Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 27 febbraio 2013

Lo spread ha perso le elezioni

GIORGIO CREMASCHI

gcremaschiI mercati hanno reagito male. Era ovvio, banche e finanza volevano la vittoria di un Pd aperto a Monti. Se poi le elezioni avessero dato addirittura il successo a quest’ultimo per i mercati sarebbe stato il massimo, ma comunque essi erano disposti ad accontentarsi.
E invece no, il popolo italiano non ha votato come avrebbe dovuto per senso di responsabilità e degli affari. Le politiche di austerità, perché questo han subito capito all’estero, sono state bocciate.
Come si fa a non provare soddisfazione per questo sconquasso?
Seicentomila licenziamenti in nove mesi, il più grave impoverimento di massa dalla fine della guerra, le previsioni sul futuro tutte pessimiste e gli italiani avrebbero dovuto farsi ammaliare ancora dal teatrino di Berlusconi Bersani e Monti?
Il palazzo e anche i sondaggisti si erano illusi che sarebbe stato così. In fondo le terribili controriforme delle pensioni e dell’articolo 18, i tagli alla scuola e alla sanità erano passati senza quella rivolta sociale che abbiamo visto crescere in Grecia Spagna Portogallo.
CGIL CISL UIL o approvavano o subivano tutto e i loro gruppi dirigenti si erano equamente distribuiti tra il sostegno al centro e quello al centro sinistra. Anche le ruberie scandalose della classe politica sembravano suscitare più rancore che protesta.
Si poteva credere alla rappresentazione di regime di un popolo italiano passivo e in fondo disposto a votare secondo le indicazioni di quella Troika europea che esercita la sua dittatura in Grecia.
E invece sono andati in minoranza. Perché Berlusconi e Bersani, che ora comunque fanno finta di aver vinto qualcosa, raccolgono il peggior risultato della storia delle loro coalizioni, che ora rappresentano ciascuna poco più di un quarto dei voti espressi. Perché Monti ha mostrato gioia per il solo fatto di essere riuscito ad entrare alla Camera per il rotto della cuffia. Perché tutti costoro, che ci hanno governato in alternanza negli ultimi venti anni e assieme negli ultimi tredici mesi, sono oggi minoranza nel corpo elettorale e nel paese.
È stato duramente sconfitto, assieme a loro, il Presidente della Repubblica che viene ora sottoposto ad una dura legge del contrappasso. Dopo aver imposto la governabilità a tutti i costi in nome dello spread, si trova adesso a dover amministrare il più ingovernabile dei responsi elettorali, mentre lo spread risale.
Siamo dentro una crisi di sistema che le vecchie politiche e i vecchi schieramenti possono solo aggravare. C’è da augurarsi che il Movimento 5 Stelle sia consapevole che il suo successo non è una scelta definita né tantomeno una delega, ma è segnale e parte della rivolta che sta crescendo in tutta Europa e finalmente è cominciata davvero anche ad noi.
Siamo solo all’inizio di un processo lungo e doloroso, dal quale si potrà uscire positivamente solo con l’eguaglianza sociale e il rovesciamento dell’austerità, con il pubblico al posto dei mercati e con la democrazia diretta per controllare il potere pubblico. E questo si potrà fare solo facendo saltare i calcoli e i conti dell’Italia e dell’Europa di banche e finanza. Siamo di fronte ad una crisi di sistema che si può affrontare solo cambiando sistema.
Giorgio Cremaschi
(26 febbraio 2013)

mercoledì 9 gennaio 2013

L'aumento della disoccupazione non sono un fallimento del governo Monti.

   


Cosi la Fornero ed ha ragione!
Gli obbiettivi e i compiti che il governo passato, quello da poco dimissionato e quello che verrà, sono proprio quelli che , specialmente il primo governo Monti, ha raggiunto. La Fornero ,che in questo è stata in prima linea, ha ragione! La crescente disoccupazione,la cancellazione del welfare, il far diventare istituzionale e quindi legge la cancellazione dei diritti , la flessibilità e la precarietà del lavoro era ed è funzionale al nuovo modello di sviluppo che il capitalismo sta per mettere in atto, è funzionale alla finarizzazione del capitale. Questi passi diventeranno stabili e funzionali nella soxietà in preparazione.
Quando si dice che nulla, passata la crisi, sarà più come prima ci si riferisce appunto a questo. Il tipo d'uomo della nuova società e il nuovo lavoratore sarà l'uomo nuovo della nuova società Così come con l'avvento del fordismo si creò e si modellò la società e il nuovo lavoratore parcellizzato e ripetitivo.
A ogni modello di sviluppo deve corrispondere un modello di società e di tipo d'uomo e di lavoratore funzionale ad esso. E sopratutto il modello di sviluppo deve poter svilupparsi con il consenso e il coinvolgimento del tipo di uomo e di lavoratore.
La sussunzione al capitale.
La sovrastruttura ( per dirla in termini marxisti) deve essere funzionale alla struttura della società. E uno degli strumenti per poter avere il consenso è creare lo spauracchio, l'uomo nero che deve poter incutere paura e prospettive ancora più nere di quelle che si attraversa nel presente. Nei secoli passati e nei passaggi decisivi del capitalismo questo si otteneva con la militarizzazione, I militari al potere , il golpe cruento e violento, il braccio armato del capitale, insieme al nemico esterno, agli ebrei, ai cosacchi del Don, ai barbari, ecc ecc .Oggi ai militari si è sostituito la persuasione più o meno occulta dei mass media ( televisione e internet ( leggi twetter, blog, news) ) insieme alla repressione delle "forze dell'ordine"( vedi il reato di devastazione e saccheggio o i fatti di Genova 2001) .
Ma non basta più!
Occorre un nemico esterno, l'uomo nero, invisibile e incontrollabile, che non si vede , ma che colpisce in maniera irrazionale e apparentemente inspiegabile, in modo da addossare le colpe delle nostre pene presenti di volta in volta a quello che in quel momento rappresenta un ostacolo per il raggiungimento degli obbiettivi. Oggi questo si chiama Spread insieme ad un organismo a noi soprannaturale e quasi divino e irraggiungibile l'Europa e i Mercati. Essi devono apparire come la santa trinità uno e trino , e tutti dobbiamo chinare il capo. Insieme malefici e benevoli in funzione dei nostri comportamenti . Il governo Monti , con i suoi ministri, e quelli che verranno, sono solo sacerdoti di questa nostra nuova divinità al cui altare si deve sacrificare noi lavoratori ( anzi proletari nel suo termine originale ed etimologico) , vittime sacrificali. Le loro arti e magie a noi devono apparire come miracolosi e salvifici. Ah se non ci fossero stati loro di certo le divinità a noi ostili ci avrebbero annientati, Ma il rischio è stato allontanato ,ma non ancora debellato. Abbiamo ancora bisogno di loro e dei sacrifici che ancora ci chiederanno E in mancanza di una controprova e sopratutto in mancanza di una spiegazione razionale e scientifica di come operano queste divinità a noi non resta che affidarci a loro sacerdoti e alle loro arti! Sono e saranno loro gli intermediari e i traduttori della volontà della Santa Trinità!
Ecco perché la sacerdotessa Fornero, la sacra vestale, la favorita del capo santone Monti, ha ragione!

