Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 21 febbraio 2013

Amazon e lo schiavismo al tempo della globalizzazione

- megachip -

amazon 20130219
di Giorgio Cremaschi - MicroMega
La notizia ha fatto un certo scalpore anche nel mondo abituato a giustificare sempre la globalizzazione.
In Germania negli stabilimenti Amazon dove si smistano le merci per la vendita on line, migliaia di lavoratrici e lavoratori migranti, costretti a vergognose condizioni di sfruttamento, venivano sorvegliati da guardie giurate di una associazione neonazista.
È proprio questo aspetto che ha sollevato lo scandalo, sorveglianti neonazisti in Germania, via è sembrato un po’ troppo. Qualche manager desideroso di strafare è stato un po’ troppo precipitoso. Sarebbe bastato che si fosse rivolto a qualche più neutra agenzia di sorveglianza e lo scandalo non ci sarebbe stato. Perché nel mondo del capitalismo globalizzato si lavora così in tanti posti e, questa semmai è la novità, anche nella Europa più ricca.
Ovunque si sono diffuse imprese dove le condizioni di chi lavora sono di sostanziale schiavitù.
Naomi Klein già più di dieci anni fa descriveva le condizioni carcerarie di grandi centri manufatturieri dell’Asia, ove si produce anonimamente quasi tutto ciò a cui le multinazionali possono poi aggiungere i propri marchi, rastrellando così i propri ingenti profitti.
Le recenti vicende della Foxconn in Cina, ove la prima reazione degli operai alle condizioni di lavoro imposte per produrre per conto della Apple sono stati i suicidi, sono solo un tenue squarcio in un velo globale.
Le maquilladoras sono insediamenti industriali nel Messico a ridosso degli Stati Uniti, ove imprese nord americane possono operare a condizioni di sfruttamento più libere che oltre confine. D’altra parte più di venti anni fa il sindacato AFL CIO denunciava già il diffondersi a New York di quelle che venivano chiamate “sweat shops”, officine del sudore. Si sa gli Usa anticipano.
Si crede davvero che questo sistema di sfruttamento mondiale si regga solo sul consenso o magari anche solo sulla pura passività di chi lo subisce?
Davvero si pensa che gli operai assunti dalla Fiat in Serbia per 12 ore al giorno di catena di montaggio a meno di 400 euro al mese, passino il poco tempo rimasto a ringraziare Marchionne? E che la raccolta degli agrumi da noi veda i migranti stanchi ma rassegnati? E se qualcuno, come ai magazzini della Ikea a Piacenza non ci sta ? Perché ogni persona oppressa, anche la più rassegnata, prima o poi pensa alla ribellione.
Così la prevenzione e la repressione dei comportamenti ribelli diventano anche un business. Una attività secondaria delle mafie che mettono a disposizione i loro caporali nei casi meno sofisticati. Un modo per dare uno sbocco al mercenariato neonazista, in quelli più sfacciati e stupidi. Una impresa raffinata quando la sorveglianza dei lavoratori viene affidata alle agenzie di investigazione e magari anche alle indagini di psicologi preparati ad hoc.
Esagerazioni? Ma se dilaga la pubblicità di imprese che vantano di poter fornire tutto ciò che serve per controllare le assenze del lavoratore e quanto altro sia necessario conoscere. E i colloqui per le assunzioni spesso diventano sottili interrogatori con domande preparate da strutture specializzate. Domande che servono a far capire se il nuovo assunto sarà fedele o ribelle.
Ovunque nei luoghi della produzione si diffonde un sistema autoritario e oppressivo. Può essere più sottile o più brutale a seconda delle mansioni o della nazionalità dei lavoratori. Non ci sono ovunque sorveglianti neonazisti, ma il fascismo aziendale dilaga, perché questo reclama il capitalismo globalizzato per la condizione di lavoro.
Anche qui esagerazioni? Ma proprio ieri la commissione economica dell’ OCSE ha raccomandato all’Italia di rendere ancor più facile il licenziamento per riprendere a crescere.
E le politiche di austerità e rigore non stanno forse cancellando ciò che resta di contratti e di diritti del lavoro qui da noi e in tutta Europa? E nel paese cavia di esse, la Grecia, chi si è salvato dalla disoccupazione di massa non produce ora a condizioni che tempo fa avremmo definito da terzo mondo? E la Grecia, come l’Italia sta aumentando le esportazioni mentre l’economia complessiva regredisce. Si lavora negli spazi e alle condizioni che i poteri del mercato globale hanno deciso di assegnare.
Non si piangano lacrime da coccodrillo, ci si risparmi la solita dose di ipocrisia. Questo capitalismo globale vuole la schiavitù del lavoro e, come ci ricorda Quentin Tarantino nel suo bel film Django, non c’è schiavitù senza negrieri. Qualche capetto della Amazon in Germania deve aver pensato che in fondo quelli neonazisti sono più motivati di altri.
Non c’è futuro democratico e civile se non si mette fine al dominio del capitalismo globalizzato.

(16 febbraio 2013)

sabato 26 gennaio 2013

Dalla fine delle sinistre nazionali ai movimenti sovversivi per l’Europa

di TONI NEGRI - uninomade -
 
I. Quando si dice globalizzazione dei mercati si intende che con essa vanno imponenti limiti alla sovranità dello Stato-nazione. Il fatto di non aver compreso la globalizzazione come un fenomeno irreversibile costituisce l’errore essenziale delle sinistre nazionali nell’Europa occidentale.
Fino alla caduta dell’Unione Sovietica la leadership americana consistette nel combinare, prudentemente ma con continuità, le specificità nazionali dei paesi compresi nelle alleanze occidentali (e nella Nato soprattutto) e la continuità dell’imperialismo classico, raggruppandoli dentro un dispositivo di antagonismo con il mondo del “socialismo reale”. Dal 1989 in poi, crollato il mondo sovietico, allo hard power della potenza americana si è man mano sostituito il soft power dei mercati: la libertà dei commerci e la moneta hanno subordinato, in quanto strumenti di comando, il potere militare e di polizia internazionale – il potere finanziario e la gestione autoritaria dell’opinione pubblica hanno d’altra parte costituito il campo sul quale soprattutto si è esercitata la nuova impresa politica di sostegno alla politica dei mercati. Il neoliberalismo si è fortemente organizzato a livello globale, gestisce l’attuale crisi economica e sociale a proprio vantaggio avendo verosimilmente davanti a se un orizzonte radioso…. A meno di rotture rivoluzionarie, non essendo immaginabile una trasformazione democratica e pacifica degli attuali ordinamenti politici del neoliberalismo sull’orizzonte globale.
Di contro, al rafforzamento del sistema capitalistico nella forma neoliberale, lo sbandamento delle forze politiche della sinistra dopo ’89 è stato massiccio. Accanto alle forze dogmatiche che, nella fedeltà a forme ideologiche arcaiche, rinunciavano ad ogni comprensione della lotta di classe in un mondo profondamente rinnovato dalla globalizzazione e dalle trasformazioni del modo di produrre, si è creata allora una nuova corrente di pensiero e di azioni socialiste che, nel tentativo di mediare con la novità della situazione, l’hanno spinto invece fino a punte estreme di alleanza con il neoliberalismo.
I processi di unificazione del continente europeo e gli istituti nei quali viene sviluppandosi la discussione sulla costituzione europea, hanno costituito un luogo esemplare del vuoto e dell’impotenza politica della sinistra, sia di quella “terza via” blairiana (il cui orientamento si è presto identificato con le pulsioni più forti ad una strutturazione politica dell’Unione europea a carattere neoliberale) sia, al contrario, di quei gruppi che hanno nascosto, dietro il rifiuto dell’unità e dello sviluppo delle istituzioni europee, la loro incapacità di costruire una linea alternativa a quella neoliberale: ciò avrebbe significato mettere in discussione lo Stato-nazione, il diritto pubblico nazionale ed il sistema amministrativo della modernità capitalista. Il fallimento di queste forze, prese nel loro insieme, è stato gigantesco.
Se vogliamo procedere nella discussione, chiediamoci dunque quali siano le condizioni teoriche e politiche che possono permettere di riaprire una prospettiva di lotta sul realistico terreno della costruzione sovversiva di un’Europa unita. È una questione posta oggi dai movimenti che stanno imparando a lottare contro la crisi sul livello europeo.
II. In cosa consiste il capitalismo finanziario e/o biopolitico? Consiste nella sussunzione della società, anzi, della vita stessa, sotto il dominio del capitale, senza alcun residuo. Come si esercita il comando dei mercati sulla struttura della società, oggi? Non posso evidentemente fermarmi troppo su questo punto. Basta dire che il comando funziona attraverso un uso invasivo del controllo monetario, indirizzato all’accumulazione della rendita finanziaria. Essa riorganizza i rapporti produttivi e riproduttivi secondo schemi di approfondimento – talora di vera e propria restaurazione – di rapporti di sfruttamento. L’azione dei mercati finanziari privilegia (per la sua valorizzazione) le industrie della produzione dell’uomo per l’uomo, cioè il welfare, servizi produttivi metropolitani, ivi compresi quelli informatici, ecc. – e le industrie estrattive, energetiche, ecologiche e di agrobusiness. Si tratta di una nuova figura dell’“accumulazione originaria” nella quale l’appropriazione capitalista si applica allo sfruttamento del bios – umano e naturale – alla captazione del valore espresso da un’intera società. Una prima definizione di “comune” (così come proposto dai movimenti) sembra così esser stata qui formulata: nel rovesciamento di quel campo dello sfruttamento.
A noi interessa a studiare le contraddizioni che su quel terreno, spesso caotico, dell’attacco neoliberale, sono stati evidenziate dai movimenti. Sono contraddizioni difficilmente superabili, che il potere tende a trattenere in una governance eccezionale, in un governo di emergenza di lunga durata, per ristrutturare l’intera società. Ma osserviamo da subito la serie di paradossi che questa governance si trova ad agire.

