Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta neoliberismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta neoliberismo. Mostra tutti i post

domenica 9 giugno 2013

La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta

    
La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta

da Micromega in - rifondazione -

di Gianni Ferrara, da costituzionalismo.it -
La crisi che stiamo vivendo è totale. Coinvolge ogni aspetto della convivenza umana. È crisi politica, economica, sociale, istituzionale, morale. Viene da lontano. Da quando iniziò la controrivoluzione capitalistica. Quella che reagì alla fondazione e alle realizzazioni dello stato sociale costruito in Occidente nei trenta “anni d’oro” della “rivoluzione sociale” e della”rivoluzione culturale” come li chiamò Hobsbawm. Reagì per liquidarne le conquiste, rovesciarne i principi, disperdere i soggetti storico-politici che lo avevano progettato e che lo sostenevano. Ha compattato la sua azione dissolutrice sostituendo alle politiche keynesiane il neoliberismo, all’etica della solidarietà e dell’eguaglianza quella dell’individualismo proprietario, della concorrenza distruttiva e della competizione omicida, al pluralismo ideale e politico l’assolutismo del pensiero unico, alla rappresentanza politica inclusiva quella selettiva delle sole domande compatibili con l’economia del turbo-capitalismo, alla primazia dei Parlamenti la mistica della governabilità.
Da questo coacervo esplosivo emerge la spinta della crisi economica che ha creato più di venti milioni di disoccupati in Europa e in Italia un’area di 8 milioni e 750 mila persone in stato di difficoltà nel lavoro e di disagio sociale tra disoccupati, scoraggiati, cassintegrati, precari e part-time involontari (dei quali più del il 36 per cento giovani).[1] Crisi che non accenna ad attenuarsi né può perché la religione neoliberista, avendola provocata, continua ad ispirare con l’austerity la politica economica dell’Unione europea per esserne il fondamento.
Per di più ha trovato nel rapporto tra società e stato il cratere sul quale versare tutti i suoi deflagranti effetti di dissoluzione del tessuto sociale e morale, con fame, suicidi, violenze, malattie infettive, calo precipitoso delle condizioni di salute dei Paesi su cui l’austerity si scatena con forsennato vigore.
Tra essi infatti si distingue, per evidenza, quello che incrina proprio la ragione che ha preteso di legittimare lo stato come concentrazione, fonte e ricaduta del potere sulla pluralità dei suoi destinatari, sugli uomini e sulle donne che integrano la cosiddetta “società civile”. Il fondamento della pretesa è noto. Fu l’assunzione del compito di garante della sicurezza dei sottoposti da cui derivò la titolarità del monopolio della forza legittima da usare solo a difesa della loro vita e dei loro beni all’interno e dall’esterno dei confini. Dopo secoli di deviazioni, torsioni, regressioni, negazioni, quella sicurezza si era incrementata, arricchita, mirava a consolidarsi. La si qualificava aggettivandola come “sociale”.
È l’affievolirsi progressivo di questa qualificazione che ha determinato la crisi politica che investe le istituzioni dello stato e lo stato stesso. Investe le istituzioni per essere state considerate – e fondatamente – come responsabili dello svuotamento della socialità dello stato e lo stato per aver abdicato alla missione che gli era stata assegnata. C’è una strumentazione duplice nell’età contemporanea che determina l’interazione tra stato-apparato e pluralità umana cui si riferisce. La strumentazione è la rappresentanza che funge da canale insostituibile del flusso di legittimazione che congiunge la base umana e la sovrastruttura istituzionale statale. Tale strumentazione, perché ignara di bisogni, progetti ed ideali delle masse umane che formano un popolo, si rivelerebbe vuota di contenuto, resterebbe muta di fronte all’apparato istituzionale, se a formulare le domande di soddisfare bisogni, di favorire progetti, rispettare le speranze non fossero soggetti plurimi. Tali perché plurima è l’entità legittimante e, ad un tempo, diversificata per posizione economica e sociale, per cultura, propensione, progetti di vita. Plurima infatti è, quanto a contenuti, ogni domanda che abbia senso politico non immediato e non occasionale.

venerdì 21 dicembre 2012

Cambiare si deve e si può. Una risposta a Guido Viale.

Autore: Roberta Fantozzi*
- Controlacrisi - 
L’articolo di Guido Viale pubblicato ieri sul Manifesto solleva nodi di fondo sul “se” e il “come” del quarto polo e sugli scenari complessivi della politica in Italia ed in Europa. Vorrei affrontarli partendo da un’autodenuncia, quella di essere iscrivibile nella categoria dei dinosauri, in quanto parte della segreteria di un partito, nella fattispecie Rifondazione Comunista. Secondo alcuni probabilmente, i capofila dei dinosauri, combinando insieme l’essere partito e l’essere comunista, in coppia quanto di più d’antan possa darsi. Tuttavia su questo vorrei tornare più avanti, convinta come sono che si dovrebbe cercare di mettere in ordine i ragionamenti secondo una gerarchia di priorità, che per me ha, alla sua testa, tutt’altra urgenza. Un’urgenza che si riassume in una domanda. Quale sarà il rapporto tra politica e società in Italia tra qualche mese, compiuto il passaggio elettorale, nel mezzo di una crisi profondissima e in relazione alle dinamiche prevedibili del quadro politico, pur nelle fibrillazioni dei soggetti che compongono quel quadro?

I vari “l’uscita dalla crisi è vicina” o “c’è una luce in fondo al tunnel” con cui il mainstream politico-mediatico anestetizza coscienze e comportamenti da quasi un quinquennio ormai, sono facilmente identificabili per quello che sono: operazioni di pura propaganda. La realtà è che le scelte adottatate in Europa per rispondere alla più grave crisi economica da quasi un secolo a questa parte - una crisi che è esito del neoliberismo cioè della forma assunta dal capitalismo negli ultimi trent’anni - non fanno che riproporre in forma sempre più estremistica le politiche che della crisi sono causa. Nessuna reale riregolamentazione della finanza, distruzione di ogni diritto del lavoro, nuove privatizzazioni. Trasformato il debito di banche e finanziarie in debito pubblico, capovolta l’imputazione di responsabilità della crisi, al centro dell’attacco è ogni residuo bene pubblico, dai servizi locali a quel che resta del welfare. Sono politiche che trovano nel Fiscal Compact la loro folle sintesi, che stanno producendo e produrranno tanto un’inasprirsi mai conosciuto di spoliazioni e disuguaglianze, quanto il peggioramento drammatico della crisi.

