Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 7 giugno 2013

Austerità, la lotta di classe dei ricchi

     
Austerità, la lotta di classe dei ricchi

- ilmanifesto -

di Roberto Ciccarelli -
Torniamo a dare il giusto peso alle parole. Quella che stiamo vivendo è una lotta di classe. Oggi la fanno i ricchi contro i poveri che sono stati messi a morte dalle politiche dell’austerità. Il tono è enfatico, ma sono le parole usate dal Nobel per l’economia Joseph Stiglitz per descrivere il più grande saccheggio della ricchezza avvenuto in tempi moderni. La violenza della crisi è tale da mettere a rischio la vita di milioni di persone. Gli autori dell’undicesimo «Rapporto sui diritti globali» (Ediesse), presentato ieri a Roma presso la sede centrale della Cgil in Corso Italia, spiegano nelle oltre mille pagine del volume le caratteristiche della guerra di rapina condotta dal capitalismo finanziario e descrivendo il meccanismo di una «redistribuzione al contrario». Quella messa in piedi dal 2008 dalle politiche dell’austerità nell’Unione Europea è una gigantesca macchina di drenaggio verso l’alto dei redditi da lavoro e dei risparmi delle famiglie. Le banche, i fondi di investimento, le grandi imprese, lo Stato che aumenta il carico fiscale sui cittadini senza restituire nulla in servizi, hanno accumulato un’enorme massa monetaria che non «sgocciola» nell’economia reale, resta nelle sfere della finanza e viene usata per acquistare o vendere buoni del tesoro che non modificano il quadro della crisi. Questa situazione ha annientato la produttività del lavoro in Italia. Dal 2000 al 2009 è diminuita dello 0,5% ogni anno, impresa mai riuscita in un paese a capitalismo avanzato fino ad oggi. Gli occupati italiani lavorano di più dei colleghi europei, ma producono il 25% in meno dei tedeschi e il 40% in meno dei francesi. Senza contare che l’occupazione è crollata di 1 milione e 700 mila unità dal 2008, abbattendosi con particolare violenza sui giovani tra i 15 e i 24 anni, il 41,7% dei quali è disoccupato (con punte di oltre il 50% a Sud). Ciò ha comportato un impoverimento generalizzato tra i pensionati e persino tra i bambini. Nel 2011 i bambini da 0 a 2 anni che avevano la possibilità di frequentare un asilo nido non superavano l’11,8% (era il 3% nel 2004). Su un totale di 16,7 milioni di pensionati, quasi 8 percepiscono una pensione inferiore a mille euro al mese, oltre 2 milioni non arrivano a 500. Senza contare che il processo di deregolamentazione del lavoro ha creato in Italia un esercito di lavoratori precari da 3.315.580 milioni di persone, più di mezzo milione delle quali lavorano per lo Stato, il più grande sfruttatore di lavoro precario al mondo. Il reddito di queste persone è di 927 euro mensili per i maschi e 759 euro per le donne. Queste cifre sono utili per dare un’idea della povertà dilagante nel nostro paese.
Questo processo è destinato a durare a lungo. L’Italia, come anche Francia, Spagna, Grecia o Portogallo, ha approvato nella loro costituzione l’impegno a ridurre il debito sovrano dall’attuale 130% al 60% sul Pil. Ciò porterà alla dismissione del patrimonio pubblico e alle liberalizzazioni, tagli alla spesa e altre misure che dovranno «risparmiare» 50 miliardi di euro all’anno per i prossimi venti. Fondi che alimenteranno la bolla degli interessi sul debito e non andranno in investimenti. La stessa sorte è toccata ai mille miliardi di euro prestati dalla Banca Centrale Europea alle banche europee altasso d’interesse irrisorio dell’1%. Le banche italiane hanno ottenuto 200 miliardi. Di questa montagna di denaro fresco solo il 5% delle persone sopra i 15 anni ha ottenuto un prestito negli ultimi dodici mesi, a fronte di una media europea del 13%. Questo significa che il nostro paese fluttua in una bolla finanziaria che espropria la ricchezza alle persone, non libera risorse verso il basso, ma le accumula in un forziere chiuso a doppia mandata da cui esce solo qualche centesimo. Questa è la cornice macroeconomica dove prolifera la disuguaglianza sociale. Il reddito di uno dei 38 mila «straricchi» (lo 0,1% più ricco in Italia) vale oggi quello di cento poveri. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% dei redditi. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale.
La responsabilità di questa tragedia non è solo di Berlusconi o di Monti che hanno gestito la parte terminale di una crisi che viene da lontano, cioè dall’inizio della cosiddetta «Seconda Repubblica» nel 1992. Oggi solo cinque paesi Ocse, tra cui gli Stati Uniti, mostrano disuguaglianze più feroci tra i ricchi e i poveri dell’Italia. Ad avere allargato la forbice tra le rendite e i redditi è stata l’abolizione della scala mobile nel 1984, la crisi valutaria ed economica del 1992 e la manovra finanziaria da 90 miliardi di lire fatta da Amato nello stesso anno. Da quel momento tutti i governi hanno portato il loro contributo alla lotta di classe in corso. Il «pilota automatico», una volta evocato dal presidente Bce Mario Draghi per spiegare la natura delle politiche economiche europee, indipendentemente dalla maggioranza politica alla guida di un paese, è stato azionato più di vent’anni fa. Da allora continua a pretendere l’applicazione rigorosa degli imperativi del rigore del bilancio, la liberalizzazione dei servizi e la precarizzazione dei rapporti di lavoro.
La tesi del rapporto sui diritti globali sostiene che il tentativo in corso di «ammorbidire» la cura preparata dalla Troika (Bce, Fmi e banca mondiale) per i paesi indebitati come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e ora anche Francia, non riuscirà a fermare la rovinosa corsa a precipizio del treno dell’austerità. L’obiettivo finale della lotta di classe è farla finita con il « modello sociale europeo», quello del Welfare, già dichiarato morto da Draghi. Lo dimostra il taglio del 90% alle politiche sociali che tra il 2010 e il 2012 sono passate da 435 milioni di euro a 43 milioni, mentre i fondi per scuola e università sono stati tagliati di 10 miliardi. Entro il 2015 la sanità subirà 30 miliardi di tagli. Alla luce di questi dati si comprende meglio l’utilità del governo delle «larghe intese». Parliamo di una forma politica postdemocratica che si è candidata a gestire la liquidazione dei diritti sociali in Italia e a normalizzare i conflitti sociali che potrebbero nascere. Un lavoro arduo, ma è a buon punto.
Reddito di cittadinanza, una risorsa per i più deboli.
Per uscire dalla «guerra dei trent’anni» del liberismo contro il Welfare, gli autori del «rapporto sui diritti globali 2013» indicano quattro priorità: 1) ripristinare la partecipazione democratica e il ruolo del pubblico nell’economia; 2) affiancare alla crescita della produttività e dell’efficienza economica il benessere delle persone, l’equità e l’uguaglianza in direzione di una maggiore sostenibilità sociale e ambientale; 3) indirizzare la crescita economica verso lo sviluppo di nuove attività ad alta intensità di conoscenza, favorendo l’occupazione stabile e sanzionando il ricorso delle imprese (e dello Stato) alla precarietà dei giovani e dei meno giovani; 4)consolidare la partecipazione della società civile, non profit e delle mobilitazioni sociali elaborando nuovi strumenti di intervento nell’economia e nella società. La centralità delle politiche «anti-austerity» dev’essere quella della ridistribuzione delle ricchezze, favorita da una riforma fiscale che colpisca il dominio economico esercitato dal 10% della popolazione più ricca. Particolare attenzione viene prestata al rilancio del «reddito di cittadinanza», e non del salario minino. Si chiede l’introduzione di una misura universalistica necessaria per rimediare all’esclusione sociale fatta di lavori poveri, intermittenti, precari e di non lavoro.
Il Manifesto – 05.06.13

