Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 22 maggio 2013

Lavoro, giovani disposti a tutto. Il 34% farebbe lo spazzino

- controlacrisi -
Il 34% dei giovani pur di avere un lavoro farebbe lo spazzino. Questa percentuale arriva addirittura al 49% per chi cerca lavoro, mentre cala al 19% per gli studenti.

Questo emerge da un'analisi Coldiretti/Swg su ''I giovani e la crisi'', dell'Assemblea di Giovani Impresa Coldiretti in vista della presentazione del piano giovani del Governo.

"Il 34 per cento dei giovani - aggiunge la ricerca - accetterebbe un posto da pony express e il 31 da operatore di call center. Anche in questo caso per i disoccupati la percentuale sale al 49 per cento per il posto da pony express e al 39 da operatore di call center.
Oltre 4 giovani disoccupati su 10 (43 per cento) sarebbero peraltro disposti, pur di lavorare, ad accettare un compenso di 500 euro al mese a parita' di orario di lavoro, mentre il 39 per cento sarebbe disposto ad un maggiore orario di lavoro a parita' di stipendio.

''L'analisi evidenzia un forte spirito di sacrificio delle giovani generazioni che li porta addirittura a rinunciare a diritti del lavoro fondamentali'', ha dichiaratoSergio Marini, il presidente della Coldiretti, nel sottolineare che ''questo non puo' essere consentito in un Paese civile come l'Italia''.

La situazione cambia per i giovani occupati che solo nel 7% dei casi sono disponibili ad accettare lo stipendio ribassato, mentre nel 23% sono pronti a lavorare piu' a lungo.

"Vista la nera realta' occupazionale - conclude Coldiretti - il 51% dei giovani sotto i 40 anni e' pronto ad espatriare per trovare lavoro mentre il 64 per cento e' disponibile a cambiare citta'.

Questo perche' il 73 per cento dei giovani ritiene che l'Italia non possa offrire un futuro. I risultati si invertono tra i giovani agricoltori: il 45% credono che l'Italia possa offrire un futuro.

mercoledì 15 maggio 2013

I nani d’Europa e la società dimenticata

Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Sergio Bruno
                
Analisi economiche sbagliate, nessuna attenzione a disoccupazione, giovani e problemi sociali. Politici europei e tecnocrati, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli… Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani. La tragicità, in termini di frustrazione e di spreco sociale ed economico, della disoccupazione giovanile che affligge gran parte d’Europa non scuote il loro animo. E la cosa più grottesca è che le sofferenze da questi nani imposte sono inutili. Gli stupidi possono ravvedersi a fronte di evidenze certe e semplice buon senso. Questi nani no.
Diagnosi, correzioni, nuove prospettive
Negli ultimi mesi vi sono state importanti ammissioni di errori da una parte dei tecnici e degli accademici che avevano sostenuto l’esigenza dell’austerità fiscale. Sono anche emersi sempre più nitidamente fatti che, senza bisogno di tante riflessioni, pongono in evidenza le possibilità di successo di politiche espansive. I nani sembrano non essersene resi conto e mantengono la rotta della perdizione europea.
A porre i primi dubbi sulla saggezza della drastica terapia di austerity hanno cominciato quelli dell’Fmi, Blanchard (chief economist di quella struttura) in testa. Come ho argomentato (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Il-bilancio-espansivo-che-serve-all-Europa-16614) non si è trattato certo di un “pentimento completo”, ma si è tornati ad ammettere, come negli anni ’70, che i “moltiplicatori” di spesa pubblica e imposizione possono essere diversi da zero e diversi tra loro. Come conseguenza imprevista dell’errore sui moltiplicatori l’austerità, nella misura in cui è stata praticata in Europa, ha prodotto recessione e di ciò il Fmi ha dato atto. In qualche misura il Fmi sembra essere tornato a modelli interpretativi simili a quelli che le banche centrali di tutto il mondo usavano negli anni 1970, quando i “moltiplicatori” venivano stimati e pubblicati.
Quasi contemporaneamente lo Iags (un’associazione tra tre autorevoli centri di ricerca europei) ha prodotto un rapporto che, anche esso sulla base di una rivisitata stima dei moltiplicatori, suggerisce, sulla base di un adeguato modello di ottimizzazione dinamica, di rimodulare nel tempo le politiche di rientro dal debito per i paesi cui è stato prescritto (tra i quali l’Italia) in modo da minimizzare l’impatto recessivo delle politiche stesse. Una proposta certo timida ma che va nella direzione giusta, anche se non abbastanza. Vi sarebbe infatti bisogno di politiche effettivamente espansive, piuttosto che solamente meno recessive.
Più tardi, con forte eco nelle ultime due-tre settimane, è scoppiato lo scandalo R&R (il riferimento è a un articolo di Reinhart e Rogoff del 2010). I due autori, il cui articolo era sostanzialmente privo di teoria e che si basava solo su evidenze econometriche, argomentavano che i paesi il cui debito pubblico superava il 90% del Pil non potevano che soffrire sul piano dello sviluppo. Il loro articolo era divenuto, al di qua e al di là dell’Atlantico, l’argomento forte dei fautori dell’austerità pubblica e dei mercati non regolamentati, e quindi dell’esigenza di limitare interventi e indebitamento pubblici.