L’alleanza dei democratici e progressisti, in cui scompare ogni riferimento persino simbolico alla sinistra, pone a base del proprio programma di governo, il rispetto dei vincoli internazionali sottoscritti dal governo Monti, cioè del Fiscal Compact, modificabile eventualmente solo in sede europea, e che il maggior rappresentante del PSE governante Francois Hollande, ha ratificato, pur avendo affermato in campagna elettorale che sarebbe stato oggetto di ricontrattazione. Peraltro Bersani, in giro per l’Europa per accreditarsi agli occhi dei mercati finanziari e contenere gli effetti della possibile scesa in campo di Monti, si fa garante quanto mai esplicito della continuità con quelle politiche, che certo cercherà se possibile di temperare, in cui certo lavorerà se possibile per introdurre qualche minore iniquità, ma la cui direzione di marcia resta definita. Del resto “l’articolo 18 è una partita chiusa”e pure l’articolo 8 che il “patto sulla produttività” finanzia sostanziosamente. Non so se pecco di pessimismo, ma il quadro che può determinarsi nei prossimi mesi a me pare di pericolosità estrema. Il PD al governo nel quadro delle compatibilità di questa Europa, la destra all’opposizione con tutta la carica populista scatenata, Grillo fin qui catalizzatore di malcontenti ed “alterità” in possibile crisi, dentro un quadro economico e sociale che continua a deteriorarsi.

martedì 13 novembre 2012

Come ti smonto il Neoliberismo in 23 mosse

di C. Wolff

Ha-Joon Chang è un economista coreano trapiantato in Gran Bretagna dove insegna a Cambridge. Mr Chang non è un anticapitalista ovviamente, è solo un economista eterodosso che si rifà alla tradizione istituzionale di scuola americana, quella per intenderci dei Veblen, Commons e Galbraith. La teoria economica sta attraversando un tale periodo di monismo ideologico che gli economisti si dividono in ortodossi (il mainstream più o meno neo-lib) ed eterodossi dove sono ammucchiati tutti gli altri, gli “eretici”. Questi eretici sono poi una categoria assai diversificata, includente tanto quelli della complessità-bioeconomisti-evoluzionisti-ecologisti, che i marxisti, i neo-keynesiani, le femministe, gli sraffiani, gli istituzionalisti ed a tratti, financo gli austriaci che porre fuori dalla tradizione liberale è assai arduo. Ma tant’è.
Chang scrive un libricino di facile lettura (ormai i libri non sono più scritti dagli autori ma dagli editor): 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, (Il Saggiatore, Milano, 2012) in cui introducendo per ognuno dei 23 capitoli tipiche tesi mainstream, le smonta una ad una.
1) Si comincia col libero mercato, il cui perimetro di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che sostengono.
2) Le aziende condotte dal principio del “valore per gli azionisti” non creano valore produttivo ma finanziario e spesso lo fanno tagliando dipendenti ed investimenti e strozzando fornitori. Jack Welch, ex CEO di GE che nel 1981 coniò il concetto di “shareholder value” pare che recentemente abbia mutato giudizio definendola “l’idea più stupida del mondo”.
3) I lavoratori non vengono pagati per il loro valore assoluto, ma relativamente alle cornici di contesto delle singole economie-paese. Pensare di mettere tutti i lavoratori in uno stesso mercato planetario è una truffa. Un guidatore di autobus svedese ha un salario 50 volte superiore a quello di un collega indiano quando semmai l’indiano ha ben più capacità visto che deve muoversi tra carretti, pedoni indisciplinati, animali e biciclette. In realtà agisce un potente sbarramento, di nuovo politico, un protezionismo del lavoro agito tramite barriere all’immigrazione che nessun liberale si sogna di rimuovere. Così, “produttività” è un concetto sistemico, quindi economico-nazionale, non certo dipendente dal singolo individuo e dalla sua “flessibilità”.

lunedì 29 ottobre 2012

Nuova governance Ue: il tentativo di uscire da destra dalla crisi

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

In uno dei suoi consueti articoli domenicali sul Sole24Ore Guido Rossi ha scritto che nel contesto dell’attuale globalizzazione «la sovranità degli Stati nazione ha dunque abdicato e lo Stato di diritto si è trasformato in uno Stato dell’economia». Questa citazione - che sembra riecheggiare il passaggio dall’homo aequalis all’homo oeconomicus per dirla alla Louis Dumont - potrebbe a tutti gli effetti essere apposta come lapide all’idea dell’Europa politica dei popoli sepolta dopo il vertice di fine giugno.

In effetti la tanto attesa, e pour cause temuta, riunione del Consiglio Europeo del 28-29 giugno a Bruxelles ha portato a un primo significativo compimento di un percorso non breve che ha condotto le elites europee - più che malgrado, grazie alla più grave crisi economica della storia del capitalismo in Europa - a dotarsi di un sistema compiuto di governance continentale in campo economico e politico. Con molto amaro in bocca si potrebbe persino dire che l’evento almeno un suo piccolo lato positivo ce l’ha, dal momento che da questa data in poi a nessuno dovrebbe essere più consentito di reclamare la costruzione di un governo del sistema economico europeo, quasi che questo fosse in quanto tale un elemento intrinsecamente positivo. Ora la governance c’è, è dotata di snelle articolazioni e robuste rigidità, come si conviene a ogni costruzione sistemica, e corrisponde certamente al tentativo organico di un’uscita da destra dalla crisi, grazie a l rilancio in grande stile di un neoliberismo aggiornato e corretto. Un tentativo dagli esiti tutt’altro che sicuri, ma che per ora non incontra ostacoli capaci di fermarlo.

La riscossa del neoliberismo

Il tempo dello sbandamento appare superato. Mi riferisco in particolare a quei mesi a cavallo tra il 2008 e il 2009, lungo i quali i dogmi del neoliberismo vacillavano vistosamente sotto i colpi di massicci interventi statuali a favore delle banche, dettati dalla necessità di evitare che il loro crollo si tramutasse in una crepa insanabile per il sistema capitalistico. Le forze di una sinistra spaurita e in forte crisi di identità non ne seppero approfittare. Le classi e le elites dominanti si sono riorganizzate e sono tornate a imporre le loro ricette. La crisi è tutt’altro che risolta, come ci avvertono tutti gli indicatori, sia sul terreno finanziario che, a maggior ragione, su quello dell’economia reale. Ma le forze del capitalismo europeo hanno ristabilito gerarchie e assetti che non sembrano minacciati da forze capaci di proporre alternative da posizioni di forza così consistenti da mettere le prime in pericolo. Ed è ciò che conta per queste ultime.

