Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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martedì 4 giugno 2013

Accade in Italia

Il decisionismo autoritario di un presidente–sovrano

Scritto da Gianfranco Greco - sinistrainrete -

“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”
(Mark Twain)

Trovarsi nei panni degli elettori PD deve durare una certa fatica laddove si pensi che una sapiente e risoluta operazione di restaurazione li ha fatti precipitare dalle mitiche “primarie” - condite dai precisi impegni, presi dai maggiorenti del partito, di non fare accordi con Berlusconi - ad una situazione per tanti versi surreale in cui, alla fine, i loro voti vanno a fare mucchio con quelli degli elettori PDL per dar vita - tanto per rinverdire i fasti tipici del trasformismo italiano – ad un governo delle larghe intese, voluto e realizzato da chi, da sempre, ha svolto un indefesso lavorìo a favore di questa soluzione.

Dolersi, indignarsi per la piega presa dai recenti accadimenti rientra nel più classico dei dejà vu, tuttavia nello stigmatizzare talune prese di posizione, certi giri di valzer, specificatamente a livello parlamentare, non ci si dovrebbe mai dimenticare che gli stessi sono legittimati e quindi consentiti da quella che viene, con spreco di enfasi, definita “la più bella Costituzione del mondo” che, all’art. 67, recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato” significando in tal modo che il singolo parlamentare non ha vincolo né verso il proprio partito, né verso il suo programma elettorale, né, tantomeno, verso gli elettori che lo hanno votato, ai quali viene riconosciuta la sola libertà di non eleggerlo alla successiva tornata elettorale.

Ciò avrebbe garantito, secondo i “padri fondatori”, la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento. Tuttavia lo spettacolo miserevole andato in onda, oggi come anche in passato, non avvalora di certo questa chiave di lettura finendo, invece, per dar forza alla ovvia considerazione che l’intero meccanismo si basi sul fatto che, essenzialmente, “ masse di elettori vengono trascinati nella impossibile scelta tra le differenze politiche di uno schieramento di partiti che in realtà non presentano alcuna seria concorrenza di programmi, di idee, di princìpi, ma che esibiscono una sconcia parata di lestofanti alla ricerca di quel tanto di potere che il loro investimento monetario, fatto in campagna elettorale, gli permetterà di accaparrarsi”[1] dal che emerge la natura eminentemente truffaldina del contesto elettorale di cui è plastica testimonianza proprio la vicenda italiana nella quale alla massa di “cittadini elettori”di cui ci si è serviti nell’ultima tornata elettorale viene poi rivolto il “perentorio” invito di farsi disciplinatamente da parte in quanto il manovratore o, meglio, i manovratori non devono essere disturbati.


Elitarismo intriso di autoritarismo. Come altro definirlo?


Un bell’esempio da manuale per gli esegeti, in servizio permanente, della cosiddetta democrazia borghese ai quali verrebbe da chiedere se la realtà attuale, intrisa di ingiustizia, diseguaglianze, sfruttamento, miseria, sia veramente quel “ migliore dei mondi possibili” concedendoci la licenza di parafrasare il Pangloss del “Candido” di Voltaire.

A far da dato rilevante è il permanere, nell’intera vicenda, del forte sentore che il governo delle larghe intese ma, perfino, la stessa rielezione di Napolitano facciano parte di un’unica strategia che parte da lontano e che, al di là della bolsa retorica sulla pacificazione, sul superamento delle divisioni, abbia a che vedere con gli impegni sottoscritti con l’Europa, con gli organismi internazionali, con centri finanziari, in sintesi col preciso intento di dar continuità agli impegni presi tra cui la macelleria sociale portata avanti con precisione chirurgica dal governo dei bocconiani.

lunedì 20 maggio 2013

Da Monti a Letta

di Luca Michelini

Abbiamo chiesto a Luca Michelini, professore di Storia del pensiero economico (Dipartimento di Scienze politiche, Università di Pisa), un commento sull’attuale crisi politica italiana. Nell’articolato intervento che trovate nel seguito del post Michelini invita a «sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo» e a prendere atto che «almeno per ora» il M5S è «un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico»

