Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 15 febbraio 2013

Come l’Islanda si è liberata dalla finanza

di Giacomo Gabbuti - sbilanciamoci -
Ridimensionare la finanza e uscire dalla crisi è possibile. Far pagare le banche e non farsi schiacchiare dalle regole europee anche. E perfino convincere il Fondo monetario. La lezione dell’Islanda
Mentre si spengevano le luci del circo di Davos, l’Islanda iniziava la settimana con il piede giusto. Proprio al World Economic Forum, il presidente Olafur Ragnar Grimsson – definito dall’inviato di Al-Jazeera “l’unica voce di speranza” per un continente in recessione – aveva rilasciato un’intervista al canale satellitare arabo, scatenando l’interesse della rete. Per spiegare le politiche “non ortodosse” del suo paese, il presidente usa una semplice domanda: Why do we consider banks to be like holy churces? Perché – si chiede Grimsson – consideriamo le banche diverse da altre imprese “normali”, come le compagnie aeree o di telecomunicazioni, e non dovremmo permettere loro di fallire? Perché, soprattutto, dovremmo invece lasciar fallire le persone, introducendo nuove tasse e misure di austerità, e non proprio le banche, che hanno già beneficiato dei proventi di quelle stesse attività rischiose all’origine della crisi?
A dare una risposta al Presidente islandese è intervenuta la Corte dell’Efta – European Free Trade Association, organizzazione che riunisce, oltre alla stessa Islanda, Norvegia, Lichtenstein e Svizzera. Proprio l’Efta nel 1994 ha siglato, insieme ai membri dell’allora CEE, un accordo che istituiva l’European Economic Area (EEA): è in virtù di questo trattato che l’Islanda – pur non essendo membro dell’Unione Europea – è sottoposta a gran parte della regolamentazione comunitaria, anche in materia finanziaria. La corte, con sede nel Lussemburgo, era stata chiamata in causa per risolvere un contenzioso (denominato “Icesave”, dal nome di un sito di banking online) apertosi dopo il collasso del sistema finanziario islandese – avvenuto nell’autunno del 2008. Dopo il fallimento della casa madre di Icesave, Landsbanki Íslands – principale istituzione finanziaria islandese da oltre un secolo, incaricata dell’emissione delle banconote fino alla creazione della Banca Centrale nel 1961 – il governo di Reykjavík si era infatti rifiutato di coprire le perdite realizzate dalle filiali olandesi e britanniche della banca.
Come precisa il New York Times, in realtà le autorità islandesi avevano tentato per due volte di ottemperare agli obblighi previsti dalla Direttiva 94/19 della Commissione Europea, recepita con apposita legge dal Parlamento islandese, che prevede un rimborso parziale per i risparmiatori. Ma per due volte gli elettori islandesi, chiamati a confermare le misure con appositi referendum, hanno respinto la proposta, rifiutandosi di ripagare con le tasse i debiti contratti dalle banche private. Come riassunto nel comunicato stampa rilasciato dalla Corte dell’Efta, le autorità britanniche e olandesi avevano reagito secondo gli schemi previsti dalla propria legislazione per far rimborsare i propri cittadini. In particolare, il governo britannico aveva operato in maniera particolarmente decisa e lesiva della sovranità nazionale islandese, avvalendosi della normativa anti-terrorismo al fine di congelare gli asset detenuti nel Regno Unito da Landsbanki. Per sanare la questione ci si è rivolti alla Corte dell’Efta, che proprio lunedì scorso ha emesso la sua sentenza, riconoscendo le ragioni dell’Islanda.
La legislazione europea precedente la crisi, secondo la Corte, non era pensata in previsione di crisi sistemiche della natura e dell’estensione di quella registratasi in Islanda nell’autunno del 2008, e lasciava in effetti non sufficientemente specificato chi avrebbe dovuto ripianare i debiti di un intero sistema finanziario al collasso. L’esposizione record raggiunta nel 2008 dalle banche islandesi (comunemente stimata, a seconda delle fonti, tra 9 e 12 volte il Pil del Paese in quell’anno), rendeva infatti materialmente impossibile per il governo rimborsare tutti i debiti: per questa ragione, il possibile precedente rappresentato da Icesave pendeva fino a lunedì come una spada di Damocle sulla ripresa economica del Paese.
In mancanza di norme precise in tal senso, la Corte ha invece ritenuto di assolvere il governo islandese, che potrà continuare le sue politiche eterodosse, senza dover imporre nuove strette fiscali per ripagare il debito contratto dalle sue banche. Come rivendica Grimsson nell’intervista rilasciata ad Al Jazeera, a seguito della crisi finanziaria il governo islandese ha operato esattamente all’inverso di quanto prescritto e portato avanti dai governi del resto d’Europa: dopo aver lasciato fallire le banche, ha introdotto controlli sui movimenti di capitale; non ha – almeno in un primo periodo – introdotto misure di austerità, intervenendo al contrario a sostegno dei cittadini lasciati senza lavoro e a rischio povertà dall’improvvisa dissoluzione dei loro risparmi. Ma soprattutto, come spiega ancora il NYT, a differenza degli Stati Uniti e dei Paesi europei – pur tra mille difficoltà – le autorità politiche e giudiziarie islandesi hanno costantemente lavorato per inchiodare alle proprie responsabilità i manager responsabili della crisi. Cosa che, continua il quotidiano statunitense, ha dato al governo sufficiente autorevolezza di fronte all’opinione pubblica per introdurre le misure necessarie a uscire anticipatamente dal programma di salvataggio del Fondo Monetario Internazionale. Lo stesso Fondo ha poi dovuto ammettere pubblicamente il successo della politica islandese.
Nel rivendicare questi successi, il Presidente Grimsson si lascia andare ad altre, interessanti dichiarazioni: a suo dire, infatti, alla base della robusta ripresa islandese c’è anche l’impatto innovativo di un settore finanziario “sterilizzato”, sufficientemente piccolo non solo da non fallire, ma da non “drenare” i più brillanti laureati in informatica, ingegneria, persino fisica. Una volta lasciate fallire le banche, questi lavoratori altamente istruiti – difesi dal rischio di indigenza in virtù delle politiche fiscali e monetarie fortemente anticicliche portate avanti da Reykjavík – sono rimasti in Islanda ed hanno finito, secondo Grimsson, per ridare slancio all’economia reale.
C’è da dire che – come fanno notare alcuni blogger islandesi – la repentina svolta dell’Islanda si spiega, più che con la lungimiranza del suo ceto politico, con la cruda impossibilità di ripagare quei debiti, sommata al pungolo costituito dalle proteste dei cittadini. Viene da chiedersi se la “debolezza” dell’Islanda – il suo essere cioè fuori dal riparo delle istituzioni comunitarie – non sia stata, in realtà, la sua fortuna.

