna spesa pubblica!

Ma perchè è così precipitata la questione del rimborso del debito sovrano? Perchè si sono definitivamente rovesciati i rapporti di forza tra le classi sociali. Quella "guerra di classe" (si abbia il coraggio di chiamarla così) che il movimento operaio italiano aveva ufficialmente aperto con l'"autunno caldo" del 1969 è arrivata al suo termine: sgominati e dispersi quei soggetti sociali che l'avevano promossa, non occorrono più quelle armi materiali (sappiamo tutti ben quali...) che lo Stato "dei padroni" ha dovuto mettere in campo per resistere e vincere lo scontro e per le quali aveva sostenuto così tante spese. Adesso può farsi restituire quanto aveva anticipato, perchè pagare il debito è, nella teoria economica, il gesto conclusivo di una guerra. Finché c'è il conflitto lo Stato non può che indebitarsi per sostenerne il costo, ma quando sopraggiunge la pace spetta a tutti i cittadini, vincitori e vinti, saldare quell'impegno verso i suoi creditori che lo Stato ha contratto in nome loro. Ma seguiamo meglio in dettaglio lo svolgimento della teoria economica della "guerra".


2. L'apertura finanziaria delia "guerra"

Affrontare una "guerra" (proveniente dall'esterno o dall'interno qui non importa) non significa soltanto pianificare una resistenza materiale adeguata, ma pure programmare come pagarla. Se dal punto di vista militare far fronte ad un attacco richiede che lo Stato si doti di una strategia vincente di resistenza, dal punto di vista economico occorrono sia i mezzi materiali necessari che le risorse finanziarie per pagare quei mezzi. Per questo sostenere una "guerra" non è soltanto questione di uomini in azione (dai soldati ai politici, dai giornalisti ai magistrati), ma è pure questione di scelte economiche capaci di far affluire alle casse governative il denaro necessario per sostenere quelle spese. La teoria del circuito monetario di guerra, elaborata in Italia tra 1939 e 1943 per le esigenze belliche del momento ma estendibile a qualsiasi situazione di grave emergenza sociale, ne spiega la successione logica così.

lunedì 18 marzo 2013

Il salario sociale globale di classe ...

... come meccanismo di accumulazione.

Il caso Cina

di Pasquale Cicalese

“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da in­tendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il sin­golo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché ri­guarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni colletti­ve* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.
Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.
E poi ti vedi le prime pagine dei giornali economici e capisci già l’andazzo della giornata. Succede così che un giorno qualunque in prima pagina sul Sole 24 Ore il corrispondente da Pechino Francesco Sisci, uno che vive in quel paese da 30 anni, ha studiato in quelle università e ha contatti diretti con la dirigenza, ti informa di un piano decennale 2013-2023 di 5 mila miliardi di euro finalizzato all’urbanizzazione di 400 milioni di persone in città medio piccole, dell’ordine di 1-2 milioni di abitanti. Ti vengono in mente tante cose.
Soprattutto quando vieni informato che il piano ha come fulcro la riforma dell’hukou, quel sistema in vigore dal 1958 che non permette al proletariato migrante nelle grandi città di usufruire dei diritti di cittadinanza.
Ebbene, quel sistema verrà smantellato, e a centinaia di milioni di persone daranno diritti sociali quali l’istruzione, l’alloggio popolare e la sanità gratuita, una grande discriminazione viene meno.
Salario sociale globale di classe, prestazioni universali per decine e decine di milioni di persone, le stesse che in Occidente invece stanno via via smantellando. Tocca leggere il giornale padronale per saperlo, i siti di sinistra non ne parlano affatto, parlano dei grillini…
Qualcosa era nell’aria, da anni: alla fine della prima decade del ventunesimo secolo la dirigenza cinese svoltava con la contro-controriforma sanitaria, che stabiliva il ritorno alla sanità pubblica, gratuita e universale, un percorso decennale che veniva inaugurato con la decisione di costruire 1200 ospedali regionali. Poi dal 2005 iniziava un percorso di reflazione salariale, con aumenti del salario nominale del 15% annuo. Nel 2010 il colpo di grazia: il Consiglio di Stato decide la costruzione di 6 milioni di alloggi popolari, chiaro segno che lasciava presagire la riforma dell’hukou.
Ora si va oltre, molto al di là dell’immaginario: il piano da 40 trilioni di yuan, per l’appunto 5 mila miliardi di euro, prevede l’urbanizzazione di 400 milioni di persone e contemporaneamente un forte aumento della produttività agricola. Tutto tiene, città e campagna, l’obiettivo è basare la crescita futura reflazionando la domanda interna: dalla debolezza esterna, per l’appunto dell’Occidente, alla forza interna.