«1. Giorgio Napolitano è stato rieletto Presidente. La maggioranza parlamentare che lo ha eletto è la stessa del governo Monti, voluto, a suo tempo, fortemente da Napolitano. L’operazione Monti avrebbe potuto avere un senso, forse, se, e soltanto se, fosse riuscita a cambiare radicalmente la destra italiana, a farla maturare: l’avesse cioè indotta a liberarsi, politicamente, di Berlusconi, nonché delle proprie indelebili tradizioni reazionarie. Una politica economica di destra quale quella di Monti, inoltre, avrebbe dovuto ricadere interamente sulle spalle parlamentari della destra. D’altra parte, è difficile prevedere e valutare che tipo di “regime” sortirebbe nel caso in cui lo Stato italiano, come durante il fascismo, fosse costretto a salvare l’intero sistema economico, stante la perdurante presenza di Berlusconi[1], che non è difficile immaginare potrebbe vincere le prossime elezioni[2].
Napolitano, invece, ha preferito percorre tutt’altra strada, coinvolgendo il Pd nel sostegno al governo Monti.

2. E’ necessario chiedersi per quale motivo il Pd si è fatto coinvolgere in questa operazione e per quale motivo oggi abbia rinnovato l’alleanza con il Pdl.
La risposta è semplice, per quanto sgradevole a molti militanti democratici: perché l’ideologia montiana costituisce, al fondo, l’indelebile ragione sociale del Pd; perché il Pd è fortemente compromesso con la destra italiana, avendola legittimata prima e salvata più volte in seguito.
Ammesso e non concesso che allearsi con M5S, dopo l’elezione alla presidenza di Rodotà, costituisse un rischio, il rischio che si corre alleandosi con Berlusconi è incomparabilmente maggiore.
Ma come mai proprio ora il Pd paga così tanto, con una sollevazione di massa dei propri militanti ed elettori, la scelta di allearsi con il Pdl?

3. Le cause che hanno portato all’implosione del Pd, che è un dato di fatto e che prescinde dal tempo, purtroppo lungo, della sua agonia fratricida, sono numerose e di importanza diversa.
Come dicevo, quella più importante rimanda all’origine stessa del Pd, che è stato un tentativo di importare in Italia il liberismo-di-sinistra stile Tony Blair, quello infaticabilmente promosso dal “Corriere della sera”, di cui Monti è stata una voce fondamentale.
Si tratta di una ideologia complessa. Essa è stata utilizzata dai Paesi egemoni geo-politicamente per eliminare pericolosi concorrenti industriali e politici. A questo servono, infatti, le liberalizzazioni (anzitutto dei mercati del lavoro e dei capitali), le privatizzazioni e l’esaltazione della contrapposizione tra lo Stato, visto come un “parassita”, e il mercato, considerato l’unico capace di produrre in modo efficiente ricchezza. Tutto ciò certo non serve, come i fatti dimostrano, ad assicurare la “crescita” e tanto meno “lo sviluppo economico” di un Paese come il nostro. E poiché si volevano smantellare sistematicamente, anche se a piccoli e volutamente confusi passi, tutte le conquiste “progressiste” della Prima Repubblica (conquiste spesso ricche di contraddizioni, dato il “sistema” vigente dopo il 1945), si doveva ricorrere ad una classe dirigente di “sinistra”, per origini organizzative e culturali, per realizzare “le riforme” (sic!) con il dovuto controllo (in termini meno compromettenti: con il dovuto consenso) sociale.

martedì 14 maggio 2013

Ripartire dalle parole: non chiamiamola più sinistra

Ripartire dalle parole: non chiamiamola più sinistra
Ripartire dalle parole: non chiamiamola più sinistra