martedì 18 dicembre 2012

La dittatura dello spread e il programma della shock economy

di Piero Valerio - sinistrainrete -

Ieri è stata una giornata di fibrillazione e passione in Italia: tutti gli occhi degli analisti, degli opinionisti e degli organi di informazione erano puntati sull’andamento dello spread, che dopo essere sceso nei giorni scorsi intorno ai 300 punti base, è risalito sopra quota 350 punti base. L’indice di Piazza Affari è crollato di -2,21%. I titoli bancari sono andati a picco. L’Italia si è avvicinata di nuovo pericolosamente al cosiddetto baratro. Visi preoccupati dappertutto, catastrofismo a fiotti, paura sparsa a piene mani e raffiche di dati allarmanti. Persino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi, per bocca del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Bagnasco: “La casa brucia. Irresponsabile chi pensa a sé. Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno. Monti? Errore non avvalersene in futuro”. Ma cosa è accaduto di così straordinariamente minaccioso per l’Italia? Come mai la propaganda di regime italiana si è mossa all’unisono con tanta aggressività e compattezza? E’ accaduto un fatto normalissimo. Uno dei partiti di maggioranza, il PDL, che appoggiava il governo dei banchieri guidato da Monti ha avuto l’insolenza di dire la verità: tutti i dati economici, dal PIL, all’occupazione, alla produzione industriale, ai consumi, ai risparmi, al debito pubblico, alla pressione fiscale sono peggiorati dopo un anno di governo Monti, e quindi il PDL ha preferito non garantire più il suo sostegno incondizionato. Cosa c’è di tanto strano in tutto questo? Niente. E’ una normalissima dinamica democratica che si ripete da sempre in tutti i paese che possono ancora reputarsi tali. Tuttavia nello stato di diritto di eccezione in cui si trova incastrata da anni l’Italia all’interno dell’eurozona, commissariata di fatto dai "mercati" finanziari, ogni azione, che abbia una lontana parvenza di democraticità, diventa incredibilmente pericolosa e delicata.

Tralascio ovviamente tutto lo squallore dei tatticismi e delle questioni interne al PDL, basate su alcune rivendicazioni tipiche di un partito padronale (la riforma della giustizia, la legge sulle intercettazioni, l’incandidabilità dei condannati etc), e vado subito al sodo: in linea di principio la bocciatura al governo Monti non fa una piega. I presunti tecnici, che in realtà sono solo degli sciacalli mercenari al soldo degli interessi dei grandi poteri finanziari internazionali, hanno fallito su tutta la linea e qualcuno doveva farglielo notare a livello pubblico e istituzionale. In realtà, prima della bocciatura del PDL, il governo Monti allineato ai principi folli dell’”austerità espansiva” dell’eurozona era stato bocciato addirittura dal FMI, che senza mezzi termini ha dimostrato in un suo documento, con tanto di grafici e dati inequivocabili, che continuando a fare tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse la situazione economica avrebbe finito per peggiorare inesorabilmente. Tutti i più accreditati ed autorevoli economisti del mondo, da qualunque latitudine del globo, hanno fatto notare a più riprese, non senza qualche accenno di ironia e sarcasmo, che la strada percorsa dall’Europa è senza ritorno e non ha via di uscita. Chi governa oggi in Europa probabilmente sa già di stare percorrendo una vicolo cieco, che prefigura la recessione come unica soluzione alla crisi: secondo loro, la deflazione dei salari dei lavoratori è l’unico modo per incoraggiare i nuovi investimenti, mentre la deflazione dei prezzi favorirà alla fine i consumi, perché la ricchezza finanziaria reale accumulata dalle famiglie aumenterà il suo potere d’acquisto e chi ha qualche risparmio da parte sarà invogliato a spendere. Chiariamo subito che una tale eventualità non è mai accaduta in passato nella storia del mondo, perché sappiamo bene quanto pesino le pessime aspettative e l’incertezza sul futuro sulle scelte di investimento e di consumo degli agenti economici, eppure l’Europa continua ad andare avanti e ad incoraggiare quei governanti che assecondano indefessamente questa strategia suicida di stampo neoliberista, mercantilista ed imperialista. Perché?

Perché i tecnocrati europei non sono affatto interessati alla ripresa economica nel vecchio continente. Assolutamente no. Quella caso mai arriverà per sfinimento, quando i lavoratori, i sindacati saranno sfiancati e accetteranno tutte le ricette amare imposte dai loro governanti, rassegnandosi ad una vita di indigenza senza fine e smettendo persino di nutrire aspettative per il futuro. L’intenzione dei tecnocrati europei, in perfetta sinergia con gli interessi finanziari dei “mercati” che sono i veri committenti del miope progetto europeista, è invece quello di legittimare il loro predominio assoluto e annientare qualsiasi timida reazione democratica da parte della popolazione. Cosa fa un monarca, un despota, un dittatore quando vuole dimostrare la forza della sua reggenza e mortificare le resistenze dei sudditi? Impone delle misure impopolari e assurde, che in qualsiasi altro contesto sarebbero ritenute senza senso e disumane. Non lo fa per sfizio, per spregiudicatezza o malvagità ma solo per un preciso calcolo psicologico, che deve condurre a determinati risultati. Anche il Dio del Vecchio Testamento agì così con i suoi patriarchi, chiedendo addirittura ad Abramo di uccidere il figlio Isacco per dimostrare la sua abnegazione e fedeltà al divino. Un pensiero unico monocratico, monoteistico si fonda su queste premesse, deve essere innanzitutto accettato incondizionatamente per fede, e non presuppone nelle fasi successive un lavorio razionale della mente. Anzi, più si affievolisce la ragione e maggiori sono le probabilità che la fede si corrobori, e inversamente, più ci si incaponisce sul ragionamento e sulla logica e più si finisce per allontanarsi dalla via della salvezza fideistica e si viene etichettati come eretici. Togliamoci subito dalla testa che i tecnocrati europei siano quindi stupidi, incapaci, incompetenti, perché non è così. Loro sanno perfettamente quello che fanno, sanno che lo scopo dell’euro è quello di annientare i salari e i diritti democratici delle popolazioni e continueranno a sostenere questo piano finché non verrà cancellato persino il dubbio nella mente degli ultimi irriducibili riluttanti che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo.

mercoledì 12 dicembre 2012

Una lettura geopolitica della Crisi

 

Fonte. Megachip. - fabionews -
Un possibile percorso interpretativo della crisi, normalmente trascurato dalla principale corrente dei media, potrebbe passare anche attraverso una lettura delle dinamiche che intercorrono tra blocchi geopolitici.

Osservando una sorta di foto panoramica coglieremo meglio quegli elementi che nelle immagini troppo di dettaglio della crisi tendono a sfuggire.

Seguiamo questa ipotesi:

  1. Con il peggiorare della situazione spagnola e francese (ma è di oggi l’attacco al Belgio, all’Olanda e all’Austria) è ormai chiaro che la crisi di sfiducia dei mercati è sistemica: è nei confronti dell’Euro – Europa e non nei confronti di uno o due paesi.
  2. Chi sono i “mercati”? Di essi si possono dare due descrizioni. La prima è quella tecnica, ovvero la sommatoria di singole azioni di investimento prese in base alle informazioni disponibili. I mercati sono storicamente affetti da sindrome gregaria, per cui se una massa critica (quantità) o qualificata (qualità) si muove in una direzione, tutto il mercato la segue. Ciò adombra una seconda descrizione possibile ovvero quella dell’interesse strategico che una parte dotata di impatto quantitativo e qualitativo potrebbe avere, trascinando con sé il resto del mercato. I mercati, di per loro, non hanno interesse strategico: si muovono nel breve termine. Alcuni operatori di mercato però (banche e fondi anglosassoni) potrebbero avere interessi strategici e soprattutto essere in grado di perseguirli sistematicamente (rating, vendite alla scoperto, calo degli indici, rialzo dello spread, punizioni selettive, operazioni sui CDS, manovrare non solo i mercati ma - data l’importanza che questi hanno - l’intera vicenda sociale e politica di una o più nazioni. Tali comportamenti non solo perseguono un vantaggio a lungo periodo di tipo geostrategico ma garantiscono anche di far molti soldi nel mentre lo si persegue, una prospettiva decisamente invitante ).
  3. Quale potrebbe essere l’interesse strategico che muove alcuni operatori di mercato ? Decisamente lo smembramento e il depotenziamento europeo. Colpire l’Europa significa: 1) eliminare il concorrente forse più temibile per la diarchia USA – UK, tenuto conto che con la Cina c’è poco da fare; 2) riaprirsi la via del dominio incondizionato del territorio europeo secondo l’intramontabile principio del “divide et impera”; 3) eliminare una terza forza (USA – ( EU ) – Cina) riducendo la multipolarità a bipolarità, una riduzione di complessità. Male che vada si sono comunque fatti un mucchio di soldi e il dettato pragmatista è salvo.
  4. Su cosa contano i mercati ? Sulla oggettiva precarietà della costruzione europea al bivio tra il disfacimento e un improbabile rilancio strategico verso progetti federali. Sulla distanza tra opinioni pubbliche e poteri politici che rende appunto “improbabile” un rilancio dell’iniziativa strategica europeista proprio nel momento di maggior crisi, dove si innalzano non solo gli spread ma anche la paura, l’ottica a breve, la difesa del difendibile ad ogni costo, la rinascenza dell’egoismo nazionale. Sulla oggettiva asimmetria tra Germania e resto d’Europa, una asimmetria strutturale che fa divergere gli interessi, ma più che altro la scelta del come far fronte ad un attacco del genere. È pensabile che tutta Europa pur di mettere a sedere in breve tempo la c.d. “speculazione” , concorderebbe facilmente e velocemente sulla possibilità di far stampare euro in BCE per riacquistare debito, magari a tassi politici (un 2% ad esempio ) ma per la Germania questo è semplicemente inaccettabile. Infine sia la Germania, sia la Francia, sia a breve la Spagna e un po’ dopo la Grecia avranno appuntamenti elettorali (nonché ovviamente l’Italia ) e questi condizioneranno in chiave “breve termine” e “nazionale” le ottiche politiche. Ciò potrebbe spiegare anche il: perché adesso ?

A ben vedere e se volessimo seguire l’ipotesi “complotto anglosassone” si presenta anche un obiettivo intermedio: poter premere per disaggregare l’Europa in due, tutti da una parte e l’area tedesca dall’altra (area tedesca = da un minimo della sola Germania, ad un massimo di Olanda, Austria, Slovacchia ? Finlandia ? Estonia ? con particolare attrazione nei confronti dell’ex Europa dell’Est).

L’euro rimarrebbe all’interno di una zona che avrebbe la Francia e l’Italia come poli principali, si svaluterebbe, perderebbe il suo potenziale di moneta internazionale concorrente del dollaro (diventerebbe, per quanto rilevante, una moneta “regionale”).

I populisti dello spread hanno già vinto le elezioni

Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi
        Il ruolo dello spread nelle prossime elezioni come in tutto ciò che resta della nostra democrazia è potentemente riemerso. Lo aveva già annunciato Giorgio Napolitano dichiarando di attendere i mercati. Gli hanno fatto eco i mass media e gli attori, da Fiorello a Littizzetto. Così lunedì mattina le banche e i fondi, soprattutto quelli italiani, hanno unito l’utile con il dilettevole. Hanno venduto titolidi stato che avevano acquistato a prezzo più basso realizzando un discreto utile. E hanno fatto risalire lo spread chiarendo a tutti coloro che si candidano alle elezioni chi comanda davvero.
Berlusconi è stato solo un utile idiota di questa operazione di regime. Tutti in Italia sanno che non solo non ha alcuna possibilità di vincere, ma che il suo ritorno in campo è il segno di una crisi della destra e dei suoi penosi gruppi dirigenti che è destinata a durare. Quel vero politico cinico e spregiudicato quale è Mario Monti, ha usato la disperazione del populista di Arcore per mettere sull’avviso tutti e in primo luogo Bersani ed il centro sinistra.
Io sono lo spread, ha fatto sapere il nuovo Re Sole, la politica italiana deve inchinarsi a me e alla mia agenda, il modo si vedrà. Subito il can can di regime si è scatenato.
Il problema non è solo Berlusconi, ma anche l’inaffidabilità del centro sinistra che ha al proprio interno chi, udite udite, osa mettere in dubbio qualche parte dell’operato del governo. I telegiornali si sono diffusi nell’intervistare i nuovi leader della indignazione civile, i broker della Borsa, trovando pensosa conferma di queste preoccupazioni. A cui il centro sinistra ha risposto o con balbetti, o con la fiera affermazione di Bersani sul Wall Street Journal: noi siamo con Monti, che non ha bisogno di candidarsi perché manterremo tutti i suoi impegni e magari lo faremo Presidente della Repubblica.
Così lo spread ha già vinto le elezioni prima dello scioglimento delle Camere. Chi oserà più, stando al governo, non dico mettere in discussione il fiscal compact o il pareggio di bilancio, ma la controriforma delle pensioni e del lavoro o l’Imu? Ma andiamo, sappiamo tutti che a questo punto le elezioni diventano soprattutto una bolla mediatica di chiacchiere nelle quali diventa difficile anche promettere, e per questo tornerà in scena il vecchio spettacolo di berlusconiani e anti berlusconiani.
Se si volesse fare diversamente si dovrebbe avere il coraggio di sfidare apertamente lo spread e di predisporre misure atte a neutralizzarne i contraccolpi. Così come, se si mettono le tasse ai ricchi ci si deve preparare alla loro fuga all’estero e agire di conseguenza, così se si vuole fare qualcosa di diverso da Monti bisogna dare per scontata la vendetta dello spread e attrezzarsi contro la speculazione e la finanza. Altrimenti è quest’ultima che governa, con Monti.
Non è lo stanchissimo populismo di Berlusconi a farmi paura, ma quello dello spread, la lotta di classe dall’alto del grande capitale che fa appello al popolo per difendere il governo delle banche. Il palazzo politico e lo stesso Vaticano si sono già prostrati. E non credo che Grillo possa rappresentare una reale alternativa, per la semplice ragione che i voti li prende contro i ladri di galline della casta politica e non contro i signori dello spread.
La sinistra alternativa si sta precipitosamente e disperatamente organizzando, ma non so se c’è il tempo per superare anni di ritardi nelle scelte e nei programmi. Così siamo politicamente molto più indietro della Spagna o della Grecia, ma come la Grecia andremo a votare sotto la dittatura dello spread.
L’unico vantaggio che abbiamo è che queste elezioni già segnate sono vicine e passeranno presto. Poi ci sarà la lotta contro il potere dei signori dello spread che dovremo organizzare, e che sarà sempre più forte man mano che l’avanzare della crisi di quel potere mostrerà l’inutile ferocia.
Per definire una agenda politica ed economica alternativa a quella che ci domina, noi che abbiamo organizzato il primo No Monti Day e che già sappiamo ce ne vorranno altri ci incontriamo a Roma il 15 dicembre.

mercoledì 31 ottobre 2012

Lo spread snobba Berlusconi

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
       
Solo 6 punti in più dopo la «svolta populista» di venerdì scorso. La finanza globale considera il «ritorno del Caimano» un film che non si farà mai
Non serviva essere esperti di speculazione finanziaria per sapere che la sortita berlusconiana – «decideremo se togliere la fiducia al governo immediatamente» – avrebbe avuto un effetto visibile: lo spread che aumenta. E così è andata: il differenziale tra Btp e Bund tedeschi è salito nella giornata di ieri fino a 353 punti. Nemmeno tanto, appena 6 punti. Come se i mercati avessero ormai archiviato il Cavaliere e tutte le sue giravolte. Una leggera increspatura, insomma, giusto per far capire che se questo paese è tanto fesso da voler ripercorrere una strada chiusa. il suo destino è già segnato.

