Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 9 febbraio 2013

Le dittature hanno cambiato forma, si sono evolute pure loro ...

Arrestati e torturati dalla polizia ... è successo in Grecia.
Cos'è la dittatura? Come si manifesta? Come si stabilisce l'inizio e la fine di essa?
La Grecia può contare un buon numero di dittature, la più recente e forse la più conosciuta è stata quella detta "Dittatura dei Colonnelli", altrimenti più nota come "Giunta" (η Χούντα). La dittatura militare capitanata da Giorgos Papadopoulos che è iniziata nell'aprile del 1967 e che fino al 1974 vide un susseguirsi di governi militari anticomunisti. Due fatti determinarono la fine di quest'ultima dittatura, i tragici fatti del Politecnio di Atene dove i carri armati dell'esercito fecero irruzione nell'università, travolgendo i cancelli del Politecnio e schiacciando molti studenti che si trovavano nel cortile dell'università e successivamente l'occupazione di Cipro da parte della Turchia.
Per gli storici è molto comodo collocare un evento politico assegnando una data d'inizio e una di
fine, ma spesso non è così, spesso la realtà è molto più complicata. Ci sono dittature che non
iniziano con un golpe, non c'è un giorno preciso dove al mattino ci svegliamo e vediamo che in
strada circolano dei carri armati. Non in tutte le dittature siamo costretti a vestire i nostri figli con i "pantaloni zuava" e a farli partecipare alle adunate dei "Giovani Balilla".
Le dittature hanno cambiato forma, si sono evolute pure loro, vi sono molte dittature che non
vengono mai dichiarate, ma al contrario gli stessi dittatori sono coloro che rappresentano le
istituzioni degli stati "Democratici". Queste dittature sono portate dentro alle nostre case dall'
informazione di quei giornalisti che ne fanno parte. Con la stessa violenza di un carro armato
che sfonda un cancello e schiaccia coloro che vi sono dietro, questa informazione entra nei
salotti, esce dalle televisioni e dalle radio. Ci sono dittature che durano anni, altre mesi, altre
giorni, altre molto brevi...minuti. 
Perché, cos'è la dittatura?
Non è solo la sovversione delle regole democratiche ma anche la successiva impunità di coloro
che le hanno sovvertite. La dittatura è quando gli organi addetti al rispetto di queste regole sono
gli stessi che le sovvertono e gli stessi che le sovvertono sono gli stessi che dovrebbero
giudicare e punire chi le ha sovvertite.
Dittatura è affamare il proprio popolo, andare contro i diritto costituzionale, privarlo del diritto alla
salute, al lavoro, all'istruzione, privilegiare con leggi e provvedimenti gli interessi di alcuni a
svantaggio degli interessi dei molti.
Dittatura è distruggere la dignità umana, criminalizzare con leggi liberticide e razziste lo
straniero, il diverso, il più debole.
E ancora, dittatura è imporre una vita di stenti al proprio popolo e impedirli di protestare, di
manifestare il proprio dissenso. Dittatura è usare oggi una legge fatta durante le ditatture,
(επιστράτευση ovvero la chiamata alle armi, i lavoratori vengono direttamente precettati da degli
organi militari) per impedire e ostacolare il diritto di sciopero a dei lavoratori esasperati e poi, farli tornare a casa la sera e presentare in televisione un sondaggio dove si afferma che va tutto
bene così, che la gente è soddisfatta e che il governo ha ripreso popolarità.
Dittatura è l’uso sistematico del governo dello “stato di emergenza” (questa particolare
procedura dovrebbe essere usata solo in estremo caso di bisogno ed emergenza come ad
esempio terremoti e calamità naturali) per far passare i provvedimenti economici con il solo voto
del governo e non di tutto il parlamento.
Alcuni giorni fa, in Grecia, sono stati arrestati e torturati quattro ragazzi. Preciso che questo è
avvenuto in Grecia e non in Iran perché da un po' di tempo a questa parte ci sembrava quasi
incredibile che certe cose potessero succedere in un paese che si vanta di essere democratico,
che scrive sulle porte delle proprie istituzioni "Ελληνική Δημοκρατία" (democrazia greca). Dico
questo, non tanto perché queste cose non siano avvenute anche in un recente passato, ma per
come questa volta siano direttamente e apertamente rivendicate da organi istituzionali dello stato come la polizia

"Lo faccio perché senza lavoro non c'è dignità"

Trapani, operaio edile disoccupato si suicida: Il biglietto d'addio dentro la Costituzione. "L'articolo 1 dice che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Perché lo Stato non mi aiuta a trovarlo?". Aveva chiesto aiuto a Napolitano e Camusso. Nel foglio l'elenco di chi si è tolto la vita perché senza lavoro: in fondo il suo nome
di PAOLO BERIZZI
 
TRAPANI - Una corda intorno al collo in nome dell'articolo 1 della Costituzione. Un pizzino disperato. L'ultimo. Infilato tra le pagine del libro della Repubblica Italiana. Su quel pezzo di carta, che ha voluto con sé fino alla fine, Giuseppe ha scritto con cura certosina l'elenco dei morti di disoccupazione degli ultimi due anni: se li è appuntati uno a uno, copiandoli dalle cronache dei giornali. L'ultimo nome in fondo alla lista è il suo; poche ore dopo finirà sul verbale dei carabinieri che lo trovano impiccato a una trave sotto casa. Giuseppe Burgarella. A fianco, vergate di suo pugno, due frasi secche. "Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione".

Guarrato, 1.300 abitanti in provincia di Trapani, sulla strada per Marsala. Nel giardino della villetta dei Burgarella, muratori sindacalisti (Cgil), c'è un gazebo: tavolo di legno, quattro sedie, gli attrezzi. Da quando gli hanno tolto la "dignità" Giuseppe, non trovando altro da fare, ci va ogni mattina a mettere in ordine. Sessantuno anni, è il più giovane dei due fratelli. Ha iniziato da ragazzino segando il marmo, dai 30 in poi sempre e solo mattoni. L'ultimo contratto è datato 2000 (...)

venerdì 8 febbraio 2013

vergogna sionista infinita

Cosa sta accadendo in Grecia?!

    
Cosa sta accadendo in Grecia?!

Pubblicato il 8 feb 2013

di Abate Faria
Nel silenzio più totale e vergognoso dei nostri media, giungono lo stesso dalla Grecia notizie terribili.
Guardate queste scene incredibili: alcuni contadini fuori dal Ministero dell’Agricoltura di Atene distribuiscono frutta e verdura gratuitamente.
Pensionati, cittadini comuni, disoccupati s’accalcano per mendicare un sacchetto di cibo.
Nonostante i ripetuti inviti alla calma, la fame e la frustrazione hanno portato non solo a code molto lunghe, ma anche a disordini.
Alcuni uomini, caduti a terra nella ressa generale, sono stati calpestati…
Questa è anche la nostra Europa insignita perfino del premio Nobel per la pace.
Da cittadino italiano ed europeo provo vergogna ed indignazione.

da ilcontagio.wordpress.com

L’inevitabile Monti.

 - fonte -

di A. Fab. -    
L’inevitabile Monti. Pd indietro tutta

 


Qualcosa è cambiato. All’inizio della campagna elettorale Pier Luigi Bersani ripeteva ancora: «In caso di pareggio si torna a votare». Ieri ha corretto: «Un paese serio non può continuare a inseguire le elezioni». È la conferma, l’ennesima, che la collaborazione con il centro montiano è più che un’eventualità. È una certezza, lo schema fisso con il quale il Pd si presenta alle ultime due settimane di campagna elettorale.
Stefano Fassina, «giovane turco» e responsabile economico del partito, ieri mattina si era attenuto alla vecchia linea. «Nel caso di ingovernabilità – aveva spiegato – si cambia la legge elettorale e si torna al voto». Poco dopo ha corretto via twitter, con una spiegazione eloquente: «Si torni a votare è stata la risposta all’ipotesi di ingovernabilità, se manca la maggioranza al senato del centrosinistra più Monti». Con Monti, al contrario, governare si può.
Sia Fassina che Bersani ragionano sui sondaggi. L’ultimo più che suggerire l’allargamento al professore lo impone. Non è un sondaggio «ostile», lo ha fatto per Sky la Tecnè di Carlo Buttaroni, che collabora abitualmente con l’Unità. Il sondaggio assegna ancora un margine alla coalizione di centrosinistra, ma non più di tranquillità: 4,1% alla camera. La brutta notizia arriva dal senato, dove il premio di maggioranza è regionale e sono tornate in bilico anche regioni che sembravano acquisite al centrosinistra, come la Campania (Pd e Sel avrebbero solo 0,4% in più), il Piemonte (+2,2% per il centrosinistra) e la Puglia (+3,2% per il centrosinistra). Mentre sia Sicilia che Veneto sembrano ormai stabilmente al centrodestra, che ha un vantaggio che va dai 7 agli 11 punti percentuali. Stando così le cose, se pure Bersani dovesse riuscire nell’impresa di vincere in Lombardia (dove, in base a questa rilevazione, c’è al momento una perfetta parità) non conquisterebbe il numero minimo di 158 senatori, maggioranza assoluta a palazzo Madama. Dunque intesa obbligata con Monti, che continua a non brillare nelle intenzioni di voto ma che comunque dovrebbe portare a casa una trentina di senatori (Grillo qualcuno di più, ma è fuori dal gioco delle alleanze, mentre Ingroia non riuscirebbe a superare la soglia di sbarramento dell’8% nemmeno in Campania). La triste previsione diventa tragica, per Bersani, se si considera che nel caso al Pdl dovesse riuscire di aggiungere un paio di regioni alla Lombardia, ad esempio il Piemonte e la Campania, neanche l’alleanza con Monti basterebbe. Per formare un governo bisognerebbe strappare qualche senatore a Berlusconi.
Dai numeri alle parole cambia poco. «La destra non è certo quella stremata di 4-5 mesi fa – ammette Bersani – allo squillare delle trombe del Cavaliere sapevo che si sarebbero rimessi in movimento e Berlusconi sta riconquistando quelli che prima erano delusi». Ma il segretario aggiunge di essere ancora convinto di poter avere quel «51%» che in ogni caso lo spingerebbe ad aprire il dialogo con il «centro democratico». «Comunque non avevo mai detto che la vittoria era in tasca – aggiunge – la destra c’è, ma sono fiducioso». L’unica cosa che però a questo punto può escludere è la ripetizione delle larghe intese con Berlusconi. Alle cui offese ieri ha replicato con signorilità: «Mi ha fatto l’imitazione, fa ridere, nel cabaret è forte ma il paese non ha bisogno di cabaret».
Oggi e domani il segretario del Pd sarà in Piemonte, dove incrocia anche Renzi, convinto a rimettersi in pista più dalla rimonta berlusconiana che dalle richieste dello staff. Ma la conclusione della campagna elettorale Bersani la farà tradizionalmente a Roma, in una piazza di semiperiferia perché San Giovanni è occupata da Grillo. Scelta pericolosa, confronto inevitabile. E la San Giovanni (Bosco) del Pd è assai più piccola: La politica c’è passata una sola volta, in occasione di un funerale (quello di Piergiorgio Welby).