Su questa base esse sperano se non di competere a fondo, certamente di sopravvivere alla crescente potenza e forza d’urto dal capitalismo dei paesi un tempo detti emergenti. Una scelta sintetizzata nel comportamento emblematico della Germania: proiettarsi nel mercato globale forte di una primazia assoluta nel contesto europeo, anche a costo di scontare una contrazione del proprio export sul mercato continentale a causa della crisi accentuata dalle stesse rigide regole da essa fermamente volute, che, imponendo rigore, riducono la capacità d’acquisto di larghissimi strati di popolazione; fidando al contempo nella possibilità di qualche concessione, dopo anni e anni di retribuzioni al di sotto dell’aumento della produttività, alla forza lavoro impiegata nel proprio territorio nazionale, anche al fine di spezzare ogni pulsione solidaristica tra le popolazioni lavorative europee. Non si tratta, come ben si vede, di un disegno solidissimo, al contrario del tutto esposto ai contraccolpi della dimensione mondiale della crisi che non ha ancora esaurito le sue sorprese, ma pur sempre una strategia che soprattutto si alimenta del vuoto di quelle altrui.

venerdì 5 ottobre 2012

Perché Chavez?
121005chavezdi Jean-Luc Mélenchon * e Ignacio Ramonet **
Hugo Chávez è senza dubbio il capo di Stato più calunniato del mondo. Mentre ci avviciniamo alle elezioni presidenziali del 7 ottobre, queste diffamazioni stanno diventando sempre più infami. Sia a Caracas che in Francia e in altri paesi. Testimoniano della disperazione degli avversari della rivoluzione bolivariana di fronte alla prospettiva (che i sondaggi sembrano confermare) di una nuova vittoria elettorale di Chávez.
Un leader politico deve essere giudicato per le sue azioni, non per le voci messe in giro contro di lui. I candidati fanno promesse per essere eletti: pochi sono quelli che, una volta eletti, le mettono in pratica. Fin dall'inizio, la promessa elettorale di Chávez è stata molto chiara: lavorare a favore dei poveri, ossia - da quelle parti - la maggioranza dei venezuelani. E ha mantenuto la parola.
La riconquista della sovranità
Perciò questo è il momento di ricordare che cosa è veramente in gioco in queste elezioni, ora che il popolo venezuelano si prepara a votare. Il Venezuela è un paese molto ricco, grazie ai favolosi tesori del suo sottosuolo, in particolare gli idrocarburi. Ma quasi tutte queste ricchezze erano monopolizzate dalle élite politiche e dalle imprese transnazionali. Fino al 1999, il popolo otteneva solo le briciole. I governi che si alternavano, cristiano-democratici o socialdemocratici, corrotti e sottomessi ai mercati, privatizzavano indiscriminatamente. Più della metà dei venezuelani viveva al di sotto della soglia di povertà (70,8% nel 1996).
Chávez ha fatto sì che la volontà politica prevalesse. Ha addomesticato i mercati, ha fermato l'offensiva neoliberista e poi, attraverso il coinvolgimento popolare, ha fatto sì che lo Stato si riappropriasse dei settori strategici dell'economia. Ha riconquistato la sovranità nazionale. E, con essa, ha proceduto alla redistribuzione della ricchezza a favore dei servizi pubblici e dei dimenticati.
Politiche sociali, investimenti pubblici, nazionalizzazioni, riforma agraria, quasi piena occupazione, salario minimo, imperativi ecologici, accesso alla casa, diritto alla salute, all'istruzione, alla pensione... Chávez ha anche lavorato alla costruzione di uno Stato moderno. Ha lanciato un'ambiziosa politica di riassetto del territorio: strade, ferrovie, porti, dighe, gasdotti, oleodotti.
In politica estera, ha optato per l'integrazione latino americana e ha privilegiato gli assi Sud-Sud, mentre allo stesso tempo imponeva agli Stati Uniti un rapporto basato sul rispetto reciproco...
La spinta del Venezuela ha scatenato una vera ondata di rivoluzioni progressiste in America latina, trasformando questo continente in una esemplare isola di resistenze di sinistra contro le devastazioni del neoliberismo.
Libertà di espressione limitata?
Un tale uragano di cambiamenti ha trasformato le tradizionali strutture del potere e ha portato alla rifondazione di una società che fino ad allora era stata a verticale, elitaria. Questo non poteva che scatenare l'odio delle classi dominanti, convinte di essere i legittimi padroni del paese. Sono queste classi borghesi che, con i loro amici e protettori di Washington, finanziano le grandi campagne diffamatorie contro Chávez. Sono arrivate anche a organizzare - in alleanza con i grandi media di cui sono proprietarie - un colpo di stato l'11 aprile del 2002.
Queste campagne continuano ancora oggi, e certi settori politici e dei media europei si occupano di diffonderle. Dato che - come purtroppo accade - ripetere significa dimostrare, gli spiriti semplici finiscono per credere che Hugo Chávez starebbe incarnando «un regime dittatoriale in cui non c'è libertà di espressione».

mercoledì 25 luglio 2012

Mario Monti odia lo Stato. E ci dicono che lo salverà.

Mario Monti, il criminale che sta smembrando il futuro delle prossime due generazioni di bambini italiani e tutta la nostra ricchezza residua, è un fanatico discepolo del Libero Mercato. Il Libero Mercato è possibile solo e unicamente a condizione che lo Stato cessi di esistere, poiché lo Stato moderno è nato con la funzione primaria di proteggere la gente dalla furia predatoria del Libero Mercato.
Il fanatismo integralista del Libero Mercato anti-Stato ha un padre-profeta, che risponde al nome di Friedrich August von Hayek, economista austriaco vissuto dal 1899 al 1992. Di seguito alcuni suoi principi:
Sullo Stato Sociale, Hayek così si pronunciò: “Fornire agli indigenti e agli affamati qualche forma di aiuto, ma solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti da eventuali atti di disperazione da parte dei bisognosi”.
Sulla democrazia dello Stato, si dichiarò a favore di uno Stato minimo, ma anche di uno Stato dittatoriale che imponesse le leggi dell’ordine supremo al popolo ignorante.
Sulla funzione pubblica della spesa statale, Hayek pensò che distruggendo ogni accesso dello Stato alla moneta si sarebbe finalmente abolita ogni forma di spesa pubblica. Propose l’abolizione completa del monopolio statale sull’emissione della moneta, per permettere solo alle banche private di creare denaro in libera competizione fra loro. Di fatto, si sarebbe trattato dell’abolizione del Tesoro nazionale e del bilancio dello Stato. L’abolizione dello Stato in sé.
** Si noti che quanto sopra è precisamente il disegno dell’Eurozona, cioè la sottrazione radicale agli Stati sovrani della loro moneta. Otmar Issing, uno dei padri dell’Euro e membro della BCE, ha dichiarato:“Quello che è successo con l’introduzione dell’Euro ha davvero ottenuto ciò che invocava Hayek”. E ancora: “E’ oggi chiaro che idee come le sue hanno ispirato i Trattati dell’Unione Europea… Non dovrebbe Hayek essere oggi felice di ciò che abbiamo fatto? Così tanta parte delle sue idee degli anni ’60 sono oggi legge europea”. Questo ammette il maggior insider della BCE nel 1999, parlando liberamente presso una delle più accanite fondazioni di destra neoliberista del mondo, l’Institute of Economic Affairs di Londra. Ammette che davvero, come da me scritto molte volte, questa Unione fu modellata sul volere dei profeti delle elites sociopatiche e anti-Stato, in palese sfregio del mandato ricevuto dagli amministratori dei cittadini comuni d’Europa. **
Posto di fronte alla scelta se favorire l’occupazione o la lotta all’inflazione, Hayek non ha dubbi: la lotta all’inflazione deve essere Regina, e tutto il resto dell’economia viene dopo, incluse le masse disperate delle persone condannate a una vita ignobile nella disoccupazione e sottoccupazione, che non lo toccano minimamente.
Hayek era un propagandista di un Darwinismo sociale senza pietà. Per lui ogni singolo aspetto del vivere comune, inclusa la morale, doveva essere frutto di una lotta spontanea, e mai di una pianificazione democratica dello Stato. Niente tutele per le minoranze, per i deboli, assolutamente no spesa dello Stato per il bene pubblico, trionfa solo il meritevole, il forte, in assenza completa di una qualsivoglia funzione pubblica. Hayek rappresenta il massimo profeta anti-Stato forse mai esistito.

