Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 3 aprile 2013

Quando si paga il debito sovrano?

di Giorgio Gattei

La lotta delle classi nel mondo antico si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. " (K. Marx, Il capitale. Libro primo, Roma 1965, p. 168).
1. Debito sovrano e "guerra di classe"

Alle volte l'indebitamento è necessario: altri ti prestano il denaro che ti serve per le necessità del momento e fino alla scadenza paghi soltanto gli interessi. Al termine rimborsi il valore-capitale, ma potresti anche non pagare niente se quel debito viene rinnovato con lo stesso od altro prestatore. Così l'obbligazione debitoria si può trascinare nel tempo, giusto il detto che "solo domani pagherò!". E' ciò che è successo al debito pubblico italiano che, di rinnovo in rinnovo, è raddoppiato dal 60% del PIL nel 1982 al 120% di oggi.

Eppure fino all'anno scorso nessuno sembrava preoccuparsene più di tanto: certamente ci si lamentava del peso finanziario che si stava accumulando sulle spalle delle future generazioni, ma si faceva ben poco per ridurlo. Tutto è invece precipitato con la firma del fiscal compact da parte del governo "tecnico" nel febbraio 2012 (e successiva ratifica parlamentare il 19 giugno): infatti col fiscal compact i cittadini italiani, volenti o nolenti, si sono impegnati a ridurre nell'arco di un ventennio il proprio debito sovrano fino al 60% del PIL, com'era peraltro la percentuale prevista dai parametri di Maastricht. Ma siccome quel debito ammonta a 2000 mld di euro (il 120% del PIL), ciò significa che, per portarlo a 1000 mld, i governi a venire, quale che sia la maggioranza che li sosterrà, dovranno iscrivere ogni anno al passivo di bilancio 50 mld di euro, da recuperare con imposte e tasse anche se si decidesse di non fare alcuna spesa pubblica!

Ma perchè è così precipitata la questione del rimborso del debito sovrano? Perchè si sono definitivamente rovesciati i rapporti di forza tra le classi sociali. Quella "guerra di classe" (si abbia il coraggio di chiamarla così) che il movimento operaio italiano aveva ufficialmente aperto con l'"autunno caldo" del 1969 è arrivata al suo termine: sgominati e dispersi quei soggetti sociali che l'avevano promossa, non occorrono più quelle armi materiali (sappiamo tutti ben quali...) che lo Stato "dei padroni" ha dovuto mettere in campo per resistere e vincere lo scontro e per le quali aveva sostenuto così tante spese. Adesso può farsi restituire quanto aveva anticipato, perchè pagare il debito è, nella teoria economica, il gesto conclusivo di una guerra. Finché c'è il conflitto lo Stato non può che indebitarsi per sostenerne il costo, ma quando sopraggiunge la pace spetta a tutti i cittadini, vincitori e vinti, saldare quell'impegno verso i suoi creditori che lo Stato ha contratto in nome loro. Ma seguiamo meglio in dettaglio lo svolgimento della teoria economica della "guerra".


2. L'apertura finanziaria delia "guerra"

Affrontare una "guerra" (proveniente dall'esterno o dall'interno qui non importa) non significa soltanto pianificare una resistenza materiale adeguata, ma pure programmare come pagarla. Se dal punto di vista militare far fronte ad un attacco richiede che lo Stato si doti di una strategia vincente di resistenza, dal punto di vista economico occorrono sia i mezzi materiali necessari che le risorse finanziarie per pagare quei mezzi. Per questo sostenere una "guerra" non è soltanto questione di uomini in azione (dai soldati ai politici, dai giornalisti ai magistrati), ma è pure questione di scelte economiche capaci di far affluire alle casse governative il denaro necessario per sostenere quelle spese. La teoria del circuito monetario di guerra, elaborata in Italia tra 1939 e 1943 per le esigenze belliche del momento ma estendibile a qualsiasi situazione di grave emergenza sociale, ne spiega la successione logica così.

lunedì 18 marzo 2013

Tutte le banche centrali stanno per trasformarsi in “bad banks”*

R. Jellen intervista Ernst Lohoff e Norbert Trenkle sulla crisi economica e finanziaria (I parte)  - sinistrainrete -

Nuvole nere all'orizzonte: mentre in Europa le economie rischiano di cadere come le pedine del domino e la fine dell'euro è in vista, le contro-misure politiche adottate1 sembrano per contro, nonostante le dimensioni assurde della crisi (la Germania ha, ad esempio, attualmente2 per un debito complessivo € 644.000.000.000), destinate ad essere sempre meno efficaci.

Qualsiasi soluzione al problema sembra trasformarsi di fatto in un problema ancora più grande e continuare ad aggravare ed approfondire la crisi economica, debitoria e finanziaria. Questa crisi3, con la prospettiva del crollo dell'ultima bolla finanziaria rimasta, cioè quella del credito statale con la minaccia dell'inflazione, potrebbe far apparire il Venerdì nero del 1929 come una piacevole passeggiata in una soleggiata Domenica di Pasqua. Pubblichiamo qui un colloquio con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle del gruppo Krisis, che individuano nel loro libro “La grande svalutazione”4 la nostra epoca come il momento storico in cui l'economia borghese incontra i suoi limiti definitivi.



-Che cosa si capisce con Marx sulla crisi attuale5 meglio che con altri teorici?

Ernst Lohoff: Innanzitutto è necessario tenere presente il dibattito attuale sulla crisi, che è caratterizzato da una bizzarra discrepanza. Da un lato si afferma che si tratta di una crisi di “proporzioni storiche”, e ogni due settimane c'è un nuovo vertice alla fine del quale i principali leader annunciano che avrebbero salvato l'economia mondiale proprio poco prima della caduta definitiva. D'altra parte, però, le spiegazioni per questo drammatico sviluppo sono estremamente scarse. Il dibattito ufficiale sulla crisi si muove al livello dell'idraulico dilettante che ripara qua e là un paio di tubi, mentre al piano inferiore la cantina è allagata. Vengono discusse tutta una serie di misure finanziarie e tecnologiche, ma nessuno sa esattamente che cosa ne verrà fuori, perché manca un'analisi teoreticamente fondata del processo di crisi in corso.