martedì 21 maggio 2013

Crisi, senza sinistra non c’è salvezza

  
Crisi, senza sinistra non c’è salvezza

di Fabio Marcelli - ilfattoquotidiano -

Ci sono due dati, che emergono da un recente studio della Cgil, che fotografano meglio di ogni discorso l’attuale situazione in cui si trovano oggi il nostro ed altri Paese e le cause profonde e reali della crisi.
Il primo: il 47% della ricchezza italiana è in mano al 10% delle famiglie.
Il secondo: c’è un rapporto di 1 a 163 fra lo stipendio medio di un lavoratore dipendente e quello di un top manager.
Il terzo dato su cui riflettere è invece estratto dall’intervento di Maurizio Landini alla manifestazione della Fiom di ieri: secondo la Banca d’Italia negli ultimi vent’anni c’è stato un passaggio di 15 punti di Pil, pari a 230 milardi di euro dagli stipendi ai profitti e alle rendite.
Ovviamente nessuna forza politica o quasi mette questi dati elementari ma tanto significativi al centro della propria riflessione. Non il Pd che da tempo non è più un partito di sinistra. Non il Movimento Cinque Stelle che di sinistra non è mai stato.
Eppure, se non partiamo da qui non andiamo da nessuna parte. Una società iniqua e afflitta da tali disuguaglianze è votata alla catastrofe. Non solo morale, ma anche economica. Che sviluppo ci può essere, infatti, se non c’è domanda e se i consumi sono destinati ad essere sempre più quelli di lusso?
Bisogna quindi ricostruire una sinistra che sia all’altezza di questa sfida, quella di costruire una società egualitaria e realmente democratica.
Come scriveva tempo fa il cardinale Bergoglio, attuale Papa Francesco I, “un progetto di sviluppo integrale, per essere autentico, deve offrire deve raggiungere e offrire possibilità a tutti. Un ruolo fondamentale è svolto dalla redistribuzione della ricchezza prodotta dall’intera società”.
Un discorso ben più a sinistra di quelli pronunciati dai piddini con o senza elle.
Quel dieci per cento, quei top manager vanno colpiti col prelievo fiscale per consentire il reddito di cittadinanza, un piano per dare lavoro a milioni di giovani, la tutela dei beni e servizi pubblici oggi duramente colpiti dal taglio della spesa. Così come, allo stesso fine, vanno tagliate le spese inutili (armamenti, grandi opere, appannaggi e privilegi delle varie caste).
Tutto il resto sono chiacchiere demagogiche, armi di distrazione di massa, roba da Letta, Alfano & C.
ilfattoquotidiano.it

lunedì 20 maggio 2013

Contro l'austerity. Sovvertire il presente

di Guido Viale - sinistrainrete - edduburg -

«Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario». Ma è sufficiente una democrazia ridotta alla sola dimensione orizzontale?

Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni '80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza. 2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall'abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l'ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l'abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L'imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l'«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall'alta finanza sotto «l'incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione.
Questa progressiva espropriazione del Parlamento e degli elettori serve a creare un interlocutore unico che risponda direttamente ai cosiddetti «mercati» (cioè alla finanza, che è la forma attuale del dominio del capitale a livello globale), annullando sia i poteri dei governi nazionali e soprattutto dei comuni, dai quali dipende la gestione della vita quotidiana e della convivenza civile di ogni comunità, sia la prospettiva di cambiare la propria condizione con il conflitto.

Questa deriva, che riguarda tutta l'Europa, non porta a una ripresa (ormai prevista da ben cinque anni, per essere ogni volta rimandata all'anno prossimo); bensì al disastro della Grecia, che ormai incombe anche su Spagna, Portogallo, Cipro e Slovenia; ma già investe in pieno anche Italia, Francia e l'Olanda; e presto persino la Germania: il cui governo fa da scudo agli interessi dell'alta finanza solo per non scoprire la situazione disastrosa delle sue banche, che ne sono parte integrante.

Ma la resa dei conti si avvicina: un disastro planetario: nemmeno le economie di Cina, India e Giappone vanno più molto bene, mentre la catastrofe ambientale incombe su tutti. In Italia l'occupazione crolla; la disoccupazione dei giovani è al 40 per cento (e gli altri sono precari o hanno rinunciato a cercare un lavoro; ma questi giovani presto saranno adulti, e poi anziani, senza alcuna speranza di un lavoro, di un reddito stabile, di una casa, di una famiglia, della possibilità di mantenere dei figli, di una pensione); scuola, università e ricerca affondano; migliaia di aziende chiudono e non riapriranno più; e non ne nascono di nuove; e con esse spariscono mercati di sbocco, know-how, competenze, abitudine alla collaborazione, coesione sociale, solidarietà. Perciò anche il Governo Letta nasce già vacillante e quel processo di accentramento rischia produrre regimi ancora più duri, magari sotto la di facciata di un antieuropeismo demagogico e populista, solo per nascondere una subordinazione anche più stretta alla finanza.

Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario. Ripudiare quei vincoli richiede un programma di respiro generale che unisce a livello europeo; che può e deve contare su tutte le rivolte e le mobilitazioni contro i vincoli del debito che da tempo si moltiplicano in un numero crescente di paesi, o che prima o poi esploderanno.

domenica 19 maggio 2013

Il 7 e l’8 giugno ad Atene si terrà l’Alter Summit

    
Il 7 e l’8 giugno ad Atene si terrà l’Alter Summit

di Roberto Morea -
Lo sbandamento che viviamo come italiani, sembra non finire mai, travolti da sommovimenti e spinte contrapposte ci troviamo un giorno a sentire vicino il cambiamento possibile, la fine di un ventennio di “annichilimento” e il giorno dopo sommersi nuovamente nello sconforto del “non cambierà mai niente”.

Forse per capire meglio, per avere una bussola un po’ meno volubile, può essere utile pensare alle dinamiche che viviamo come parte di movimenti ed interessi che li coinvolgono e li condizionano. Come i processi economici e di governo della sfera europea.
Da anni ormai il condizionamento che l’istituzione europea esercita sugli Stati nazionali ed il conseguente svuotamento di senso delle democrazie nei nostri paesi, è cosa nota, eppure ancora sembra difficile concepirsi in questa dimensione. Così mentre le potenze economiche organizzano il banchetto, destinato ai pochi esclusivi top player, in cui il piatto forte è la dismissione di tutto ciò che gli europei hanno costruito con le loro mani: ospedali, case, porti, scuole, diritti, welfare… noi restiamo vincolati ad una sindrome da fortino sotto assedio, perdendo pezzo dopo pezzo ogni conquista ed ogni diritto. Eppure qualcosa, fuori e dentro i nostri confini si sta muovendo. Processi di aggregazione di associazioni movimenti e sindacati, impegnati a ricostruire un ruolo, uno spazio ed una iniziativa pubblica, sono in opera e possono portare buoni frutti. E’ il caso della rete per l’Alter Summit che si terrà ad Atene il 7 e 8 giugno prossimo.
Quando è iniziato il processo dell’Alter Summit, nato nell’alveo del Social Forum europeo, è stato rimesso al centro il tema della democrazia. Per questo organizzazioni di differenti paesi e differenti culture, si sono riconosciuti su una piattaforma comune, per provare a costruire iniziative concrete e condivise. Il percorso non è stato breve e ha avuto inizio con la scelta di una cinquantina di organizzazioni e associazioni di riunirsi, sotto la sigla della Join Social Conference, primo tentativo di creare un terreno di incontro tra soggetti che, per caratteristiche di forma, interesse e geografia, sono difficilmente riconducibili a una comune analisi e a iniziative condivise.
Con lo scatenarsi della crisi economica e con l’erosione dei diritti e del welfare, prodotta dalle politiche di austerity, la rete della Join Social Conference si è ritrovata nuovamente unita nell’assumere posizioni fortemente critiche nei confronti delle scelte adottate dalla oligarchia europea, sorda rispetto alle necessità dei più deboli. L’impotenza davanti alle scelte impopolari assunte in paesi come Grecia, Spagna e Portogallo in ossequio alle richieste dell’Unione Europea, nonostante gli innumerevoli e partecipatissimi scioperi generali e le impressionanti manifestazioni di piazza, la carenza di vere risposte alternative e la mancanza di una opposizione capace di ridefinire una Europa solidale e giusta, hanno portato ad una più forte coesione tra i membri della rete e alla scelta di definire una piattaforma comune e che resta aperta a tutti coloro che durante il processo vogliano contribuire alla definizione di una strategia comune.
Da qui l’idea di lanciare un appuntamento europeo ad Atene sotto la sigla dell’Alter Summit, decisa nelle giornate di Firenze 10+10 lo scorso anno.
La scelta del luogo non è casuale. Si terrà ad Atene in solidarietà con le popolazioni greche, che vivono uno stato di impoverimento disastroso e così duramente colpite dai pesanti tagli allo stato sociale, dallo smantellamento di ogni ruolo del pubblico.
L’esproprio stesso della democrazia che in quel paese è evidente, ha fatto nascere una serie di iniziative per porre rimedio ad una ingiustizia sociale sempre più acuta.
Persone che perdendo il lavoro non possono più pagare le bollette della luce e si vedono tagliare la corrente elettrica, case senza riscaldamento vengono riscaldate a legna qualche volta provocando incendi e morti, persone che non possono più accedere alla sanità pubblica rimasta senza medicinali e strumenti, a cui anche il diritto alla salute è fortemente a rischio, come nel caso delle donne a cui non è più garantito il parto gratuito e per farlo devono pagare 800 € e 1200 nel caso di un cesareo. Crescono di numero le mense popolari e dormitori per chi si è visto sfrattato dalle banche per non riuscire a pagare il mutuo. Tutto questo ha messo in moto una attività di solidarietà e la creazione di una rete internazionale “solidarity for all” che raccoglie medicinali, alimenti e qualsiasi cosa possa aiutare il popolo greco.
Atene anche perché, se quel paese è stato il laboratorio in cui si sono realizzati gli effetti devastanti delle politiche europee, possa diventare ora il luogo della costruzione dell’opposizione continentale.
Il prossimo 7 e 8 giugno si ritroveranno nella capitale greca più di 200 organizzazioni provenienti da tutta Europa. Molte saranno le assemblee che si svolgeranno nel corso delle due giornate di Atene; una, in particolare, sarà dedicata alla presentazione del Manifesto dei Popoli, un documento congiunto in cui sono raccolte non solo le accuse nei confronti delle politiche europee, ma anche le rivendicazioni più urgenti da presentare alla comunità europea. Non a caso l’appuntamento si chiuderà con una grande manifestazione contro le scellerate politiche assunte dagli Stati su imposizione delle istituzioni europee.
Attraverso la rete dell’Alter Summit si sono costituiti comitati locali e coordinamenti territoriali, si sono messi in relazione il nord e il sud, l’est e l’ovest in una prospettiva di apertura con l’area mediterranea che può condurre a una ridefinizione dell’Europa stessa. Un’Europa pensata come costruzione multi centrica, non più fondata esclusivamente sull’asse franco-tedesco e per questo l’Alter Summit era presente al Social Forum di Tunisi, per iniziare a costruire un percorso che dal Mediterraneo raggiunge tutta Europa.
Atene costituisce, quindi, una tappa importante di un cammino segnato da molti appuntamenti. Da qui a giugno partirà un “carovana” di iniziative che attraverserà tutta l’Europa. A volte veri e propri convogli di pullman, come ad esempio quelli che partiranno dal Portogallo per arrivare ad Atene, altre volte iniziative come quella programmata a fine aprile a Parigi o il forum sovversivo a Zagabria tra il 5 e il 12 maggio o, ancora, Blockupy Frankfurt a fine maggio. Saranno momenti di discussione e manifestazioni contro le politiche europee, in connessione con l’appuntamento in Grecia. Anche le organizzazioni italiane che hanno aderito al processo dell’Alter Summit parteciperanno alla carovana con iniziative sui territori, in difesa dei beni comuni e dei diritti dei lavoratori, intesi come principi costituenti di un’altra idea d’Europa, non più fondata sul potere economico di pochi e sull’esclusione delle fasce più deboli.
L’appuntamento per tutti è quindi ad Atene

