Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 13 marzo 2013

Non siamo tutti nella stessa barca.

Fino alla fine del vostro mondo

Fino alla nascita del nostro

Area globale

Tempi di crisi
Gli effetti della crisi1 economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.
Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.

Il patto è saltato

Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" – reddito in cambio di consenso – e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,
riducendo i margini per la re-distribuzione della ricchezza e determinando una sempre maggiore polarizzazione sociale (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri).
Gran parte del sistema politico-istituzionale tradizionale, ormai privo di credibilità perché incapace di garantire i termini della precedente re-distribuzione, viene privato del consenso e lapidato, sia pure solo virtualmente.

Ma c'è ancora troppa fiducia

Il graduale distacco dei cittadini dai tradizionali partiti di centro-destra-sinistra non è affatto, in sé, una cattiva notizia. Al contrario, il ritiro di ogni fiducia a questi partiti è la premessa necessaria di qualsiasi ipotesi di trasformazione reale. Pertanto, non staremo qui a rammaricarci e siamo convinti che, diversamente da quanto affermano in coro i mass media di regime, non siamo di fronte ad un moto contro la politica, ma piuttosto ad un moto contro questa politica.
I lavoratori hanno perduto la propria fiducia verso i funzionari del sistema – i partiti istituzionali che hanno governato l'Italia in questi ultimi decenni –, ma non l'hanno ancora perduta verso il sistema nel suo complesso e non hanno ancora maturato la piena consapevolezza che il loro vero problema non è quello dei politici corrotti (che corrotti erano anche quando ricevevano ampi consensi elettorali5 e che peraltro meritano ogni stilla di odio che viene loro rivolta), ma proprio quello del sistema nel suo complesso che continua a colpirli nel reddito, nell'assistenza sanitaria e pensionistica, nel diritto all'istruzione... anche - e forse ancor più - quando l'"onesto" Monti (o l'''onesto" Bersani) sostituiscono il disonesto Berlusconi.

Onesti macellai

Ma ciò che oggi i lavoratori non hanno ancora capito saranno costretti a capirlo, quando constateranno – come già stanno constatando, frugando nelle proprie tasche – che il passaggio "dall'illegalità alla legalità" non è per loro fonte di alcun miglioramento della propria condizione.
In 13 mesi, il governo dei "tecnici" e degli "onesti" ha massacrato i lavoratori più dei precedenti governi degli "incapaci" e dei "disonesti". Il perché è presto detto: Berlusconi era debole e non era in grado di spingere a fondo le cosiddette "riforme", mentre a Monti è stata concessa una grande forza – parlamentare e di immagine (la famosa "credibilità") – che è stata usata per colpire violentemente i lavoratori (abolizione delle pensioni di anzianità, inizio dell'eliminazione dell'articolo 18, tagli sociali, ecc.).
Se vogliamo dunque auspicare la vittoria degli "onesti" non può essere certo per un fatto astrattamente etico – anche perché sarebbe grottesco parlare di etica in un mondo nel quale una "Ruby" riceve 7000 euro a notte mentre "metà della popolazione mondiale (tre miliardi di persone) vive con meno di due dollari al giorno"6 – ma in quanto tale passaggio – per parafrasare Lenin – mostrerà più chiaramente e più rapidamente ai lavoratori che il loro problema non è la mancanza di legalità nel sistema ma il funzionamento stesso, del sistema.

venerdì 8 marzo 2013

Tanto denaro per nulla

La vertigine della finanza creativa

Luigi Pandolfi - economiaepolitica -

Rovistando nei materiali analitici e tra le notizie relative a questa speciale crisi economica che sta sconvolgendo le nostre società, mi è tornata alla mente una frase di Karl Marx contenuta nel secondo libro de Il Capitale: “Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Un’asserzione tanto straordinariamente attuale da sembrare un commento a ciò che ci sta passando sotto gli occhi oggigiorno. Di certo essa costituisce una dimostrazione lampante dell’utilità del pensiero marxiano nella sua parte critico-interpretativa, a fronte della fallacità delle sue componenti profetico-deterministiche.
“Fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Ecco: non è forse quello che è accaduto, e che sta accadendo, nella parte più “attempata” del capitalismo mondiale? Certo che sì. Basta un solo esempio per suffragare questo assioma. Quante volte abbiamo sentito parlare, a proposito dell’economia finanziaria, di “economia di carta”, di quella sfera separata dall’economia reale in cui il denaro si tira fuori dal denaro stesso? Immagino tante volte. E di “cartolarizzazioni”? Un po’ meno, credo. Eppure tra le due espressioni c’è una stretta correlazione, ancorché la prima sia nata con valore dispregiativo, mentre la seconda rimandi al linguaggio tecnico-ufficiale del mondo finanziario e degli analisti economici. La correlazione consiste nel fatto che entrambe sottendono concetti affini (“Carta” nel senso di moneta, titoli, ecc.), e che la seconda ha in un certo senso riscattato la prima.
Certo, il sistema delle cartolarizzazioni è solo un pezzo di quella che chiamiamo “economia di carta”, ma il richiamo ad esso è molto utile per comprendere il livello di sofisticazione raggiunto dal mercato finanziario su scala globale, e lo sdoganamento, anche sul piano lessicale, di attività speculative che, nella loro dimensione ormai ipertrofica, stanno avendo un riverbero funesto sulla vita materiale di milioni di persone. Scendiamo un po’ nel dettaglio. C’è stato un momento nella nostra storia recente in cui la “vertigine” della finanza creativa “ha colto” con particolare impeto le classi dirigenti: l’idea di fare soldi con i soldi, di trasformare i debiti in crediti, i rischi in opportunità, di imbellettare i bilanci con cespiti aleatori, sembrava essere la scoperta dell’Eldorado, la soluzione più comoda ai problemi economici del nostro tempo.
Si pensi al recente caso del Monte dei Paschi di Siena. La banca ha accumulato troppi debiti? E che problema c’è, basta un derivato e tutto si risolve. Se, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, Mps ha pensato bene di guardare all’oggi, ripulendo momentaneamente il bilancio e spostando in avanti le perdite, ulteriormente indebitandosi. D’altronde il tempo è denaro, o no?
Tanto forte è stata questa “vertigine” che ad un certo punto è intervenuto anche il legislatore, “regolarizzando” perfino le operazioni più ardite, al limite della truffa. Ecco allora che il sistema delle “cartolarizzazioni”, o di cessione di crediti, insieme a quello dei “derivati”, degli swap, diventa una roba gigantesca. In Italia, prima che intervenisse il D.lgs. n.130/1999, non era consentito, ad esempio, emettere titoli obbligazionari senza garanzia, generando credito da altro credito, tranne che “per particolari ragioni che interessano l’economia nazionale” (Art. 2410 Cod. Civ.). Poi, con le nuove norme, tutto è cambiato e, caduti gli argini, il fiume è straripato.
La girandola, semplificando, è diventata insomma questa: c’è Tizio (Supponiamo che sia una banca) che vanta un credito di 100 nei confronti di Caio (Ad esempio un mutuatario). Tizio cede il credito a Sempronio (Una società – veicolo SPV), che gli corrisponde l’importo equivalente più l’aggio. Sempronio emette titoli per un valore equivalente al credito avuto in cessione. I titoli sono sottoscritti da Mevio (Investitore, pubblico o privato). In pratica sulla promessa di Caio di pagare le rate del suo mutuo si mette in piedi un meccanismo di moltiplicazione di ricchezza. Un meccanismo poggiato sul nulla, insomma.
Ma chi garantisce Mevio per i titoli sottoscritti? Forse Tizio? No. Allora Sempronio? Nemmeno. La garanzia è data soltanto dal flusso finanziario derivante dai pagamenti di Caio. E se Caio non paga? Beh, in questo caso il titolo diventa un “titolo-spazzatura” (Junk bond), che non potrà più essere rimborsato. Su grande scala una situazione di questo tipo si chiama crack, o default se piace di più. È quello che ha riguardato, ad esempio, centinaia di banche americane dal 2008 ad oggi, con gli effetti a catena sull’economia globale che ben conosciamo; è quello che hanno all’opposto evitato centinaia di banche europee grazie all’iniezione di liquidità effettuata quasi a gratis dalla Bce tra il 2011 ed il 2012.
Prima che il castello di sabbia si sgretoli qualcuno (banche, società–veicolo), però, ci guadagna, ci guadagna molto, a scapito della stabilità dell’edificio finanziario di un paese, o di un continente, di più continenti.
È stato calcolato che solo le banche dell’area Ue, nel periodo che va dal 2000 al 2008, hanno effettuato un volume di cartolarizzazioni pari a circa 4mila miliardi di Euro. Una bolla gigantesca il cui scoppio, per i rischi connessi alla solvibilità dei debitori ceduti, potrebbe mandare in frantumi l’economia del vecchio continente. Ma tant’è: l’imperativo è sempre quello di fare soldi con i soldi, ad ogni costo, con ogni mezzo, anche a costo di scommettere, come nel caso dei derivati, sulla morte civile di un paese.
Tutto ciò mentre l’economia reale, quella relativa alla produzione di beni e servizi, annaspa, va in crisi, ed i cittadini europei sono costretti a fare i conti con disagi e privazioni, precarietà e disoccupazione. Evidentemente c’è qualcosa che non va. C’è una correlazione tra la crescita esponenziale del volume delle transazioni finanziarie e la sofferenza dell’economia reale nei principali paesi d’Europa? Evidentemente sì. Essa consiste nel fatto che una parte rilevante del quantitativo di moneta circolante, già ridottosi per effetto della recessione, anziché dirigersi verso gli investimenti nei settori produttivi dell’economia segue ormai la via della speculazione fine a se stessa. E, come tutti sanno, la speculazione non si fregia di nessuna utilità sociale, essendo la sua missione quella di tirare profitti dalla compravendita di titoli finanziari, per il solo, e rapido, arricchimento di chi ne è artefice, degli scommettitori professionali, per intenderci.
Si torna, ordunque, alla constatazione marxiana che ho riportato in apertura dell’articolo. Se dal denaro, anche da quello virtuale, si può tirare fuori altro denaro, direttamente, velocemente, senza “la mediazione del processo di produzione”, perché attardarsi nell’impresa faticosa del produrre per guadagnare? Sarà stata, questa, anche la valutazione di tanti capitani d’impresa, che, negli ultimi anni, hanno pensato bene di investire i loro capitali in attività finanziarie anziché reimmetterli nel ciclo produttivo.
Si può mettere un limite alla speculazione finanziaria? Si deve. Come? Tassando innanzitutto le transazioni, separando nettamente le banche d’investimento da quelle commerciali, vietando l’emissione di titoli senza copertura finanziaria certa e garantita, introducendo regole ed elementi di trasparenza nel sottobosco dei mercati paralleli e secondari, in quell’universo chiamato “finanza-ombra” che in Europa fa il 28% dell’intero volume delle intermediazioni finanziarie.
La finanziarizzazione dell’economia assomiglia sempre più ad una malattia autoimmune: il capitale, anziché servire l’economia reale, si dirige contro di essa, distruggendola. Non intervenire significherebbe condannare le nostre società alla catastrofe.