Gli esperti delle dottrine economiche prendono apertamente atto del fallimento della loro disciplina. Per esempio, il professore di Harvard ed ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha detto recentemente in una rivista di settore6, i molto eleganti modelli economici, che hanno dominato il mondo accademico per decenni, sono, in pratica, “molto, molto inutili. Quando il grande shock è arrivato, hanno dimostrato di essere senza valore”.


-A che cosa è dovuto questo fallimento totale?

Ernst Lohoff: Noi pensiamo che sia già nel modo di porre la questione. La questione fondamentale della nostra epoca di crisi è davvero evidente. Perché una società, la cui capacità produttiva è esplosa, dove cioè si può produrre una ricchezza infinita, si renderebbe conto che probabilmente “ha vissuto oltre le proprie possibilità”? La risposta a questa domanda si trova in Marx – sempre che lo leggiamo criticamente e contro l'interpretazione del marxismo tradizionale e della cosiddetta "Marx-Renaissance", a cui stiamo assistendo proprio adesso.

"Il capitale" di Marx non inizia con l'antagonismo tra capitale e lavoro, ma con la "forma elementare" della società capitalistica: la merce. Marx mostra che la contraddizione fondamentale si trova già proprio nella merce, ed è attraverso questa contraddizione che si possono spiegare le crisi del capitalismo in generale e la crisi attuale in particolare. È la contraddizione tra due diverse forme di ricchezza: la ricchezza materiale, che si esprime nella produzione di beni, e la ricchezza astratta, che viene rappresenta nella categoria del valore e gestita come denaro.

Sotto le condizioni del moderno modo di produzione delle merci, cioè nella società capitalistica, la ricchezza materiale viene sempre e solo prodotta nella misura in cui può anche esistere come valore, nella misura cioè in cui essa contribuisce alla valorizzazione del capitale. La produzione di beni è qui sempre e solo un mezzo per un fine, ad essa esterno, cioè al fine autoreferenziale di fare più soldi dai soldi. Se tale obiettivo non può essere soddisfatto in quanto l'impiego di capitale non trova sbocchi, si blocca anche la produzione di ricchezza materiale: vengono così distrutte merci perché non più vendibili, nonostante bisogni di masse enormi rimangano insoddisfatti. Ad esempio, le persone devono vivere in tende, mentre le loro case restano vuote, solo perché esse non sono più in grado di pagare i loro prestiti.

mercoledì 30 gennaio 2013

Marx, Keynes, Friedman e Fritz Schumacher a Davos

  
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Larry Elliot, capo redattore economico del Guardian, ha scritto un interessante dibattito immaginario tra Marx, Keynes, Friedman e Fritz Schumacher, intervistati dal capo del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde al World Economic Forum di Davos. Lo abbiamo tradotto per voi.