Il Venezuela somministra combustibile agli emarginati negli USA

- albainformazione -

 
PDVSA cartel
di Davide Brooks – Corrispondente del Periodico La Jornada
Caracas somministra agli emarginati USA combustibile per il riscaldamento. Lanciata l’ottava edizione del programma di solidarietà del Venezuela con gli USA
Sabato 2 febbraio 2013, pag. 25
New York, 1° Febbraio. Il progetto di solidarietà del Venezuela con gli USA, attraverso un programma di consegna di combustibile per il riscaldamento alle comunità marginali e vulnerabili che aiuterà circa 100mila famiglie in 25 stati – inclusi più di 240 comunità indigene – per resistere al freddo invernale, ha iniziato il suo ottavo anno questa settimana, così come ha annunciato l’impresa petrolifera statunitense Citgo, sussidiaria della Petróleos de Venezuela e la sua socia Citizens Energy Corporation.
Durante una cerimonia in un albergo per famiglie a Baltimora, il responsabile esecutivo della Citgo, Alejandro Granado, insieme con Joseph P. Kennedy II, presidente della Citizens Energy Corporation, impresa energetica senza fine di lucro, hanno lanciato l’ottava edizione annuale del programma di combustibile da riscaldamento Citgo-Venezuela.
Di questo piano hanno beneficiato più di 1.7 milioni di persone dal 2005, quando si è dato inizio alla donazione venezuelana per aiutare le vittime degli uragani Katrina e Rita. Il programma è evoluto fino a diventare insieme all’organizzazione di Kennedy, donando più di 200 milioni di galloni di combustibile, per un valore superiore ai 400 milioni di dollari.
Tale programma, ha dichiarato Granado, “è uno degli sforzi di assistenza di energia più importanti del paese”. Ha informato che la percentuale delle risorse che l’impresa ha speso in programmi sociali negli USA è stata fino a cinque volte maggiore di quelle delle altre società petrolifere di questo paese. Ha affermato che quest’anno sarà ancora più importante poiché la donazione darà beneficio anche a molte delle vittime dell’uragano Sandy che ha colpito la costa est. Ha sottolineato che il programma è “un perfetto esempio dei principi umanitari attuati” dalla Petróleos de Venezuela SA (Pdvsa).
L’ex rappresentate federale Joseph Kennedy – figlio maggiore di Robert F. Kennedy – ha dichiarato che queste donazioni “del popolo del Venezuela” hanno aiutato migliaia di famiglie negli USA degli ultimi anni e ha evidenziato che “è importante continuare ad appoggiare famiglie statunitensi attraverso tale programma”. Ha affermato che quest’anno “aiuteremo più di 400 mila persone a mantenersi caldi e sicuri quest’inverno”.
Ha ricordato di essersi riunito con rappresentanti delle principali imprese petrolifere degli USA e di altri paesi produttori di crudo per sollecitare il loro aiuto in questo tipo di sforzo: “Tutte loro hanno detti di no, ad eccezione della Citgo, il presidente Chávez ed il popolo venezuelano”. Il progetto è stato originariamente avviato nel 2005 dall’allora ambasciatore venezuelano negli USA, Bernardo Álvarez, che adesso è rappresentante del suo governo in Spagna.
Per maggiori informazioni: www.citizensenergy.com e http://www.citgo.com
[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

La guerra monetaria? E’ colpa di Angela Merkel

 
Guerra-va
E’ la deflazione nell’Ue ad aver causato le reazioni interventiste delle banche centrali in tutto il mondo. L’economista keynesiano Sergio Cesaratto attacca la Germania che non si assume le sue responsabilità e i politici che non si oppongono all’Europa teutonica. La guerra valutaria? E’ una logica da scaricabarile, così come è folle quella che governa l’Unione europea, con un’austerity divenuta il cancro dell’economia mondiale e a cui i leader politici, compreso Pierluigi Bersani, non si sanno opporre. E la cancelliera tedesca Angela Merkel ha poco da lamentarsi.

Sergio Cesaratto, docente di politica economica all’Università degli Studi di Siena, non usa perifrasi: “E’ stata la deflazione interna decisa dall’Ue a scatenare le reazioni degli altri Paesi”, spiega in una conversazione con Formiche.net.
Come valutare le politiche monetarie espansive attuate dalle maggiori banche centrali del mondo, proprio quando la Cina ha deciso un’immissione di liquidità da 72 miliardi di dollari? “Le guerre valutarie non sono mai un fatto positivo, al di là dei riaggiustamenti a fronte di palesi squilibri nei cambi da parte di alcune valute. E’ una logica da scaricabarile. Chi vede la propria moneta rivalutarsi con conseguente danno alle esportazioni reagirà cercando di evitarla”, sottolinea.
“La creazione di liquidità – prosegue l’economista – determina inoltre fenomeni speculativi sui mercati delle merci, e anche rialzi borsistici. Questi possono essere benvenuti se poi hanno effetti positivi sull’economia reale, ma si tratta pur sempre di droghe. Ciò non vuol dire che politiche monetarie e fiscali espansive a livello globale non siano benvenute, ma in una logica di accordi internazionali”. Una nuova Bretton Woods sulle regole degli scambi monetari e finanziari? “Sarebbe auspicabile”.
Ma quanto tempo potrà reggere un euro stritolato da yuan e dollaro? “Qui è il punto dolente, per noi e per tutti – evidenzia Cesaratto - L’austerità europea è un cancro dell’economia mondiale. Il fatto che l’Europa non funga da traino all’economia mondiale è una delle cause della guerra valutaria, di cui l’Europa finisce a fare le spese con una rivalutazione dell’euro. Questa deprime le esportazioni europee, i redditi nazionali e le finanze pubbliche. E nella logica folle che governa questo continente ciò condurrà ad un’ulteriore austerità, e si ricomincia daccapo. L’Europa dovrebbe rilanciare la propria domanda interna, in particolare quella dei Paesi in suprlus comnerciale, sostenendo i Paesi europei in disavanzo estero e dando un contributo all’economia mondiale”.
Ma l’ortodossia della Bce sull’inflation targeting è in grado di reggere l’urto della svalutazione delle altre monete? “La Bce – risponde – ha fatto quello che poteva nei vincoli a lei imposti dai tedeschi. E’ chiaro che il mandato della Bce dovrebbe essere mutuato e assimilato a quello della Fed americana, con la piena occupazione con obiettivo accanto al contenimento dell’inflazione. Ciò implicherebbe un coordinamento con una politica fiscale europea espansiva e non ossessionata dai debiti pubblici”.
E quanto può essere rischioso per l’Europa questo gioco al massacro? La rivalutazione dell’euro “che segue una guerra valutaria che il Vecchio continente ha contribuito a determinare mette in luce i limiti della strategia europea troppo speranzosa in una valvola di sfogo nei mercato extra-Europei a cui anche la periferia avrebbe potuto aver accesso in virtù della competitività guadagnata con la deflazione salariale. Come si vede l’Europa ha iniziato la guerra valutaria con le cosiddette ‘svalutazioni interne’, via deflazione dei salari”. Una speranza che viene meno “proprio per la reazione dei partners globali”.
E le armi di Francoforte? Neanche l’Outright Monetary Transactions, il programma di acquisto di titoli della Bce) può essere considerato un surrogato sostenibile rispetto ad una politica monetaria di intervento diretto. “Non è un surrogato. L’Omt porta con sé lo stigma politico di consegnare la sovranità fiscale all’Europa. E’ congeniato perché i Paesi non vi aderiscano se non in extremis, sperando che a ciò non si arrivi. Ma la riduzione degli spread che l’annuncio dell’Omt ha determinato è troppo poco, e come si vede basta poco a farli risalire” La sola ricetta per l’Europa e l’economia mondiale? “Garanzia Bce sui debiti sovrani e inversione delle politiche di austerità”, specifica l’economista.