giovedì 24 gennaio 2013

Ancora tensioni e potreste alla Foxconn, migliaia in sciopero a Pechino

Fonte: rassegna   
Un migliaio di operai della Foxconn , gruppo taiwanese che assembla tra l'altro iPad e iPhone, ha incrociato le braccia in una fabbrica alla periferia di Pechino contro la mancata distribuzione delle tredicesime alla vigila delle festività per il nuovo anno cinese. Secondo il sito web della Radio Nazionale Cinese, lo sciopero è iniziato lo scorso 22 gennaio, giorno in cui i lavoratori riuniti nella mensa e poi si sono rifiutati di tornare alla catena di montaggio, chiedendo un incontro con la direzione.

La protesta si è protratta fino a tarda notte e alcune foto sono state poi diffuse su Weibo e altre piattaforme di social media. Secondo l'emittente di Honk Kong Phoenix Tv, un gran numero di agenti di polizia è stato inviato per sorvegliare la situazione e prevenire che la protesta si allargasse. Non è chiaro se ci sia stato un accordo tra direzione e lavoratori.

La Foxconn è una delle principali produttrici mondiali di componenti per i computer. La fabbrica di Pechino produce soprattutto per la Nokia e ha quasi diecimila dipendenti. In tutta la Cina la Foxconn ha decine di fabbriche che impiegano centinaia di migliaia di operai . In genere si tratta di giovani immigrati dalle regioni più povere della Cina che hanno turni di 12-13 ore e vivono nei complessi residenziali costruiti dalla stessa impresa a ridosso delle sue fabbriche.

Il guadagno medio si aggira intorno ai 200-250 euro al mese. Nel 2010 e 2011 la multinazionale è diventata nota in tutto il mondo dopo un'ondata di suicidi tra i suoi dipendenti in una fabbrica nel sud della Cina che sono stati attribuiti alle difficili condizioni di vita e di lavoro nelle sue fabbriche.

Il baratro dell’economia liquida

Intervista a Christian Marazzi - uninomade - sinistrainrete -

Iniziamo dagli Stati Uniti. Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, le cronache sono state dominate dal terrore del fiscal cliff e poi dall’accordo in extremis raggiunto da democratici e repubblicani, ancora una volta spaccati. Il debito pubblico americano è però sempre più grande e il baratro della recessione resta all’ordine del giorno. Cosa ci dice questa situazione sul prossimo futuro degli Stati Uniti e sull’amministrazione Obama, e quali conseguenze ha dal punto di vista globale?
Io sono abbastanza d’accordo con Nouriel Roubini che recentemente ha scritto un articolo sul Financial Times in cui sostiene che quella di Obama è una vittoria di Pirro. Ha certamente evitato il famoso baratro nell’immediato, fate conto che se non avessero trovato un accordo l’aumento delle tasse e il taglio automatico della spesa pubblica avrebbero avuto un impatto pari al 5% del Pil. Con questo accordo, la riduzione è stata attorno all’1,4 o 1,2%, effettivamente il rischio più immediato è stato evitato. Però quello che sosteneva Roubini, come sostengono tutti, è che questa cosa rimanda il baratro; oltretutto tra due mesi bisognerà trovare un accordo sull’aumento del tetto fiscale, il fiscal ceiling, per poter continuare a finanziare la spesa sociale e i tagli che comunque i repubblicani questa volta vogliono assolutamente strappare, pari a 110 miliardi di dollari.
É un serio problema che non sembra risolvibile e che ci porta a fare delle considerazioni più generali. Innanzitutto si conferma ciò che sosteniamo da tempo: nel capitalismo finanziario c’è poco spazio per le manovre che non siano di tipo finanziario e che siano invece di tipo keynesiano classico.
Il keynesismo finanziario è il modo nel quale si cerca di governare un capitalismo che non sembra politicamente governabile. Da una parte contiene delle grosse contraddizioni: si tenga conto che entro la fine dello scorso anno praticamente tutte le grandi banche centrali del mondo – la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e anche la BCE – hanno deciso di iniettare liquidità a più non posso. É impressionante la quantità di liquidità che queste banche stanno iniettando e continuano a iniettare per contenere o gestire queste contraddizioni, che sono quelle di un capitalismo nel quale la creazione di liquidità di moneta resta all’interno del circuito finanziario e non ricade sull’economia cosiddetta reale, non genera quella domanda necessaria per contenere la recessione che è comunque strisciante o reale come in Europa. Negli Stati Uniti non c’è recessione ma il tasso di crescita è tutto sommato contenuto per quanto riguarda, per esempio, la creazione di posti di lavoro. Abbiamo visto che sono stati creati in dicembre 155.000 posti di lavoro, però in realtà, secondo i calcoli degli analisti, ce ne vorrebbero il doppio mensilmente per poter ridurre il tasso di disoccupazione in modo significativo, forse anche di un punto e mezzo percentuale.
Quindi,questo è un capitalismo finanziario che cerca di risolvere finanziariamente le contraddizioni, che sono esattamente le contraddizioni generate dallo stesso capitalismo finanziario. La possiamo chiamare un’economia liquida, riprendendo l’espressione di Zygmunt Bauman, un’economia cioè dove si cerca non dico di uscire dalla recessione o da questa stagnazione, ma perlomeno di contenere quelle che sono le piaghe della povertà e della disoccupazione.

Potremmo dire che cercano di navigare a vista dentro la recessione, insomma…

Si naviga dentro la recessione e senza sapere dove si sta andando, perché questo è il vero problema. Cosa può succedere con questa andazzo, quali sono gli scenari? Vi è per prima cosa una grossa bolla che sta prendendo forma, nel senso che è una bolla non solo dei titoli obbligazionari, ma anche dei titoli azionari. Abbiamo visto una forte ripresa delle borse, ma basterà questo a ristabilire tassi di margine di profitto tali da rilanciare degli investimenti? A me per il momento non sembra, mi sembra solo che si stia assistendo ad un’inflazione di tipo borsistico-finanziario e quindi a delle bolle che sono il modo nel quale nel capitalismo finanziario si realizzano i profitti. Però, ripeto, sono dei profitti che non si traducono in termini di crescita, innovazione, creazione di posti di lavoro. Il problema è che qui la liquidità non si trasforma in capitale, resta rendita, con tutte le conseguenze del caso: per esempio, il capitalismo finanziario è fortemente impregnato di corruzione, proprio perché i rapporti sono quelli della rendita e non sono i rapporti tra capitale e lavoro. Quindi, come abbiamo già detto, la corruzione è consustanziale e strutturale, perciò la governance è impossibile secondo i canoni classici del capitalismo.

martedì 15 gennaio 2013

Ricchezza e povertà, i successi della globalizzazione

Bruno Amoroso* - sinistrainrete -

I. INTRODUZIONE

La produzione e riproduzione continua della povertà avviene oggi su scala globale dentro un sistema di potere che comprende l`economia, le istituzioni, i mass media e anche una parte importante dei centri di ricerca e formazione.

Questo sistema è stato chiamato Globalizzazione ed ha prodotto in cinquanta anni i recinti che delimitano gli ambiti delle nuove ricchezze e dei nuovi privilegi, a scapito degli impoveriti e degli esclusi. Un sistema di apartheid globale che ha trasformato la società dei 2/3 costruita con i sistemi di welfare (dove gli esclusi, i poveri, erano un terzo) nella società di 1/6, mediante la caduta verticale delle condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale (Petrella 1993, Amoroso 1999).

Il fenomeno più eclatante, via via accresciutosi nel corso degli ultimi trenta anni, è stato il crescere della povertà, anche nelle forme più manifeste, all`interno dei paesi industrializzati e dei sistemi di welfare europeo a fronte dell`ulteriore impoverimento e finanche della distruzione fisica delle aree remote e rurali e dei ghetti urbani. Il fallimento del Millennium Development Goal (MDG) che si proponeva di dimezzare la povertà nel mondo è riconosciuto dagli stessi organismi delle Nazioni Unite. Gli obiettivi e le soluzioni pratiche erano stati indicati, il quadro istituzionale istituito e i costi ritenuti sostenibili. Tuttavia l`obiettivo di porre fine alla povertà entro il 2015 appare ormai sempre più lontano e irrealizzabile.

