di Aldo Giannuli. - megachip -
Beppe Grillo ha fatto una delle sue sparate definendo il Parlamento un "Tomba" o una "scatola di tonno vuota". Manco a dirlo si è scatenata la solita buriana di commenti "politicamente corretti" che accusano Grillo di essere un emulo del Mussolini del 3 gennaio 1925, qualcuno addirittura ipotizza che ordini di bruciare il Parlamento come fece Hitler con il Reichstag e via di seguito con il consueto coro di sepolcri imbiancati. Anche qualche dissidente grillino ha preso le distanze (ma temo che in questo caso si sia trattato di una dinamica divaricante che conosco bene, per cui, se dici bianco devo dire nero perché ormai è una partita a scacchi a mosse obbligate) e, questa volta, poteva risparmiarselo. Come al solito, Grillo dice le cose in modo da scoprire il fianco alle accuse più spropositate, ma, nel merito, siamo sicuri che abbia proprio torto?
Che da almeno un secolo ci sia una critica del Parlamentarismo non solo di destra, ma anche di sinistra (Lenin, tanto per citare un nome) mi pare un fatto assodato. Quindi, non si può dire che, in generale, Grillo inventi nulla o la sua debba necessariamente essere una posizione di destra. Peraltro parlare in incendio del Reichstag e di discorso sul "bivacco per manipoli" è del tutto fuori luogo, perché, Grillo dice piuttosto chiaramente che il Parlamento "così come è" non serve a nulla e che tanto vale abolirlo, ma contestualmente, propone di rifondarlo.
Quindi si capisce che la sua posizione è quella di ripensare il principio di rappresentanza, non abolirlo. Allora, siamo sicuri che stia dicendo cose così fuori della realtà?
Lasciando da parte il dibattito classico sul parlamentarismo (su cui, però, forse sarà il caso di tornare) e venendo alla storia dell'Italia Repubblicana, vediamo come stanno le cose. La Costituzione vigente, per dirla con Ghisalberti, disegna un sistema basato "sulla divisione dei poteri nella prevalenza del legislativo".
Ma questo non è mai stato vero nella concreta realizzazione della Costituzione materiale: la spaccatura sull'asse dell'anticomunismo, con il conseguente corollario di escludere, per quanto possibile, il Pci ed i suoi alleati dal potere decisionale, spostò subito gli equilibri di potere a favore del governo, che divenne subito il vero cuore del sistema politico-istituzionale. Dunque, la prevalenza spettò nei fatti all'esecutivo, ben presto titolare unico delle funzioni di indirizzo politico (a cominciare dalla politica estera) e poi, via via, dominus dei procedimenti legislativi, soprattutto attraverso il crescente uso ed abuso della decretazione di urgenza.
La presenza di una maggioranza precostituita, garantita dal vincolo di disciplina partitica dei parlamentari (anche per questo, stiamo attenti a reclamare l'abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari) contribuirono a sminuire la funzione del Parlamento a mera cassa di registrazione di decisioni prese altrove. Allo stesso modo, il vincolo disciplinare vanificava ogni potere di controllo del Parlamento, perché, ovviamente, la maggioranza (che era la stessa che votava la fiducia al governo) respingeva ogni iniziativa dell'opposizione in merito.
Sino al 1977, il Parlamento ha regolarmente respinto qualsiasi proposta di messa in stato d'accusa dei ministri (si pensi agli scandali dei tabacchi, delle banane, di Fiumicino, ecc.) perché regolarmente la maggioranza si compattava intorno agli inquisiti.
Già nei primi anni sessanta si parlava correntemente di "crisi del Parlamento" con interventi di autori di parte diversissima, dal leader psiuppino Lelio Basso, al politologo liberale Giuseppe Maranini, al radicale Leonardo Piccardi, al conservatore Panfilo Gentile, dal giurista di destra Sandulli a quello cattolico Mortati, dal liberale Bozzi al comunista Ingrao. Ovviamente, ciascuno proponeva un suo rimedio spesso opposto a quello degli altri; la maggior parte di essi additò due difetti strutturali del sistema che contribuivano ad indebolire il Parlamento: il bicameralismo perfetto e la pletoricità delle due assemblee. Ma, nel complesso, le cose restarono come erano. Anzi la marcia verso il depotenziamento dell'istituto parlamentare proseguì imperterrita, con le riforme dei regolamenti parlamentari, con l'ulteriore ricorso alla decretazione d'urgenza, con l'uso del voto di fiducia per stroncare l'ostruzionismo parlamentare, con l'espansione della legge finanziaria che, di fatto, consegnava in mano al governo l'intera politica economica, lasciando al Parlamento la possibilità residua di qualche emendamento, prevalentemente per norme di interesse microsezionale o addirittura personale.
Da questo punto di vista, bei colpi di piccone ai poteri del Parlamento vennero anche dal Pci negli anni della solidarietà nazionale e poi da Craxi, Cossiga e Andreotti negli anni del pentapartito. Nello stesso tempo, l'involuzione di partiti politici, sempre più meri apparati burocratici privi di qualsiasi democrazia interna, contribuiva a svuotare il Parlamento della sua funzione democratica.
Ma, nel complesso, sino al 1993, il parlamento mantenne quantomeno una certa forza politica che gli veniva tanto dalla sua rappresentatività (dovuta alla legge proporzionale) quanto dal sistema parlamentare basato sul gioco delle alleanze fra diversi partiti che lasciava qualche spazio di manovra. Il colpo di grazia venne con il referendum golpista di Segni ed Occhetto che, sostituendo la proporzionale con il maggioritario, introducevano meccanismi distorsivi che avrebbero inevitabilmente ridotto la rappresentatività delle Camere.
In secondo luogo, l'adozione del maggioritario precostituiva coalizioni rigide che azzeravano il gioco parlamentare e sottraevano, tanto al Parlamento quanto al Presidente della Repubblica, la facoltà di scegliere il Presidente del Consiglio che (dal 2001) era quello indicato sulla scheda elettorale. E' significativo che le uniche due volte che ci sia stato un rovesciamento o una sostanziale modifica della coalizione di maggioranza (governo Dini 1995, governo Monti 2011) ciò sia stato vissuto come un situazione di emergenza contro le quali alcuni parlarono di colpo di mano. La cosa merita di essere rimarcata: ormai il mutamento di maggioranze di governo -come è proprio di un sistema parlamentare- diventava lo "strappo" e la designazione a suffragio diretto del Capo del Governo -come è proprio dei sistemi presidenziali- era la regola.
Questo sostanziale ribaltamento della carta costituzionale si è poi accompagnato al peggioramento -per certi aspetti- della legge elettorale, in particolare con l' attribuzione al vincitore -e senza alcuna soglia minima- di una rappresentanza pari al 54% della Camera e con l'esclusione del voto di preferenza. Già dal suo esordio (2006) il "Porcellum" dimostrò di produrre un Parlamento di "nominati" privi di qualsiasi consenso popolare. Nelle ultime elezioni, il meccanismo premiale, ha dimostrato la sua totale assurdità, attribuendo ben il 54% dei seggi ad una coalizione che rappresentava solo il 29.5% dei votanti : si ricava che il nostro è il parlamento più disrappresentativo del Mondo.
Quanto alla qualità dei nostri parlamentari, è osservazione comune che essa sia andata calando costantemente e, ormai, si sprecano le trasmissioni stile "Striscia la notizia" dove si documenta che i parlamentari non sanno cosa significano parole come "spread", "multipolarismo", "geopolitica", "panachage", "subprime", "bailout", di cui danno interpretazioni assai fantasiose ma che riguardano materie su cui sono chiamati a votare.
A questo punto, vi sembra che la sparata di Grillo (al di là dei soliti toni sbraitati) sia poi così infondata?
Fonte: http://www.aldogiannuli.it/2013/06/grillo-e-la-crisi-del-parlamento/
Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
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Francobolllo
Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 12 giugno 2013
lunedì 27 maggio 2013
Il discreto collasso dell’economia italiana
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- beppegrillo -
"Mentre l’attenzione sulla crisi dell’euro è focalizzata principalmente su Grecia e Cipro, non è un mistero che l’Italia - con la Spagna - sia la vera sfida per il futuro della moneta comunitaria. Nel silenzio della stampa internazionale, la condizione della macroeconomia italiana non mostra alcun segno di miglioramento: anzi, numerosi indici ritraggono un’economia nazionale in depressione piuttosto che in severa recessione. Non è esagerato affermare che l’economia italiana sta crollando. L’Italia è la terza economia dell’eurozona, dopo la Germania e la Francia, ed ha contratto il più grande debito pubblico (più di duemila miliardi di euro) che è andato crescendo ad un ritmo sorprendente, persino in tempi recentissimi ed in particolare in rapporto con il PIL (130%), visto che quest’ultimo sta rapidamente contraendosi. Come è possibile che un tale debito sia sostenibile? Infatti non lo è! Per il momento, grazie alla BCE (che ha acquistato 102,8 miliardi di euro di debito italiano tra il 2011 e il 2012) e specialmente al meccanismo LTRO, le finanze italiane hanno potuto essere tenute a galla. Le banche italiane hanno potuto assorbire 268 miliardi di euro di liquidità emessa dalla BCE grazie al programma LTRO, il cui meccanismo è il seguente: "Dato che la BCE non può prestare liquidità agli Stati, eccetto in caso di emergenza estrema e per ragioni di stabilizzazione dei mercati finanziari a breve termine, la presta alle banche che acquistano titoli di credito governativi". E’ interessante notare che LTRO funziona come strumento per permettere il ritiro in buon ordine degli investitori internazionali dall’Italia, specialmente francesi e tedeschi, la cui quota detenuta di debito italiano è passata dal 51% al 35%, facendo sembrare che fossero le banche italiane a ricomprare il debito nazionale. Questo è un segnale importante, che va in senso contrario alla interdipendenza che ci si aspetterebbe nel quadro di un’unione monetaria e di una prossima unione politica dell’eurozona. E’ realistico pensare che molti investitori stiano riducendo sistematicamente la loro esposizione in Europa del Sud, nella speranza che una prossima uscita dall’euro avrà per loro conseguenze meno gravi. Per gli euroscettici significa che, una volta che gli investitori stranieri si saranno ritirati, l’Italia verrà abbandonata al suo destino.
La verità è che lo Stato Italiano è fallito nell’estate del 2011, quando gli interessi del debito nazionale andarono fuori controllo e, come risultato, l’Italia perse l’accesso ai mercati finanziari. Ma, a causa dell’importanza dell’Italia come realtà economica e come DEBITRICE, la BCE e le autorità politiche europee hanno acconsentito alla creazione artificiosa di una parvenza di mercato attorno alla finanza pubblica italiana. L’Italia avrebbe dovrebbe rimanere sotto questa tutela fino a quando la situazione economica interna non fosse migliorata migliori insieme alla fiducia dei mercati per tornare ad accedere al mercato del credito. Ma questo purtroppo non avviene e non ci sono segni che lascino sperare che ciò accada nei prossimi anni. La situazione dell’economia italiana è semplicemente drammatica.
Recentemente è apparso un rapporto che rivela come la crisi attuale (2007-2013) sia molto peggiore di quella del 1929-1934. Nella presente crisi gli investimenti sono crollati del 27.6% in cinque anni, contro il 12.8% della recessione tra le due guerre. Il PIL è sceso del 6.9% contro il 5.1%. L’Italia, il cui comparto manufatturiero è secondo in Europa dietro la Germania, ha perso il 24% della sua produzione industriale, tornando ai livelli del 1980. Nessun dato mostra segni di ripresa. Dal’inizio dell’anno, il Paese ha perso più di 31.000 aziende ed ogni giorno chiudono 167 punti vendita al dettaglio, un’autentica disintegrazione del settore della distribuzione. Il settore dell’auto, uno dei più importanti, non fa che contrarsi: dai 2,5 milioni di vetture vendute nel 2007 siamo giunti ai 1,4 milioni di oggi, come nel 1979 e continuano a scendere. L’edilizia, altro pilastro dell’economia nazionale, è alla rovina: la caduta del 14% nel 2012 è l’ultima di una lunga serie. Le vendite di alloggi sono scese del 29% nel 2012 rispetto al 2011 che fu una catastrofe, fino al livello del 1985 di 440.000, la metà del 2006. L'impatto di questa tendenza sull’impiego è drammatico: la disoccupazione e’ giunta al 12% e sale rapidamente. Mezzo milione di lavoratori sono in cassa integrazione, e appare certo che a breve termine perderanno il loro impiego invece di essere reintegrati nel ciclo produttivo. Lo Stato Italiano si è finora arrabattato per difendere la propria posizione finanziaria per mezzo di ulteriori tassazioni, piccole riduzioni di spesa e altri prestiti. Come illustrato prima, lo schema di questi nuovi prestiti è stato architettato con la BCE e il settore bancario. La tassazione ha raggiunto livelli record, e con la stretta creditizia sta asfissiando l’economia interna. I tagli di spesa sono stati applicati fino ad un certo punto ma, come l’aumento delle tasse, hanno un effetto deprimente sull’economia per non parlare della loro difficile applicazione in un sistema clientelistico per non dire apertamente cleptocratico come quello Italiano.
Sotto la pressione della UE l’Italia si è impegnata a misure rigorose di controllo della spesa pubblica, fino ad introdurre un emendamento costituzionale per farle rispettare. Sembra assurdo ma il bilancio dello Stato appare in attivo se non si considerano gli interessi passivi sul debito, ma questo è dovuto al fatto che lo Stato spesso “dimentica” di pagare i suoi fornitori: lo scoperto nei confronti delle aziende fornitrici ammonta a una cifra oscillante fra 90 e i 130 miliardi di euro. Non è difficile immaginare che, in pochi mesi e malgrado le nuove tasse, il collasso di interi settori dell’economia interna causerà un rapido abbassamento degli incassi di imposte. Visto che non sembra possibile contrarre nuovi prestiti e che in Italia parlare di misure di austerità è una barzelletta, lo Stato italiano si troverà senza vie di uscita possibili e saranno necessarie nuove misure della BCE.