giovedì 7 febbraio 2013

La “Grillonomics”. Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle

- fonte -

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di Vladimiro Giacché
Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione [...] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. [...] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.
In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.
Cosa c’è nel programma economico di Grillo
Nei 16 punti del 27 dicembre, per la verità, di economia non si parla troppo. Riproduco testualmente i punti di interesse sotto tale profilo: «reddito di cittadinanza» (punto 2), «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» (13), «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav» (14).
Hanno inoltre implicazioni economiche anche altri punti del programma: «legge anticorruzione» (punto 1), «abolizione dei contributi pubblici ai partiti» (3), «abolizione immediata dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali» (4), «referendum sulla permanenza nell’euro» (6), «informatizzazione e semplificazione dello Stato» (15), «accesso gratuito alla Rete per cittadinanza» (16).
Per quanto riguarda il programma del movimento, esso approfondisce anche temi non presenti nei 16 punti. Lo ripercorro rapidamente seguendo i capitoli di cui si compone.
Energia. Assieme alla salute, l’unico altro caso in cui le proposte sono enunciate con un tentativo di ragionamento articolato – e non soltanto per cenni molto sintetici – è il tema dell’energia. Al riguardo il programma si sofferma in particolare sui temi del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Si propongono incentivazioni per fonti rinnovabili e biocombustibili, e si chiede (giustamente, anche se la cosa non sembra di competenza del parlamento) l’applicazione di norme già in essere, ma disattese, sul risparmio energetico. C’è anche qualche incoerenza. Ad esempio, prima si confrontano i rendimenti energetici attuali delle centrali termoelettriche dell’Enel con gli standard delle centrali di nuova generazione, poi però si dice che non bisogna costruire nuove centrali ma rendere più efficienti quelle già esistenti.
Informazione. Il tema dell’informazione, al quale il Movimento 5 Stelle è tradizionalmente molto sensibile, ha alcune implicazioni di natura economica. Sia in termini di risparmi per lo Stato (attraverso l’eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche: è anche il quarto dei 16 punti), sia in termini di maggiori spese: così è per la «cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano» (una più chiara articolazione del sedicesimo punto) e per la «copertura completa dell’Adsl a livello di territorio nazionale»; così è, soprattutto, per la «statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi a ogni operatore telefonico».
Economia. Il tema economia è comprensibilmente molto vasto. Possiamo raggruppare le proposte secondo l’ambito a cui si riferiscono.

Caro Vendola ...

Caro Vendola, chi è causa del suo mal, pianga se stesso

Nicola Melloni (Londra)
- Nichi Vendola e SEL stanno un pò scomparendo da questa campagna elettorale, evocati più che altro da Monti come spauracchio per diminuire i voti alla coalizione di centro-sinistra. Pensando a quel che sembrava potesse diventare Vendola 1 anno e mezzo fa, c’è da sorprendersi. Allora SEL vinceva primarie su primarie, candidava sindaci e vinceva le amministrative a Milano, Genova, Cagliari. E di Vendola si parlava come reale candidato alla leadership del centrosinistra.
In realtà al grande clamore mediatico e all’innegabile centralità politica non sono mai corrisposti altrettanti voti nelle urne. Ipervalutata nei sondaggi, sempre tra il 6 ed il 9, SEL non riusciva quasi mai a superare il 5%, spesso di pochi decimi più in alto di Rifondazione. Ma politicamente la strategia di Vendola era vincente, radicale nei contenuti, affidabile nella sostanza. Una spina nel fianco del PD, una speranza per chi voleva finalmente provare a cambiare la politica nel Paese.
Poi però l’affidabilità ha cominciato a prevalere sulla radicalità. Già alle elezioni a Napoli e Palermo, SEL sbagliò completamente tattica, appoggiando candidati inquadrabili e venendo sonoramente punita dagli elettori. Una lezione assolutamente ignorata. Infatti, Vendola continuava il suo personale percorso di maturazione politica. Addio sinistra radicale, ecco il nuovo orizzonte del PSE. Scelta quantomeno bizzarra, ed in contrasto con le parole d’ordine spacciate dal leader di SEL. In piazza si opponeva al fiscal compact, nel palazzo guardava a quei partiti che invece lo appoggiavano, il PD certo, ma, appunto, pure tutto il gruppo dirigente dei socialisti europei. Legittimo, ma poco coerente. Soprattutto senza nessuna vera spiegazione politica. Da Gramsci e Marx si stava passando a Gobetti e al socialismo liberale, proprio mentre, con la crisi, la critica del capitalismo si rimponeva al centro del dibattito politico. Alla mancanza di analisi si rimediava soltanto con una pressante presenza mediatica.
Vendola, anche senza una strategia coerente, continuava a fare l’ala sinistra della coalizione, e per qualche tempo questo aveva sembrato dargli ragione. Ma l’adesione all’alleanza col PD, senza se e senza ma si è rivelata una scelta poco lungimirante. Quando Bersani decise di scaricare Di Pietro, con un programma molto simile a quello di SEL, Vendola si vide costretto ad abbozzare. E con l’IDV veniva cacciata anche il resto della sinistra radicale, che SEL aveva comunque sempre osteggiato per motivi elettorali. Aveva un bel da raccogliere le firme per il referendum contro la riforma Fornero, alla fine SEL si allineava al PD, che quella riforma aveva votato, mollando al loro destino le rimanenti forze che sostenevano il referendum.
Erano i tempi d’oro in cui il PDL era al 14% e Rivoluzione Civile non esisteva, e PD e SEL si sentivano invincibili e senza problemi. Ma qualcosa cominciava a scricchiolare. Alle primarie del centrosinistra Vendola ottenne un risultato molto povero, surclassato da Renzi e fin da subito sdraiato sulle posizioni bersaniane, e dunque ignorato dalla maggioranza degli elettori. Poco dopo iniziò la campagna elettorale, Berlusconi ricominciò a fare paura e Ingroia cominciò, pur con colpevole ritardo, a riorganizzare la sinistra radicale.
Ora SEL è in costante calo nei sondaggi e Vendola lamenta il protagonismo di Rivoluzione Civile, rifacendosi a quei tristi discorsi sul voto utile. Era meglio se la sinistra fosse stata unita, ci dice ora. Ma la sua storia degli ultimi 5 anni è costellata di divisioni e rotture. Prima spaccando Rifondazione Comunista per farsi un partito personale. Poi avvallando l’esclusione della sinistra radicale voluta dal PD. Vendola aveva tutte le carte in regola per riorganizzare quell’area politica e portarla ad un nuovo protagonismo, ma ha preferito appiattirsi sulle posizioni dei democratici. Certo, il programma di SEL è decisamente più a sinistra di quello del PD e in molti punti simile a quello di RC. Ma è sostanzialmente irrilevante, perchè il PD è il dominus dell’alleanza e, come confermato da Bersani in una famosa intervista al Wall Street Journal, nella coalizione si decide a maggioranza e il PD ha il 30% e SEL il 5 (facciamo 3 o 4…). Vendola contribuirà al programma su alcuni temi importanti, come diritti civili ed ecologia. Ma sui temi sociali e del lavoro dovrà abituarsi a fare il carabiniere: uso ad ubbidir tacendo.
Non è un caso se gli elettori lo stanno abbandonando a favore di Ingroia: almeno sanno che se votano qualcuno che si dice contro la riforma Fornero e il fiscal compact non si ritroveranno poi in Parlamento dei rappresentanti costretti ad avvallare il programma del PD che va in ben altra direzione.
La paura fa 90 e ora SEL, da centrale nel dibattito politico è divenuta marginale ed irrilevante. Attacca RC ma perde amministratori locali. Accusa Rivoluzione Civile di essere un cartello elettorale senza un programma comune, ma questo è vero per SEL e PD non certo per RC che ha alcuni punti fermi essenziali in cui gli elettori di sinistra si riconoscono. Lotta alla precarietà, reintegro dell’art.18, no agli F35, no al finanziamento alle scuole private, contrarietà al fiscal compact, si ai diritti civili. Tutte cose in cui, almeno parzialmente, convergerebbe anche SEL che però si è alleata con chi, nella maggior parte dei casi, non ne vuol sapere.
Prima si è cacciato a calci in culo chi poteva dare fastidio, ed ora ci si lamenta che si sia organizzato per fare una vera opposizione di sinistra. Troppo tardi e troppo comodo caro Vendola. Invece della coerenza e dell’omogeneità politica hai preferito la rendita comoda, chiudendo la porta in faccia al resto della sinistra e sacrificando il programma sull’altare della fedeltà al PD. Mostrando così chiaramente che l’unico vero voto inutile è quello per SEL.

SE ANCHE KEYNES È UN ESTREMISTA

- lavorincorsoasinistra -

BARBARA SPINELLI
- I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: «Non salvateci più!», e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno. differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina «che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa». Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che «l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone ». Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda. Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’. È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89. È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine del-l’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: «Ma stiamo scherzando?», quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto? In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale – la povertà, la disoccupazione di massa – non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda).