giovedì 4 aprile 2013

Due giovani su tre sono pronti a partire

     
Due giovani su tre sono pronti a partire

di Rassegna.it -
Il 64% disposto a emigrare, il 25% a essere sottopagato. La legge Fornero? Un disastro per il 57,6%. Cercano lavoro su Internet e giornali. Ai colloqui penalizzate le donne. Indagine del Centro di ricerche sociali su lavoro e nuove forme di occupazione
Due giovani su tre sono pronti a partire (foto Attilio Cristini) (immagini di Attilio Cristini)
(Labitalia) – Il 64% dei giovani italiani sarebbe propenso ad andare a vivere lontano, il 37% ha inviato il suo curriculum all’estero e sarebbe pronto a trasferirsi, il 25% è disposto ad essere sottopagato. Come cercano lavoro? Il primo alleato è Internet, ma gli annunci sul giornale resistono ancora. E la legge Fornero? Un “disastro” per il 57,6% degli intervistati. Questi alcuni dei risultati emersi dal sondaggio del Centro di ricerche sociali sul lavoro e le nuove forme di occupazione ‘Work in Progress’.

Il sondaggio, costruito attraverso la raccolta di dati con metodo ‘cawi’ (computer-assisted web interviewing), ha coinvolto 800 giovani tra i 18 e i 35 anni, per il 66% con una laurea di secondo livello, ed è stato realizzato in collaborazione con FondItalia, Fondo paritetico per la formazione continua, e seguito dai media partner Labitalia e ‘Walk on Job’. Dall’indagine emerge che il 12% degli intervistati sarebbe disposto ad accettare il non rispetto del contratto o l’abuso di un contratto atipico e il 2% sarebbe disposto a mettere da parte anche la sua integrità morale.
Dalla ricerca emerge, inoltre, un interesse per i giovani italiani verso l’estero e tra le mete più ambite figurano Francia, Svizzera e Inghilterra. “Forse – ha spiegato Tommaso Dilonardo, avvocato del lavoro e fondatore e presidente di ‘Work in Progress’ – ad essere poco flessibile è la stessa politica, incapace di interpretare i tempi e perciò di promulgare leggi efficaci, chiusa in un dibattito ideologico distante dalle reali esigenze lavorative dei giovani. La riforma Fornero, che per il 57,6% degli intervistati ha peggiorato la situazione, ha aumentato i costi per le imprese e il precariato per i lavoratori”. E riferisce il racconto di un’intervistata: “Nonostante abbia accettato di essere sottopagata, che i miei contratti non siano stati rispettati, abbia messo da parte la mia integrità morale, in Italia non ho comunque trovato lavoro, quindi sono andata a vivere decisamente lontano da casa e dall’Italia”.
E ai colloqui? Il 55% degli intervistati afferma di aver risposto a domande che riguardavano la sfera privata, prima fra tutte ‘Sei sposato/a? Convivi? Vivi con i tuoi genitori? Hai figli o hai intenzione di averne a breve? Mi parli dei componenti della sua famiglia, che lavoro fanno i tuoi genitori?’.
“Sono domande, rivolte soprattutto al genere femminile, che nascondono un pregiudizio – ha commentato Dilonardo – sulla effettiva capacità da parte delle donne di svolgere un ruolo di primo piano nella società. Il nostro questionario rivela che al 43,2% è stato chiesto se è sposato o convive; al 20,4% se ha figli o ha intenzione di averne a breve; a molti, infine, è stato chiesto anche il background dei loro genitori. Insomma, passa il tempo ma la società italiana cambia poco: sono domande che evidenziano un ritardo prima di tutto culturale; manca ancora, purtroppo, il concetto di merito, in un Paese dove l’ascensore sociale è sempre più immobile”.