venerdì 22 febbraio 2013

Lo stato di crisi permanente

10. New Man 1923 by El Lissitzky 1890-1941Andrea Fumagalli
Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.
Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.
Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.
Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».
Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.
In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.

venerdì 8 febbraio 2013

La guerra monetaria? E’ colpa di Angela Merkel

 
Guerra-va
E’ la deflazione nell’Ue ad aver causato le reazioni interventiste delle banche centrali in tutto il mondo. L’economista keynesiano Sergio Cesaratto attacca la Germania che non si assume le sue responsabilità e i politici che non si oppongono all’Europa teutonica. La guerra valutaria? E’ una logica da scaricabarile, così come è folle quella che governa l’Unione europea, con un’austerity divenuta il cancro dell’economia mondiale e a cui i leader politici, compreso Pierluigi Bersani, non si sanno opporre. E la cancelliera tedesca Angela Merkel ha poco da lamentarsi.

Sergio Cesaratto, docente di politica economica all’Università degli Studi di Siena, non usa perifrasi: “E’ stata la deflazione interna decisa dall’Ue a scatenare le reazioni degli altri Paesi”, spiega in una conversazione con Formiche.net.
Come valutare le politiche monetarie espansive attuate dalle maggiori banche centrali del mondo, proprio quando la Cina ha deciso un’immissione di liquidità da 72 miliardi di dollari? “Le guerre valutarie non sono mai un fatto positivo, al di là dei riaggiustamenti a fronte di palesi squilibri nei cambi da parte di alcune valute. E’ una logica da scaricabarile. Chi vede la propria moneta rivalutarsi con conseguente danno alle esportazioni reagirà cercando di evitarla”, sottolinea.
“La creazione di liquidità – prosegue l’economista – determina inoltre fenomeni speculativi sui mercati delle merci, e anche rialzi borsistici. Questi possono essere benvenuti se poi hanno effetti positivi sull’economia reale, ma si tratta pur sempre di droghe. Ciò non vuol dire che politiche monetarie e fiscali espansive a livello globale non siano benvenute, ma in una logica di accordi internazionali”. Una nuova Bretton Woods sulle regole degli scambi monetari e finanziari? “Sarebbe auspicabile”.
Ma quanto tempo potrà reggere un euro stritolato da yuan e dollaro? “Qui è il punto dolente, per noi e per tutti – evidenzia Cesaratto - L’austerità europea è un cancro dell’economia mondiale. Il fatto che l’Europa non funga da traino all’economia mondiale è una delle cause della guerra valutaria, di cui l’Europa finisce a fare le spese con una rivalutazione dell’euro. Questa deprime le esportazioni europee, i redditi nazionali e le finanze pubbliche. E nella logica folle che governa questo continente ciò condurrà ad un’ulteriore austerità, e si ricomincia daccapo. L’Europa dovrebbe rilanciare la propria domanda interna, in particolare quella dei Paesi in suprlus comnerciale, sostenendo i Paesi europei in disavanzo estero e dando un contributo all’economia mondiale”.
Ma l’ortodossia della Bce sull’inflation targeting è in grado di reggere l’urto della svalutazione delle altre monete? “La Bce – risponde – ha fatto quello che poteva nei vincoli a lei imposti dai tedeschi. E’ chiaro che il mandato della Bce dovrebbe essere mutuato e assimilato a quello della Fed americana, con la piena occupazione con obiettivo accanto al contenimento dell’inflazione. Ciò implicherebbe un coordinamento con una politica fiscale europea espansiva e non ossessionata dai debiti pubblici”.
E quanto può essere rischioso per l’Europa questo gioco al massacro? La rivalutazione dell’euro “che segue una guerra valutaria che il Vecchio continente ha contribuito a determinare mette in luce i limiti della strategia europea troppo speranzosa in una valvola di sfogo nei mercato extra-Europei a cui anche la periferia avrebbe potuto aver accesso in virtù della competitività guadagnata con la deflazione salariale. Come si vede l’Europa ha iniziato la guerra valutaria con le cosiddette ‘svalutazioni interne’, via deflazione dei salari”. Una speranza che viene meno “proprio per la reazione dei partners globali”.
E le armi di Francoforte? Neanche l’Outright Monetary Transactions, il programma di acquisto di titoli della Bce) può essere considerato un surrogato sostenibile rispetto ad una politica monetaria di intervento diretto. “Non è un surrogato. L’Omt porta con sé lo stigma politico di consegnare la sovranità fiscale all’Europa. E’ congeniato perché i Paesi non vi aderiscano se non in extremis, sperando che a ciò non si arrivi. Ma la riduzione degli spread che l’annuncio dell’Omt ha determinato è troppo poco, e come si vede basta poco a farli risalire” La sola ricetta per l’Europa e l’economia mondiale? “Garanzia Bce sui debiti sovrani e inversione delle politiche di austerità”, specifica l’economista.

domenica 20 gennaio 2013

Crisi dell’eurozona : si alle politiche keynesiane, no al liberismo.