Pubblicato il 14 mag 2013

di Matteo Pucciarelli -
Prima o poi dovrà esserci qualcuno che finalmente, sulla base di dati oggettivi, attinenti con la realtà, ci spieghi con chiarezza e senza passatismi cos’è e chi è la sinistra oggi. C’è bisogno di fare un po’ di pulizia, partendo soprattutto dalle parole.
Sicché a questo proposito – è una “mozione d’ordine” – sarebbe l’ora di smetterla di definire “sinistra” il Partito democratico. Centro, centrodestra, liberali, riformatori, medio-progressisti, tecnici del suono: incardiniamolo in qualche modo questo Pd, va bene, ma non più con “sinistra”. È troppo il rispetto per questa parola – il cui significato originario è una delle cose più belle del mondo – per accostarla ad un gruppo di potere fratricida e notoriamente incapace oggi alleato di Silvio Berlusconi e fedele esecutore di politiche sovranazionali che nulla hanno a che vedere con tutto ciò che anche lontanamente somiglia alla sinistra.
Questo grande fraintendimento dovuto a ragioni squisitamente storiche, sentimentali e di pigrizia mentale – il Partito, gli eredi, le ritualità – è un freno formidabile al futuro e allo sviluppo della sinistra stessa. Quella di cui ora più che mai ci sarebbe bisogno e che nonostante i clamorosi autogol ventennali dei Grandi Dirigenti esiste ancora nella società, magari a propria insaputa.
«Destra e sinistra non esistono più» è un messaggio che fa breccia nell’elettorato proprio grazie all’estrema somiglianza nelle politiche applicate dalle due squadre che si sono fronteggiate durante la Seconda Repubblica – che difatti adesso si sono fuse nella stessa società (per azioni), la Letta&company.
Il linguaggio è una cosa piccola eppure fondamentale. Chiamare sinistra il Pd non fa bene alla sinistra. Se proprio non riusciamo a farne a meno, perlomeno utilizziamo le virgolette: “sinistra”. Quella vera è un’altra cosa.
PS. «Scemo è chi lo scemo fa», diceva il detto. Appunto: sinistra è chi la sinistra fa.
da Micromega online