martedì 4 dicembre 2012

La lotta di classe nel 2012

  Posted by keynesblog 
Paul Krugman
Si tratta di una verità scomoda ma reale che non siamo tutti sulla stessa barca; l’America della guerra di classe a tutto campo ha perso alla grande le elezioni, ma ora cerca di usare la pretesa di essere preoccupata per il deficit per strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta.
di Paul Krugman, New York Times, 29 novembre 2012

Il giorno delle elezioni, ha riferito il Boston Globe, l’aeroporto internazionale Logan di Boston era a corto di spazi di parcheggio. Non per le auto – per jet privati. Un’alluvione di grandi donatori era in città per partecipare alla festa della vittoria di Mitt Romney.
Come si è scoperto poi questi plutocrati delusi erano disinformati sulla realtà politica, ma non si sbagliavano su chi fosse dalla loro parte, perché la scelta elettorale riguardava soprattutto gli interessi dei ricchi contro quelli della classe media e dei poveri.
E in sostanza la campagna di Obama ha vinto perché ha scelto di ignorare gli avvertimenti dei “centristi” schizzinosi e di sottolineare invece la realtà e l’importanza dell’aspetto di lotta di classe del confronto elettorale. Questo ha fatto sì che non solo il presidente Obama vincesse con margini enormi tra gli elettori a basso reddito, ma che tali elettori si presentassero in gran numero, suggellando così la sua vittoria.
La cosa importante da capire ora è che le elezioni sono passate, ma la guerra di classe non è passata. Le stesse persone che hanno scommesso grosso, e perso, su Romney stanno ora cercando di riguadagnare di nascosto – in nome della responsabilità fiscale – il terreno che non sono riusciti a guadagnare in un’elezione aperta.
Prima di arrivare a questo aspetto, una parola sul voto vero e proprio. Ovviamente il mero interesse economico non spiega del tutto come gli individui, o anche ampi gruppi demografici, esprimano la loro preferenza. Gli americani di origine asiatica formano un gruppo relativamente benestante, ma hanno votato tre a uno per il presidente Obama. I bianchi del Mississippi non sono invece particolarmente benestanti, ma fra di loro solo uno su dieci ha votato Obama.
Queste anomalie, tuttavia, non sono bastate a modificare il quadro generale. Nel frattempo, i democratici sembrano aver neutralizzato il tradizionale vantaggio repubblicano sui temi sociali, così che le elezioni sono state davvero un referendum sulla politica economica. E gli elettori hanno detto chiaramente no ai tagli alle tasse per i ricchi, no al taglio dei benefici per la classe media e dei poveri. Così che cosa deve fare chi vuole la guerra di classe a tutto campo?
Come ho già suggerito la risposta è di affidarsi al furto con destrezza – cioè contrabbandare politiche favorevoli ai plutocrati per risposte sensate al deficit di bilancio.
Si consideri, come primo esempio, l’esigenza di innalzare l’età pensionabile, l’età di ammissibilità per Medicare (il sistema federale di assistenza medica per gli anziani, N. d. T.), o entrambe.