“Il sondaggio mette in evidenza alcuni aspetti di cui noi di ‘Walk on Job’ abbiamo spesso sentore e che abbiamo analizzato in diverse inchieste: in particolare – ha precisato il direttore di ‘Walk on Job’ (magazine di attualità, università e mondo del lavoro), Cristina Maccarrone – ci stupisce (in negativo) che durante i colloqui si facciano certe domande sulla vita privata che non sono realmente finalizzate all’assunzione, violando la legge sulla privacy, oltre a continuare a discriminare le donne chiedendo loro se vogliono avere una famiglia, a breve o in futuro (che parliamo a fare di tasso di natalità basso se poi non le agevoliamo?), non mi sarei aspettata domande sul lavoro dei genitori o sulle persone con cui si vive, il che dimostra che il mondo del lavoro ha ancora molte cose da sistemare”.
Anche nell’ambito della formazione, i giovani dimostrano di avere le idee chiare su ciò che non funziona e sui cambiamenti che andrebbero prodotti. Infatti, dall’indagine emerge come, per il 73% dei giovani la scuola e l’università dovrebbero prevedere dei corsi o delle iniziative volte a favorire l’incontro dei giovani con il mercato del lavoro; tuttavia, i master specializzati non sono stati determinanti per trovare lavoro per il 31% degli intervistati.
Sempre secondo i dati ‘Work in Progress’, il 34% non si è ma iscritto a un corso di formazione perché crede che le aziende per prime dovrebbero provvedere a preoccuparsi della formazione delle risorse; inoltre, per il 31,6%, i costi dei corsi sono proibitivi. “La scuola dovrebbe fornire gli strumenti per il lavoro, non solo teoria o corsi dai nomi altisonanti. Ad esempio, impariamo a parlare l’inglese, a leggere il giornale, a usare Excel”, si legge fra i commenti.
E i giovani per cercare lavoro si affidano a Internet per il 71%, al secondo posto i siti aziendali, seguono con il 25% i social network (tra questi il più utilizzato è Linkedin). Ma i metodi più tradizionali continuano ad avere un ruolo determinante: si rivolgono agli sportelli del lavoro o agenzie interinali il 32,4% degli intervistati, mentre il 24,3% preferisce consultare gli annunci sul giornale.
“Che il primo mezzo per cercare lavoro sia Internet – ha concluso Dilonardo – è un dato interessante, ma se immaginiamo che, invece di doversi districare nel mare magnum di Internet, i giovani potessero godere delle potenzialità della rete gestita con la competenza e la sicurezza che potrebbe dare un servizio fornito dai centri per l’impiego, i giovani, e anche gli over 50 (dimenticati ma pure esistenti e anch’essi in difficoltà) potrebbero cogliere quelle opportunità (anche scarse, complicate, poco remunerate) che invece ora, nell’assenza della pubblica amministrazione, è più difficile e ‘pericoloso’ trovare. Dico ‘pericoloso’ perché un conto sarebbe una banca dati internazionale gestita dai centri per l’impiego, altro conto è Internet, tout court”.

lunedì 4 febbraio 2013

La fine dell’università di massa


- micromega -
di Carlo Formenti
I dati sull’apocalisse dell’università italiana, resi noti nei giorni scorsi, sono impressionanti: 58.000 iscritti in meno (un calo del 17%) rispetto a dieci anni fa, mentre i professori diminuiscono a un ritmo ancora più rapido (meno 22% negli ultimi sei anni), il che fa sì che il rapporto medio fra studenti e docenti (18,7) continui a essere il più alto di Europa. Altro – poco invidiabile – record europeo è quello della più bassa percentuale di laureati nella fascia di età fra i 30 e i 34 anni (il 19% a fronte di una medi europea del 30%). Anche il numero delle borse di studio – peraltro di entità ridicola – è in calo, assieme ai finanziamenti ordinari (di quelli per la ricerca è meglio tacere).