Meno di un anno fa quel maledetto spread era arrivato a 575 punti, con Silvio barricato a palazzo Chigi. Forse avrebbe resistito ancora qualche giorno, ma in due ore il titolo Mediaset perse il 12%, tanto da esser sospeso dalle contrattazioni per eccesso di ribasso. Berlusconi uscì a mani alzate e Monti prese il suo posto appena 24 ore dopo esser stato innalzato al ruolo di senatore a vita. Se qualcuno crede che sia stato solo un bizzarro «incrocio di coincidenze», può ritirarsi in convento. Ieri il Biscione ha perso appena il 2,1%, in una giornata negativa per tutte le piazze del Continente (Piazzaffari -1,5%) e con Wall Street chiusa per uragano in arrivo.

Dobbiamo concluderne per forza di cose che Berlusconi è politicamente morto e sepolto nella considerazione globale. Il suo «ritorno» è ormai solo una favoletta per cercare di tener buoni quanti, a sinistra, hanno molto da ridire sulle politiche messe in atto dal governo «tecnico»; ma sui tavoli che contano – le piazze finanziarie e le riunioni della troika (Bce, Fmi, Ue) – le sue minacce suonano ormai come il ruggito di una pulce.

La conferma diretta, in forma algida e velenosa più del solito, è venuta dallo stesso Mario Monti, impegnato a Madrid in colloqui con Mariano Rajoy. Perseguitato da giornalisti obbligati a tener d’occhio solo la provincia italiana, prima si è mostrato sorpreso dal possibile collegamento tra andamenti dello spread e comportamenti berlusconiani: «Non ci avevo pensato». Salvo poi dire che «lo spread attuale è ingiustificato; per qualche ragione che mi sfugge era a 330, oggi è a 350, comunque molto meno di un anno fa quando era a 575». Venti punti, invece di 240; questo è quanto Silvio «pesa» oggi.

Infine si è dilungato con noncuranza sulla sortita suicida del fu Caimano: «Minacce di ritiro della fiducia a questo governo non possono essere fatte, perché non lo vivremmo come una minaccia. Siamo stati richiesti di dare un contributo in un momento difficile di questo paese. Pensiamo di stare avendo buoni risultati, ma non spetta a noi valutarlo. Sono ‘minacce’ che a noi non toglierebbero niente, se non l’attività di governo che non è stata da noi ricercata».

martedì 21 agosto 2012

L’aut aut che Monti non vede

il manifesto | Autore: Guido Viale
«It’s the economy, stupid»: era stato questo lo slogan vincente di Bill Clinton nella campagna contro George Bush (senior) vent’anni fa. Forse oggi è il caso di riprendere quelle stesse parole contro il ragionier Monti, economista di fama mondiale, che non riesce a spiegarsi come mai, avendo «messo i conti in ordine», lo spread italiano continui a essere il triplo di quello di altri paesi quasi altrettanto indebitati e senza quell’avanzo primario (la differenza tra entrate e spese dello Stato destinata al pagamento degli interessi) che nessun altro in Europa può vantare.
Le borse non sono cieche: spread alto ed economia a pezzi vanno insieme Il fatto è che con le sue misure «salvaitalia», «crescitalia», spending review e «spremilavoro» Monti ha letteralmente strangolato, e continua a strangolare, l’economia italiana: la sua base produttiva e occupazionale, le sue imprese, le sue potenzialità; mentre con il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact ha posto le premesse perché nei prossimi anni e decenni l’economia italiana non possa mai più riprendersi: esattamente come in Grecia. Perché allora la finanza internazionale (e nazionale), che guarda alla sostanza delle cose e non ai discorsi, non dovrebbe aspettarsi che un programma del genere porti diritto al fallimento?
Lo spread è la dimostrazione che, in barba ai cosiddetti «fondamentali», la scommessa è proprio questa. A difesa di Monti si potrebbe argomentare che a non capire questa cosa elementare (o a fingere di non capirla, per nascondere altri obiettivi) non è solo lui ma che è in buona compagnia.
Innanzitutto del suo governo e dei partiti che lo sostengono; che continuano a blaterare di un “dopo Monti”, come se questo governo non stesse mettendo le premesse (addirittura in Costituzione!), perché il dopo non si differenzi minimamente dal prima (compreso il «prima di Monti», con cui è sempre più evidente la sostanziale continuità, a parte lo «stile» al posto del carnevale). Ma dietro o accanto a lui, a confermarlo nella sua pretesa di salvatore della patria, c’è tutto l’establishment della finanza internazionale, a partire da Goldman Sachs che lo ha allevato insieme al suo socio Draghi. Entrambi si presentano come i demiurghi dalle cui decisioni dipendono le sorti non solo dell’Italia ma anche quelle dell’euro, e insieme all’euro, dell’Unione europea – e per inevitabile contagio, come ben ha capito Obama, prigioniero anche lui, però, dello staff di finanzieri nelle cui mani si è messo contando di addomesticarli e non di esserne addomesticato – dell’economia mondiale. Ma entrambi cominciano a capire che il gioco in cui si sono messi è più grande di loro (nonostante tutta la «potenza di fuoco» che Draghi sostiene di voler mettere in campo); e forse più grande di chiunque altro al mondo.
Perché il modo di operare della finanza non è una congiura, ma un meccanismo cieco che nessuno in realtà governa: giacché è un contesto in cui ciascuno, anche le maggiori potenze del mondo, non può più agire se a difesa del proprio, per quanto immenso, «particulare»: che nel corso del tempo si è andato riducendo sempre più alla contabilità dei margini realizzati giorno per giorno: magari e per lo più, come si sta scoprendo giorno per giorno, attraverso meccanismi truffaldini: come la manipolazione del libor e dei rating, le scommesse contro governi o investitori di cui si è consulenti (i famigerati Cds, spacciati per il loro contrario, cioè assicurazioni contro il fallimento). O le modificazione delle regole delle vendite allo scoperto: quella con cui Draghi, allora ancora Governatore di Banca d’Italia, ha a suo tempo spianato la strada alla nomina di Monti.
Le regole con cui tenere sotto (parziale) controllo gli spiriti mortiferi della finanza, messi a punto tra la crisi del 1929 e la conferenza di Bretton Woods (a favore, per la verità, di una parte ridotta e privilegiata delle nazioni) sono state abolite da tempo in nome del pensiero unico, della deregolamentazione e della libera circolazione dei capitali. E con un solo obiettivo: privatizzare tutto e riprendere ai lavoratori quel poco che avevano conquistato in più di un secolo di lotta di classe.
Non saranno quindi né Monti né Draghi a porre un freno o a invertire questo processo. La partita tornerà ben presto in forme drammatiche e in un contesto tumultuoso e privo di mediazioni – distrutte o rese insignificanti dalla degenerazione della «politica» – nelle mani delle vittime del loro operato: ma in un contesto nazionale e internazionale carico di rischi autoritari e di elementi di confusione. È questo il quadro di riferimento di ogni possibile discussione sulla «ripresa» d’autunno

mercoledì 1 agosto 2012

Luigi Cavallaro: "Stanno smantellando lo Stato di diritto con la scusa dello spread"

      

Autore: fabio sebastiani        Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto…
Più esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che è lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell’articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il “regolatore” dell’iniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia l’iniziativa economica pubblica sia quella privata nell’ambito di un proprio disegno globale, che individuava priorità, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attività. Si optò allora per un compromesso che – grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti – prese la forma dell’art. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perché Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), l’economia pubblica, che già si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sull’economia privata.
Un compromesso per la proprietà e il capitale…
Sì, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perché in una sentenza stabilì che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto – ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e un’elevatissima percentuale di quello industriale erano di proprietà pubblica – c’erano tutte le premesse perché anche l’economia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della “bolscevizzazione”: nel corso degli anni ’70 Guido Carli lo denunciò a più riprese e trovò ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriverà la storia degli anni ’70, bisognerà pur dire che quella che andò in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dell’inflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di “rivoluzione dall’alto” che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidarietà nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perché quel che ci interessa qui è la reazione capitalistica. La quale, più ancora che nella marcia dei 40.000, si manifestò nel cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Può essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del “divorzio” doveva essere la dismissione progressiva delle aree d’intervento pubblico: se lo Stato non poteva più indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c’era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e così il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arrivò nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perché ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppiò solo per effetto dell’aumento della spesa per interessi causato dal “divorzio”.

venerdì 13 luglio 2012

Soft o hard ...

