Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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mercoledì 13 marzo 2013

Berlino elimina le tasse universitarie ...

.... Ma ai Pigs dice di aumentarle

Il governo della Baviera decide di abolire le tasse d'iscrizione agli atenei. I movimenti studenteschi cantano vittoria. Altrettanto non possono fare quelli dei paesi che obbendendo a Berlino rendono il loro sistema d’istruzione sempre più selettivo.
educationdi Marco Santopadre - Contropiano.
Da tempo l’Ocse e le istituzioni europee raccomandano all’Italia, alla Spagna, alla Grecia di aumentare le tasse universitarie e di rendere più selettivi i sistemi di istruzione superiore. Ma Berlino fa esattamente il contrario. E’ quindi spiegabile il silenzio, e l’imbarazzo, dei media italiani. La notizia è la seguente: la Baviera ha deciso di sopprimere del tutto le tasse universitarie a partire dal prossimo anno accademico. Quindi in Baviera – la seconda regione tedesca per popolazione - dal prossimo anno non si pagherà quasi nulla per accedere ai corsi universitari, diventando così il quattordicesimo Land della Repubblica Federale ad aver abolito una spesa alla quale gli studenti – e soprattutte le loro famiglie – rinunceranno volentieri.

La decisione è stata adottata dal governo formato dalla coalizione tra socialcristiani della Csu – costola di destra del partito di Angela Merkel – e dai liberali della Fdp, andando incontro ad una legge d’iniziativa popolare che ha raccolto finora l’adesione di 1.350.000 cittadini, ben il 14,3% della popolazione totale del Lander. Se il parlamento regionale non dovesse approvare la misura la proposta di legge verrebbe comunque sottoposta a referendum popolare.
“Chi pagherà?” si chiedono i detrattori del provvedimento, in particolare i rettori e i consigli d’amministrazione degli atenei.
Il governo - come è giusto che sia - stanziando una cifra pari a circa 220 milioni di euro. Gli studenti, come in altre regioni tedesche, dovranno sborsare circa 400 euro all’anno per coprire alcuni quote amministrative di iscrizione, che tra l’altro danno diritto a sconti consistenti per accedere ai trasporti pubblici e a numerose attività culturali.
Come se non bastasse, il governo di centrodestra bavarese ha anche deciso di diminuire le tasse d’iscrizione alla scuola dell’infanzia e di aumentare quindi la quota del bilancio destinata alle spese per l’istruzione, fino a un miliardo di euro.
I movimenti studenteschi e i partiti della sinistra, da anni impegnati in una mobilitazione per la diminuzione delle tasse universitarie, cantano giustamente vittoria. L’applicazione della cosiddetta ‘riforma’ denominata Piano Bologna ha provocato anche in Germania un’ondata di proteste e manifestazioni. Come nel resto dell’Europa, centinaia di migliaia di studenti sono scesi in piazza, hanno occupato scuole e atenei, hanno protestato davanti alle sedi istituzionali. Tanto che in molte regioni la Bildungstreik (lo "sciopero della formazione") è stato il movimento di protesta più partecipato degli ultimi anni.
Ed ora di fatto dei 16 Länder tedeschi solo in due si pagano le tasse universitarie. Questo mentre Berlino, all’interno degli organi politici di governo dell’Unione Europea insiste e ottiene da Roma, Atene e Madrid l’aumento delle gabelle imposte agli studenti per accedere alla formazione superiore. Processo che, in tutti i Pigs, ha già espulso dal sistema universitario decine di migliaia di giovani appartenenti alla fasce meno abbienti della popolazione, già alle prese con una gravissima crisi economica e quindi impossibilitati a pagare migliaia di euro per ottenere titoli di studio spesso inservibili in un mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato.

Fonte: http://www.contropiano.org/esteri/item/15123-berlino-elimina-le-tasse-universitarie-ma-ai-pigs-dice-di-aumentarle.

lunedì 4 febbraio 2013

La fine dell’università di massa


micromega -
di Carlo Formenti
I dati sull’apocalisse dell’università italiana, resi noti nei giorni scorsi, sono impressionanti: 58.000 iscritti in meno (un calo del 17%) rispetto a dieci anni fa, mentre i professori diminuiscono a un ritmo ancora più rapido (meno 22% negli ultimi sei anni), il che fa sì che il rapporto medio fra studenti e docenti (18,7) continui a essere il più alto di Europa. Altro – poco invidiabile – record europeo è quello della più bassa percentuale di laureati nella fascia di età fra i 30 e i 34 anni (il 19% a fronte di una medi europea del 30%). Anche il numero delle borse di studio – peraltro di entità ridicola – è in calo, assieme ai finanziamenti ordinari (di quelli per la ricerca è meglio tacere).