I nani d’Europa e la società dimenticata

Politici europei e tecnocrati, imponendo l’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?

- sbilanciamoci -
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli... Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani. La tragicità, in termini di frustrazione e di spreco sociale ed economico, della disoccupazione giovanile che affligge gran parte d’Europa non scuote il loro animo. E la cosa più grottesca è che le sofferenze da questi nani imposte sono inutili. Gli stupidi possono ravvedersi a fronte di evidenze certe e semplice buon senso. Questi nani no.
Diagnosi, correzioni, nuove prospettive
Negli ultimi mesi vi sono state importanti ammissioni di errori da una parte dei tecnici e degli accademici che avevano sostenuto l’esigenza dell’austerità fiscale. Sono anche emersi sempre più nitidamente fatti che, senza bisogno di tante riflessioni, pongono in evidenza le possibilità di successo di politiche espansive. I nani sembrano non essersene resi conto e mantengono la rotta della perdizione europea.
A porre i primi dubbi sulla saggezza della drastica terapia di austerity hanno cominciato quelli dell’Fmi, Blanchard (chief economist di quella struttura) in testa. Come ho argomentato (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Il-bilancio-espansivo-che-serve-all-Europa-16614) non si è trattato certo di un “pentimento completo”, ma si è tornati ad ammettere, come negli anni ’70, che i “moltiplicatori” di spesa pubblica e imposizione possono essere diversi da zero e diversi tra loro. Come conseguenza imprevista dell’errore sui moltiplicatori l’austerità, nella misura in cui è stata praticata in Europa, ha prodotto recessione e di ciò il Fmi ha dato atto. In qualche misura il Fmi sembra essere tornato a modelli interpretativi simili a quelli che le banche centrali di tutto il mondo usavano negli anni 1970, quando i “moltiplicatori” venivano stimati e pubblicati.
Quasi contemporaneamente lo Iags (un’associazione tra tre autorevoli centri di ricerca europei) ha prodotto un rapporto che, anche esso sulla base di una rivisitata stima dei moltiplicatori, suggerisce, sulla base di un adeguato modello di ottimizzazione dinamica, di rimodulare nel tempo le politiche di rientro dal debito per i paesi cui è stato prescritto (tra i quali l’Italia) in modo da minimizzare l’impatto recessivo delle politiche stesse. Una proposta certo timida ma che va nella direzione giusta, anche se non abbastanza. Vi sarebbe infatti bisogno di politiche effettivamente espansive, piuttosto che solamente meno recessive.

mercoledì 15 maggio 2013

I nani d’Europa e la società dimenticata

Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Sergio Bruno
                
Analisi economiche sbagliate, nessuna attenzione a disoccupazione, giovani e problemi sociali. Politici europei e tecnocrati, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli… Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani. La tragicità, in termini di frustrazione e di spreco sociale ed economico, della disoccupazione giovanile che affligge gran parte d’Europa non scuote il loro animo. E la cosa più grottesca è che le sofferenze da questi nani imposte sono inutili. Gli stupidi possono ravvedersi a fronte di evidenze certe e semplice buon senso. Questi nani no.
Diagnosi, correzioni, nuove prospettive
Negli ultimi mesi vi sono state importanti ammissioni di errori da una parte dei tecnici e degli accademici che avevano sostenuto l’esigenza dell’austerità fiscale. Sono anche emersi sempre più nitidamente fatti che, senza bisogno di tante riflessioni, pongono in evidenza le possibilità di successo di politiche espansive. I nani sembrano non essersene resi conto e mantengono la rotta della perdizione europea.
A porre i primi dubbi sulla saggezza della drastica terapia di austerity hanno cominciato quelli dell’Fmi, Blanchard (chief economist di quella struttura) in testa. Come ho argomentato (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Il-bilancio-espansivo-che-serve-all-Europa-16614) non si è trattato certo di un “pentimento completo”, ma si è tornati ad ammettere, come negli anni ’70, che i “moltiplicatori” di spesa pubblica e imposizione possono essere diversi da zero e diversi tra loro. Come conseguenza imprevista dell’errore sui moltiplicatori l’austerità, nella misura in cui è stata praticata in Europa, ha prodotto recessione e di ciò il Fmi ha dato atto. In qualche misura il Fmi sembra essere tornato a modelli interpretativi simili a quelli che le banche centrali di tutto il mondo usavano negli anni 1970, quando i “moltiplicatori” venivano stimati e pubblicati.
Quasi contemporaneamente lo Iags (un’associazione tra tre autorevoli centri di ricerca europei) ha prodotto un rapporto che, anche esso sulla base di una rivisitata stima dei moltiplicatori, suggerisce, sulla base di un adeguato modello di ottimizzazione dinamica, di rimodulare nel tempo le politiche di rientro dal debito per i paesi cui è stato prescritto (tra i quali l’Italia) in modo da minimizzare l’impatto recessivo delle politiche stesse. Una proposta certo timida ma che va nella direzione giusta, anche se non abbastanza. Vi sarebbe infatti bisogno di politiche effettivamente espansive, piuttosto che solamente meno recessive.
Più tardi, con forte eco nelle ultime due-tre settimane, è scoppiato lo scandalo R&R (il riferimento è a un articolo di Reinhart e Rogoff del 2010). I due autori, il cui articolo era sostanzialmente privo di teoria e che si basava solo su evidenze econometriche, argomentavano che i paesi il cui debito pubblico superava il 90% del Pil non potevano che soffrire sul piano dello sviluppo. Il loro articolo era divenuto, al di qua e al di là dell’Atlantico, l’argomento forte dei fautori dell’austerità pubblica e dei mercati non regolamentati, e quindi dell’esigenza di limitare interventi e indebitamento pubblici.

martedì 7 maggio 2013

L’austerità è l’ideologia dei super-ricchi

 
402
L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza. Il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
di Paul Krugman