La ricerca delle cause del fallimento è di certo utile, ma non deve offuscare il fatto che si tratta di un piano la cui irrealizzabilità non è dovuta ai numerosi singoli errori certamente presenti ma al ruolo di sussidiarietà che gli era stato assegnato rispetto alle scelte e agli indirizzi dell`economia globale. In tal modo ha finito per svolgere una funzione di oscuramento degli obiettivi e di ammortizzatore del dissenso. Questo è avvenuto alimentando l`illusione di una possibile , , , ecc. mentre, di fatto, si andava affermando una nuova divisione del mondo con i paesi della Triade capitalistica da un lato (Europa, Giappone, e Stati Uniti) saldamente in sella per il controllo delle materie prime e dei nodi strategici dell`economia mondiale, e il resto del mondo alla ricerca dell`accesso a migliori condizioni di vita.

La linea di divisione tra i no-global e i new-global, istituitasi dopo le proteste di Seattle del 1999 contro il vertice dell`Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), si è estesa dai movimenti ai governi e paesi: tra quelli che hanno scelto una linea di sganciamento dalla Triade riprendendo la valorizzazione e la crescita delle loro economie locali e nazionali su linee di rottura dalle politiche economiche neo-liberiste (privatizzazioni e liberalizzazioni) e quanti invece si sono qualificati come i migliori allievi della Banca Mondiale e del Fondo Finanziario Internazionale. Una linea di divisione che si ripropone oggi articolata tra gli , gli e i .

I dati sulla povertà nel mondo indicano con chiarezza che mentre questa è aumentata nei paesi occidentali e aderenti alle politiche neoliberiste del “Consenso di Washington”, diminuzioni significative si verificano in quei paesi che da quelle politiche e da quei sistemi economici si vanno distanziando.

venerdì 4 gennaio 2013

La mappa del debito mondiale

di Giacomo Gabbuti

Un ebook del Cadtm esamina la geografia del debito nei paesi del mondo, presenta i numeri del macigno finanziario che pesa sulle economie del Nord e del Sud, tra tutela delle banche e politiche del Fmi. E propone le possibilità di liberarsene

Per facilitare la comprensione dei risvolti globali della crisi, il CADTM (http://cadtm.org/) – Comitato per la cancellazione del debito del Terzo Mondo – ha pubblicato un breve e-book (http://cadtm.org/2012-World-debt-figures), intitolato World Debt Figures 2012. In una trentina di pagine sono raccolti i dati sull’evoluzione dei debiti sovrani, pubblici e privati, dagli anni ’80 ad oggi: una sorta di bollettino statistico, che aiuta a dare uno “sguardo critico all’economia globale e ai meccanismi di dominio” in atto e ad inquadrare meglio le diverse crisi regionali. Nell’introduzione gli autori – Damien Millet (http://fr.wikipedia.org/wiki/Damien_Millet), Eric Toussaint (http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_Toussaint), e Daniel Munevar – sostengono che “le disuguaglianze sono lampanti, e continuano a svilupparsi”: proprio dalle diseguaglianze prende avvio il volume, illustrando non solo il divario nord-sud, ma anche quello interno ai paesi occidentali, dove negli ultimi trent’anni la quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco della popolazione è aumentata, come testimoniato dai dati raccolti nel World Top Incomes Database (http://topincomes.g-mond.parisschoolofeconomics.eu/). Paragonando i dati sui redditi più elevati a quelli sulla fame e sulla povertà, gli autori mostrano come un prelievo dello 0,2% sui patrimoni “milionari” permetterebbe di far fronte ai bisogni essenziali della popolazione mondiale.
Una sezione a parte è dedicata ai “debiti odiosi” (http://unctad.org/en/docs/osgdp20074_en.pdf), categoria entrata nel dibattito italiano grazie al saggio di François Chesnais su “Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza” (www.deriveapprodi.org/2011/11/diritto-allinsolvenza/) e nella quale non è difficile includere i quasi 150 miliardi di euro (su un debito pubblico di 340) dovuti alla Troika dalla Grecia.
I debiti odiosi hanno spesso segnato l’avvio di un’esplosione che dal 1980 a oggi ha portato l’indebitamento estero dei paesi in via di sviluppo a moltiplicarsi otto volte. Nel 2010 la Banca Mondiale misurava in 4.076 miliardi di dollari lo stock di debito estero accumulato da questi paesi – per un costo annuo di 583 miliardi di spesa per interessi. Di questo debito, 1647 miliardi (il 40% circa) costituiscono debito pubblico, e sono dovuti per il 46% a compagnie private, per il 33% ad Istituzioni Internazionali, e per il restante 21% a singoli stati. Guardando alla ripartizione geografica, quasi il 30% del debito pubblico estero è detenuto dai paesi dell’America Latina.
Se si osservano i flussi finanziari complessivi, si vede come abbiano comportato un trasferimento netto dai paesi debitori a quelli creditori pari a cinque volte il Piano Marshall: se gli ODA (www.oecd.org/dac/aidstatistics/officialdevelopmentassistancedefinitionandcoverage.htm) (130 miliardi di dollari nel 2010) vengono “bilanciati” dai servizi sul debito pubblico detenuti all’estero (180 miliardi), le rimesse dei migranti (325 miliardi) non compensano i 647 miliardi che “escono” ogni anno sotto forma di profitti “rimpatriati” dalle multinazionali.

lunedì 22 ottobre 2012

Intervista a Emiliano Brancaccio: «Il rifugio dell’economia globale sarà il ritorno al protezionismo»

Autore: Marco Berlinguer - controlacrisi - 
          
La missione che si è dato Emiliano Brancaccio – brillante economista napoletano – è quanto mai difficile. Nientedimeno che rompere un tabù: quello che si è creato attorno alla dottrina del libero commercio mondiale. La sua tesi è che con la crisi della globalizzazione capitalistica, nei fatti nuove forme di protezionsimo e controllo politico stanno crescendo. E che quella dottrina è in crisi e ormai superata. Ed è tempo che la sinistra se ne accorga, se non vuole che le proposte di limitazione dei movimenti di capitali e di merci, che incontrano crescenti consensi – un po’ ovunque e anche in Italia – siano cavalcate soltanto da forze populistiche e nazionaliste.
Il protezionismo sta tornando di moda?
Tra il 2008 e il 2012 la Commissione europea ha registrato 534 nuove misure protezionistiche. Non solo l’Argentina, ma anche colossi come Cina, India, Brasile, Russia e Stati Uniti hanno introdotto restrizioni. L’unica che ancora resiste alla tentazione di introdurre controlli sui movimenti di capitali e di merci è l’Unione europea. Dietro ci sono gli interessi del paese più forte, la Germania, che dal libero scambio trae grandi vantaggi. Tuttavia, man mano che la crisi avanza, anche in Europa e in Italia aumentano i consensi verso misure di controllo dei commerci, di limitazione delle acquisizioni estere e di ripristino della sovranità nazionale sulla moneta. E’ un’illusione pensare di contrastare quest’onda con la solita vuota retorica europeista.
In effetti i segnali di protezionismo non mancano. Lo stesso Marchionne, in qualità di presidente dell’associazione europea dei costruttori automobilistici, ha criticato l’apertura indiscriminata alle importazioni di autoveicoli prodotti in Asia.
Non solo: Marchionne ha pure chiesto alla Commissione europea di governare i tagli di capacità produttiva delle case automobilistiche europee, in modo da lasciare invariate le quote di mercato: una vera e propria pianificazione pubblica europea dei volumi di produzione. È una posizione sensata che tuttavia apre una contraddizione, visto che al tempo stesso Marchionne rivendica piena libertà di trasferimento del capitale di Fiat all’estero ed esige dai lavoratori una totale sottomissione alle leggi del mercato. È l’ennesimo sintomo di crisi del liberismo e dei suoi ideologi, che da un lato si arrampicano sugli specchi per giustificare i massicci aiuti pubblici ai capitali privati, e dall’a ltro continuano a pretendere di avere mani libere nello scontro con i lavoratori.
E la sinistra, dice lei, risalta per il suo silenzio.
Per troppi anni ha subito il condizionamento ideologico del liberismo, dell’idea che la globalizzazione capitalistica fosse un dato ineluttabile e in fin dei conti benefico. Quando Fiat, o i vertici di Alcoa o la famiglia Riva – che hanno ricevuto varie forme di sostegno statale – hanno minacciato di abbandonare l’Italia e investire all’estero, Berlusconi e Monti hanno dato loro man forte sostenendo che un’impresa privata deve esser lasciata libera di trasferirsi dove meglio crede. Non mi risulta che da sinistra si siano levate molte critiche verso questa indiscriminata libertà di spostamento dei capitali.
Molti però mettono in guardia: il protezionismo, dicono, può provocare danni economici, pericolosi nazionalismi e persino guerre.
È un convincimento tanto diffuso quanto privo di evidenze. Il premio Nobel per l’economia Paul Samuelson, che non era un protezionista, ci ha spiegato che in presenza di disoccupazione il libero scambio crea problemi, non certo vantaggi. E l’economista di Harvard Dani Rodrik ci ricorda che negli anni Cinquanta e Sessanta sussistevano numerosi controlli sui movimenti di capitali e di merci, eppure lo sviluppo, l’occupazione e la distribuzione del reddito erano molto migliori di oggi, anche perché quei controlli permettevano ai singoli stati di perseguire obiettivi interni, occupazionali e distributivi. Si potrebbe anche ricordare che la massima liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali fu raggiunta esattamente alla vigilia della prima guerra mondiale. È dunque proprio un incondizionato liberoscambismo, soprattutto in tempi di gravissima crisi economica, che rischia di alimentare le peggiori pulsioni nazionaliste .
Lei arriva anche ad argomentare che una minaccia ‘neo-protezionista’ da parte dei paesi del Sud Europa potrebbe contribuire a salvare l’unità europea. Ci spiega meglio quest’idea che suona un po’ paradossale? L’Europa può ritrovare coesione interna solo se mette un freno alla competizione salariale al ribasso e attiva un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale. Per adesso, tuttavia, ci stiamo muovendo in direzione contraria. La Germania ha imposto ai paesi periferici dellazona euro una ricetta a base di depressione, disoccupazione e fallimenti aziendali.
La stessa Banca centrale europea segue questa linea: è disposta a difendere i paesi periferici dalla speculazione solo a condizione che questi comprimano ulteriormente la spesa pubblica e il costo del lavoro e si dispongano a vendere i capitali nazionali, incluse le banche. Questa violenta ristrutturazione a guida tedesca trasformerà vaste aree del Sud Europa in deserti produttivi, destinati solo a fornire manodopera a buon mercato alle aree più forti. I gruppi d’interesse prevalenti in Germania sanno che questi processi potrebbero scatenare tensioni tali da indurre i paesi del Sud ad abbandonare l’euro, ma questa eventualità non basta a spaventarli. L’unica vera paura dei tedeschi è che con la moneta unica salti anche il mercato unico europeo, sul quale si fonda la loro egemonia: cioè temono che i paesi del Sud introducano limiti alla libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa. In Francia di questa opzione si discute da tempo ma il governo socialista non sembra disposto a esplicitare una minaccia protezionista.
In Italia, per evitare tentazioni, abbiamo addirittura messo un irriducibile liberoscambista ai vertici del governo. La crisi però avanza, i nodi verranno al pettine. E se la sinistra insiste con il suo liberoscambismo acritico, a scioglierli verranno chiamate forze completamente estranee alla tradizione del movimento dei lavoratori.