Syriza farà come la Germania federale

syriza

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Alexis Tsipras - Febbraio 1953. La Repubblica federale tedesca (Rft) è schiacciata dal peso del debito pubblico e minaccia di trascinare nel gorgo anche gli altri paesi europei. Preoccupati per la propria salvezza, i suoi creditori – tra cui la Grecia – prendono atto di un fenomeno che può essere una sorpresa solo per i liberisti: la politica di «svalutazione interna», cioè la riduzione dei salari, non assicura affatto il rimborso degli importi dovuti, anzi. Riuniti a Londra in un vertice straordinario, 21 paesi decidono di rimodulare le pretese. CONTINUA|PAGINA7 Tagliano così del 60% il valore nominale del debito cumulato dalla Rft, garantendole una moratoria di cinque anni (1953-1958) e un termine trentennale per il rimborso delle somme dovute.
Stabiliscono anche una «clausola di sviluppo» che autorizza il paese a non destinare al debito più di un ventesimo del suo reddito da esportazione. L’Europa segue insomma il corso opposto a quello inaugurato con il trattato di Versailles (1919), gettando le basi per lo sviluppo della Germania Ovest nel dopoguerra.
È esattamente ciò che propone di fare oggi la Coalizione della sinistra radicale greca (Syriza): risalire a monte dei piccoli trattati di Versailles che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo ministro delle finanze Wolfgang Schäuble hanno imposto ai paesi europei indebitati, e prendere spunto da uno dei più grandi episodi di chiaroveggenza a cui l’Europa abbia assistito dalla fine del secondo conflitto mondiale.
I programmi di «salvataggio» dei paesi dell’Europa del Sud sono stati un fallimento, aprendo voragini senza fondo che i contribuenti sono chiamati a cercare di riempire. Il raggiungimento di una soluzione globale, collettiva e definitiva del problema del debito non è mai stato così urgente. E sarebbe difficile comprendere come un obiettivo di tale portata possa essere messo da parte solo per assicurare la rielezione della cancelliera tedesca.
Per questo, nelle condizioni attuali, l’idea avanzata da Syriza di una conferenza europea sul debito, sul modello di quella di Londra del 1953, rappresenta, secondo noi, l’unica soluzione realistica e positiva per tutti: una risposta globale alla crisi del credito e alla presa d’atto del fallimento delle politiche portate avanti in Europa.
Ecco dunque quello che noi chiediamo per la Grecia:
- una riduzione significativa del valore nominale del debito pubblico cumulato;
- una moratoria sul pagamento degli interessi, in modo da poter dirottare gli importi risparmiati sulla ripresa dell’economia;
- la fissazione di una «clausola di sviluppo», così da impedire che il rimborso del debito uccida sul nascere la ripresa economica;
- la ricapitalizzazione delle banche, senza però che le risorse in questione vengano contabilizzate nel debito pubblico del paese.
A queste misure dovrebbero poi accompagnarsi delle riforme miranti a una più giusta ripartizione delle ricchezze. Mettere fine alla crisi comporta infatti una rottura con il passato che l’ha resa possibile: significa aprire alla giustizia sociale, all’uguaglianza dei diritti, alla trasparenza politica e fiscale, in breve alla democrazia. Un progetto che potrà essere posto in essere solo da un partito indipendente dall’oligarchia finanziaria, ossia dal quel pugno di imprenditori che hanno preso in ostaggio lo stato, di armatori solidali tra loro e – fino al 2013 – esentati dal pagamento delle imposte, di padroni della stampa e di banchieri con le mani in pasta ovunque (e in fallimento) che portano la responsabilità della crisi e si sforzano di mantenere lo status quo. Il rapporto annuale 2012 dell’organizzazione non governativa (ong) Transparency International designa la Grecia come il paese più corrotto d’Europa.
Tale proposta costituisce quindi ai nostri occhi l’unica soluzione al problema, a meno che non ci si accontenti della crescita esponenziale del debito pubblico in Europa, dove esso supera già, in media, il 90% del prodotto interno lordo (Pil). E proprio questo ci rende ottimisti: nessuno potrà rigettare il nostro progetto, perché la crisi sta già consumando il nocciolo duro della zona euro. Rinviare serve soltanto ad accrescere il costo economico e sociale della situazione attuale, non solo per la Grecia, ma anche per la Germania e per il resto dei paesi che hanno adottato la moneta unica.
Per dodici anni, la zona euro – ispirata ai dogmi liberisti – ha funzionato come una semplice unione monetaria, senza un equivalente politico e sociale. I deficit commerciali dei paesi del Sud costituivano l’immagine rovesciata delle eccedenze fatte registrare al Nord. D’altra parte, la moneta unica è servita alla Germania per «raffreddare» la sua economia dopo l’esosa riunificazione del 1990.
Questo equilibrio è stato sconvolto però dalla crisi del debito. Berlino ha reagito con l’esportazione della propria ricetta d’austerità, aggravando così la polarizzazione sociale negli stati del Sud e le tensioni economiche all’interno della zona euro. Al punto che si manifesta ormai un asse creditori del Nord/debitori del Sud, cioè una nuova divisione del lavoro orchestrata dai paesi più ricchi. Il Sud dovrà specializzarsi nelle produzioni e nei servizi a elevata domanda di manodopera a salario minimo; il Nord nella corsa alla qualità e all’innovazione a salari, almeno per alcuni, più alti.
La proposta di Hans-Peter Keitel, presidente della Federazione tedesca dell’industria (Bdi), in un’intervista concessa al sito internet dello Spiegel, intesa alla trasformazione della Grecia in una «zona economica speciale» rivela il vero obiettivo del memorandum. Le misure previste in questo testo, la cui portata si estende almeno fino al 2020, si sono risolte in un sonoro smacco, come riconosce ormai perfino il Fondo monetario internazionale (Fmi). Tuttavia, secondo i suoi ideatori, l’accordo ha il pregio di imporre una tutela economica alla Grecia, che riduce al rango di colonia finanziaria della zona euro.
Il suo annullamento rappresenta dunque la condizione preliminare a qualunque via d’uscita dalla crisi: è la medicina stessa ad essere mortale e non la dose, come invece suggeriscono alcuni.
Oltretutto, bisognerà interrogarsi anche sulle altre cause della crisi finanziaria in Grecia. Quelle che conducono allo sperpero di denaro pubblico non sono cambiate: ad esempio, il costo di realizzazione delle strade per chilometro quadrato è il più alto d’Europa; e le autostrade vengono privatizzate come «anticipo» per i nuovi assi stradali… la cui costruzione è stata interrotta.
Allo stesso modo, l’ampiezza delle disuguaglianze non può essere ridotta a un effetto secondario della crisi finanziaria. Il sistema fiscale greco riflette la relazione clientelare che unisce le élite del paese. È come un colabrodo di esenzioni e favoritismi ritagliati su misura per il cartello oligarchico. Il patto informale che, da dopo la dittatura, lega il padronato e l’idra a due teste del bipartitismo – Nuova Democrazia e il Movimento socialista panellenico (Pasok) – serve a suggellarne la continuità. E questa è una delle ragioni per cui lo stato rinuncia a procurarsi le risorse di cui ha bisogno attraverso l’imposizione fiscale, preferendo piuttosto la continua riduzione dei salari e delle pensioni.
Ma l’establishment – scampato di misura alle elezioni del 17 giugno, grazie alla paura che aveva seminato riguardo a una possibile uscita dalla zona euro – vive anche con l’aiuto di un secondo polmone artificiale: la corruzione. Il difficile obiettivo dell’azzeramento della collusione tra ambienti politici ed economici – una questione che oltrepassa i confini della Grecia – costituirà una delle priorità di un governo popolare guidato da Syriza.
Quello che chiediamo è dunque una moratoria sul pagamento degli interessi del debito per cambiare la Grecia. In mancanza di ciò, qualunque nuovo tentativo di risanamento finanziario non potrà essere per noi che una fatica di Sisifo, destinata al fallimento. Con la differenza stavolta che il dramma non riguarderebbe più soltanto l’antica città di Corinto ma l’intera Europa.
(Trad.uzioneone di Francesco Bravi)
* Copyright di Le monde diplomatique/il manifesto. Anticipazione dal numero in uscita il 14 febbraio 2013 con il quotidiano

mercoledì 6 febbraio 2013

Tutto cambia in questo mondo. Non le condizioni di un mutuo. O meglio, dipende...

 - coscienzeinrete -
Cajello1Di tutte le storie che ho vissuto nella mia vita professionale a contatto con le banche, questa è la più incredibile. Non va sui giornali ma succede, senza rumore. Provate a immaginare.
E' un lunedì di gennaio, un signore, in doppio petto grigio, va a chiedere una 'moderazione' sulle condizioni che gli applica la sua banca. E' un periodo difficile, lui è un lavoratore autonomo, di quelli che fatturano ogni euro, in mezzo a una crisi epocale.
A ben vedere qualche responsabilità ce l'ha anche lui e lo ammette senza problemi: ha fatto degli errori, in passato: troppe spese fisse, tanta merce che non valeva niente (lo sapeva ma contava di rivenderla con ampi margini). Nei momenti migliori ha prestato soldi a qualcuno senza farsi troppi problemi. Fino a qualche anno fa il mondo girava in un certo modo e tutto era permesso, anche prestare soldi facili, senza tanti controlli.
Il nostro povero amico ci ha pensato su tutta la domenica ed è uscito volenteroso: il piano è di ottenere dalla banca che almeno il suo debito possa essere ripagato con interessi più bassi. Una boccata di ossigeno, per così dire. Che c'è di strano, in fondo? Oggi pago il 6% di interesse annuo, domani pagherò il 3%. Perché dovrebbe dire di no, una banca? E poi, se dicesse di no, si può sempre giocare la carta della cattiva pubblicità, così, tanto per spauracchio.
Il nostro amico racconta, argomenta, conclude. Non nasconde le responsabilità, le spese sottovalutate, la merce di scarsa qualità, i soldi prestati, insomma tutto, compresi i pochi controlli.
Il direttore di banca, aria sorniona, un po' paternalista, guarda il nostro amico e gli mette una mano sulla spalla. Gli spiega che c'è un particolare che non ha valutato nella sua pur razionale strategia: il suo debito verso la banca è un mutuo. Già, un mutuo ipotecario, avete capito? Quel contratto fatto con tanto di atto pubblico, una banca da una parte, il suo cliente dall'altra un bell'arbitro notarile al centro. Pensate un po', il mutuo è così famoso, da rientrare a pieno titolo nel codice civile. E se c'è una cosa che ormai anche gli analfabeti finanziari sanno è proprio che le condizioni di mutuo, una volta firmato l'atto, non cambieranno più. Tutto cambia in questo mondo ma non le condizioni di un mutuo.
Il nostro amico torna a casa, lo aspetta sua moglie che a guardarlo capisce tutto e gli prepara il piatto preferito.
Questo succede al nostro amico. Povero deluso. I più diranno che è normale, che non aveva possibilità di farcela. Ma chi gli ha messo in testa di chiedere di cambiare le condizioni di un mutuo? Tutto cambia, non le condizioni di un mutuo. Lo sa anche quell'imbranato del vicino.
Ma che succede se si invertono i ruoli?
Vediamo.
Due signori in un gessato pesante – sembra si siano messi d'accordo su come vestirsi, oggi - aprono la porta dell'ascensore ed entrano nella sede di una società. Il tema all'ordine del giorno è annunciato: la banca per cui lavorano ha chiesto loro di andare dall'imprenditore cliente e rinegoziare le condizioni del mutuo erogato due-tre anni fa. "Come rinegoziare le condizioni?", aveva detto uno dei due la settimana prima, al proprio capo. "E quanto dovrebbe pagare, ora?". Il 4,00%. Più l'Euribor. Ma come, il mutuo – sempre quello con una banca da un lato, un cliente dall'altro e l'arbitro notarile al centro – è stato fatto nel 2010 e l'arbitro aveva scritto, cito: "Il tasso di interesse viene regolato (...) all'Euribor 3 mesi + uno spread pari all'1,00% ogni anno ...". Uno per cento. Da domani? Quattro per cento. Il dipendente di banca sente avvicinarsi uno stato di dissociazione: se toccasse a lui farsi alzare il tasso del mutuo di casa manderebbe a quel paese mezzo mondo. Oggi si trova a dover andare a spiegare ad un imprenditore che dovrebbe cortesemente accettare di fare nuovamente un atto di mutuo già fatto due-tre anni prima, per veder scrivere condizioni peggiorative.
Cajello2I due bancari raccontano, argomentano, concludono. Non nascondo che le responsabilità di quella situazione difficile sono del sistema finanziario in generale e, perché no, della loro banca. Perché nascondersi dietro un dito, basta leggere i giornali. E poi le spese fisse sottovalutate, i prodotti finanziari acquistati in passato che hanno generato perdite su di sé e sugli altri. Per non parlare "di quanto abbiamo pagato in spese di transazioni extragiudiziali". E i soldi prestati male? "Guardi, prima tutto era possibile, anche prestare soldi con maggior tranquillità. (...) e non c'erano tutti questi controlli dall'estero che rendono impossibile prestare il denaro, oggi. D'altronde, di denaro non ce n'è più ...".