Soft o hard, il memorandum arriverà anche qui in Italia. Parola di Monti
Sta suscitando grande inquietudine nei palazzi della politica lo spettro evocato dal presidente del Consiglio subito dopo l'Ecofin: il fantasma del Memorandum. Monti non ha per nulla escluso che, nel caso di spread fuori controllo, l'Italia possa chiedere soccorso al Fondo salvastati; anzi, per la prima volta ieri ha dato l'impressione che prima o poi ciò potrà accadere. Una cosa che si attende ormai da tempo. Prima ti costringono a tagliare e a fare le riforme per comprimere i diritti, poi ti stringono definitivamente il cappio al collo con il Memorandum.

Anche se Monti ha precisato che per l'Italia non sarebbe comunque un'umiliazione, cioè che a differenza della Grecia dovremmo sottoscrivere con l'Europa una lista di impegni molto meno gravosa, in pratica la conferma di «un memorandum in versione light», si tratta sempre di cedere ai ricatti dei 'capi' d'Europa, dalla Bce all'Ue.

Proprio come accadde in Grecia, l'eventuale Memorandum dovrebbe essere sottoscritto non solo dal Parlamento uscente, ma da tutti i leader impegnati nella campagna elettorale... Ci sarà da divertirsi...

martedì 15 maggio 2012

Lo spread, il nuovo «dittatore»

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni       

Che scherzi fa la crisi… Ricordate Giuseppe Vegas, berlusconiano della prima ora e viceministro dell’economia con Giulio Tremonti? Ora è presidente della Consob, autorità di controllo sulla borsa italiana. Ieri ha parlato all’interno di Piazza Affari seminando una serie di considerazioni decisamente eccentriche rispetto al suo ruolo e all’area politico-culturale di provenienza. Un esempio per tutti: dal suo punto di osservazione ha notato che cresce «l’insofferenza nei confronti della ‘dittatura dello spread’», perché «affidare il nostro futuro a un numero costituisce anche un modo di abdicare ai nostri doveri». I quali discendono «da un fondamentale diritto: quello di partecipare democraticamente all’assunzione delle decisioni che ci riguardano».
Impossibile non concordare. Ma suona strano in bocca a chi – da governante – trovava normalissimo che (sotto Marchionne, in Fiat) i lavoratori non potessero decidere sul loro contratto di lavoro tramite referendum, né scegliersi il delegato o il sindacato cui iscriversi. Ma le elezioni in Grecia, Francia, Italia e persino in Germania dicono che non è salutare continuare su quella strada. «La gente» non ci sta. E quindi diventa obbligatorio far capire di aver capito, suggerendo che «è giunto il momento di affiancare alle manovre di risanamento scelte che possano garantire una crescita stabile».
Certo, può suonare ancora più strano che un ex frequentatore della «finanza creativa» tremontiana si lasci scappare giudizi come «l’innovazione finanziaria può essere positiva, ma legislatori e autorità hanno il dovere di evitare che si trasformi in un meccanismo che brucia i risparmi delle famiglie». O che contesti un’eccessiva «ugualianza» nelle sanzioni verso chi ha messo in atto comportamenti di mercato poco o molto pericolosi per il loro funzionamento; fino a decidere che l’attività di vigilanza del suo istituto deve essere indirizzata «verso i comportamenti maggiormente dannosi per l’intregrità dei mercati», concentrando perciò «l’azione repressiva» sulle condotte illecite «più rilevanti». In termini di soldi spostati, vien da pensare.
La giornata era anche giusta. Il disastro in Jp Morgan rivela infatti che il mercato dei «derivati» – completamente privo di regolamentazione, con scambi sempre over-the-counter – funziona come moltiplicatore dei rischi invece che come loro «gestione competente». E, in generale, che le politiche di contrasto della crisi fin qui messe in atto l’hanno semplicemente aggravata.
Eppure i mercati non riescono a cambiare logica, visto che la loro unica molla è il profitto a breve termine. Ieri il crollo delle piazze finanziarie è stato consistente e globale. Molti commentatori l’hanno attribuito all’impossibilità di formare un governo in Grecia, e quindi alla sempre più probabile uscita di Atene dall’euro. Ma i più accorti guardavano in realtà all’esito delle elezioni in Nord Reno Westfalia (oltre che a Jp Morgan), le quali – decretando una batosta di proporzioni inattese per la coalizione della Merkel – mette in seria discussione la governance europea per come si era fin qui definita.
Sarkozy è andato, e Hollande parte con l’obiettivo di rivedere molte scelte, a partire dal fiscal compact e dall’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Ora la Merkel – lo vedono proprio tutti – è molto più debole; e non si può pensare di governare 17 paesi con i diktat della Bundesbank o quelli della Bce. È saltata insomma la «linea Maginot» del rigore a tutti i costi, di cui fin qui aveva beneficiato la sola Germania, messa in condizione di potere rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero e guadagnando su quello altrui tramite le proprie banche. È questa la notizia davvero pessima per gli «investitori istituzionali» (quelli dai grandi numeri), che hanno bisogno di «certezze» per potersi lanciare in scommesse folli.
I numeri sono impietosi. Le borse europee sono andate tutte molto male, con ovviamente i poveri greci all’ultimo posto (4,27%) e una lista di perdite che sembra un cimitero (Piazza Affari a -2,74, addirittura «in risalita» dopo aver ceduto oltre il 3,5% durante la seduta; e poi Madrid -2,66, Londra -1,97, Parigi -2,29 e Francoforte -1,94). Ma nemmeno Wall Street poteva sorridere (la «squadra» licenziata da Jp Morgan era non a caso composta dagli speculatori contro l’Europa): a due ore dalla chiusura perdeva lo 0,7%, ma era partita anche peggio.
In crisi netta l’euro, sceso al di sotto dell’1,29 contro il dollaro Usa. Ma la misura sull’andamento dell’economia è come sempre dato dal prezzo del petrolio. In discesa (a 94,5 dollari al barile per il Wti, -1,6%). Perché se l’economia reale va male, si consuma meno energia.

lunedì 14 maggio 2012

Il paradosso taciuto dello spread

Claudio Messora Lidia Undiemi Giulia Cazzaniga L'Ultima Parola Anteprima MES Euro Byoblu Byoblu.com

- buoblu -
Vi prego di ragionare su una cosa. Cos’è lo spread? Il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e i loro analoghi tedeschi. Perché ci sono rendimenti diversi? Perché il rendimento è la misura di un rischio: se chi “scommette” sui tuoi titoli ritiene che la scommessa sia più rischiosa, lo fa solo a condizione che il rendimento del suo investimento sia maggiore. Ovvero pretende più interessi in cambio del suo prestito. Cosa significa? Perché, se l’investitore crede che un titolo non sia affidabile, lo compra lo stesso? E’ matto? No: accetta il rischio. Fa una scommessa. Fa i suoi conti e calcola che se gli va male perde tutto, ma se gli va bene avrà speculato, cioè guadagnato di più del dovuto. Attribuisce insomma a questo rischio un costo, dopodiché presenta il conto. E noi il conto lo paghiamo. Lo abbiamo sempre pagato. Visto che non siamo mai falliti, abbiamo cioè quasi sempre pagato di più di quello che dovevamo pagare.