martedì 25 settembre 2012

È il mondo di tutti, dicono le donne, cambiamolo

 

Comune-info per lo più pubblica articoli brevi, preferendo segnalare eventuali libri e link con i quali approfondire alcuni temi. Quella che segue è un’eccezione. Se non avete qualche minuto di tranquillità in più del solito rinviate questa interessante lettura, ne vale davvero la pena.
Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. Veronika Bennholdt-Thomsen dirige l’Institute of the Theory and praxis of subsistence a Bielefeld, in Germania ed è docente alla università di Vienna. Ha condotto molte ricerche su questioni di genere, sull’economie regionali e di antropologia sociale in Messico e in Germania. È autrice di numerosi libri sulle alternative di sussistenza in Europa e nel Sud del mondo. Questo scritto è la traduzione dell’intervento tenuto al congresso Prospettive della politica matriarcale, St. Gallen, in Svizzera, nel maggio 2011, da poco pubblicato su il sito dell’università Ca’Foscari di Venezia (unive.it). In modo profondo e brillante l’autrice analizza i nessi tra critica allo sviluppo (per capirci, quella di Ivan Illich, Jean Robert, Majid Rahnema, Vandana Shiva, André Gorz e Serge Latouche), questioni di genere (Geneviève Vaughan e altre studiose, attente ai valori delle società matriarcali) e cambiamento dal basso (John Holloway soprattutto ma anche Raúl Zibechi, Rebecca Solnit, Chris Carlsson, John Scott, Arundhati Roy, Miguel Benasayag, John Berger, Gustavo Esteva, Immanuel Wallerstein, Howard Zinn, Cornelius Castoriadis).

Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?
Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».
Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.
I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.
È essenziale un nuovo contratto sociale
Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.
Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.

venerdì 14 settembre 2012

La globalizzazione del potere.

La globalizzazione del potere
Intervista a Zygmunt Bauman
di Massimo Di Forti
«La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere». Zygmunt Bauman riesce subito ad andare al dunque senza perdersi in giri di frase. Non a caso possiede il dono di quella che Charles Wright Mills chiamava l’immaginazione sociologica, la capacità di fissare in una frase, in un’idea, la realtà di un’intera epoca, e il grande studioso polacco lo ha fatto con la sua metafora della "Vita liquida" e della "Modernità liquida" (cosa è più imprendibile e sfuggente dell’acqua e dei suoi flussi?) per descrivere con geniale chiarezza la precarietà e l’instabilità della società contemporanea.

Lui, liquido, non lo è affatto anzi è un uomo di ferro, un ottantasettenne che gira il mondo senza sosta (viaggia almeno cento giorni all’anno tra conferenze e dibattiti!) e a Mantova è intervenuto a Festivaletteratura per un dibattito sull’educazione. Non c’è traccia di stanchezza nel suo fisico asciutto o nel volto scarno e autorevole ravvivato da occhiate scintillanti, mentre parla in una sala della Loggia del Grano pochi giorni dopo aver pubblicato un nuovo libro, Cose che abbiamo in comune (220 pagine, 15 euro) sempre per Laterza, editore dei celebri saggi come Vita liquida, La società sotto assedio, Modernità liquida, Dentro la globalizzazione e altri ancora.

Professor Bauman, è per questo che i politici sembrano girare a vuoto di fronte alla crisi?

«Sì. Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell’altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale. Ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica. I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia…».

È l’età della proprietà assenteista, come la chiamava Veblen, della finanza: era meglio prima?

«Il capitalismo di oggi è un grande parassita. Cerca ancora di appropriarsi della ricchezza di territori vergini, intervenendo con il suo potere finanziario dove è possibile accumulare i maggiori profitti. E’ la chiusura di un cerchio, di un potere autoreferenziale, quello delle banche e del grande capitale. Naturalmente questi interessi hanno sempre spinto, anche con le carte di credito, ad alimentare il consumismo e il debito: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. La finanza ha creato un’economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all’altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo era migliore perché funzionava sulla creazione di beni, mentre ora non si fanno affari producendo cose ma facendo lavorare il denaro. L’industria ha lasciato il posto alla speculazione, ai banchieri, all’immagine»

Non ci sono regole, dovremmo crearle. Avremmo bisogno forse di una nuova Bretton Woods…

«Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».

A proposito della crisi europea, non crede che i paesi dell’Unione siano ancora divisi da interessi nazionalistici e da vecchi trucchi che impediscono una reale integrazione politica e culturale?

«È vero, ma è anche il risultato di un circolo vizioso che l’attuale condizione di incertezza favorisce. La mancanza di decisioni e l’impotenza dei governi attivano atteggiamenti nazionalistici di popolazioni che si sentivano meglio tutelate dal vecchio sistema. Viviamo in una condizione di vuoto, paragonabile all’idea di interregnum di cui parlava Gramsci: c’è un vecchio sistema che non funziona più ma non ne abbiamo ancora uno alternativo, che ne prenda il posto».

La globalizzazione ha prodotto anche aspetti positivi. Vent’anni fa, in Europa non c’era un africano, un asiatico un russo. Eravamo tutti bianchi, francesi, tedeschi, italiani, inglesi… Ora potremmo finalmente confrontarci: riusciremo a farlo su un terreno comune?