Perché i giovani non credono più che la laurea rappresenti una risorsa strategica per spuntare redditi dignitosi su un mercato del lavoro sempre più avaro? In primo luogo, il punto non è se ci credano ancora o no, visto che, quand’anche ne fossero convinti, molti di loro non dispongono semplicemente più di risorse sufficienti per far fronte ai costi sempre più elevati della formazione universitaria.

Inoltre, visto che anche loro si informano e sono in grado di capire la direzione che hanno imboccato l’economia e la società capitalistiche, vedendo che lo Stato investe sempre meno nella formazione e che sui media si moltiplicano gli inviti a tenere conto dei vantaggi offerti da una serie di mestieri che non richiedono livelli particolarmente elevati di istruzione, hanno tirato le somme: nei paesi sviluppati l’università di massa ha esaurito la sua funzione, visto che una quota sempre più elevata di lavori skilled sta migrando verso i Paesi in via di sviluppo (solo la Cina prevede di sfornare 200 milioni di laureati entro un decennio), seguendo le stesse rotte che i lavori esecutivi hanno battuto nei decenni scorsi.

Il livellamento verso il basso di redditi e condizioni di vita e di lavoro a livello globale procede a ritmo sostenuto, e per molti non vale più la pena, o non è semplicemente più possibile, nuotare contro l’impetuosa corrente che sta inesorabilmente trascinando indietro le università occidentali (non solo in Italia: da noi il fenomeno è più evidente, ma anche in Inghilterra e altri Paesi si sta verificando) facendole tornare all’antico ruolo di promozione del ricambio generazionale di élite dirigenti appartenenti alle classi sociali più elevate.

venerdì 16 novembre 2012

... a pochi metri dal Bilderberg.

Senza mediazioni, partiti e sindacati non sono qui
121115corteoromadi Francesco Piccioni
La precarietà come futuro permanente. Ironia della sorte, a pochi metri dagli scontri c'è il Bilderberg. Bambini, poco più. Quindicenni. Una nuova generazione si affaccia alla vita politica del paese, in piena crisi e senza una via di uscita visibile. E come sempre, da un secolo a questa parte, qualcuno lassù pensa che è utile dar loro una lezione, così, per «far capire subito che aria tira» se vai a contestare chi comanda. Ragazzi che il potere lo immaginano come una categoria del pensiero e forse nemmeno sapevano che 2-300 metri più avanti di Ponte Sisto, all'Hotel de Russie, era in corso la tre giorni romana del Bilderberg Group, la creme de la creme del potere globale, di cui Mario Monti è da decenni l'italiano più importante.
Quindicenni ovviamente inesperti e, per la prima volta nel dopoguerra, privi anche di un'interlocuzione istituzionale, di mediatori riconosciuti; sindacati e partiti, insomma, in grado di tradurre le loro preoccupazioni in obiettivi «plausibili» o anche solo «compatibili»; e quindi di trovare ascolto anche nelle stanze dei governi, là dove vanno (o andavano?) compensati i diversi interessi sociali. I sindacati importanti, in realtà quasi solo la Cgil, hanno fatto il loro bravo corteo senza quasi entrare in contatto con questa generazione. Una breve passeggiata da Bocca della Verità a piazza Farnese, bei monumenti,un veloce comizio e tutti a casa prima di pranzo. Non era una scadenza benvenuta da queste parti, e buttar lì solo quattro ore di sciopero - senza "collaborazione" da parte di Cisl e Uil - era già un segno di insofferenza.
Dei partiti che siedono in Parlamento, non un solo deputato s'è preoccupato di seguire almeno da lontano gli eventi, offrendosi infine come «garante istituzionale» in piazza, come migliaia di volte era avvenuto. I partiti fuori dai giochi in quella piazza avevano gente, ma se non hai un tesserino da «onorevole» nessuno ti dà retta. Anzi.
Ieri a Roma questa valanga di ragazzi si è incolonnata insieme a un po' di docenti dei sindacati di base (Cobas, Usb, ecc). Tutti nuovi, tutti «vergini» di fronte al bruto meccanismo che regola la gestione della crisi, in base a scelte fatte a Bruxelles o in altra sedi temporanee della Troika (Bce, Fmi, Ue). Tutti inesperti, disorganizzati e fin qui inorganizzabili.
Soli? No, finché non son piovute le manganellate, quando chi sa come comportarsi si muove secondo le leggi antiche della piazza, portandosi dietro più «pischelli» possibile; e chi non sa, a volte, a piccoli gruppi o individualmente, si perde. Non è tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi che vanno cercati i colpevoli della loro solitudine. Anzi, lì c'erano probabilmente gli unici soggetti collettivi che hanno a cuore questa generazione. Ma non hanno «entrature» ai piani alti. Anzi.
Sono soli perché chi governa, chi guadagna, chi dispone della materia sociale e «progetta» il futuro - con atti legislativi o scelte di investimento private - non ha per loro una soluzione che li comprenda come generazione. La precarietà cui si sentono consegnati è qualcosa di più di una condizione transitoria da «choosy», non ha confini temporali calcolabili. E chi «sta su» lo sa meglio di loro.
Per questo, anche nella piazza di ieri, mancava la mediazione. Ogni generazione del dopoguerra ha avuto davanti una scelta possibile, tra rottura e mediazione. Perfino nel pieno del «terribile '77», tra scontri più feroci di quelli di ieri e una guerriglia vera, c'era chi - nelle stanze che contano. Pensava di offrire una chance diversa; con i «lavori socialmente utili», le «liste dell'acqua», i finanziamenti alle cooperative improvvisate. Mediazione sociale pura, per ricostruire un equilibrio con un briciolo di spesa pubblica. Che non c'è più.
Quelle facce di quindicenni sono ora l'immagine più fedele della «distanza tra la politica e la società». Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.
Il Manifesto - 15.11.12