Essenzialmente, una forma di fallimento assistito e controllato. Ma, dati gli ordini di grandezza dell’economia e del debito pubblico italiani, ciò è semplicemente impossibile. In assenza di qualsiasi consenso politico riguardo ad una politica monetaria radicalmente diversa della BCE, il solo scenario realistico sarà quello di una rinegoziazione o di una ristrutturazione del debito, come suggerito da Nouriel Roubini in una precisa analisi pubblicata circa 18 mesi fa. Il collasso della finanza pubblica italiana sta avvicinandosi rapidamente ed avrà un enorme impatto sull’Eurozona e sulla UE."
Versione originale in lingua inglese
venerdì 10 maggio 2013
La casa comune non vuole il cappello
Guido Viale
Quanto al Movimento Cinque Stelle, gli esiti disastrosi della linea di condotta adottata, che gli è già costato parecchio in Friuli, non possono essere imputati solo a inesperienza o a eccessiva rigidità: si è visto peraltro Grillo e i suoi adepti ammorbidirsi assai nel corso dei giorni. Il fatto è che il Movimento Cinque Stelle non ha un progetto. Il suo programma è solo un insieme di obiettivi, in larga parte condivisibili, anche perché riprendono temi su cui comitati, movimenti, iniziative civiche e associazioni lavorano da anni. Ma un programma che nulla o quasi dice su come arrivarci, su come imporli.
Democrazia diretta o referendaria – di cui la consultazione via web è una sottospecie – e democrazia partecipata non sono la stessa cosa. La prima, nonostante i proclami in contrario, si fonda su una delega pressoché totale ai rappresentanti – in questo caso ai parlamentari – cui viene affidato il compito di tradurre in leggi e provvedimenti quello che la constituency – nei cinque stelle la consultazione via web – decide. Senza molte mediazioni, perché queste non possono essere sottoposte ogni volta alle valutazioni di un gruppo di riferimento; neanche se, come si è visto, è assai ristretto. La democrazia partecipata esige invece un contributo costruttivo da parte di tutti i soggetti coinvolti; confronti e riposizionamenti continui; la valorizzazione dell’esperienza e dei saperi di ciascuno; e anche degli affetti, perché l’incontro fisico, la conoscenza reciproca, l’incrocio degli sguardi, a tutti i livelli, ne sono una componente essenziale. Anche in questo caso la delega, sempre a termine e revocabile, è inevitabile, perché i gruppi di riferimento, per essere tali, non possono superare una certa dimensione. Ma è una delega solida, perché la democrazia partecipata non è, o non è principalmente, assembleare.
Certo, nel passaggio tra partecipazione attiva e rappresentanza elettorale – due forme di democrazia che non possono che convivere; nessuna può escludere l’altra in via di principio – il mandato vincolante della prima si stempera nel «senza vincoli di mandato» della seconda. Ma il rappresentante che ha alle spalle un processo di democrazia partecipata avrà sempre a disposizione, se vuole, uno o più gruppi di riferimento con cui consultarsi, e a cui chiedere anche un supporto tecnico di cui nessun “eletto dal popolo” può fare a meno. E se è stato scelto con cognizione di causa – cosa che, come si è visto, il web non consente – ne farà buon uso.
Dunque, il passaggio dal vecchio al nuovo governo (e dal vecchio al “nuovo” Presidente della Repubblica), anche se non ha fatto che portare alla luce un vuoto di pensiero e azione, di capacità e responsabilità evidente da tempo, ha lasciato dietro di sé un campo di macerie: soprattutto, ma non solo, nel Pd e nel centro-sinistra. Di fronte al quale una serie variegata di organizzazioni si stanno affrettando a gettare le reti per raccoglierne i relitti, proclamando il loro impegno alla costituzione di un “nuovo soggetto politico”; magari senza nemmeno chiedersi – è il caso dei gruppi dirigenti di Sel e del Prc, per non parlare di Verdi, Pdci e altri – che cosa li abbia indotti a trasformare un progetto appena abbozzato, ma unitario, innovativo e democratico come Cambiaresipuò, nell’aborto di Rivoluzione civile; o l’ecologia e la libertà in un progetto di fusione con il Pd.
mercoledì 1 maggio 2013
La nuova opposizione al lavoro
- fonte -
Ieri alla Camera è accaduto un fenomeno unico. Deputati che non devono rendere conto a nessuna lobby o partito si sono "permessi" di criticare le scelte dei ministri, hanno fatto i nomi di inciuciatori ventennali, chiesto conto di leggi anti-costituzionali, richiamato l'attenzione sulle parentele illustri e sui sostegni ai comitati d'affari. Cittadini liberi hanno restituito il nome alle cose e dignità al Parlamento. Hanno fatto opposizione. Un evento straordinario per il Parlamento italiano. "Dopo quanto esposto negli interventi del MoVimento 5 Stelle e sopratutto dopo i disastrosi risultati di questa classe politica alla quale voi appartenete da numerosi anni, come si può dare fiducia a questo Esecutivo? Negli ultimi decenni si è ammessa da più parti la mancanza di credibilità di questa classe politica che ora chiede la fiducia per l'ennesima volta, come se questa squadra di Governo venisse dalla luna, come se non fosse responsabile o corresponsabile di quanto finora avvenuto. Secondo noi tutto quello che oggi si prospetta agli Italiani, nasce da quella famosa frase: "Lo sa lui e lo sa l'onorevole Gianni Letta“ pronunciata da Luciano Violante durante un discorso alla Camera nel quale afferma di aver garantito, dal 1994, le televisioni di Silvio Berlusconi e di conseguenza di tutti i suoi interessi. Da allora tutti noi ci siamo posti le seguenti domande: Perché mai non si è fatta una SERIA legge anti-corruzione? Perché mai non si è votato nella giunta per le elezioni l'ineleggibilità di Silvio Berlusconi? Perché costantemente aumentavano i rimborsi elettorali arrivando a cifre da capogiro senza che nessuno si opponesse, e il tutto in completo disprezzo del referendum del 1993 che aboliva definitivamente il finanziamento pubblico ai partiti? Perché mai i manager delle grandi aziende pubbliche sono appartenuti sempre alle aree di riferimento di questi due partiti e hanno sempre lavorato con stipendi d'oro, liquidazioni astronomiche ed in cambio ci hanno lasciato aziende distrutte e svendute in barba alla fatica dei nostri genitori e dei nostri nonni? Perché non è stata mai, e dico mai, discussa alcuna legge di iniziativa popolare in Parlamento? Perché nel silenzio generale molto spesso l'esito dei referendum non viene rispettato? Perché mai il TAV, il Ponte sullo Stretto di Messina, la Gronda, tutte opere economicamente e ambientalmente insostenibili, hanno l'appoggio di questi due partiti? Vogliamo ribadire che noi NON siamo l'emergenza democratica di questo Paese, noi siamo la conseguenza della finta democrazia di questo Paese. Da oggi le emergenze si dovranno chiamare prima di tutto “conseguenze”, perché le conseguenze prevedono delle responsabilità da individuare. A proposito di responsabilità, vogliamo dire a tutti voi e agli Italiani e non che ci stanno ascoltando, che voteremo, favorevolmente quei provvedimenti che riterremo utili per il bene comune, quelli di reale cambiamento. Per il resto faremo un'opposizione seria, costruttiva, propositiva." Riccardo Nuti, M5S Camera
martedì 30 aprile 2013
Letta, Grillo, Berlusconi e le dieci bugie oggi di moda
di Andrea Scanzi | - ilfatto -
“E’ tutta colpa di Grillo”. E’ sempre colpa di Grillo. Se cade il governo, se piove, se c’è il sole. La tesi autossolutoria del Pd – il cui elettorato tende incredibilmente a ingoiare di tutto, passando dalla fregola per l’iper-democrazia al giubilo per l’abbraccio mortale con Berlusconi – è ora quella di ripetere che “il governissimo c’è perché Grillo ci ha portato a farlo”. Sarebbe vero se non ci fosse stata l’apertura Rodotà. Ma quell’apertura c’è stata. Nel gioco delle percentuali, il Pd ha il 70% delle colpe e l’ortodossia di Grillo il 30%. Il M5S ha sbagliato a non fare un nome al secondo giro di consultazioni (non sarebbe cambiato nulla, ma avrebbe tolto alibi al Partito Disastro), ma da Rodotà in poi è stato impeccabile: appoggiate questo nome (più vostro che nostro) e faremo un percorso insieme. A dire no è stato il Pd. Perché? Perché ha sempre voluto – nella maggioranza dei suoi parlamentari – l’inciucio. Infatti è stato scelto Enrico Letta, lo zio di suo zio. Quello che “è meglio votare Berlusconi che Grillo”.
“Su Rodotà non c’era maggioranza”. Bugia a metà. C’era la maggioranza degli elettori del Pd, ma non della maggioranza dei parlamentari piddini. Ciò significa, inequivocabilmente, che tra elettorato e rappresentanti c’è una scollatura drammatica. I Boccia non rappresentano nessuno, se non se stessi. Però decidono.
“Rodotà non è stato eletto Presidente perché scelto solo da 4mila persone”. Macché. Le Quirinarie sono state fantozziane, ma se i modi risultano discutibili non lo sono (stati) i contenuti. Per quanto raffazzonate, hanno portato alla scelta di un nome condiviso da milioni di italiani: la piazza reale, non virtuale (quella piazza che tanto terrorizza i giovani vecchi del Pd, tipo Speranza, uno che non merita quel cognome. Un po’ come se Ghedini si chiamasse Figo). Rodotà è stato il treno del cambiamento perso. Perso dal Pd e solo dal Pd: non da altri. Di questa colpa risponderà alla storia e, per il momento, agli elettori (infatti è un partito morto, che può vincere solo se si affida a ribelli come Serracchiani). Rodotà non è stato votato perché: 1) è stato proposto da Grillo (motivazione-asilo Mariuccia); 2) è troppo di sinistra; 3) è troppo laico (cioè “mangiapreti”); 4) è troppo intelligente, quindi libero e non irreggimentabile; 5) è troppo antiberlusconiano (e questo, per il Pd, è davvero inaccettabile).
“Sì, ma 4mila persone sono proprio poche”. Certo che lo sono. Ma sono comunque molto più delle persone (una) che avevano scelto Marini e poi (seicento) Napolitano.
“Non faremo mai il governissimo”. Per due mesi, o poco meno, Bersani e la sua ghenga tragicomica hanno ripetuto che il governissimo non l’avrebbero mai fatto. Qualche esempio (antologizzato stamani da Civati nel suo blog). «Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013). «Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013). «I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio). «Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013). Eccetera. Adesso avviene il contrario (e chi osa ricordarlo è un disfattista). Perché? Perché il Pd è bravissimo a sbagliare. E perché senza Berlusconi il Pd non esiste: ne è la più grande polizza assicurativa. Così facendo, il Pd imploderà (e questo tutto sommato è un bene) e regalerà a Berlusconi una nuova vittoria (e questo decisamente è un disastro).
“Letta ha vinto lo streaming”. Questa non è una bugia. E’ la verità. Che non stupisce. Letta fa politica da quando ha sei mesi. E’ nato vecchio, un Benjamin Button che mai diventerà Brad Pitt. Nella supercazzola democristiana (parlare e parlare senza dire nulla) nessuno lo batte. Con Crimi e Lombardi, che continuano a sbagliare tutto, ha usato la Tecnica-Asciugo: li ha intortati con una grandinata di nulla politichese. E li ha storditi. Quando si è trovato in difficoltà (Rodotà), ha detto al Duo Harakiri che “dovevate votare Prodi”. Sarebbe bastato rispondere: “Prodi non l’avete votato neanche voi, forse neanche lei. Con quale faccia incolpate noi?”. Ma non l’hanno detto. Come nulla o quasi hanno detto su conflitto di interessi, leggi ad personam, franchi tiratori, incoerenza sul no-inciucio. E via così. Letta ha vinto per mancanza di avversari. Esaurita tale erezione triste per la vittoriuccia di Pirro di Benjamin Letta, vorrei però che i giubilanti di adesso tenessero bene a mente che il loro hero sta lavorando per un governo con i D’Alema, gli Amato e i Brunetta. Un’apocalisse farebbe meno male.
“Non ci sono alternative”. No. C’erano: bastava votare Rodotà. Ma non è stato fatto. Ora il governissimo – il vero obiettivo di Pd e Pdl, sin dall’inizio – viene spacciato come “governo di salvezza nazionale”. Ma de che? Cosa può fare un governo che contempli contemporaneamente Civati e Mussolini? Al massimo una legge elettorale anti-M5S, atta anzitutto a disinnescarli. Berlusconi sta al senso dello Stato come Robinho alle quadriplette. Opera per salvare se stesso e in questo è un fenomeno. Il governo Letta sarà un tirare a campare. Un ulteriore arroccarsi dei politicanti nel Parlamento-bunker. Mi si dirà: “L’alternativa è andare al voto, ovvero un’oscenità”. No: persino andare subito al voto sarebbe più onesto. Anche con la stessa legge elettorale. Un pareggio non ci sarebbe, non stavolta. Vincerebbe Berlusconi, si ridimensionerebbe Grillo, crollerebbe il Pd. Brutta prospettiva? Sì. Ma è l’Italia, baby. E quantomeno avremmo un governo Berlusconi evidente e dichiarato, senza questa ipocrisia nauseabonda delle “larghe intese”.