«È un compito difficile, molto difficile. L’obiettivo dev’essere quello di vivere insieme rispettando le differenze. Da una parte ci sono governi che cercano di frenare o bloccare l’immigrazione, dall’altra ce ne sono più tolleranti che cercano, però, di assimilare gli immigrati. In tutti e due i casi si tratta di atteggiamenti negativi.
Le diaspore di questi anni debbono essere accettate senza cancellare le tradizioni e le identità degli immigrati. Dobbiamo crescere insieme, in pace e con un comune beneficio, senza cancellare la diversità che rappresenta invece una grande ricchezza».
il messaggero 11 settembre 2012

sabato 18 agosto 2012

Derubare i poveri: ieri il terzo mondo, oggi tocca a noi

- libreidee -

Sonia SavioliAttenti, siamo al capolinea: dietro al crac mondiale della finanza, quello che oggi ci opprime con tagli drammatici al nostro benessere, c’è la fine di un’epoca, quella del capitalismo che si è globalizzato per sopravvivere e ora si ritorce contro i lavoratori dell’Occidente, ormai impoveriti e ridotti a consumatori con le tasche vuote. «Per spiegare la crisi si parla sempre di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni, ma tutto questo non è che la deriva di un’economia: come le metastasi di un tumore, non sono che lo sviluppo “naturale” del cancro stesso», afferma la saggista Sonia Savioli.
Alla base di qualsiasi economia ci sono due cose: risorse e lavoro umano. «In un’economia capitalista, e cioè in una società di dominio e competizione, le risorse materiali vengono sottratte all’ambiente e ai popoli che di esse vivevano senza alcuno scrupolo e senza alcun limite». Quanto al lavoro, «significa il maggior sfruttamento possibile, considerati i rapporti di forza».
Inevitabile, aggiunge la Savioli sul “Cambiamento”, che la competitività capitalistica cerchi sempre di superare i limiti, di “crescere”: «La globalizzazione è stato un salto quantitativo e qualitativo in tale crescita: i capitalisti di tutto il mondo hanno cominciato a “de-localizzare”». Neologismo che nasconde una verità indecente: «Significa far produrre le proprie merci in paesi asserviti e impoveriti, per non pagare i lavoratori ridotti ormai a poco più che schiavi».
All’inizio, la globalizzazione ha sospinto vertiginosamente i consumi nel mondo occidentale, quello dominante: «I paesi asserviti ci davano le loro preziose materie prime in cambio di quasi nulla, le loro popolazioni asservite lavoravano per i nostri capitalisti (detti “imprenditori”) in cambio di quasi nulla. Così noi per quattro lire potevamo comperare cibo e benzina, scarpe e vestiti, borse e mobili». Qualche inconveniente si manifestò subito: «I nostri contadini, per esempio, si trovarono a dover fronteggiare la concorrenza dei prodotti agricoli che venivano dai paesi schiavi e che costavano cifre da vergogna. Arrendersi o perire. Furono costretti a rinunciare all’agricoltura o ad abbassare i prezzi a livelli schiavistici».
L’Italia, aggiunge Sonia Savioli, è piena di piccoli agricoltori che fanno il doppio lavoro: un lavoro fuori dalla loro azienda per mantenere la famiglia, l’altro nella loro campagna perché non hanno cuore di abbandonarla. «Ma finché si trattava dei contadini, questi fantasmi della nostra civiltà che danno da mangiare a tutti, nessuno si mise a parlare di crisi». Del resto, «come si poteva parlare di crisi mentre il potere d’acquisto degli italiani cresceva vertiginosamente e ci rotolavamo in un’orgia di consumi superflui e spreco?». Infatti, «i bambini indiani producevano le nostre scarpe e i nostri tappeti, quelli turchi i nostri golfini, gli schiavi della Del Monte i nostri ananas». E intanto, «noi lavoravamo come operai elettronici, impiegate, architetti d’interni, programmatori informatici».
Poi, però, il lavoro è andato scemando man mano che sono state “delocalizzate” tutte le attività che era conveniente trasferire in paesi a basso costo. «Tutto questo non poteva avere che una conseguenza a lungo andare: la disoccupazione dei lavoratori occidentali».
Se produzione, terziario e persino servizi come i call center vengono spostati nei paesi in cui gli operai sono sottopagati, a quel punto i lavoratori occidentali possono scegliere solo tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo: «Che fine faranno i consumatori occidentali, che sono stati le colonne della “crescita” e dello “sviluppo”?». Destino segnato, il nostro: fatale declino, causato dalla scomparsa di lavoratori adeguatamente remunerati. «Con quali soldi il disoccupato, il co.co.co., il sottopagato possono pagare i mobili anche se fatti in Indonesia, le scarpe pachistane, le borse cinesi?».
Crollo già scritto, come quello di qualsiasi altro impero della storia: «La globalizzazione neoliberista era solo l’inizio dell’implosione finale: un’economia basata sui consumi superflui e frenetici è riuscita, per la brama insaziabile di sviluppo e crescita insita in lei stessa, a distruggere le basi sulle quali poggiava», cioè «il consumatore occidentale e il consumismo», pure sviluppatosi slealmente, sulla pelle del terzo mondo: «Quell’impoverimento era una delle condizioni dell’aumento del profitto capitalista e della ricchezza occidentale». E adesso? Si potrebbe dire: chi la fa, l’aspetti. «Non ci siamo mai preoccupati delle crisi che il neoliberismo imponeva ai paesi di Africa, Asia, America Latina, est Europa. Non abbiamo lottato per migliori condizioni di lavoro di operai o braccianti o minatori peruviani o senegalesi. Se l’avessimo fatto, forse non avremmo subito la loro involontaria concorrenza; forse il neoliberismo sarebbe crollato prima di distruggere ambiente e società umana; forse la storia avrebbe preso un altro corso».
Ora, aggiunge Sonia Savioli, lo sfruttamento disumano di quei popoli si ritorce contro di noi, che finora ne avevamo beneficiato. «Adesso anche i nostri governi, del tutto asserviti agli interessi del grande padronato mondiale, ci “svendono” ai loro e nostri padroni: riducono salari e servizi sociali, aumentano tasse e vincoli in modo da distruggere anche la piccola impresa privata e il piccolo commercio, eliminando i diritti dei lavoratori». Tutto questo non farà che accelerare la conclusione: impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto. Quanto al mitico debito pubblico, divenuto un incubo con la perdita della sovranità monetaria e l’aberrazione del Fiscal Compact, l’autonomia di spesa dello Stato ridotta a zero grazie ai trattati-capestro firmati a Bruxelles, la Savioli non fa distinzione tra debito “utile”, cioè investimento
a deficit positivo, e debito “canaglia”, quello fondato sul puro
spreco, sull’abnorme spesa militare o sulle “grandi opere inutili” come il Tav. Il punto è un altro, sostiene l’analista: «Non è affatto vero che si cerchi di diminuire quel debito».
«Quello che il nostro governo cerca di fare, dato che le vacche grasse sono finite e non si possono più salvare capra e cavoli, è far mangiare i cavoli alla capra. I cavoli siamo noi e ci tolgono le pensioni, i trasporti pubblici, gli insegnanti di sostegno e le mense universitarie, oltre a tassarci la casa, il campo e poi tutto, compresa l’acqua del rubinetto». Attenzione: «La capra sono i padroni, che prendono soldi dallo Stato per fare i raddoppi delle autostrade, i viadotti e i Tav, gli inceneritori, e a cui vengono regalate le ferrovie». In questa crisi, le banche hanno supportato il credo dello sviluppismo capitalista, e cioè: rubare ai poveri per dare ai ricchi. «Perché quello che nessuno dice è che le banche appartengono agli stessi che costruiscono autostrade e ferrovie ad alta velocità, dighe e palazzoni, catene di ipermercati. Le banche prestano i nostri soldi ai loro padroni per costruire i palazzoni o le catene di ipermercati; se poi i palazzi non si vendono o gli ipermercati sono in perdita, lo Stato rimpingua le banche coi nostri soldi», e il cerchio si chiude. Mentre il mondo, là fuori, sta letteralmente rischiando il collasso, mettendo a rischio le uniche cose su cui si basa la nostra sopravvivenza: suolo, aria, acqua.

sabato 7 luglio 2012

Dazi o schiavitu'.


catene_schiavi.jpg


di Beppe Grillo - beppegrillo -
Il capitale è amorale, si sposta dove il profitto è maggiore. Non è interessato ai diritti dei lavoratori o all'ambiente. Non li contempla neppure. La globalizzazione ha liberato gli sciacalli e gli avvoltoi delle multinazionali e della finanza tenuti prima alla catena. In alcune aree del pianeta come parte dell'Europa, grazie a durissime lotte sociali durate un paio di secoli, la tutela dei diritti dei lavoratori e del territorio sono diventate un fatto acquisito. Il WTO con con la globalizzazione dell'economia ed il commercio libero sta creando un mercato di schiavi di massa. Una serie di vasi comunicanti in cui i capitali migrano verso i Paesi con meno garanzie e diritti e, quindi, con un'alta remunerazione. Non c'è gioco. Il costo del lavoro di un rumeno o un indiano è imbattibile. Nessuna azienda italiana può competere se non riazzerando diritti e regole, come in effetti sta succedendo. Mi sembra una follia. Il mondo si sta allineando verso il basso, sempre più. Verso nuovi faraoni. Non c'è limite alla bulimia del capitale. Mentre si esportano capitali, si importano beni di qualunque tipo, trascurando del tutto l'impatto ambientale del trasporto. L'inquinamento non è conteggiato nel prezzo del prodotto.
Col tempo gli Stati importatori, con la perdita della produzione, si impoveriscono e gli Stati esportatori perdono quote dei mercati mondiali. E tutto torna al punto di partenza con, nel frattempo, un accumulo di grandi capitali, lo spostamento del potere politico verso le multinazionali e la perdita di diritti nei Paesi importatori senza alcun miglioramento sociale nei Paesi esportatori, che si ritroveranno il loro territorio devastato. Un disegno degno di menti criminali, di alieni che si sono impossessati dei corpi dei manager delle multinazionali e del WTO per distruggere il pianeta Terra. La libera circolazione delle merci può avvenire solo a parità di diritti sociali e sindacali. Altrimenti si applichino i dazi.