Christine Lagarde: Karl, tu come vedi la situazione?
Karl-Marx-300x300Karl Marx: La classe capitalista riunita a Davos ha trascorso gli ultimi giorni grattandosi la testa per la disoccupazione e la mancanza di domanda dei propri prodotti. Non sembra però capace riconoscere che ciò è inevitabile in un’economia globalizzata. C’è una tendenza verso il sovrainvestimento, la sovraproduzione e la caduta del saggio di profitto, che, come sempre, i datori di lavoro hanno cercato di contrastare con il taglio dei salari e la creazione di un esercito di riserva del lavoro [disoccupazione, ndt]. Ecco perché ci sono più di 200 milioni di disoccupati in tutto il mondo e vi è stata una tendenza verso una maggiore disuguaglianza. E’ possibile che il 2013 sia migliore del 2012, ma sarà un sollievo di breve durata.
Lagarde: Questa è una analisi cupa, Karl. I salari stanno crescendo abbastanza velocemente in alcune parti del mondo, come la Cina, ma sarei d’accordo sul fatto che la disuguaglianza è una minaccia. Le ricerche del FMI mostrano che la disuguaglianza è correlata all’instabilità economica…
Marx: E’ vero che le economie emergenti sono in rapida crescita, ma col tempo anche loro saranno colpite dalle stesse forze.
Lagarde: Maynard, pensi che le cose siano così tetre come dice Karl?
jmk300John Maynard Keynes: No, non lo penso Christine. Penso che il problema sia grave, ma risolvibile. L’ultima volta che abbiamo dovuto affrontare una crisi di questa portata abbiamo risposto con un aggressivo allentamento della politica monetaria – riducendo i tassi di interesse sia a breve termine che a lungo termine – e con l’uso dei lavori pubblici per stimolare la domanda aggregata. Negli Stati Uniti, il mio amico di Franklin Roosevelt ha sostenuto normative che hanno permesso ai lavoratori di organizzarsi[1]. Dopo la seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha creato il Fondo Monetario Internazionale al fine di appianare gli squilibri della bilancia dei pagamenti, prevenire guerre valutarie mutualmente distruttive e controllare i movimenti di capitali. Tutte queste lezioni sono stati dimenticate. L’equilibrio tra politica fiscale e monetaria è sbagliato, le guerre valutarie stanno crescendo, il settore finanziario rimane in gran parte non riformato e la domanda aggregata è debole perché i lavoratori non stanno ricevendo una congrua parte dei guadagni di produttività. La teoria economica è bloccata nel passato, è come se la fisica non fosse andata avanti dai tempi di Keplero.
Lagarde: Mi sembra di capire da quello che stai dicendo, Maynard, che non approvi il modo in cui George Osborne sta conducendo l’economia del Regno Unito.
Keynes: Il suo senno ha preso una vacanza. La Gran Bretagna ha un problema di crescita, non un problema di deficit.
Lagarde: Oserei dire Milton che non sei d’accordo con tutto quello che ha detto Maynard. Potresti sostenere, presumo, di lasciare che la malattia faccia il suo corso.
friedmanMilton Friedman: Alcuni dei miei amici della scuola austriaca di teoria economica sarebbero senz’altro favorevoli a non fare nulla nella speranza di una riequilibrio del sistema, ma non io. A differenza di Maynard, non sosterrei misure che aumentino il potere contrattuale dei sindacati e non sono mai stato appassionato di opere pubbliche quale risposta ad una crisi. Ma certamente supporterei ciò che Ben Bernanke ha fatto con la sua politica monetaria negli Stati Uniti e sosterrei azioni ancora più drastiche se si rendessero necessarie.
Lagarde: Ad esempio?
Friedman: Be’, penso che la politica monetaria deve essere impostata in modo da avere come obiettivo il PIL nominale, vale a dire l’aumento delle dimensioni dell’economia non aggiustato all’inflazione. Se la sua crescita è troppo alta, le banche centrali dovrebbero attuare politiche restrittive. Se è troppo bassa, la tendenza che vediamo dopo l’irruzione della crisi, dovrebbero allentarle. In casi estremi, mi piacerebbe favorire politiche che confondono i confini tra politica monetaria e fiscale. Ecco cosa intendo quando parlo di lanciare denaro dall’elicottero nell’economia.
Lagarde: Fritz, sei stato seduto lì ad ascoltare pazientemente Karl, Maynard e Milton. Come valuti lo stato del mondo?
fritz schumacherFritz Schumacher: Mi disturba fortemente il modo in cui il dibattito è stato impostato. Vi è un ossessione per la crescita a tutti i costi, indipendentemente dai costi ambientali. Il cambiamento climatico è stato raramente menzionato a Davos e ciò dopo un anno di eventi meteorologici estremi. E’ spaventoso che così poca attenzione sia stata dedicata al riscaldamento globale, ed è quasi criminale la negligenza dei governi nel non approfittare di tassi di interesse estremamente bassi per investire nelle tecnologie verdi.
Come è avvenuto in passato, le recessioni hanno spinto le questioni ambientali fuori dall’agenda politica. Quando le cose vanno bene, i politici dicono di essere a favore dello sviluppo sostenibile, ma gli impegni sono stati dimenticati non appena la disoccupazione è iniziata a salire. Quindi si è tornati ad agire come al solito: più strade, ingrandimento degli aeroporti, tagli fiscali per incoraggiare il consumo. Gli scienziati avvertono che le temperature globali saliranno di parecchi gradi sopra i livelli del periodo preindustriale, se non cambieranno le politiche. Questa è economia da manicomio.
Lagarde: Maynard, qual è la tua risposta?
Keynes: Sono d’accordo con Fritz. Se dovessi consigliare Roosevelt oggi, spingerei per un New Deal verde. Mi è difficile immaginare un mondo senza crescita, qualcosa che è politicamente inaccettabile dei paesi in via di sviluppo, in ogni caso. Ma Fritz ha ragione, abbiamo bisogno di una crescita più intelligente e più pulita. Come tu stessa hai detto la scorsa settimana, Christine, se continuiamo così la prossima generazione sarà “arrostita, tostata, fritta e grigliata”.
Schumacher: Non avrei potuto dirlo meglio io stesso.
_____________
[1] In realtà Keynes non sostenne le riforme pro-sindacati (e pro-monopoli) di Roosevelt, consigliando al presidente americano di rimandarne l’attuazione dopo la depressione, nota nostra

martedì 2 ottobre 2012

In memoria di Eric Hobsbawm (1917-2012)