    

da keynesblog
Qualcuno si pone la domanda: a che servono i sacrifici che stiamo facendo?
Nel tentativo di dare un contributo alla comprensione della situazione attuale pubblichiamo questo articolo di Ars Longa, uno pseudonimo sotto il quale si cela qualcuno in grado di argomentare bene una certa posizione, quella di coloro che si dicono keynesiani, piu’ che altro, a dire il vero, per appoggiarsi a una teoria che sembra efficace da contrapporre al liberismo che per condivisione effettiva, la quale e’ oggi impossibile da definire, tanti sono i rivoli in cui si e’ suddiviso l’originale lavoro di Keynes. Naturalmente BorsaPlus rimane autonoma e indipendente dai giudizi qui espressi.
Sono sicuro che qualcuno si pone la domanda: a che servono i sacrifici che stiamo facendo? A sentire il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio stiamo tirando la cinghia per salvare il Paese. Ci si aspetterebbe allora di vedere qualche risultato. Ma, ci dicono, non si può pretendere di vedere i risultati subito. La realtà è che, mentre noi crediamo che i sacrifici servano a salvarci, servono soltanto a cambiarci. O, per essere più chiari, a cambiare il mondo così come le generazioni cresciute o nate prima del 1989 lo hanno conosciuto.
C’è in atto una “lunga marcia” verso lo smantellamento di ogni forma di eguaglianza sociale e di intervento calmieratore dello Stato nell’economia. Una lunga marcia iniziata – più o meno – alla fine degli anni Settanta dello scorso secolo con Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti.
Ma dietro la Thatcher e Reagan – politici brillanti ma non dotati di grande cultura economica – c’erano degli economisti, dei teorici del liberismo che possono essere considerati i veri costruttori della realtà che stiamo vivendo.
Benché gli economisti si sforzino di dimostrarlo, l’economia non è una scienza e, tantomeno, è una scienza esatta. Quando Nobel istituì il premio a lui intitolato, alla fine dell’Ottocento, non pensò che potesse esistere un premio per l’economia. Di fatto il Nobel per l’economia fu istituito soltanto a partire dal 1969. Esistono in economia delle “teorie”, ma poiché l’economia pur basando molta parte di se stessa su proposizioni basate e similari alla matematica, non è una scienza esatta ciò che produce sono teorie. Perciò dovremmo abituarci a vedere l’economia per quello che è: una ideologia. Meglio ancora: uno strumento ideologico. L’economista non è neutro, l’economista non è un tecnico. L’economista è un politico che ha una sua idea del mondo e che, invece di agire e argomentare come un politico, espone le sue idee sotto forma di “teorie”. L’economista sembra più affidabile del politico perché il castello delle sue affermazioni viene presentato con il vocabolario della scienza. Sia l’economista che il politico hanno una precisa idea di come il mondo dovrebbe essere e, in base alla propria idea, operano. La crisi delle ideologie politiche ha lasciato – negli ultimi quaranta anni – sempre più spazio alle ideologie economiche. I cittadini però, quando non gradiscono più una visione politica, nei regimi democratici possono votare e cambiare politici. Gli economisti non vengono votati e la loro ideologia, quando si afferma, permea l’intero sistema. Se vi è sembrato che negli ultimi anni i discorsi e le ricette della Sinistra assomiglino sempre più a quelle della Destra (e viceversa) non vi siete sbagliati. In politica i concetti di Destra e Sinistra sono diventati sempe più evanascenti perché a Destra come a Sinistra si è sposata una sola delle teorie economiche: la teoria liberista.
Il secondo dopoguerra, quando il mondo occidentale era da ricostruire, fu segnato dal prevalere di una teoria economica: il keynesismo, teorizzato da John Maynard Keynes. Se volete metterla in termini brutali il keynesismo ha disegnato le nostre società. L’intervento dello Stato sull’economia, il welfare state, sono invenzioni che derivano dalle teorie keynesiane. Il “Piano Marshall” di aiuti ai Paesi distrutti dalla guerra, lo “stato sociale” inglese derivano dalle idee economiche di Keynes negli Stati Uniti e di Beveridge in Gran Bretagna.
Dalla fine degli anni Settanta l’ideologia economica keynesiana è stata sottoposta ad una erosione costante da parte di un’altra teoria, quella liberista. I liberisti hanno rappresentato una teoria di opposizione al keynesismo. Una teoria che era stata considerata (a torto o a ragione) poco valida a seguito della grande crisi del 1929 e che è sopravvissuta per diversi decenni come una teoria di minoranza. Quando la Thatcher arrivo al potere non nascose di essere ispirata dalle teorie di Friedrich von Hayek che del liberismo moderno è uno dei padri fondatori. Il liberismo di von Hayek (e del suo continuatore Friedman) si è lentamente affermato. L’affermazione di una teoria economica passa attraverso il suo coinvolgimento con la politica. Gli economisti diventano i consiglieri dei politici, le loro teorie (viste come soluzioni pratiche dai politici) diventano pian piano verità. Ed è ciò che è accaduto in questi anni: il liberismo è diventato l’unico pensiero economico legittimato.

domenica 13 gennaio 2013

L'ECONOMIA CRITICA IN PROGRAMMA

Fonte: il manifesto | Autore: Sergio Cesaratto Stefania Gabriele
       
Che fine hanno fatto gli economisti di sinistra? Qualcosa del genere qualcuno si chiedeva sul manifesto di qualche secolo fa. Nonostante il grande sforzo profuso in questi anni sul web, in e-book (come «Oltre l'austerità») e assemblee, il loro impatto sui programmi elettorali delle formazioni della sinistra appare assai lieve. Per non parlare dell'idea di portare in Parlamento le competenze necessarie per condurre a livello adeguato la battaglia contro l'austerità e per un'Europa diversa. Per questi economisti critici non giungono certo come una novità le conclusioni a cui arriva il working paper, firmato nientemeno che dal capo della ricerca del Fmi Oliver Blanchard e richiamati dal manifesto di giovedì, per cui gli effetti delle politiche di austerità sulla crescita sono state sottostimate. Questa è gente che ha sempre sbagliato tutto, sin da quando Blanchard e Giavazzi guardavano ai flussi di capitale dai paesi europei più ricchi verso la periferia come un fenomeno che ne avrebbe sostenuto la crescita, e non come l'alimento di bolle immobiliari e di una crisi del debito. Eppure l'esperienza dei paesi emergenti doveva insegnarglielo. Eppure sul testo di Blanchard-Giavazzi i nostri studenti continuano a essere indottrinati. Eppure il Pd candida Giampaolo Galli come per ribadire una sorta di allineamento del partito all'economia politica «volgare» e di prossimità ai gangli dominanti del potere economico.
Al di là dell'esito elettorale, sono Monti e quest'Europa che rischiano di dettare l'agenda. Dietro il fumo, la sostanza dell'Agenda Monti è un progetto di rilancio del paese attraverso la riduzione di salari e diritti e dello stato sociale. Una sorta di ritorno agli anni '50, ma in un contesto internazionale che, a differenza di allora, molto difficilmente trainerà una ripresa delle esportazioni italiane. Alla ricerca di un accreditamento internazionale e di un ravvedimento operoso di quella che il Pd amabilmente chiama la «famiglia socialista europea», l'agenda Bersani può definirsi come un «togli qui e metti lì». Una modesta agenda di redistribuzione di risorse che vanno scemando a fronte dell'austerità e che assomiglia al raschiare il fondo del barile. La centralità che l'opposizione all'austerità e la questione europea hanno assunto nelle posizioni espresse dagli esponenti di Cambiare si può rappresenta invece un fatto importante, e su questo Rifondazione è certamente solidale. Al momento, tuttavia, le dichiarazioni economiche di Antonio Ingroia appaiono principalmente riferirsi ai poteri taumaturgici della lotta alla corruzione e alle mafie. Che questa sia una priorità non v'è dubbio, così come quella del riequilibrio dell'imposizione fiscale e della lotta all'evasione. Ma l'idea che il recupero dei capitali mafiosi, o un'efficace lotta alla corruzione portino risorse e investimenti esteri sufficienti alla ripresa è a dir poco ingenua. E comunque è un lavoro di lunga lena.
Manca dunque nei programmi del Pd (e di Sel) e per ora in quello di Ingroia un puntuale riferimento a un quadro di politiche europee volte alla crescita. L'auspicio è che questo lavoro cominci, possibilmente non come sgangherate liste della spesa con proposte più o meno fumose, ma con un convincente sforzo di approfondimento, anche tecnico, che dovrebbe ben andare oltre le elezioni. Una proposta solo menzioniamo (e risale all'Appello degli economisti del 2006): un impegno della Bce a diminuire i tassi ai livelli pre-crisi - la Bce lo può fare - può essere scambiato con quello a stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil, sì da tranquillizzare Germania e mercati che non si tratta di populismo. Se condotta a livello europeo, tale politica renderebbe possibili politiche fiscali di sostegno della domanda aggregata e la ripresa. Reuters cita un sondaggio che dà la Linke tedesca al 9%, dunque forza e coraggio.

venerdì 16 novembre 2012

Quelle liberalizzazioni incostituzionali

Lorenzo Dorato* - sinistrainrete -

Gli obiettivi di liberalizzazione dei mercati (e in subordine logico quelli di privatizzazione) - definiti a partire dalle direttive dell’Unione europea della fine degli anni ‘80, principio anni ‘90 - si sono imposti come preminenti rispetto ad altri obiettivi di politica industriale ad essi divenuti subordinati, a scapito così di quella flessibilità discrezionale e di quegli ampi margini di manovra che avevano caratterizzato l’approccio delle politiche pubbliche di intervento nei sistemi produttivi nel trentennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale (e in parte già dagli anni ’30 del novecento).
Il paradigma liberista, posto come unica opzione possibile, ha eroso in maniera sistematica e progressiva i margini di flessibilità delle politiche industriali degli Stati nell’orientamento dei sistemi produttivi nazionali (erosione, va detto, avvenuta di fatto in forme asimmetriche tra paese e paese, segno di una chiara gerarchia nei rapporti di forza). Si è trattato di un vero e proprio sconvolgimento paradigmatico che ha radicalmente mutato il ruolo dello Stato nella sua capacità di intervento nelle dinamiche del sistema produttivo. Da uno Stato interventista, pensato come governatore dei processi economici a garanzia di obiettivi politici e sociali, si è giunti ad uno Stato regolatore del mercato e del libero gioco della concorrenza. La regolazione ha sostituito la programmazione. E così si è consumato un radicale contrasto tra la concezione di governo del sistema economico che emerge dal dettato costituzionale italiano e la concezione che invece prescrive la normativa comunitaria.