giovedì 3 maggio 2012

Halevi. "La recessione è globale"

Cinzia Gubbini, Joseph Halevi - ilmanifesto -
Ciao Joseph, lo spread oggi vola di nuovo. Quota 400. Ma non era tutto apposto dopo le riforme di Monti? (ce la raccontano così...)
joseph halevi: Veramente Monti c'entra poco, mentre Draghi c'entra moltissimo. Gli spread sono calati quando Draghi ha deciso di aprire i rubinetti della liquidità, ora anche questa droga si sta esaurendo.
cinziagubbini: Dunque il nostro paese più forte, più credibile, non ha alcun tipo di influenza sull'andamento dei mercati?
joseph halevi: Non é più forte, questa é una finzione mandata avanti dai politici e dai loro governanti tecnici. Non ha influenza, punto e basta.
cinziagubbini: Quindi lo spread si sta rialzando perché di nuovo c'è crisi di liquidità?
joseph halevi: Non penso che sia per questo. E' che le aspettative recessive stanno investendo tutta l'Europa malata e lambiscono la Germania, si cumulano con il fatto che la Cina non tira come dovrebbe sebbene questa era una chimera sin dall'inizio.
cinziagubbini: Dunque, una volta tanto, i mercati rispondono a una reale difficoltà economica?
joseph halevi: Da un po' di tempo i mercati hanno ragione, direi da circa un anno. Vi sono due aspetti: andamenti quotidiani in cui i mercati finanziari e le società hedge cercano di lucrare, poi vi sono le loro valutazioni, diciamo strutturali e il quadro é molto più realistico.
cinziagubbini: Quindi quella di oggi è una "botta" di realismo?
joseph halevi: Sì perché sia dagli Usa che dalla Cina le notizie non sono buone, per la Cina il quadro é più complesso in quanto é la Cina che mostra che il sistema capistalistico si sta mordendo la coda in modo cannibalesco.
cinziagubbini: Infatti la principale imputata del ribasso dei mercati di oggi è proprio la Cina. Ma perché?
joseph halevi: Dunque sia perché le esportazioni cinesi sono diminuite su base mensile, soprattutto verso l'Europa, sia perché le importazioni effettuato dalla Cina hanno subito un rallentamento. Nel primo caso il messaggio é: la domanda non tira quindi la dinamica dell'esport cinese rallenta e ciò ridurrà la crescita cinese la quale ridurrà le importazioni della Cina dal resto del mondo, acuendo la carenza di domanda globale.
cinziagubbini: Già adesso, da quello che dici, le importanzioni della Cina sono rallentate...
joseph halevi: Inoltre i mercati finanziari, soprattutto quelli di Londra, New York, Chicago futures e Nikkei (Tokyo) si reggono sulla bolla cinese che é enorme. Fino ad oggi i cinesi hanno finanziato la bolla ma se la loro crescita diminuisce questo sarà più difficile.
cinziagubbini: Visto che la stiamo vivendo in diretta, ci spieghi esattamente cos'e' la bolla cinese?
oseph halevi: Una enorme bolla speculativa: in Cina ci sono città nuove di zecca completamente vuote, città con più aeroporti e con collegamenti ad alta velocità che aumentano la capacità già di per se eccedentaria degli aeroporti. Il tutto veine finaziato con erogazione di denaro da parte della banca centrale verso il sistema bancario. La bolla é stata ampliata a dismisura con la politica anticiclica varata nel novembre del 2008 per sfuggire dalla recessione meondiale. Ci sono riusciti rimanendo bolla-dipendenti ed hanno tirato sé il Brasile, l'Australia, l'Argentina e una grande fetta degli Usa, nonché l'industria tedesce e dei paesi nordici dell'Europa.
cinziagubbini: Nooo, aspetta e che significa? Ce lo devi spiegare meglio: il problema è che tutto viene finanziato dalla banca centrale cinese ma la produzione non tiene testa all'espansione del paese? E che c'entrano con questo il Brasile e gli Stati uniti?
joseph halevi: La banca centrale cinese ha una politica di denaoro facile, diciamo à la Draghi ma moltiplicato per tantissime volte. La produzione sopravanza la domanda del paese e dipende in effetti dalle esporatzioni che determinano anche una grossa fetta degli investimenti interni. Australia, Brasile, Argentina, Usa soprattutto gli Stati che vanno dal midwest ad ovest, esportano materie prime in quantità crescenti. Considera che la Cina produce oltre 700 milioni di tonnellate di acciaio e olltre 1,2 miliardi di tonnellate di cemento, oltre seicento milioni di cellulari ecc. Ecco da dove viene la domanda di materie prime che sono un elemento centrale nella formazione dei prodotti finanziari derivati.
joseph halevi: Il fatto nuovo dal 2006 in poi é la crescente integrazione del midwest e del west Usa nel ciclo cinese.
joseph halevi: Queste cose sono poco capite in paesi come Italia e Francia mentre lo sono di più in Germania ed assolutamente in Gran Bretagna
cinziagubbini: Però adesso anche la Cina esporta di meno, perché la domanda ovunque diminuisce...e quindi diminuisce anche la loro domanda di materie prime
cinziagubbini: e quindi tutto si blocca, giusto?
joseph halevi: Più o meno é così. Ma bisogna cogliere l'assurdità di questo processo. Infatti se la Cina esporta con gran successo, come é avvenuto fino al 2008, contribuisce ai cosiddetti squilibri nelle bilance dei pagamenti tra le varie zone del mondo. Finalmente oggi c'è un consenso tra gli economisti, perfino quelli delle banche, che tali squilibri sono stati fattori importanti nell'esplosione e propagazione della crisi. Se però la Cina non esporta quanto prima le cose si fermano.
cinziagubbini: Perché se esporta contribusice agli squilibri? Se esporta vuol dire che c'è domanda...no?
joseph halevi: Se esporta senza accumulare eccedenze hai ragione tu. Ma se esporta come come la Cina sta facendo assieme alla Germania ed altri pochi paesi, accumulando eccdenze allora crea i suddetti squilibri oltre che ad indebolire la domanda interna dei paesi verso i quali registra le eccedenze maggiori.
cinziagubbini: Scusa la mancanza di basi, ma che vuol dire accumulare eccedenze?
joseph halevi: Vendi più di quanto compri.
cinziagubbini: Ok, e la situazione degli Usa?
joseph halevi: Con la Cina dentro gli Usa devono essere valutati per parti. Una componente riparte male e debolmente ed é la componente che ora sembra dominare. In genere questa situazione si riferisce agli stati della costa atlantica e di vecchia indutrializzazione nonché la California. Invece vi sono stati che alimentano la crescita cinesee dipendono da essa: sono quelli che producono materie prime e derrate alimentari. Essi si tirano dietro anche zone di stati industriali che producono i macchinari agricoli e quelli per l'estrazione e delle materie prime. Sugli Usa grava anche il fatto che le finanze di una gran parte degli Stati sono in uno stato catastrofico e non usufruiscono dell'appoggio della federal reserve come invece accade per il governo federale.
cinziagubbini: Le cose di cui ci parli si riferiscono a questioni strutturali. Per risolverle non basta "solo" decidere nuove regole per i mercati finanziari, come la Tobin Tax. Di fronte a questa ondata recessiva che investe Cina e Stati uniti, cosa dovrebbe fare, secondo te, l'Unione europea?
joseph halevi: Il cuore della recessione é in Europa, é l'Europa dell'euro che la genera con le sue demenziali politiche fiscali. Quindi l'Europa genera il male non lo subisce. Ora però dato che l'Europa é in crisi paesi come la Germania e quelli del nord e, stupidamente, anche l'Italia (Marcegaglia) pensano che le esportazioni verso la Cina e gli Usa (vedi la Germania il cui export aumenta specialmente verso la Cinausa) possano più che controbilanciare la crisi della domanda europea. Se Cinausa rallenta questa scommessa, già rischiosa, viene persa.

domenica 22 aprile 2012

La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina

di Pasquale Cicalese - sinistrainrete -
Gli occidentali si stracciano le vesti, le borse sprofondano giacché il segnale che proviene dall’import cinese di marzo (+5,9% annuo) rifletterebbe la frenata dura dell’economica di quel Paese.

Gli occidentali, immemori, non sembrano dare conto di un dato storico: nel primo trimestre del 2002 l’attivo commerciale della Cina è di appena 670 milioni di dollari, contro circa 40 miliardi di euro del surplus tedesco nello stesso periodo.