domenica 23 ottobre 2011

Chi è che non ha futuro?

La crisi e i giovani, dopo il 15 ottobre.
Fonte: sbilanciamoci
Una ragazzina che conosco, pur non essendo ancora in età di andare alla manifestazione del 15 ottobre (e per fortuna), ha detto la sua, vedendo i servizi della vigilia in tv: “E' perché noi non abbiamo futuro”. Mettendo in fondo alla domanda il punto interrogativo che lei non ci aveva messo, i genitori hanno risposto: no, non è vero, ce l'avete.

Mi è tornata in mente questa scena della vigilia, dopo la manifestazione globale del 15 ottobre. Quella mondiale, e la sua declinazione tra le rovine romane. Non è giusto – perché non è vero -, far passare questo luogo comune: non abbiamo futuro. Una frase diventata retorica al punto da essere ripetuta come un fatto assodato da una ragazzina di dodici anni. E' il sistema economico nel quale viviamo che, se continua così, non ha futuro; e chi è messo in maggior sofferenza da questo stato di cose – tutti, ma in particolare i più giovani – ha la necessità fisiologica di cambiarlo. Quindi ha un futuro pieno, parecchie cose da fare, studiare, vedere, far girare, con tutta quella roba che da nativi digitali padroneggiano alla grande.

“The outsiders”, era il titolo dell'Economist a questo grafico qualche tempo fa:

Un grafico impressionante, che dice che la Grande Recessione si è abbattuta soprattutto sui giovani, che hanno fatto da cuscinetto umano sul mercato del lavoro: i loro contratti temporanei e flessibili sono stati i primi a saltare, così come sono entrate in sofferenza tutte quelle fasce di lavoro indipendente non intruppato nelle corporazioni antiche e chiuse. E tra i giovani, le donne più che i maschi soffrono i contraccolpi di una crisi che le lascia fuori dal lavoro o al di sotto del lavoro per il quale si sono qualificate; e le donne più che i maschi soffrono per l'esclusione di fatto e di diritto dalle tutele del welfare. Insomma, senza farla lunga: è scandalosamente evidente l'impatto generazionale di questa crisi, che nel caso europeo si abbatte proprio su quella generazione che con l'Europa unita è nata e cresciuta, una generazione “comunitaria” e non solo per qualche Erasmus, ma per nascita. Perché allora dico che dobbiamo smetterla di dire: “siete (o siamo, a seconda dell'età di chi parla) senza futuro”?

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