La Costituzione economica italiana e il rapporto tra Stato e sistema economico

Il testo costituzionale italiano, nella parte inerente ai rapporti economici, contiene tre preziosi articoli che definiscono i tratti essenziali del rapporto tra Stato e sistema economico-produttivo: gli articoli 41, 42 e 43.
L’articolo 41 è il più noto e forse il più significativo, specie per il suo terzo comma, che non a caso è da alcuni anni oggetto di attacco politico da parte dei governi (seppur a fini probabilmente più simbolici che pratici). Tale terzo comma recita: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Questa breve proposizione fu il risultato di un compromesso assai sofferto all’interno dell’assemblea costituente e rispecchia in maniera chiara l’insieme delle componenti culturali e ideologiche maggioritarie nell’immediato dopoguerra italiano: le componenti socialiste e comuniste e il cattolicesimo sociale rappresentato da una parte della democrazia cristiana. La traduzione sostanziale di questo terzo comma è stata la politica economica e industriale adottata dall’Italia dagli anni cinquanta alla fine degli anni settanta del secolo scorso, imperniata sul concetto cardine di programmazione economica.
A ben vedere nella Costituzione italiana non appare mai il termine “concorrenza”. La concorrenza e il libero mercato non vengono cioè trattati come valori in sé da difendere, essendo considerate implicitamente null’altro che modalità specifiche (e non univoche) di funzionamento di un sistema economico. Al contrario si fa esplicito richiamo al termine “programmazione” che, unito al riferimento al “coordinamento a fini sociali” descrive in maniera chiara l’ispirazione sostanziale della politica economica nazionale nel primo trentennio post-bellico. Tale programmazione, stando al dettato costituzionale poteva avvenire anche attraverso la limitazione o l’eliminazione della libera concorrenza affidando ad esempio (Art. 42 e 43 Cost.) l’esclusiva della produzione, in determinati ambiti del sistema economico, allo Stato (monopolio pubblico legale).
Nella sostanza, la struttura consolidata nel periodo ‘50-‘80 del capitalismo italiano era tale che la libera concorrenza riceveva quattro forme di limitazione forte:

martedì 13 novembre 2012

Come ti smonto il Neoliberismo in 23 mosse

di C. Wolff

Ha-Joon Chang è un economista coreano trapiantato in Gran Bretagna dove insegna a Cambridge. Mr Chang non è un anticapitalista ovviamente, è solo un economista eterodosso che si rifà alla tradizione istituzionale di scuola americana, quella per intenderci dei Veblen, Commons e Galbraith. La teoria economica sta attraversando un tale periodo di monismo ideologico che gli economisti si dividono in ortodossi (il mainstream più o meno neo-lib) ed eterodossi dove sono ammucchiati tutti gli altri, gli “eretici”. Questi eretici sono poi una categoria assai diversificata, includente tanto quelli della complessità-bioeconomisti-evoluzionisti-ecologisti, che i marxisti, i neo-keynesiani, le femministe, gli sraffiani, gli istituzionalisti ed a tratti, financo gli austriaci che porre fuori dalla tradizione liberale è assai arduo. Ma tant’è.
Chang scrive un libricino di facile lettura (ormai i libri non sono più scritti dagli autori ma dagli editor): 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, (Il Saggiatore, Milano, 2012) in cui introducendo per ognuno dei 23 capitoli tipiche tesi mainstream, le smonta una ad una.
1) Si comincia col libero mercato, il cui perimetro di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che sostengono.
2) Le aziende condotte dal principio del “valore per gli azionisti” non creano valore produttivo ma finanziario e spesso lo fanno tagliando dipendenti ed investimenti e strozzando fornitori. Jack Welch, ex CEO di GE che nel 1981 coniò il concetto di “shareholder value” pare che recentemente abbia mutato giudizio definendola “l’idea più stupida del mondo”.
3) I lavoratori non vengono pagati per il loro valore assoluto, ma relativamente alle cornici di contesto delle singole economie-paese. Pensare di mettere tutti i lavoratori in uno stesso mercato planetario è una truffa. Un guidatore di autobus svedese ha un salario 50 volte superiore a quello di un collega indiano quando semmai l’indiano ha ben più capacità visto che deve muoversi tra carretti, pedoni indisciplinati, animali e biciclette. In realtà agisce un potente sbarramento, di nuovo politico, un protezionismo del lavoro agito tramite barriere all’immigrazione che nessun liberale si sogna di rimuovere. Così, “produttività” è un concetto sistemico, quindi economico-nazionale, non certo dipendente dal singolo individuo e dalla sua “flessibilità”.

sabato 10 novembre 2012

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere

Riccardo Bellofiore - sinistrainrete -
Intervento al convegno L'Europa verso la catastrofe?


Come hanno detto i relatori che mi hanno preceduto, la situazione in cui viviamo è una situazione invernale, gelida. Penso che alcuni di voi, certamente i più anziani come me, abbiano visto il film Frankenstein Junior e quindi si ricorderanno la scena in cui il giovane Frankenstein e il gobbo Igor vanno a scavare in un cimitero per esumare il cadavere del mostro e Frankenstein jr dice “che lavoro schifoso” e Igor risponde “potrebbe andare peggio”. Frankenstein jr chiede “come?” e Igor risponde “potrebbe piovere”. Subito si sentono tuoni e inizia una pioggia violenta. Questa è la situazione in cui sono convinto da tempo che ci troviamo a vivere. E in effetti ho intitolato “Potrebbe piovere” uno scritto ormai di due dicembre fa firmato con Joseph Halevi.
Cercherò di rispondere alle sollecitazioni avanzate da Raparelli e Casarini, oltre che dai relatori che mi hanno preceduto. Non è facile da farsi in così breve tempo. Cercherò sostanzialmente di svolgere tre argomenti, dandovi soltanto una sorta di schema di un ragionamento possibile. Primo: cercherò di chiedermi in che tipo di crisi del capitalismo globale ci troviamo, e su questo sarò veramente telegrafico. Dopo, cercherò di discutere dell’euro, dell’euro così come si è costruito nella realtà, non come spesso ce lo raccontiamo, e del tipo di crisi dell’euro e dell’Europa che viviamo adesso. In terzo luogo, cercherò di entrare nel terreno di discussione, complicato, delle possibili politiche economiche, e di qui svolgerò alcune considerazioni politiche. Sarò estremamente schematico. Chi fosse interessato trova lo sviluppo del ragionamento in due libretti che ho pubblicato recentemente [n.d.r. La crisi capitalistica, la barbarie che avanza e La crisi globale, l’Europa, l’euro, la sinistra, editi entrambi da Asterios, Trieste, nel 2012].
Mi capiterà di incrociare argomenti che non sono solo a questo tavolo ma che sono anche abituali nelle discussioni della sinistra … Non sono abituato a fare nomi, ma a fare cognomi, quindi spero che nessuno se la prenda. E inizierò dicendo che sostanzialmente a sinistra due mi sembra che siano le interpretazioni della crisi più diffuse. La prima è quella marxista ‘ortodossa’: vivremmo l’ennesima manifestazione della caduta tendenziale del saggio di profitto nella forma classica consegnataci dalla tradizione. In Italia chi ha sostenuto questa tesi con più rigore è Vladimiro Giacchè: uno degli interpreti più interessanti sia di questo filone che della crisi attuale più in generale. L’altra interpretazione che vi ricordo è un’interpretazione che sta all’incrocio delle problematiche keynesiane e conflittualiste/neoricardiane – una lettura a mio avviso più keynesiana e neoricardiana che marxista, in realtà. Mi riferisco la all’idea che noi vivremmo la crisi di ‘un mondo di bassi salari’. E’ a ben vedere un’interpretazione sottoconsumista. L’interprete migliore di questa linea in Italia è probabilmente Emiliano Brancaccio.
Sia l’una che l’altra lettura della crisi sostanzialmente interpretano gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, fino alla crisi dal 2007 in poi, come la crisi di un capitalismo ‘stagnazionista’, intrappolato nella stagnazione da decenni. Credo che questo sia riduttivo, e in verità probabilmente falso. Ci sono state grandi ondate di cambiamento su scala globale, viviamo la crisi di un capitalismo dagli aspetti fortemente dinamici. Questo non nega che nel mondo ci siano state aree del capitalismo sviluppato, in parte l’Europa, e senz’altro il Giappone, che hanno avuto decenni di stagnazione, in particolare dagli inizi degli anni ‘90. Il mio atteggiamento è piuttosto di capire le contraddizioni di questo capitalismo, del capitalismo che è stato chiamato troppo genericamente un capitalismo ‘neoliberista’, e dagli economisti borghesi come il capitalismo della Grande Moderazione. Voglio capire le contraddizioni specifiche di questo capitalismo, le ragioni della sua crisi, non del capitalismo in generale. Peraltro penso che su questo Christian Marazzi possa essere d’accordo con me, cioè che si debba tenere conto del fatto che il capitalismo che abbiamo alle spalle (almeno dagli anni ’80 in poi) è stato trainato dalla finanza, e che sia stato un capitalismo con capacità di creazione di consenso, di creazione di ricchezza, di creazione di rendita. Semmai, rispetto all’interpretazione di Christian Marazzi quale lui l’ha disegnata con grande intelligenza prima della crisi recente, penso che lui, come molti, abbia forse sovrastimato la sostenibilità nel tempo di questo capitalismo, penso in particolare al suo libro edito da Bollati Boringhieri qualche anno fa, Il denaro va.
Appunto: che tipo di capitalismo è stato? Anche se la ridurrò a poche frasi, devo prenderla da molto lontano, dalla fine dell’800. Il capitalismo attraversa delle ‘grandi crisi’, delle crisi ‘sistemiche’ (che non sono certo il ‘crollo’). A fine ‘800 ha vissuto quella che quando studiavo veniva detta la Grande Depressione (e oggi come la Lunga Depressione). Quella crisi, in effetti, si spiega benissimo con la caduta tendenziale del saggio di profitto, proprio secondo la teoria di Marx, cioè come dovuta all’aumento della composizione di capitale. Negli anni ’30 del ‘900 ha poi vissuto una crisi tipica da mancata ‘realizzazione’ del plusvalore, quella che riduttivamente viene descritta come una crisi da ‘sottoconsumo’, la crisi che John Kenneth Galbraith ha descritto in un libro meritatamente famoso come il Grande Crollo.