Nuova luce sul revival Marx – uninomade -

di BENEDETTO VECCHI
Per molte settimane, How to change the world (Come cambiare il mondo, Rizzoli) è stato in testa alle classifiche dei libri più venduti in Inghilterra. Era il 2011, l’Inghilterra era stata segnata dalla rivolta studentesca nella capitale, la crisi falcidiava posti di lavoro e lo stato correva in soccorso delle banche per salvarle dal fallimento. Per il quotidiano The Guardian, il successo di pubblico del libro era il segnale di un rinnovato interesse verso le tesi di Karl Marx, dato che il libro raccoglie saggi e articoli scritti da Eric Hobsbawm sull’opera marxiana e sulla ricezione inglese del pensiero di Antonio Gramsci. Eppure a leggere quel volume più che la testimonianza di una vitalità del marxismo ne esce fuori un invito da parte dello storico inglese a non chiudere gli occhi sull’incapacità politica da parte della sinistra europea di fare i conti con il capitalismo contemporaneo, le sue crisi e la tendenza a, nonostante tutto, «rivoluzionare continuamente i rapporti sociali» per salvarli dalle sue contraddizioni.
D’altronde Hobsbawm aveva già ampiamente sviluppato una rilettura dell’opera marxiana attraverso una chiave di lettura tanto affascinante, quanto impegnativa. Marx, aveva scritto nell’introduzione di un’edizione per i 150 anni del Manifesto del partito comunista, è stato il primo, grande studioso della globalizzazione, perché il capitale deve diffondere il suo modo di produzione per riprodursi. Ma in questa sua tendenza espansiva deve continuare a trasformarsi incessantemente, perché la crisi è immanente alla produzione capitalista. Bene, annotava lo storico inglese, Marx lo aveva scritto nel 1848: pagine profetiche e pienamente attuali di fronte alla crisi che ha sconvolto il capitalismo contemporaneo. Ma questa attualità non aiuta molto la spiegazione del perché non ci sia nessuno spettro del comunismo che s’aggira nel vecchio continente; o nel mondo, vista la «natura» ormai globale del capitale.
Da qui la necessità di uno studio non accademico, innovativo dell’opera marxiana, ma tuttavia all’insegna della continuità con le la tesi che, dopo averlo interpretato, il mondo va cambiato. Una posizione coerente con quanto Hobsbawm aveva definito come «piano di lavoro» della collettiva Storia del marxismo pubblicata da Einaudi sul finire degli anni Settanta e da lui diretta, laddove parlava dei molti marxismi novecenteschi, segnale di una ricchezza interpretativa che mostrava tuttavia segni di precoce «invecchiamento». Erano i tempi in cui veniva decretata la «crisi del marxismo», espressione che Hobsbawm non ha mai amato, perché considerata poco fondata storicamente e troppo frettolosamente liquidatoria.
A ben leggere invece i saggi contenuti in Come cambiare il mondo e quelli scritti per la Storia del marxismo i temi di una crisi del marxismo ci sono tutti, anche se in una prospettiva molto diversa da quella che, ad esempio, Louis Althusser aveva indicato dichiarando aperta «la crisi del marxismo». A chi sottolineava l’assenza di una teoria della politica in Marx, lo storico inglese ricordava infatti l’uso creativo che il filosofo di Treviri aveva fatto di Rousseau nella critica della democrazia «borghese»; oppure descriveva il modo originale con cui Marx aveva attinto al pensiero giacobino o ai testi del variegato e fortemente contrastato socialismo utopistico. Questo non significava che Marx avesse però una compiuta teoria dello stato. Era compito dei marxisti colmare questa lacuna. Lo stesso metodo, era riservato a chi invece guardava con sospetto alla teoria del valore-lavoro. Hobsbawm scrive che quella di Marx era una critica dell’economia politica e non un testo di economia, per poi però assegnare alla teoria del valore-lavoro un fondamento economico.
Insomma, non bisognava buttare a mare Marx bensì colmare le lacune della sua opera. Da questo punto di vista, la sua vita pubblica è contraddistinta dalla convinzione che non occorre nessun ritorno alle origini, quasi che nei testi di Marx fosse contenuta la soluzione alla, questa sì conclamata, crisi della sinistra comunista in Europa. Semmai, da storico di razza come è stato, era convinto che l’opera marxiana andasse storicizzata, per garantirne il necessario rinnovamento, all’insegna però della continuità con la tradizione marxista.
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Ripubblichiamo la recensione di Benedetto Vecchi a Come cambiare il mondo (Alias, 2 luglio 2011).

Eric Hobsbawm è lo storico che, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, mandò alle stampe un libro il cui titolo, Il secolo breve, è divenuto espressione tipica per indicare il Novecento. In quel saggio venivano individuate tre «età» per scandire gli anni che vanno dal 1914 al 1991. La prima, quella della «catastrofe», indicava la prima guerra mondiale e la lunga stagione del fascismo, del nazismo e della seconda guerra. Alla catastrofe seguiva però un periodo chiamato «dell’oro», durante il quale il capitalismo aveva conosciuto una fase di ininterrotto sviluppo economico, la fine del colonialismo e, in Europa, il welfare state. Da quel momento fino al 1991 il mondo era però entrato nell’età «della frana», che ha avuto come apice il crollo del socialismo reale e la prima guerra del Golfo. In tutto il saggio, lo storico inglese metteva sempre in rapporto di causa ed effetto la forza politica del movimento operaio con la tendenza del capitalismo a innovare se stesso per arrestare la diffusione del comunismo nel mondo. Nel «secolo breve», tuttavia, il marxismo è ritenuto da Hobsbawm una delle grandi narrazioni novecentesche, come del resto aveva più volte affermato nei saggi scritti per la Storia del marxismo, ambiziosa opera da lui coordinata per l’editore italiano Einaudi. Tesi smentita dall’ultimo decennio del Novecento, che ha invece visto il suo declino. Il crollo del Muro di Berlino, oltre a seppellire il socialismo reale, condannava quindi a un triste oblio l’opera e la tradizione del marxismo.