È raro che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.
Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.
Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?
Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.
Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.
Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.
E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.
Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.
Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.
Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.
Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.
Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.
da Repubblica, 27 aprile 2013

sabato 4 maggio 2013

L’austerity uccide

Fonte: Il Fatto Quotidiano | Autore: Daniele Guido Gessa
“10mila suicidi e 1 milione di depressi”
L’austerity ci sta letteralmente uccidendo. È la conclusione di uno studio di due ricercatori, uno britannico e uno americano, che questa settimana pubblicheranno un libro sugli effetti della crisi economica e delle politiche di contenimento della spesa pubblica sulla salute collettiva di europei e statunitensi. Secondo un economista dell’Università di Oxford, David Stuckler, e un medico epidemiologo dell’Università di Stanford, Sanjay Basu, alla stretta dei conti sarebbero imputabili, dal 2009 a oggi, oltre 10mila suicidi e un milione di casi di depressione. Ma non è tutto. A causa dello stop alle politiche preventive in Grecia, nel Paese ellenico, dal 2011 a oggi, le infezioni da HIV sono aumentate del 200% e per la prima volta dopo decenni è ricomparsa la malaria. Così, allo stesso modo, in Europa e Stati Uniti, l’aumento della disoccupazione unito al taglio alle campagne sociali ha visto l’abuso di droghe da parte dei giovani aumentare del 50%. Niente di strano, dice ora il team della ricerca, soprattutto considerando che, a causa della crisi, cinque milioni di americani hanno perso in questi ultimi anni l’assistenza sanitaria e oltre 10mila famiglie, nel Regno Unito, sono diventate ufficialmente senza fissa dimora.
Lo studio di Stuckler e Basu sta già tuttavia sollevando le prime critiche relative a un eccessivo “allarmismo”. L’agenzia di notizie Reuters ha dedicato un lungo speciale alla ricerca, che è arrivata anche sul tavolino del governo del Regno Unito guidato dal conservatore David Cameron. Fonti governative hanno cercato di minimizzarne la portata, ma da parte di Stuckler e Basu sono arrivate le conferme dei loro risultati. “Anche perché – ha detto Basu – quello che emerge è che un peggioramento della salute collettiva non è un’immediata conseguenza della crisi economica, ma spesso è il frutto di una precisa scelta politica da parte di chi ci governa”. Come a dire, a volte la crisi può anche far bene alla salute, ma se la crisi viene affrontata con l’austerity, le cose peggiorano. I due ricercatori, infatti, hanno citato un altro studio, pubblicato non molto tempo fa dall’Università di Madrid. A Cuba, dopo la fine dell’influenza sovietica e del relativo contributo economico che arrivava dalla Russia, la popolazione dimagrì e fu anche a rischio di denutrizione. Ebbene, ricordano Stuckler e Basu, l’Università di Madrid ha fatto notare come una diminuzione del peso, in media, di 5 chili a persona abbia portato a un abbattimento del diabete, delle malattie cardiache e coronariche. “A volte, quindi, essere poveri fa bene alla salute”, la conclusione dei due.
Eppure, nel caso attuale, la politica ci ha messo lo zampino. “Basti pensare a che cosa è avvenuto in Svezia. Le politiche sociali e di welfare di quel Paese, in seguito all’ultima recessione, hanno fatto diminuire drasticamente l’alto numero di suicidi. Cosa che invece non è avvenuta nei Paesi vicini che non hanno attuato le stesse politiche. Così, allo stesso modo, in Grecia si è visto che tagliare le spese di prevenzione non ha fatto altro che far aumentare in modo esponenziale l’incidenza dell’HIV, mentre la mancanza di denaro per serie disinfestazioni da insetti ha persino fatto tornare la malaria”. I soldi, insomma, quando sono pochi andrebbero investiti meglio, è il suggerimento dei due ricercatori, perché anche e soprattutto in periodi di crisi bisogna salvaguardare la salute collettiva. Infine, lo studio ha messo in luce anche come la depressione “generalizzata” abbia portato a un aumento di uso e abuso di alcool e sostanze stupefacenti. “Tutte condizioni che fanno abbassare la guardia e anche per questo, non solo in Grecia, si sta notando un aumento delle infezioni da HIV”.

giovedì 2 maggio 2013

Crisi, ricerca Usa-Uk: “L’austerity uccide: 10mila suicidi e un milione di depressi”

    
Crisi, ricerca Usa-Uk: “L’austerity uccide: 10mila suicidi e un milione di depressi”

di Daniele Guido Gessa -
L’austerity ci sta letteralmente uccidendo. È la conclusione di uno studio di due ricercatori, uno britannico e uno americano, che questa settimana pubblicheranno un libro sugli effetti della crisi economica e delle politiche di contenimento della spesa pubblica sulla salute collettiva di europei e statunitensi. Secondo un economista dell’Università di Oxford, David Stuckler, e un medico epidemiologo dell’Università di Stanford, Sanjay Basu, alla stretta dei conti sarebbero imputabili, dal 2009 a oggi, oltre 10mila suicidi e un milione di casi di depressione. Ma non è tutto. A causa dello stop alle politiche preventive in Grecia, nel Paese ellenico, dal 2011 a oggi, le infezioni da HIV sono aumentate del 200% e per la prima volta dopo decenni è ricomparsa la malaria. Così, allo stesso modo, in Europa e Stati Uniti, l’aumento della disoccupazione unito al taglio alle campagne sociali ha visto l’abuso di droghe da parte dei giovani aumentare del 50%. Niente di strano, dice ora il team della ricerca, soprattutto considerando che, a causa della crisi, cinque milioni di americani hanno perso in questi ultimi anni l’assistenza sanitaria e oltre 10mila famiglie, nel Regno Unito, sono diventate ufficialmente senza fissa dimora.

Lo studio di Stuckler e Basu sta già tuttavia sollevando le prime critiche relative a un eccessivo “allarmismo”. L’agenzia di notizie Reuters ha dedicato un lungo speciale alla ricerca, che è arrivata anche sul tavolino del governo del Regno Unito guidato dal conservatore David Cameron. Fonti governative hanno cercato di minimizzarne la portata, ma da parte di Stuckler e Basu sono arrivate le conferme dei loro risultati. “Anche perché – ha detto Basu – quello che emerge è che un peggioramento della salute collettiva non è un’immediata conseguenza della crisi economica, ma spesso è il frutto di una precisa scelta politica da parte di chi ci governa”. Come a dire, a volte la crisi può anche far bene alla salute, ma se la crisi viene affrontata con l’austerity, le cose peggiorano. I due ricercatori, infatti, hanno citato un altro studio, pubblicato non molto tempo fa dall’Università di Madrid. A Cuba, dopo la fine dell’influenza sovietica e del relativo contributo economico che arrivava dalla Russia, la popolazione dimagrì e fu anche a rischio di denutrizione. Ebbene, ricordano Stuckler e Basu, l’Università di Madrid ha fatto notare come una diminuzione del peso, in media, di 5 chili a persona abbia portato a un abbattimento del diabete, delle malattie cardiache e coronariche. “A volte, quindi, essere poveri fa bene alla salute”, la conclusione dei due.
Eppure, nel caso attuale, la politica ci ha messo lo zampino. “Basti pensare a che cosa è avvenuto in Svezia. Le politiche sociali e di welfare di quel Paese, in seguito all’ultima recessione, hanno fatto diminuire drasticamente l’alto numero di suicidi. Cosa che invece non è avvenuta nei Paesi vicini che non hanno attuato le stesse politiche. Così, allo stesso modo, in Grecia si è visto che tagliare le spese di prevenzione non ha fatto altro che far aumentare in modo esponenziale l’incidenza dell’HIV, mentre la mancanza di denaro per serie disinfestazioni da insetti ha persino fatto tornare la malaria”. I soldi, insomma, quando sono pochi andrebbero investiti meglio, è il suggerimento dei due ricercatori, perché anche e soprattutto in periodi di crisi bisogna salvaguardare la salute collettiva. Infine, lo studio ha messo in luce anche come la depressione “generalizzata” abbia portato a un aumento di uso e abuso di alcool e sostanze stupefacenti. “Tutte condizioni che fanno abbassare la guardia e anche per questo, non solo in Grecia, si sta notando un aumento delle infezioni da HIV”.
dal Fatto quotidiano

mercoledì 24 aprile 2013

Austerità in Europa, l’inizio della fine?