F35 e spese militari: le alternative possibili

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info
Il dibattito sull’opportunità di acquistare i caccia F35 è al centro del dibattito politico, dopo le dichiarazioni del leader del centro sinistra Pierluigi Bersani sulla necessità di ripensare la partecipazione al programma. Rivediamo come sono andate le cose
Dalla fine degli anni novanta l’Italia è entrata nel consorzio di nove paesi che dovranno sviluppare e produrre gli F35, velivoli da guerra ad alta tecnologia in grado di sfuggire ai radar. L’impegno del governo è stato, prima, di acquistare 131 velivoli per un costo di oltre 15 miliardi; è poi stato ridimensionato ad ‘appena’ 90 unità a causa dei recenti vincoli di bilancio, ma i risparmi previsti sono limitati, appena tre miliardi di euro per l’aumento dei costi unitari. Tuttavia, argomentano i militari, il programma sarebbe ‘ripagato’ dalla creazione di oltre diecimila nuovi posti di lavoro. In realtà la spesa impegnata fino ad oggi – circa 2,7 miliardi, di cui 800 milioni spesi solo per lo stabilimento di assemblaggio di Cameri (Novara) – non ha visto ancora il ritorno occupazionale previsto e anche con l’indotto l’occupazione aggiuntiva sarà nell’ordine delle centinaia di unità. Nel futuro, qualche migliaio di lavoratori ora addetti alla produzione dei “vecchi” eurofighter verranno recuperati dalla produzione di F35, ma non si vede da dove i 10 mila nuovi posti di lavoro possano venir fuori.
Come sempre succede, poi, i programmi di nuove armi sono pieni di problemi. I cacciabombardieri non volano ancora e a impennarsi sono soltanto i loro costi, tanto da indurre il congresso Usa a mettere sotto controllo l’intero programma. Negli anni, i partner del consorzio hanno progressivamente rivisto al ribasso la propria partecipazione al programma, di fronte alla crisi e ai problemi di realizzazione, da ultimo il rischio di esplosione del velivolo in caso di fulmini. Alcuni paesi, come Olanda e Regno Unito, nutrono sempre più perplessità al riguardo, altri come il governo conservatore del Canada hanno rinunciato al programma, dopo che le previsioni di spesa per gli F35 si sono rivelate sistematicamente sottostimate, sia in termini di costo di acquisto sia in termini di esercizio.
L’Italia dovrà mettere in conto, oltre ai 12-15 miliardi per l’acquisto, i costi di esercizio e manutenzione che nel tempo, se in linea con le previsioni del Parliament Budget Office canadese, saranno superiori a trenta miliardi: in trent’anni il programma F35 costerà ai cittadini italiani circa 40-45 miliardi di euro, in pratica una manovra finanziaria. Allo stato dei fatti, l’Italia rischia di diventare l’unico paese dell’Unione Europea a disporre di F35, non proprio sulla rotta dell’integrazione con una difesa comune del continente.
La campagna “Tagliamo le ali alle armi”, promossa da Sbilanciamoci! e molte altre organizzazioni (http://www.sbilanciamoci.org/2013/01/f-35-spreco-e-problemi-e-ora-di-cambiare-rotta/) in questi anni ha messo la questione degli F35 all’ordine del giorno del dibattito politico: ora Pierluigi Bersani tentenna e Massimo D’Alema è costretto a difendersi dicendo che lui, quand’era presidente del consiglio, aveva autorizzato la partecipazione dell’Italia a un programma per la costruzione di un cacciabombardiere “low cost”, come ricordano in questi giorni le dichiarazioni di Flavio Lotti (candidato con Ingroia) e Giulio Marcon (candidato con Sel).
Mentre l’Aeronautica militare convoca la stampa a Cameri per mostrare lo stabilimento di assemblaggio e decantare i (pochi) posti di lavoro creati, è il caso di valutare meglio le alternative agli F35. Il programma è oggi in serie difficoltà, in tutti i paesi lo scetticismo sulle possibilità di realizzazione ai costi previsti si diffonde in tutte le forze politiche e negli Usa si moltiplicano le critiche da parte del Congresso. Quanto agli effetti occupazionali, una spesa analoga in campo civile avrebbe risultati molto più grandi: ad esempio con un solo F35 si può finanziare per un anno la gestione di 500 nidi per 35 mila bambini, con circa 7500 nuove unità di occupazione; i nuovi nidi aumenterebbero il tasso di attività femminile e creerebbero sbocchi occupazionali proprio per le donne, che tradizionalmente registrano maggior disoccupazione e minore partecipazione alle forze lavoro, in special modo al sud.

La «sicurezza» dell’impero

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imperoManlio Dinucci - Menomale che in un mondo così pericoloso qualcuno pensa alla nostra sicurezza. Lo fanno gli autorevoli esponenti che si ritrovano a Monaco per l’annuale Conferenza internazionale sulla sicurezza. All’edizione 2013 (1-3 febbraio), cui non poteva mancare il ministro della difesa Di Paola, è stato Joe Biden, vicepresidente Usa, a tracciare le linee guida. Anzitutto la dichiarazione di principio: «Noi non ammettiamo che una nazione, qualsiasi essa sia, abbia una sua sfera di influenza». Principio che Washington ritiene sacrosanto per tutti i paesi, salvo gli Stati uniti. Non la chiamano però influenza, ma leadership. Come quella che gli Usa esercitano con la motivazione della lotta alla minaccia terrorista che – avverte Biden – si sta diffondendo in Africa e Medio Oriente, prendendo di mira «gli interessi occidentali oltremare». Per questo gli Usa «applaudono» all’intervento della Francia in Mali, fornendole intelligence, trasporto aereo di truppe e rifornimento in volo dei cacciabombardieri. L’Europa rimane partner indispensabile degli Stati uniti nel quadro della Nato, che si allargherà ancora includendo Georgia e stati balcanici. In Afghanistan – precisa Biden – l’Europa ha fornito 30mila soldati e speso 15 miliardi di dollari. In Libia, grazie all’Europa, «la Nato ha agito in modo rapido, efficace e deciso». Ora è la volta della Siria: gli Usa hanno speso 50 milioni di dollari per l’assistenza militare ai «ribelli», cui ora si aggiungono 365 milioni come «aiuto umanitario», nel quadro di uno stanziamento che, con il contributo europeo, sale a un miliardo e mezzo di dollari. Altro obiettivo è l’Iran verso cui – chiarisce Biden – gli Usa, insieme all’Europa, adottano non una politica di contenimento, ma una azione per impedire che sviluppi «l’illecito e destabilizzante programma nucleare». Predica che viene dal pulpito di chi possiede migliaia di armi nucleari e, appena due mesi fa, ha effettuato un altro test nucleare per costruirne di nuove. Ma c’è ben altro all’orizzonte. Grazie alla più grande alleanza militare del mondo – spiega Biden – gli Stati uniti sono una potenza atlantica ma, come indica la nuova strategia, sono allo stesso tempo una «potenza del Pacifico». Nella regione Asia/Pacifico c’è l’altra potenza, la Cina: gli Usa vogliono che sia «pacifica e responsabile» e che «contribuisca alla sicurezza globale», ovviamente com’è concepita a Washington, ossia funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti. Lo spostamento del centro focale della politica Usa dall’Europa al Pacifico – assicura Biden – è anche nell’interesse degli alleati europei, che dovrebbero parteciparvi pienamente. Washington preme quindi sui membri europei dell’«alleanza atlantica», già presenti con le loro navi da guerra nell’Oceano Indiano, perché aprano nuovi fronti ancora più a est, nel Pacifico. Argomento che, nel «dibattito politico sull’Europa», è assolutamente tabù

martedì 5 febbraio 2013

I sei miliardi perduti da JP Morgan

- sbilanciamoci -  di Andrea Baranes

 