domenica 22 luglio 2012

Il crack finanziario del 2007 e la “sconfitta” del neoliberismo

Antiper1 

- sinistrainrete -
Secondo la quasi totalità dei commentatori “anti-neo-liberisti” il crack finanziario del 2007 - quello, per intenderci, dei “mutui subprime” - costituirebbe un'evidente sconfitta storica e teorica del neo-liberismo dal momento che quella crisi avrebbe dimostrato inequivocabilmente come il sistema finanziario americano e internazionale siano potuti sopravvivere al proprio collasso solo grazie al massiccio intervento diretto degli Stati. E, quando lo Stato interviene – deducono gli anti-neo-liberisti - il neo-liberismo è fritto.
La prima proposta di intervento statale su vasta scala per sostenere Wall Street dopo il crack della banca di investimenti “Lehman Brothers”, nel settembre 2008, venne avanzata nei giorni immediatamente successivi e inizialmente respinta dal Congresso; fu poi approvata e perfezionata in una gigantesca operazione di “tamponamento falle” (il TARP [2]) che i giornali dell'establishment politico ed economico denunciarono come “statalista” e “socialista”. Come era prevedibile, Marx fu messo sulla copertina del Time, nonostante che egli fosse, più che un sostenitore dell'intervento in economia dello Stato borghese-capitalistico, piuttosto un sostenitore della distruzione di tale Stato. Ma tant'è...

***

Di recente [3], l'Economist ha parlato di “capitalismo di stato” e di “mano visibile” [4] (parafrasando ironicamente Adam Smith) in relazione, oltre che alla politica economica degli USA, a quella dei paesi emergenti (Cina, Russia, India...) mettendo a fuoco una parte del problema che abbiamo di fronte: Stato e mercato sono davvero antitetici come parrebbero suggerire le opposte ideologie del (neo) liberismo e dell'anti (neo) liberismo?

In termini accademici, formalmente, i (neo) liberisti sembrerebbero fautori del non intervento dello Stato in economia e del principio di sussidiarietà [5], mentre gli anti (neo) liberisti sembrerebbero pensarla all'opposto.

Alcuni anti-neo-liberisti sono favorevoli all'intervento dello Stato in funzione anti-ciclica (per sostenere la domanda aggregata nei periodi di crisi e calmierare l'inflazione nei periodi di boom); altri chiedono la re-distribuzione del reddito nazionale a favore dei lavoratori per sostenerne i consumi... Ci sono “keynesiani di destra” che chiedono soldi per le imprese e “keynesiani di sinistra” che chiedono soldi per i lavoratori... Ma tutti, sia pure in modo diverso, chiedono l'intervento dello Stato e pensano che questo intervento, direttamente o indirettamente (come nel caso della favola keynesiana del sostegno agli investimenti che crea “pieno impiego”), finisce per favorire i lavoratori.

Di più. Nella variegata area anti-neo-liberista si è consolidata la bislacca idea secondo cui tra Stato e Mercato esisterebbe una relazione di questo tipo: più Stato uguale meno mercato, e viceversa. E poiché il “libero mercato” - ovvero la presunta “assenza di intervento dello Stato” - è una cosa brutta (ricerca del massimo profitto, altissima competizione, massimo sfruttamento dei lavoratori, ecc...) lo Stato – o, per meglio dire, l'intervento dello Stato - finisce per essere, al contrario, una cosa bella. Dunque – dicono gli anti-neo-liberisti - se gli Stati tornano protagonisti il neo-liberismo è finito. Ma le cose stanno davvero così?

Procediamo un passo per volta e cominciamo dalla seguente definizione di neo-liberismo:

“...La fine del secondo conflitto mondiale ha visto il rinascere dell'idea liberista, sia pure su basi nuove rispetto a quella di matrice classica; il neo-liberismo non sostiene più, infatti, che le spese statali debbano essere limitate ai soli settori della difesa, della giustizia e dell'ordine pubblico ma, in contrapposizione dialettica con i fautori del Welfare State, ritiene che lo Stato debba intervenire solo nei casi di evidente fallimento del mercato. È, soprattutto, sul piano dei rapporti commerciali internazionali che il neoliberismo si è imposto con maggior forza: organismi internazionali quali il GATT o il FMI, infatti, hanno favorito la stipula di accordi multilaterali di libero scambio e l'abbattimento dei dazi doganali.” [6]

Cosa leggiamo? Leggiamo che, secondo i neo liberisti, quando il mercato fallisce lo Stato deve intervenire. Proprio come è successo nel 2007-2008 con il crack di Wall Street: il mercato (finanziario) è fallito, lo Stato è intervenuto: schema neo-liberista.

Si tratta, con tutta evidenza, dell'assunzione esplicita (basata ovviamente sulla constatazione storico-empirica) che il mercato non si auto-regola (come postulavano i “liberisti classici”) e che quindi, tale mercato, prima o poi, dev'essere “regolato” in qualche modo.