di Anna Maria Merlo - sbilanciamoci -
Anche per il presidente della Commissione europea Barroso ora l’austerità ha “oltrepassato i limiti”. Molti paesi cancellano tagli e mantengono i deficit. Solo l’Italia fa la prima della classe?
PARIGI. Hannes Swoboda, capogruppo S&D all’europarlamento, si è congratulato con José Manuel Barroso, presidente della Commissione, “finalmente uscito da cinque anni di coma”, per aver riconosciuto che, “pur continuando a pensare che la politica di austerità sia fondamentalmente giusta, abbia oltrepassato i limiti” nella zona euro. “Per riuscire – ha aggiunto Barroso – non basta che una politica sia ben concepita: deve godere anche di un minimo di sostegno politico e sociale”.
L’Europa sta voltando le spalle all’austerità? Glielo ha chiesto persino l’Fmi. Ufficialmente, nulla cambia. Il Commissario Olli Rehn, reagendo la settimana scorsa alla tempesta causata dalla rivelazione della serie di errori contenuta nella Bibbia del rigore – lo studio di due economisti di Harvard che stabiliva che un paese che oltrepassa il 90% di debito rispetto al pil è destinato al declino – aveva affermato che non si cambia politica in base a delle critiche. Ma ammette: “il ritmo di aggiustamento di bilancio in Europa si è già rallentato dal 2012”.
Difatti, qualcosa si muove. La Spagna, secondo El Pais, avrebbe ottenuto due anni di tempo di più per rientrare nel 3% del debito, cioè fino al 2016. La Francia e il Portogallo hanno ottenuto un anno di più. Parigi aveva già fatto sapere di non poter rispettare quest’anno l’impegno di riportare al 3% il deficit pubblico, che dovrebbe essere al 3,7% (se non sfiorare il 4% a fine anno). In Portogallo la Corte costituzionale ha bocciato l’austerità ad oltranza. L’Olanda, finora uno dei pilastri del fronte del rigore guidato dalla Germania, sotto la pressione dei sindacati ha rinunciato al piano di austerità. Il governo di coalizione liberali-laburisti ha rinunciato a una riduzione immediata della spesa pubblica di 5 miliardi e ha ammesso che il paese non rispetterà l’impegno di ridurre il deficit pubblico al 3% nel 2014. I salari della funzione pubblica non saranno congelati, il progetto di rendere più facili i licenziamenti è stato rimesso nel cassetto, non verranno ridotti gli assegni di disoccupazione.
“Dopo cinque anni di crisi, José Manuel Barroso ha finalmente riconosciuto la realtà: l’austerità non è efficace né socialmente sopportabile”, ha commentato Swoboda. Bruxelles ha ben capito che anche la Bce ha ormai armi spuntate e che al massimo potrà ancora ridurre di poco i tassi di interesse, già molto bassi (0,75%). Gli ultimi dati europei sono estremamente preoccupanti: dopo un calo del pil dello 0,6% nel 2012, quest’anno ci sarà una recessione a meno 3% del pil complessivo. La disoccupazione salirà all’11%, la domanda langue dappertutto. L’effetto scontato delle politiche di austerità non c’è stato nella zona euro: il debito aumenta invece di diminuire. La maggior parte dei paesi affonda nei deficit e solo la Germania nel 2012 ha chiuso i conti pubblici con un attivo dello 0,3%. I paesi della periferia continuano ad avere un deficit elevato: 10,6% in Spagna, 10% in Grecia, 7,6% in Irlanda, 6,4% in Portogallo, 6,3% a Cipro. Ma anche il cuore della zona euro è in difficoltà: nel 2012 la Francia ha avuto un deficit del 4,8%. L’Italia in crisi fa invece la figura della prima della classe,: 3% di deficit, superata solo da Austria (2,5), Finlandia (1,9%), Lussemburgo e Estonia.
Il conto è stato presentato agli italiani in termini di disoccupazione, perdita di potere d’acquisto e recessione (meno 1% previsto nel 2013), e la risposta è stata il voto di sfida di febbraio. Troppa austerità porta la minaccia di deflazione, hanno messo in guardia vari istituti di ricerca (tra cui il francese Ofce). La zona euro ha migliorato i deficit a un ritmo forsennato, simile a quello imposto all’America latina, all’Asia e all’Africa alla fine del secolo scorso. Le riforme strutturali sono avviate dappertutto. E se questo era lo scopo – limitare i diritti del lavoro – è stato raggiunto alla grande. Adesso si possono allentare le briglie del rigore, per non soffocare il malato con le troppe medicine. Resta da convincere la Germania, che a pochi mesi dalle legislative non sembra per il momento disposta a permettere ai partner di cambiare rotta. Merkel è la nuova Tina (There is no alternative – il motto di Margaret Thatcher). Ma “nella vita ci sono sempre alternative” ha commentato il think tank Bruegel.

martedì 23 aprile 2013

I massacri sociali? E’ colpa di Excel

Di ilsimplicissimus

o.164949Austerità suona bene. E’ qualcosa di credibile e di spendile dai media, fa leva su candori sopiti, ricorda i nonni parsimoniosi delle nostre campagne, i sacrifici delle madri, i ritratti confusi di una mitica borghesia del rigore e tutto un maelstrom di confusi ricordi che mischia insieme detti popolari e Berlinguer, le mille lire di paghetta e il Prigioniero della quinta strada, i retti discorsi sul consumismo e la saggezza bottegaia. Certo elude la speranza, se ne fa un baffo dell’equità, non conosce l’idea di diritto, ma sa di buono, odora di lavanda. Tuttavia è un inganno, un tranello che riesce nel suo intento basandosi su un bias, un tunnel della mente di origine smithiana, ma che viene usato ormai da quarant’anni in maniera massiccia come una droga: quello di far credere che l’insieme della società funzioni con gli stessi criteri e modalità valide per i singoli.
Naturalmente non è così, l’insieme non funziona affatto come le singole entità che lo compongono. E come le diverse parti di una nave affonderebbero immediatamente da sole, mentre solo l’insieme è in grado di galleggiare e navigare, così uno stato non può funzionare come un privato o un’azienda, secondo la favola che ci sovrasta da più vent’anni. Perciò non è affatto una sorpresa scoprire che l’austerità applicati agli stati non funziona. Funziona così poco che le economie che hanno una sovranità monetaria stampano soldi come fossero quelli del monopoli, senza temere l’inflazione perché con una crisi epocale della domanda questo è proprio l’ultimo pensiero. Solo in Europa -dove esiste una moneta unica, ma tessuta su interessi molto divergenti – l’unica ricetta sembra essere l’impoverimento dettato dai Paesi forti ai più deboli.
Tuttavia sappiamo che non giocano solo interessi nazionali, ma anche ideologie e posizioni politiche: da un punto di vista, diciamo così, “scientifico” la teoria del risanamento del debito come motore e presupposto della crescita è stato abbondantemente sbugiardato, senza che però né i governi nazionali né la governance europea, né l’Fmi intendano recedere dai loro diktat. E’ ovvio che lo fanno per proteggere le banche e la finanza, sacrificando i popoli, ma la cosa che ha un suo spaventoso fascino è la schizofrenia con la quale è possibile asserire qualcosa e fare l’esatto opposto senza incontrare resistenze, di come insomma la conoscenza sia inutile e di come invece la menzogna vinca, se la prima viene solo citata e la seconda viene invece ribadita come in un campo di Pol Pot.
Per esempio alcuni mesi fa, alla fine dello scorso anno, il capo economista del fondo monetario internazionale, Olivier Balnchard ha detto esplicitamente che c’era stato un grave errore concettuale nella dottrina dell’austerità: si era calcolato che per ogni euro di taglio al bilancio, si sarebbe avuta una diminuzione del pil di soli 50 centesimi, cosa che avrebbe compensato vantaggi e svantaggi. In realtà si è visto che la diminuzione del Pil non è di 50 centesimi, ma di un euro e mezzo, tre volte maggiore: dunque tutti i calcoli e i diktat erano drammaticamente sbagliati. L’Fmiprende atto, pubblica, ma continua imperterrito nella sua politica.
Più di recente uno scandalo accademico ha coinvolto Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff due celebri economisti di Harvard che in un saggio del 2010 avevano posto le basi della dottrina del rigore, sposata in pieno dall’Europa. Un gruppo di economisti è andato a mettere il naso dentro le cifre e ha scoperto che la teoria secondo la quale se il rapporto debito/ Pil supera il 90% si entra in recessione non soltanto non corrisponde alla realtà, anzi la ribalta, ma è stata costruita a tavolino scegliendo i dati che potevano confermarla ed eliminando quelli che la contraddicevano. Ora di due celebri economisti hanno detto che è stato un errore nell’ utilizzo di Excel (il più noto foglio di calcolo) a creare il pasticcio. Certo sapere che questi guru dell’economia (i famosi competenti) costruiscono a tavolino le teorie che supportano tesi e visioni politiche senza nemmeno avere la patente del computer, non riempie i cuori di gioia. Ma voi pensate che da Bruxelles siano venuti segni di ripensamento? Pensate che qualche politico, tra un pianto e l’altro, si sia preso la briga di leggere la notizia e di desumerne qualche azione? Nemmeno per idea: il saggio era stato quello che loro volevano per poter avere una copertura scientifica che giustificasse il cieco sadismo sadismo o l’alibi per le cattive coscienze.
Parrebbe quasi che l’economia rappresenti dentro il capitalismo finanziario la coscienza infelice di Hegel: una lacerazione tra la mutevole consapevolezza della realtà e la trascendenza di principi, opzioni politiche e leggi ritagliate risibilmente dalla fisica, che si traduce, come nel rapporto che il filosofo tedesco vedeva tra la singola coscienza e Dio, in semplice, rozza devozione. Ma con vescovi, sacerdoti e chierici interessati solo alla questua.