Perché i giovani non credono più che la laurea rappresenti una risorsa strategica per spuntare redditi dignitosi su un mercato del lavoro sempre più avaro? In primo luogo, il punto non è se ci credano ancora o no, visto che, quand’anche ne fossero convinti, molti di loro non dispongono semplicemente più di risorse sufficienti per far fronte ai costi sempre più elevati della formazione universitaria.

Inoltre, visto che anche loro si informano e sono in grado di capire la direzione che hanno imboccato l’economia e la società capitalistiche, vedendo che lo Stato investe sempre meno nella formazione e che sui media si moltiplicano gli inviti a tenere conto dei vantaggi offerti da una serie di mestieri che non richiedono livelli particolarmente elevati di istruzione, hanno tirato le somme: nei paesi sviluppati l’università di massa ha esaurito la sua funzione, visto che una quota sempre più elevata di lavori skilled sta migrando verso i Paesi in via di sviluppo (solo la Cina prevede di sfornare 200 milioni di laureati entro un decennio), seguendo le stesse rotte che i lavori esecutivi hanno battuto nei decenni scorsi.

Il livellamento verso il basso di redditi e condizioni di vita e di lavoro a livello globale procede a ritmo sostenuto, e per molti non vale più la pena, o non è semplicemente più possibile, nuotare contro l’impetuosa corrente che sta inesorabilmente trascinando indietro le università occidentali (non solo in Italia: da noi il fenomeno è più evidente, ma anche in Inghilterra e altri Paesi si sta verificando) facendole tornare all’antico ruolo di promozione del ricambio generazionale di élite dirigenti appartenenti alle classi sociali più elevate.

sabato 20 ottobre 2012

Quella che si mangia è la cultura borghese

Alberto Burgio

Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue. E questo per il solo fatto che, in un’altra vita, militarono in un partito comunista, salvo poi rinnegare quest’antica appartenenza (con il che, va detto, di quel partito restaurano ex post una dignità offesa).

Anche in questo caso riteniamo si tratti di sviste, di disattenzione, di errori commessi senza intenzione. Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?

E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) – se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della «vera borghesia»?

Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici? Come dire che, nella modernità borghese, il denaro è finalmente e in senso pieno l’«equivalente generale», la misura di ogni valore. Se avesse ragione Marx quando poi analizza il rapporto sociale come né più né meno che la coerente e organica manifestazione del processo di accumulazione del capitale? E avesse ragione il buon Debord, che, sulla scia di Marx, descrive la società contemporanea (il capitalismo maturo) come teatro della merce, nel quale lo spirito della merce – che è poi lo spirito del valore monetario – domina incontrastato e ridefinisce tutti i valori a partire da sé?

Se Marx ha visto giusto, e con lui quanti hanno provato a leggerlo seriamente, tenendo affilata la lama della critica, allora quei comportamenti – che rimangono scandalosi – cessano di essere sorprendenti. Quelle scelte e quelle omissioni – che rimangono vergognose – appaiono tuttavia coerenti. Perché questo è il punto: non c’è, nella mente della borghesia degna di questo nome, spazio per la cultura. Non c’è, nel suo orizzonte di senso, un lessico capace di scoprirne il valore. Nella mente borghese soltanto la logica dell’utile funziona. Il suo mondo è il mondo dell’economia e del mercato. La borghesia – si badi: quella migliore, quella proba e operosa – esiste e pensa e lavora e produce soltanto a questo fine: per accrescere il capitale, unico sovrano legittimo. Il resto è spreco.