sabato 24 novembre 2012

La lotta per la pace e la violenza della crisi

di COLLETTIVO UNINOMADE

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0. La crisi si approfondisce, accelera, blocca l’orizzonte e allo stesso tempo cambia continuamente i quadri di riferimento. É ormai chiaro a tutti che, nonostante i disperati tentativi di rassicurazione dei vari attori della governance, vie di uscita non se ne vedono. La novità della crisi odierna è che perde la sua forma ciclica e diventa permanente: in questa trasformazione, come abbiamo ripetuto più volte contro le illusioni di una sinistra incapace di ripensare perfino la propria funzione riformista, non ci sono soluzioni keynesiane lineari. Crisi permanente non significa di certo che sia prossimo il “crollo” del capitale: sono ipotesi che lasciamo volentieri ai teologi della storia. Ciò non toglie, però, che la crisi mostra una evidente incapacità del capitale di far funzionare il comune che il lavoro della moltitudine produce.
Gli ordinamenti costituzionali attuali, sia a livello dell’integrazione europea sia a livello di stati nazionali, non permettono di aggredire con efficacia questo tipo di crisi: la loro unità si è definitivamente infranta, pensare a una loro restaurazione oppure alla difesa di singoli brandelli è una mossa semplicemente improduttiva. Tutto ciò non è avvenuto per una sorta di complotto o tradimento delle rappresentanze governative, come spesso si sostiene, ma perché sono state le lotte a rompere la mediazione costituzionale ed è stata la finanziarizzazione a rispondere imponendo una nuova convenzione. In Europa la BCE assume così un ruolo politico fondamentale sovradeterminando ogni decisione politica e distruggendo ogni opposizione, al tempo stesso riproducendo indefinitamente la crisi. Che i margini della mediazione siano continuamente erosi i padroni lo dicono in termini chiari. Semmai, è qualche voce, sempre subalterna, delle sinistre ufficiali che si ferma a rimpiangere il vecchio nesso welfaristico “classico” cittadinanza-lavoro, senza mai voler prendere atto di come esso sia stato già battuto in breccia, prima ancora che dai padroni, dalle modificazioni stesse della produzione e da una cooperazione sociale che non può essere trattenuta entro quel binomio. Così, se Marchionne, senza paura, usa il linguaggio della rappresaglia (un operaio licenziato per ognuno che torna in fabbrica), la Fornero non è stata incauta con la sua esternazione sui giovani “choosy”, perché i governanti “tecnici”, a differenza dei nostalgici e impotenti ideologi delle socialdemocrazie e delle sinistre tradizionalmente “lavoriste”, non hanno bisogno di giri di parole per dire come stanno le cose: mangiate merda e tacete. Siamo addirittura oltre i lessici mistificatori della meritocrazia e della libertà di scelta: che abbiate studiato oppure no, titoli o non titoli, abituatevi a una mobilità sociale che sarà solo verso il basso. Il potente imprenditore ed economista Warren Buffet lo aveva già detto qualche tempo fa senza infingimenti: naturalmente la lotta di classe c’è, ed è la mia classe che l’ha vinta. Poi Occupy Wall Street ha cominciato a fargli capire che ha ragione solo per metà. Per l’altra parte, non ha fatto i conti con il 99%.
1. Il 14N ci sembra debba essere letto in questo quadro. Uno dei principali soggetti protagonisti è stata una generazione che si è socializzata nella crisi, nella precarietà e nell’impoverimento, e non conosce altro al di fuori di essa. Proprio perché un futuro non ha mai immaginato di poterlo possedere e dunque non può avere ansia per la sua perdita, pretende di essere assolutamente “choosy” rispetto al proprio presente. Per questa generazione, il rimpianto per la vecchia coppia cittadinanza-lavoro non ha alcun senso: si muove in tutta naturalezza, dopo, fuori e contro le costituzioni del lavoro, fuori e contro i modi e ritmi delle mediazioni sindacali. Che i precari di seconda generazione riescano a situarsi dentro una composizione allargata, come avviene in Spagna, o se riusciranno a farsi motore di processi di ricomposizione, per nominare la scommessa politica in Italia, questo è un nodo decisivo. Ci pare comunque che il 14N costituisca una prima conferma del discorso sulla “leva meridionale” delle lotte, incarnatosi nei recenti incontri di Agora99 a Madrid e di “orizzonti meridiani” a Palermo. Non a caso, la settimana di lotta era cominciata, in Italia, proprio a Napoli, con le contestazioni rivolte al ministro Fornero, ma ancora più significativamente, a un vertice italo-tedesco dedicato al tema dell’“apprendistato”: da Sud è arrivato un messaggio molto chiaro di rifiuto di un workfare che vorrebbe costringere le vite ad una perpetua disponibilità a qualsiasi condizione, in cambio di un futuribile inserimento lavorativo, e si è affermata una richiesta di reddito universale e incondizionato, già del resto radicata in una lunga serie di lotte per la riappropriazione di luoghi e di servizi. Evidenziamo questo baricentro mediterraneo della geopolitica contemporanea delle lotte perché, sarà bene ribadirlo ancora una volta, affermare il carattere pienamente globale della crisi non significa affermarne un’omogeneità degli effetti e delle sue linee di sviluppo: esistono evidenti asimmetrie spaziali e temporali, sia dentro l’Europa, sia su scala intercontinentale. É fin troppo banale, ad esempio, sottolineare come la situazione in America Latina e le questioni che i movimenti devono affrontare sono molto differenti e in alcuni casi rovesciate rispetto al Nord America o all’Europa. E tuttavia, queste differenze compongono e alimentano una dimensione comune sul piano globale, senza comprendere la quale rischiamo l’illeggibilità politica dei quadri territoriali. É proprio in questo rapporto di tensione che lo “sciopero europeo” ci mostra come le lotte dei piigs abbiano in questa fase la possibilità di divenire motore di ricomposizione, a patto che non si chiudano nella trappola del particolarismo identitario e sappiano allargare il processo della lotta di classe verso sud e verso nord, o – per dirla in termini politici prima ancora che geografici – verso il Mediterraneo e verso l’Atlantico.

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