Crimini, truffe e scandali della finanza emergono ormai su base quotidiana, e forse non molti ricordano il caso della “London Whale”, la balena londinese, uomo chiave della banca d’affari Usa JP Morgan
Era quello il soprannome di uno dei trader d'assalto della City, a capo dell'ufficio investimenti londinese del colosso JP Morgan Chase & Co. Il soprannome “balena” era legato alla dimensione delle transazioni che gestiva. È finito sulle prime pagine dei giornali quando una di tali operazioni ha causato una perdita da miliardi di sterline nei conti della banca statunitense.
Gli strumenti alla base di queste operazioni erano i Credit Default Swap o CDS. In breve i CDS sono derivati nati come assicurazione contro il rischio di fallimento di un ente terzo. Ad esempio ho dei titoli di Stato italiani e ho paura che l'Italia possa fare default e non rimborsarmeli. Posso allora stipulare un CDS sul fallimento dell'Italia con una controparte, tipicamente una banca. Se l'Italia effettivamente non rimborsa i titoli, la banca è tenuta a coprirmi le perdite. All'apparenza uno strumento del tutto innocuo, quindi, e simile alla polizza furto e incendio che possiamo stipulare per la nostra automobile. In cambio del premio annuale, se qualcosa va male, l'assicurazione rimborsa. La differenza sostanziale è che nella finanza non devo avere l'automobile per comprarmi l'assicurazione. Posso in pratica scommettere anche sul fatto che la macchina del mio vicino vada a fuoco, e guadagnare se succede davvero.
Così, compro una montagna di CDS sul fallimento dell'Italia, anche se non ho nessun titolo italiano. Se dopo qualche tempo la situazione in Italia peggiora e girano voci su un suo possibile fallimento, il costo delle “assicurazioni” aumenta. A quel punto rivendo i CDS che avevo pagato un prezzo più basso e intasco un gruzzolo realizzato scommettendo sul fallimento di un intera nazione.
Bene, la nostra balena londinese scommette sul fallimento, o almeno sul peggioramento, di alcuni emittenti, e le cose non vanno come previsto. 6,2 miliardi di dollari di buco per la banca per cui lavorava. Seivirgoladuemiliardi di dollari. Anche se in ambito finanziario siamo ormai abituati a numeri spropositati, forse è utile ricordare che parliamo di una cifra paragonabile al PIL del Kosovo, circa il doppio di quello della Sierra Leone. Persi da una persona con una scommessa andata male.
Ma questo non è nulla, tenetevi forte. Quello che è emerso negli ultimi giorni è che il trader della JP Morgan aveva realizzato queste scommesse con delle controparti. Come posso fare io se scommetto un caffè con un mio amico sul risultato di una partita. Bene. In questo caso, per alcune delle scommesse portate avanti, la controparte della JP Morgan era... la JP Morgan. Alcuni trader della banca avrebbero raccolto scommesse in derivati piazzati dalla balena londinese, a capo dell'ufficio investimenti della stessa banca (www.huffingtonpost.com/2013/01/29/jpmorgan-london-whale-trade-bet_n_2576684.html?utm_hp_ref=business o www.cnbc.com/id/100418362).
Negli anni scorsi si è molto parlato di banche “too big to fail”, troppo grandi per potere essere lasciate fallire senza mettere a rischio l'intera economia, e che potevano quindi ricattare i governi, costringendoli al salvataggio quando le cose andavano male. Altri segnalano che il sistema finanziario nel suo insieme è oggi “too big to save”, troppo grande per potere essere salvato se ci fosse una nuova crisi. Ma ora siamo entrati in una nuova dimensione: le banche “too big to manage”, talmente grandi che è semplicemente impossibile gestirle.
In pratica la JP Morgan ha perso miliardi, parte dei quali per scommesse contro la JP Morgan. Il tutto sembra però sia avvenuto all'insaputa della JP Morgan. Lo scandalo è emerso perché la JP Morgan si è trovata a bilancio delle perdite che la JP Morgan non riusciva a giustificare. È subito scattato l'allarme in JP Morgan, ma in una conferenza stampa la JP Morgan ha smentito le voci allarmistiche. È stata la JP Morgan, si sono giustificati, noi della JP Morgan non c'entriamo nulla.
Se quest'ultimo paragrafo vi sembra una follia, pensateci bene. Potrebbe non essere poi così distante dalla realtà.

Finanza globale, sta cambiando qualcosa?

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci -
 
La rotta d'Italia. Fmi, Ocse e Ue hanno mandato piccoli segnali di cambiamento nell’orientamento delle loro politiche. Che cosa sta succedendo nei bastioni dell’ortodossia neoliberista?
Partiamo da Davos, in Svizzera, dove si è svolta da poco, l’ultima edizione del meeting annuale dell’élite economica. Si è trattato della solita minestra riscaldata e i banali commenti che di solito vi si possono ascoltare fanno poco sperare sui destini del mondo. Sul fronte finanziario, Jamie Dimon, il boss della JPMorgan Chase, sulla scena da molti anni, ha dichiarato, con arroganza, che i banchieri dovranno sopportare ancora per diversi anni di essere segnati a dito, di rappresentare dei capri espiatori di una situazione di cui non sono responsabili, di essere infine collocati al centro di un’operazione di disinformazione per il loro presunto ruolo nella crisi finanziaria. Dimon ne ha anche approfittato per mostrare il disprezzo da lui nutrito per quelli che pensano di aver migliorato il sistema, in particolare per gli estensori negli Stati Uniti del Dodd-Frank Act. Alex Weber, presidente dell’UBS, ha rincarato la dose, criticando le nuove regole di Basilea sulla capitalizzazione e sulla liquidità delle banche (Fournier, 2013).
Christine Lagarde a Davos
Per il resto, il forum avrebbe sostanzialmente ignorato la questione, forse considerandola irrilevante, se non fosse stato per un intervento di Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo Monetario, che ha avuto parole dure per il settore finanziario. Citiamo qualche brano dal suo discorso (Lagarde, 2013): “…come sappiamo la crisi economica globale… ha per la gran parte avuto origine nel settore finanziario. Esso ha nascosto troppe delle sue attività in angoli bui e fangosi e ha posto i suoi guadagni di breve termine al di sopra del sostegno all’economia reale. … Completare il lavoro della riforma del settore finanziario deve essere una priorità. Rileviamo già troppi segni di una caduta dell’impegno in tale direzione…”. Nella sostanza, l’assemblea ha fatto finta di non capire ed è passata subito all’argomento successivo.
Avevamo assistito lo scorso anno a un primo mutamento di toni e di contenuti nel discorso del Fondo monetario. La prima novità che aveva sorpreso era un rapporto dell’organizzazione il quale, rovesciando almeno in parte un pilastro della sua ideologia ultraliberista, ammetteva che in alcuni casi gli stati potessero limitare i movimenti internazionali dei capitali in entrata. Avevamo pensato allora che tale presa di posizione fosse collegabile alla presenza alla direzione del Fondo di Dominique Strauss-Khan, che era stato un membro autorevole del Partito socialista francese. Ma qualche settimana fa, sotto il governo della Lagarde, designata a suo tempo alla poltrona da Sarkozy e sua fedele collaboratrice, era già arrivata una sostanziale critica alle politiche di austerità europee, con la sottolineatura, fatta in un rapporto del Fondo, che esse possono accelerare la depressione economica. Nel rapporto si calcolava, tra l’altro, che una riduzione di spesa di 1000 euro nel bilancio pubblico di un paese poteva provocare una corrispondente riduzione del Pil sino a 3000 euro. Un bel risultato.
Ora viene la presa di posizione al forum di Davos. C’è da chiedersi se non stia succedendo qualcosa, e se il Fondo non stia cambiando sul serio alcuni dei suoi indirizzi. Dove va a finire a questo punto il Washington consensus?
Una spiegazione di tale apparente mutamento di rotta potrebbe forse essere collegata all’ipotesi che la situazione del mondo occidentale sia più grave di come essa viene rappresentata ufficialmente e il Fondo, essendone consapevole, cerchi di sollecitare i governi e le imprese a cambiare registro.
L’Ocse e le tasse
Una impressione più o meno altrettanto positiva suscitano anche le prese di posizione recenti di un altro organismo tradizionalmente liberista, l’OCSE, in tema di fiscalità delle imprese multinazionali. Va ricordato che le imprese multinazionali tendono a pagare sempre meno tasse sui profitti annuali, in particolare giocando tra i regimi fiscali dei vari paesi, con particolare predilezione per i cosiddetti paradisi fiscali, ma anche sfruttando la gara ad attrarre gli investimenti esteri nella quale si sono esercitati negli ultimi decenni la gran parte dei paesi sviluppati.