Cosa succede, però, se andiamo in default? Succede che non paghiamo più. Cosa stanno facendo Monti e l’Europa? Ci stanno impedendo con ogni mezzo di fallire. Ci stanno cioè indebitando ulteriormente (i 125 miliardi che stiamo per conferire al MES, solo per iniziare, rappresentano una buona fetta del nostro debito pubblico: potremmo usarli per abbatterlo). Ci stanno, cioè, accollando nuovi fardelli per garantire i titoli di stato in scadenza e quelli a venire a chi li ha sottoscritti. Ma noi questa garanzia l’abbiamo già data: abbiamo accettato di pagare un rendimento molto maggiore rispetto a quello tedesco. Non eravamo mica scemi, l’abbiamo fatto in accettazione della scommessa dell'investitore, il quale ha puntato al tavolo alzando la posta, consapevole di poter perdere tutto ma bramoso di assicurarsi guadagni superiori.
Dunque a che scopo pagare rendimenti più alti in fase di emissione titoli, se poi siamo costretti comunque a ripagare i debiti e non ci è permesso fallire? E’ un controsenso: o si stabilisce che “non possiamo fallire”, e allora lo spread deve essere abbattuto, portato a zero domani mattina, oppure si fanno debiti a tassi elevati, superiori al dovuto, ma poi se lo scommettitore perde sono affari suoi. Se dobbiamo pagare per il fondo salva-stati, allora vogliamo l’immediato azzeramento di tutti i differenziali sui rendimenti che siamo stati costretti a garantire quando abbiamo venduto il nostro debito.
Altrimenti è una truffa.

Obiezioni e riserve sul MES
(Meccanismo Europeo di Stabilità)

La lettera di alcune personalità austriache a tutte le istituzioni di Vienna
In qualità di cittadini responsabili, i sottoscritti hanno letto la bozza del MES con la necessaria diligenza e accuratezza. Siamo pervenuti alla conclusione che questa bozza non deve essere accettata. Coloro che la firmeranno, devono essere giudicati avendo agito con dolo eventuale, se le prevedibili conseguenze si manifestano.
Non solo l’accordo contraddice le più elementari convenzioni UE, che costituiscono le basi per l’ingresso e per la permanenza nell’Europa Unita in qualità di membri, ma viola anche la Costituzione Federale Austriaca, poiché trasferisce le prerogative del diritto di ogni democrazia – per esempio la sovranità finanziaria - a una istituzione al di fuori del suo controllo.
Se questo trattato sarà ratificato, tutti gli stati membri dell’UE saranno diretti da un’oligarchia finanziaria anonima priva di legittimazione democratica. Per dirla con schiettezza: è una delega ad instaurare una schiavitù anonima e finanziaria sotto al pretesto della “solidarietà”.
In particolare, l’impegno ad obbligarsi in favore del settore finanziario sovraccaricherà la capacità delle economie nazionali e la disponibilità dei cittadini a subire ulteriori sacrifici finanziari. L’obbligazione “incondizionata e irrevocabile” al pagamento iniziale e a quelli aggiuntivi (Art. 8 e 9) testimoniano di questa riduzione in catene a favore dei grandi possessori di capitali.
Attraverso l’obbligazione ad agire in accordo con l’FMI, si stabilisce l’influenza indiretta degli USA, ovvero la compartecipazione decisionale di quelli che hanno prodotto e che ancora mettono in scena la crisi finanziaria.

giovedì 3 maggio 2012

Halevi. "La recessione è globale"

Cinzia Gubbini, Joseph Halevi - ilmanifesto -
Ciao Joseph, lo spread oggi vola di nuovo. Quota 400. Ma non era tutto apposto dopo le riforme di Monti? (ce la raccontano così...)
joseph halevi: Veramente Monti c'entra poco, mentre Draghi c'entra moltissimo. Gli spread sono calati quando Draghi ha deciso di aprire i rubinetti della liquidità, ora anche questa droga si sta esaurendo.
cinziagubbini: Dunque il nostro paese più forte, più credibile, non ha alcun tipo di influenza sull'andamento dei mercati?
joseph halevi: Non é più forte, questa é una finzione mandata avanti dai politici e dai loro governanti tecnici. Non ha influenza, punto e basta.
cinziagubbini: Quindi lo spread si sta rialzando perché di nuovo c'è crisi di liquidità?
joseph halevi: Non penso che sia per questo. E' che le aspettative recessive stanno investendo tutta l'Europa malata e lambiscono la Germania, si cumulano con il fatto che la Cina non tira come dovrebbe sebbene questa era una chimera sin dall'inizio.
cinziagubbini: Dunque, una volta tanto, i mercati rispondono a una reale difficoltà economica?
joseph halevi: Da un po' di tempo i mercati hanno ragione, direi da circa un anno. Vi sono due aspetti: andamenti quotidiani in cui i mercati finanziari e le società hedge cercano di lucrare, poi vi sono le loro valutazioni, diciamo strutturali e il quadro é molto più realistico.
cinziagubbini: Quindi quella di oggi è una "botta" di realismo?
joseph halevi: Sì perché sia dagli Usa che dalla Cina le notizie non sono buone, per la Cina il quadro é più complesso in quanto é la Cina che mostra che il sistema capistalistico si sta mordendo la coda in modo cannibalesco.
cinziagubbini: Infatti la principale imputata del ribasso dei mercati di oggi è proprio la Cina. Ma perché?
joseph halevi: Dunque sia perché le esportazioni cinesi sono diminuite su base mensile, soprattutto verso l'Europa, sia perché le importazioni effettuato dalla Cina hanno subito un rallentamento. Nel primo caso il messaggio é: la domanda non tira quindi la dinamica dell'esport cinese rallenta e ciò ridurrà la crescita cinese la quale ridurrà le importazioni della Cina dal resto del mondo, acuendo la carenza di domanda globale.
cinziagubbini: Già adesso, da quello che dici, le importanzioni della Cina sono rallentate...
joseph halevi: Inoltre i mercati finanziari, soprattutto quelli di Londra, New York, Chicago futures e Nikkei (Tokyo) si reggono sulla bolla cinese che é enorme. Fino ad oggi i cinesi hanno finanziato la bolla ma se la loro crescita diminuisce questo sarà più difficile.
cinziagubbini: Visto che la stiamo vivendo in diretta, ci spieghi esattamente cos'e' la bolla cinese?
oseph halevi: Una enorme bolla speculativa: in Cina ci sono città nuove di zecca completamente vuote, città con più aeroporti e con collegamenti ad alta velocità che aumentano la capacità già di per se eccedentaria degli aeroporti. Il tutto veine finaziato con erogazione di denaro da parte della banca centrale verso il sistema bancario. La bolla é stata ampliata a dismisura con la politica anticiclica varata nel novembre del 2008 per sfuggire dalla recessione meondiale. Ci sono riusciti rimanendo bolla-dipendenti ed hanno tirato sé il Brasile, l'Australia, l'Argentina e una grande fetta degli Usa, nonché l'industria tedesce e dei paesi nordici dell'Europa.
cinziagubbini: Nooo, aspetta e che significa? Ce lo devi spiegare meglio: il problema è che tutto viene finanziato dalla banca centrale cinese ma la produzione non tiene testa all'espansione del paese? E che c'entrano con questo il Brasile e gli Stati uniti?
joseph halevi: La banca centrale cinese ha una politica di denaoro facile, diciamo à la Draghi ma moltiplicato per tantissime volte. La produzione sopravanza la domanda del paese e dipende in effetti dalle esporatzioni che determinano anche una grossa fetta degli investimenti interni. Australia, Brasile, Argentina, Usa soprattutto gli Stati che vanno dal midwest ad ovest, esportano materie prime in quantità crescenti. Considera che la Cina produce oltre 700 milioni di tonnellate di acciaio e olltre 1,2 miliardi di tonnellate di cemento, oltre seicento milioni di cellulari ecc. Ecco da dove viene la domanda di materie prime che sono un elemento centrale nella formazione dei prodotti finanziari derivati.
joseph halevi: Il fatto nuovo dal 2006 in poi é la crescente integrazione del midwest e del west Usa nel ciclo cinese.
joseph halevi: Queste cose sono poco capite in paesi come Italia e Francia mentre lo sono di più in Germania ed assolutamente in Gran Bretagna
cinziagubbini: Però adesso anche la Cina esporta di meno, perché la domanda ovunque diminuisce...e quindi diminuisce anche la loro domanda di materie prime
cinziagubbini: e quindi tutto si blocca, giusto?
joseph halevi: Più o meno é così. Ma bisogna cogliere l'assurdità di questo processo. Infatti se la Cina esporta con gran successo, come é avvenuto fino al 2008, contribuisce ai cosiddetti squilibri nelle bilance dei pagamenti tra le varie zone del mondo. Finalmente oggi c'è un consenso tra gli economisti, perfino quelli delle banche, che tali squilibri sono stati fattori importanti nell'esplosione e propagazione della crisi. Se però la Cina non esporta quanto prima le cose si fermano.
cinziagubbini: Perché se esporta contribusice agli squilibri? Se esporta vuol dire che c'è domanda...no?
joseph halevi: Se esporta senza accumulare eccedenze hai ragione tu. Ma se esporta come come la Cina sta facendo assieme alla Germania ed altri pochi paesi, accumulando eccdenze allora crea i suddetti squilibri oltre che ad indebolire la domanda interna dei paesi verso i quali registra le eccedenze maggiori.
cinziagubbini: Scusa la mancanza di basi, ma che vuol dire accumulare eccedenze?
joseph halevi: Vendi più di quanto compri.
cinziagubbini: Ok, e la situazione degli Usa?
joseph halevi: Con la Cina dentro gli Usa devono essere valutati per parti. Una componente riparte male e debolmente ed é la componente che ora sembra dominare. In genere questa situazione si riferisce agli stati della costa atlantica e di vecchia indutrializzazione nonché la California. Invece vi sono stati che alimentano la crescita cinesee dipendono da essa: sono quelli che producono materie prime e derrate alimentari. Essi si tirano dietro anche zone di stati industriali che producono i macchinari agricoli e quelli per l'estrazione e delle materie prime. Sugli Usa grava anche il fatto che le finanze di una gran parte degli Stati sono in uno stato catastrofico e non usufruiscono dell'appoggio della federal reserve come invece accade per il governo federale.
cinziagubbini: Le cose di cui ci parli si riferiscono a questioni strutturali. Per risolverle non basta "solo" decidere nuove regole per i mercati finanziari, come la Tobin Tax. Di fronte a questa ondata recessiva che investe Cina e Stati uniti, cosa dovrebbe fare, secondo te, l'Unione europea?
joseph halevi: Il cuore della recessione é in Europa, é l'Europa dell'euro che la genera con le sue demenziali politiche fiscali. Quindi l'Europa genera il male non lo subisce. Ora però dato che l'Europa é in crisi paesi come la Germania e quelli del nord e, stupidamente, anche l'Italia (Marcegaglia) pensano che le esportazioni verso la Cina e gli Usa (vedi la Germania il cui export aumenta specialmente verso la Cinausa) possano più che controbilanciare la crisi della domanda europea. Se Cinausa rallenta questa scommessa, già rischiosa, viene persa.