sabato 18 agosto 2012

Ma l’Europa siamo noi, non la larva che ci impone sacrifici

 

- libreidee -
Marine Le PenChe cos’è, insomma, l’Europa? Lontano da qui, disseminata tra Bruxelles e Strasburgo, c’è una selva di edifici in acciaio e cristallo, di uffici lussuosi, di sale da riunione e da conferenza; una pletora di dirigenti, di parlamentari, di funzionari, d’interpreti e di consulenti ben pagati, qualcuno strapagato; una Commissione Europea, un Consiglio d’Europa, un Parlamento Europeo, ma nessun leader nel quale la gente possa identificarsi o col quale possa prendersela se e quando le cose vanno male. C’è una Banca Centrale Europea che non è pubblica, quindi è in mano ai suoi anonimi o semianonimi azionisti: stampa euri e detta legge sui nostri bilanci e sulle nostre tasche.
C’è una bandiera azzurra e stellata, bella ma àlgida, sulla quale non ha mai pianto nessuno, che non ha mai avvolto al bara di un ragazzo morto per difenderla, che quando sventola fa un bell’effetto ma non commuove. C’è un inno preso in prestito da Beethoven, bellissimo, ma le parole di Schiller che lo accompagnano quasi nessuno le conosce e comunque sarebbero inadatte a esser cantate: e nessuno ha mai pensato sul serio a scrivere un testo che potrebbe rappresentare i sentimenti collettivi di tutti i ventisette stati membri ed esser tradotto in tutte le loro lingue. Non c’è un esercito europeo, perché l’organizzazione militare comunitaria è in realtà quella della Nato, egemonizzata da una potenza che sarà anche amica ed alleata, ma ch’è pur sempre straniera: un’organizzazione che ad esempio impone (la notizie è di metà aprile) l’organizzazione di un costoso “scudo” antimissilistico non si capisce né chiesto da chi né utile a chi né indirizzato a difenderci dalle minacce di chi
I paesi europei hanno rinunziato alla sovranità economico-monetaria, a quella diplomatica, a quella difensiva, ma tali forme di sovranità non sono gestite da nessun vero e proprio governo sovranazionale. L’Unione Europea non ha ancora deciso nemmeno se organizzarsi in Federazione all’americana o alla tedesca o in Confederazione alla svizzera. Eppure, questa larva semisconosciuta e non amata dai suoi cittadini chiede continui sacrifici, impone tagli e balzelli. E dappertutto sorgono ormai, contro di essa, gruppi e movimenti che da “euroscettici” si stanno trasformando sempre più in veri e propri antieuropeisti: nostalgici delle piccole patrie che c’erano prima o utopisti che rivendicano la fondazione o la resurrezione di patrie mai esistite oppure defunte da secoli. Partiti ostili all’Europa stanno sorgendo dappertutto, e in molte nazioni assumendo il potere, com’è accaduto in Ungheria. In Francia, sembra che l’ago della bilancia per l’elezione del nuovo presidente sia costituito dagli antieuropeisti del Front National, oggi corteggiato sia da Sarkozy, sia da Hollande.
Eppure, l’“Unione non unita” ha avuto una primavera, è stata una speranza e addirittura un ideale. Ne so qualcosa io, che me ne innamorai ventenne, nel 1960, dopo aver ascoltato alla Tv una breve, commossa allocuzione del cancelliere Konrad Adenauer dove si parlava di quest’Europa ch’era una patria da amare per tutto quel che aveva e che significava: per le cicogne sui tetti di Norimberga, per i vigneti della Borgogna, per la pianura infinita della Meseta, per il mare di Capri; ma soprattutto per la sua storia tormentata eppure tanto “profondamente nostra”, per le guerre fratricide che avevamo combattuto e che non dovevano più dividerci, per le comuni radici cristiane testimoniate dalle nostre cattedrali, per i nostri popoli che attraverso errori e sofferenza avevano imparato ad amarsi tra loro e a ritenersi reciprocamente complementari, per i nostri ragazzi di domani che avrebbero abbattuto le frontiere e bruciato gli inutili passaporti.
Molti paesi europei avevano sognato nei secoli passati di dominare il mondo con la forza, e non c’erano riusciti: insieme, saremmo stati invincibili e saremmo riusciti a imporre al mondo non la legge della guerra, bensì quella dell’amore e della fratellanza tra i popoli. Che cosa è andato storto, da allora? Che cosa non ha funzionato, di quel bellissimo sogno? La verità è che, nell’edificare la “casa comune europea”, abbiamo sbagliato l’ordine costruttivo. Una realtà civile e sociale si costruisce dalle fondamenta: cioè dalla riflessione storica, dalle istituzioni politiche e amministrative, dall’educazione dei giovani (quindi dalla scuola), dalla difesa. Infine il tetto: la moneta e i meccanismi finanziari. Ma noi non abbiamo avuto fino dagli Anni Cinquanta il coraggio d’innovare quel che andava innovato e di fondare quel che doveva essere fondato. Avremmo dovuto costruire l’Europa dei popoli e delle loro tradizioni: abbiamo costruito l’Europa dei governi e l’Eurolandia delle banche.
Dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, del ’51, passammo alla Comunità Economica Europea nel ’52 per trasformarla a Maastricht, nel ’92, in Comunità Europea: solo allora si assunse la denominazione di “Unione Europea”, in realtà un guscio istituzionale vuoto. Avremmo avuto bisogno di edificare giorno per giorno una coscienza civica europea, diciamo pure un “patriottismo europeo”, cominciando con il conferire uno spirito nuovo a tutte le scuole. Si sarebbe dovuto studiare una storia comune europea in grado di accompagnare le nostre storie nazionali e di conferir a ciascuno di esse il senso di una convergenza e di una complementarità nuova. Oggi la bandiera azzurro-stellata sventola su tutti gli edifici scolastici, ma non si riflette in nessun programma concreto d’apprendimento. Tornano le piccole patrie e i micronazionalismi isterici, da stadio; oppure trionfa l’individualismo sterile ed egoistico, incapace di creare valori civili.
E allora? Abbandonare tutto e dire che ci siamo sbagliati, rinunziare per tornar a un pulviscolo di Stati senza forza e senza autorevolezza, vasi di coccio minacciati dai colossi internazionali e dalla potenza occulta ma formidabile delle lobbies? Adattarci a far parte di un generico “Occidente” atlantico nel quale doversi rassegnare a una funzione definitivamente subalterna? O ricominciare da capo, da ora, da subito, reinsegnando ai ragazzi del secondo decennio del XXI secolo quel che avremmo dovuto insegnar a quelli di mezzo secolo fa e imponendo nuove forme di rappresentanza politica diretta scelte dagli europei nel loro complesso, che non proiettino più sull’Unione i condizionamenti delle singole politiche nazionali? Quanto tempo perduto, quante occasioni sprecate, quante speranze gettate al vento…Eppure, non è mai troppo tardi.
(Franco Cardini, “Europa, la civiltà prima dei sacrifici”, dal blog di Cardini del 24 aprile 2012).