L'invasione degli UltraEuropeisti

- bloger -               
Europa troll Invasione Ultraeuropeisti
La guerra è pace”, recita il primo slogan del Ministero della Verità (1984, di George Orwell). Come dire: non stiamo mica facendo la guerra, stiamo solo esportando la democrazia. “La libertà è schiavitù”, recita il secondo. Ovvero possiamo essere liberi di decidere, sì, ma se lo facciamo sulla base di informazioni sbagliate, tutto si riduce a un’illusione: la libertà di scegliere se andare al macello per il corridoio sinistro o per quello destro. Per questo “L’ignoranza è forza”, come dice il terzo slogan. L’ignoranza dello schiavo è infatti quella forza, più potente di una catena, che naturalizza l’ingiustizia e legittima l’oppressione. E’ l’inerzia dell’ignorante che non è consapevole dei suoi diritti o che, di più, crede di non poterne neppure avere, diventando così la più formidabile delle garanzie che salvaguardano l’oppressore. Così le vittime finiscono per difendere spontaneamente i loro stessi carnefici.
Il Ministero della Verità, tramite una costante e minuziosa opera di falsificazione, ha come obiettivo la diffusione capillare della propaganda. La propaganda tiene le masse in apnea e consente alle élite di continuare a controllare la società. Il risultato più straordinario di questa strategia è che l’esercito più spietato e feroce al servizio del sistema è quello costituito da volontari, cittadini comuni che si arruolano spontaneamente tra le fila dei più accaniti sostenitori della Verità ufficiale. Costoro si fanno anche delatori, spie, infiltrati, provocatori involontari: la loro stupidità e la mancanza di strumenti intellettuali idonei all’esercizio della critica li rende zombie controllati dagli organi centrali che, come un virus, infettano nuovi individui e ingenerano la convinzione che chiunque non reciti il rosario istituzionale sia un elemento pericoloso, sovversivo o semplicemente ridicolo. Il bisogno dell’uomo medio di far parte del branco, per sentirsi protetto, fa il resto. Del resto, è per questo che nascono gli Stati: per proteggere gli individui, anche da se stessi.
Nel film, "L'Invasione Degli Ultracorpi ", un esercito alieno sbarcava sulla Terra e si impossessava dell’anima degli esseri umani. Un baccello veniva posto nella casa della vittima designata. Quando questa si abbandonava al sonno, nel baccello cresceva una copia identica del suo corpo. Prima del suo risveglio, un nuovo individuo con le sue stesse, identiche fattezze prendeva vita e lo sostituiva in tutto e per tutto: un nuovo essere umano, identico a quello originale ma privo della capacità di provare emozioni e sotto il totale controllo della volontà aliena. Il suo compito era quello di carpire la fiducia dei suoi simili, depositando nuovi baccelli sotto ai letti o negli scantinati dei malcapitati. Doveva identificare gli esseri umani residui, segnalarli e provvedere alla loro trasformazione. Come riconoscerli? Semplice: erano quelli che ancora mostravano segni di una qualche emozione sui lineamenti del viso.
Il Ministero della Verità di Bruxelles sta per fare la stessa cosa. Scandaglierà il web alla ricerca di cittadini resistenti alla propaganda europeista, da ricercarsi nelle sacche residue di euroscetticismo, e manderà i suoi zombie a depositare baccelli. Siete avvisati: ogni vostro articolo, ogni vostro commento, ogni vostro tweet sarà scrutato. E se tra le pieghe delle parole che userete si potrà ravvisare il segno di una qualunque emozione, di un qualsiasi reagente rivelatore di un pensiero critico, agenti pagati con i soldi dei nostri contributi inoculeranno informazioni correttive, semineranno dubbi, instilleranno l’amore per l’istituzione europea e ristabiliranno la corretta propensione per gli Stati Uniti d'Europa e per la Verità.
Il Daily Telegraph è entrato in posesso di proposte di spesa confidenziali e documenti interni che pianificano un blitz propagandistico senza precedenti durante la marcia di avvicinamento alle elezioni europee, nel giugno 2014. La chiave di questa nuova strategia sarà la creazione di “strumenti di monitoraggio dell’opinione pubblica” per “identificare in maniera precoce se un dibattito di natura politica tra i followers dei social media e i blog ha il potenziale di attrarre l’interesse dei media e dei cittadini”.
La spesa per “un’analisi qualitativa dei media” deve essere incrementata di 2 milioni di euro e mentre la maggior parte del denaro salterà fuori dai budget esistenti, sarà necessario trovare quasi 1 milione di euro aggiuntivi, nonostante le richieste diffuse di adeguare le spese dell’Unione Europea all’austerity imposta ai paesi membri.
“Un’attenzione particolare deve essere posta ai Paesi che hanno sperimentato un’insorgenza di euroscetticismo”, c’è scritto su un documento confidenziale su cui si è trovato un accordo nel 2012. “I comunicatori delle istituzioni parlamentari devono avere la possibilità di controllare le conversazioni pubbliche e il sentimento popolare in tempo reale, per decifrare i trending topics (gli argomenti più discussi) e avere la capacità di reagire prontamente, in maniera precisa ed efficace, entrando nelle discussioni e influenzandole, per esempio fornendo fatti e schemi per decostruire miti”.
L’addestramento per i dirigenti parlamentari comincerà alla fine di questo mese.

La Terra non si governa con l'economia

Le leggi di natura prevalgono sulle leggi dell'uomo
appelloglobalchange
La necessità di raggiungere un’efficace salvaguardia dei beni planetari è urgente. Via via che procediamo nell’Antropocene, rischiamo di spingere il Sistema Terra su una traiettoria che condurrà a condizioni più ostili dalle quali non sarà facile rientrare.
STEFFEN W., et. al, Ambio, 2011
La crisi economica iniziata nel 2008 sottende molti altri segnali di fragilità connessi con:
esaurimento delle risorse petrolifere e minerarie di facile estrazione
riscaldamento globale, eventi climatici estremi
pressione insostenibile sulle risorse naturali, foreste, suolo coltivabile, pesca oceanica
instabilità della produzione alimentare globale
aumento popolazione (oggi 7 miliardi, 9 nel 2050)
perdita di biodiversità - desertificazione
distruzione di suolo fertile
aumento del livello oceanico e acidificazione delle acque
squilibri nel ciclo dell’azoto e del fosforo
accumulo di rifiuti tossici e inquinamento persistente dell’aria, delle acque e dei suoli con conseguenze sanitarie per l’Uomo e altre specie viventi
difficoltà approvvigionamento acqua potabile in molte regioni del mondo
La comunità scientifica internazionale negli ultimi vent’anni ha compiuto enormi progressi nell’analizzare questi elementi.
Milioni* di articoli rigorosi, avallati da accademie scientifiche internazionali, una su tutte l’International Council for Science, nonché numerosi programmi di ricerca nazionali e internazionali, mostrano la criticità della situazione globale e l’urgente necessità di un cambio di paradigma.
Il dominio culturale delle vecchie idee della crescita economica materiale, dell’aumento del Prodotto Interno Lordo delle Nazioni, della competitività e dell’accrescimento dei consumi persiste nei programmi dei governi come unica via d’uscita di questa crisi epocale. Queste strade sono irrealizzabili a causa dei limiti fisici planetari. Una regola di natura vuole che ad ogni crescita corrisponda una decrescita. La crescita economica, con i paradigmi attuali, segna la decrescita della naturalità del pianeta. I costi economici di queste scelte sono immani e le risorse finanziarie degli stati sono insufficienti a sostenerli.
L’analisi dei problemi inerenti alla realtà fisica del mondo viene continuamente rimossa o minimizzata, rendendo vano l’enorme accumulo di sapere scientifico che potrebbe contribuire alla soluzione di problemi tuttavia sempre più complessi e irreversibili al trascorrere del tempo.
Chiediamo pertanto al mondo dell’informazione di rompere la cortina di indifferenza che impedisce un approfondito dibattito sulla più grande sfida della storia dell’Umanità: la sostenibilità ambientale, estremamente marginale nelle politiche nazionali degli ultimi 20 anni e ad oggi assente dalla campagna elettorale in corso.
Non si dia per scontato che il pensiero unico degli economisti ortodossi sia corretto per definizione. Si apra un confronto rigoroso e documentato con tutte le discipline che riguardano i fattori fondamentali che consentono la vita sulla Terra – i flussi di energia e di materia – e non soltanto i flussi di denaro che rappresentano una sovrastruttura culturale dell’Umanità ormai completamente disconnessa dalla realtà fisico-chimica-biologica.
E’ quest’ultimo complesso di leggi naturali che governa insindacabilmente il pianeta da 4,5 miliardi di anni: non è disponibile a negoziati e non attende le lente decisioni umane.

(*) Si ottiene con una semplice ricerca web di articoli scientifici sul tema Global Change.

Bibliografia essenziale:
PAUL R. EHRLICH, ANNE H. EHRLICH, 2013 - Can a collapse of global civilization be avoided? Proceedings of The Royal Society B, 280, 1754, http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/280/1754/20122845.abstract.html?cpetoc

lunedì 4 febbraio 2013

La fine dell’università di massa


micromega -
di Carlo Formenti
I dati sull’apocalisse dell’università italiana, resi noti nei giorni scorsi, sono impressionanti: 58.000 iscritti in meno (un calo del 17%) rispetto a dieci anni fa, mentre i professori diminuiscono a un ritmo ancora più rapido (meno 22% negli ultimi sei anni), il che fa sì che il rapporto medio fra studenti e docenti (18,7) continui a essere il più alto di Europa. Altro – poco invidiabile – record europeo è quello della più bassa percentuale di laureati nella fascia di età fra i 30 e i 34 anni (il 19% a fronte di una medi europea del 30%). Anche il numero delle borse di studio – peraltro di entità ridicola – è in calo, assieme ai finanziamenti ordinari (di quelli per la ricerca è meglio tacere).

Perché i giovani non credono più che la laurea rappresenti una risorsa strategica per spuntare redditi dignitosi su un mercato del lavoro sempre più avaro? In primo luogo, il punto non è se ci credano ancora o no, visto che, quand’anche ne fossero convinti, molti di loro non dispongono semplicemente più di risorse sufficienti per far fronte ai costi sempre più elevati della formazione universitaria.

Inoltre, visto che anche loro si informano e sono in grado di capire la direzione che hanno imboccato l’economia e la società capitalistiche, vedendo che lo Stato investe sempre meno nella formazione e che sui media si moltiplicano gli inviti a tenere conto dei vantaggi offerti da una serie di mestieri che non richiedono livelli particolarmente elevati di istruzione, hanno tirato le somme: nei paesi sviluppati l’università di massa ha esaurito la sua funzione, visto che una quota sempre più elevata di lavori skilled sta migrando verso i Paesi in via di sviluppo (solo la Cina prevede di sfornare 200 milioni di laureati entro un decennio), seguendo le stesse rotte che i lavori esecutivi hanno battuto nei decenni scorsi.

Il livellamento verso il basso di redditi e condizioni di vita e di lavoro a livello globale procede a ritmo sostenuto, e per molti non vale più la pena, o non è semplicemente più possibile, nuotare contro l’impetuosa corrente che sta inesorabilmente trascinando indietro le università occidentali (non solo in Italia: da noi il fenomeno è più evidente, ma anche in Inghilterra e altri Paesi si sta verificando) facendole tornare all’antico ruolo di promozione del ricambio generazionale di élite dirigenti appartenenti alle classi sociali più elevate.