“Il Movimento ha abbassato i toni”. Ma figuriamoci. Dopo lo schiaffo in faccia ricevuto su Rodotà, il M5S farà solo e soltanto opposizione. I toni sono stati abbassati unicamente da Pisolo Crimi e Simpatia Lombardi, che ieri dormivano (e un po’ li capisco) mentre parlava Benjamin Letta. Dopo il caso Rodotà, la rottura tra M5S e Pd è definitiva. Insanabile. Eterna.
“Il Movimento 5 Stelle è in calo”. Bugia a metà. In Friuli la tramvata è stata evidente, pur con tutte le attenuanti, ma agli occhi di molti elettori 5 Stelle la trama degli ultimi giorni ha confermato che Pd e Pdl pari sono o giù di lì. I sondaggi (Swg) li danno al 27 percento. Se questo è un calo, il Pd è già allo stadio di decomposizione. E’ però vero che il M5S è percepito da molti come una forza che sa dire solo di no. E questo, per loro, è un male. Aggiungo poi che esiste nel Movimento un problema di rappresentanza. L’anomalia non è che Mastrangeli sia stato (giustamente) espulso, ma che sia stato (clamorosamente) prima scelto e poi eletto. E a proposito di espulsioni, che – secondo quasi tutta la stampa – sono giuste se le decide il Pd e sinonimo di fascismo se le appluica il M5S: caro Civati, prendi atto che nel Pd sei un corpo estraneo e vola altrove. Magari nel “cantiere della sinistra” a cui sta lavorando Vendola, ampolloso e barocco come sempre ma tra i pochi ad essere risultato coerente e coraggioso negli ultimi giorni. Questa “critica dall’interno” è sterile , pleonastica e alla lunga pure noiosa.
“La stampa deve cooperare”. E’ l’ultima trovata di Re Giorgio e dei suoi prodi discepoli (quasi tutti), Scalfari e derivati in testa. L’intoccabilità di Napolitano ha ormai del leggendario. Ho rispetto della persona, e della sua età, come lo ho per la memoria storica. Il migliorista Napolitano è sempre stato un “comunista di destra”. Gaber, quelli come lui, li chiamava “grigi compagni del Pci”. Napolitano è quello che appoggiò i cingolati sovietici contro la rivolta ungherese (salvo poi dire decenni dopo che “Mi sono sbagliato, aveva ragione Nenni”), quello che attaccò Berlinguer (Enrico) sulla questione morale, quello che a fine 2011 ci ha imposto Monti allungando la vita politica di Berlusconi (e rafforzando involontariamente Grillo); è quello del “non ho sentito il boom”, delle telefonate a Mancino, delle firme alle leggi vergogna. Capisco la stima, ma Pertini era un’altra cosa. Come lo è il giornalismo. Che non deve “cooperare”, ma raccontare e talvolta denunciare. L’invito a cooperare di Napolitano, dopo l’orrore dello scorso weekend (tra i più neri nella storia della Repubblica italiana), mi ricorda l’adagio del “ci pisciano in testa e poi dicono che piove”. Si ha la sensazione che qualcuno ci abbia conficcato ben bene l’ombrello di Altan. E che quel qualcuno, adesso, ci dica “Ehi, non lamentarti, altrimenti sei un irresponsabile”. Un po’ troppo, come masochismo.
“Su Rodotà non c’era maggioranza”. Bugia a metà. C’era la maggioranza degli elettori del Pd, ma non della maggioranza dei parlamentari piddini. Ciò significa, inequivocabilmente, che tra elettorato e rappresentanti c’è una scollatura drammatica. I Boccia non rappresentano nessuno, se non se stessi. Però decidono.
“Rodotà non è stato eletto Presidente perché scelto solo da 4mila persone”. Macché. Le Quirinarie sono state fantozziane, ma se i modi risultano discutibili non lo sono (stati) i contenuti. Per quanto raffazzonate, hanno portato alla scelta di un nome condiviso da milioni di italiani: la piazza reale, non virtuale (quella piazza che tanto terrorizza i giovani vecchi del Pd, tipo Speranza, uno che non merita quel cognome. Un po’ come se Ghedini si chiamasse Figo). Rodotà è stato il treno del cambiamento perso. Perso dal Pd e solo dal Pd: non da altri. Di questa colpa risponderà alla storia e, per il momento, agli elettori (infatti è un partito morto, che può vincere solo se si affida a ribelli come Serracchiani). Rodotà non è stato votato perché: 1) è stato proposto da Grillo (motivazione-asilo Mariuccia); 2) è troppo di sinistra; 3) è troppo laico (cioè “mangiapreti”); 4) è troppo intelligente, quindi libero e non irreggimentabile; 5) è troppo antiberlusconiano (e questo, per il Pd, è davvero inaccettabile).
“Sì, ma 4mila persone sono proprio poche”. Certo che lo sono. Ma sono comunque molto più delle persone (una) che avevano scelto Marini e poi (seicento) Napolitano.
“Non faremo mai il governissimo”. Per due mesi, o poco meno, Bersani e la sua ghenga tragicomica hanno ripetuto che il governissimo non l’avrebbero mai fatto. Qualche esempio (antologizzato stamani da Civati nel suo blog). «Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013). «Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013). «I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio). «Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013). Eccetera. Adesso avviene il contrario (e chi osa ricordarlo è un disfattista). Perché? Perché il Pd è bravissimo a sbagliare. E perché senza Berlusconi il Pd non esiste: ne è la più grande polizza assicurativa. Così facendo, il Pd imploderà (e questo tutto sommato è un bene) e regalerà a Berlusconi una nuova vittoria (e questo decisamente è un disastro).
“Letta ha vinto lo streaming”. Questa non è una bugia. E’ la verità. Che non stupisce. Letta fa politica da quando ha sei mesi. E’ nato vecchio, un Benjamin Button che mai diventerà Brad Pitt. Nella supercazzola democristiana (parlare e parlare senza dire nulla) nessuno lo batte. Con Crimi e Lombardi, che continuano a sbagliare tutto, ha usato la Tecnica-Asciugo: li ha intortati con una grandinata di nulla politichese. E li ha storditi. Quando si è trovato in difficoltà (Rodotà), ha detto al Duo Harakiri che “dovevate votare Prodi”. Sarebbe bastato rispondere: “Prodi non l’avete votato neanche voi, forse neanche lei. Con quale faccia incolpate noi?”. Ma non l’hanno detto. Come nulla o quasi hanno detto su conflitto di interessi, leggi ad personam, franchi tiratori, incoerenza sul no-inciucio. E via così. Letta ha vinto per mancanza di avversari. Esaurita tale erezione triste per la vittoriuccia di Pirro di Benjamin Letta, vorrei però che i giubilanti di adesso tenessero bene a mente che il loro hero sta lavorando per un governo con i D’Alema, gli Amato e i Brunetta. Un’apocalisse farebbe meno male.
“Non ci sono alternative”. No. C’erano: bastava votare Rodotà. Ma non è stato fatto. Ora il governissimo – il vero obiettivo di Pd e Pdl, sin dall’inizio – viene spacciato come “governo di salvezza nazionale”. Ma de che? Cosa può fare un governo che contempli contemporaneamente Civati e Mussolini? Al massimo una legge elettorale anti-M5S, atta anzitutto a disinnescarli. Berlusconi sta al senso dello Stato come Robinho alle quadriplette. Opera per salvare se stesso e in questo è un fenomeno. Il governo Letta sarà un tirare a campare. Un ulteriore arroccarsi dei politicanti nel Parlamento-bunker. Mi si dirà: “L’alternativa è andare al voto, ovvero un’oscenità”. No: persino andare subito al voto sarebbe più onesto. Anche con la stessa legge elettorale. Un pareggio non ci sarebbe, non stavolta. Vincerebbe Berlusconi, si ridimensionerebbe Grillo, crollerebbe il Pd. Brutta prospettiva? Sì. Ma è l’Italia, baby. E quantomeno avremmo un governo Berlusconi evidente e dichiarato, senza questa ipocrisia nauseabonda delle “larghe intese”.
“Il Movimento ha abbassato i toni”. Ma figuriamoci. Dopo lo schiaffo in faccia ricevuto su Rodotà, il M5S farà solo e soltanto opposizione. I toni sono stati abbassati unicamente da Pisolo Crimi e Simpatia Lombardi, che ieri dormivano (e un po’ li capisco) mentre parlava Benjamin Letta. Dopo il caso Rodotà, la rottura tra M5S e Pd è definitiva. Insanabile. Eterna.
“Il Movimento 5 Stelle è in calo”. Bugia a metà. In Friuli la tramvata è stata evidente, pur con tutte le attenuanti, ma agli occhi di molti elettori 5 Stelle la trama degli ultimi giorni ha confermato che Pd e Pdl pari sono o giù di lì. I sondaggi (Swg) li danno al 27 percento. Se questo è un calo, il Pd è già allo stadio di decomposizione. E’ però vero che il M5S è percepito da molti come una forza che sa dire solo di no. E questo, per loro, è un male. Aggiungo poi che esiste nel Movimento un problema di rappresentanza. L’anomalia non è che Mastrangeli sia stato (giustamente) espulso, ma che sia stato (clamorosamente) prima scelto e poi eletto. E a proposito di espulsioni, che – secondo quasi tutta la stampa – sono giuste se le decide il Pd e sinonimo di fascismo se le appluica il M5S: caro Civati, prendi atto che nel Pd sei un corpo estraneo e vola altrove. Magari nel “cantiere della sinistra” a cui sta lavorando Vendola, ampolloso e barocco come sempre ma tra i pochi ad essere risultato coerente e coraggioso negli ultimi giorni. Questa “critica dall’interno” è sterile , pleonastica e alla lunga pure noiosa.
“La stampa deve cooperare”. E’ l’ultima trovata di Re Giorgio e dei suoi prodi discepoli (quasi tutti), Scalfari e derivati in testa. L’intoccabilità di Napolitano ha ormai del leggendario. Ho rispetto della persona, e della sua età, come lo ho per la memoria storica. Il migliorista Napolitano è sempre stato un “comunista di destra”. Gaber, quelli come lui, li chiamava “grigi compagni del Pci”. Napolitano è quello che appoggiò i cingolati sovietici contro la rivolta ungherese (salvo poi dire decenni dopo che “Mi sono sbagliato, aveva ragione Nenni”), quello che attaccò Berlinguer (Enrico) sulla questione morale, quello che a fine 2011 ci ha imposto Monti allungando la vita politica di Berlusconi (e rafforzando involontariamente Grillo); è quello del “non ho sentito il boom”, delle telefonate a Mancino, delle firme alle leggi vergogna. Capisco la stima, ma Pertini era un’altra cosa. Come lo è il giornalismo. Che non deve “cooperare”, ma raccontare e talvolta denunciare. L’invito a cooperare di Napolitano, dopo l’orrore dello scorso weekend (tra i più neri nella storia della Repubblica italiana), mi ricorda l’adagio del “ci pisciano in testa e poi dicono che piove”. Si ha la sensazione che qualcuno ci abbia conficcato ben bene l’ombrello di Altan. E che quel qualcuno, adesso, ci dica “Ehi, non lamentarti, altrimenti sei un irresponsabile”. Un po’ troppo, come masochismo.
sabato 27 aprile 2013
La mescolanza

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| - Beppe Grillo - |
L'esultanza dei giornali e delle televisioni per l'ammucchiata di regime è propria dei servi che hanno conservato il posto di lavoro. I partiti hanno evitato una Caporetto e si sono rinchiusi in un bunker, tutti assieme appassionatamente, ormai è amore. Coloro che si insultavano in campagna elettorale "Comunisti!", "Mai con Berlusconi!" si sono infilati insieme sotto le coperte pur di non dover rendere conto alla Nazione del loro fallimento. Il governo minestrone avrà i peggiori odori e sapori della Seconda Repubblica e qualche resto avariato della Prima, come Amato, il tesoriere di Craxi. Pietanze che solo le televisioni riescono a far digerire. Televisioni strafallite dal punto di vista economico.
Nel 2012 perdite per 235 milioni di euro per Mediaset e di circa 200 milioni per la RAI, La 7 ha accumulato quasi mezzo miliardo di perdite in cinque anni. Chi paga questo profondo rosso? Mediaset si è retta grazie a una concessione governativa dell'uno per cento dei ricavi concessa da D'Alema, il miglior uomo del pdl, quando era presidente del Consiglio. La RAI grazie alla nostre tasse che ripianano i debiti di un'armata colossale di 13.000 dipendenti, ventriloqui dei politici. La 7 per merito delle bollette telefoniche, i suoi debiti sono stati sempre ripianati da Telecom. Tasse, concessioni incredibili e cresta sulle bollette, di questo hanno vissuto e vivono i megafoni del Potere che ogni giorno attaccano il MoVimento 5 Stelle come causa di tutti i mali. Opinionisti che vivono di carità pubblica mentre chiude un'azienda al minuto.