domenica 28 aprile 2013

Quando il partito implode

Fonte: il manifesto | Autore: DONATELLA DELLA PORTA                        
Spostamento a destra e crollo elettorale. Gli esempi del Psi e del PasokMentre i vertici di Pd e Pdl cercano accordi di governo, attivisti del Pd in tutto il paese occupano sedi del loro partito, si autoconvocano, bruciano le loro tessere in pubblico o le restituiscono in privato. Se certamente l'oscenità di un governo del bunga-bunga a guida pidina è (o sarebbe?) circostanza storicamente unica, non è invece la prima volta che si formano, dentro e attorno a partiti di centro-sinistra, movimenti di opposizione a quelli che vengono considerati da chi protesta come compromessi indecenti, perché snaturanti rispetto a una identità sentita come collettiva.
Gli effetti di questi movimenti sono stati diversi, a seconda della loro forza nella base del partito così come della presenza di potenziali alleati ai vertici. Se talvolta quei partiti si sono infatti rinnovati, aprendosi alle domande dal basso, in altri casi c'è stata invece una chiusura, con almeno due effetti disgreganti: abbandono da parte degli attivisti delusi e declino in termini elettorali.
La perdita degli attivisti - spesso considerati con fastidio dai vertici - ha in genere conseguenze nefaste per l'organizzazione, abbassando le barriere rispetto alle motivazioni opportunistiche di chi entra in politica per migliorare la propria condizione economica, e allontanando invece quelli che vedono nella politica un bene comune. Il caso che meglio illustra l'implosione del partito senza più attivisti è quello del Psi. La decisione di partecipare, nel 1963, al primo governo di centro-sinistra porterà, l'anno successivo, alla uscita dell'ala, minoritaria ai vertici, ma fortemente attiva, che fonderà il Partito Socialista di Unità Proletaria. Al declino elettorale (dal 20% del dopoguerra, il Psi si dimezzerà), seguirà una profonda degenerazione del partito stesso, frammentato in protettorati di politici rampanti, in un contesto di corruzione sempre più diffusa, che minerà l'identità di sinistra del partito, fino alla sua scomparsa a seguito degli scandali emersi nel 1992.
Come nel caso del Psi italiano, anche in quello del greco Pasok, il Partito socialista panellenico, lo spostamento a destra, fino al sostegno a un governo di grande coalizione, si è intrecciato a un crollo elettorale di dimensioni drammatiche. Un partito che aveva il 47% dei voti negli anni novanta raggiungerà appena il 12% nelle elezioni del 2012, passando da primo a terzo partito nel paese, mentre a competere con la destra resta la Coalizione della sinistra radicale, Syriza, che riuscirà ad occupare lo spazio abbandonato a sinistra dal Pasok.
Psiup e Syriza sono interessanti illustrazioni delle potenzialità in termini di politica elettorale che l'implosione dei partiti di centro-sinistra può aprire alla sinistra. Il Psiup ha rappresentato un onesto tentativo di difendere un'identità socialista di sinistra, con aperture ai movimenti che si svilupparono alla fine degli anni sessanta. Non a caso, il partito guadagnerà sostegno elettorale da quelle proteste, raggiungendo quasi il 5% alle elezioni politiche del 1968. La struttura organizzativa del partito rimarrà comunque ancorata a un centralismo democratico che ne limiterà la capacità di attrazione per gli attivisti dei movimenti, che nel frattempo sperimentano forme organizzative più decentrate e partecipate. Dopo l'insuccesso elettorale del 1972, il partito si dividerà infatti tra adesioni al Pci e allontanamenti dalla politica partitica verso quella dei movimenti.