martedì 4 settembre 2012

Hamburger University

The Homeless Adjunct - sinistrainrete -

Riprendiamo un articolo uscito recentemente su un blog americano, a proposito del processo di graduale privatizzazione e distruzione dell”istruzione universitaria pubblica negli Stati Uniti. Si tratta di un modello ancora ben lontano dal nostro, ma al quale, attraverso i successivi processi di riforma, ci stiamo lentamente avvicinando. La traduzione è di Enrico Natalizio, Paola Perin e Lorenzo Zamponi.
Qualche anno fa, Paul E. Lingenfelter iniziò la sua relazione sul definanziamento della pubblica istruzione scrivendo: “Nel 1920 H.G. Wells scrisse: ‘La storia è sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe.’ Credo che fosse nel giusto. Niente è più importante per il futuro degli Stati Uniti e del mondo della diffusione e dell’efficacia dell’istruzione, in particolare dell’istruzione superiore. Io dico con particolare attenzione all’istruzione superiore, ma non perché la scuola dell’infanzia, la scuola elementare e quella secondaria siano meno importanti. Il successo ai vari livelli di istruzione dipende, ovviamente, da ciò che è accaduto prima. Ma bene o male, la qualità dell’istruzione post-secondaria e della ricerca influisce sulla qualità e l’efficacia dell’istruzione ad ogni livello.”
Negli ultimi anni le discussioni sui vari aspetti per i quali le nostre università non funzionano sono cresciute come l’accumularsi di nubi temporalesche. Il dibattito verte sugli scarsi risultati scolastici nei nostri laureati, sulle tasse studentesche fuori controllo e sui rovinosi prestiti d’onore. Finalmente si presta attenzione agli stipendi enormi dei presidenti e degli allenatori sportivi e allo status riservato alla maggioranza dei docenti: simile a quello dei lavoratori migranti. Ora ci sono movimenti che vogliono limitare le tasse studentesche, condonare i debiti degli studenti, creare più potenti strumenti di “valutazione”, offrire materiali didattici gratuiti online e combattere lo sfruttamento dei docenti a contratto. Ma ognuno di questi movimenti si concentra solo su un particolare aspetto di un problema molto più ampio e nessun aggiustamento su questi singoli punti affronta la vera ragione per cui le università in America stanno morendo.
Per spiegare il mio punto di vista devo andare indietro nel tempo. Torniamo agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, 1950, quando il G.I. Bill (una legge che tra le altre cose consentì ai soldati reduci dalla Seconda Guerra Mondiale di studiare gratuitamente nelle università. Fonte Wikipedia, NdT) e il costo contenuto – talvolta gratuito – delle università crearono un’ondata di studenti universitari in tutto il paese. Questa ondata continuò a crescere durante gli anni ’60: le università erano il cuore di un intenso dibattito pubblico, di passione per l’apprendimento e del coinvolgimento attivo dei cittadini nelle problematiche di quei tempi. Durante questo periodo il corpo docente era fiorente, gli studenti avevano accesso a una ricca varietà di aree tematiche e la possibilità di un apprendimento ampio. Gli studi umanistici erano il cuore dell’istruzione universitaria e gli studenti venivano introdotti a filosofia, antropologia, letteratura, storia, sociologia, religioni, lingue e culture straniere. Certo, successe anche qualcosa d’altro, a partire dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Sessanta: le sommosse e il crescente numero di cittadini che partecipavano al dissenso popolare, contro la guerra del Vietnam, contro il razzismo, contro la distruzione dell’ambiente in una cultura sempre più aziendalizzata, contro la misoginia, contro l’omofobia. Quali furono gli incubatori di gran parte di quella rivolta? In quali luoghi si riunirono un gran numero di persone istruite, intellettuali e capaci di farsi sentire? Nei campus universitari. E a chi non piacque il risultato degli anni ’60? Alle aziende, ai guerrafondai, a quelli nella nostra società che vorrebbero tenerci divisi sulla base della nostra razza, del nostro genere, del nostro orientamento sessuale.
Ho il sospetto che, se fosse stato possibile, questi gruppi sarebbero stati contenti di chiudere le università. Distruggerle completamente. Ma un paese che afferma di avere valori democratici non può chiudere le sue università. Ciò rivelerebbe qualcosa su quel paese in contrasto con l’immagine che essi vogliono darne – quella di un paese di libertà, giustizia, opportunità per tutti. Quindi, come si fa a uccidere le università del paese senza farsi scoprire? Come a tutti i bambini cresciuti durante la Guerra Fredda, mi è stato insegnato che i paesi comunisti nella prima metà del XX secolo rinchiudevano i loro studiosi, intellettuali e artisti in campi di prigionia, chiamati “campi di rieducazione”. Da adulto, ho capito che i grandi gruppi di interesse americani disprezzano queste persone proprio come faceva (a loro dire) il comunismo. La differenza è che, invece di fare una cosa così ovvia come gettarle in prigione, qui quelle stesse persone vengono ridotte in miseria. Il risultato è lo stesso. La povertà disperata controlla e infine spezza le persone efficacemente quanto un carcere ….. e alcune ricerche dicono che funziona anche MEGLIO.
Quindi: ecco la ricetta per l’assassinio delle università, e se quello che sto descrivendo non è esattamente ciò che è alla radice di tutti i problemi del nostro sistema di istruzione superiore ditemelo. (Perché quello che sto dicendo è più stato recentemente applicato anche alla scuola pubblica.)

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