Cosa verrà dopo il bunker? Berlusconi presidente della Repubblica incoronato dai comunisti Napolitano e capitan findus Letta, lo stoccafisso scongelato? Berlusconi ha detto "Poco importa chi guiderà questo governo, importante che ci siano un governo e un Parlamento per approvare provvedimenti urgenti". I suoi!
giovedì 25 aprile 2013
Il 25 aprile è morto
- Beppe grillo -
Nella nomina a presidente del Consiglio di un membro del Bilderberg il 25 aprile è morto,
nella distruzione dei nastri delle conversazioni tra Mancino e Napolitano il 25 aprile è morto,
nella dittatura dei partiti il 25 aprile è morto,
nell'informazione corrotta il 25 aprile è morto,
nel tradimento della Costituzione il 25 aprile è morto,
nell'inciucio tra il pdl e il pdmenoelle il 25 aprile è morto,
nella rielezione di Napolitano e il passaggio di fatto a una Repubblica presidenziale il 25 aprile è morto,
nell'abbraccio tra Bersani e Alfano il 25 aprile è morto,
nella mancata elezione di Rodotà il 25 aprile è morto,
nella resurrezione di Amato, il tesoriere di Bottino Craxi, il 25 aprile è morto,
nei disoccupati, nelle fabbriche che chiudono, nei tagli alla Scuola e alla Sanità il 25 aprile è morto,
nei riti ruffiani e falsi che oggi si celebrano in suo nome il 25 aprile è morto,
nel grande saccheggio impunito del Monte dei Paschi di Siena il 25 aprile è morto,
nel debito pubblico colossale dovuto agli sprechi e ai privilegi dei politici il 25 aprile è morto,
nei piduisti che infestano il Parlamento e la nazione il 25 aprile è morto,
nelle ingerenze straniere il 25 aprile è morto,
nella perdita della nostra sovranità monetaria, politica, territoriale il 25 aprile è morto,
nella Repubblica nelle mani di Berlusconi, 77 anni, e Napolitano, 88 anni, il 25 aprile è morto,
nei processi mai celebrati allo "statista" Berlusconi il 25 aprile è morto,
nella trattativa Stato - mafia i cui responsabili non sono stati giudicati dopo vent'anni il 25 aprile è morto,
nel milione e mezzo di giovani emigrati in questi anni per mancanza di lavoro il 25 aprile è morto,
nell'indifferenza di troppi italiani che avranno presto un brusco risveglio il 25 aprile è morto.
Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti.
Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere.
martedì 23 aprile 2013
Ma il grillismo fu vera gloria?
- vecchiatalpa -
A quasi due mesi dalle elezioni, il quadro istituzionale è più chiaro, credo, e quindi è tempo di alcune considerazioni, che prima non si potevano fare. Da più parte di indica come vincitore di questa tornata il grillismo e in parte il Berlusconi. Chi unanimemente considerato il perdente quasi allo sfascio il PD. Su quest'ultimo punto credo che sia evidente, anche se non credo proprio al suo disfacimento. Il Grillismo viene considerato il vincitore in quanto avrebbe portato all'evidenza la crisi del sistema e ilsuo disfacimento. Vittorioso quindi lo slogan "Tutti a casa"
Siamo sicuri?
Partiamo dalla realtà. Dai fatti evidenti. Avevamo, prima delle elezioni un Napolitano Presidente della Repubblica e un governissimo sua creatura , con capo del governo un uomo della cosidetta Troika con un programma fatto di lacrime e sangue per i lavoratori, sorretto da PD e PDL.
Dopo le lezioni abbiamo ancora Napolitano presidente della Repubblica, con un probabile governo sorretto da PD PDL, e un probabile presidente del consiglio Amato e se anche non fosse lui, molto simile a lui, senza la scusante dell'appellativo tecnico , ma proprio politico in quanto Letta e Alfano saranno i probabili vicepresidenti. E in più , tanto per non farci mancare nulla, un programma ( quello stilato dai saggi) anch'esso bello e pronto e fornito dal Presidente della Repubblica. Dalla repubblica rappresentativa ad una repubblica presidenzialista dal punto di vista costituzionale e di una dittatura in veste democratica dal punto di vista politico
Siamo messi meglio o peggio di prima? ( e naturalmente quel noi sta per noi lavoratori/pensionati/precari ecc ecc )
Ora supponendo che il grillismo si possa definire corrente vicino al movimento dei lavoratori, per i lavoratori , per la democrazia e la partecipazione al governo e alla cosa pubblica dei "cittadini" credo che la sua manovra politica non certo possa definirsi una vittoria!
L'obbiezione a questa mia considerazione la prevedo e può essere sintetizzata nell'affermazione che il grillismo ha messo in luce e determinato la crisi dei partiti e di quella che si definiva seconda repubblica.
Anche qui analizziamo i fatti.
La crisi delle istituzioni e delle sue articolazioni, i partiti, si è evidenziata ben prima che il grillismo potesse prendere piede. Siamo alla crisi del partito del berlusconismo, all'uscita di Casini dall'alleanza, alla nascita del PDl, alla cacciata dei finiani e della loro miserevole fine politica. Del PD è difficile datare la sua crisi e delle sue contraddizioni, in quanto già in fieri fin dalla nascita già dall'ipotesi di mettere insieme il diavolo e l'acqua santa Quel che era rimasta della sinistra democristiana con quel che era rimasto del vecchio PCI , il cattolicesimo con un laicismo confuso e timido e che il supposto sistema bipartitismo e maggioritario , proprio della seconda repubblica, teneva a malapena in piedi. Poi c'è stata la salita in fretta e furia di Berlusconi al Quirinale, la nascita del governo Monti , la palesa sconfitta della politica politicamente infingarda. Il grillismo da questo punto di vista non ha determinato un bel nulla!. E' solo l'effetto non la causa, il lampo ma non certo il temporale, e i suoi strali contro la casta partitica, contro il malaffare , la corruzione , l'eliminazione dei finanziamento alla politica è solo la sostituzione del fusibile che salta , non certo la riparazione del guasto elettrico! Certo questo va sostituito, ma prima va ricercato il vero guasto del circuito, trovati i componenti guasti e sostituiti. Il costo di questa politica costa circa 500 milioni di euro. Solo il taglio alle pensione ha portato 4 miliardi ( utilizzati tra l'altro il primo anno a pagare derivati in scadenza alla Goldmen e Sachs).
Potevano i grillini fare meglio e di più visto il contesto? Hanno essi al loro interno, per la composizione di ceti sociali che lo compongono , per gli interessi veri, reali di cui sono portatori , la forza, la capacità, l'energia e le prospettive intellettuali e politiche per essere una speranza per il reale cambiamento? O solo solo l'effimero e la parolaia protesta appunto il fusibile che salta a cui il potere ha loro riservato un piccolo recinto quello "dell'opposizione, democratica e consapevole" all'interno delle istituzioni, dove poter pascolare, scorazzare e lasciar lavorare chi deve lavorare e dare credibilità democratica a istituzioni che ormai di democratico hanno ben poco?
La mia risposta è pleonastica, come evidente per me la possibile alternativa che il grillismo aveva a disposizione e che gli era stata offerta in un piatto non d'argento , ma d'oro e che non hanno voluto/saputo/creduto/potuto percorrerla
Siamo sicuri?
Partiamo dalla realtà. Dai fatti evidenti. Avevamo, prima delle elezioni un Napolitano Presidente della Repubblica e un governissimo sua creatura , con capo del governo un uomo della cosidetta Troika con un programma fatto di lacrime e sangue per i lavoratori, sorretto da PD e PDL.
Dopo le lezioni abbiamo ancora Napolitano presidente della Repubblica, con un probabile governo sorretto da PD PDL, e un probabile presidente del consiglio Amato e se anche non fosse lui, molto simile a lui, senza la scusante dell'appellativo tecnico , ma proprio politico in quanto Letta e Alfano saranno i probabili vicepresidenti. E in più , tanto per non farci mancare nulla, un programma ( quello stilato dai saggi) anch'esso bello e pronto e fornito dal Presidente della Repubblica. Dalla repubblica rappresentativa ad una repubblica presidenzialista dal punto di vista costituzionale e di una dittatura in veste democratica dal punto di vista politico
Siamo messi meglio o peggio di prima? ( e naturalmente quel noi sta per noi lavoratori/pensionati/precari ecc ecc )
Ora supponendo che il grillismo si possa definire corrente vicino al movimento dei lavoratori, per i lavoratori , per la democrazia e la partecipazione al governo e alla cosa pubblica dei "cittadini" credo che la sua manovra politica non certo possa definirsi una vittoria!
L'obbiezione a questa mia considerazione la prevedo e può essere sintetizzata nell'affermazione che il grillismo ha messo in luce e determinato la crisi dei partiti e di quella che si definiva seconda repubblica.
Anche qui analizziamo i fatti.
La crisi delle istituzioni e delle sue articolazioni, i partiti, si è evidenziata ben prima che il grillismo potesse prendere piede. Siamo alla crisi del partito del berlusconismo, all'uscita di Casini dall'alleanza, alla nascita del PDl, alla cacciata dei finiani e della loro miserevole fine politica. Del PD è difficile datare la sua crisi e delle sue contraddizioni, in quanto già in fieri fin dalla nascita già dall'ipotesi di mettere insieme il diavolo e l'acqua santa Quel che era rimasta della sinistra democristiana con quel che era rimasto del vecchio PCI , il cattolicesimo con un laicismo confuso e timido e che il supposto sistema bipartitismo e maggioritario , proprio della seconda repubblica, teneva a malapena in piedi. Poi c'è stata la salita in fretta e furia di Berlusconi al Quirinale, la nascita del governo Monti , la palesa sconfitta della politica politicamente infingarda. Il grillismo da questo punto di vista non ha determinato un bel nulla!. E' solo l'effetto non la causa, il lampo ma non certo il temporale, e i suoi strali contro la casta partitica, contro il malaffare , la corruzione , l'eliminazione dei finanziamento alla politica è solo la sostituzione del fusibile che salta , non certo la riparazione del guasto elettrico! Certo questo va sostituito, ma prima va ricercato il vero guasto del circuito, trovati i componenti guasti e sostituiti. Il costo di questa politica costa circa 500 milioni di euro. Solo il taglio alle pensione ha portato 4 miliardi ( utilizzati tra l'altro il primo anno a pagare derivati in scadenza alla Goldmen e Sachs).
Potevano i grillini fare meglio e di più visto il contesto? Hanno essi al loro interno, per la composizione di ceti sociali che lo compongono , per gli interessi veri, reali di cui sono portatori , la forza, la capacità, l'energia e le prospettive intellettuali e politiche per essere una speranza per il reale cambiamento? O solo solo l'effimero e la parolaia protesta appunto il fusibile che salta a cui il potere ha loro riservato un piccolo recinto quello "dell'opposizione, democratica e consapevole" all'interno delle istituzioni, dove poter pascolare, scorazzare e lasciar lavorare chi deve lavorare e dare credibilità democratica a istituzioni che ormai di democratico hanno ben poco?
La mia risposta è pleonastica, come evidente per me la possibile alternativa che il grillismo aveva a disposizione e che gli era stata offerta in un piatto non d'argento , ma d'oro e che non hanno voluto/saputo/creduto/potuto percorrerla
Pubblicato daczingc Czingca12:57
venerdì 19 aprile 2013
Il Movimento 5 Stelle
Una rivolta nella postdemocrazia e le ossessioni della (ex) sinistra italiana
di Michele Nobile - utopiarossa - sinistrainrete -
È da tempo che la crisi di legittimità della casta partitico-statale italiana si esprime nella crescita dell’astensionismo: che è il fenomeno politico maggiormente in crescita di cui poco si parla o se ne parla per liquidarlo come primitivismo antiparlamentare o «qualunquismo». Come forma di protesta politica l’astensionismo cresce perché ha profonde e diffuse motivazioni sociali, alle quali né il centrosinistra né il centrodestra sono in grado di rispondere in modo credibile e accettabile.
Con le recenti elezioni la crisi di legittimità si è trasferita anche all’interno dell’istituzione parlamentare, in conseguenza del successo elettorale del Movimento cinque stelle (M5S): piaccia o no, di fronte ai partiti che da vent’anni governano il paese è il M5S che costituisce il terzo polo, quello della protesta.
È questo che spiega l’ambivalenza dell’atteggiamento di politici e commentatori nei confronti del M5S, che oscilla tra la demonizzazione e la captatio benevolentiae: in questo secondo caso ci si aspetta che Grillo «il demagogo» e i parlamentari della cosiddetta «antipolitica» sappiano anche mostrarsi ragionevoli e costruttivi, consentendo in tal modo la formazione di un governo, possibilmente di centrosinistra.
Tuttavia il M5S rifiuta, certamente non senza tensioni, di giungere ad accordi con il Pd: accordi che in altre circostanze si sarebbero spregiativamente bollati come consociativi e che costituirebbero il definitivo colpo di grazia alla ventennale retorica circa l’alternanza bipartitica (colpo, in effetti, già sferrato dal consenso bipartitico al governo Monti). Tentando di coagulare il consenso di Pd e Pdl intorno ai presunti «saggi» il presidente Napolitano non ha fatto altro che giocare nuovamente la carta consociativa.
Ma la sinistra - intendendo Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e quel che resta del «popolo» che a questi partiti continua a far riferimento – come si comporta nei confronti dell’impasse cui è giunta la casta partitica, attualmente più screditata che al tempo di Tangentopoli?