lunedì 23 aprile 2012

Le contraddizioni scatenate dalla crisi

"Cinque paradossi" rendono evidente che gli strumenti dell'economia del Novecento non possono spiegare, né affrontare, la situazione che stiamo vivendo. Le "ricette" della Bce producono effetti dissonanti rispetto alle finalità di partenza. Si è aperta una nuova fase, "e affrontarla con la testa rivolta al passato serve davvero a poco", scrive Alessandro Volpi, autore di "Sommersi dal debito"
di Alessandro Volpi* - 16 aprile 2012 - altreconomia -

Primo paradosso. La Banca centrale europea, per evitare la paralisi del credito, ha iniettato nelle vene del sistema bancario -tra dicembre 2011 e febbraio 2012- 1.019 miliardi di euro, facendosi pagare un tasso dell’1%.
Il settore finanziario italiano, grazie anche alle garanzie fornite dal Tesoro -dunque con i soldi dei contribuenti- pari a 40 miliardi, ha potuto attingere a circa 260 miliardi di quella gigantesca montagna di liquidità, e ne ha diretto una parte all’acquisto di titoli di Stato. I numeri in tal senso sono chiari: tra dicembre e febbraio nel portafoglio delle banche residenti in Italia i titoli di Stato sono passati da 209 a 267 miliardi di euro; questi 58 miliardi di maggiori acquisti hanno contribuito a raffreddare gli spread, ma, nel momento in cui si è profilata la crisi del debito spagnolo, sono immediatamente diventati un fardello eccessivo per le banche italiane, colpite da pesanti ondate di vendite azionarie. Se i titoli di Stato italiani subissero ulteriori perdite, il peso per le banche italiane diverrebbe insostenibile dopo che i primi cinque istituti hanno già perso nel 2011 28 miliardi di euro. Ma allora qual è la ratio di simili manovre? La Bce presta denaro e lo Stato italiano fornisce garanzie -entrambi con risorse pubbliche- per ridurre il costo del Debito -minori spread- e per non bloccare il credito alle imprese. Il risultato però è quello di rendere il debito più costoso -maggiori spread- e di restringere il credito: il paradosso è evidente.
Secondo paradosso. Il governo spagnolo, uscito vittorioso dalle elezioni politiche, annuncia di non essere in grado di centrare gli obiettivi europei di riduzione del deficit. Deve quindi porre in essere tre manovre finanziarie, ma le previsioni stimano una crescita del suo rapporto debito-Pil di oltre 20 punti percentuali. Inizia quindi una grave crisi del debito spagnolo; a risentirne maggiormente sono però i titoli di Stato a breve termine del nostro Paese. Perché? La risposta sta tutta nella speculazione: chi scommette sui mercati ha chiaro che la crisi spagnola sarà un motivo di tensione nei confronti dell’euro, e allora decide di sparare subito sulla preda più grande, il debito italiano. Se l’euro è sotto pressione per effetto delle debolezze spagnole, il modo più semplice per farne scendere ancora il valore è colpire i titoli del Paese più liquido e indebitato, cioè l’Italia, in maniera tale da avere subito un effetto amplificato. Ciò pone un interrogativo: la discussione sul mercato del lavoro come condizione per accrescere la stabilità e la credibilità finanziaria del Paese è davvero così cruciale, oppure le variabili che incidono sulla stabilità reale sono altre? Il paradosso è evidente, ed è reso ancora più marcato dal fatto che l’effetto prodotto dagli speculatori è ulteriormente accresciuto dalla possibilità -ripristinata- di compiere vendite allo scoperto sui titoli di Stato. Se è possibile speculare sui titoli di Stato, di fatto, senza neppure tirare fuori un euro, procedendo solo a successive ricoperture, è chiaro che il “sentimento” del mercato si indirizza laddove lo porta la maggioranza. One way bet, dicono gli anglosassoni, la scommessa a senso unico: si scommette, senza pagare la fish d’entrata, su un risultato determinato dalla mole delle scommesse stesse.
Terzo paradosso. La Banca centrale europea ha oggi un bilancio monstre di quasi 3.000 miliardi di euro, circa il 30% del Pil della zona euro, contro un bilancio della Federal Reserve statunitense che è pari al 20% del Pil a stelle e strisce. La Bce ha finanziato il suo bilancio senza creare carta moneta, a differenza degli Stati Uniti; ha remunerato i depositi allo 0,25 e ha prestato con tassi che vanno dall’1 al 2%. Dovrebbe aver guadagnato quindi. In realtà, ha peggiorato la qualità dei propri conti perché si è imbottita di titoli di Stato di qualità scadente dei Paesi a cui ha fatto i prestiti. In questo senso, mentre in Europa vige la condizione dell’impossibilità di salvare gli Stati, la Bce ha condotto un’enorme quantità di salvataggi, contabilizzando gli interessi che dovrebbero versarle i Paesi salvati; un vero e proprio paradosso, mentre la Fed, altro paradosso, che ha stampato carta moneta per comprare titoli di Stato Usa ha migliorato la qualità del proprio bilancio grazie al miglioramento della qualità dei titoli di Stato americani, comprati dalla carta moneta artificiale.