mercoledì 25 luglio 2012

Le lezioni di economia di quei soloni dei greci

Fonte: il manifesto | Autore: Edoardo Vanni        
Alcune volte, ristabilire il senso alle parole non è solo pedanteria terminologica. È un’operazione di verità. Le questioni terminologiche nascondono più profondi dissidi di concetto. E il concetto che sta dietro alla parola è una cosa seria. Ci permette di dare senso al mondo. Ordinarlo. Comprenderlo. Ma soprattutto trasformarlo. Dare forma coerente alla prassi. Tanto più adesso. Che invasi dalla fantasmagoria della forma merce e dalle maglie infrangibili dell’ordinamento capitalistico, siamo incapaci di intravedere alternative.
Salti storici. Viviamo in un eterno presente. Tutto ci sembra così immobile nella sua infinita liquidità. Il capitalismo assoluto-totalitario pone se stesso, viene a corrispondere al proprio concetto. Non lasciando spazio a nessun’altra forma, in un’inedita sussunzione reale. È in questo deserto concettuale che parole come ‘economia’ se da un lato invadono il nostro mondo verbale, dall’altro perdono ogni orizzonte di senso. De-concettualizzandosi. Intendiamoci. L’economia non è una cosa reale. È una disciplina. Né più né meno come l’astrologia. Un modo di dare senso al mondo e di dominarlo, nato tra XV e XVIII secolo. Il fatto che sia quantificabile, che la potenza delle formule matematiche gli dia senso, non ne fa un vincolo concreto.
I Greci banalmente, distinguevano tra oikonomia e kremata. L’una aveva a che fare con la gestione della casa, la riproduzione della famiglia. Aveva come campo semico il valore d’uso. Riguardava l’uomo, la società più in genere, la gestione della città, della polis. Il secondo termine aveva a che fare con il mondo delle cose, con il valore di scambio. Si configura come l’arte di accumulare ricchezza. All’origine della nascita della polis greca, con le sue leggi, i suoi ordinamenti, le sue spettacolari forme artistiche, letterarie e filosofiche, vi fu il ristabilimento della misura (metron) all’arricchimento smisurato (apeiron) prodotto dall’economia mercantile. Nessun miracolo greco, ma un prodotto delle condizioni socio-politiche dell’epoca. In quella spettacolare interazione tra idee e condizioni materiali della produzione.
Le prime riforme democratiche varate da Solone (638 a.C.-558 a.C.), riguardavano l’abolizione della schiavitù per debiti e l’allargamento della cittadinanza. Erano misure tese al ristabilimento del senso della totalità sociale perduta, basata su un nuovo principio politico fondato sul demos e sull’applicazione concreta del metron a tutti gli ambiti della vita collettiva e individuale. Ristabiliva il primato della politica sulla crematistica. Dell’economia (oikonomia) sul mondo delle cose. Del valore d’uso su quello di scambio. Della misura sul cattivo infinito. Questa misura era sì morale, etica. Era un atteggiamento dell’animo. Ma era soprattutto misura reale e concreta. Tendeva da un lato a controllare i consumi e forme di accumulazione (una sorta di comunismo ante litteram) e dall’altra ad indirizzare la produzione (come il socialismo) verso forme di ridistribuzione.
Il primato della politica sull’economia come oggi la intendiamo, fu all’origine di quelle straordinarie manifestazioni culturali e civiche con cui ancora oggi ci confrontiamo. E questo ci dà la misura della forza innovativa che oggi potrebbe generare una simile presa di posizione nel mondo. Sembra banale affermare questo primato in tempi di crisi manifesta. Ma ristabilire l’ordine dei termini a volte è propedeutico. Per immaginare il futuro. A partire dal passato.
Ciò che oggi chiamiamo economia non esiste. È un’astrazione non meno impalpabile della «fiducia» dei mercati. Esiste solo l’economia-politica, come già aveva intuito Marx. L’uomo, con tutte le sue manifestazioni ideali e materiali, produttore di società per vivere, nell’appropriazione del mondo delle cose. È questione di ristabilire le corrette gerarchie. In questo i Greci, possono ancora darci lezioni. Di oikonomia.

lunedì 2 luglio 2012

Giorgio Lunghini: “Marx e Keynes per capire la crisi. E uscirne”



Link al video
Le teorie economiche di Marx e Keynes sono al centro della riflessione di Giorgio Lunghini. Per l’economista, essi sono i principali autori ad aver spiegato i limiti dell’economia di mercato, in contrapposizione alle teorie dominanti del tempo (e di oggi) che non hanno una spiegazione convincente delle crisi economiche, e che pure vengono utilizzate per “curare” la recessione in atto. Lunghini illustra anche i motivi della crisi tra i quali lo spostamento nella distribuzione del reddito e l’incapacità del sistema economico di autoregolarsi e ci illustra le possibili soluzioni per uscire dall’attuale situazione di crisi economica.

Pubblichiamo qui di seguito il testo della relazione al confronto organizzato dall’ Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dalla Fondazione Di Vittorio che si svolgerà al CNEL giovedì 12 luglio 2012 sul tema “La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l’euro. Le origini, gli effetti, le proposte di intervento in Italia, in Europa, nel mondo”. Nel video, invece, l’intervento di Lunghini ad un seminario all’Accademia dei Lincei, con i medesimi contenuti.
0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi si tenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.

1.
Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale – per dirla con Marx – da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design – da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.
2. Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionale del lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale. Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisi ciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttive della Banca Centrale Europea e, in generale, del “senato virtuale”.

lunedì 12 marzo 2012

Occhio al marketing dei bocconiani

di Alessandro Robecchi - il manifesto -
Gentili utenti. Terrorizzare un'intera popolazione con cose che fino a dieci minuti prima non aveva mai sentito nominare non è stato difficile. Farlo con mostri spaziali ed epidemie son buoni tutti. Ma esserci riusciti con lo Spread indica che la strada è tracciata. Ecco le prossime mosse.
Stunt - E' il differenziale tra le calorie ingerite da un cittadino della Corea del Nord e quelle ingerite da un italiano. Lo Stunt ha grandi margini di miglioramento. Titoli e telegiornali convinceranno gli italiani che mangiare ogni due giorni è possibile, anzi sano.

Spritz - Si tratta del differenziale tra il consumo di champagne di Briatore e il salario di un metalmeccanico. Il governo intende operare per mantenerlo altissimo e, se possibile, aumentarlo.

Furto - Con questo strano nome si definisce il differenziale tra i tassi che pagano le banche per i soldi presi in prestito dalla Bce (uno per cento) e i tassi che poi fanno pagare a voi per un mutuo (più del sette per cento). Per una convincente campagna di stampa volta al convincimento della popolazione, magari, meglio cambiargli nome.

Skog - Gli economisti indicano con questa sigla il differenziale tra il potere contrattuale di uno schiavo assiro-babilonese del 1500 a.C. e quello di un precario italiano del 2012. Lo Skog è attualmente in perfetta parità, ma il governo intende aumentarlo sensibilmente.
Sbam - Calcolato con uno speciale algoritmo, è il differenziale tra l'utilità di una grande opera come la Tav e le manganellate distribuite alle popolazioni locali per realizzarla. In questo momento lo Sbam è uno a diecimila, ma potrebbe aumentare.

Lsd - E' una speciale sostanza psicotropa distribuita ai maggiori esponenti del Pd per convincerli a sostenere il governo Monti.
Grazie per l'attenzione. Il nostro centro studi prosegue le sue ricerche. Nel ricordarvi che l'articolo 18 non è un tabù, vi diamo appuntamento alle prossime puntate.

sabato 10 marzo 2012

Keynes in CGIL. Appello degli economisti per una svolta in Europa

- keynesblog -
Non ci sono solo i tecnici del governo. Il Forum Cgil dell’economia lancia un appello alle istituzioni Ue, già sottoscritto da molti studiosi: la linea Merkel/Sarkozy ha fallito. Con l’austerità non si esce dalla peggior crisi degli ultimi 70 anni. Bisogna ripartire da una “nuova” crescita di qualità e dal lavoro.