Nell’articolo precedente auspicavo che dai risultati delle elezioni politiche si sapesse trarre la giusta lezione1. Evidentemente non è così. La sinistra post-Pci sembra anzi in preda a un crollo psichico, che si manifesta nell’isteria antigrillina e nella marchiatura a fuoco della figura di Beppe Grillo, considerato come un seduttore di masse istupidite, una sorta di Grande fratello totalitario in versione postmoderna, mentre i risultati elettorali del M5S vengono qualificati come «diversione» o addirittura come un esempio della «reazione che avanza». E siamo arrivati al vergognoso paradosso per cui questa sinistra formalmente antimontiana oggi si scaglia contro Grillo perché ha il coraggio di dire no a un inciucio tra Pdl e Pd, che di Monti è stato il più fedele sostenitore2; e questo dopo che Prc, Pdci e Verdi hanno condiviso responsabilità di governo con il centrosinistra, vale a dire con la coalizione che negli anni ‘90 fece la maggior parte del lavoro sporco di stampo neoliberistico. Stiamo parlando di un’area politica (i Forchettoni rossi) reduce da tre lustri di battimani, in adorazione di ogni minima svolta del guru e autentico demagogo Bertinotti, oppure di Diliberto, ministro nel governo D’Alema, quello che bombardò la Jugoslavia.
dal blog di Beppe Grillo
Queste
giornate di primavera ricordano un altro aprile, quello del 1945. La fine di
una lunga guerra e la volontà di ricostruzione. Il Paese, come allora, è in
macerie. C'è però una differenza, tra il comico e il tragico. Nessuno dopo il 25
aprile si azzardò a girare per le strade in fez e camicia nera. I
fascisti si dileguarono o cambiarono casacca. Il ventennio mussoliniano si
concluse nel peggiore dei modi, ma nel dopoguerra almeno non si candidarono al
Governo i superstiti del Gran
Consiglio del Fascismo. Non ci fu un inciucio tra Togliatti
e Dino
Grandi. I responsabili non si ripresentarono come salvatori della Patria
come avviene con Berlusconi, Bersani e D'Alema. La Nazione prese atto del
disastro a cui l'aveva condotta il fascismo e voltò pagina. Il teatro
Capranica, ieri sera a Roma, ricordava un altro teatro, il Lirico
di Milano, dove Mussolini tenne l'ultimo
discorso il 16 dicembre del 1944 per ricompattare i resti delle camice
nere. Capranica è l'ultima raffica dell'inciucio. Gargamella ha inseguito i
puffi presenti in sala per convincerli a votare l'ex democristiano
Marini, candidato dal pdl, invece di Rodotà, che sarebbe acclamato
dagli italiani per plebiscito. Marini rappresenta lo status quo, la garanzia di
un governo Bersani "amico del giaguaro" che vuole smacchiare
lo psiconano con la lingua, la nomina di un ministro della Giustizia
non ostile a Berlusconi e forse l'innalzamento di quest'ultimo a senatore a
vita il prossimo anno. Nessuno ha spiegato a Bersani che l'Italia è cambiata,
che non vuole più accordi sottobanco con lo psiconano come è avvenuto negli
ultimi vent'anni. Il Paese vuole togliersi, definitivamente, il sudario
in cui l'hanno avvolta i caporioni del pdl e del pdmenoelle. La guerra è
finita, arrendetevi. Liberateci per sempre dalla vostra presenza. Siamo
esausti.
giovedì 18 aprile 2013
Cosa pensa Rodotà di Beppe Grillo
Che è pericoloso: lo disse in un'intervista pubblicata a luglio del 2012 -
Stefano Rodotà: Svegliati, sinistra
di Sofia Basso
La crisi della politica. La dittatura dei mercati. L’attacco alla Costituzione. Stefano Rodotà denuncia i pericoli per la nostra democrazia. E indica la strada per invertire la rotta. Con due parole d’ordine: diritti e partecipazione
Non si arrende mai, Stefano Rodotà, instancabile custode dello spirito della Costituzione, con una passione particolare per l’articolo 3, quello della democrazia sostanziale. Parlamentare indipendente di sinistra dal 1979 al 1994, garante per la privacy dal 1997 al 2005, professore alla Sapienza di Roma, il giurista che qualcuno vorrebbe al Colle non ha mai smesso di indicare la strada dei diritti a un’Italia che, oggi come non mai, fatica a imboccarla. «La democrazia rappresentativa si salva con un innesto di democrazia partecipata», ribadisce a left l’intellettuale che dialoga egualmente con i presidenti della Repubblica e con i giovani dei movimenti. E mentre addita «l’unilateralismo» del governo Monti, il «deficit di sinistra» del Pd e il rischio Grillo, incalza la politica a revocare «la delega all’economia». In un excursus che va dal Pci a Marchionne, dall’Europa a internet. Non fa bilanci, Rodotà, dall’alto dei suoi 79 anni, «perché non gli piace restare prigioniero» di quello che ha fatto. Ma quando rievoca il passato, traspare la nostalgia per una cultura politica che non c’è più.
Professore, quando ha scoperto la passione dell’impegno civile?
Ho cominciato a fare politica presto, all’università. In quegli anni era molto viva. Soprattutto, c’era la forza dei partiti e allora non c’era dubbio che fossero rappresentativi della società. Non c’era la tv e le campagne elettorali erano i comizi, gli incontri, “fare il caseggiato”, cioè andare a casa di qualcuno per parlare di politica. Ricordo una domenica mattina agli inizi degli anni Sessanta: arrivo nella borgata Gordiani a Roma con gli amici del Partito radicale di Panunzio e non c’è letteralmente nessuno. L’unico che si avvicina in questo deserto è un bambino che, indicando la donna col berretto frigio rosso nel simbolo dei vecchi Radicali, balbettando dice: «E questo che è? Cappuccetto rosso?». Lo racconto perché in quegli incontri ho imparato tante cose. Il distacco che oggi si sente in modo così profondo tra cittadini e politica era largamente colmato dalla presenza dei partiti. Tra le persone che ho incontrato ci tengo a ricordare Enrico Berlinguer: aveva quel grande rigore morale che in questo momento è una delle risorse poco capitalizzate ma essenziali per la politica. Non solo per la lotta alla corruzione ma per il bisogno di etica civile, di spirito pubblico. Mi viene in mente anche un fatto che non ho mai raccontato pubblicamente. Quando nel 1978 mi fu offerta la candidatura come indipendente nelle liste del Pci, dissi che prima di accettare volevo parlare con Ugo Pecchioli, considerato il repressore del Sessantotto e uomo del partito nella lotta al terrorismo, perché ero stato molto critico sulle sue posizioni. Pecchioli mi disse: «Figurati, sappiamo come la pensi. Ci interessa però che tu possa portare le tue idee all’interno di un partito che vorremmo che si aprisse un po’». E aggiunse: «Ma se tu, sul caso Moro, avessi avuto una linea non di fermezza, non ti avremmo mai chiesto di candidarti».
Poi quel rapporto tra partiti e movimenti si è perso.
Più la politica diventava autoreferenziale, più mi accorgevo di una selezione, non voglio dire al rovescio, ma quantomeno povera. Nel 1994 ho deciso di non candidarmi più. Con l’avanzare del degrado culturale ho maturato un distacco non dalla politica, perché ho continuata a farla in tutti i modi possibili, ma dai partiti. Di fronte all’involuzione dei partiti, non c’era solo l’antipolitica ma un’altra politica che andava riconosciuta. Nasce da qui la mia attenzione verso i movimenti. Tra la seconda parte del 2010 e la prima del 2011 hanno avuto anche vittorie significative: la legge bavaglio è stata bloccata, poi i successi alle elezioni amministrative del 2011 e la vittoria nei referendum. Tutto questo è il risultato di qualcosa che io chiamo “altra politica”. In tutte queste vicende i partiti, anche quando si sono in qualche modo svegliati, sono stati trascinati con grande fatica, perché non volevano identificarsi con quel mondo. Mi pare che questo sia un problema aperto. Ed ecco perché, malgrado la mia veneranda età, continuo a dire: bisogna sta sulla breccia. In questi anni, insieme a studiosi giovani, ho provato ad aprire altri fronti. Ad esempio la questione oggi molto discussa dei “beni comuni”, che è stata al centro in particolare del referendum sull’acqua: è diventata un grande tema, e ci dice che dobbiamo ripensare il concetto di proprietà. C’è insomma una società molto attenta, viva, capace di iniziative e anche di successi. La distanza dei partiti rispetto a tutto questo è grande, ed è motivo di preoccupazione. Perché nel Paese si è aperto un vuoto politico e culturale che si è pensato di poter colmare con il governo dei tecnici. Invece il degrado culturale e la lacerazione del tessuto sociale sono continuate. Con il rischio che si possano produrre altre derive pericolose.
Che voto dà al governo Monti?
All’inizio confesso che ho avuto qualche accento positivo per il fatto di esserci liberati da Berlusconi. Ancora oggi, quando sento parlare di una sua nuova discesa in campo, mi vengono i brividi, anche se nulla si ripete allo stesso modo. Ma quello di Monti è un governo di assoluto unilateralismo. Non si può impunemente colpire in modo così frontale i diritti sociali. Questo approccio sta già determinando non solo malessere, ma una rivolta sociale. E di questo ci dobbiamo preoccupare. Si dice governo dei professori, dei tecnici: invece è un governo straordinariamente politico. Deve tornare la buona politica, altrimenti resteremo prigionieri di un meccanismo che avrà l’occhio rivolto soltanto al funzionamento dei mercati, alle borse e allo spread. Io, che ho avuto la fortuna di essere tra coloro che hanno scritto la Carta dei diritti fondamentali della Ue, so che in quel testo ci sono tante lacune. Ma ci sono anche i grandi valori di riferimento. Non possiamo lasciarci alle spalle il modello sociale europeo dicendo: «È economia bellezza». L’Europa ha avuto la grande capacità di uscire da una logica tutta proprietaria, di inventarsi un altro modo di guardare ai diritti delle persone. Questo è il grande tema che abbiamo di fronte. Grazie alla storia della sinistra, alla quale io torno sempre. Testardamente.
Insomma, della sinistra di oggi proprio non riesce a fidarsi?
Prima di tutto, non riesco a vederla bene. Il Pd fatica a riconoscersi come partito di sinistra. Io non sono mai stato iscritto al Pci, però quando ho visto che c’è stata una rivolta di un pezzo di Pd perché Fabrizio Gifuni si era rivolto ai convenuti chiamandoli “compagni”, mi è sembrato anche un oltraggio alla memoria. C’è persino il timore di dirsi socialdemocratici, anche se oggi significa semplicemente collegarsi a un grande capitolo della storia europea. Se Monti ha avuto qualche successo è solo perché Hollande ha vinto in Francia. Il Pd ha il problema di trovare non dico un’identità, ma almeno un’identificazione. Nello stesso tempo in formazioni come Sel e Rifondazione ci sono molte scorie del passato. Oggi vedo un grande deficit di sinistra, che significa incapacità di ridare forza alle grandi parole d’ordine della storia civile e politica: libertà, solidarietà, eguaglianza. Io aggiungerei altri due riferimenti: dignità e laicità. Invece c’è reticenza, confusione.
In questo periodo si parla tanto di metter mano alla Costituzione.
Quando il governo Berlusconi nel 2006 tentò una riforma costituzionale, 16 milioni di italiani dissero no. Vuol dire che c’è stata una identificazione con la Costituzione fortissima. È un dato di cui non possiamo non tener conto. La nostra Carta rilegge l’uguaglianza, e qui torna il ruolo fondamentale dell’art. 3, un capolavoro istituzionale che si apre con le parole: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale». Fu un’innovazione straordinaria, nata dall’incontro tra la raffinata cultura giuridica di Massimo Severo Giannini e la vera passione politica di Lelio Basso. Non dico che bisogna restare fermi. Ma dobbiamo custodire quei punti di partenza straordinariamente forti. Si può fare una buona manutenzione della Carta, che significa anche rendere effettivi una serie di canali partecipativi, ripensando i referendum e l’iniziativa legislativa popolare. La democrazia rappresentativa si salva solo con un innesto di democrazia partecipativa. Non le vedo in conflitto. I partiti non devono pensare che i movimenti inquinano. Nello stesso tempo i movimenti non possono pensare di non dover fare i conti con la democrazia rappresentativa. Invece sono già in corso cambiamenti surrettizi della Carta, come la revisione dell’art. 81 sul pareggio di bilancio e il tentativo di cancellare l’art. 41 sull’iniziativa economica privata, che secondo la Costituzione è libera ma non può svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà, dignità umana. L’ipotesi di una Assemblea costituente mi spaventa, perché una cosa è una revisione, che non tocchi i principi fondamentali, un’altra è rimettere tutto in discussione. Specie in un momento in cui non c’è una cultura adeguata, ma solo una sottocultura liberista, in Italia la più sgangherata del mondo, che farebbe scempio di diritti e libertà. Anzi, lo sta già facendo.
Qualche consiglio alla sinistra?
Il compito della sinistra è ricostruire la politica partendo dai principi della Costituzione. Certo, c’è la crisi economica, siamo stretti dalla prepotenza dei mercati. Però questo non significa che dobbiamo arrenderci e passare all’altro campo. Perché non saremmo credibili e faremmo un cattivo lavoro. Se alla mia veneranda età sto ancora in gioco, è perché non credo che la partita sia perduta. Ho sempre nell’orecchio il bellissimo canto dei partigiani francesi che dice: «Nella notte la libertà ci ascolta». I giovani che rischiavano la vita non si arrendevano, perché sentivano la grande responsabilità della libertà. In questi anni ho sostituito la nostalgia dei comizi andando in giro a parlare di questi temi. Ho incontrato migliaia di persone. E nei licei l’intelligenza delle domande degli studenti mi ricorda che non possiamo abbandonare la scuola pubblica. Ha ragione Calamandrei: la scuola è una istituzione costituzionale. Se l’abbandoniamo, il degrado culturale continuerà a opprimerci. La cattiva politica è sempre figlia di cattiva cultura.
Cosa pensa di Beppe Grillo?