Oltre le ideologie il fascismo light

- senzasoste -
L’apertura, con conseguenti capriole dialettiche, di Beppe Grillo a Casa Pound, le dichiarazioni di Berlusconi su Mussolini e le leggi razziali, le critiche di Monti all’inadeguatezza odierna destra e sinistra. Cosa hanno in comune? L’affermazione del superamento di destra e sinistra, visti come schemi culturali inadatti alla concretezza di oggi.
sinistra_destraLe ideologie sono viste come qualcosa di assimilabile al fideismo presente nelle guerre di religione nel momento in cui nasce il mondo moderno. Lo schema del superamento di destra e sinistra, che si vuole come novità da molti lustri, non si tenta ovviamente di applicarlo solo in politica. Al contrario, ha continui tentativi di applicazione nel mondo economico e dei diritti. Basti ricordare, per fermarsi alla cronaca, che Marchionne ha affermato che in un mondo in cui sarebbero cadute le ideologie la rigida materialità dei diritti dei salariati è impossibile. Stesso rimando, elogio della concretezza nel momento in cui i diritti sostanziali vengono classificati come fenomeno ideologico ed inerogabile, lo troviamo in tutti i teorici dello smantellamento del welfare. La retorica della fine delle ideologie, l’al di là di destra e sinistra, nel momento i cui assimila le culture politiche ad una fede senza riscontro reale mostra quindi la sua base materiale. Da ritrovarsi nella compressione dei diritti, nella riduzione del salario e nella eliminazione delle tutele collettive.
Eppure la retorica della fine delle ideologie e quella dell’essere al di là di destra e sinistra sono fenomeni che si intrecciano in modo diverso anche se oggi sono visti come saldati. Bisogna infatti ricordare come non è possibile parlare di fine delle ideologie senza un riferimento diretto a Daniel Bell. Teorico americano della tecnocrazia e del pragmatismo che coniò direttamente l’espressione a metà anni ’50 per ripetersi in un testo tutto dedicato alla fine delle ideologie. Le tesi di Bell avevano un esplicito avversario: la possibilità dell’instaurazione di qualsiasi forma di socialismo negli Usa. Ma Bell non era il classico maccartista tutto isteria e repressione. Al contrario le tesi di Bell registravano il raggiunto benessere materiale di buona parte della società Usa di allora. A questo livello di benessere, argomentava Bell, ideologia e socialismo non fanno più presa nella società americana. Al di là di una serie di passaggi la fine delle ideologie di Bell è una teoria politica, ed una antropologia, della società spoliticizzata del consumo dove il potere di indirizzo complessivo è nelle élite. Insomma la fine delle ideologie è una retorica contro la sinistra e i movimenti socialisti americani visti sostanzialmente come inutili in una società del benessere. Differente è la questione del superamento della dicotomia destra sinistra, comunque contenuto in Bell, che ha un’origine di gran lunga precedente e distintamente di destra. Per farla breve. Basti ricordare una figura come Ernst Niekisch, uno degli esponenti di punta del nazionalboscevismo tedesco degli anni ’20, che mescolava antisemitismo, bolscevismo e nazionalismo fino a vagheggiare una opposizione di destra ad Hitler negli anni ’30. O i tentativi di confusione, simbolica e nelle parole d’ordine, tra destra e sinistra operati dal fascismo sin dalla sua nascita.
Fine delle ideologie e della dicotomia destra-sinistra hanno quindi una robusta tradizione teorica (appena intuibile in queste poche righe), niente affatto nuova come si vede, nel momento in cui dalla chiacchiera, e dalla dimensione mediale, passano alla fase più compiutamente analitica. Dalla dimensione mediale a quella teorica c’è quindi un tratto comune: queste teorie del “superamento” servono per mettere all’angolo la sinistra oppure la rivendicazione di diritti concreti e legati al reddito. Nella comunicazione politica la teoria più efficace, quella del catch-all-party, del partito capace di prendere voti da destra e da sinistra è della metà degli anni ’60, per l’esattezza di Otto Kirchheimer che è stato esplicitamente lettore di Bell. E, semplificando, se Bell è stato un’autore, nella polemica con Mills, in grado di celare di nuovo la natura violenta e gerarchica del potere delle élite, Kirchheimer di tutto questo ha fatto una tecnologia politica di tipo mediale. In grado di svuotare le sinistre attirando, sui partiti istituzionali, consensi da destra e da sinistra.
La grossa differenza, oltre alla morfologia sociale e mediale, tra l’epoca della nascita della retorica della fine delle ideologie, e della tecnologia politica del catch-all-party, e la nostra sta nella differente prognosi sulla società. Mentre all’inizio degli anni ’60 potevano essere giustificabili teorie politiche del “benessere”, così come negli anni ’80 è avvenuto per la fine delle narrazioni, oggi il superamento delle ideologie e della dicotomia destra-sinistra è tutto giocato nel discorso della crisi. Il tutto, e questo è il tratto comune, in una società sostanzialmente spoliticizzata in grado di pensare per interessi frammentato. Ma i tratti di fascismo nascosti in queste argomentazioni del superamento, fin dagli anni ’20 e quindi da un’epoca di grave crisi, in qualche maniera riemergono nelle retoriche di oggi. Della necessità di ripescare subculture di destra, nel contesto del superamento delle ideologie, se ne è quindi accorto Berlusconi, dopo una più che probabile analisi dei sondaggi e dei focus-group, ripescando Mussolini appena tre anni dopo la prima celebrazione, da presidente del consiglio, del 25 aprile. In tutti queste (molto) diverse retoriche dell superamento destra-sinistra (da Monti a Grillo, da Berlusconi a Marchionne) emerge quindi la possibilità della formazione di una differente ideologia light del fascismo. Formazione che non riguarda solo la sua rielaborazione, in termini sia postmoderni che di antica fattura (ci si riferisce al “Mussolini bene fino alle leggi razziali”), ma proprio lo spessore delle cultura politica istituzionale italiana. Per fascismo light intendiamo un forte autoritarismo, capace di sospendere libertà essenziali, liberato da aspetti militari, di intolleranza spettacolare tipico del fascismo anni ’20. Un forte autoritarismo nel quale però è presente il richiamo ossessivo alla necessità della decisione, tratto della cultura di destra che ha sfondato presto anche a sinistra, del trasferimento del consenso generale ad una precisa leadership per la rottura di assetti sociali consolidati (rappresentati, spesso caricaturalmente, come corporazioni). Un autoritarismo che, nel momento in cui riceve consenso alla propria struttura verticale, non esita ad usare la forza nei confronti degli strati sociali verso il quale ha puntato il proprio mirino. Si tratta di fascismo light anche per un altro motivo: produce forte, anche drammatico autoritarismo non entro strutture corporative e antidemocratiche per costituzione ma attraverso dispositivi di deliberazione democratica e tramite le elezioni. Si dirà, il centrosinistra? Non usa totalmente le retoriche del superamento ma ne è prigioniero grazie ad un presupposto importante già presente nelle analisi di Bell. Quello che vuole la politica schiacciata sull’immediato presente, tecnocratica, legata ad élite come presupposto della fine delle ideologie. Per cui la differenza tra centrodestra e centrosinistra, e formazioni varie, oggi si da tutto sul piano, costitutivamente contro sinistra e movimenti, della fine delle ideologie. Quello delle retoriche del ripescaggio della destra in forma di fascismo light, o di corporativismo light alla Marchionne e di nuovo autoritarismo liberista alla Monti, e quelle del pragmatismo, del “fare” del centrosinistra. Si tratta di un polo politico che, a parte qualche pallida eccezione, ha persino abbandonato la dicotomia destra-sinistra così come era stata formulata dal moderato Norberto Bobbio all’alba del berlusconismo. Bobbio definiva “di sinistra” la capacità di mantenere l’ideale regolativo, non la sostanza ma le retoriche e la forma giuridica quindi, dell’eguaglianza. In questa forma, lungo tutti gli anni ’90, Bobbio fu adottato dal centrosinistra. Salvo essere abbandonato, nella decade successiva, a favore di retoriche, provenienti dall’impianto teorico di Rawls, sull’equità. Che altro non è che un dispositivo di giustificazione etica dell’ineguaglianza su basi pragmatiche e contingenti.
Siamo quindi di fronte a schieramenti, complessivamente in declino se si confrontano i risultati elettorali degli ultimi anni con i sondaggi di oggi, dove lo scontro è tra la riproposizione di un fascismo light e quella di una diseguaglianza, detta equità, tutta interna a dispositivi fiscali, di revisione dei contratti di lavoro e finanziari. Con in mezzo tutta una serie di formazioni politiche, come Grillo, che rielaborano i movimenti come apertura a destra e a sinistra in nome del superamento delle ideologie oppure che rivedono, al rialzo, il pragmatismo dell’equità, come nella lista Ingroia, secondo un dispositivo teorico e comunicativo sostanzialmente eticista (di qui la scelta di candidare un magistrato).
Una cosa appare sicura: di fronte ad una crisi che non cesserà a breve, basta vedere le previsioni Fmi, che rischia di abbattersi ulteriormente su lavoro e salari (come ammette lo stesso Pd che vuol governare il fenomeno con una nuova concertazione) lo scenario politico istituzionale è costituito da culture e pratiche politiche che, salvo anomalie, coralmente e sostanzialmente negano l’eguaglianza e l’universalità dei diritti materiali. Questo è il significato della fine odierna delle ideologie comunque, come si nota, ben diversa dalla formulazione originaria di Bell seppur esplicitamente antisocialista. Questo è l’oggi, con l’ombra di un fascismo light che spunta dietro l’angolo.
per Senza Soste, nique la police
28 gennaio 2013

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