domenica 5 agosto 2012

Marx A CAMPINAS

 
Angelo d'Orsi - ilmanifesto -
Lukacs e Althusser, Marcuse e Poulantzas. Con grandi citazioni degli italiani, da Gramsci a Bobbio. Agli stati generali del marxismo latinoamericano si riscoprono i «maestri» dimenticati dagli europei
I brasiliani adorano le sigle. Il Cemarx, per esempio, sta per Centro de estudos marxistas. Mi trovo a Campinas, dove hanno sede più università, a cominciare da UniCamp, considerata la terza per importanza di questo immenso Stato federale (circa 28 volte la superficie dell'Italia: dove insomma il federalismo ha un senso!). Ma il Cemarx di Campinas non è il solo del Brasile; ne esistono altri, di centri dediti alla ricerca, alla discussione inframarxistica, e alla pubblicazione di testi e studi, collocati presso gli atenei statali o federali. E ancora altri vivono, piuttosto alacremente, al di fuori del Brasile, in diversi paesi latinoamericani.
Il Cemarxi di Campinas, nato nel 1996, organizza periodicamente, dal 1999, dei Colloqui Marxengels, e pochi giorni or sono si è svolto il settimo. Non hanno un tema preciso, questi incontri, che non possono esser dunque considerati convegni, ma piuttosto dei raduni: potremmo chiamarli "stati generali del marxismo". All'ultimo hanno partecipato 253 relatori (brasiliani, in primis; poi dall'Argentina, Messico, Bolivia; qualche nordamericano, qualche europeo, tra cui, per la prima volta, due italiani), con oltre 500 persone nel pubblico, lungo 4 intense giornate, organizzate come una rassegna festivaliera: eventi in contemporanea, seminari per giovani studiosi, tavole rotonde, sessioni plenarie: si poteva scegliere a proprio piacimento. A ciascuno il suo Marx, insomma. E, naturalmente, il suo Engels, il suo Lenin, il suo Trockij, che qui, in America Latina, spopola, specialmente, appunto, nell'immenso Brasile.
C'era insomma un clima di mobilitazione politica, più che di assise scientifica, una voglia di militare, più che di produrre testi da inserire nel proprio curriculum accademico. Del resto, l'ambiente è tutt'altro che accademico, anche se si tratta di professori universitari, ricercatori, precari della ricerca (ci sono anche qui ma in proporzione sono assai pochi, rispetto ai nostri; e le borse di studio per dottorandi e post-doc sono incredibilmente alte); e studenti, anche se i corsi sono cominciati dopo la fine del Colloquio.
L'atmosfera, poi, era tutta non dirò da Woodstock, ma molto rilassata, anche quando tra partecipanti alle mesas redondas (le tavole rotonde) si è giunti a scambi molto vivaci di opinioni; le quali, immancabilmente, finivano per tirare in campo non soltanto i grandi padri, da Lenin a Trockij, ma i loro eredi più o meno fedeli, leader di partiti e partitini della sinistra brasiliana e latinoamericana.
Un curioso effetto di spiazzamento, per certi versi, si aveva nel seguire queste dispute accanite, fra trotzkisti e (post)stalinisti (nessuno invero si proclama seguace di Stalin), fra studiosi e studiose quasi sempre esponenti delle diverse sigle della variegata sinistra brasiliana, o le discussioni altrettanto appassionate sui concetti principali del fondatore del socialismo scientifico, sulle parole d'ordine leniniane, sugli sviluppi reali e su quelli mancati dell'Unione Sovietica, sulle necessità storiche che spinsero Lenin Trockij Stalin a fare o non fare certe scelte.
In ogni caso, qui, non solo si salva la teoria, ma si dà per universalmente acquisito il significato emancipatorio della Rivoluzione d'Ottobre: Outubro, si chiama una delle riviste del Cemarx di Campinas (l'altra è Critica marxista, omonima della testata italiana), e un volume edito dal Centro, lo scorso anno, circolante fra i convegnisti, si intitola Outubro e as experincias socialistas do século XX, dove pur nelle critiche, che non mancano allo stalinismo, ci si proclama orgogliosamente accanto e dentro l'esperienza storica della Rivoluzione Bolscevica. Al di fuori di essa, naturalmente, non sono mancati, nel Colloquio, approfondimenti su figure, teorie, vicende, grandi e piccole: oltre a Marx, che ha fatto la parte del leone, com'era prevedibile, sono stati passati in rassegna marxismi europei e americani, con particolare attenzione ai popoli latinos, e in specie al Brasile, e alla sua storia non soltanto di pensiero, ma di concrete vicissitudini politiche, spesso drammatiche.
Al primo posto, nel medagliere del Colloquio, a parte Marx, sfolgora il nostro Gramsci, uno degli autori più citati, e oggetto di specifiche comunicazioni, in una diffusa considerazione che gli attribuisce, accanto a Lenin, il primato in seno al marxismo novecentesco. Ormai gli studiosi che si occupano di Gramsci sono davvero numerosi in tutto il subcontinente, e specialmente appunto in Brasile; si tengono corsi, seminari, si fanno pubblicazioni, di testi e di studi. Al Colloquio ho addirittura assistito alla presentazione di un "poster" gramsciano, ossia un manifesto a stampa, con una serie di punti sul pensiero di Gramsci, illustrato con molta cura da una dottoranda. Al di fuori del Cemarx, sempre a UniCamp, a testimonianza dell'enorme attenzione per Gramsci, si annuncia la preparazione di una scelta di testi pedagogici. Colpisce, lo sforzo analitico: si cerca con grande zelo e con altrettanta passione di leggere, contestualizzare, interpretare il Sardo, insistendo sulla sua duplice natura di pensatore e di rivoluzionario.
L'attenzione alla praxis, del resto, è il filo conduttore tanto di questi Colloqui quanto del Cemarx, e in generale degli studi marxisti brasiliani e latinoamericani in genere. Così, che si rilegga Rosa Luxemburg o Karel Kosik, si analizzi Marcuse o Ernest Mandel o Nicos Poulantzas, si sezioni Mariátegui (che ha avuto una intera sessione), che si discutano autori viventi quali David Harvey e Daniel Bensaïd, si capisce che il primo intendimento di questi studiosi/militanti è di portare un contributo alla lotta. L'espressione potrà apparire datata, da noi, scettici e disincantati eurocentrici, ma qui assume tutt'altro peso e significato. Questi popoli, e le loro avanguardie politico-intellettuali, si sentono in guerra, e nella sostanza lo sono: a dispetto delle ottime relazioni che sussistono sul piano individuale e su quello di numerose istituzioni culturali, in realtà i latinoamericani sono in armi contro gli europei e i nordamericani, contro coloro che hanno saccheggiato le risorse mondiali, in nome dello sviluppo e della crescita e ora pretendono di imporre la decrescita, magari felice, o quanto meno di subordinare le scelte di questi paesi alle direttive dei grandi organismi internazionali controllati da un pugno di signori. Contro la nostra furiosa smania di gettare a mare l'intera tradizione comunista, la nostra sbadata e frettolosa liquidazione del patrimonio marxista, e la nostra disattenta e politicamente disincarnata gestione del pensiero gramsciano, contro il dilagare del misterioso e onnicomprensivo postmoderno, qui, dall'altra parte dell'Oceano, non si ha paura di innalzare, e sventolare, la bandiera rossa, alla cui ombra si coltivano per ogni possibile uso, nel Brasile del lungo miracolo economico, parole e nomi che nel nostro mondo oggi fanno tutt'al più sorridere. Noi siamo (o ci crediamo) "oltre". Citiamo Zizek e Badiou, piuttosto che Lukács e Althusser, qui invece in gran voga; come del resto godono di ottima reputazione tanti italiani del XX secolo che noi abbiamo obliterato (ho sentito citare più volte Della Volpe, Togliatti, Sabastiano Timpanaro jr.), compresi molti viventi, a cominciare da Domenico Losurdo, qui assai letto; per tacere del solito Bobbio, che in America Latina ha un suo pubblico numeroso.
Insomma, dal Brasile il marxismo batte un colpo, pur con le sue interne rotture, i suoi infiniti dissidi, le sue tragedie epocali, sperando di ridestare l'Europa. Dai Cemarx ci giunge il messaggio che non soltanto un altro socialismo è possibile e necessario, ma che Marx - proprio lui - è tutt'altro che morto, secondo la vecchia battuta di Woody Allen. Certo, noi non ci sentiamo troppo bene, anzi, a dirla tutta, stiamo piuttosto male, in una Europa affetta da sindrome autodistruttiva, vittima di predatori istituzionali o nascosti, pronta a distruggere quanto di buono v'è nel suo patrimonio storico-culturale, e a gettarsi in pasto al nuovo ordine mondiale, del quale comunque sarà oggetto e non soggetto. Sicché a noi può anche fare uno strano effetto immergerci in queste dispute, sentirle datate, e percepire un distacco, non solo temporale, ma di riferimenti culturali, con i companheiros brasiliani. Ma la verità è che loro all'Europa che arranca nella sua infinita crisi sbattono in faccia proprio quell'europeo di Treviri, che un secolo e mezzo fa la crisi aveva previsto, e indicato nel (vero) comunismo la sola via d'uscita. Che avesse ragione?