Grillo è figlio di tutto quello che non è stato fatto: la perdita di attenzione per le persone, la corruzione, la chiusura oligarchica. Gli ultimi due Parlamenti li avranno scelti al massimo 20 persone. In questo clima, ci dobbiamo aspettare fenomeni alla Grillo. Anzi, può darsi che ne vengano fuori altri, anche più pericolosi. Il fatto è che il populismo berlusconiano non è stato letto con la dovuta attenzione critica dalla sinistra. Ricordo bene cosa si diceva dopo la vittoria del 1994: Berlusconi ha fatto sognare, noi no. Altan, il più grande commentatore politico che ci sia in questo momento, ha disegnato uno dei suoi personaggi che diceva: «Non fatemi sognare, svegliatemi». La sinistra non è stata capace di andare alla radice culturale e politica del populismo berlusconiano. Quella deriva aveva un precedente negli anni del craxismo. Comincia allora la rottura, la corruzione giustificata, esibita, il disprezzo per la politica e per «gli intellettuali dei miei stivali». Anche oggi vedo grandi pericoli. Il fatto che Grillo dica che sarà cancellata la democrazia rappresentativa perché si farà tutto in Rete, rischia di dare ragione a coloro che dicono che la democrazia elettronica è la forma del populismo del terzo millennio. Queste tecnologie vanno utilizzate in altri modi: l’abbiamo visto con la campagna elettorale di Obama e nelle primavere arabe. Poi si scopre che Grillo al Nord dice non diamo la cittadinanza agli immigrati, al Sud che la mafia è meglio del ceto politico, allora vediamo che il tessuto di questi movimenti è estremamente pericoloso. E rischia di congiungersi con quello che c’è in giro nell’Europa. A cominciare dal terribile populismo ungherese al quale la Ue non ha reagito adeguatamente.
Quali possono essere i soggetti della buona politica?
La buona politica è oggetto di una grande discussione pubblica. Ha avuto protagonisti significativi nei sindacati. Si possono fare molte critiche a Landini, ma ha avuto certamente il merito di tenere al centro la questione dei diritti sociali, chiedendo ai magistrati che i diritti fossero restituiti ai titolari, mentre venivano calpestati dal referendum di Mirafiori. Quando ho visto in tv i lavoratori che dicevano che avrebbero votato sì perché dovevano mandare a scuola i figli o pagare il mutuo, io, che trovavo eroico il no degli altri, non mi sentivo di biasimarli. Perché nei loro confronti si attuava una vera violenza, che veniva dall’assenza di politica. Quando si dice che la più grande industria italiana chiude se 8mila persone non dicono sì a quello che chiede Marchionne, c’è la dimissione della politica, che dovrebbe farsi carico di questi grandi problemi. Questa delega della politica all’economia deve essere revocata. Oggi la discussione va fatta con molta determinazione nei confronti dei partiti esistenti, tutti, che siano o no in Parlamento. Purtroppo la sinistra ha sempre avuto anche il rischio del settarismo e la convinzione di possedere sino in fondo la verità. Invece c’è bisogno di discutere. E in questo dibattito mi sento assolutamente coinvolto e cerco di partecipare in tutti i modi. Mi auguro che faccia breccia sulla politica restituendo un po’ di sinistra ai partiti che l’hanno un po’ perduta. Se nasceranno altre formazioni che non siano semplicemente i frutti della nostalgia dei reduci delle battaglie perdute della sinistra – perché non si andrebbe da nessuna parte – sono benvenute.
Qualcuno comincia a invocare Rodotà presidente della Repubblica.
Sono le ipotesi dell’irrealtà. Però se un signore arrivato a questa età, che non è nella politica ufficiale da quasi 20 anni, viene considerato in questa dimensione, allora vuol dire che non ho sprecato gli ultimi anni della mia vita in questo impegno di spirito pubblico. Ne sono anche un po’ gratificato: è un incitamento a continuare a fare. Non per diventare presidente della Repubblica, ma perché quest’altra politica possa radicarsi un po’ di più.
left 29 - 21 luglio 2012Non si arrende mai, Stefano Rodotà, instancabile custode dello spirito della Costituzione, con una passione particolare per l’articolo 3, quello della democrazia sostanziale. Parlamentare indipendente di sinistra dal 1979 al 1994, garante per la privacy dal 1997 al 2005, professore alla Sapienza di Roma, il giurista che qualcuno vorrebbe al Colle non ha mai smesso di indicare la strada dei diritti a un’Italia che, oggi come non mai, fatica a imboccarla. «La democrazia rappresentativa si salva con un innesto di democrazia partecipata», ribadisce a left l’intellettuale che dialoga egualmente con i presidenti della Repubblica e con i giovani dei movimenti. E mentre addita «l’unilateralismo» del governo Monti, il «deficit di sinistra» del Pd e il rischio Grillo, incalza la politica a revocare «la delega all’economia». In un excursus che va dal Pci a Marchionne, dall’Europa a internet. Non fa bilanci, Rodotà, dall’alto dei suoi 79 anni, «perché non gli piace restare prigioniero» di quello che ha fatto. Ma quando rievoca il passato, traspare la nostalgia per una cultura politica che non c’è più.
Professore, quando ha scoperto la passione dell’impegno civile?
Ho cominciato a fare politica presto, all’università. In quegli anni era molto viva. Soprattutto, c’era la forza dei partiti e allora non c’era dubbio che fossero rappresentativi della società. Non c’era la tv e le campagne elettorali erano i comizi, gli incontri, “fare il caseggiato”, cioè andare a casa di qualcuno per parlare di politica. Ricordo una domenica mattina agli inizi degli anni Sessanta: arrivo nella borgata Gordiani a Roma con gli amici del Partito radicale di Panunzio e non c’è letteralmente nessuno. L’unico che si avvicina in questo deserto è un bambino che, indicando la donna col berretto frigio rosso nel simbolo dei vecchi Radicali, balbettando dice: «E questo che è? Cappuccetto rosso?». Lo racconto perché in quegli incontri ho imparato tante cose. Il distacco che oggi si sente in modo così profondo tra cittadini e politica era largamente colmato dalla presenza dei partiti. Tra le persone che ho incontrato ci tengo a ricordare Enrico Berlinguer: aveva quel grande rigore morale che in questo momento è una delle risorse poco capitalizzate ma essenziali per la politica. Non solo per la lotta alla corruzione ma per il bisogno di etica civile, di spirito pubblico. Mi viene in mente anche un fatto che non ho mai raccontato pubblicamente. Quando nel 1978 mi fu offerta la candidatura come indipendente nelle liste del Pci, dissi che prima di accettare volevo parlare con Ugo Pecchioli, considerato il repressore del Sessantotto e uomo del partito nella lotta al terrorismo, perché ero stato molto critico sulle sue posizioni. Pecchioli mi disse: «Figurati, sappiamo come la pensi. Ci interessa però che tu possa portare le tue idee all’interno di un partito che vorremmo che si aprisse un po’». E aggiunse: «Ma se tu, sul caso Moro, avessi avuto una linea non di fermezza, non ti avremmo mai chiesto di candidarti».
Poi quel rapporto tra partiti e movimenti si è perso.
Più la politica diventava autoreferenziale, più mi accorgevo di una selezione, non voglio dire al rovescio, ma quantomeno povera. Nel 1994 ho deciso di non candidarmi più. Con l’avanzare del degrado culturale ho maturato un distacco non dalla politica, perché ho continuata a farla in tutti i modi possibili, ma dai partiti. Di fronte all’involuzione dei partiti, non c’era solo l’antipolitica ma un’altra politica che andava riconosciuta. Nasce da qui la mia attenzione verso i movimenti. Tra la seconda parte del 2010 e la prima del 2011 hanno avuto anche vittorie significative: la legge bavaglio è stata bloccata, poi i successi alle elezioni amministrative del 2011 e la vittoria nei referendum. Tutto questo è il risultato di qualcosa che io chiamo “altra politica”. In tutte queste vicende i partiti, anche quando si sono in qualche modo svegliati, sono stati trascinati con grande fatica, perché non volevano identificarsi con quel mondo. Mi pare che questo sia un problema aperto. Ed ecco perché, malgrado la mia veneranda età, continuo a dire: bisogna sta sulla breccia. In questi anni, insieme a studiosi giovani, ho provato ad aprire altri fronti. Ad esempio la questione oggi molto discussa dei “beni comuni”, che è stata al centro in particolare del referendum sull’acqua: è diventata un grande tema, e ci dice che dobbiamo ripensare il concetto di proprietà. C’è insomma una società molto attenta, viva, capace di iniziative e anche di successi. La distanza dei partiti rispetto a tutto questo è grande, ed è motivo di preoccupazione. Perché nel Paese si è aperto un vuoto politico e culturale che si è pensato di poter colmare con il governo dei tecnici. Invece il degrado culturale e la lacerazione del tessuto sociale sono continuate. Con il rischio che si possano produrre altre derive pericolose.
Che voto dà al governo Monti?
All’inizio confesso che ho avuto qualche accento positivo per il fatto di esserci liberati da Berlusconi. Ancora oggi, quando sento parlare di una sua nuova discesa in campo, mi vengono i brividi, anche se nulla si ripete allo stesso modo. Ma quello di Monti è un governo di assoluto unilateralismo. Non si può impunemente colpire in modo così frontale i diritti sociali. Questo approccio sta già determinando non solo malessere, ma una rivolta sociale. E di questo ci dobbiamo preoccupare. Si dice governo dei professori, dei tecnici: invece è un governo straordinariamente politico. Deve tornare la buona politica, altrimenti resteremo prigionieri di un meccanismo che avrà l’occhio rivolto soltanto al funzionamento dei mercati, alle borse e allo spread. Io, che ho avuto la fortuna di essere tra coloro che hanno scritto la Carta dei diritti fondamentali della Ue, so che in quel testo ci sono tante lacune. Ma ci sono anche i grandi valori di riferimento. Non possiamo lasciarci alle spalle il modello sociale europeo dicendo: «È economia bellezza». L’Europa ha avuto la grande capacità di uscire da una logica tutta proprietaria, di inventarsi un altro modo di guardare ai diritti delle persone. Questo è il grande tema che abbiamo di fronte. Grazie alla storia della sinistra, alla quale io torno sempre. Testardamente.
Insomma, della sinistra di oggi proprio non riesce a fidarsi?
Prima di tutto, non riesco a vederla bene. Il Pd fatica a riconoscersi come partito di sinistra. Io non sono mai stato iscritto al Pci, però quando ho visto che c’è stata una rivolta di un pezzo di Pd perché Fabrizio Gifuni si era rivolto ai convenuti chiamandoli “compagni”, mi è sembrato anche un oltraggio alla memoria. C’è persino il timore di dirsi socialdemocratici, anche se oggi significa semplicemente collegarsi a un grande capitolo della storia europea. Se Monti ha avuto qualche successo è solo perché Hollande ha vinto in Francia. Il Pd ha il problema di trovare non dico un’identità, ma almeno un’identificazione. Nello stesso tempo in formazioni come Sel e Rifondazione ci sono molte scorie del passato. Oggi vedo un grande deficit di sinistra, che significa incapacità di ridare forza alle grandi parole d’ordine della storia civile e politica: libertà, solidarietà, eguaglianza. Io aggiungerei altri due riferimenti: dignità e laicità. Invece c’è reticenza, confusione.
In questo periodo si parla tanto di metter mano alla Costituzione.
Quando il governo Berlusconi nel 2006 tentò una riforma costituzionale, 16 milioni di italiani dissero no. Vuol dire che c’è stata una identificazione con la Costituzione fortissima. È un dato di cui non possiamo non tener conto. La nostra Carta rilegge l’uguaglianza, e qui torna il ruolo fondamentale dell’art. 3, un capolavoro istituzionale che si apre con le parole: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale». Fu un’innovazione straordinaria, nata dall’incontro tra la raffinata cultura giuridica di Massimo Severo Giannini e la vera passione politica di Lelio Basso. Non dico che bisogna restare fermi. Ma dobbiamo custodire quei punti di partenza straordinariamente forti. Si può fare una buona manutenzione della Carta, che significa anche rendere effettivi una serie di canali partecipativi, ripensando i referendum e l’iniziativa legislativa popolare. La democrazia rappresentativa si salva solo con un innesto di democrazia partecipativa. Non le vedo in conflitto. I partiti non devono pensare che i movimenti inquinano. Nello stesso tempo i movimenti non possono pensare di non dover fare i conti con la democrazia rappresentativa. Invece sono già in corso cambiamenti surrettizi della Carta, come la revisione dell’art. 81 sul pareggio di bilancio e il tentativo di cancellare l’art. 41 sull’iniziativa economica privata, che secondo la Costituzione è libera ma non può svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà, dignità umana. L’ipotesi di una Assemblea costituente mi spaventa, perché una cosa è una revisione, che non tocchi i principi fondamentali, un’altra è rimettere tutto in discussione. Specie in un momento in cui non c’è una cultura adeguata, ma solo una sottocultura liberista, in Italia la più sgangherata del mondo, che farebbe scempio di diritti e libertà. Anzi, lo sta già facendo.
Qualche consiglio alla sinistra?
Il compito della sinistra è ricostruire la politica partendo dai principi della Costituzione. Certo, c’è la crisi economica, siamo stretti dalla prepotenza dei mercati. Però questo non significa che dobbiamo arrenderci e passare all’altro campo. Perché non saremmo credibili e faremmo un cattivo lavoro. Se alla mia veneranda età sto ancora in gioco, è perché non credo che la partita sia perduta. Ho sempre nell’orecchio il bellissimo canto dei partigiani francesi che dice: «Nella notte la libertà ci ascolta». I giovani che rischiavano la vita non si arrendevano, perché sentivano la grande responsabilità della libertà. In questi anni ho sostituito la nostalgia dei comizi andando in giro a parlare di questi temi. Ho incontrato migliaia di persone. E nei licei l’intelligenza delle domande degli studenti mi ricorda che non possiamo abbandonare la scuola pubblica. Ha ragione Calamandrei: la scuola è una istituzione costituzionale. Se l’abbandoniamo, il degrado culturale continuerà a opprimerci. La cattiva politica è sempre figlia di cattiva cultura.