lunedì 4 febbraio 2013

La vittoria islandese

- senzasoste -
La Corte di giustizia dell'Efta dà ragione all'Islanda e alla sua decisione di non rimborsare il debito dei correntisti stranieri. Una novità giuridica internazionale
islanda_e_cheLa Corte di Giustizia dell'Associazione Europea di Libero Scambio (Efta, una associazione a cui aderiscono oltre i paesi Ue, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) consegna una sentenza importante per quanto attiene le regole possibili di una nuova finanza. L'Islanda ha ottenuto un importante riconoscimento rispetto al suo rifiuto di garantire correntisti stranieri di fronte al fallimento della banca islandese Landsbanki. Il collasso di questa banca incluse la sua versione on line, chiamata Icesave, in cui investirono circa 230 mila cittadini britannici e 100 mila olandesi invogliati dagli elevati rendimenti offerti. La crisi finanziaria islandese produsse il crack bancario e Icesave divenne insolvente. I governi inglese e olandese garantirono i correntisti autoctoni e successivamente chiesero rivalsa direttamente al governo di Reykjavik. Questi fece appello alla Corte dell'Associazione europea. Ieri la sentenza riconosce che l'Islanda non è obbligata al rimborso dei correntisti stranieri. La cifra benché non enorme, si parla di circa 2 miliardi di Euro, rappresentava qualcosa come il 20% del Pil del piccolo paese nordico. Un indiscutibile successo non solo nel merito della contesa, ma anche perché tale sentenza è automaticamente eseguibile e non appellabile. Un punto fermo insomma.
In questi tempi di crisi del sistema bancario, dove i governi sono pronti a garantire immediatamente con soldi pubblici le perdite private questa sentenza segnala come in realtà di fronte all'insolvenza per lo meno esista un vuoto legislativo che non favorisce espressamente le banche e gli investitori. In Islanda, infatti, il fondo di garanzia è stato incapace di far fronte alle sue obbligazioni, ma nei trattati internazionali non sono previste norme che prevedano un obbligo per l'Islanda al rimborso. Vano è stato l'intento dei governi inglese e olandese di appellarsi alla direttiva europea del 2009 che prevedeva una copertura massima fino a 100 mila euro di depositi.
La sentenza, naturalmente, va contestualizzata, come va considerato l'ammontare complessivo conteso, ma certamente rappresenta una significativa novità sul versante giuridico internazionale. Non è un caso che vi sia stata una reazione piuttosto piccata da parte della Commissione europea. Questa sentenza potrebbe rappresentare un'inversione di tendenza nei rapporti finanziari capestro esistenti e magari l'inizio di un ripensamento persino sulle regole nei confronti dei debiti sovrani. Esistono paesi che chiaramente non sono più in grado di sopportare i propri debiti e che necessitano nuove formule per uscire da questa morsa. Il problema dunque non è solo nella relazione tra investitori e banche ma più in generale tra creditori e debitori. Dal non garantire necessariamente gli investitori stranieri delle banche a non garantire neppure quelli del debito pubblico il passo potrebbe essere breve. Si tratta di ragionare come ristrutturare dal basso un debito sovrano e come tutelare i piccoli risparmiatori di qualunque nazionalità essi siano.
Marco Bertorello
tratto da http://ilmegafonoquotidiano.it