E' interessante anche la seconda parte della definizione dove è scritto, in sostanza, che senza l'intervento di istituzioni di carattere sovra-nazionale e inter-nazionale [7] impegnate ad abbattere gli ostacoli al “libero mercato”, tale libero mercato neppure ci sarebbe. E qui vengono alla mente le considerazioni di Karl Polanyi a proposito della nascita del mercato [8] o di Marx sulla battaglia tra liberoscambisti e protezionisti in Inghilterra in merito al varo delle “corn laws” [9].

lunedì 23 aprile 2012

La svolta autoritaria del neoliberismo*

Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario
di Maurizio Lazzarato - uninomade - sinistrainrete -

L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato.
K. Marx, Le lotte di classe in Francia

L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte.
Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005

Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.

Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.

domenica 18 marzo 2012

Riformisti alla rovescia

Il “neoriformismo” nell’analisi di Paolo Favilli
Toni Muzzioli - sinistrainrete -
A un ventenne di oggi potremmo raccontarla così.
Nella sinistra, un tempo, quando esistevano ancora i partiti socialisti e comunisti, l’Urss e il movimento operaio organizzato, c’erano i riformisti e i rivoluzionari, gli uni e gli altri a loro volta divisi in innumerevoli fazioni, scuole e correnti. Riformisti e rivoluzionari si consideravano, ad ogni modo, due “tribù” diverse, talvolta anche duramente contrapposte. La divisione grosso modo si giocava su modi e forme della auspicata creazione di una futura società socialista: i primi, infatti, pensavano che essa fosse conseguibile senz’altro all’interno delle cornici elettorali e parlamentari, confidando nel progressivo inevitabile scivolamento della società capitalistica verso il suo superamento; i secondi pensavano necessaria la “rottura rivoluzionaria”, la necessità cioè di giungere – presto o tardi e in forme anche assai differenziate secondo le diverse teorie o temperamenti – a un momento di scontro generale e definitivo. Gli uni e gli altri, però, condividevano due cose: il fine, che era il socialismo, e la critica della società vigente, quella capitalistica, dalla quale appunto derivava l’impegno attivo (pur diversamente concepito) per il suo superamento. Le accuse e controaccuse – e i conseguenti comportamenti pratici – potevano spingersi fino ai livelli più atroci, ma resta indiscutibile che l’impegno soggettivo per il socialismo ha sempre accomunato riformisti e rivoluzionari, a tutte le latitudini.

I riformisti, certo, erano abituati a subire le peggiori accuse dai rivoluzionari (tradimento della classe operaia, svendita dei suoi interessi, collusione col nemico, cedimento all’imperialismo ecc.), accuse spesso fondate e altre volte un po’ meno, ma certamente si consideravano impegnati in una battaglia per il miglioramento e il consolidamento delle condizioni economiche e sociali delle classi popolari (anche in questo caso qualche volta era vero, qualche volta un po’ meno…).

Le “riforme” questo erano: passi, o mattoni se si preferisce, di un percorso (o di un edificio) che, rafforzando progressivamente le posizioni della classe operaia, l’avrebbe portata in definitiva non solo a un deciso miglioramento economico ma al governo della società. Tanto è vero che, di fronte a leggi che imponessero un deterioramento delle posizioni sociali del proletariato o un restringimento della democrazia, essi erano soliti usare l’espressione “controriforme”!

Così sono andate le cose all’incirca fino alla fine degli anni Ottanta del XX secolo. La parola “riformista” aveva un significato ben incastonato in questo quadro.

Poi, il crollo dell’Urss e del blocco socialista cambiò tutto. In realtà, all’indomani della dissoluzione del socialismo reale, ci fu fatto credere che il riformismo, per l’appunto, avesse prevalso sull’estremismo bolscevico, sulla “mentalità rivoluzionaria” (per dirla con Michel Vovelle) e sui suoi effetti totalitari: del socialismo avremmo conservato le giuste aspirazioni sociali (e la prassi riformista), mentre avremmo dimenticato le tendenze totalitarie (questo, perlomeno, dicevano le anime belle socialdemocratiche). Ma non è andata esattamente così: il movimento comunista effettivamente si è dissolto, ma si è portato dietro anche il riformismo socialdemocratico! Con un’importante specificazione: è scomparsa la cosa; non il nome. Sì, perché di riformismo si è continuato a parlare. Anzi, per la verità non si parla d’altro.

martedì 13 marzo 2012

Margaret Thatcher ha vinto

di Olle Svenning - presseurope -
Il patto firmato all’inizio del mese reintroduce la spietata dottrina socioeconomica della lady di ferro. Stavolta però non è un governo democratico a imporla, ma lo strapotere della finanza e delle banche.

The Iron Lady, il film dedicato alla vita di Margaret Thatcher, dovrebbe essere vieto ai minori: solo le persone che hanno almeno 50 anni sono in grado di comprendere questa forte evocazione della vecchiaia e delle condizioni dell'esercizio del potere politico. Il declino prende forma in modo univoco e crudele una sera del novembre 1990 a Parigi, quando Margaret Thatcher, a 65 anni, dice addio al potere.

Il suo annuncio riveste in realtà un'importanza secondaria, poiché all'epoca i giornalisti erano andati a Parigi soprattutto per il primo vertice della Csce (Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa) dopo la caduta del muro. Il vertice aveva dimostrato che nella nuova Europa post-comunista non c’era più posto per il "piccolo nazionalismo britannico" di Margaret Thatcher. Anche il Regno Unito voleva essere europeo.

Durante un discorso alla confederazione inglese dei sindacati, due anni prima della caduta della lady di ferro, il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, aveva promesso un'Europa sociale che avrebbe difeso i diritti dei lavoratori e avrebbe garantito la piena occupazione. I militanti sindacali si erano alzati per intonare tutti insieme Frère Jacques in onore del loro salvatore. Durante i primi cinque anni del mandato di Jacques Delors, 12 milioni di posti di lavoro sono stati creati nell'Unione europea. In quel periodo l'eurofilia era un sentimento normale.

Che canzone intonerebbero oggi le confederazioni sindacali europee in onore di Herman van Rompuy, l'attuale presidente dell'Ue? Forse la canzone del suo compatriota Jacques Brel, On n’oublie rien ["Non dimentichiamo nulla"]. Oggi infatti l'Unione conta 17 milioni di disoccupati.

La settimana scorsa le organizzazioni sindacali di tutta Europa hanno manifestato contro il trattato fiscale dell'Ue, che raccomanda tagli drastici del piano sociale, accompagnati da riduzioni dei diritti e delle libertà civili. In questo modo l'Europa ha definitivamente seppellito l'ideologia sociale dello stato assistenziale, che era stata sostenuta tanto dai cristiano-sociali che dai socialdemocratici, i due grandi partiti europei.

domenica 26 febbraio 2012

L’Islanda cancella i mutui ipotecari ...

L’Islanda cancella i mutui ipotecari di un quarto dei suoi cittadini. Se si vuole si possono salvare le persone e non la finanza!

di Gennaro Carotenuto
Lo stato islandese ha deciso di pagare il 13% del PIL nazionale (come se l’Italia investisse circa 250 miliardi di Euro) per cancellare i mutui ipotecari del quarto dei cittadini del paese più in difficoltà a pagare.