Cosa pensa di Beppe Grillo?
Grillo è figlio di tutto quello che non è stato fatto: la perdita di attenzione per le persone, la corruzione, la chiusura oligarchica. Gli ultimi due Parlamenti li avranno scelti al massimo 20 persone. In questo clima, ci dobbiamo aspettare fenomeni alla Grillo. Anzi, può darsi che ne vengano fuori altri, anche più pericolosi. Il fatto è che il populismo berlusconiano non è stato letto con la dovuta attenzione critica dalla sinistra. Ricordo bene cosa si diceva dopo la vittoria del 1994: Berlusconi ha fatto sognare, noi no. Altan, il più grande commentatore politico che ci sia in questo momento, ha disegnato uno dei suoi personaggi che diceva: «Non fatemi sognare, svegliatemi». La sinistra non è stata capace di andare alla radice culturale e politica del populismo berlusconiano. Quella deriva aveva un precedente negli anni del craxismo. Comincia allora la rottura, la corruzione giustificata, esibita, il disprezzo per la politica e per «gli intellettuali dei miei stivali». Anche oggi vedo grandi pericoli. Il fatto che Grillo dica che sarà cancellata la democrazia rappresentativa perché si farà tutto in Rete, rischia di dare ragione a coloro che dicono che la democrazia elettronica è la forma del populismo del terzo millennio. Queste tecnologie vanno utilizzate in altri modi: l’abbiamo visto con la campagna elettorale di Obama e nelle primavere arabe. Poi si scopre che Grillo al Nord dice non diamo la cittadinanza agli immigrati, al Sud che la mafia è meglio del ceto politico, allora vediamo che il tessuto di questi movimenti è estremamente pericoloso. E rischia di congiungersi con quello che c’è in giro nell’Europa. A cominciare dal terribile populismo ungherese al quale la Ue non ha reagito adeguatamente.
Quali possono essere i soggetti della buona politica?
La buona politica è oggetto di una grande discussione pubblica. Ha avuto protagonisti significativi nei sindacati. Si possono fare molte critiche a Landini, ma ha avuto certamente il merito di tenere al centro la questione dei diritti sociali, chiedendo ai magistrati che i diritti fossero restituiti ai titolari, mentre venivano calpestati dal referendum di Mirafiori. Quando ho visto in tv i lavoratori che dicevano che avrebbero votato sì perché dovevano mandare a scuola i figli o pagare il mutuo, io, che trovavo eroico il no degli altri, non mi sentivo di biasimarli. Perché nei loro confronti si attuava una vera violenza, che veniva dall’assenza di politica. Quando si dice che la più grande industria italiana chiude se 8mila persone non dicono sì a quello che chiede Marchionne, c’è la dimissione della politica, che dovrebbe farsi carico di questi grandi problemi. Questa delega della politica all’economia deve essere revocata. Oggi la discussione va fatta con molta determinazione nei confronti dei partiti esistenti, tutti, che siano o no in Parlamento. Purtroppo la sinistra ha sempre avuto anche il rischio del settarismo e la convinzione di possedere sino in fondo la verità. Invece c’è bisogno di discutere. E in questo dibattito mi sento assolutamente coinvolto e cerco di partecipare in tutti i modi. Mi auguro che faccia breccia sulla politica restituendo un po’ di sinistra ai partiti che l’hanno un po’ perduta. Se nasceranno altre formazioni che non siano semplicemente i frutti della nostalgia dei reduci delle battaglie perdute della sinistra – perché non si andrebbe da nessuna parte – sono benvenute.
Qualcuno comincia a invocare Rodotà presidente della Repubblica.
Sono le ipotesi dell’irrealtà. Però se un signore arrivato a questa età, che non è nella politica ufficiale da quasi 20 anni, viene considerato in questa dimensione, allora vuol dire che non ho sprecato gli ultimi anni della mia vita in questo impegno di spirito pubblico. Ne sono anche un po’ gratificato: è un incitamento a continuare a fare. Non per diventare presidente della Repubblica, ma perché quest’altra politica possa radicarsi un po’ di più.
mercoledì 17 aprile 2013
Marco Travaglio: "Due piccioni con una Gaba"
Da un mese e mezzo, cioè dalla sera delle elezioni, si attendeva che il primo partito, il Pd, dopo aver detto giustamente di voler dialogare con i 5Stelle, facesse loro la classica proposta che non si può rifiutare: cioè il nome di un premier estraneo ai partiti, che fosse gradito sia al popolo grillino sia a quello del centrosinistra (due popoli molto meno distanti dei rispettivi vertici). Invece sono arrivate soltanto proposte che si devono rifiutare: votare la fiducia a un governo Bersani, uscire dall'aula tutti o in parte per abbassare il quorum al Senato, prestare alla causa qualche dissidente in libera uscita. Il festival delle occasioni mancate: Bersani che ha anteposto la sua persona agli interessi del Paese, insistendo su un'autocandidatura senza numeri e senza speranze; e i grilli che alla seconda chiamata al Colle si sono lasciati frenare dal niet di Napolitano a un premier extra-partiti, rinunciando a fare i nomi che pure avevano pensato e fornendo un formidabile alibi al partito dell'inciucio, ansioso di affibbiare a loro la responsabilità (anzi l'irresponsabilità) dell'impasse.
Il Corriere dell'Inciucio, col contorno di Sole 24 Ore, house organ arcoriani e banda larga Pdl, già esultavano per l'ineluttabilità del governissimo. Ma ieri la proposta che non si può (o almeno non si dovrebbe) rifiutare l'ha fatta Grillo: le "Quirinarie" hanno partorito un risultato spettacolare, con una Top Ten di persone perbene che al ballottaggio s'è ridotta al magnifico quartetto Gabanelli-Strada-Rodotà-Zagrebelsky. Vedremo se, dei quattro, qualcuno rinuncerà nelle prossime ore, dicendosi indisponibile a salire sul Colle in caso di elezione e dunque rendendo vano il voto per sé. Ma, anche se la Gabanelli lo facesse, si passerebbe a Strada. E, se Strada lo facesse, si passerebbe a Rodotà. E poi, eventualmente, a Zagrebelsky. Quattro nomi, per motivi diversi, apprezzati da tutti gli italiani onesti (ben oltre il recinto di Pd, Sel e 5Stelle).
Non perché non abbiano ciascuno le proprie idee, ma perché hanno dimostrato, nelle rispettive professioni, un'assoluta indipendenza da ogni partito. Che è poi la vera imparzialità che si chiede a un capo dello Stato. Da non confondere con la neutralità, che è la virtù dei morti. A questo punto, a 24 ore dalla partenza della corsa al Quirinale, una sola cosa è certa: la Gabanelli (o Strada, o Rodotà, o Zagrebelsky) parte con 163 voti sicuri al primo scrutinio: quelli degli eletti di M5S. Se Pd e Sel vi aggiungessero subito i loro, il Presidente verrebbe eletto al primo colpo e alla luce del sole, senza inciuci né giochetti. E godrebbe di una popolarità e di una credibilità smisurate, anche superiori a quelle dei presidenti più amati del recente passato. Il centrosinistra farebbe una splendida figura dinanzi ai propri elettori, che han già dovuto inghiottire troppo fiele e non meritano l'ennesima frustrazione di un Amato, un Marini, un D'Alema, un Grasso, magari un Cassese. Isolerebbe Berlusconi, riducendolo finalmente all'irrilevanza.
E ritroverebbe l'unità interna, che invece sarebbe compromessa se continuasse la guerra civile fra correnti. Ma soprattutto - ed è la vera novità di ieri - si prenderebbero due piccioni con una Milena. Nel senso che andrebbe a soluzione non solo il rebus del Quirinale, ma anche quello di Palazzo Chigi. Se Grillo non era ubriaco quando ha scritto il post sul suo blog, la sua proposta a Bersani è chiara: tu vota Gabanelli e poi si può collaborare per il governo ("Cominciamo da lì. Poi vedremo: rimborsi elettorali, legge anticorruzione, incandidabilità di B. Magari troveremo una convergenza. Se non con lei, con i giovani del Pd"). E, se anche era ubriaco, è il caso di cogliere la palla al balzo prima che torni sobrio e rientri nel suo dorato isolamento. Milena o Gino for President e Stefano o Gustavo for premier: dove sarebbe l'errore?
Da Il Fatto Quotidiano del 17/04/2013.
sabato 13 aprile 2013
If…
Pubblicato in alfapiù,
Se qualche commentatore avesse notato gli impercettibili segni di stranezza che qua e là affioravano nella vita politica e sociale italiana, tipo infinite discussioni e poi DL con relativa conversione, decreti applicativi e circolari interpretative – per che cosa? per stabilire che lo Stato e le amministrazioni locali dovevano pagare nel giro di due anni prestazioni private regolarmente fatturate. Roba che se io non saldo una multa mi pignorano la casa e se prendo la merce e scappo il negoziante chiama la polizia o magari mi mena.
Intanto volge al termine il secondo mese di governo assente nell’incessante degrado dell’economia e della società, a dimostrazione che la catastrofe è che tutto continui come prima. Dalla finestra guardiamo il nostro futuro in terra greca.
Se qualche commentatore si fosse preso la briga di capire come mai il principale partito della sinistra italiana, il Pd, avesse fatto una sfrenata campagna elettorale a favore dell’alleanza con Monti e poi, a elezioni svolte con magri risultati per entrambi, avesse corteggiato con altrettanta frenesia e palese masochismo (i colloqui riservati sputtanati in streaming) il M5S, per ripiegare infine sulle larghe intese con Berlusconi, ma soprattutto perché in quest’ultima fase fosse nata una robusta corrente che invocava a nuovo segretario un ministro dell’uscente governo Monti, Fabrizio Barca, neppure iscritto al Pd – altro che primarie! Il quale Barca, benigno, declina l’offerta di segreteria e si dice disposto soltanto a iscriversi come membro del gruppo dirigente. Il bello è che probabilmente è meglio degli altri concorrenti e perfino Sel è entusiasta di lui. Difficile immaginare un Papa straniero ai tempi di Togliatti, devo proprio essere invecchiato.
Invece i grillini si girano i pollici, occupano simbolicamente il parlamento e discettano sulle commissioni ordinarie senza governo e sul costo della vita romana per i deputati. Non sfruttano minimamente la loro forza parlamentare (né per compromessi governativi né per ribellioni di sistema) e neppure la supportano con iniziative fuori dai palazzi. Il Terzo Stato si riunì (non simbolicamente) nella sala della pallacorda. I bolscevichi sgombrarono l’Assemblea costituente. Dissero che il Terzo Stato era tutto e che la guardia era stanca, seguirono determinati fatti. Qualcosa frena invece il M5S. Non si capisce cosa.
A dire il vero, non si capisce neppure perché il Pd non abbia colto l’occasione per fare pressione sul suo progetto “di battaglia”, evidentemente in via di dismissione. I palazzi si sono lentamente svuotati, man mano che gli occupanti uscivano a far pipì. Forse potrebbero imparare dagli occupanti le case di Caltagirone, quelli che fanno gridare all’anarco-terrorismo la stampa padronale e il sindaco Alemanno.
Se qualche commentatore si fosse preso la briga di studiare tale sintomi, avrebbe pure notato la stupefacente somiglianza (a parte i capelli) fra l’arrogante ottusità dell’analista bancario Davide Serra («uno dei migliori al mondo» per autobiografia, sponsor e ideologo economico di Matteo Renzi) e Gianroberto Casaleggio, profeti rispettivi della finanza come servitrice del risparmio e del web come democrazia assoluta, entrambi fautori dell’uno vale uno (le libere decisioni dell’investitore e del cittadino-utente in rete). Anche lo stile delle loro affermazioni apodittiche e di come insultano i contraddittori risulta palese. Questo alla voce “il nuovo che avanza”. Fa quasi rimpiangere la palude dei partiti, l’affidabile routine della corruzione clientelare. Ultimo tentativo di restaurare la rappresentanza lucidando le scarpe sfasciate.
giovedì 4 aprile 2013
Mario Tronti: Non mettersi a cercare un grillo per la sinistra
di Inchiestaonline.it -
Riceviamo da Mario Tronti questo testo con queste frasi di accompagnamento: “Cari tutti/e è stata una Pasqua politica: Anche la mia meditazione si è secolarizzata. Il risultato è questo testo. Dite la vostra discutete scrivete. Mario Tronti, 2 aprile 2013
Vediamo. Intanto riassumiamo. Perché c’è un percorso da ricostruire: molto eloquente e che fa chiarezza. C’è stata una lunga campagna elettorale, durata per tutto il tempo del governo Monti in carica. Le elezioni, anticipate, erano infatti all’ordine del giorno al momento della caduta rovinosa del governo Berlusconi. Non furono concesse. Da quelle sarebbe uscita con tutta probabilità una maggioranza certa, con governabilità assicurata per cinque anni. Magari con una manovra di salvataggio senza massacro sociale. Cominciò invece un balletto, con una musica in crescendo fino al 24 febbraio ultimo scorso. Lo scenario: da una parte una forza politica destinata ad assumere il governo del paese, dall’altra tutte le altre forze politiche, e annessi moVimenti, intente a impedire, o a limitare, o ad azzoppare, con tutti i mezzi, quella soluzione. Operazione infine riuscita.Operazione, però, riuscita a metà. Perché dalle elezioni esce un centro-sinistra con una maggioranza assoluta alla Camera e una maggioranza relativa al Senato. Il pericolo dunque, di una sinistra in qualche modo al governo era ancora presente. Di qui, la seconda fase della manovra di ostruzione da opporre a questa eventualità. Un governo di minoranza era possibile. I precedenti ci sono e la Carta costituzionale non chiede una maggioranza assoluta per la fiducia al governo. La coalizione di centro-sinistra aveva diritto e dovere di andare in Parlamento a presentare la sua proposta di governo. E bene ha fatto Bersani a chiedere con determinazione questo passaggio. Non è stato concesso. A mio parere la proposta del governo di minoranza, monocolore, non di legislatura, ma nemmeno di emergenza, in carica solo per mettere mano ad alcune urgenze politico-istituzionali ed economico-sociali, andava presentata da subito all’intero arco delle forze politiche, con la premessa di un accordo sulle cariche istituzionali, la presidenza di Commissioni, e il progetto, giusto, del doppio registro.