sabato 20 aprile 2013

Austerità globale, 5,8 miliardi i colpiti

- sbilanciamoci -

L’austerità e i tagli alla spesa pubblica non colpiscono solo l’Europa, sono diventate la regola nella maggior parte dei paesi del mondo, toccano 5,8 miliardi di persone. I più colpiti sono sempre i più deboli
Nel dibattito degli ultimi mesi spesso sembra che le politiche di austerità siano prerogative dell'Unione europea. È vero che le istituzioni europee e la Troika (Commissione europea, Bce e Fmi) si sono contraddistinte per una visione a senso unico della crisi e soprattutto di come uscirne: diversi Paesi europei sono “indisciplinati”, hanno speso troppo per welfare stato sociale e devono ora rimettere a posto i propri conti pubblici, pena l'insindacabile condanna dei mercati finanziari.
È però altrettanto vero, per quanto meno noto, che la situazione non è certo limitata all'Europa. Di fatto molte delle misure più dure sono state approvate nei Paesi del Sud del mondo. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2013 ben 119 Paesi del mondo passeranno attraverso un qualche “aggiustamento” della loro spesa pubblica. Nel 2014 il numero di Paesi coinvolti dovrebbe salire a 131, e il trend dovrebbe continuare almeno fino al 2016.
È quanto emerge da uno studio appena pubblicato dall'Initiative for Policy Dialogue della Columbia University in collaborazione con il South Centre: “The Age of Austerity – A Review of Public Expenditures Adjustment Measures in 181 Countries” (l'era dell'austerità - uno studio delle politiche di aggiustamento della spesa pubblica in 181 Paesi).[1]
La ricerca esamina i dati dell’Fmi per 181 nazioni, mettendo a confronto quattro periodi: 2005-2007 (pre-crisi), 2008-2009 (prima fase della crisi ed espansione fiscale), 2010-2012 (seconda fase della crisi e contrazione fiscale), 2013-2015 (terza fase della crisi e intensificazione della contrazione fiscale). Sono inoltre stati esaminati 314 rapporti-Paese dello stesso Fmi (relativi a 174 Paesi) per identificare i principali aggiustamenti presi in considerazione sia nel Nord sia nel Sud del mondo.
L'austerità potrebbe riguardare circa l'80% della popolazione globale nel 2013, ovvero circa 5,8 miliardi di persone. Riguardo le misure adottate tra il 2010 e il 2013 le più diffuse sono l'eliminazione o la riduzione dei sussidi e degli aiuti, in particolare su agricoltura e cibo (in 100 Paesi); la riduzione dei salari, a partire da quelli nell'istruzione, la sanità e altri settori pubblici (98 Paesi); la diminuzione delle reti e delle misure di protezione sociale (80 Paesi); una riforma delle pensioni (86 Paesi); dei tagli alla sanità pubblica (37 Paesi); una maggiore flessibilità per i lavoratori (in 32 Paesi).
Come se queste misure non fossero sufficienti, lo studio ricorda come diversi governi ne abbiano adottate anche diverse altre, con pesanti ricadute, soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. È il caso di politiche fiscali regressive come l'aumento dell'Iva o di iniziative simili e che pesano in maniera sproporzionata sulle fasce più povere (questo è accaduto in 94 Paesi).
Nell'ultima parte della ricerca si mette in discussione tanto l'equità quanto la validità di tali decisioni, affrontando la questione da diversi punti di vista: la tempistica, lo scopo che si voleva perseguire, l'intensità delle misure adottate, la loro efficacia dal punto di vista macroeconomico rispetto al costo sociale. Il risultato è prevedibile. Le conseguenze sono state e rischiano di essere ancora di più nel prossimo futuro un aumento della disoccupazione, una maggiore povertà, un aumento delle disuguaglianze. I costi dell'aggiustamento sono scaricati sui settori più deboli, con meno tutele sul lavoro.
In poche parole, a fronte di una crisi causata da una finanza ipertrofica e fuori dal mondo, il costo della “ripresa” è pagato quasi interamente dai più poveri e meno tutelati. E al momento di “ripresa”, in particolare proprio per queste fasce della popolazione, nemmeno l'ombra.[2]

[1] Disponibile all'indirizzo: http://policydialogue.org/files/publications/Age_of_Austerity_Ortiz_and_Cummins.pdf
[2] Per maggiori informazioni: Social Justice Program dell'Initiative for Policy Dialogue alla Columbia University: http://policydialogue.org/programs/taskforces/global_social_justice/

venerdì 19 aprile 2013

Austerità globale, 5,8 miliardi i colpiti

- sbilanciamoci -

L’austerità e i tagli alla spesa pubblica non colpiscono solo l’Europa, sono diventate la regola nella maggior parte dei paesi del mondo, toccano 5,8 miliardi di persone. I più colpiti sono sempre i più deboli
Nel dibattito degli ultimi mesi spesso sembra che le politiche di austerità siano prerogative dell'Unione europea. È vero che le istituzioni europee e la Troika (Commissione europea, Bce e Fmi) si sono contraddistinte per una visione a senso unico della crisi e soprattutto di come uscirne: diversi Paesi europei sono “indisciplinati”, hanno speso troppo per welfare stato sociale e devono ora rimettere a posto i propri conti pubblici, pena l'insindacabile condanna dei mercati finanziari.
È però altrettanto vero, per quanto meno noto, che la situazione non è certo limitata all'Europa. Di fatto molte delle misure più dure sono state approvate nei Paesi del Sud del mondo. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2013 ben 119 Paesi del mondo passeranno attraverso un qualche “aggiustamento” della loro spesa pubblica. Nel 2014 il numero di Paesi coinvolti dovrebbe salire a 131, e il trend dovrebbe continuare almeno fino al 2016.
È quanto emerge da uno studio appena pubblicato dall'Initiative for Policy Dialogue della Columbia University in collaborazione con il South Centre: “The Age of Austerity – A Review of Public Expenditures Adjustment Measures in 181 Countries” (l'era dell'austerità - uno studio delle politiche di aggiustamento della spesa pubblica in 181 Paesi).[1]
La ricerca esamina i dati dell’Fmi per 181 nazioni, mettendo a confronto quattro periodi: 2005-2007 (pre-crisi), 2008-2009 (prima fase della crisi ed espansione fiscale), 2010-2012 (seconda fase della crisi e contrazione fiscale), 2013-2015 (terza fase della crisi e intensificazione della contrazione fiscale). Sono inoltre stati esaminati 314 rapporti-Paese dello stesso Fmi (relativi a 174 Paesi) per identificare i principali aggiustamenti presi in considerazione sia nel Nord sia nel Sud del mondo.
L'austerità potrebbe riguardare circa l'80% della popolazione globale nel 2013, ovvero circa 5,8 miliardi di persone. Riguardo le misure adottate tra il 2010 e il 2013 le più diffuse sono l'eliminazione o la riduzione dei sussidi e degli aiuti, in particolare su agricoltura e cibo (in 100 Paesi); la riduzione dei salari, a partire da quelli nell'istruzione, la sanità e altri settori pubblici (98 Paesi); la diminuzione delle reti e delle misure di protezione sociale (80 Paesi); una riforma delle pensioni (86 Paesi); dei tagli alla sanità pubblica (37 Paesi); una maggiore flessibilità per i lavoratori (in 32 Paesi).
Come se queste misure non fossero sufficienti, lo studio ricorda come diversi governi ne abbiano adottate anche diverse altre, con pesanti ricadute, soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. È il caso di politiche fiscali regressive come l'aumento dell'Iva o di iniziative simili e che pesano in maniera sproporzionata sulle fasce più povere (questo è accaduto in 94 Paesi).
Nell'ultima parte della ricerca si mette in discussione tanto l'equità quanto la validità di tali decisioni, affrontando la questione da diversi punti di vista: la tempistica, lo scopo che si voleva perseguire, l'intensità delle misure adottate, la loro efficacia dal punto di vista macroeconomico rispetto al costo sociale. Il risultato è prevedibile. Le conseguenze sono state e rischiano di essere ancora di più nel prossimo futuro un aumento della disoccupazione, una maggiore povertà, un aumento delle disuguaglianze. I costi dell'aggiustamento sono scaricati sui settori più deboli, con meno tutele sul lavoro.
In poche parole, a fronte di una crisi causata da una finanza ipertrofica e fuori dal mondo, il costo della “ripresa” è pagato quasi interamente dai più poveri e meno tutelati. E al momento di “ripresa”, in particolare proprio per queste fasce della popolazione, nemmeno l'ombra.[2]

[1] Disponibile all'indirizzo: http://policydialogue.org/files/publications/Age_of_Austerity_Ortiz_and_Cummins.pdf
[2] Per maggiori informazioni: Social Justice Program dell'Initiative for Policy Dialogue alla Columbia University: http://policydialogue.org/programs/taskforces/global_social_justice/