Molto diversa sembra invece l'evoluzione di Syriza che, nata nella tradizione della sinistra radicale, si trasformerà profondamente dal punto di vista organizzativo, riprendendo dal movimento degli indignados istanze di orizzontalità, pluralità e inclusione dal basso. Il 27% degli elettori greci voterà Syriza nelle seconde elezioni del 2012 (erano stati solo il 4,6% nel 2009), premiando non solo una coerente opposizione alle politiche di austerity, ma anche una trasformazione nelle forme e nei modi del far politica del partito, che lo porterà ad aprirsi ben al di là della tradizionale base dei partiti della sinistra radicale.
Se è difficile dire in che misura il modello organizzativo proposto da Syriza sia applicabile al caso italiano, le opportunità che il prevedibile declino elettorale del centro-sinistra, compromesso col Caimano, aprono a una opposizione di sinistra non potranno essere colte senza una profonda trasformazione nella concezione stessa della politica.

sabato 27 aprile 2013

Il Pd salvato dai ragazzini

dal blog di Giuseppe Civati

Care e cari amici democratici di #OccupyPd,
mi rivolgo a voi perché per me siete l’unica «riserva della Repubblica» a cui guardare in queste ore. Da Bologna, da Torino, da molti circoli, si è levata una voce libera, preoccupata e a tratti indignata per quanto stava accadendo.
Capisco e condivido la vostra amarezza e il vostro spaesamento, che sono anche i miei. Non ho la presunzione di darvi la soluzione, ma ho la certezza che solo ascoltandovi potremo andare da qualche parte.
Sembra che nessuno voglia davvero ascoltare la ‘base’, nemmeno quando i dirigenti falliscono così miseramente. Dopo avere fatto primarie per qualsiasi cosa, a ripetizione, il momento più alto della vicenda politica del Pd è precipitato in una decisione oscura, di 101 parlamentari che hanno eliminato il padre fondatore del Pd dalla corsa al Quirinale, per correre verso l’alleanza che in cuor loro cercavano da tempo. Senza assumersene alcuna responsabilità: prima l’ovazione, poi il voto segreto, poi l’appello perché fosse Napolitano a dirci che cosa avremmo dovuto fare. Come se non fosse una nostra decisione.
Il segretario Bersani, che certo ne ha sbagliate, è stato già dimenticato, perché altri, che ora si presentano come abili in politica e nella vita (perché c’è molto di esistenziale, in tutto questo), avevano da fare.
Ecco, mi piacerebbe che partissimo da qui, per raccontare una storia diversa, che vi veda protagonisti. Che non contempli più le divisioni per corrente di vent’anni fa, ma la nuova Italia che possiamo e vogliamo costruire.
Tocca a voi, care ragazze, cari ragazzi. Che siete più esperti, perché siete più liberi. Da parte mia, c’è l’impegno a condividere con voi ogni passo, ogni parola, ogni momento e a portarlo all’attenzione delle cronache, per quanto mi sarà possibile.
Siamo viaggiatori leggeri, non dimentichiamolo,
pippo