mercoledì 2 gennaio 2013

L’FMI ammette: l’Islanda aveva ragione, avevamo torto noi

- informarexresistere - 


Per circa tre anni, i nostri governi, la cricca dei banchieri e i media industriali ci hanno garantito che loro conoscevano l’approccio corretto per aggiustare le economie che loro avevano in precedenza paralizzato con la loro mala gestione. Ci è stato detto che la chiave stava nel balzare sul Popolo Bue imponendo “l’austerità” al fine di continuare a pagare gli interessi ai Parassiti delle Obbligazioni, a qualsiasi costo.
Dopo tre anni di questo continuo, ininterrotto fallimento, la Grecia è già insolvente per il 75% dei suoi debiti
e la sua economia è totalmente distrutta. La Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia stanno tutte precipitando in una spirale suicida, in cui quanta più austerità quei governi sadici infliggono ai loro stessi popoli tanto peggiore diventa il problema del loro debito/deficit. L’Irlanda e il Portogallo sono quasi nella stessa condizione.
Ora, in quello che potrebbe essere il più grande “mea culpa” economico della storia, i media ammettono che questa macchina governativa-bancaria-propagandistica della Troika ha avuto torto per tutto il tempo. Sono stati costretti a riconoscere che l’approccio dell’Islanda al pronto intervento economico è stato quello corretto sin dall’inizio.