L’Ofce di Parigi: l’austerità è sbagliata

- sbilanciamoci -

La zona euro non uscirà dalla crisi quest’anno e neppure il prossimo. Le previsioni pessimistiche sono dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche (Ofce) e fanno seguito a un analogo pessimismo dell’Fmi
PARIGI. Dalla Grande Recessione alla Deflazione. Nel giorno in cui la Francia ha trasmesso a Bruxelles le previsioni economiche e le misure del cosiddetto consolidamento di bilancio (cioè gli sforzi di bilancio per rientrare nei parametri di Maastricht), l’Ofce www.ofce.fr mette in guardia contro la persistenza sulla strada del rigore per la zona euro. “I paesi sviluppati rimarranno impantanati nel circolo vizioso di un aumento della disoccupazione, di una recessione che si prolunga e di dubbi crescenti sulla sostenibilità delle finanze pubbliche”. L’Fmi ha espresso già da mesi dubbi sulla possibilità di applicare la scelta del rigore ad ogni costo, ma la Commissione europea non cambia posizione.
“Il proseguimento di questa strategia di bilancio – dice l’Ofce – porta in sé il germe della deflazione salariale nei paesi più colpiti dalla disoccupazione”. Gli aggiustamenti messi in atto nella zona euro negli ultimi anni sono i più alti mai realizzati al mondo: l’esempio limite è la Spagna, che dal 2011 ha perso 8 punti di Pil e che con 6 milioni di disoccupati è ormai vicina alla rottura sociale. Quest’anno, nella zona euro il Pil cederà lo 0,4% mentre nel 2014 dovrebbe esserci una crescita minima dello 0,9%, “insufficiente per permettere un calo della disoccupazione”.
Per l’Ofce, se la zona euro non cambia politica, cioè non allunga i tempi per rientrare nei parametri aspettando che i moltiplicatori – oggi alti nella maggioranza dei paesi, Germania esclusa – tornino alla normalità, ci sarà “una pressione deflazionista”, sul modello di quello che succede già ora in Grecia e in Spagna: per guadagnare produttività, i paesi in crisi saranno costretti ad abbassare i salari e di conseguenza anche gli stati non in deflazione saranno spinti sulla stessa strada. In altri termini, la deflazione rischia di contagiare tutti i paesi della zona euro. Con il risultato, che a prima vista può sembrare paradossale, di far aumentare il debito, la cui diminuzione era invece all’origine delle politiche di rigore.
“I debiti, che si cerca di diminuire dall’inizio della crisi, si apprezzeranno in termini reali – spiega Xavier Timbeau dell’Ofce – la deflazione attraverso il debito diventerà il nuovo vettore della trappola della crisi”. Per l’Ofce, in altri termini, la crisi attuale, più che essere originata dal debito è accentuata dalla politiche di restrizione dei bilanci. Se in Francia non ci fosse l’austerità – negata dal primo ministro, Jean-Marc Ayrault e dal ministro delle finanze Pierre Moscovici – il potenziale di crescita sarebbe del 2,6%. Ma la produzione industriale è in calo per mancanza di domanda e, peggio ancora – mette in guardia l’Ofce – se queste politiche continuano sarà la capacità produttiva a venire distrutta, come è già successo in alcuni paesi della periferia della zona euro. Allora il paese entrerebbe in un tunnel drammatico. Dopo una stretta di 36 miliardi quest’anno, la Francia proseguirà nel 2014 con un altro aggiustamento di 20 miliardi, per far accettare da Bruxelles l’aver rimandato al prossimo anno il rientro sotto il 3% (2,9%) del deficit pubblico, quest’anno del 3,7% per il governo (o 3,9% secondo l’Fmi, che per il 2014 prevede comunque uno sfondamento intorno al 3,4-3,5%).
Nel giorno del funerale di Margaret Thatcher, siamo ancora ancorati a Tina: “There is no alternative”? Dire che non si può fare altrimenti, che il consolidamento è la sola alternativa, “fa dimenticare i rischi che vengono presi oggi – analizza Timbeau – la deflazione, il persistere della disoccupazione di massa, la disgregazione dello stato sociale, il discredito sulla politica, la diminuzione del consenso all’imposizione fiscale portano in sé delle sorde minacce le cui conseguenze possiamo solo intravvedere”. Ma “un’alternativa esiste – conclude l’economista – passa per la mutualizzazione dei debiti pubblici della zona euro; richiede un salto verso un trasferimento di sovranità, chiede di completare il progetto europeo”.

giovedì 18 aprile 2013

6 miliardi di persone, la crisi ora è di rigore

6 miliardi di persone, la crisi ora è di rigore

Pubblicato il 17 apr 2013

di Andrea Baranes -
Spesso sembra che le politiche di austerità siano prerogative dell’Unione Europea. È vero che Bruxelles e la Troika (Commissione, Bce e Fmi) si sono contraddistinte per una visione a senso unico della crisi e soprattutto di come uscirne: diversi Paesi europei sono “indisciplinati”, hanno speso troppo per lo stato sociale e devono ora rimettere a posto i propri conti pubblici, pena la condanna dei mercati. È però altrettanto vero che la situazione non è certo limitata all’Europa.
Di fatto molte delle misure più dure sono state approvate nei Paesi del Sud del mondo. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale nel 2013 ben 119 paesi del mondo passeranno attraverso un qualche «aggiustamento» della propria spesa pubblica. Nel 2014 il numero di stati coinvolti dovrebbe salire a 131 e il trend dovrebbe continuare almeno fino al 2016. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato dall’Initiative for Policy Dialogue della Columbia University in collaborazione con il South Centre: The Age of Austerity – A Review of Public Expenditures Adjustment Measures in 181 Countries (L’era dell’austerità – studio delle politiche di aggiustamento della spesa pubblica in 181 paesi).
La ricerca esamina i dati del Fmi per 181 nazioni, mettendo a confronto quattro periodi: 2005-2007 (pre-crisi), 2008-2009 (prima fase della crisi ed espansione fiscale), 2010-2012 (seconda fase della crisi e contrazione fiscale), 2013-2015 (terza fase della crisi e intensificazione della contrazione fiscale). Sono inoltre stati esaminati 314 rapporti-paese dello stesso Fmi (relativi a 174 paesi) per identificare i principali aggiustamenti presi in considerazione sia nel Nord che nel Sud del mondo.
Ebbene quest’anno l’austerità potrebbe riguardare circa l’80% della popolazione globale, ovvero circa 5,8 miliardi di persone. Riguardo le misure adottate tra il 2010 e il 2013 le più diffuse sono l’eliminazione o la riduzione dei sussidi e degli aiuti, in particolare su agricoltura e cibo (in 100 paesi); la riduzione dei salari, a partire da quelli nell’istruzione, la sanità e altri settori pubblici (98 paesi); la diminuzione delle reti e delle misure di protezione sociale (80 paesi); una riforma delle pensioni (86 paesi); tagli alla sanità pubblica (37 paesi); più flessibilità per i lavoratori (in 32 paesi). Come se queste misure non fossero sufficienti, lo studio ricorda come diversi governi ne abbiano adottate anche altre, con pesanti ricadute, soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. È il caso di politiche fiscali regressive come l’aumento dell’Iva o simili che pesano in maniera sproporzionata sulle fasce più povere (questo è accaduto in 94 paesi). Nell’ultima parte della ricerca si mette in discussione tanto l’equità quanto la validità di tali decisioni, affrontando la questione da diversi punti di vista: la tempistica, lo scopo che si voleva perseguire, l’intensità delle misure adottate, la loro efficacia dal punto di vista macroeconomico rispetto al costo sociale.
Il risultato è prevedibile. Le conseguenze sono gravi e rischiano di esserlo ancora di più nel prossimo futuro: aumento della disoccupazione, maggiore povertà, aumento delle disuguaglianze. I costi dell’aggiustamento sono scaricati sui settori più deboli e con meno tutele sul lavoro. In poche parole, a fronte di una crisi causata da una finanza ipertrofica e fuori dalla realtà, il costo della «ripresa» è pagato quasi interamente dai più poveri (e ad oggi di «ripresa», in particolare per queste fasce della popolazione, nemmeno l’ombra). Ricordiamo che pochi mesi fa il capo economista del Fmi aveva fatto un clamoroso mea-culpa, ammettendo che le politiche di austerità non solo hanno un costo sociale elevatissimo, ma spesso portano a un peggioramento del rapporto debito/ Pil, ovvero sono controproducenti anche dal punto di vista macroeconomico e dei conti pubblici che si pretende di risanare. Inutili, nocive, sbagliate, e imposte nel mondo intero. È questa l’«efficienza» dei mercati globali.
Pochi sanno che nei 15 paesi più ricchi dell’Ue i tassi di povertà sono paragonabili a quelli dei paesi in via di sviluppo. Senza l’intervento pubblico più del 40% della popolazione sarebbe da considerare «povera». È solo grazie al welfare e a un fisco progressivo che il tasso di povertà medio è “solo” del 15%. E dal 2011, con l’austerity, la povertà cresce: +5% in Austria, +4,7% in Belgio, +8,5% in Francia, +8,6% in Grecia, +6,5% in Italia, +11,7% in Spagna e +5,2% in Svezia.
Il Manifesto – 17.04.13

lunedì 15 aprile 2013

Ricominciare dopo il collasso

di Guido Viale - fonte -

E’ da tempo che diversi economisti non asserviti al sistema sostengono che le politiche di austerità adottate prima dal governo Berlusconi e poi da Monti avrebbero sortito gli stessi effetti di quelle imposte dalla cosiddetta Trojka alla Grecia. Ed è da più di un anno che Monti si vanta invece di aver evitato al nostro paese lo stesso destino grazie alle misure del suo governo, che però sono in gran parte le stesse imposte alla Grecia. Chi ha ragione?
La disoccupazione, la cassa integrazione e il precariato in continua crescita, i redditi da lavoro e i consumi in continua contrazione, le aziende che chiudono una dopo l’altra, il loro know-how che si disperde o emigra all’estero, i loro mercati che si dileguano, i principali gruppi industriali in disarmo, il welfare che si contrae sia a livello statale che municipale, la miseria che avanza, la scuola che avvizzisce, la ricerca che emigra, l’ambiente che si degrada, la burocrazia che si avvita su se stessa, l’ingorgo legislativo, la politica in stallo rendono evidente che l’Italia ha ormai toccato un punto di non ritorno.
Forse che, se domani venissero varate misure economiche di sostegno, come quelle invocate dagli economisti non di regime una spesa pubblica più espansiva, un credito più abbondante, un ribasso dei tassi, un nuovo programma di lavori pubblici, un sostegno alla ricerca (tutte cose peraltro incompatibili con gli accordi imposti da Ue e Bce e sottoscritti dal governo Monti e da tutti i partiti che l’hanno sostenuto), allora la macchina produttiva riprenderebbe a funzionare come prima?
Cioè, le fabbriche e i cantieri chiusi riaprirebbero, gli operai licenziati tornerebbero in azienda, i precari verrebbero stabilizzati, i disoccupati assunti, la scuola ricomincerebbe a funzionare, l’ambiente si risanerebbe, la burocrazia si sbloccherebbe e la politica rinsavirebbe? No, quello che si è dissolto è perso per sempre.
Per capire le dimensioni del disastro basta pensare a questo: il 38 per cento di giovani disoccupati (per non parlare dei precari e degli scoraggiati) troverà lavoro tra qualche anno? No. Allora, e già in parte ora, saranno un 38 per cento di disoccupati adulti (e magari, per questo, anche senza casa e famiglia); e tra qualche anno ancora, non il 38 per cento, ma molto di più, di anziani senza lavoro, senza pensione e in miseria assoluta. Un intero sistema economico, e con esso un intero modello produttivo, è giunto al collasso, e in parte vi è stato portato dalle sue classi dirigenti. Sia quella politica che quelle del mondo finanziario e imprenditoriale, che della classe politica sono state i padrini e i padroni; per non parlare della classe accademica…

venerdì 12 aprile 2013

Joseph Stiglitz

Più Europa o meno euro: l’Italia non può restare a metà del guado


sabato 30 marzo 2013

Se la Troika ascoltasse la Troika

 

- fonte -
Le analisi di Fmi e Bce confermano che la crisi non è legata a eccessi di spesa pubblica e welfare. Perché le ricette di politica economica continuano ad andare nella direzione opposta?
L'Europa si divide in due. Da un lato i Paesi del Sud. Le cicale. Fannulloni e pigri, non lavorano e hanno una bassa produttività, spendono troppo per welfare e stato sociale. Sono loro i responsabili della crisi e ora devono stringere la cinghia e accettare giusti e inevitabili sacrifici. Dall'altra i Paesi dell'Europa del Nord, riuniti attorno alla Germania. Le formiche. Seri, lavoratori, rispettano i parametri europei e sono un esempio di virtù.
Una conferma arriva lo scorso 14 marzo, quando il presidente della Bce Mario Draghi presenta alcuni dati ai capi di Stato e di governo della zona euro [1]. Tra il 2000 e il 2012, nei Paesi dell'Europa del Nord, grosso modo produttività e salari crescono di pari passo. Uno sviluppo armonioso dell'insieme della società. Ben diversa è la situazione dell'Europa del Sud: i salari crescono molto più rapidamente della produttività, frenando la crescita e mettendo in crisi le nazioni periferiche e l'intera Europa.
Il problema di questo ragionamento è in una piccolissima svista, segnalata sul Guardian nei giorni scorsi.[2] Nei grafici presentati dalla Bce, la produttività viene espressa in termini reali, mentre i salari sono indicati in termini nominali. In altre parole, la prima serie di dati tiene conto dell'inflazione, la seconda no. Sarebbe come dire che 50 anni fa il pane costava 1 lira al kg e gli stipendi erano di 500 lire. Oggi gli stipendi sono di 1.000 euro, quindi si può comprare molto più pane. “Dimenticandosi” di segnalare che il pane nel 2013 non costa 1 lira al kg.
Se si prendono dati omogenei, le cose cambiano. Parecchio. Anche considerando un'inflazione al'1,9% annuo (obiettivo fissato dalle stesse istituzioni europee), tra il 2000 e il 2012 occorre tenere conto di un fattore correttivo intorno al 28%. Tenuto conto che l'inflazione, in particolare nei Paesi del Sud Europa, è stata in media molto superiore, la correzione da apportare è ancora maggiore. Se consideriamo produttività e salari o entrambi al netto dell'inflazione o entrambi con l'effetto dell'inflazione, scopriamo che in molti Paesi del Sud salari e produttività vanno di pari passo, mentre è in quelli del Nord, Germania in testa, che la forbice si allarga sempre di più, ma a discapito delle retribuzioni dei lavoratori.
In altre parole, non c'è nessun eccesso di Stato sociale, nessun diritto dei lavoratori da rimettere in discussione, nessun sacrificio da chiedere a chi ha già pagato un caro prezzo per una crisi nella quale non ha alcuna responsabilità. E' dall'altra parte, nel Nord Europa, che alcune nazioni hanno sistematicamente violato gli impegni europei, hanno intrapreso una aggressiva politica di svalutazione salariale, e hanno improntato i rapporti nell'UE a una competizione sfrenata sulla pelle dei lavoratori, in barba ai proclami di collaborazione e alla stessa idea di “unione” europea.
Con questi dati, corretti della piccola “svista” sull'inflazione, la Bce di fatto conferma quali siano le responsabilità della crisi. Come, prima di tutto, i mostruosi debiti creati dalla finanza speculativa siano stati trasferiti agli Stati, poi da questi ai cittadini. Oggi non c'è nessun altro su cui scaricarli. Siamo rimasti con il cerino in mano e dobbiamo pagare il conto. Ed è un conto estremamente salato proprio in termini di tagli al welfare e allo Stato sociale, disoccupazione, precarietà e rimessa in discussione di diritti dati per acquisiti. Ma per non farci protestare troppo ci sentiamo ripetere quotidianamente che è pure colpa nostra. E che dobbiamo stringere la cinghia per “restituire fiducia ai mercati”.
Ricordiamo che l'Fmi, nei suoi ultimi studi, riconosce che le politiche di austerità in una fase di recessione non fanno altro che aggravare i problemi. Diminuisce la spesa pubblica, quindi il Pil, e molto spesso questo calo non è compensato da una analoga diminuzione del debito pubblico. Il risultato, oltre a una devastazione sociale, è un peggioramento proprio di quel rapporto debito/Pil che si pretende di diminuire.[3]
Da un lato, quindi, la Troika continua a imporre piani di austerità e sacrifici a mezza Europa. Dall'altro, la stessa Troika ci mostra, dati alla mano, che le cause sono altre e che comunque le soluzioni sono inutili e nocive. L'unica speranza è che i burocrati europei, se non alle molteplici analisi che provengono da un numero sempre crescente di economisti, comincino a dare retta almeno a loro stessi.

[1] Mario Draghi - “Euro Area Economic Situation and the Foundation For Growth” - Studio presentato all'euro summit il 14 marzo 2013
[2] Andrew Watt - “Is Europe's central bank misleading us over who's to blame for eurozone crisis?” - The Guardian, 27 marzo 2013.
[3] Sbilanciamoci.info - “Austerità, Blanchard fa autocritica” www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Austerita-Blanchard-fa-l-autocritica-16308

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