giovedì 12 aprile 2012

Avremo le palle a mandorla

da - Byoblu -
Mario Monti è tornato da Shanghai, dove al Boao Forum for Asia aveva detto “Sono qui per chiedervi di rilassarvi un po' circa la crisi dell'Eurozona che è alle spalle anche grazie al più solido sentiero imboccato dall'Italia”. Per tutta risposta, lo spread è schizzato alle stelle, giusto in tempo per l’asta dei Bot e dei Btp che hanno riconosciuto tassi di interesse elevatissimi. Che pagheremo noi, ovviamente, mica Monti, il quale ha talmente convinto i cinesi che sentite cosa dice Andy Xie, economista del Fondo Monetario Internazionale e di Morgan Stanley: «I vostri privilegi? Eccessivi! La Cina non investa in Italia».

Il quale Xie viene a vendere la sua ricetta di cinesizzazione nientemeno che sul Corriere della Sera, il più fedele supporter di Mario Monti. In sintesi: o la piantate di difendere il vostro tempo libero e imparate dalla Cina a lavorare a qualsiasi ora del giorno e della notte, abbandonando diritti e fisime da civiltà progredite, oppure da noi non vedrete il becco di un quattrino.

Ecco il suo pezzo.
I vostri privilegi? Eccessivi! La Cina non investa in Italia
La crisi del debito in Europa si protrarrà probabilmente per diversi anni a venire. Le possibili soluzioni richiedono un significativo ridimensionamento del tenore di vita per molti Paesi dell'Europa meridionale e radicali riforme del suo mercato del lavoro. Entrambi questi obiettivi hanno come presupposto il consenso e la collaborazione di cittadini, al momento assenti. L'aiuto esterno, attraverso salvataggi o investimenti, non farà che prolungare la crisi, dal momento che fornisce ai politici gli strumenti per mantenere lo status quo.

La Cina non deve cadere in questa trappola, specialmente nel caso dell'Italia. La crisi del debito nella zona euro riguarda fondamentalmente l'Italia, non la Grecia. L'attuale premier, che pure sta facendo un buon lavoro, difficilmente riuscirà a cambiare la società italiana, poiché non è stato eletto. Gli investimenti esteri in Italia rischiano di essere una forma di beneficenza. I lavoratori locali metterebbero probabilmente sul lastrico gli ignari investitori stranieri. L'economia italiana è organizzata in modo tale da massimizzare i salari e minimizzare l'attività lavorativa. Gli investimenti funzionano solo nel caso degli enti locali con agganci politici. Il diritto di proprietà, una volta passato in mani straniere, rischia di perdere sostanza.

giovedì 9 febbraio 2012

Prove di requiem per la zona euro


Figura tratta da E. Brancaccio, Crisi della unità europea e standard retributivo, Diritti Lavori Mercati 2011/2 (cfr. anche E. Brancaccio, Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard, International Journal of Political Economy, forthcoming)

Mentre gli spread sui tassi vengono tenuti a bada dalla Bce, altri spread segnalano uno scollamento strutturale all’interno della zona euro, che alimenta il pessimismo sulla tenuta della moneta unica. Intanto, il Presidente Monti dichiara che “non siamo nel mezzo, ma verso la soluzione della crisi”. Se ci fosse il vecchio Premier, non avremmo dubbi a classificarla sotto la voce “barzellette”.

Fino a qualche tempo fa, eravamo relativamente pochi a ritenere probabile una deflagrazione dell’attuale zona euro. Nell’aprile 2010 scrivevamo che la Grecia non era affatto un caso isolato ma costituiva un campanello di allarme per l’intera Europa. Nel giugno 2010, con duecentocinquanta economisti sostenevamo che le politiche di austerity e di deflazione, caricate in larga misura sulle spalle dei paesi debitori verso l’estero, avrebbero solo aggravato la crisi e avrebbero reso prima o poi inevitabile lo sganciamento di alcuni di essi dalla moneta unica. All’epoca eravamo ancora piuttosto isolati. Negli ultimi tempi, invece, il numero di osservatori pessimisti sui destini della attuale unione monetaria è cresciuto esponenzialmente. Meglio tardi che mai.

Del resto, le evidenze sono ormai chiare a chiunque intenda esaminarle con un minimo di realismo. Pensiamo ad esempio ai tassi d’interesse. Qualcuno si consola del fatto che i famigerati “spread” - cioè le differenze fra i tassi d’interesse dei paesi debitori verso l’estero e i tassi d’interesse prevalenti nella Germania creditrice - sarebbero sotto controllo. Ma il motivo per cui essi al momento non aumentano risiede in misura prevalente nella “anestesia” che la Banca centrale europea ha praticato sui mercati. Se la Bce interrompesse gli acquisti di titoli, la speculazione riprenderebbe con ancor più vigore di prima. E gli spread tornerebbero a salire.

Per giunta, a segnalare lo scollamento sempre più ampio tra i paesi dell’eurozona, non ci sono soltanto gli spread tra i tassi d’interesse. C’è per esempio anche quello che potremmo definire “lo spread della disoccupazione”. In Germania i tassi di disoccupazione aumentano poco e in alcune fasi addirittura declinano, mentre in Italia e negli altri paesi del Sud Europa la disoccupazione effettiva cresce vistosamente. Ci sono poi anche gli “spread” che segnalano divergenze tra i dati dei vari paesi europei inerenti alle sofferenze bancarie, alla mortalità delle imprese, nonché ai valori di borsa delle banche, i quali tra l’altro evocano la possibilità di acquisizioni estere dei capitali più deboli ad opera dei più forti.

Un altro “spread” altamente indicativo è poi quello tra i costi del lavoro per unità di prodotto. La figura seguente descrive l’andamento effettivo dei costi monetari unitari fino al 2009, e poi una loro possibile proiezione lineare fino al 2025:

Se si considera la proiezione lineare come una pur rozza approssimazione dei potenziali andamenti futuri dei costi, la conclusione è che potremmo trovarci ben presto di fronte a una forbice incompatibile con la sopravvivenza stessa della moneta unica. La dimensione dei divari, oltretutto, è tale da rendere risibile qualsiasi tentativo di correggerli a colpi di deflazione salariale nei paesi debitori. Considerato che la stessa Germania in surplus ha praticato la deflazione relativa dei salari, la corsa al ribasso delle retribuzioni necessaria all’aggiustamento sarebbe di tale portata da provocare una nuova, ancor più violenta depressione.

Il Presidente Monti ha dichiarato che “non siamo nel mezzo, ma verso la soluzione della crisi”. Se ci fosse il vecchio Premier, non avremmo dubbi a classificarla sotto la voce “barzellette”.

Emiliano Brancaccio
GOOD NEWS
THEY SAY THAT IF THE SPREAD COMES DOWN TO OUR LEVEL WE CAN STILL BUY THE F.35 FIGHTERS

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