Quale è stato l’approccio dell’Islanda? Fare l’esatto contrario di tutto ciò che i banchieri che gestivano le nostre economie ci dicevano di fare. I banchieri (naturalmente) ci dicevano che dovevamo salvare le Grandi Banche criminali a spese dei contribuenti (erano Troppo Grandi Per Fallire). L’Islanda non ha dato nulla ai banchieri criminali.
I banchieri ci dicevano che nessuna sofferenza (del Popolo Bue) sarebbe stata troppo grande pur di garantire che i Parassiti delle Obbligazioni fossero rimborsati al cento per cento di ogni dollaro. L’Islanda ha detto ai Parassiti delle Obbligazioni che avrebbero ricevuto quel che sarebbe rimasto dopo che il governo si fosse preso cura del popolo.
I banchieri ci dicevano che i nostri governi non potevano più permettersi la stessa istruzione, lo stesso sistema pensionistico e di assistenza sanitaria che i nostri genitori avevano dato per scontato. L’Islanda ha detto ai banchieri che quello che il paese non poteva più permettersi era di continuare a vedersi succhiare il sangue dai peggiori criminali finanziari della storia della nostra specie. Ora, dopo tre anni abbondanti di questa assoluta dicotomia nelle scelte politiche, è emerso un quadro chiaro (nonostante gli sforzi migliori della macchina della propaganda per celare la verità).
Nel loro stile tipico, nel momento in cui i media dell’industria sono costretti ad ammettere di averci gravemente disinformati per molti degli ultimi anni, vengono immediatamente schierati i revisionisti per riscrivere la storia, come dimostrato da questo estratto da Bloomsberg Businessweek: … l’approccio dell’isola al proprio salvataggio ha portato a una ripresa “sorprendentemente” forte, ha affermato il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale nel paese.
In realtà, dal momento in cui è stato orchestrato il Crollo del 2008 e i nostri governi moralmente in bancarotta hanno cominciato ad attuare i piani dei banchieri, io ho scritto che l’unica strategia razionale era di mettere il Popolo prima dei Parassiti. Anche se non mi aspettavo che i decisori della politica nazionale traessero la loro ispirazione dai miei scritti, quando stilavo le ricette economiche per le nostre economie non ho basato le mie idee sulla compassione o semplicemente sul “fare la cosa giusta”.
Ho, invece, costantemente sostenuto che il fatto che “l’approccio islandese” fosse l’unica strategia che aveva una possibilità di riuscita era una questione di semplice aritmetica e dei più elementari principi dell’economia. Quando Plutarco, 2.000 anni fa, scriveva che “uno squilibrio tra i ricchi e i poveri è il male più fatale di tutte le repubbliche” non stava ripetendo a pappagallo un dogma socialista (1.500 anni prima della nascita del socialismo).
Plutarco stava semplicemente esprimendo il Primo Principio dell’economia; qualcosa su cui tutti gli economisti capitalisti moderni che ne hanno seguito le orme hanno basato le loro stesse teorie. Quando gli economisti moderni esibiscono il loro gergo, come nel caso della Propensione Marginale al Consumo, esso è francamente basato sulla saggezza di Plutarco: che un’economia sarà sempre più sana con la sua ricchezza nelle mani dei poveri e della Classe Media invece che essere accumulata ricchi pidocchiosi (e giocatori d’azzardo).
Così quando i Revisionisti di Bloomberg tentano di convincerci che la forte (e reale) ripresa economica dell’Islanda è stata una “sorpresa” ciò potrebbe essere vero se nessuno dei nostri governi, nessuno dei banchieri e nessuno dei preziosi “esperti” dei media comprendesse i più elementari principi dell’aritmetica e dell’economia. E’ questo il messaggio che i media vogliono comunicare?
Quello che qui è ancor più insincero è il tono congratulatorio di questo esercizio di Revisionismo, poiché nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Come ho detto in dettaglio in una serie di quattro articoli un anno fa, la campagna di “stupro” economico perpetrata contro i governi d’Europa negli ultimi due anni e mezzo (in particolare) è stata espressamente mirata a cancellare “l’opzione islandese” per gli altri governi dell’Europa.
Uno dei motivi per cui l’Islanda è stata in grado di sfuggire alla garrota della cricca bancaria occidentale è che la sua economia (e il suo popolo) conservavano ancora una prosperità residua sufficiente a resistere, mentre la cricca bancaria cercava di strangolare l’economia dell’Islanda come punizione per aver respinto la loro Schiavitù del Debito.
Così, l’austerità non è stata niente di meno di una campagna deliberata per distruggere queste economie europee in modo tale che gli Schiavi fossero troppo economicamente deboli per essere in grado di recidere il loro collare. Missione compiuta!
Si può solo ritenere che né i media dell’industria né i Banchieri Padroni avrebbero consentito che questo chiaro riconoscimento che l’Islanda aveva ragione e noi avevamo torto comparisse sulle loro pagine, a meno che si sentissero sicuri di sapere che tutti gli altri Schiavi del Debito erano stati paralizzati oltre la loro capacità di sfuggire mai a questa oppressione economica.
In effetti, quale prova di questo, non dobbiamo che guardare alla Grecia, l’unica altra nazione europea in cui c’erano state “avvisaglie” (cioè rivolte) mirate a rovesciare il Governo Traditore che aveva servito la cricca dei banchieri. Dopo due elezioni, la combinazione di paura e propaganda ha intimidito il popolo greco da lungo tempo sofferente al punto da fargli scegliere un altro Governo Traditore, che si era espressamente impegnato a rafforzare i vincoli della schiavitù economica. Quando gli Schiavi votano per la schiavitù, i Padroni degli Schiavi possono permettersi di gongolare.
Qui, lo scopo di questa propaganda di Bloomberg non è stato di elogiare il governo islandese (quando sia i banchieri sia i media dell’industria disprezzano l’Islanda con tutta la loro considerevole malignità). Piuttosto, l’obiettivo di questa disinformazione è stato di costruire una nuova Grande Bugia.
Invece della Verità, che dal primo giorno l’approccio islandese era l’unica strategia possibile che avrebbe potuto avere successo, mentre i nostri governi hanno scelto una strategia destinata a fallire, otteniamo la Grande Bugia. I nostri Governi Traditori avevano agito onestamente e onorevolmente e il successo dell’Islanda e il nostro fallimento sono stati ancora un’altra “sorpresa che nessuno avrebbe potuto prevedere”.
Abbiamo assistito esattamente allo stesso Revisionismo dopo lo stesso Crollo del 2008, quando i media convenzionali hanno tirato in ballo tutti i loro esperti nell’imbonimento per dirci che erano rimasti “sorpresi” da quell’evento economico, mentre quelli del settore dei metalli preziosi erano andati profetizzando un tal cataclisma, in termini ancora più energici, per molti anni.
Il vero messaggio, cui, per i lettori, è che quando una strategia economica del Popolo prima dei Parassiti ha successo non c’è nulla di minimamente “sorprendente” al riguardo. Così come non è sorprendente che il fatto che tutto il resto del mondo intorno a noi promuova il benessere dei Parassiti, sia un bene soltanto per i Parassiti stessi.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/iceland-was-right-we-were-wrong-the-imf-by-jeff-neilson
Originale: thestreet.com
traduzione di Giuseppe Volpe -
Tratto da: senzasoste.it – Scritto da: Jeff Neilson