Un appello che, anche nel linguaggio, si richiama chiaramente alla tradizione keynesiana e alle culture dell’economia critica e che si incentra su molti degli argomenti che abbiamo affrontato nel nostro blog.

Basta con la linea dell’austerità e del rigore di bilancio: qualcosa che non serve a tirar fuori l’Europa dalla più grave recessione che si sia mai vista dagli anni 30 del secolo scorso.

Nasce da questa considerazione l’appello “per una nuova politica europea contro la recessione” promosso dal Forum Cgil dell’economia e già stato sottoscritto da molti studiosi (qui il testo integrale). Si tratta – spiegano Laura Pennacchi e Danilo Barbi a nome del Forum – di “una scelta che intende proporre l’assoluta necessità di assumere il cambiamento delle politiche europee, oggi ciecamente orientate su un’austerità che azzera ogni prospettiva di sviluppo economico, come condizione per riorganizzare il modello di sviluppo, rafforzare il ruolo pubblico, promuovere politiche di piena occupazione”.

L’appello è stato inviato alle istituzioni dell’Unione europea, al governo italiano, alle forze politiche e sociali e al presidente della Repubblica italiana. «Nel quinto anno della crisi globale più grave da quella del 1929 – si legge -, una drammatica prospettiva di recessione incombe sull’Europa mettendone a rischio non solo l’Euro ma anche il modello sociale e l’ideale della “piena e buona occupazione”».

Eppure, argomentano gli economisti, «si è scelta la linea dell’austerità, del rigore di bilancio – a cominciare dal Patto di Stabilità e Crescita, passando per il Patto Euro Plus, per arrivare all’attuale “Fiscal Compact” – con l’idea di contrarre il perimetro statale continuando a sperare che i privati aumentino investimenti e consumi, sulla base della fiducia indotta dalle immissioni di liquidità nel circuito bancario, a sua volta “sollecitato” ad acquistare titoli di stato europei».

Ma per i promotori dell’appello «non basta scommettere sulle aspettative dei mercati finanziari, degli investitori privati, delle banche, dei consumatori. Non è sufficiente puntare sulla “credibilità” dei governi».

martedì 10 gennaio 2012

Ripensare l’economia per ritrovare le politiche.

di Roberto Schiattarella. sbilanciamoci
La crisi è anche il risultato degli schemi conoscitivi dell’economia tradizionale. Le soluzioni richiedono interventi che riflettano un diverso modo di pensare. A cominciare dalla finanza, dal debito, dal lavoro, dalla distribuzione del reddito

Alcuni interventi usciti su Sbilanciamoci hanno messo giustamente in evidenza il carattere paradossale che ha assunto la politica di intervento a partire dall’insorgere della crisi, in particolare in Europa. Il fatto che si parli di articolo 18 quando il problema è chiaramente quello della disoccupazione di lungo periodo, che la banca centrale abbia deciso di passare attraverso il sistema bancario europeo per sostenere i paesi con problemi di debito sovrano, permettendo a questo di lucrare abbondantemente nell’intermediazione, può costituire una misura del ruolo assunto dalla finanza nel sistema economico internazionale. Ruolo che emerge forse anche con maggiore chiarezza nel fatto che quegli stessi mercati finanziari che, nell’opinione comune, con i loro comportamenti a dir poco omertosi, hanno contribuito all’esplodere della crisi, si ritrovano ad essere considerati i giudici della qualità delle manovre economiche avviate per risolvere i problemi di debito pubblico di alcuni paesi che sicuramente le politiche di salvataggio della finanza hanno accentuato.

Guardando le cose un po’ più da lontano mi sembra che si possa dire che la politica di intervento stia apparendo sempre più paradossale per tre ordini di motivi. Il primo è che in momenti di crisi è molto più difficile che una società che sta pagando costi elevati dia per scontato il fatto che siano le strutture sociali all’interno dei singoli paesi ad adattarsi alle regole imposte dai mercati finanziari, e non il contrario. Il secondo è perché il contenuto delle risposte che si stanno dando alla crisi rende più trasparente da un lato il potere dei mercati finanziari nel condizionare il nostro modo di vivere e, dall’altro, il fatto che questi mercati sono il luogo dove si coagulano – e si organizzano – interessi che quasi mai coincidono con quelli della gran parte delle società nazionali. In sostanza perché le regole che ci governano, plasmate in funzione degli interessi dei gruppi sociali più forti, hanno attivato meccanismi economici che entrano in misura crescente in conflitto con diritti che la società considerava ormai acquisiti. Ma esiste un terzo motivo, forse anche più determinante nel far apparire paradossali le politiche che si stanno perseguendo. La percezione diffusa è che queste politiche, nonostante gli alti costi sociali connessi a esse, non riescano a garantire il raggiungimento dei risultati sperati. Quella che sta emergendo, in altre parole, è una consapevolezza crescente non solo del fatto che un sistema internazionale centrato sui mercati finanziari incontra ostacoli significativi, ma non funziona più la cultura che quel mondo aveva generato. Quella che si è realizzata, in altre parole, è una frattura tra “il progetto operativo” a cui si è fatto riferimento in questi anni (e quindi “gli schemi conoscitivi” che ne hanno costituito il retroterra) e che viene riproposto con la politica di intervento e gli obiettivi che è diventato necessario perseguire.

Se il compito degli economisti (come ricordano Kuznets e Myrdal) può essere considerato normalmente quello di sollecitare la politica affinché “siano realizzate tempestivamente le trasformazioni istituzionali e ideologiche essenziali per l’avanzamento civile”, credo che tutti noi dobbiamo avere la coscienza che in un momento in cui il nesso tra obiettivi, schema conoscitivo e progetto operativo è in qualche modo da ricostruire, in cui la politica è estremamente debole, questo compito richiede uno sforzo assolutamente eccezionale. Eccezionale ma reso necessario dalla consapevolezza che la tendenza all’impoverimento dei ceti medi non può che minare la coesione sociale e politica in Europa e in Italia con il conseguente rafforzamento delle posizioni populiste – che hanno avuto come massimo esponente Berlusconi – e indebolimento delle democrazie.

mercoledì 4 gennaio 2012

Niente è come prima

di Francesco Indovina. Fonte: sinistrainrete
La ripetizione che niente è, e sarà, come prima non corrisponde alla consapevolezza che la formazione sociale capitalistica è cambiata. Il capitalismo pare abbia concluso la sua fase «rivoluzionaria», e come l’apprendista stregone non riesce a governare le forze che ha evocato.

Questione che può essere affrontata da diversi punti di vista e che qui si affronta, in forma molto semplificata, dal punto di vista della trasformazione del denaro in capitale (Marx, Il Capitale, Libro primo).

Dal «Sole 24 Ore» del 6 agosto si ricavano i seguenti dati di valore riferiti al 2010 del sistema mondo:

– Pil 74.000 miliardi;
– borse 50.000 miliardi;
– obbligazioni 95.000 miliardi;
– «altri» strumenti finanziaria 466.000 miliardi.

La produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari (economia di carta), tenendo fuori da questo calcolo il valore delle Borse che, ci si può illudere, hanno riferimento con l’economia reale. Detto in altro modo, quello che uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della «ricchezza» finanziaria che circola.

Si tratta del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, un tema non nuovissimo (già esplorato da Hilferding nel 1910) ma che negli ultimi trent’anni ha avuto un’esplosione e si è reso autonomo rispetto al capitale produttivo. È proprio la sua dimensione e la sua autonomia che rende teso e, apparentemente, conflittuale il legame tra apparati dello Stato e capitale finanziario.

I dati precedenti non possono scandalizzarci, ma non sono indifferenti; essi indicano una trasformazione di fondo del capitalismo.