È un investimento che si è reso necessario a causa del fatto che i mutui erano contratti in valute straniere e la Corona ha subito grandi oscillazioni dal 2007 ad oggi per attestarsi alla metà del valore del decennio anteriore dopo la crisi che ha portato il 93% degli islandesi a votare no al pagamento di un debito estero causato da banchieri e politici. Senza tale decisione migliaia di famiglie islandesi avrebbero perso le loro case. Sì, d’accordo, l’Islanda è piccola, ma se si vuole si può fare, in Grecia, in Italia, ovunque.

lunedì 20 febbraio 2012

Intervista a Gallino: tutti gli esuberi del finanzcapitalismo

di Giuliano Battiston - sbilanciamoci -
Pubblichiamo l'intervista a Luciano Gallino apparsa nello speciale sulla Fiom “Democrazia al lavoro”, a cura del manifesto e di Sbilanciamoci, scaricabile da questo sito (vedi link qui sotto)

Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?

La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica. Secondo quest’ultima concezione, l’impresa viene intesa come un fascio, un insieme di contratti – stipulati con tutti gli attori che concorrono a vario titolo alla produzione – che hanno una precisa data di scadenza e che possono essere, quali più quali meno, rescissi in ogni momento. Si tratta di una delle manifestazioni della flessibilità che il capitale richiede, anzitutto per se stesso, affinché possa sempre arrivare là dove i rendimenti sono maggiori: dal momento che l’impresa non è nient’altro che un fascio di contratti, se una determinata parte contraente non soddisfa più certe esigenze di rendimento, quel contratto può essere eliminato e sostituito con un altro. Questo vuol dire inoltre che le imprese, perlomeno la maggior parte di esse, non hanno più alcun interesse ad essere localizzate in un determinato luogo, città o paese, e che la componente finanziaria diventa predominante anche nell’organizzazione, perché ciò che conta è il rendimento collegato al contratto.

Il passaggio a una concezione contrattualistica si accompagna dunque alla progressiva finanziarizzazione delle imprese industriali. Quali sono le conseguenze di questo passaggio sulle condizioni del lavoro?

Dato che l’ideologia neoliberale, e la teoria economica in cui essa si esprime, hanno codificato l’idea che il capitale deve essere altamente mobile e flessibile per poter ottenere il rendimento maggiore – un processo che è tipico delle transazioni finanziarie, delle borse e di altri luoghi in cui si scambiano capitali – come conseguenza anche il lavoro deve essere flessibile, oltre che le reti di fornitura e altri aspetti. In altri termini, la mobilità e la flessibilità del capitale comportano la flessibilità del lavoro: se il rendimento di un determinato impianto o di un insieme di servizi, meglio ancora se una certa unità produttiva, che di per sé può andare benissimo, sembra rendere un po’ meno in termini comparati rispetto ad un’altra che opera nello stesso paese o altrove nel mondo, quell’unità viene semplicemente chiusa, i lavoratori licenziati, dismessi, spinti al prepensionamento o lasciati al margine, sulla strada. Ciò è avvenuto in modo vistoso in diversi paesi, inclusa l’Italia, dove molti stabilimenti che sembravano funzionare piuttosto bene hanno ricevuto improvvisamente l’annuncio, da una lontana direzione, che avrebbero dovuto chiudere. Quando il capitale deve essere spostato altrove, i lavoratori diventano – come si usa dire – degli esuberi, visto che anche l’impianto deve essere chiuso o trasferito altrove. La chiusura degli stabilimenti rappresenta un caso estremo, ma ad esso si accompagnano le fortissime pressioni esercitate sui salari, con la funzione principale di massimizzare il rendimento del capitale, prima ancora che per incrementare la produzione.

lunedì 6 febbraio 2012

Θέσεις για το σύγχρονο «κράτος έκτακτης ανάγκης»

Δημήτρης Μπελαντής rednotebook
Η συλλογιστική σύμφωνα με την οποία η «τρόικα» και τα συμφέροντα των τραπεζών θα έπρεπε να καθορίζουν την πολιτική γραμμή όλων των κομμάτων, είναι μια γραμμή πολιτικά ολοκληρωτική και θυμίζει έντονα την γραμμή του εκφασισμού στην Γερμανία του τέλους του ’20 και των αρχών του ’30

* Το σύγχρονο «Κράτος Έκτακτης Ανάγκης» αποτελεί μια οξυμένη μορφή της μεταδημοκρατικής-νεοφιλελεύθερης μορφής κράτους (Κόλιν Κράουτς, 2006) ως ειδικότερης εκδήλωσης του μονοπωλιακού αστικού κράτους. Ήδη στην μεταδημοκρατική μορφή κράτους (από το 1980 μέχρι και σήμερα), παύουν να διακρίνονται τα προγράμματα των αστικών κομμάτων εξουσίας ως καθαρές εναλλακτικές των μορφών ενσωμάτωσης των λαϊκών και μικροαστικών στρωμάτων στον αστικό συνασπισμό εξουσίας - με την έννοια ενός πιο νεοφιλελεύθερου πόλου από τη μια, και ενός πιο φιλοκοινωνικού-σοσιαλδημοκρατικού πόλου από την άλλη. Πρόκειται πλέον για μια μεταηγεμονική μορφή. Στην μεταδημοκρατική μορφή κράτους παύει, επίσης, να λειτουργεί η ηγεμονία μέσα από την παραχώρηση «δικαιωμάτων» και ικανοποίηση άμεσων συμφερόντων των λαϊκών τάξεων. Η μεταδημοκρατική μορφή αρχίζει στις αρχές της δεκαετίας 1980 (στην Ελλάδα μετά το 1989). Παύουν, λοιπόν, να υφίστανται κλασικές προγραμματικές διαφορές των κομμάτων εξουσίας, σε αντίθεση με ό,τι συνέβαινε στην κλασική κεϋνσιανή-φορντιστική περίοδο.

domenica 15 gennaio 2012

La chiusura del cerchio

di Elisabetta Teghil. sinistrainrete
In questa fase neoliberista del capitalismo, lo scontro tradizionale che avveniva per la conquista delle materie prime e la penetrazione nel mercato dei paesi del terzo mondo, oggi investe anche i paesi occidentali.

Questa è la chiave di lettura dell'improvvisa apparizione del debito nel panorama economico dei paesi dell'Europa occidentale.

I paesi più indebitati al mondo, sia in assoluto che in rapporto alla popolazione locale e alla ricchezza produttiva, sono gli Stati uniti e l'Inghilterra.