Questa era l’iniziativa che spettava a chi, indicato dalle primarie, aveva condotto la campagna elettorale e vinto appena di misura nel voto. A mancare l’obiettivo pieno non è stato Bersani. L’abbiamo mancato tutti: in primo luogo, collegialmente, un partito, privo di antenne in grado di cogliere lo stato d’animo diffuso nel paese reale. E che, qui veramente come tutti gli altri, si affida alla falsità, manovrata, dei sondaggi. Bersani ha mostrato all’Italia la faccia della politica seria, responsabile, competente, pulita, di impronta popolare e capace di governo. Il messaggio è calato in un contesto malato, inquinato da demagogie populiste, lasciate crescere e accarezzate fino all’ultimo minuto. Ma con questo contesto, era esattamente quella faccia che si voleva oscurare. Tanto più che dietro di essa c’era una storia, che tutto quanto sta avvenendo è incaricato adesso di portare alla fine. Tutto, compresa quella verità sul voto, da tutti riprovata, che ha pronunciato, in libertà, un socialdemocratico tedesco: in Italia hanno vinto due clown. Vittoria, appunto, non spontanea, ma costruita, con una comunicazione di scopo.
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venerdì 29 marzo 2013
I peccati di una sinistra né radicale né popolare
- fonte - di Enrico Grazzini -
La sinistra radicale si mangia il fegato dall’invidia: tutto quello che non è riuscita a fare dal ’68 in poi, in 45 anni di vita, è riuscito invece a fare Beppe Grillo in solo quattro o cinque anni. Grillo ha costruito un partito-movimento radicale con 8,7 milioni di voti, è riuscito a prendere voti sia da destra, rubandoli a Berlusconi e alla Lega, che a sinistra, togliendoli a Bersani, Renzi, D’Alema, Vendola e Ingroia. Soprattutto è riuscito a raccogliere milioni di voti popolari di protesta causati da una crisi sconvolgente per la quale due famiglie su tre guadagnano meno di quanto devono spendere per vivere.
Premetto che non ho votato per Grillo e che non mi piace ubbidire agli ordini di un capo assoluto. Ritengo che sia irresponsabile e drammatico il cieco rifiuto dei neo-eletti grillini a votare un governo con un programma di svolta come quello che – finalmente, in maniera un po’ trasformista ma molto pragmatica – ha proposto Bersani. Bersani rappresenta la “vecchia politica” ma ha (o aveva visto l’esito sospeso dell’incarico) un buon programma per tentare di uscire dalla crisi profonda e per battere Berlusconi e le prospettive devastanti del governissimo Berlusconi, Renzi, Monti.
Non c’è quindi simpatia pregiudiziale per Grillo: ma la sinistra alternativa deve cominciare a riconoscere la realtà e i suoi peccati mortali. Il Movimento 5 Stelle è il primo partito della classe operaia, dei disoccupati e dei “ceti medi riflessivi”. La mia interpretazione è che il movimento grillino rappresenti il nuovo partito, ancora contraddittorio, dei “lavoratori della conoscenza”: infatti è fortissimo tra i laureati, i diplomati, gli studenti, le partite Iva e chi usa Internet. Comunque è già un partito nazionale, votato al nord, al sud e nel centro Italia del “popolo rosso”. Un capolavoro che la sinistra neppure si immagina. Grillo è un demagogo? Sì, però ci insegna molte cose che la sinistra radicale, uscita tramortita dalle elezioni, non vuole imparare. Il primo insegnamento è che molto spesso per ottenere degli obiettivi non occorre andare al governo ma bisogna fare una buona opposizione. Grillo dall’opposizione è già riuscito (indirettamente) a far eleggere come presidenti di Camera e Senato due degne persone, Laura Boldrini e Piero Grasso, che altrimenti non sarebbero mai stati eletti in quei posti. I tre punti principali del programma di Grillo, reddito di cittadinanza, finanziamenti per le piccole medie aziende, legge anti-corruzione sono chiari e condivisibili da milioni di persone, e per la prima volta il moderato partito democratico – che aveva già votato il fiscal compact e l’austerità antipopolare di Monti – ha dovuto mettere i punti programmatici di Grillo (quasi) al centro della sua agenda. Nonostante che perfino Susanna Camusso sia contro il reddito di cittadinanza. Con l’elezione dei grillini diventa finalmente probabile il blocco della Tav.
Premetto che non ho votato per Grillo e che non mi piace ubbidire agli ordini di un capo assoluto. Ritengo che sia irresponsabile e drammatico il cieco rifiuto dei neo-eletti grillini a votare un governo con un programma di svolta come quello che – finalmente, in maniera un po’ trasformista ma molto pragmatica – ha proposto Bersani. Bersani rappresenta la “vecchia politica” ma ha (o aveva visto l’esito sospeso dell’incarico) un buon programma per tentare di uscire dalla crisi profonda e per battere Berlusconi e le prospettive devastanti del governissimo Berlusconi, Renzi, Monti.
Non c’è quindi simpatia pregiudiziale per Grillo: ma la sinistra alternativa deve cominciare a riconoscere la realtà e i suoi peccati mortali. Il Movimento 5 Stelle è il primo partito della classe operaia, dei disoccupati e dei “ceti medi riflessivi”. La mia interpretazione è che il movimento grillino rappresenti il nuovo partito, ancora contraddittorio, dei “lavoratori della conoscenza”: infatti è fortissimo tra i laureati, i diplomati, gli studenti, le partite Iva e chi usa Internet. Comunque è già un partito nazionale, votato al nord, al sud e nel centro Italia del “popolo rosso”. Un capolavoro che la sinistra neppure si immagina. Grillo è un demagogo? Sì, però ci insegna molte cose che la sinistra radicale, uscita tramortita dalle elezioni, non vuole imparare. Il primo insegnamento è che molto spesso per ottenere degli obiettivi non occorre andare al governo ma bisogna fare una buona opposizione. Grillo dall’opposizione è già riuscito (indirettamente) a far eleggere come presidenti di Camera e Senato due degne persone, Laura Boldrini e Piero Grasso, che altrimenti non sarebbero mai stati eletti in quei posti. I tre punti principali del programma di Grillo, reddito di cittadinanza, finanziamenti per le piccole medie aziende, legge anti-corruzione sono chiari e condivisibili da milioni di persone, e per la prima volta il moderato partito democratico – che aveva già votato il fiscal compact e l’austerità antipopolare di Monti – ha dovuto mettere i punti programmatici di Grillo (quasi) al centro della sua agenda. Nonostante che perfino Susanna Camusso sia contro il reddito di cittadinanza. Con l’elezione dei grillini diventa finalmente probabile il blocco della Tav.
giovedì 21 marzo 2013
Cipro chiama e Grillo pensa alle caramelle
Autore: Piobbichi Francesco -
Si dirà che Cipro è ben poca cosa, si dirà che il voto del parlamento di Cipro non mette in discusisone l'impianto delle politiche di austerity in Europa. Diranno questo ed altro, e lo diranno sostanzialmente per banalizzare il primo calcio nel culo alle banche della MErkel ed alla BCE. Un calcio che arriva con il voto unanime di un parlamento sovrano. Certo è che se Cipro fosse grande come la Spagna o come l'ITalia qualcuno ai piani alti tremerebbe per davvero. Draghi sarebbe svenuto se una cosa delgenere fosse successa da noi. E non sarebbe stato solo lui ma anche i vertici del FMI e gran parte degli speculatori di mezzo mondo. Nel voto del parlamento di Cipro, cosa che in pochi in questo paese sanno, è stato determinante l'atteggiamento del Partito Comunista cipriota che dall'opposizione e con il sentimento popolare di indignazione dalla propria parte è ruscito a mettere in seria difficoltà il partito di maggioranza che ha dovuto rimangiarsi il piano di austerità e votare contro il piano del Governo. I nostri compagni hanno giocato di tattica, hanno mediato, e hanno fatto una piccola grande rivoluzione. Ora la palla passa di nuovo alla BCE che si trova a dover fare una proposta di mediazione rispetto al piano di aiuti, e dovra scegliere se far incancrenire la crisi oppure mediare con un popolo di un piccolo grande paese che non è disposto a subire il ricatto dell'austerity. Cosa concretamente accadrà comunque si vedrà nelle prossime ore, certo è che i piani sono saltati. Sorprende che In Italia, paese che più di tutti in Europa sarà costretto a massacrare il proprio popolo in nome del Fiscal Compact nessuno commenti positivamente il voto cipriota mettendolo al centro del dibattito politico. Il M5S che potrebbe giocarsi una partita serissima chiedendo a Bersani and Company di discutere della disdetta unilaterale del Fiscal Compact andando a vedere le carte dei progressisti resta in silenzio. Invece di incalzare Bersani su questo, proponendo un governo di scopo che si misuri su questo terreno Grillo preferisce concentrarsi in queste ore sulle caramelle dei parlamentari facendo a gara sui costi della politica. Una gara che paradossalmente Grillo sta perdendo dato che Bersani ha capito benissimo che il miglior modo per disattivare i Grillini è accogliere le loro proposte rispetto alla casta. Proposte, sia chiaro, che reputo giuste, ma incredibilmente al ribasso rispetto alla portata del voto che Grillo ed il suo movimento hanno avuto. Grillo ha insomma una forza ed una potenza politica che potrebe innescare una discussione dirompente in Italia ed in Europa, so benissimo che Bersani difficilmente accetterà questo schema e non potrà mai formare un Governo che abbia come primo punto la rottura del piano di austerity che ha ratificato qualche mese fa. Una proposta del genere però metterebbe il PDsel in seria difficoltà rispetto alla propria base ed aprirebbe spazio per i movimenti sociali che si muovono contro l'austerity. Se il M5s non esercita adesso, sui punti seri che riguardano il futuro di questo paese la propria forza è perchè non gli regge la pompa. E' perchè alla fine preferisce stare dentro il meccanismo mediatico del sono tutti uguali invece che mettere una chiave inglese negli ingranaggi dell'austerity. Si lo so, Grillo deve rispettare il volere della rete, allora chieda alla rete cosa ne pensa del Fiscal Compact, il treno per metterlo in discussione in parlamento sta passando in queste ore, e non è detto che ne ripassi un altro
lunedì 18 marzo 2013
Beppe Grillo ed Eurolandia
La posizione del M5S sull’Euro e l’Unione Europea
di Francesco Salistrari - sinistrainrete -
Infatti anche secondo quanto afferma in un’intervista allo Spiegel, Peter Bofinger, economista e consulente del Governo Tedesco:
“Rispetto ad altri paesi (gli interessi, ndr) sono troppo alti.[Nonostante] il deficit di bilancio sia il secondo piu’ basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l’Italia deve pagare il 6%”.
Allora perché l’austerity e le politiche restrittive?Semplice (sempre con le parole di Bofinger):
“la Gran Bretagna è indebitata in sterline e ha una banca centrale che è disposta ad acquistare titoli di stato in maniera illimitata. L’Italia a causa della sua appartenenza all’unione monetaria non lo può fare. E’ in una situazione fondamentalmente diversa, che anche con le drastiche misure di risparmio e con le riforme strutturali del governo Monti non potrà essere cambiata. Il problema è sintomatico della crisi dell’Euro. Il governo tedesco fino ad ora ha sostenuto che i governi dei paesi in crisi devono risparmiare in maniera ferrea: i mercati avrebbero riconosciuto lo sforzo e fatto scendere il tasso di interesse. È un’illusione. Anche se gli stati della zona Euro risparmiano, avviano le riforme strutturali e fanno quanto viene loro richiesto, restano a rischio fallimento”.
E’ quindi facile intuire come il problema non è tanto dovuto ad una situazione disastrosa dei conti pubblici, ma quanto al fatto che l’Italia è agganciata ad economie più forti, più competitive, con una maggiore produttività del lavoro, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e un’inflazione più bassa. Il tutto si ripercuote negativamente sulla bilancia dei pagamenti e questo genera una spirale di indebitamento privato (aziende e famiglie) che si ripercuote successivamente sul debito pubblico (la storia economica del nostro paese degli ultimi 10 anni).Di questo il Signor Beppe Grillo e il suo “guru” Casaleggio non parlano. E non ne parlano nemmeno i neo eletti deputati e senatori “grillini”, né tantomeno chi ha votato il Movimento 5 Stelle a queste ultime elezioni. Il sentimento più comune che ha spinto quasi 9 milioni di italiani a scegliere i 5 Stelle, non è dunque la consapevolezza della dannosità intrinseca della “moneta unica” e del capestro determinato dai Trattati, quanto un sentimento di protesta e di rifiuto nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia fino a questo momento.
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