Tratto da: L’FMI ammette: l’Islanda aveva ragione, avevamo torto noi | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/01/01/lfmi-ammette-lislanda-aveva-ragione-avevamo-torto-noi/#ixzz2Gr05R9mt
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

domenica 26 agosto 2012

La favola islandese è solida realtà

bancheacasa.jpg - beppegrilloblog -
"C’era un paese che aveva nei confronti delle potenti banche estere un debito di diversi miliardi, pari a decine di migliaia di euro di debito a carico di ciascun cittadino! Le banche creditrici, appoggiate dal governo, hanno proposto misure drastiche a carico dei cittadini, che ciascun cittadino avrebbe dovuto pagare con tasse e/o minori servizi, qualcosa come 100 euro al mese per 15 anni! I cittadini sfiduciarono il governo, si fece strada l’idea che non era giusto che tutti dovessero pagare per errori e ruberie commessi da un manipolo di banchieri e politici, decisero poi di fare un referendum che con oltre il 90% dei consensi stabilì che non si dovesse pagare il debito. Nazionalizzarono quindi le banche (prima private) che avevano portato a questo disastro economico e, tramite Internet, decisero di riscrivere la Costituzione (prevedendo anche che l’economia fosse al servizio del cittadino e non viceversa). Per riscrivere la nuova costituzione vennero scelti dei cittadini che dovevano essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone e NON AVERE LA TESSERA di ALCUN PARTITO! Chiunque poteva seguire i progressi della Costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte (come nei comuni dove il M5S è eletto). Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. Sembra una favola vero? Nel frattempo l'Islanda ha ripreso a crescere, e Il governo islandese ha deciso di investire il 13% del PIL nazionale (come se il governo italiano stanziasse circa 250 miliardi di euro) per cancellare i mutui ipotecari dei cittadini in difficoltà: un’operazione che riguarda un islandese su quattro!" Roberto B.

domenica 26 febbraio 2012

L’Islanda cancella i mutui ipotecari ...

L’Islanda cancella i mutui ipotecari di un quarto dei suoi cittadini. Se si vuole si possono salvare le persone e non la finanza!

di Gennaro Carotenuto
Lo stato islandese ha deciso di pagare il 13% del PIL nazionale (come se l’Italia investisse circa 250 miliardi di Euro) per cancellare i mutui ipotecari del quarto dei cittadini del paese più in difficoltà a pagare.

È un investimento che si è reso necessario a causa del fatto che i mutui erano contratti in valute straniere e la Corona ha subito grandi oscillazioni dal 2007 ad oggi per attestarsi alla metà del valore del decennio anteriore dopo la crisi che ha portato il 93% degli islandesi a votare no al pagamento di un debito estero causato da banchieri e politici. Senza tale decisione migliaia di famiglie islandesi avrebbero perso le loro case. Sì, d’accordo, l’Islanda è piccola, ma se si vuole si può fare, in Grecia, in Italia, ovunque.

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