Allora vediamo che la vicenda- debito è strumentale e fa parte di un unico progetto: svendere l'economia dei paesi così detti indebitati alle multinazionali anglo- americane.

L'obiettivo, per rimanere in Italia, è di appropriarsi delle riserve auree dello Stato e mettere mano ai risparmi delle famiglie, due aspetti che caratterizzano il nostro paese rispetto agli altri, perché alcuni non hanno riserve auree consistenti come quelle italiane e, in altri, le famiglie sono fortemente indebitate e non ci sono risparmi da saccheggiare.

Lo stesso avviene per la casa. Anche in questo campo, in Italia, c'è una grande tradizione rispetto alla proprietà della casa. E anche questa è nel mirino di banche e finanziarie.

Per fare ciò, l'Italia si è dotata di un iperbolico apparato di controllo e, accanto alla guardia di finanza, ha messo su Equitalia, una struttura mastodontica, per mezzi e uomini, per poter raggiungere questo obiettivo.

Per poterlo, poi, far passare a livello di opinione pubblica ha coniato la "caccia all'evasore", fermo restando che non saranno certo toccati gli interessi delle multinazionali, delle banche e delle finanziarie.

Il vero obiettivo sono le tasche degli italiani.

Tutti gli italiani "avrebbero" tremila euro di debito a testa, compresi bambini, disoccupati, sottoccupati e precari.

Da che mondo è mondo, il debito dovrebbe pagarlo chi lo ha contratto: ma, questo, non è stato accumulato per la sanità, l'istruzione, le pensioni e lo stato sociale.

Sorvoliamo, poi, su spese, ICI e privilegi accessori e contributi a vantaggio del vaticano, anche se, rispetto a questo, correnti laiche trasversali il problema lo hanno sollevato.

E parliamo dei costi delle 113 basi americane in Italia, perché il mantenimento lo paghiamo noi e nessuno ha il coraggio di dirlo.

E parliamo dell'esercito che è evidente che non deve difendere i confini dell'Italia da nessuna minaccia, ma serve ad occupare militarmente la Val di Susa e la zona di Rho dove stanno piazzando l'Expò 2015 e a partecipare alle guerre neocoloniali in giro per il mondo, sia pure in ruolo subalterno e di appoggio agli Stati Uniti.

Da qui, la proposta del ministro della difesa dell'ultimo governo Prodi di reintrodurre la leva obbligatoria.

Quella del debito è una scusa, perché di scusa si tratta, per smantellare lo stato sociale e per la privatizzazione dei servizi pubblici, maniera elegante per darli in mano alle multinazionali.

martedì 27 dicembre 2011

Giorgio Bocca. I misfatti del mercato (globale)

Fonte: repubblica
Ricchezza e tecnologia per pochi e povertà e insicurezze per moltissimi, distruzione dell’ecosistema e crescita della delinquenza: questi, e troppi altri, gli effetti del neoliberismo globale che i padroni del mercato perpetrano a tutti i costi (altrui).

di Giorgio Bocca, da MicroMega

Nessuno sa quale sarà il futuro del mondialismo neoliberista, quali effetti sociali e politici avrà nei prossimi decenni. Ma nel presente alcune sue connotazioni sono di una feroce chiarezza. La prima è quella della forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, che vale sia per i paesi avanzati che per il Terzo Mondo. La mitica marea del progresso che doveva sollevare tutte le barche non ha funzionato neppure nei dieci più ricchi paesi del pianeta. Negli ultimi quindici anni i profitti del capitale in questa area privilegiata sono aumentati del 300 e passa per cento, ma i salari dei lavoratori sono rimasti stazionari, solo perché le donne sono entrate in massa nella produzione. E si sono allargate le sacche di povertà: nella florida Francia, Secours Catholique assiste 800 mila famiglie, 600 mila persone sono senza casa, e a Milano – la più ricca città italiana, con una popolazione di un milione e mezzo di persone – 300 mila sono sulla soglia della povertà. Fra paesi ricchi e paesi poveri siamo a diversità abissali: il primato è toccato al rapporto Svizzera-Mozambico, passato in due secoli dal 5 al 400 a 1. Nell’America Latina e in Africa aumenta una povertà che si nasconde, che è quasi impossibile censire. Solo la metà del genere umano ha luce elettrica e telefono, un terzo ignora la tecnologia moderna, un miliardo di lavoratori ha paghe giornaliere inferiori alle 500 lire e anche nei paesi opulenti 160 milioni non superano le 2.000 lire.
Trentacinque disoccupati nel mondo povero, 8 in quello ricco, dove il paese più ricco, gli Stati Uniti, consuma 8 volte più energia che l’intera Africa.

Ricchi sempre più divisi dai poveri. Negli Stati Uniti ci sono 30 mila comunità blindate, circondate da muri e inferriate, guardate da uomini in armi. E quasi a misura della ricchezza aumentano la società penitenziaria e l’analfabetismo di ritorno. L’élite militare tecnologica progetta lo sbarco su Marte, ma i milioni del popolo basso corrono perennemente dietro le virtualità del nuovo mercato. È molto difficile definire il neoliberismo, che non si sa bene dove vada fra i successi dei pochi e le delusioni dei molti. Doveva ridurre il tempo del lavoro, ma nel più ricco Stato dell’Unione, la California, è aumentato rispetto a 15 anni fa di 5 ore la settimana. Lavorano ossessivamente anche quelli della società alta: orari e contabilità sono continuamente superati dalla corsa al profitto. Chi entra nella rete informatica deve essere raggiungibile in qualsiasi ora, il patriottismo aziendale non ammette eccezioni. Una tendenza costante della nuova società del profitto è di far ricadere sulla collettività spese e sprechi che sono della minoranza ricca. Non si contabilizzano l’aumento del lavoro e la diminuzione del salario dovuti alla flessibilità; in qualsiasi evento i profitti della pubblicità, che dipende dai padroni, sono enormemente più grandi di ciò che va alla comparsata. La trasmissione il Grande fratello è stata la metafora del banchetto di una rete televisiva e delle briciole rimaste ai poveretti che pensavano di salire nell’Olimpo passeggiando in mutande in una finta casa.

sabato 24 dicembre 2011

LE LEZIONI DELLA CRISI

di Michele Nobile. Fonte: anarkismo
Intervento letto al Convegno-dibattito "Dentro la crisi del capitale", organizzato dalla Confederazione Cobas Firenze il 15 dic. 2011 e al quale hanno partecipato anche Guglielmo Carchedi, Domenico Moro e Roberto Massari.
--------------------------------------------------------------------------------
Lezione 1.
Nell'autunno 2008 molti commentatori e politici di sinistra annunziarono la fine del cosiddetto neoliberismo. Si facevano così due errori, tra loro connessi. Il primo errore concerneva proprio la caratterizzazione dell'epoca, la stessa nozione di neoliberismo. Il secondo errore concerneva il rapporto tra crisi economica, sbocchi politici e radicalizzazione sociale.
Ora siamo nella fase in cui governi e padronato intendono effettivamente far pagare alla classe dei salariati i costi della crisi capitalistica e del salvataggio delle banche private. Con l'eccezione parziale della Grecia, questo accade senza che al momento si profili una risposta delle classi dominate europee all'altezza dell'attacco che ad esse viene portato.