Tale numero rivela un cambiamento storico nel mercato mondiale. Per capirlo è utile analizzare cosa è avvenuto in Asia a partire dalla crisi del ‘97/’98. In quel periodo tutte le tigri cadono a terra, Fondo Monetario e Banca Mondiale si precipitano nelle capitali asiatiche per imporre alle popolazione di quei paesi il cosiddetto “Washington Consensus”, vale a dire terapie d’urto consistenti in privatizzazioni, deregolamentazioni, liberalizzazioni delle finanze e abbassamento dei livelli di vita.

Contro i desiderata occidentali avvengono però tre fatti “storici”: 1) i coreani si precipitano a decine di migliaia a consegnare oro alla banca centrale; con questo messaggio fanno capire chiaramente che non hanno nessuna intenzione di perdere un apparato industriale costruito con il sangue; 2) il premier malese Mahatir Mohamed sbatte fuori gli emissari del “Washington Consensus” e adotta politiche espansive; 3) fattore sconvolgente, che spiazzerà gli occidentali, è la mossa cinese di non svalutare lo yuan permettendo alle altre valute asiatiche di aver sbocchi commerciali.

Con questa mossa la dirigenza cinese si assicura l’amicizia delle potenze asiatiche nel primo decennio del 2000.

Dopo la crisi asiatica, e quella russa, che permetterà a Wall Street di raggiungere il record delle quotazioni azionarie e di rimandare la propria recessione, visto il notevole afflusso di capitali verso gli USA, un altro fattore sconvolgerà il mercato mondiale, vale a dire l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, avvenuta nel 2001 in risposta alla non interferenza da parte cinese della futura invasione statunitense in Afghanistan, a cui seguirà la fine dell’Accordo Multifibre, in vigore dal 1974 e che permetteva un forte protezionismo da parte occidentale del settore tessile e dell’abbigliamento. Con queste due mosse la dirigenza cinese conquista il mercato mondiale, contribuendo ad una crescita vigorosa del PIL grazie al notevole surplus commerciale.

La crisi del 2007/2008, che gli asiatici definiscono “crisi atlantica”, porta ad un repentino cambio di rotta. In risposta alla debacle occidentale, il Consiglio di Stato cinese, l’organo di governo centrale, annuncia nel marzo del 2009 un piano di espansione fiscale di 600 miliardi di dollari, trascinando con sé i produttori di materie prime asiatici, sudamericani, africani e dell’Oceania, contribuendo alla risalita del commercio mondiale.

Contemporaneamente, dal lato della politica monetaria si assiste ad una vera e propria rivoluzione, data dalla sterilizzazione monetaria e da una lenta, ma costante rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro e, da qui, all’euro. Nel giro di pochi anni la moneta cinese si rivaluta sul dollaro del 30% e sull’euro di circa il 26%.

Nel 2011 il Consiglio di Stato, dando il via al Piano Quinquennale, informa la comunità internazionale che la Cina intende aumentare notevolmente l’import di beni energetici, di impiantistica, di tecnologie e di beni di consumo, ponendo l’accento su di un graduale aumento dell’interscambio commerciale e facendo a meno degli storici surplus che caratterizzavano l’economia di quel Paese negli anni 2000.

La People’s Bank of China, per mano della vice-governatrice Yi Gang, autrice di un rapporto sulla strategia monetaria di questo decennio pubblicato due anni fa, indirizza tale politica con 3 punti: rivalutazione della moneta e aumento degli investimenti all’estero, internazionalizzazione dello yuan come strumento di riserva monetaria e crescita basata sulla domanda interna tramite la reflazione salariale e l’aumento del salario sociale globale di classe.

Il dato dell’interscambio del primo trimestre 2012 mostra che tale strategia sta avendo successo, giacché il Pil di questo periodo, che è stimato pari all’8,2% annuale, è interamente dovuto alla domanda interna, vale a dire investimenti e consumi, costituendo le esportazioni nette un contributo nullo, visto l’azzeramento del surplus commerciale.

Dopo decenni, dunque, la crescita cinese, è autopropulsiva, affatto dipendente dall’estero, specie dall’Occidente e l’aumento dell’import lascia prefigurare una politica espansiva attuata nel commercio mondiale, specie negli scambi sud-sud.

Questo in un contesto caratterizzato da un tasso di interesse del 6,5%, da una restrizione monetaria dura, con riserve obbligatorie al 20,5% dei depositi, e da una politica fiscale “prudente”: ciò significa che i cinesi hanno ampi margini per compensare una minore dinamica dell’export e per far fronte alla “crisi atlantica”.

C’è poi da fare un’altra considerazione: crescere al ritmo del 10% con un Pil nominale a 3 mila miliardi di dollari è ben diverso dal crescere del 7,5% unicamente con fattori interni con un Pil di 7 mila miliardi di dollari; in termini assoluti il secondo dato è ben più alto e qualitativamente è ben altra cosa…E questo sarebbe il processo che gli occidentali definiscono “atterraggio duro” o recessione!

mercoledì 14 marzo 2012

CHI HA INVENTATO OCCUPY WALL STREET

GIANCARLO BOSETTI - larepubblicait -
Occupy Wall Street ha qualcosa da dire alla politica di tutto il mondo, non solo alle piazze. Aveva cominciato la primavera araba, si erano aggiunti los indignados a Madrid e i giovani delle tende di Israele, chi abbattendo gli autocrati, chi criticando le democrazie. Si tratta di un «qualcosa», ha commentato il liberal Michael Walzer, «di cui non vedremo presto la fine»: la battaglia contro le crescenti ineguaglianze nelle nostre società. Non è una novità, spiegano economisti come Piketty e Stiglitz, il ciclo capitalistico all' inizio del XXI secolo ripropone i picchi di ineguaglianza dell' inizio del XX. Allora successero disastri, seguiti dalla grande correzione keynesiana e socialdemocratica, durata mezzo secolo. Questo movimento è riuscito a imporre alla politica una domanda: oggi chi la fa la correzione? E come ci sia riuscito lo si capisce bene se si legge questo Occupy Wall Street (Chiarelettere, pagg. 153, euro 9 ), di Riccardo Staglianò, un reportage da piazza Zuccotti e dintorni, da leggere senza interruzioni, come un unico piano-sequenza di un film frenetico: dialoghi, seminari, speranze, ideazioni, ritirate, tecniche di organizzazione e tecnologie di comunicazione. Una settimana vissuta con loro, gli inventori di Ows, da Vlad Teichberg, prima trader dall' altra parte della barricata poi creatore di Global Revolution tv, a David Graeber, l' antropologo dello start up teorico del movimento, da Marina Sitrin, avvocato della democrazia diretta, a Kalle Lasn, il direttore della rivista di critica culturale Adbusters, da cui è partita la scintilla. Staglianò insegue e interroga i protagonisti che ha scovato in rete, infilandosi nella community. Sono testimoni di una società orfana di quella classe media che aveva dato il tono alla società americana, sono la generazione che prova su se stessa come la fiducia nel sistema sia saltata: il credito agli studenti per finanziarsi l' università? Ti costa come quattro Bmw e non ti porta da nessuna parte. È diventato «zavorra mortale», spiega una delle performer di piazza Zuccotti, «tutto ciò che riuscite a ottenere è un bello stage, wow! Così, a 26 anni, vi trovatea lavorare per un' azienda...gratis. Wow, wow!». Ce la farà un movimento senza un leader e una organizzazione stabile? Jesse Jackson, in visita, ha commentato, con una battuta gelida, che «non avere un leader è un vantaggio perché non c' è nessuno da assassinare». Meglio forse un movimento senza martiri, ma l' ideologia e i programmi? «Pensare divertente», è una prima risposta. E poi? Dalle infinite riunioni e seminari in tenda, non si ricava un programma definito, ma una grande varietà di ispirazioni per colpire l' immaginazione, come gli indimenticabili aeroplanini di carta e i palloncini rossi davanti a Goldman Sachs e Morgan Stanley: «Basta welfare per le corporations». I più ottimisti si affidano all' ipotesi di una ideologia open source, di cui tutti possano servirsi, migliorandola. Il movimento «sta funzionando come un software», un' interfaccia che consente di estrarre informazioni da varie risorse della rete. Con la primavera (a New York tuttora si gela) la partita si riaprirà, ora si andrà a Liberty Square. L' autore di questa coloratissima perlustrazione ci trasmette una sincera meraviglia per la miscela tutta americana, «di candore e pragmatismo»: le tendenze più radicali trascolorano nell' happening, ma la politica non può non raccogliere la sfida. Chi e che cosa riusciràa condurre le nostre società verso un maggiore equilibrio? Nonostante le critiche, la Casa Bianca un segnale di «ricevuto» lo manda. «Adesso chiamatela pure "lotta di classe" se volete, ma chiedere a un miliardario di versare almeno le stesse tasse della sua segretariaè semplice buon senso per la maggior parte degli americani». È una battuta di Obama, indirizzata ai Repubblicani, e senza Occupy Wall Street non gli sarebbe riuscita così bene.

domenica 11 marzo 2012

Dall'Impero al fascismo globale

di Johan Galtung - www.serenoregis.org -
In The Fall of the US Empire-And Then What?* [La caduta dell’Impero USA – e poi?] un sottotitolo è: Fascismo USA o Fioritura USA?