lunedì 2 luglio 2012

Giorgio Lunghini: “Marx e Keynes per capire la crisi. E uscirne”



Link al video
Le teorie economiche di Marx e Keynes sono al centro della riflessione di Giorgio Lunghini. Per l’economista, essi sono i principali autori ad aver spiegato i limiti dell’economia di mercato, in contrapposizione alle teorie dominanti del tempo (e di oggi) che non hanno una spiegazione convincente delle crisi economiche, e che pure vengono utilizzate per “curare” la recessione in atto. Lunghini illustra anche i motivi della crisi tra i quali lo spostamento nella distribuzione del reddito e l’incapacità del sistema economico di autoregolarsi e ci illustra le possibili soluzioni per uscire dall’attuale situazione di crisi economica.

Pubblichiamo qui di seguito il testo della relazione al confronto organizzato dall’ Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dalla Fondazione Di Vittorio che si svolgerà al CNEL giovedì 12 luglio 2012 sul tema “La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l’euro. Le origini, gli effetti, le proposte di intervento in Italia, in Europa, nel mondo”. Nel video, invece, l’intervento di Lunghini ad un seminario all’Accademia dei Lincei, con i medesimi contenuti.
0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi si tenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.

1.
Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale – per dirla con Marx – da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design – da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.
2. Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionale del lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale. Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisi ciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttive della Banca Centrale Europea e, in generale, del “senato virtuale”.

lunedì 25 giugno 2012

Il ritorno


2506marx
dall'Unità.it
Se la perpetua giovinezza di un autore sta nella sua capacità di riuscire a stimolare sempre nuove idee, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.
Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute ne Il capitale.
Nuovi sentieri per la ricerca
Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, laMEGA². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.
Grazie a questa importante novità e tramite la stampa dei quaderni di appunti di Marx (precedentemente quasi del tutto sconosciuti), emerge un pensatore per molti versi differente da quello rappresentato da tanti avversari e presunti seguaci. Alla statua dal profilo granitico che, nelle piazze di Mosca e Pechino, indicava il sol dell’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce l’immagine di un autore fortemente autocritico che, nel corso della sua esistenza, lasciò incompleta una parte significativa delle opere che si era proposto di scrivere, perché sentì l’esigenza di dedicare le sue energie a studi ulteriori che verificassero la validità delle proprie tesi.

domenica 25 marzo 2012

CUBAN POP-IN
THE MARXISM IS FINISHED
Thank god, otherwise I would be like this

lunedì 19 marzo 2012

Oddio, c'è Marx nel corridoio!

Militant - sinistrainrete -
Ma che cos’è questa ossessione della borghesia europea per l’alta velocità nel trasporto delle merci? E’ solo una questione di puntiglio? E’ la necessità di dimostrare chi comanda ai cittadini/sudditi di una valle ribelle? E’ un tributo versato al feticcio dello sviluppo? E’ la ricerca dell’ennesimo banchetto da apparecchiare su un’opera pubblica? Oppure si tratta di una cieca e irrazionale furia devastatrice del territorio? Molto probabilmente c’è un fondo di verità in ognuno di questi quesiti, ma la risposta per noi non può che essere un’altra. I capitalisti non sono padroni perché sono stronzi, ma sono stronzi perché sono padroni… e c’è in questo una bella differenza.

Se volessimo esprimere il concetto in maniera più elegante potremmo dire che “il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 129) e “la concorrenza impone ad ogni singolo capitalista come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 430).

Quindi, come il filosofo di Treviri aveva ben sottolineato, il Capitale si muove avendo quale unico obbiettivo quello della sua valorizzazione qual è data percentualmente dal saggio di profitto che “è il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale anticipato” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 382), da cui:

r=p/K

a sua volta sappiamo, sempre con Marx, che il plusvalore può essere scomposto nel prodotto del saggio di plusvalore (o grado di sfruttamento) moltiplicato per il valore della forza lavoro impiegata, ovvero quello che sempre Marx chiama capitale variabile, così che la formula sopra diventa:

r=s CV/K

scriviamo questo non per manifestare una saccenza che tra l’altro non ci compete, ma per ribadire fino allo sfinimento come il saggio di profitto dipenda in primo luogo dal grado di sfruttamento della forza lavoro. E’ il lavoro e solo il lavoro che crea valore. Questa espressione ha piena validità, però, solo se le merci prodotte, ovvero il lavoro + il pluslavoro estorto, vengono vendute al loro pieno valore. Trasformazione che non può che avvenire nella sfera della circolazione poiché

“Il processo ciclico del capitale si attua in tre stadi, i quali, secondo l’esposizione del primo volume, formano la seguente serie:

Primo stadio: il capitalista appare sul mercato delle merci e sul mercato del lavoro come compratore; il suo denaro viene convertito in merce, ossia compie l’atto di circolazione D — M.