La prima lezione è che non esiste alcun nesso meccanico tra crisi, anche crisi grave, e fuoriuscita dalla cosiddetta globalizzazione neoliberista; e non esiste neanche nessun nesso meccanico tra crisi e rilancio della lotta di classe. Bisogna chiedersi perché.

Lezione 2.
La risposta alla prima questione è che la nozione di globalizzazione neoliberista è analiticamente errata e politicamente fuorviante. Non è vero che i poteri d'intervento economico degli Stati dei paesi a capitalismo avanzato siano in via d'obsolescenza o di drastico ridimensionamento. Gli Stati capitalistici hanno effettivamente dei limiti d'azione: ma non è vero che essi siano impotenti di fronte alla cosiddetta globalizzazione dei mercati finanziari e delle merci, o che ne siano vittime. Questa non è altro che l'idea liberale secondo la quale a «più mercato» corrisponde «meno Stato».
Al contrario, nonostante la marcata instabilità finanziaria, l'epoca cosiddetta «neoliberista» ha oramai una durata maggiore della cosiddetta «età d'oro» interventista e «keynesiana». Se le banche centrali e i governi dei paesi a capitalismo avanzato fossero stati impotenti a fronte dei «mercati globali», allora la «grande recessione» o una depressione sarebbe iniziata nel 1982, oppure nel 1987, o nel 1990, o nel 1992, oppure nel 1997 o nel 1998 o nel 2001.

Il fatto è che i rapporti strutturali tra la sfera economica e quella statale non sono più gli stessi dei primi anni Trenta del secolo scorso. È per questo che nel 2008 le economie dei maggiori paesi a capitalismo avanzato non sono entrate in una spirale depressiva simile a quella degli anni 1929-1933. Ed è per questa stessa ragione che non c'è nulla di simile a un New deal e che, al contrario, vengono rilanciate le ricette di politica economica e anti-sociale etichettabili come neoliberali.

Affermare che i poteri d'intervento degli Stati a capitalismo avanzato non siano affatto in via d'obsolescenza non significa dire che attuando una «saggia politica» la crisi non avrebbe avuto luogo. Non significa neanche escludere che essa non possa, infine, sfuggire ad ogni controllo e precipitare in una fase depressiva acuta e prolungata.

Quel che è cambiato rispetto alla «età d'oro» detta keynesiana sono gli obiettivi e gli strumenti dell'intervento economico degli Stati, non la loro capacità assoluta d'intervenire.

La seconda lezione è dunque che i poteri d'intervento economico e sociale degli Stati capitalistici non sono affatto ridotti ma, nel corso degli ultimi trenta anni, sono stati ridefiniti i termini e le priorità della politica economica e monetaria.

Le politiche statali sono state ridefinite in funzione della crescente concorrenza internazionale e degli squilibri mondiali tra un polo importatore, gli Stati Uniti, e i poli esportatori della Germania e del Giappone.

Le regole dei sistemi finanziari sono state ridefinite in modo da permettere il flusso finanziario dal resto del mondo in direzione degli Stati Uniti, indispensabile per mantenere l'attuale configurazione dell'economia mondiale.

I sistemi pensionistici nazionali e le normative regolanti le istituzioni finanziarie sono state riformulate in modo da massimizzare il drenaggio del risparmio dei lavoratori verso il mercato dei capitali.

In Europa le politiche di bilancio e la politica monetaria sono state sottoposte a nuove regole al fine di promuovere l'euro come moneta di riserva internazionale, a fianco ma ancora in posizione subordinata al dollaro. Sull'onda della crisi del debito estero dei cosiddetti «paesi in via di sviluppo» sono state abbattute le barriere all'esportazione di capitale e di merci in questi paesi, e poi realizzati investimenti dall'estero in occasione della privatizzazione di industrie e servizi statali.

Asse Carolingio

di Elisabetta Teghil. Fonte: sinistrainrete
L’evoluzione del capitale verso l’accentramento sfocia nel potere, sempre più dominante, delle multinazionali.

Alla radice dei rapporti economici, c’è la tendenza imperiale alla globalizzazione, ma la necessità di realizzare l’unificazione economica e politica che gli è necessaria spiega l’attuale fase di offensiva che svolgono gli Stati Uniti che hanno assunto il ruolo di” Stato del capitale” e che si propongono di assoggettare, con ogni mezzo a disposizione, tutte le potenze lette, a questo punto, come rivali, con l’alleanza dell’Inghilterra.

Infatti ,c’è un “asse carolingio” ispirato, soprattutto, da esigenze di sopravvivenza, da parte della Francia e della Germania, all’offensiva in atto delle multinazionali anglo-americane, di cui i rispettivi governi si fanno braccio esecutivo.

Da qui, l’ondivagare della Francia e della Germania che, alle volte, cercano di salvare gli anelli deboli della catena, Grecia, Irlanda, Spagna e Italia, perché temono che, se cadono i bastioni esterni dell’eurozona, cada anche il centro, altre volte, invece, sembrano attirate dall’idea di non farsi coinvolgere dalle vicende di questi paesi e, magari, di limitarsi a proteggere solo e soltanto la loro ridotta dove si sono asserragliate.

Da qui, il senso dei patti segreti tra Francia e Germania.

L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di ricondurre la Germania a Stato “occupato” e di realizzare il sogno americano di ridurre la Francia a “protettorato”, così come era stato coltivato nell’immediato dopoguerra.

A questo proposito sono illuminanti gli studi di Annie Lacroix-Riz su quando gli americani volevano governare la Francia.

Allora, si capisce che non sono i mercati che, paradossalmente diventano qualcosa di neutrale ed ingovernabile, ad attaccare l’eurozona, ma ci sono gli interessi anglo-americani che, potendo contare su paesi fortemente atlantizzati come il Belgio, puntano a staccare i piccoli paesi, come l’Olanda e la Svezia che, per dimensioni demografiche e mezzi economico-militari, non costituiscono preoccupazione e che hanno messo a segno un colpo importante, mandando alla guida dell’Italia un primo ministro il cui compito principale è declinare qui i loro interessi. Operazione resa possibile, anche, dal fatto che già potevano contare sulla più alta carica istituzionale e sul maggior partito già di opposizione.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters