Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 20 maggio 2013

Contro l'austerity. Sovvertire il presente

di Guido Viale - sinistrainrete - edduburg -

«Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario». Ma è sufficiente una democrazia ridotta alla sola dimensione orizzontale?

Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni '80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza. 2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall'abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l'ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l'abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L'imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l'«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall'alta finanza sotto «l'incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione.
Questa progressiva espropriazione del Parlamento e degli elettori serve a creare un interlocutore unico che risponda direttamente ai cosiddetti «mercati» (cioè alla finanza, che è la forma attuale del dominio del capitale a livello globale), annullando sia i poteri dei governi nazionali e soprattutto dei comuni, dai quali dipende la gestione della vita quotidiana e della convivenza civile di ogni comunità, sia la prospettiva di cambiare la propria condizione con il conflitto.

Questa deriva, che riguarda tutta l'Europa, non porta a una ripresa (ormai prevista da ben cinque anni, per essere ogni volta rimandata all'anno prossimo); bensì al disastro della Grecia, che ormai incombe anche su Spagna, Portogallo, Cipro e Slovenia; ma già investe in pieno anche Italia, Francia e l'Olanda; e presto persino la Germania: il cui governo fa da scudo agli interessi dell'alta finanza solo per non scoprire la situazione disastrosa delle sue banche, che ne sono parte integrante.

Ma la resa dei conti si avvicina: un disastro planetario: nemmeno le economie di Cina, India e Giappone vanno più molto bene, mentre la catastrofe ambientale incombe su tutti. In Italia l'occupazione crolla; la disoccupazione dei giovani è al 40 per cento (e gli altri sono precari o hanno rinunciato a cercare un lavoro; ma questi giovani presto saranno adulti, e poi anziani, senza alcuna speranza di un lavoro, di un reddito stabile, di una casa, di una famiglia, della possibilità di mantenere dei figli, di una pensione); scuola, università e ricerca affondano; migliaia di aziende chiudono e non riapriranno più; e non ne nascono di nuove; e con esse spariscono mercati di sbocco, know-how, competenze, abitudine alla collaborazione, coesione sociale, solidarietà. Perciò anche il Governo Letta nasce già vacillante e quel processo di accentramento rischia produrre regimi ancora più duri, magari sotto la di facciata di un antieuropeismo demagogico e populista, solo per nascondere una subordinazione anche più stretta alla finanza.

Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario. Ripudiare quei vincoli richiede un programma di respiro generale che unisce a livello europeo; che può e deve contare su tutte le rivolte e le mobilitazioni contro i vincoli del debito che da tempo si moltiplicano in un numero crescente di paesi, o che prima o poi esploderanno.

giovedì 13 dicembre 2012

Il secondo default della Grecia

Fonte: il manifesto | Autore: Guido Viale - controlacrisi -   
Concentrata sulle dimissioni di Monti e sulla ridiscesa in camposanto (ovviamente in senso metaforico) di Berlusconi, la stampa nazionale ha dato poco rilievo a una notizia che invece ne meritava assai di più. Per la seconda volta nel giro di un anno o poco più lo Stato greco è fallito: cioè ha ristrutturato il suo debito con una manovra che altrove si chiama default, e che consiste nella decisione di rimborsare solo in minima parte un debito in scadenza; una specie di "concordato preventivo". Tutto su indicazione della Troika (Bce, Fmi e Commissione europea), del Governo tedesco e di tutti gli altri Stati che in questi tre anni hanno imposto alla Grecia, alla sua economia e alla sua popolazione, di andare i malora.

Se quella ristrutturazione fosse stata fatta tre anni fa, allo stesso costo, l'economia greca sarebbe ancora in piedi e l'euro e l'Unione europea non ne avrebbero subito i contraccolpi che hanno spinto l'intero continente (Germania compresa: anche lì la crisi è alle porte) verso il cosiddetto double dip : cioè una ricaduta nella crisi molto peggiore della prima. Ma chi sono i responsabili di questa situazione? Sapientoni come Trichet, Draghi e Monti che vivono solo di spread e denaro e non sanno niente del sangue che scorre nelle vene e nei corpi della gente che governano; o, meglio, che amministrano. Nessuno di loro aveva previsto la crisi: né la prima né la seconda. E Monti, dopo il primo memorandum della Troika che aveva messo la Grecia alle corde, sosteneva che quel paese aveva finalmente imboccato la strada della ripresa. Così, diventato Presidente del Consiglio, ha lavorato e ancora lavora per fare imboccare all'Italia la stessa strada; sostenendo, naturalmente, che sta salvando il paese. Ma è molto interessante il meccanismo di questo secondo default della Grecia. Il governo greco ha ricomprato una grande quantità di propri titoli di debito (ormai considerati carta straccia) pagandoli meno di un terzo del loro valore di emissione. Per farlo ha utilizzato fondi concessi dall'Esfs (il cosiddetto "fondo salvastati") che a sua volta li ha avuti in prestito dalla Bce. Questi fondi sono garantiti da tutti gli Stati dell'eurozona, i cui debiti pubblici sono così aumentati in misura proporzionale ai rispettivi Pil. E fin qui, niente di male: solidarietà, si potrebbe dire. Ma a chi sono finiti i fondi con cui il governo greco ha ricomprato quei titoli? In parte alle banche greche, sull'orlo del fallimento per le operazioni speculative che hanno messo in atto negli anni passati.

Per questo il Governo greco si appresta a sostenerle con un'altra tranche di un nuovo prestito concesso dalla Troika, utilizzando anche in questo caso fondi dell'Esfs. Con questa operazione, da un lato le banche ci perdono, perché rivendono a 10 quello che avevano comprato a 30 (ma che in realtà non valeva più niente). Dall'altro vengono ricompensate con denaro fresco, che non saranno mai più in grado di restituire (pronte, magari, a utilizzarlo in nuove operazioni speculative). Ma in parte a rivendere al governo greco quei titoli sono stati degli hedge fund (fondi speculativi) che li hanno comprati da chi ancora li deteneva per niente, o quasi, sicuri di poterli rivendere a un prezzo molto più alto, anche se inferiore al loro valore nominale, una volta che la Troika avesse imposto al Governo greco di ricomprarli. Si tratta di quegli stessi hedge fund che con le loro manovre governano come vogliono i cosiddetti "mercati", per lo più con operazioni "allo scoperto": cioè vendendo titoli che non hanno ancora o comprandoli senza avere il denaro per pagarli, giocando sulle oscillazioni degli spread che essi stessi provocano con queste operazioni. In sostanza il circuito è questo: il governo Monti, e prima di lui quello Berlusconi, mettono alla fame pensionati, lavoratori, studenti e disoccupati per ridurre la spesa pubblica e pagare gli interessi sul debito.

La Bce da un lato finanzia a costo zero le banche che comprano quel debito, ricavandone lauti interessi; dall'altro finanzia, sempre a costo zero, l'Esfs, il quale finanzia il governo greco, il quale ricompra i propri titoli a un prezzo che fa guadagnare somme astronomiche agli speculatori che li hanno acquistati a pochi euro. Per la proprietà transitiva della finanza, quello che Monti - e il Monti che verrà dopo di lui, e il Berlusconi che è venuto prima di lui - sottrae a lavoratori, disoccupati e pensionati finisce, dopo un giro tortuoso, nelle tasche degli speculatori che lo usano per mettere alle corde il paese. Si tratta di un meccanismo ben collaudato. L'Argentina, che ha appena varato una legge che vieta qualsiasi forma di speculazione, cioè di impiego di danaro che non sia il finanziamento di imprese produttive o di famiglie, è di nuovo sull'orlo del default , nonostante che la sua economia abbia ripreso a "girare", anche grazie alla rivolta popolare contro le politiche recessive adottate in passato. Perché? Perché è stata messa in mora - e rischia il sequestro di fondi e beni delle sue imprese, per esempio conti correnti per finanziare il normale commercio internazionale, o navi e aerei, con il loro carico, che sbarchino o atterrino all'estero da un tribunale degli Stati Uniti. Questo ha dato ragione a una serie di hedge fund che hanno rivendicato, e intendono ottenere, il pagamento integrale, al loro valore originario più gli interessi, dei titoli del debito argentino (i cosiddetti Tango bond) in loro possesso: titoli che hanno ricomprato a costo quasi zero da risparmiatori che non avevano accettato, perdendo così l'intero valore del loro investimento, una transazione proposta anni fa dal governo dell'Argentina.

Se ne ricava che senza una ristrutturazione del nostro debito pubblico, fatta prima che questa ci venga imposta, come alla Grecia, solo come misura per salvare banche in crisi e ingrassare speculatori d'assalto, l'Italia non potrà adottare autonomamente alcuna vera politica: né economica, né industriale, né sociale, né culturale e nemmeno civile (saremo sempre ostaggio anche del Vaticano, che di finanza, alta e bassa, se ne intende parecchio). E meno che mai si potrà promuovere un programma di conversione ecologica, necessario per ristabilire nel mondo giustizia sociale e sostenibilità ambientale. È questa la discriminante fondamentale tra chi si è aggregato al carro del centrosinistra, che è anche quello di Monti, e chi capisce che un mondo diverso può nascere solo da una netta contrapposizione di tutti i paesi dell'Europa mediterranea alle norme e ai vincoli con cui la finanza internazionale ha imbrigliato e sta condannando a morte l'economia e la convivenza civile di un intero continente.

venerdì 30 novembre 2012

Euro, da sogno a incubo

 
Guido Viale - ilmanifesto -
I veri europeisti sono coloro che sostengono che non si può procedere verso un'Europa dei popoli se non si ha innanzitutto il coraggio, e poi la forza, di imporre una revisione radicale di tutto l'assetto finanziario su cui si è retta finora la sua costruzione. Ma bisogna che le forze sociali che lo vogliono veramente si uniscano in un movimento comune
L'euro sta portando a fondo l'Unione Europea e con essa il sogno federalista dei suoi ispiratori e il progetto politico dei suoi fondatori. Come mezzo di pagamento, moneta in tasca o sui conti correnti di ciascuno di noi, l'euro è stata una grande novità positiva per centinaia di milioni di cittadini europei, a cui ha dato finalmente la percezione materiale di una abolizione dei confini nel continente; la possibilità di pagare i propri acquisti all'estero - anche al di fuori dei confini dell'eurozona, e in diversi continenti - senza dover fare complicati calcoli mentali per capire quanto gli stessero costando effettivamente; e, per noi italiani, anche la prova evidente che con i salari e le pensioni tra le più basse d'Europa molti prezzi - bar, ristoranti, alberghi, farmaci, teatri, ecc. - sono i più alti del continente. Ma come mezzo di accumulo di valore, che è la radice e la ragion d'essere della finanza, l'euro ha enormemente favorito il meccanismo di universale indebitamento - di famiglie, di imprese, di banche, di Stati - su cui da almeno due decenni (e in molti casi da molto più tempo) si regge l'intero sistema economico mondiale, mettendo nelle mani di un ristretto numero di «operatori» dell'alta finanza la vita e il lavoro di miliardi di esseri umani.
Queste due funzioni della moneta sono difficilmente scindibili, anche se alcune ipotesi su come allentare la stretta dell'una sull'altra sono state fatte e andrebbero urgentemente riprese in considerazione. Ma negli scorsi decenni tutto quello che era possibile fare per renderle invece inestricabilmente connesse è stato fatto: a partire dall'azzeramento della separazione tra banche commerciali, che trattano soprattutto mezzi di scambio, e banche di investimento, il cui scopo è promuovere l'accumulazione del capitale; e dalla «libera circolazione dei capitali»: molto più libera di quella delle merci e soprattutto di quella delle persone, spesso costrette a salire su barconi fatiscenti o a traversare deserti nel cassone di un camion per spostarsi da un paese che non li vuole a uno che li vuole ancor meno, invece di viaggiare con semplici impulsi elettroni verso paesi sempre pronti ad accoglierli a braccia aperte.
Le conseguenze di quelle due misure di «liberalizzazione» sono davanti agli occhi di tutti: una generale situazione di insolvenza che ha coinvolto e coinvolge famiglie, imprese, banche e Stati, e che viene rimpallata dagli uni agli altri nel vano tentativo di procrastinare una generale resa dei conti. Prendete il caso della Grecia, dove i debiti di banche e governo sono stati e continuano a venir scaricati sulla popolazione, nel tentativo - fallito - di farne uscire indenni prima le banche straniere - soprattutto tedesche e francesi - che li avevano finanziati; e poi la Bce (Banca centrale europea), e il Fmi (Fondo monetario internazionale), che li hanno rifinanziati; e poi gli altri Stati dell'eurozona, che hanno finanziato o garantito i finanziamenti della Bce e quello dei nuovi marchingegni, come l'Efsf (il cosiddetto Fondo salvastati), con cui si sta cercato di rimandare la resa dei conti: con una catena di rimandi che, come ha rilevato Alessandro Penati su Repubblica del 24.11, non è che un gigantesco «schema Ponzi», ovvero una «catena di Sant'Antonio». A questo si è ridotta infatti la politica finanziaria della Bce.
Ma è almeno due anni che qualsiasi persona di buon senso e molti commentatori di questo giornale ripetono che la situazione finanziaria della Grecia è insostenibile e che il suo fallimento (default) è già iscritto nei fatti. Viene da chiedersi come mai un inossidabile liberista come Penati se ne sia accorto, o ne dia riscontro, solo ora. Ma il peggio deve ancora venire e quello che Penati non dice è che cosa succederà, all'euro e a tutta l'Unione Europea, quando il default della Grecia dovrà essere sancito. Ma forse a quel momento non si arriverà mai, perché a ritrovarsi ridotti nella condizione della Grecia, e prima ancora del suo fallimento ufficiale, saranno altri Paesi dell'eurozona, e ben più «importanti»: per esempio la Spagna o l'Italia. Penati non spiega infatti è come sia possibile che l'economia italiana o spagnola - e molte altre - possano evitare di avvitarsi sempre più su se stesse, esattamente come la Grecia, quando, oltre al pareggio di bilancio, dovranno fare fronte anche al cappio del fiscal compact: cioè rastrellare con le tasse e l'assalto alla spesa sociale altri 50 (Italia) o 30-40 (Spagna) miliardi all'anno per ripagare la loro quota di debito, oltre al peso degli interesse, che per l'Italia ammonteranno ad oltre 100 miliardi all'anno; mentre già le banche di entrambi i paesi (ma presto anche quelle francesi e probabilmente anche tedesche) sono in affanno per fare fronte agli impegni di ricapitalizzazione imposti dall'accordo Basilea 3. Una ristrutturazione o un consolidamento dei debiti dei principali paesi europei appare sempre più inevitabile; ma nessuno ne vuol sentir parlare. Perché?

martedì 21 agosto 2012

L’aut aut che Monti non vede

il manifesto | Autore: Guido Viale
«It’s the economy, stupid»: era stato questo lo slogan vincente di Bill Clinton nella campagna contro George Bush (senior) vent’anni fa. Forse oggi è il caso di riprendere quelle stesse parole contro il ragionier Monti, economista di fama mondiale, che non riesce a spiegarsi come mai, avendo «messo i conti in ordine», lo spread italiano continui a essere il triplo di quello di altri paesi quasi altrettanto indebitati e senza quell’avanzo primario (la differenza tra entrate e spese dello Stato destinata al pagamento degli interessi) che nessun altro in Europa può vantare.
Le borse non sono cieche: spread alto ed economia a pezzi vanno insieme Il fatto è che con le sue misure «salvaitalia», «crescitalia», spending review e «spremilavoro» Monti ha letteralmente strangolato, e continua a strangolare, l’economia italiana: la sua base produttiva e occupazionale, le sue imprese, le sue potenzialità; mentre con il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact ha posto le premesse perché nei prossimi anni e decenni l’economia italiana non possa mai più riprendersi: esattamente come in Grecia. Perché allora la finanza internazionale (e nazionale), che guarda alla sostanza delle cose e non ai discorsi, non dovrebbe aspettarsi che un programma del genere porti diritto al fallimento?
Lo spread è la dimostrazione che, in barba ai cosiddetti «fondamentali», la scommessa è proprio questa. A difesa di Monti si potrebbe argomentare che a non capire questa cosa elementare (o a fingere di non capirla, per nascondere altri obiettivi) non è solo lui ma che è in buona compagnia.
Innanzitutto del suo governo e dei partiti che lo sostengono; che continuano a blaterare di un “dopo Monti”, come se questo governo non stesse mettendo le premesse (addirittura in Costituzione!), perché il dopo non si differenzi minimamente dal prima (compreso il «prima di Monti», con cui è sempre più evidente la sostanziale continuità, a parte lo «stile» al posto del carnevale). Ma dietro o accanto a lui, a confermarlo nella sua pretesa di salvatore della patria, c’è tutto l’establishment della finanza internazionale, a partire da Goldman Sachs che lo ha allevato insieme al suo socio Draghi. Entrambi si presentano come i demiurghi dalle cui decisioni dipendono le sorti non solo dell’Italia ma anche quelle dell’euro, e insieme all’euro, dell’Unione europea – e per inevitabile contagio, come ben ha capito Obama, prigioniero anche lui, però, dello staff di finanzieri nelle cui mani si è messo contando di addomesticarli e non di esserne addomesticato – dell’economia mondiale. Ma entrambi cominciano a capire che il gioco in cui si sono messi è più grande di loro (nonostante tutta la «potenza di fuoco» che Draghi sostiene di voler mettere in campo); e forse più grande di chiunque altro al mondo.
Perché il modo di operare della finanza non è una congiura, ma un meccanismo cieco che nessuno in realtà governa: giacché è un contesto in cui ciascuno, anche le maggiori potenze del mondo, non può più agire se a difesa del proprio, per quanto immenso, «particulare»: che nel corso del tempo si è andato riducendo sempre più alla contabilità dei margini realizzati giorno per giorno: magari e per lo più, come si sta scoprendo giorno per giorno, attraverso meccanismi truffaldini: come la manipolazione del libor e dei rating, le scommesse contro governi o investitori di cui si è consulenti (i famigerati Cds, spacciati per il loro contrario, cioè assicurazioni contro il fallimento). O le modificazione delle regole delle vendite allo scoperto: quella con cui Draghi, allora ancora Governatore di Banca d’Italia, ha a suo tempo spianato la strada alla nomina di Monti.
Le regole con cui tenere sotto (parziale) controllo gli spiriti mortiferi della finanza, messi a punto tra la crisi del 1929 e la conferenza di Bretton Woods (a favore, per la verità, di una parte ridotta e privilegiata delle nazioni) sono state abolite da tempo in nome del pensiero unico, della deregolamentazione e della libera circolazione dei capitali. E con un solo obiettivo: privatizzare tutto e riprendere ai lavoratori quel poco che avevano conquistato in più di un secolo di lotta di classe.
Non saranno quindi né Monti né Draghi a porre un freno o a invertire questo processo. La partita tornerà ben presto in forme drammatiche e in un contesto tumultuoso e privo di mediazioni – distrutte o rese insignificanti dalla degenerazione della «politica» – nelle mani delle vittime del loro operato: ma in un contesto nazionale e internazionale carico di rischi autoritari e di elementi di confusione. È questo il quadro di riferimento di ogni possibile discussione sulla «ripresa» d’autunno

domenica 5 agosto 2012

Guido Viale. Risposta a un lettore de “il manifesto”: Il futuro è già qui

Guido Viale -

Ho letto l’ultimo articolo di Viale sul Manifesto del 25-07-12 e con mio grande dispiacere ho notato che ha riconfermato la sua abitudine a proporre azioni politiche che guardano al lontano futuro e mai al presente (oggi, domani, subito).

Io sono stato, fino a poco tempo fa, un estimatore del pensiero di Viale. Condivido il discorso sull’ambiente e la riconversione ecologica, ma non può ignorare la necessità di dare risposte, ora, su ciò che accade. L’ unione europea e l’euro stanno saltando e la proposta che riformula è quella solita di una costruzione della società futura.
Se non si interviene correttamente subito, con un’azione politica che miri ad affrontare il problema cruciale, per evitare che l’Europa o, almeno l’Italia, non sprofondi nel precipizio, la stessa società futura che propone (e che io condivido), non si potrà realizzare mai.
Non si può separare, come fa, gli obbiettivi a lungo termie con quelli immediati, a breve, medio e lungo termine. Pena la sconfitta su tutti i fronti. Non può liquidare il ritorno alle valute nazionali con due righe.
Addirittura ALBA (il nuovo soggetto politico a cui ho aderito) ha un atteggiamento di sufficienza verso chi la considera una possibile opzione. Ritengo che sia un atteggiamento sbagliatissimo per degli di intellettuali, per giunta di sinistra, che dovrebbero scandagliare e analizzare tutte le possibilità, senza scartarle a priori. Ci sono tanti economisti di sinistra che condividono e/o auspicano questa possibilità e la analizzano nel dettaglio. Sono tutti rimbecilliti?
E poi ci sono tanti modi per uscire dall’Euro, non solo quelli che propone la destra. E ci sono anche soluzioni intermedie (Jacques Sapir – Bisogna uscire dall’Euro?). E poi non è sufficiente, a mio avviso, giustificarlo dicendo che non è più possibile riproporre il Keynesismo. Ci sono tante strade percorribili, ma debbono comunque mirare, ripeto ora, a liberarci dalle catene della finanza internazionale e, quindi, dai vincoli che l’Unione Europea ci pone ( e che saranno sempre più stretti fino a strangolarci). E non ci si può limitare, come fa Viale, a un confronto con il potere della finanza semplicemente ‘imponendo’ una radicale ristrutturazione dei debiti (ma come? E poi? vedi Grecia).
A questo punto chiedo a Viale (e, suo tramite anche ad Alba):
1) Come intendete affrontare la situazione oggi?
2) Se vi ostinate a non proporre un’uscita controllata dall’Euro (quantomeno studiatene l’eventualità e quindi le possibili modalità), cosa proponete perché l’Italia si liberi da subito, dalle grinfie dei mercati finanziari?
Chiedo, al manifesto, nel caso non venisse pubblicato, di far pervenire queste mie riflessioni a Viale. Mi sono impegnato ad acquistare il Manifesto tutti i giorni da un po’ di tempo. Datemi almeno questa soddisfazione.
Grazie.
Valerio (Modena)
La risposta di Guido Viale
IL FUTURO È GIÀ QUI
Fuori o dentro l’euro? Non è una decisione che dipende da noi, qualsiasi cosa si intenda con quel “noi”. Ma è comunque una scelta ineludibile per la costruzione di un programma di governo e, soprattutto, preliminare alla costruzione delle forze necessarie per potersi porre il problema del governo.
Nell’assemblea di Alba a Parma è emerso un orientamento generale che ricalca quello di Syriza: dentro l’euro – fin che si può; non dipenderà mai solo da “noi” – rinegoziandone radicalmente le condizioni. Con in più la cautela di non affrontare isolatamente il problema, ma di trattarlo come un tema per costruire un fronte di tutti i paesi sotto scacco e di tutte le organizzazioni che condividono questo approccio. L’esatto opposto della pratica dei “compiti a casa”: che vuol dire competere perché a cadere per primo sia qualcun altro, accelerando così il collasso di tutti. Ma il problema è tutt’altro che chiuso e merita alcune precisazioni.

Un ritorno al passato, cioè alle svalutazioni competitive per riaprire la strada alle esportazioni, è precluso. Il modello mercantilista tedesco è vincente perché gli altri partner europei, dentro e fuori l’eurozona, ne sono le vittime; ma proprio per questo non è replicabile: soprattutto se a mettersi in competizione tra loro a suon di svalutazioni fossero tutte le economie oggi schiacciate dalla supremazia tedesca. Né la congiuntura mondiale offre molto spazio a un’espansione delle esportazioni fuori dai confini europei. E d’altronde, che cosa esportare? Le imprese italiane che hanno prodotti e tecnologie vincenti hanno continuato a farlo con successo. Ma si può pensare che con una svalutazione del 20, o anche del 50 per cento, dovendo pur sempre pagare a prezzi maggiorati gli input produttivi importati, la Fiat possa esportare in Europa un milione di auto, o la Merloni qualche milione di frigoriferi prodotti in Italia, e così via? In molti casi il treno della competitività è stato perso per sempre.
In secondo luogo, un aumento della domanda aggregata prodotta da una politica salariale e da una spesa pubblica meno restrittive, in mancanza di una politica industriale mirata a produzioni “a km0″, rischierebbe di tradursi solo in un peggioramento della bilancia delle partite correnti perché è difficile ormai, per molte produzioni nazionali a basso costo, competere con quelle sfornate dalla fabbrica globale del sudest asiatico. Lo schema keynesiano della domanda aggregata che sostiene l’occupazione funziona in un sistema economico chiuso; ma quello attuale non lo è più da tempo.
In terzo luogo, l’alternativa tra “euro sì” ed “euro no” non è un confronto tra teorie economiche contrapposte, tra una scienza buona e una scienza cattiva, come a volte sembra emergere dai testi dei fautori del ritorno alla lira (per es. nell’e-book di Micromega Oltre l’austerità). L’euro non è nato da una teoria errata, ma da una scelta politica, ancorché non del tutto consapevole per tutti i suoi promotori, tesa a sottrarre agli Stati nazionali, dopo averla sottratta ai governi con l’autonomia delle banche centrali, il controllo su alcune variabili decisive delle politiche economiche: base monetaria, tasso di sconto, cambio. Il tutto in funzione del contenimento delle spinte salariali e degli istituti del welfare. Che poi gran parte di quei poteri siano stati di fatto consegnati alla finanza internazionale era per alcuni un lucido disegno e per altri una conseguenza imprevista da cui non si sa più come sottrarsi. In ogni caso non sarà un ripensamento della teoria economica a riportarci alla situazione quo ante: cioè, non ci sarà una transizione graduale dall’euro alle valute nazionali come c’è stata da queste all’euro: ci si arriverà, caso mai, attraverso un crollo dell’intero edificio europeo provocato, passo dopo passo, dall’inconcludenza dei “vertici” europei che si susseguono da due anni a questa parte.
Il problema è allora quello di prevenire quell’evento, senza illudersi che il risultato, la rifondazione su nuove basi dell’Unione europea, possa realizzarsi senza passare attraverso uno scontro frontale con i poteri della finanza, e non solo con i vincoli (pareggio di bilancio, fiscal compact, ispezioni della troyka, ecc.) che l’Europa ha eretto a loro difesa. Cioè, in termini economici, senza passare attraverso una radicale ristrutturazione di gran parte dei debiti pubblici e privati (cioè di Stati e di banche) e una riforma profonda del credito, del sistema bancario, della moneta per sgonfiare la bolla finanziaria che sovrasta il pianeta. Come? Per l’Italia, che peraltro ha un avanzo primario consistente, sarebbe sufficiente la minaccia delle conseguenze di una moratoria o di un default non negoziato: una cosa che Monti e i suoi sostenitori non faranno mai, preferendo portarci verso il disastro greco a piccoli passi più o meno omeopatici.
Ma in entrambi i casi quello che ci aspetta è un periodo prolungato di grande turbolenza politica e sociale. Che per molti, in Grecia e in Spagna, è già iniziato. E per noi è alle porte. Grande turbolenza e grandi rivolgimenti comportano spostamenti ed emersione di nuove forze sociali e rapide scomposizioni e ricomposizioni di forze politiche; cioè grandi opportunità e tremendi rischi, come insegnano la impressionante ascesa di Syriza e, dal lato opposto, quella del movimento fascista Aurora (e non Alba) Dorata in Grecia. O il successo di Grillo.
Per questo la conversione ecologica non è un programma da rimandare al futuro (il futuro è già qui, anche se molti non se ne sono ancora accorti), ma un orientamento generale che può e deve impegnarci già oggi, se è, come dovrebbe, uno strumento di promozione di un’alternativa reale tanto ai diktat della finanza quanto al vano inseguimento di una “crescita” contabile del PIL; ma soprattutto uno strumento di aggregazione e di organizzazione delle forze necessarie a sostenere questa alternativa. Come continuare la lotta contro la privatizzazione dei servizi pubblici, rivendicandone la gestione come beni comuni, se non si promuovono forme di partecipazione sostanziali alla loro gestione? Per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, per una gestione delle risorse a rifiuti zero, per un’agricoltura e un’alimentazione ecologiche, per una mobilità sostenibile, per una gestione partecipata del territorio, per un’educazione permanente e aperta a tutti. E come salvaguardare il serbatoio di professionalità, di esperienza, di impiantistica presente in aziende oggi votate alla chiusura se non si cerca di coinvolgere le comunità che ne dipendono in una gestione fondata sulla loro riconversione? E come far fronte alla stretta dei redditi se non si promuovono fin da ora nuove forme di consumo condiviso che offrano uno sbocco concreto alle imprese convertite e riterritorializzate? Sono temi che si può cominciare ad affrontare subito: convocando in ogni territorio delle conferenze di produzione per discuterne.

venerdì 13 luglio 2012

L’alternativa all’austerità

il manifesto | Autore: Guido Viale
       
A otto mesi dall’insediamento del governo Monti bisognerebbe chiedersi: l’economia italiana sta meglio o peggio? E sta meglio o peggio la democrazia ad essa legata a doppio filo? Quanto a occupazione, redditi popolari e del lavoro, servizi sociali stiamo sicuramente peggio; ma siamo ripagati in termini di migliori prospettive? Abbiamo subito un decreto Salvaitalia, ma, usando gli indicatori di chi ci governa, spread e rapporti debito/Pil e deficit/Pil, il paese non si è allontanato di un centimetro dal baratro. Abbiamo subito due decreti per la crescita – il terzo è in arrivo – che hanno massacrato servizi, pensioni e lavoratori del privato e del pubblico impiego; ma, a parte le cifre a suo tempo sparate dal premier tecnico (le ricordo: Pil +11% per cento; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18), ci stiamo avvicinando – per usare la sua metafora – più alla Grecia che alla Germania. O forse anche la Germania sta avvicinandosi a noi.
Infatti la differenza rispetto a otto mesi fa c’è: allora era in bilico un ristretto numero di Stati dell’Ue, tra cui non si sapeva se includere o no anche l’Italia. Oggi è l’intera costruzione dell’Unione Europea a trovarsi sull’orlo di un baratro, senza che la sua governance si mostri disposta o capace di imporre una svolta: meno che mai in termini di sostenibilità o di equità. Ma non va più tanto bene neanche l’economia tedesca, che pure è stata la principale beneficiaria dell’euro: sono sue le banche che avevano lucrato di più sull’indebitamento pubblico e privato dei paesi oggi stremati dal debito; e quei debiti hanno finanziato quasi metà del suo export, mentre l’altra metà di quell’export è stata facilitata da una moneta svalutata dalla debolezza di altri paesi dell’eurozona. Poi le cose non vanno bene nemmeno nel resto del mondo. L’economia degli Stati Uniti non recupera e quelle dei paesi emergenti ripiegano: sfuma così per l’Europa la speranza di una ripresa indotta dall’esterno. Peggio ancora se introduciamo nello scenario anche la crisi ambientale: Rio+20 ha reso evidente quanto la crisi economica abbia fatto arretrare le prospettive di sostenibilità messe all’ordine del giorno dal summit di venti anni fa.
La seconda cosa da chiedersi è se tutto ciò sia solo frutto di politiche sbagliate, restrittive invece che espansive, cioè dell’applicazione di una cattiva teoria, come sembrano sostenere molti economisti di matrice keynesiana; o se non emerga invece un’intrinseca insostenibilità dell’economia-mondo così come si è andata configurando nel corso degli ultimi decenni. La finanziarizzazione dell’economia è conseguenza diretta del progressivo allontanamento dei centri di comando del capitale dal lavoro e dalle sedi in cui esso si svolge. Delocalizzazioni e diffusione di subappalto, subfornitura e precariato hanno caratterizzato l’evoluzione del sistema nel corso degli ultimi decenni; un processo reso possibile dalla libera circolazione di merci e capitali e dal web, che consente il governo a distanza di progetti, impianti, fornitori e clienti.
Questa trasmigrazione del potere dall’economia reale alla finanza ha coinvolto, non senza la loro complicità, anche Stati e governi, che hanno visto in questa delega il mezzo più efficace per contenere i salari e la spesa pubblica impegnata nel welfare. Di qui quel trasferimento di una quota consistente di Pil (mediamente il 10 per cento) dai redditi da lavoro ai profitti e alla rendita registrato in tutte le economie occidentali nei tre ultimi decenni. Ma è un vicolo cieco: la compressione dei redditi da lavoro riduce la domanda e deprime produzione e Pil mentre il sostegno della domanda con politiche salariali e monetarie espansive comprime i profitti e mette in forse i trasferimenti di risorse mediati dal debito. Un equilibrio tra queste spinte contrapposte non è stato trovato; né aiutano a trovarlo la crisi ambientale e l’aumento delle diseguaglianze territoriali sociali e di genere.
Ma – terza domanda – se così è, se riprendere la strada dell’espansione economica percorsa decenni fa non è più possibile, dove si va? Dove ci portano l’euro e la governance dell’Ue? Ovvero, che differenza c’è tra questa austerità senza crescita imposta dai vincoli finanziari – che peggiora sempre più la vita di chi lavora, dei tanti senza lavoro né reddito, e la tenuta stessa di un numero crescente di imprese – e le conseguenze di una bancarotta di Stato (il default)? Sono cose che si intrecciano in modo sempre più stretto, come in Grecia, che un default negoziato l’ha già attraversato (anche se hanno cercato di non chiamarlo così) e altri ne ha in vista. Ma se questa è la prospettiva per i cosiddetti Pigs, e per gli altri Stati che ogni giorno si aggiungono alla lista, non sarebbe il caso di affrontare tutti insieme, con una piattaforma comune, un inevitabile scontro con il potere ex lege dell’alta finanza (vedi caso Barclays)?
Per questo le politiche espansive e le loro ipotetiche conseguenze benefiche non possono essere trattate come opzioni disponibili alle compagini politiche in campo. Bisognerebbe studiare piuttosto i problemi connessi alla costruzione di un’alternativa radicale al potere della finanza. Per esempio: con che strumenti e quali conseguenze si possono affrontare situazioni estreme, come quelle già in atto in Grecia, o che vanno delineandosi in Portogallo – e domani, chissà? – in assenza delle leve tradizionali di politica economica? Cioè senza accesso al deficit spending, con la paralisi degli investimenti privati, con una contrazione di redditi da lavoro e consumi, alle prese con continui tagli della spesa pubblica. Possono servire, per contrastare queste situazioni, il prelievo sulle transazioni finanziarie, maggiori tasse su redditi e patrimonio dei ricchi e una redistribuzione della spesa pubblica tra capitoli diversi del bilancio. Ma è urgente aprire un dibattito su possibilità, potenzialità e modalità di un processo di riconversione radicale, promosso dal basso, in forma partecipata, visto che dall’alto niente di buono è in arrivo. Che è poi una road map per riprendere in mano le proprie vite.
Partendo dal fondo: una vera spending review per eliminare gli sprechi – ma anche per stabilire che cosa è spreco e che cosa non lo è – e per decidere adeguamenti occupazionali e formativi e, eventualmente, trasferimenti da servizi ridondanti a servizi carenti di personale dovrebbe coinvolgere in un dibattito articolato servizio per servizio tutto il personale della Pubblica amministrazione e una adeguata rappresentanza delle diverse platee di utenti. Nelle aziende in crisi e in quelle che non hanno più mercato o che producono cose inutili o nocive come armi o Suv, è urgente avviare un pubblico confronto con le maestranze, ma che coinvolga anche le comunità, i governi locali e l’imprenditoria tutta – pubblica, privata, cooperativa, sociale o potenziale – dei territori di riferimento su possibilità e potenzialità (soprattutto occupazionali) di una riconversione. Non si tratta solo di progettare nuovi processi produttivi, ma anche e soprattutto di trovare in quegli stessi territori, o altrove, la domanda necessaria a sostenere le nuove produzioni. I mezzi del trasporto pubblico – di massa e personalizzato – gli impianti e i materiali per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica, la difesa degli assetti idrogeologici e la prevenzione antisismica, il recupero degli edifici dismessi, la valorizzazione dei beni culturali e, soprattutto, un’agricoltura ecologica a km0 e un’alimentazione più sana possono essere i motori di questi processi. Si può cominciare subito a porre il problema, azienda per azienda, o in ogni territorio. Oppure si deve aspettare, come in Argentina, che i padroni abbandonino impianti e lavoratori per poi ricominciare faticosamente a produrre nelle fabbriche requisite quello che si sarebbe potuto continuare a fare prevenendone la chiusura? Ma è nei servizi pubblici locali (servizio idrico, rifiuti, energia, mobilità, mense e mercati, nidi e assistenza) che vanno innescate già ora le prime forme di riconversione gestionale. Certo per tutte queste cose ci vogliono risorse; ma senza programmi e progetti chiari non ha nemmeno senso rivendicarle.
Poi, anche e soprattutto nella vita quotidiana è possibile avere di più con meno: il paniere dei nostri consumi è pieno di sprechi, dal cibo che scartiamo a molti imballaggi, dai gadget agli stili di vita imposti; ma una conversione in questo campo non può essere affidata solo alle scelte individuali; deve essere oggetto di progetti di autoeducazione collettiva e di accordi diretti tra produzione e consumo in cui i governi locali possono giocare un ruolo decisivo. Infine, per alimentare l’economia di un territorio, l’introduzione di monete locali non convertibili – o di sistemi di scambio fondati su crediti e debiti certificati – può concorrere a contenere gli effetti depressivi delle strette fiscali, creditizie e salariali: si tratta di soluzioni già in vigore in diverse comunità colpite dalla crisi e ampiamente diffuse nel periodo tra le due guerre del secolo scorso. Oggi il ricorso alle tecnologie elettroniche potrebbe renderle più efficaci e diffuse. Se si intraprendono tutte queste cose diventa possibile sostenere le conseguenze di una moratoria o di una ristrutturazione unilaterali del debito pubblico, comunque preferibili a un’austerità senza sbocco, al termine della quale non c’è che una catastrofe di tipo greco. O no?

sabato 12 maggio 2012

Benecomunisti, che orrore

di Guido Viale - ilmanifesto -
Propongo di non usare mai più il termine "benecomunista": è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola.
Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il "Comune" di cui scrivono Negri e Hardt. Quel "Comune" non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, "operaio massa", "operaio sociale", "moltitudine", per approdare, per ora, al "Comune". È un'entità che "gioca con se stessa", producendo il proprio antagonista (la Classe Operaia "sviluppa" il Capitale; la moltitudine "crea" l'Impero, ecc.) per poi riassorbirlo in un movimento dialettico dall'esito precostituito. Le lotte per i beni comuni, invece, non hanno esiti certi e meno che mai predeterminati: anzi, il rischio a cui sono esposte - e insieme ad esse, coloro che se ne fanno protagonisti e l'umanità tutta - è di giorno in giorno maggiore.
In entrambe queste accezioni "comune" non è comunque la stessa cosa di "pubblico": soprattutto se per pubblico si intende "statuale". Il che inevitabilmente succede se si ritiene che il rapporto degli umani con un bene non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà. Ma questa concezione non ha alcun fondamento storico, risponde a un approccio giuridico tradizionale e sbarra la strada a qualsiasi percorso alternativo allo stato di cose presente. In realtà sono le modalità di esercizio del potere su un bene, del controllo sul suo uso e sulla ripartizione, attuale e nel tempo, dei vantaggi che può procurare, a definire le forme, anche giuridiche, esplicite o sottintese, secondo cui si dispone di esso. Per questo la connotazione di una risorsa come bene comune è indissolubilmente legata a forme di democrazia partecipativa che lo sottraggano tanto alla disponibilità di un privato quanto a quella di un apparato statale o di una sua articolazione. Il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall'Iri a Finmeccanica, da Fs alle ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostra in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune.

venerdì 23 marzo 2012

Punto di svolta

di GUIDO VIALE - ilmanifesto -
L'azzeramento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una misura per rendere flessibile il mercato del lavoro, ma per rendere rigidi (fino al parossismo) il regime di fabbrica e la stretta sui ritmi di lavoro. Certamente nei prossimi mesi e anni ci saranno, uno a uno, o, meglio, quattro a quattro ogni quattro mesi, decine di migliaia di licenziamenti individuali per "motivi economici". Sappiamo già chi verrà colpito, perché da qualche mese i capi girano nei reparti e minacciano i delegati non allineati e gli operai che resistono all'intensificazione del lavoro, annunciando loro che, «appena passa l'abolizione dell'art. 18, sei fuori!». Così, se alla manifestazione della Fiom del 24 febbraio, su 50 mila partecipanti, almeno 40 mila erano lavoratori e lavoratrici della Fiom, possiamo essere sicuri, con uno scarso margine di errore, che, al ritmo di 12 all'anno per azienda, quei lavoratori verranno espulsi dal loro posto di lavoro ottenendo con il tempo quello che Marchionne ha realizzato in un colpo solo, cambiando nome allo stabilimento di Pomigliano e tenendovi fuori tutti i tesserati Fiom. E lo stesso avverrà con altre migliaia di lavoratori, già ben identificati, nella maggior parte delle aziende di altri settori. Se Barozzino, Pignatelli e La Morte, i tre operai della Sata di Melfi licenziati dalla Fiat per rappresaglia contro uno sciopero, ci hanno messo più di un anno per dimostrare le loro ragioni di fronte ai giudici e, nonostante l'ordine di reintegro, non viene loro concesso di rientrare in fabbrica, possiamo immaginare che cosa succederà con le decine di migliaia di lavoratori già in lista per essere licenziati individualmente "per motivi economici".
I quali, per dimostrare di essere stati oggetto di una discriminazione, e non di una esigenza "economica", dovranno andare a cercare tra i loro compagni di lavoro qualcuno disposto a testimoniare in loro favore, sotto la minaccia di entrare così anche lui, nel giro dei successivi quattro mesi, nella lista degli esuberi per motivi "economici".
Così diverse decine di migliaia di lavoratori andranno ad aggiungersi, grazie all'azzeramento dell'articolo 18, all'esercito dei disoccupati senza reddito che i tagli di bilancio, la riforma degli ammortizzatori sociali a costo zero e le crisi aziendali stanno moltiplicando nel nostro paese. Con in più il fatto che, se è quasi impossibile per un giovane trovare oggi un posto di lavoro, per i lavoratori e le lavoratrici di una certa età sarà ancora più difficile, e per quelli usciti dal loro impiego con un licenziamento individuale - cioè con le stimmate di una espulsione discriminatoria - il licenziamento equivarrà all'iscrizione in una lista di proscrizione.

mercoledì 4 gennaio 2012

Se non ora, quando?

di Guido Viale. Fonte: guidoviale
L'Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L'unica possibilitΰ che abbiamo per un'alternativa θ quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L'importante θ cominciare. Al piω presto.

Il decreto "Salvaitalia" non salverΰ l'Italia e il decreto "Crescitalia" non la farΰ crescere. Sembra - quest'ultimo - il nome di un formaggio. Il sobrio Monti ha ereditato da Tremonti il gusto di sostituire espressioni consolatorie alla dura osticitΰ delle cose; com'era la famigerata "Robinhood tax", nome che Tremonti aveva dato a due o tre cose diverse e mai realizzate; o «i conti sono stati messi in sicurezza» (e non lo sono): giaculatoria che Monti ha ripreso tal quale dal precedente ministro. Θ piω probabile invece che da quei due decreti l'Italia esca ulteriormente depressa. Il paese non sta andando a nord-ovest (verso Bruxelles) come sostiene Monti; ma, per usare i suoi riferimenti logistici, a sud-est (verso la Grecia). Le misure adottate dal governo greco, prima e dopo il cambio della guardia, non l'hanno salvata da un primo default - anche se nessuno lo ha chiamato con il suo vero nome - e non la salveranno dal prossimo. E nessun economista serio vede come l'economia della Grecia, sottoposta a quella cura da cavallo, possa risollevarsi nel giro dei prossimi dieci e piω anni. Ma l'Italia ha imboccato la stessa strada; che θ poi quella "suggerita", cioθ imposta, dalla Bce. Quanto all'equitΰ, questa sμ, verrΰ realizzata: equiparando al livello piω basso lavoro fisso e precario e superando cosμ «l'apartheid» che li divide (bella espressione, «apartheid»: come se i lavoratori a tempo indeterminato - e non i padroni, che in questi mesi li stanno mettendo entrambi sul lastrico a bizzeffe - avessero rinchiuso i precari dietro una cortina di filo spinato). Anche le "riforme" si faranno, dato che sia questo termine che "modernizzazione" vengono ormai usati solo per indicare la sottomissione totale dei lavoratori alle imprese; e di queste alle banche; e delle banche - con i buoni uffici dei governi e della Bce - alla finanza ombra che domina l'economia globale. Quanto al "rigore" tanto caro al governo, non θ che il rigor mortis di una compagine che al carnevale berlusconiano ha sostituito la "sobrietΰ", per continuare l'aggressione spietata contro chi lavora, chi θ disoccupato, e chi lavora senza guadagnare; senza molto discostarsi da chi li ha preceduti. «Non ci occupiamo solo di questo», ha aggiunto Monti durante la conferenza stampa di fine anno, dato che aveva parlato solo di tassi, spread , debito, conti, bilanci, tagli, tasse. E ha precisato: «Sappiamo che gli uomini sono fatti di carne, ossa e...("anima", avrebbe detto qualcuno di voi; "spirito", o "mente", avrebbe pensato qualcun altro. No)... e denaro» ha concluso il premier. Ecco: per Monti siamo fatti di denaro ("carne e ossa" sono incidenti di percorso); e, ovviamente, ciascuno conta per il denaro che ha; di cui "θ fatto". Scava e scava: tutta la filosofia del liberismo, e soprattutto la sua "prassi", finiscono lμ. Prendete Draghi, che lavora in tandem con Monti - e con molti altri - alla salvezza dell'Italia e dell'euro; cioθ di chi gli euro li detiene. Ne sta distribuendo miliardi alle banche a man bassa (come Ben Bernanke ha distribuito e continua a distribuire alle banche, anche europee, miliardi di dollari; spiegando che se fosse necessario glieli farebbe anche piovere addosso - alle banche; non ai comuni mortali - gettandoli da un elicottero). E perchι? Per «metterle in salvo». E da chi? Da se stesse: dal fatto che hanno assunto, speculando, troppi rischi; sono piene di titoli tossici (in Italia, piω provinciali, di immobili: di Ligresti, Zunino, don Verzι e compagnia); sono ingrassate con i titoli di Stato piω redditizi, che ora perdono valore, e di cui non riescono a sbarazzarsi in tempo. E poi? Devono ancora decidere se piazzare quei miliardi in titoli di stato (magari al 7 per cento), o in crediti alle imprese (in Italia al 12-15 per cento), o prestandoli a chi specula in azioni, valute, materie prime o derrate alimentari (con guadagni ancora maggiori), avendoli presi in prestito all'1 per cento (con garanzia dei rispettivi Stati, a cui la Bce perς non presta un euro perchι sono "inaffidabili").

sabato 31 dicembre 2011

le sberle dell'economia.

di Guido Viale. Fonte: lavecchiatalpa
Il vento che ci ha portato all'esito delle elezioni amministrative e dei referendum continuerà a soffiare; bisogna cominciare a fare i conti con i problemi che ci troveremo di fronte a breve. A cominciare dai problemi economici. C'è ancora qualcuno che crede che la Grecia possa ripagare il suo debito (in gran parte nelle mani di banche francesi, tedesche e inglesi e ora anche della Bce) o anche solo rinegoziarlo a tassi accettabili mentre le politiche che le impone l'Unione Europea annientano qualsiasi possibilità di ripresa?
O c'è ancora qualcuno che crede che alla lunga possano sottrarsi a una sorte analoga gli altri paesi europei che si trovano più o meno nella stessa posizione della Grecia, a meno di una revisione radicale del "patto di stabilità"? E c'è ancora qualcuno che pensa che in un contesto simile l'economia italiana possa tornare a crescere, realizzando un avanzo primario sufficiente a riportare il suo debito al 60 per cento del Pil? E poi, di che crescita stiamo parlando? Di una crescita del Pil, cioè contabile, per soddisfare le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale.

Quella stessa finanza che - dopo aver mandato in rovina milioni di clienti irretiti da mutui fasulli, di risparmiatori ingannati da titoli di carta straccia, di imprese rimaste senza credito perché le banche continuano a investire sui derivati - sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini.


E ancora, è forse possibile affrontare temi di ampio respiro - come il dibattito sul reddito di cittadinanza (su cui si appena svolto a Roma un incontro promosso dal Basic Income Network); o il finanziamento di scuola, università e ricerca; o un piano nazionale di lavori pubblici finalizzato alla manutenzione del territorio, degli edifici pubblici e di quelli dismessi (e non alle "grandi opere"), e molte altre cose ancora - ipotizzando un semplice spostamento da una posta di bilancio a un'altra di fondi in gran parte "virtuali", cioè inesistenti, e senza venir meno al patto di stabilità dell'Unione Europea (quello di cui si fa forte, e che rende forte, Tremonti)?

giovedì 29 dicembre 2011

G. VIALE: LA NOSTRA SPENDING REVIEW

Fonte: controlacrisi da IL MANIFESTO. Di Guido Viale
Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all'anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l'anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all'anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell'eurozona al 60 per cento dei Pil. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n'è un'altra "nascosta", che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l'esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica - finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno - un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di "finanze di progetto", i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un'alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni..

Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all'anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali. Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l'evasione fiscale (120 miliardi di euro all'anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza. È un po' quello che è successo con i mutui subprime; per anni hanno reso bene a chi li concedeva, a chi li rivendeva impacchettati a milioni nei cosiddetti Cdo, e a chi li ricomprava, ripartendo il rischio - come sostiene la teoria economica - su tutto il pianeta: in particolare, per quello che riguarda l'Europa, tra le banche inglesi, francesi e tedesche, che ne sono ancora oggi piene. Ma un debito non può crescere e accumularsi all'infinito; prima o dopo arriva la resa dei conti. Con i mutui subprime la si è in parte attutita e in parte nascosta finanziando a man bassa, con migliaia di miliardi di denaro pubblico, le banche che li detengono perché non fallissero. Con i debiti pubblici dei paesi dell'Europa mediterranea la Bce di Draghi ha deciso di fare la stessa cosa: finanzia le banche a tassi scontati perché riacquistino i debiti pubblici in scadenza, a tassi cinque-sette volte maggiori. E le banche lucrano la differenza.

mercoledì 28 dicembre 2011

Anatomia del debito

di GUIDO VIALE Dal manifesto del 28 dicembre 2011. Fonte
Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all’anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l’anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all’anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell’eurozona al 60 per cento dei Pil.

Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n’è un’altra “nascosta”, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l’esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica – finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno – un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di “finanze di progetto”, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità.

Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un’alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni.

Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all’anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali.
Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l’evasione fiscale (120 miliardi di euro all’anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza.

sabato 3 dicembre 2011

Un audit sul debito

Autore: Guido Viale. Fonte: eddyburg
Uscire dalla bolla prima che esploda e distrugga l nostre vite è possibile: cominciamo col chiedere i conti, per comprendere perché siamo a questo punto. Il manifesto, 29 novembre 2011

Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan).

Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.

Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora "un vero programma" (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.

mercoledì 30 novembre 2011

UN AUDIT SUL DEBITO

di Guido Viale. Fonte: ilmanifesto
Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.
Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora "un vero programma" (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.

giovedì 3 novembre 2011

Un fronte comune, insieme ai Pigs

di Guido Viale, da il manifesto, 2 novembre 2011
Prima ancora di esserne la causa - e in gran parte, ovviamente, lo è - Berlusconi è il prodotto del berlusconismo: una tabe che affligge non solo il suo entourage politico-affaristico e il suo elettorato, ma larga parte dell'establishment culturale, imprenditoriale e politico del paese (il sindaco di Firenze e il suo seguito ne sono un esempio).

E Confindustria che lo ha sostenuto fino all'altro ieri anche; e allora, di che si lamenta?). Ma gli uomini e le donne al governo dell'Europa sono anch'essi promotori e prodotto (sono prigionieri del loro elettorato; che è però quello che hanno costruito e vellicato) di un virus altrettanto grave, di cui Berlusconi non è che la manifestazione più grottesca, infame e repellente. Quel virus è il pensiero unico: la convinzione, contro ogni evidenza, che il mercato, e solo il mercato, può tirarci fuori dai guai in cui ci ha cacciati. E che per tirarci fuori dai guai, per uscire dalla crisi, occorre rilanciare la crescita: cioè sperare - e che altro, se no? - in un aumento del Pil tale da generare entrate fiscali sufficienti a pagare gli interessi e a rimborsare, un po' per volta, una parte consistente del debito pubblico. Per loro l'economia è come un'auto a cui si è imballato il motore. Basta dargli una spinta e tornerà a correre - cioè a crescere - di nuovo.

Ma le cose non sono così facili; e non lo saranno mai più. E intanto, in attesa di questo miracolo, la soluzione vincente è il taglio della spesa pubblica: pensioni, sanità, scuola, trasporto pubblico, welfare municipale, pubblico impiego, salari e stipendi. E privatizzazione di tutto, contando di ricavarne le risorse necessarie a tacitare gli appetiti dei mercati, cioè di tutti coloro impegnati a produrre denaro per mezzo di denaro: banche, assicurazioni, fondi di investimento, speculatori, mafie (queste, sì, con la liquidità necessaria a fare piazza pulita di tutto quel che è in svendita: a partire dai servizi pubblici locali). Di tagliare per altre vie le unghie alla speculazione non si parla; perché quello che chiamano mercato è speculazione: senza l'una non c'è l'altro, e viceversa; simul stabunt, simul cadent. Così, invece di crescere l'economia si avvita su se stessa in una spirale che porta diritto al fallimento (default): non solo delle finanze pubbliche (a beneficio di chi le tiene in pugno), ma del sistema produttivo, della convivenza civile, dell'ambiente.

La parabola della Grecia ne è un esempio: tutti sanno - ma pochi lo dicono - che non si riprenderà più per decenni. Ma altri paesi, Italia in testa, sono già sullo stesso cammino e nessun paese dell'eurozona è più al sicuro. Per statuto la Banca centrale europea (Bce) non può fornire liquidità alle banche messe in crisi dai debiti sovrani (cioè degli Stati) che detengono: ufficialmente per non generare inflazione; in realtà per perpetuare quel blocco dei salari da cui ha avuto origine la cavalcata dei profitti degli ultimi decenni. Così, per garantire quei debiti si ricorre alla creazione di nuovi debiti in una catena senza fine (andando a chiedere l'elemosina persino in Cina) e l'Europa consegna alla finanza internazionale e alla speculazione le chiavi dell'economia: la creazione di liquidità, cioè la moneta.

mercoledì 2 novembre 2011

Un fronte comune, insieme ai Pigs

di Guido Viale. su il manifesto del 02/11/2011 Fonte: esserecomunisti
L'Italia e l'Unione Europea
Prima ancora di esserne la causa - e in gran parte, ovviamente, lo è - Berlusconi è il prodotto del berlusconismo: una tabe che affligge non solo il suo entourage politico-affaristico e il suo elettorato, ma larga parte dell'establishment culturale, imprenditoriale e politico del paese (il sindaco di Firenze e il suo seguito ne sono un esempio).
E Confindustria che lo ha sostenuto fino all'altro ieri anche; e allora, di che si lamenta?). Ma gli uomini e le donne al governo dell'Europa sono anch'essi promotori e prodotto (sono prigionieri del loro elettorato; che è però quello che hanno costruito e vellicato) di un virus altrettanto grave, di cui Berlusconi non è che la manifestazione più grottesca, infame e repellente. Quel virus è il pensiero unico: la convinzione, contro ogni evidenza, che il mercato, e solo il mercato, può tirarci fuori dai guai in cui ci ha cacciati. E che per tirarci fuori dai guai, per uscire dalla crisi, occorre rilanciare la crescita: cioè sperare - e che altro, se no? - in un aumento del Pil tale da generare entrate fiscali sufficienti a pagare gli interessi e a rimborsare, un po' per volta, una parte consistente del debito pubblico. Per loro l'economia è come un'auto a cui si è imballato il motore. Basta dargli una spinta e tornerà a correre - cioè a crescere - di nuovo. Ma le cose non sono così facili; e non lo saranno mai più. E intanto, in attesa di questo miracolo, la soluzione vincente è il taglio della spesa pubblica: pensioni, sanità, scuola, trasporto pubblico, welfare municipale, pubblico impiego, salari e stipendi. E privatizzazione di tutto, contando di ricavarne le risorse necessarie a tacitare gli appetiti dei mercati, cioè di tutti coloro impegnati a produrre denaro per mezzo di denaro: banche, assicurazioni, fondi di investimento, speculatori, mafie (queste, sì, con la liquidità necessaria a fare piazza pulita di tutto quel che è in svendita: a partire dai servizi pubblici locali). Di tagliare per altre vie le unghie alla speculazione non si parla; perché quello che chiamano mercato è speculazione: senza l'una non c'è l'altro, e viceversa; simul stabunt, simul cadent. Così, invece di crescere l'economia si avvita su se stessa in una spirale che porta diritto al fallimento (default): non solo delle finanze pubbliche (a beneficio di chi le tiene in pugno), ma del sistema produttivo, della convivenza civile, dell'ambiente.
La parabola della Grecia ne è un esempio: tutti sanno - ma pochi lo dicono - che non si riprenderà più per decenni. Ma altri paesi, Italia in testa, sono già sullo stesso cammino e nessun paese dell'eurozona è più al sicuro. Per statuto la Banca centrale europea (Bce) non può fornire liquidità alle banche messe in crisi dai debiti sovrani (cioè degli Stati) che detengono: ufficialmente per non generare inflazione; in realtà per perpetuare quel blocco dei salari da cui ha avuto origine la cavalcata dei profitti degli ultimi decenni. Così, per garantire quei debiti si ricorre alla creazione di nuovi debiti in una catena senza fine (andando a chiedere l'elemosina persino in Cina) e l'Europa consegna alla finanza internazionale e alla speculazione le chiavi dell'economia: la creazione di liquidità, cioè la moneta.
Siamo alla vigilia della Cop 17, il vertice dell'Onu che a Durban (Sudafrica) dovrebbe rinnovare, estendere e approfondire gli accordi di Kyoto per ridurre in modo drastico le emissioni di gas di serra, causa dell'imminente catastrofe climatica. Scienziati di tutto il mondo ribadiscono l'urgenza di un cambio di rotta, pena la sopravvivenza stessa dell'umanità. Ma nessuno si occupa più della questione e niente evidenzia meglio l'inconsistenza e vacuità della governance europea (e di quelle del resto del mondo: tutte fautrici e insieme prigioniere del pensiero unico). Già si sa che a Durban non si concluderà niente, come niente si è concluso a Copenhagen (Cop 15) e a Cancùn (Cop 16). Se tre anni fa erano Berlusconi e la pseudo-ministra Prestigiacomo a girare l'Europa per spiegare agli altri capi di governo che certi impegni erano irrealizzabili e dannosi per l'economia, ora il loro obiettivo è raggiunto: anche se in alcuni paesi qualche passo in avanti, comunque insufficiente, è stato fatto, su questo punto, in nome della crescita, l'allineamento dell'Europa al berlusconismo è ormai completo.
C'è un'alternativa a questa spirale? Certo che c'è. E' la conversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi: la promozione di una democrazia economica fondata sull'autogoverno e un sistema produttivo decentrato, diffuso, diversificato, esperto, riterritorializzato (a chilometri zero, ovviamente dove è possibile), replicabile in tutto il mondo: tanto nei paesi di consolidata industrializzazione che in quelli emergenti e in quelli devastati da sfruttamento e globalizzazione. Una conversione che coinvolga i settori portanti della generazione e dell'efficienza energetica, dell'agricoltura e dell'alimentazione, dell'edilizia e della cura del territorio, della mobilità e della sanità; e promuova l'autogoverno dei saperi, dei servizi pubblici e dei territori, restituiti alla loro vocazione di beni comuni; e adotti consumi più sobri e meno aggressivi verso l'ambiente: non la rinuncia ascetica né la miseria a cui la finanza sta condannando il 99% della popolazione mondiale; bensì un graduale passaggio dai consumi individuali, in cui le scelte sono imposte dalla moda, dalla pubblicità, dal marketing, dagli sprechi, a un consumo condiviso, in cui gli acquisti vengono effettuati, nel rispetto degli orientamenti di ciascuno, attraverso processi partecipati come quelli dei gruppi di acquisto solidale (Gas). E con dei veri tagli alle spese viziose: che non sono la pensione dopo quarant'anni di lavoro in fonderia, e nemmeno il prepensionamento di uomini e donne nel pieno del loro vigore cacciati dalle aziende e senza alternative; ma le spese militari, l'evasione fiscale, le grandi opere inutili e dannose, la corruzione, i costi dei politici (dei politici, non della politica: quella vera non costa quasi niente). Solo nella prospettiva di una conversione ecologica le risorse che si ricavano da tagli del genere non verranno sprecate; evitando soprattutto di pagare un servizio del debito (in Italia oltre 100 miliardi di euro all'anno) che non può che affondare il paese. Non è il vagheggiamento di una società ideale, ma un programma che risponde a un elementare senso di giustizia in un processo fatto di conflitti, di partecipazione e di organizzazione delle forze necessarie per imporre soluzioni innovative e condivise: a partire dalle situazioni di crisi occupazionale che non hanno prospettive se non nella riconversione produttiva; e dal condizionamento dei governi locali, per risalire di lì ai governi nazionali e alle governance europee e mondiali.
Ma dove sono mai le forze per imboccare una strada del genere? Quelle forze hanno fatto una comparsa a livello globale nella giornata del 15 ottobre, trascinate dall'indignazione nei confronti del modo in cui vengono governate, dalla volontà di valorizzare l'energia e l'intelligenza di una generazione messa ai margini dai poteri della finanza, dalla determinazione a non pagare i costi della crisi e i debiti contratti dagli establishment politici e finanziari al potere. Il segnale è partito dalla Spagna e le parole più chiare sono state dette a New York; ma la manifestazione più numerosa e dalla composizione più variegata di questo movimento in marcia è stata quella di Roma, dove si sono ritrovati, per la prima volta insieme, associazioni, movimenti, comitati, sindacati e persone (dai No Tav agli occupanti del Teatro Valle, dalla Fiom ai Cobas, dal Forum per l'acqua al movimento degli studenti) che da anni lavorano con tenacia a promuovere progetti e rivendicazioni tra loro diversi ma convergenti; e non è valsa a offuscarne il significato la messa in scena di una aggressività vacua e violenta.
Una cosa emerge ormai con chiarezza: entro i vincoli di bilancio imposti dalla Bce a Grecia, Italia (quelli esplicitati dalla lettera con cui Draghi e Trichet hanno definito il programma di questo come di ogni prossimo governo) e in tutta l'Europa non c'è posto né per la politica, né per la proposta, né per l'alternativa. C'è posto solo per l'obbedienza, la rinuncia, il servilismo mascherato da buon senso di tanti columnist, e una spirale che porta direttamente al default; dopo aver però devastato occupazione, redditi, convivenza civile, tessuto produttivo e ambiente. La strada stretta della conversione ecologica passa allora attraverso lo scardinamento di questo diktat ed è a senso unico. La crisi in corso, con il salvataggio delle banche too big to fail (troppo grandi per fallire) ci fa capire quanta forza hanno in realtà i debitori. E' la condizione in cui si trova oggi il nostro paese: la sua insolvenza trascinerebbe nello stesso gorgo, insieme all'euro, tutta la costruzione dell'Unione europea e le economie sia deboli che "forti" di tutti gli altri paesi. Ci sono dunque le condizioni per imporre una ristrutturazione radicale e selettiva del debito pubblico italiano attraverso un negoziato condotto insieme ai paesi cosiddetti Pigs, tutti esposti alla stessa deriva. Cominciando così a sgonfiare la bolla del debito che dai mutui subprime alle banche e agli hedge fund, e da quelle agli Stati che le hanno salvate, e dagli Stati di nuovo alle banche e poi di nuovo agli Stati, continua e continuerà ad aleggiare sul continente, sconvolgendone tutto il sistema produttivo; e buttando a terra uno a uno come tanti birilli tutti gli Stati dell'Unione. Non sarà l'attuale governo - né il prossimo - ad avviare un negoziato del genere; ma questo è il discrimine intorno a cui raccogliere e ricostruire un'autentica forza di opposizione. Anche per salvare l'euro; e l'Europa che vogliamo.
Riconversione ecologica della produzione e dei consumi, democrazia economica fondata sull'autogoverno. La possibilità c'è, a patto di scardinare i diktat dei vincoli di bilancio.

martedì 18 ottobre 2011

Liberiamoci dalla schiavitù.

di Guido Viale su il manifesto del 18/10/2011.
Fonte: esserecomunisti
È sempre più chiaro che non solo la Grecia e l'Italia, ma anche l'Europa, gli Stati uniti, e il mondo intero, stanno marciando verso una recrudescenza irreversibile della crisi in corso. La questione del debito - dei debiti: quelli delle «famiglie», delle imprese, delle banche, dei «fondi», degli Stati - ha offuscato quasi completamente la questione ambientale, a partire dai cambiamenti climatici e, a seguire, dell'acqua, della biodiversità, della deforestazione, dell'esaurimento delle risorse rinnovabili e non rinnovabili.
Il pianeta Terra viene messo al tappeto da una «crescita» di prelievi e di emissioni che non è in grado di sostenere. Eppure è proprio alla «crescita», a una «ripresa» della crescita, al raggiungimento di tassi di crescita irrealistici e insensati, come quelli che sarebbero necessari per fare fronte alla crisi del debito, che tutto l'establishment politico, finanziario, industriale e accademico fa continuamente riferimento come ricetta per «uscire dalla crisi».
Prendiamo il caso dell'Italia: per raggiungere il pareggio - di cui è prevista addirittura la «costituzionalizzazione» - il bilancio dello Stato dovrebbe realizzare un avanzo primario (differenza tra le entrate fiscali e la spesa pubblica) del 5 per cento del Pil all'anno (ma con l'attuale spread si arriverà facilmente al 6,5 per cento). Per fare fronte alla nuova versione del patto di stabilità europeo (che impone di ridurre ogni anno del 5 per cento la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil) ci vuole almeno un altro 3 per cento annuo. Per avere la «crescita», una volta assolti questi obblighi, ci vorrebbe un altro 2-3 per cento: cioè un aumento annuo del Pil del 10-12 per cento: tassi «cinesi». Ma di una Cina che non esiste più. Perché si cominciano a pesare anche là scioperi, aumenti salariali, disastri ambientali, rivalutazione dello yuan e delocalizzazioni (che alla fine cominciano a coinvolgere anche quel paese: alcune «in senso inverso», con un ritorno delle produzioni nei paesi da cui erano emigrate; altre verso paesi ancora più «economici», sia in campo ambientale che salariale). E questo sta mettendo fine al dumping con cui sono stati costruiti quindici anni di «sviluppo» tanto accelerato quanto insensato e pericoloso.

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