Il processo di trasformazione del denaro in capitale si fonda sul processo di trasformazione del denaro in merce e quindi in denaro (in formula marxiana: D-M-D*; dove D* è maggiore di D). Questa relazione ha costituito il tratto «rivoluzionario» del capitale (inteso come rapporto sociale); essa sussiste ancora (riguarda la produzione di merci e servizi, anche con forti trasformazioni), ma è largamente sovrastata da un processo che possiamo descrivere come basato su D-D-D (denaro-denaro-denaro). Nel processo definito dalla relazione D-M-D* era implicito, come è noto, il rapporto di sfruttamento, che storicamente i lavoratori hanno contrastato. Il capitale nella sua azione «creava» un antagonista che gli sottraeva risorse ma che era anche uno stimolo al raggiungimento di nuove frontiere di sviluppo, di avanzamenti tecnologici e organizzativi. Nello stesso tempo questo «antagonista» riusciva attraverso la sua azione sindacale e politica a conquistare diritti di cittadinanza sempre più estesi. Questa dinamica, che è stata positiva per lungo tempo, si avvantaggiava di una relazione triangolare capitale-lavoro-Stato nella quale la pressione del «lavoro», sia a livello sindacale che politico, sebbene spesso differenziata, esprimeva la rivendicazione del «diritto» a una società migliore e dove il «capitale» accollava allo Stato detti miglioramenti per alleggerire la pressione del lavoro su di sé.

domenica 25 dicembre 2011

Crescita infinita?...

La fuga dalla realtà e il mito della crescita infinita
L’economia come disciplina specifica nacque alla fine del Settecento, assieme a numerose altre scienze come, ad esempio, la chimica. A partire dal quel momento l’economia coltivò, giustamente, il sogno di potersi dare regole e principi ispirandosi al modello della fisica newtoniana.
Un’aspirazione legittima nell’ambito del contesto in cui nacque. Ma i contesti cambiano e le conoscenze scientifiche mutano, si ampliano. L’economia, invece, una volta costituitasi in disciplina autonoma, iniziò ad ignorare (naturalmente a livello di orientamento dominante) gli avanzamenti delle ricerche sulla struttura e il funzionamento della natura.
Newton non avrebbe approvato. Nel corso dell’Ottocento, in particolare, l’economia non prestò particolare attenzione a due fondamentali rivoluzioni in ambito scientifico: la rinnovata conoscenza dei rapporti tra individuo e ambiente, in relazione allo sviluppo del concetto di evoluzione, e la nascita della termodinamica.
Così facendo gli economisti, pur continuando ad elaborare teorie e modelli matematici, mantennero un’immagine della realtà che corrispondeva sempre meno a quella descrivibile grazie agli sviluppi della fisica e della biologia.
Per questo motivo numerosi ed autorevoli studiosi hanno sostenuto uno stretto collegamento fra economia e follia. Kenneth Boulding ha pronunciato una frase destinata a diventare celebre: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».
Questa idea, infatti, come sappiamo ormai da un secolo e mezzo, non ha alcun fondamento scientifico ed è in totale disaccordo con una percezione corretta della mondo e della natura. Come ha ricordato non molto tempo fa Hermann Daly, la maggior parte degli economisti crede «che, visto che la crescita ci ha portato tanto lontano, potremo andare avanti all’infinito». Eppure, aggiunge Daly, «i fatti sono semplici e incontestabili: la biosfera è finita, non cresce, è chiusa (con l’eccezione del costante apporto di energia dal Sole), ed è regolata dalle leggi della termodinamica.
Qualunque sottosistema, come l’economia, a un certo punto deve smettere di crescere e adattarsi a un equilibrio dinamico, simile a uno stato stazionario» (H. Daly, L’economia in un mondo pieno, in «Le Scienze», n. 447, novembre 2005, p. 114).
Purtroppo, pare che l’esistenza della termodinamica sia ancora ignota alla maggior parte degli economisti, per non parlare dei politici: «è certo che la conoscenza del II Principio della Termodinamica potrebbe far ravvedere i sostenitori del grande bluff della crescita infinita e che un corso di termodinamica ben fatto sarebbe di grande beneficio per gli studenti di Economia, particolarmente per quelli che un giorno aspirassero a diventare Ministri» (N. Armaroli, V. Balzani, Energia oggi e domani. Prospettive, sfide, speranze, Bologna, Bononia University Press, 2004, p. 13.).
Tuttavia, come ha scritto Schumpeter, una nuova «visione» può «ricomparire nella storia di qualsiasi scienza, ogni qual volta qualcuno c’insegna a vedere le cose in una luce la cui sorgente non può esser trovata nei fatti, nei metodi e nei risultati della scienza già esistente» (J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica[1954], Torino, Bollatti Boringhieri, 1972, p. 50).
Anche l’economia può dunque cambiare, a patto che accetti la realtà del mondo in cui viviamo. La storia della scienza può offrirle un grande aiuto in questo senso.

sabato 24 dicembre 2011

Audacia, più audacia

di Samir Amin. Fonte: asudnet
Le circostanze storiche create dall'implosione del capitalismo contemporaneo richiedono una sinistra radicale, così al Nord come al Sud, che sia capace di formulare un'alternativa politica al sistema esistente. Il proposito di questo articolo è mostrare perché è necessaria l'audacia e cosa questa significhi.

Perché audacia?

1. Il capitalismo contemporaneo è un capitalismo di monopoli generalizzati. Con questo voglio dire che i monopoli non sono più le isole più grandi in un mare di imprese relativamente autonome, bensì un sistema integrato che controlla assolutamente tutti i sistemi di produzione. Piccole e medie imprese, incluse le grandi corporazioni che non sono strettamente oligopoli, sono sotto il controllo di una rete che rimpiazza i monopoli. Il loro grado di autonomia si è ridotto al punto da arrivare a convertirsi in subcontraenti dei monopoli.

Questo sistema di monopoli generalizzati è prodotto da una nuova fase di centralizzazione del capitale che ha avuto luogo durante gli anni 80 e 90 nei paesi che compongono la Triade: Stati Uniti, Europa e Giappone.

I monopoli generalizzati, in questo momento, dominano l'economia mondiale. “Globalizzazione” è il nome che hanno dato all'insieme delle domande tramite le quali esercitano il proprio controllo sui sistemi produttivi della periferia del capitalismo globale (periferia intesa come il mondo al di sotto della Triade). Questo non è nient'altro che una nuova fase di imperialismo.

2. Il capitalismo dei monopoli generalizzati e globalizzati è un sistema che garantisce che questi monopoli facciano gravare le imposte sulla massa di plusvalore(trasformata in profitto) che il capitale estrae dallo sfruttamento del lavoro. Per quanto questi monopoli stiano operando nelle periferie del sistema globale, la rendita monopolica è rendita imperialista. Il processo di accumulazione capitalista – che definisce il capitalismo in tutte le sue forme storiche – è determinato dalla massimizzazione della rendita monopolica/imperialista.

Questo spostamento del centro di gravità dell'accumulazione del capitale è la fonte della continua concentrazione dell'ingresso e della ricchezza a beneficio dei monopoli, ampiamente controllata dalle oligarchie (plutocrazie) che governano i gruppi oligopolistici a spese della remunerazione del lavoro e della remunerazione del capitale non monopolico.

3. Questo mette a rischio la stessa crescita, disequilibrando la fonte di finalizzazione del sistema economico. Con questo mi riferisco al fatto che il segmento crescente del plusvalore non può essere investito nell'espansione e nell' approfondimento dei sistemi di produzione e, di conseguenza, l'investimento finanziario dello smisurato plusvalore diventa l'unica opzione per sostenere l'accumulazione sotto il controllo dei monopoli.

L'implementazione che il capitale realizza in determinati sistemi, permette alla finanziarizzazione di operare in modi diversi, generando:

lunedì 12 dicembre 2011

31 tesi sulla società della miseria (e oltre)*

Fonte: virgilioit
Message in a bottle
La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di
produzione capitalistico si presenta come una “immane
raccolta i merci (Karl Marx Il Capitale)
L’intera esistenza delle società nelle quali predominano le
moderne condizioni di produzione si presenta come
un’immensa accumulazione di ‘spettacoli”
(Guy Debord, La Società dello spettacolo)

I. Diversamente da quanto solitamente immaginato, la "politica" non ha mai avuto alcun ruolo rilevante nelle società capitalistiche, specie riguardo l'influenza da essa esercitata sulle fasi del trend economico. Essa ha goduto dei favori della crescita economica un tempo (Golden Age) come è caduta in disgrazia quando si è entrati in una fase di pronunciato declino economico.

II. A partire in specie dal secondo dopoguerra e relativamente ai Paesi industrializzati, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso ed ampio incremento dell'occupazione in ogni settore dell'economia. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.

“Il mio punto di vista … concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale”
(K. Marx, Il Capitale)

III. In questa fase il capitalismo sembra aver portato a compimento, in alcune aree del pianeta, la sua più essenziale natura, ossia trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati. Il sistema capitalistico così non è altro che il sistema del lavoro salariato; è attraverso questa forma del lavoro infatti che si producono beni e servizi, ossia quella parte del reddito monetario costituito da profitti e salari.

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