giovedì 25 aprile 2013

«Pd un po’ peggio del Pasok»

 
«Pd un po’ peggio del Pasok»

- ilmanifesto - 

di Daniela Preziosi -
Quando alla direzione Pd Matteo Orfini pronuncia la parola «paletti» si alza un vocìo spazientito. Lui insiste: meglio «condizioni»? Comunque: «Sarebbe un errore se il Pd non si assumesse le sua responsabiltà, se vuole essere un partito. Il documento è una cessione di responsabilità». I paletti di Orfini sono tre e servono al Pd «per reggere politicamente»: governo di innovazione, capacità di interloquire con la società e possibilità di sfidare a 360 gradi il parlamento. Tradotto: fuori i 5 stelle e la sinistra sfrantumata fra sfiducia e astensionismo si allontanerà ulteriormente dal Pd arreso a Napolitano e al Pdl. Per questo bisogna fare ancora un tentativo per coinvolgere i 5 stelle. Ma il Pd dei nuovi-vecchi dirigenti post-bersaniani questo discorso non lo vuole sentire mai più: premi il comando cancella, via tutto il vocabolario bersanese, lo «scouting», il «giaguaro», la «ditta».
Poco dopo Stefano Fassina, altro ‘turco’ che però ha detto sì a Franco Marini al Colle, ritenta: «Paletti non ne possiamo mettere, possiamo dare qualche suggerimento. La nostra delegazione non consegnerà un comunicato, interloquirà col presidente». Ma è una speranza mal riposta, lo sa bene. Alle 6 e un quarto dal Nazareno, la sede del Pd, partono Letta, Speranza e Zanda, la delegazione che consegnerà il Pd a Napolitano, in obbedienza alle condizioni che lo stesso presidente ha messo per accettare il rinnovo del mandato. Il documento, cioè la bandiera bianca, è approvato con un mare di sì, 14 astenuti fra turchi (Fausto Raciti, Andrea Orlando, Fassina alla fine vota sì), e prodiani (Rosy Bindi, Sandro Gozi e Sandra Zampa). Si astiene il dalemiano Stefano Esposito. Sette no, fra loro Walter Tocci, che negli ultimi mesi non ha risparmiato critiche a Bersani. Ma è un bottino magro. E il lettiano Francesco Boccia esulta: «Andiamo da Napolitano a dire che saremo con lui e gli daremo la nostra delega per riformare dalle fondamenta questo paese».
Il Pd rovescia la linea politica della campagna elettorale e dei 55 giorni di «tentativo Bersani»; va oltre il muro delle larghe intese senza passare per un congresso, né per un’assemblea nazionale, né per un referendum della base, istituto messo a statuto ma mai regolamentato, per interdirne l’uso. La sinistra interna ne esce acciaccata. «In questo momento dobbiamo ritrovare l’unità e consentire che nasca un governo, è in gioco il paese e il futuro di tutta la sinistra. Non possiamo fare subcomponenti né accodarci a Grillo. Ci metteremo la faccia. Il problema è che ce la metterà anche il Pdl. E il rischio per noi è altissimo», riflette Fassina. Due giorni fa è stato contestato per strada. Allora ha postato un invito su facebook: «Mi piacerebbe incontrare quanti mi hanno insultato. Vorrei provare a ascoltare le loro ragioni, e raccontare le mie». Hanno risposto in quattro. Appuntamento martedì prossimo. Lui, ormai ex responsabile economico Pd, ha passato gli scorsi 16 mesi opporsi alla politica economica del governo Monti. Adesso si ritroverà a votare con il Pdl di Brunetta.
Intanto in giro per l’Italia si moltiplicano i malumori Pd per lo più targate giovani democratici. «C’è un po’ di tutto fra loro», spiega Fausto Raciti, deputato e segretario della giovanile. «Chi era contro Marini, chi contro un governo con Berlusconi. È un segno di vitalità». «Comunque da ora la faccia su queste scelte ce la metterà qualcun altro», ragiona Orfini. In questi giorni si è sottoposto a un vero tour de force mediatico per spiegare e spiegare: perché no a Rodotà, perché sì a Napolitano. Stagione finita. Fuori dal Pd, ormai all’opposizione, Sel corteggia Barca e Cofferati in una rifondazione della «sinistra di governo», accelerando le pratiche per aderire al Pse. «Per me il no al governo con il Pdl resta», ma mai dire scissione: «Non usciremo dal nostro partito, nessuno si illuda», avverte Orfini. Martedì aveva proposto Renzi a Palazzo Chigi. Il sindaco di Firenze aveva detto sì. Napolitano e Berlusconi hanno detto no. Nulla di fatto. E però ormai renziani e dei giovani turchi si avviano al congresso su strade convergenti. Ma prima deve passare la lunga nottata del governissimo. «Vediamo che governo sarà. Se sarà con il Pdl voteremo no nei gruppi. In aula ci adegueremo alla maggioranza. Fatto questo, dovremo darci una gestione collegiale. Enrico Letta non ci garantisce. E subito dopo si va a congresso». La linea del Pd è cambiata di 180 gradi. E di tutto il programma della campagna elettorale il bilancio è «un’Italia un po’ meglio della Grecia, un Pd un po’ peggio del Pasok», ovvero il partito che a Atene governa con il centrodestra di Nea Demokratia.
Il Manifesto – 24.04.13