Secondo stadio: consumo produttivo da parte del capitalista delle merci acquistate. Egli opera come produttore capitalistico di merci; il suo capitale compie il processo di produzione. Il risultato è: merce di valore maggiore di quello dei suoi elementi di produzione.

Terzo stadio: il capitalista si ripresenta sul mercato come venditore; la sua merce viene convertita in denaro, ossia compie l’atto di circolazione M — D.

La formula per il ciclo del capitale monetario è dunque: D — M….. P….. M’ — D’, nella quale i puntini indicano l’interruzione del processo di circolazione e M’ e D’ contrassegnano M e D accresciuti di plusvalore.” (K. Marx , Il Capitale, Libro II, pag 579).

venerdì 10 febbraio 2012

Dickens, maestro di verità sociali, parola di Marx



Autore: Enrico Palandri - controlacrisi
Per l’autore del «Manifesto» ha fatto più denuncia politica dei politici di professione. A 200 anni dalla nascita il romanziere inglese influenza lo sguardo che abbiamo ancora oggi sul lavoro, la finanza, la povertà

Di Charles Dickens, di cui ricorrono oggi i duecento anni dalla nascita, Karl Marx scrive in un articolo apparso sul New York Tribune il primo agosto del 1854 che è un autore le cui... pagine eloquenti e icastiche hanno donato al mondo più verità politiche e sociali di quelle pronunciate da professionisti della politica, pubblicisti e moralisti messi insieme, descrivono ogni tratto della borghesia, dai detentori di capitale e beneficiari di rendite che guardano dall'alto ogni altro commercio come volgare, ai negozianti e gli avvocati.
La straordinaria influenza della società colta da Dickens ci ha costruiti e rimane lo sguardo che abbiamo ancora oggi sul lavoro, la finanza, la povertà. Di questo mondo ebbe esperienza diretta e lo racconta con uno schema pressoché costante in tutta la sua opera: rigida divisione in classi sociali e potenza del denaro, che istituisce e abolisce barriere in contrasto con l'umanità dei personaggi.
Denaro, ed è questa la grande innovazione, che è quindi del tutto indipendente dal merito e dal lavoro e al contrario è volatile, finanziario, appare e scompare improvvisamente attraverso eredità o eredità mancate, si moltiplica o crolla per accumuli e investimenti in borsa. Denaro che scorre insieme al sangue per le strade di Londra, la vera protagonista dei suoi romanzi, la cui natura completamente umana è data proprio dalla sua variegatissima popolazione.
Di queste fortune Dickens ebbe esperienza diretta: suo padre era stato rinchiuso nella famosa Marshalsea per debiti quando Charles Dickens aveva dodici anni, e altrettanto miracolosamente ne era uscito ereditando 450 sterline dalla nonna paterna (come Dickens racconterà nel personaggio William Dorrit).
FORTUNA AL CINEMA E IN TV
Dickens provò in quel periodo il destino del suo personaggio Oliver Twist, lavorando in una fabbrica piena di ratti per dieci ore al giorno, e in seguitò o per esperienza diretta o nelle sue inchieste giornalistiche, conobbe da vicino le diversissime condizioni sociali che ritrae nei suoi libri.
Quel mondo è ancora vivissimo nel nostro modo di pensare il mondo: dai suoi dodici romanzi principali e soprattutto da A Christmas Carol sono stati tratti 180 adattamenti cinematografici o televisivi, per non parlare della fortuna di Scrooge, che è l'archetipo di una miriade di personaggi fino allo Zio Paperone di Disney, che nell' originale inglese porta infatti il suo nome.
Negli ultimi anni la Bbc ha rinvigorito l'industria che ripropone queste storie al grande pubblico. Little Dorrit, Nicholas Nickleby o Bleak House sono tutte diventate fortunatissime serie televisive.

lunedì 16 gennaio 2012

Traiettorie del Capitale

di Anselm Jappe. sinistrainrete
E' banale dire che stiamo vivendo un'epoca di enormi cambiamenti a livello tecnologico, che tutto diventa sempre più miniaturizzato e più veloce. Ciò che distingue un periodo storico da un altro, non è solamente la tecnologia, ma, soprattutto, i rapporti sociali. E, da questo punto di vista, ci troviamo più o meno nella stessa situazione che c'era nel XIX secolo, quando Karl Marx elaborò la sua critica del capitalismo. Soprattutto, se non consideriamo i rapporti sociali solo nella percezione della dominazione visibile da parte di una classe di persone - i proprietari dei mezzi di produzione - sugli altri gruppi sociali, costretti a vendere la loro forza lavoro. Ma se intendiamo per rapporto sociale, anche e soprattutto, le categorie fondamentali della società capitalistica: il lavoro e il valore, la merce e il denaro. Queste sono le forme, storicamente concrete, che prendono le attività produttive umane. Esse non sono naturali e non si trovano affatto in tutte le forme di società, tutt'altro. Dopo una lunga gestazione, a partire dalle loro forme embrionali, il lavoro e il valore, la merce e il denaro, il plus-valore e il capitale si sono imposti al centro della vita sociale a partire dalla rivoluzione industriale, e da oltre 250 anni queste categorie hanno continuato ad espandersi sopra aree sempre più ampie della vita umana, sia in senso geografico che all'interno delle società capitaliste, fino allo stadio attuale, dove non c'è praticamente alcun aspetto della vita che non sia determinato dal lavoro e dal valore, dalla merce e dal denaro, o dalle loro forme derivate.