Di fioritura sembra non essercene, con il Dow Jones che supera il limite 13.000, l’economia reale ancora per lo più malandata, i candidati Repubblicani che abbracciano il sistema economico che ha prodotto la crisi, e Obama che si rigioca il trucco retorico progressista che lo ha portato al potere nel 2008. Alla scadenza del medio termine nel 2010 si è svelato il bluff, con una slavina [elettorale, ndt]. Il movimento Occupare Wall Street (OWS) è alle sue prime tre fasi, consapevolezza-formazione, mobilitazione e qualche confronto; ma non ancora nell’effettiva lotta con una massiccia pratica nonviolenta di alternative.

Fascismo? Ce n’è una varietà nazionale e una globale, essendo questa seconda la politica estera di Obama, con elementi nazionali. Uno è il massiccio spionaggio dello stesso popolo USA; un altro è la legge annuale di Autorizzazione per la Difesa Nazionale, in cui all‘ultimo San Silvestro, “ben dissimulata, è stata ratificata con statuto legale l’esposizione dei cittadini USA ad arresto arbitrario senza susseguente beneficio d’assistenza legale, e a eventuale tortura e incarcerazione… Addio, habeas corpus”, scrive Alexander Cockburn in “L’uomo che sparò all’habeas corpus”, The Nation – 23 gennaio 2012. Un pilastro dello stato di diritto.

Uno iato fra discorso e azione è marchio distintivo di Obama. Una chiave al suo fascismo globale: invece di riconoscere i torti della politica estera USA, nasconde le sue uccisioni extra-giudiziarie mediante droni e JSOC (Joint Special Operations Command, Comando congiunto per operazioni speciali) in, forse, 120 paesi. Sotto copertura, CIA, meno nascoste, Pentagono; con scarso controllo parlamentare.

Che cos’è successo in quanto alla caduta dell’Impero USA?

Sta cadendo. Un impero utilizza élite locali per convogliare valore dalla periferia al centro. Tali élite sono ora malferme in molti luoghi come l’America Latina, spaventate in Africa, dubbiose in Europa-Asia, in azione contro gli USA in Cina-Russia. Il fascismo globale li aggira.

lunedì 27 febbraio 2012

Delocalizzazione, la mappa delle aziende emigrate oltreconfine

Da Il Fatto Quotidiano
Da Fiat a Benetton, passando per Telecom e Ducati. Ecco una mappa delle attività spostate all’estero da alcuni grandi gruppi italiani.

FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina. Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350 occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009 (fonte: L’Espresso).

DAINESE: due stabilimenti in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi.

GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo 2. 000 sono italiani.

BIALETTI: fabbrica in Cina; rimane il marchio dell’ “omino”, ma i lavoratori di Omegna perdono il lavoro.

OMSA: stabilimento in Serbia; cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.

ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, dove insiste la gran parte della produzione; 108 esuberi a Montebelluna.

DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia.

BENETTON: stabilimenti in Croazia.

CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria.

STEFANEL: stabilimenti in Croazia.

TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9. 000 esuberi di personale.

WIND: call center in Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call center in Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati.

VODAFONE: call center in Romania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati.

SKY ITALIA: call center in Albania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 250 lavoratori impiegati. Nell’ultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti di lavoro perduti solamente nei call center che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione.

venerdì 27 gennaio 2012

BRIC: lotta per la supremazia industriale

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci
Il Giappone frena, Corea e India crescono, ma è la Cina protagonista della lotta per diventare la potenza industriale dominante in Asia e nel mondo

Premessa
In Asia, nel corso dell’ultimo millennio, gli scontri militari tra Giappone, Corea, Cina, sono stati frequenti, la maggior parte delle volte su iniziativa del Giappone, che mirava a combattere soprattutto la Cina, più che la Corea, mentre il mondo indiano ha sempre sostanzialmente fatto storia a sé, non coinvolto nelle lotte tra gli altri attori. Oggi la contesa tra le attuali quattro grandi potenze del continente - lasciando da parte la Russia - si è spostata in gran parte sul terreno economico e, in particolare, su quello della conquista di posizioni nelle attività industriali dell’Asia e dell’intero pianeta. Anche in questo caso l’India, che pure partecipa alla contesa, appare relativamente defilata rispetto agli altri tre paesi. Speriamo che tale lotta non si traduca anche in una corsa agli armamenti, come qualcuno sembra temere (Emmott, 2008). Vediamo brevemente ed in maniera approssimata la situazione attuale e le prospettive dei quattro protagonisti.

la Corea

Nel corso della storia dell’ultimo millennio, la Corea si è trovata, per ragioni di posizionamento geografico, collocata com’è tra Cina e Giappone, grosso modo nella stessa situazione in cui in Europa si è dovuta barcamenare in tempi più recenti la Polonia, stretta anch’essa tra due giganti, la Germania e la Russia. Ma il paese asiatico è riuscito a cavarsela meglio di quello europeo, riuscendo quasi sempre a non fare le spese della lotta, o dell’accordo, tra i due contendenti. Oggi il sistema industriale coreano, per prosperare, si trova a dover affrontare ancora quello giapponese, apparentemente in declino ma sempre agguerrito, e quello cinese, invece in grande sviluppo. Come in passato sul terreno militare, oggi su quello industriale i coreani, attraverso in particolare il sistema dei chaebol, entrato in crisi in un periodo relativamente recente e che ora sembra invece rivivere rinnovato, stanno riuscendo a contrastare efficacemente le imprese giapponesi in diversi settori (Soble, 2011). Si consideri quello che è avvenuto nel campo dell’elettronica di consumo, dove imprese come LG e Samsung tendono a dominare i mercati avendo sopravanzato da tempo come risultati i loro omologhi giapponesi, mentre le grandi imprese di quest’ultimo paese, un tempo dominanti – citiamo soltanto la Sony - oggi sono in difficoltà. Qualcosa di ancora più decisivo è avvenuto nella cantieristica, dove i coreani, dopo aver debellato i rivali giapponesi, si trovano peraltro oggi di fronte a quelli cinesi, armati di ben altri mezzi. Intanto nel settore dell’auto, la Hyunday Motor sta riuscendo a sfidare con rilevanti successi la Toyota. L’economia coreana presenta comunque alcuni punti deboli di rilievo (Oliver, 2011): da una parte la struttura delle piccole e medie imprese è molto precaria, con i grandi chaebol che contribuiscono a mantenerla in uno stato di difficoltà; dall’altra parte le grandi imprese del paese sono, in parte almeno, dipendenti da quelle giapponesi per la fornitura di componentistica avanzata. La Corea presenta così un deficit rilevante della bilancia commerciale con il Giappone.

Global corporate power



Fonte: sbilanciamoci
Chi sono le persone che rappresentano l’1%? Quali compagnie gestiscono? In che modo evitano la trasparenza? I grafici del Transnational Institute di Amsterdam dimostrano i costi sociali e ambientali del potere delle corporation globali

La crisi economica, sociale ed ecologica che l’umanità sta affrontando non è fortuita, ma il risultato di politiche perseguite da una elite circoscritta, che ha sistematicamente preso in ostaggio le scelte politico-economiche in tutto il mondo.

Questa elite globale – meglio conosciuta come la classe di Davos – si riunisce ogni anno nella cittadina-resort svizzera durante l’ultima settimana di gennaio, per ribadire la propria fede nell’ortodossia delle politiche economiche favorevoli alle corporation.

Continua a farlo, nonostante sia diventato ancora più evidente che i costi di queste politiche significano crisi del debito irrisolvibili, crescita della disoccupazione e della disuguaglianza e crisi ecologiche sempre più pressanti.

Nell’ambito di un progetto sul “corporate power”, il Transnational Institute di Amsterdam sta realizzando una serie di infografici per tutto il 2012, mostrando la realtà del “corporate power” e la necessità di un radicale cambio direzione.

Le corporation che governano il mondo:
Quali sono le più grandi compagnie al mondo? Quali corporation le controllano? Il loro potere, in che rapporto è con gli Stati?

Lo 0,001% globale:
10,9 milioni di persone controllano 42,7 trilioni di dollari, due terzi del prodotto interno lordo mondiale. Cosa potremmo farci, con quei soldi?

Gli uomini più ricchi del mondo:
Chi sono, e come hanno fatto i loro soldi? Quali sono i paesi in cui è meglio essere ricchi?

Gli architetti del neoliberismo:

Un’economia globale di cui beneficia solo un’elite circoscritta non è fortuita: è stata sapientemente delineata da politici che spesso hanno lavorato per le corporation transnazionali e che, una volta lasciato l’incarico, sono stati ricompensati.

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