domenica 21 aprile 2013

Elezione del Presidente della Repubblica – Come ti resuscito un Caimano

 Il Fatto Quotidiano
Berlusconi alla Camera - Elezione Presidente della Repubblica ItalianaÈ un’onda che viene e che va. Soprattutto va. A inizio 2013, Pier Luigi Bersani aveva già vinto e Silvio Berlusconi era finito. Un’altra volta. La situazione, quattro mesi dopo, è appena diversa. Dopo le Primarie, Bersani non poteva non trionfare. Aveva un vantaggio abissale: lo squadrone, il giaguaro da smacchiare, Nanni Moretti a tirargli la volata. Eppure ce l’ha fatta. Rigori su rigori sbagliati, e tutti a porta vuota. Match point sprecati con precisione così fantozzianamente chirurgica da lasciar pensare che, dietro a quei disastri insistiti, ci fosse un metodo. Una collusione. Una connivenza.
In cento giorni o poco più, Bersani è riuscito a sbagliare tutto. Consegnandosi alla storia come il sicario (il più noto, ma non l’unico) del Pd. Una sorta di virus che ha distrutto dall’interno quel che restava del centrosinistra. Spolpandolo con bulimia certosina. Dall’altra parte, o per meglio dire dalla stessa, Berlusconi. Quello che a novembre sembrava un po’ rincitrullito, a gennaio riusciva a far sembrare financo Giletti un giornalista incalzatore (“Me ne vado? Me ne vado?”) e che due sere fa suonava allegramente il pianoforte alla serata dedicata ad Alemanno, dedicando canzoncine amene a Rosy Bindi e gioendo – con tutta la claque – per le dimissioni di Bersani. Ovvero uno dei suoi scudieri più instancabili. L’ennesima resurrezione del Caimano ha i connotati arcinoti.
Un mix di talento mediatico, genialità del male e – soprattutto – insipienza degli avversari. Ogni volta che il centrosinistra lo ha visto in difficoltà, si è guardato bene dall’assestare il colpo definitivo.
Nel ‘97/98 fu la Bicamerale di D’Alema, nel 2007/8 il neonato (già morto) Pd di Veltroni, nel 2011 Napolitano, nel 2013 Bersani. L’elettrocardiogramma di Berlusconi è irregolare. Ogni volta che sembra prossimo alla calma piatta, la presunta opposizione accorre – trafelata – col defibrillatore. La trama non concede particolari variazioni. Funziona così: si arriva ciclicamente a un punto in cui, per mandare Berlusconi in fondo al precipizio, basterebbe una spinta. Una piccola spinta. Anche solo un refolo di vento. È però qui che, puntualmente, accadono due cose: la “sinistra” si intenerisce e – al contempo – Berlusconi recita la parte dello “statista responsabile”.
I primi, con fare pensoso, cominciano a straparlare di rispetto del “nemico” (quale nemico?) e propongono genericissime “larghe intese”. Il secondo, con maestria consolidata, abbassa i toni. Naviga sottotraccia. Non appare. Si nasconde. Rilascia poche considerazioni che i soliti editorialisti cerchiobottisti definiscono (mal celando l’eccitazione) “altamente responsabili”. È avvenuto anche prima del Napolitano Bis. Per osmosi la finta moderazione colpisce anche falchi e colombe, droidi e fedelissimi. Al di là delle irrilevanti pasionarie caricaturali, ora una Mussolini e ora una Biancofiore, i Cicchitto e financo i Gasparri (per quanto possa un Gasparri) paiono meno invasati. Alludono al “paese che ha bisogno di essere governato”. Preconizzano “alleanze per il bene comune”.
Sembrano posseduti dal fuoco sacro della passione politica. La sensazione, vista con occhi minimamente smaliziati, è quella di tanti Jack Torrance (il protagonista di Shining) che a metà film si reinventano Richie Cunningham e ti offrono una gazzosa al bar di Happy Days. Un guasto narrativo che metterebbe in guardia persino Oldoini. Eppure, non si sa come (o forse si sa benissimo), la sinistra ci casca. Sempre. Dicendo e scrivendo: “Dai, Berlusconi in fondo non è poi così cattivo”. Ovviamente, un attimo dopo aver teso la mano (un Presidente, un salvacondotto, un inciucio), Jack Torrance spacca il locale e torna quello di prima.
Tra le resurrezioni del Caimano, quella del 2013 è forse la più scombinata. La sceneggiatura è particolarmente forzata. Del resto è almeno la quarta saga del Lazzaro di Arcore, e anche Rocky IV era più debole del primo episodio. Ciò che non cambia mai è il finale. L’happy ending, però sui generis. In queste pellicole di cinema civile è sempre Jack Torrance che vince. Non tanto perché riesce a uscire dal labirinto, ma perché sono le vittime a indicargli la strada. A porgergli (con sussiego) l’ascia. Nel frattempo i processi restano. La polizia indaga. I testimoni giurano che “è stato lui”. Ma qualcuno, alla fine, un alibi glielo trova sempre. E quel “qualcuno” ha sempre la stessa faccia.
Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2013