Nella società moderna basata sulla produzione di merci, il lavoro ha un aspetto duplice: è sia lavoro astratto che lavoro concreto. Tuttavia, questi non sono due diversi tipi di lavoro ed il lavoro astratto non ha nulla a che fare con il lavoro immateriale: una confusione terminologica costantemente mantenuta da alcuni autori. Ogni lavoro, indipendentemente dal suo contenuto, ha un lato astratto, vale a dire che costituisce semplicemente un dispendio di energia umana misurata dal tempo. Il valore di una merce, come Marx ha dimostrato, non dipende dalla sua utilità, né dal desiderio che suscita, ma dalla quantità di lavoro indifferenziata, di lavoro astratto, che essa rappresenta. Tale valore si esprime per mezzo di una particolare merce: il denaro. Nella società capitalista, la produzione di beni d'uso è un fattore certamente indispensabile, però sempre subordinato alla produzione di quella merce che è l'unico scopo di tutto il processo produttivo: il denaro. Molto prima della questione della distribuzione del plusvalore, tra i diversi attori della produzione, la società di mercato si caratterizza attraverso questo processo anonimo ed automatico di trasformazione di ogni attività concreta in una quantità precisa di valore e denaro.

Detto ciò, alla domanda se sia, attualmente, possibile uscire dalla società del lavoro, grazie all'automazione che riduce il lavoro ad una parte infinitesimale, la risposta è: sì e no. Sì, tecnicamente, ma No, socialmente.

Il capitalismo è inseparabile dalla rivoluzione industriale. Fin dal suo debutto, ha cominciato a sostituire il lavoro vivo con la tecnologia, con le macchine. Questo è il meccanismo della concorrenza che spinge, pena l'eliminazione, i proprietari di capitale a far lavorare i propri operai su macchine sempre più efficienti, in modo da poter vendere i prodotti a prezzi sempre più economici. Però, questo rinnovamento tecnologico incessante non beneficia tutti i lavoratori e tutta la società nel suo complesso. Il filosofo inglese John Stuart Mill, generalmente considerato un cantore del capitalismo, aveva già ammesso, verso la metà del XIX secolo, che qualsiasi invenzione fatta per economizzare lavoro non ha mai permesso a nessuno di lavorare di meno - ma solo di produrre di più nella stessa unità di tempo. Anche la riduzione dell'orario di lavoro, negli ultimi due secoli, non è stata una riduzione del lavoro effettivo, in quanto è stata solitamente accompagnata da una intensificazione del lavoro stesso - Henry Ford introdusse, per primo, la settimana di otto ore nella sua fabbrica, intorno al 1914, solo dopo che gli studi dell'ingegnere Taylor avevano dimostrato che, con l'organizzazione scientifica del lavoro, si poteva produrre più di quanto si producesse con le dieci ore.

giovedì 12 gennaio 2012

Consumare di notte.

di Bevilacqua, Piero. eddyburg
Scriveva Marx, ai suoi tempi, che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi.

Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali, sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg, come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare, si distinguevano dagli USA e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico - che nell'ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura - lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto. Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro, come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono.

La proposta del governo italiano in carica di prolungare l'orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all'opera nelle “società più avanzate”. Sembra una semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo, di distruzione di un modello di civiltà. Si fa presto a scoprirlo. E' sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo.

Negli USA, che sono oggi “ il punto più avanzato dello sviluppo”, è possibile scoprire la trappola in cui sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una “bolla consumistica” che alla fine è esplosa con immenso fragore. I fondatori del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e denunciano da anni, che la spinta all'iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un surrogato della riduzione dell'orario di lavoro. I guadagni di produttività oraria realizzati nell'industria e nei servizi USA non sono stati utilizzati , come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero. Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee. Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie all'esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario, naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50 ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c'è di che stupirsi. Come si fa a rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d'ore di straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l'ultima consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno?

lunedì 14 novembre 2011

Londra 1852, il governo tecnico visto dal giornalista Karl Marx

di Marcello Musto in Il Manifesto. Fonte: controlacrisi
Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del «governo tecnico».
In qualità di giornalista del New-York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852, portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).
L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso «nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici», e invocava per questo governo il sostegno degli «uomini di ogni tendenza», poiché «i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali»; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente».

martedì 11 ottobre 2011

Il ritorno di Karl Marx nel cuore di Wall Street.

di PAUL KRUGMAN - la Repubblica Fonte: dirittiglobali
NON sappiamo ancora se i manifestanti del movimento Occupy Wall Street imprimeranno una svolta all'America. Di certo, le proteste hanno provocato una reazione incredibilmente isterica da parte di Wall Street, dei super ricchi in generale.
Edi quei politici ed esperti che servono fedelmente gli interessi di quell'un per cento più facoltoso. Questa reazione ci dice qualcosa di importante,e cioè che gli estremisti che minacciano i valori americani sono quelli che Franklin Delano Roosevelt definiva i monarchici economici ("economic royalists") non la gente che si accampaa Zuccotti Park. Si consideri, innanzi tutto, come i politici repubblicani abbiano raffigurato queste piccole, anche se crescenti dimostrazioni, che hanno comportato qualche scontro con la polizia - scontri dovuti, pare, a reazioni esagerate della polizia stessa - ma nulla che si possa definire una sommossa.

Non c'è stato nulla, finora, di paragonabile al comportamento delle folle raccolte dal Tea Party nell'estate del 2009.

Ciò nonostante, Eric Cantor, leader della maggioranza alla Camera, ha denunciato degli «assalti» e «la contrapposizione di americani contro americani». Sono intervenuti nel dibattito anche i candidati alla presidenza del partito repubblicano, il cosiddetto Grand Old Party, con Mitt Romney che accusa i manifestanti di dichiarare una «guerra di classe», mentre Herman Cain li definisce «antiamericani». Il mio preferito, comunque, è il senatore Rand Paul che, per qualche motivo, teme che i manifestanti cominceranno a impossessarsi degli iPads, perché credono che i ricchi non se li meritino.

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