Come finisce un partito

- idadominijani -

L’immaginario politico eroico che abbiamo ereditato dal secolo scorso, quando la politica era una cosa seria, ci fa ancora pensare che un partito o un gruppo politico debbano morire, quando muoiono, con divisioni limpide, battaglie chiare, ragioni leggibili. Invece no: si muore, in politica, di insensatezza, e in modo insensato. Non è molto diverso dalle storie d’amore: quando vanno a male, vanno a male e basta, e non c’è verso di distinguere torti e ragioni né di stilare interpretazioni condivise. Adesso che il Pd, e l’intero centrosinistra, è imploso sulle candidature al Quirinale, dilaga il gioco della caccia all’uomo, al traditore, alla corrente tale e talaltra e al complotto tale e talaltro. Ma provate a spiegare a un’amica non italiana, o a una ragazza che non abbia memoria degli anni 90, e vi renderete conto che una spiegazione è impossibile senza risalire al groviglio di contraddizioni, posizioni diverse appiccicate con la colla, culture opposte tenute insieme dal quieto vivere, risentimenti appassionati quanto gli attaccamenti, che hanno fatto del Pd l’ormai famoso amalgama mal riuscito. Lasciamo perdere le due provenienze storiche, il Pci e la Dc, che pure continuano a contare eccome, e facciamo mente locale sugli aut-aut e gli et-et che da vent’anni e più convivono illogicamente nel mutante che s’è chiamato Pds-Ds-Pd e da lì riverberano in tutto il centrosinistra, in tutte le versioni sperimentate con e senza trattino: socialdemocrazia e liberismo, partito solido e partito liquido, proporzionale e maggioritario, presidenzialismo e parlamentarismo, costituzionalizzazione dell’anomalia berlusconiana e antiberlusconismo, difesa appassionata, fino al limite della necrofilia, della politica di professione e rincorsa della società civile fino al limite dell’autodissoluzione. Il tutto suffragato da un feuilleton mediatico anch’esso lungo vent’anni e più che ha alimentato giochi di ruolo e finte verità giocando con le figurine. Poi arriva il momento in cui le colle si seccano, le memorie si disfano, un tweet conta più di una riunione, le generazioni vanno ognuna per conto proprio, le rottamazioni e i parricidi procedono in allegria per regolare conti tutti maschili, e nemmeno la trama delle antiche divisioni serve a tenere insieme il tessuto. Più o meno è quello che è successo all’ombra dell’elezione del Presidente, mentre il Grillo Qualunque fa la sua macabra e soddisfatta conta dei cadaveri.

sabato 20 aprile 2013

Giuseppe Civati

dal blog di Giuseppe Civati
 Perché non Rodotà?
Come sapete, ho votato tre volte Rodotà e ieri, alla quarta, Romano Prodi. Come me, hanno fatto molti parlamentari del Pd eletti con le primarie, a prescindere dagli schemi correntizi. E sulla base dello stesso principio, tanto che qualche giorno fa parlavo della linea Prodotà contrapposta alla linea D’Amato (che sono le due vere opzioni in campo).
Sono intervenuto l’altra sera per dire che Marini non era una soluzione, e non sono stato franco tiratore, ma solo franco. I tiratori, come si è dimostrato ieri, sono altri.
Ho proposto, insieme a Renzi e a tanti altri, che il candidato alla quarta fosse Romano Prodi, perché credevo che sarebbe stato un ottimo Presidente della Repubblica e che avrebbe potuto trovare i voti del Pd, quelli di Monti (trovo incredibile che Monti non abbia votato Prodi, o forse no) e aprire un dialogo con il M5S sul futuro di questa legislatura. Ho parlato con decine di deputati del M5S per spiegare loro che ci avrebbe consentito di fare le cose che in queste pagine abbiamo sempre scritto, ma non c’è stato verso, perché loro avevano Rodotà. Inutile ragionare. Nemmeno del fatto che l’elezione di Prodi avrebbe potuto spostare l’attenzione dall’asse Pd-Pdl a quello del Pd-M5S, che era il vero obiettivo. Mi hanno detto che è vecchia politica. Infatti sarà eletto un presidente che non è Prodi, e nemmeno Rodotà. All’insegna della coerenza, chiaramente.
Non abbiamo ‘abbandonato’ Rodotà, come scrivono molti commentatori che la sanno lunga: abbiamo solo cercato di mantenere uno schema non inciucista (per capirci) che avesse anche i voti. E Prodi era la persona giusta, credevamo, per tenere insieme questi due principi.
Ora, molti chiedono: “perché non Rodotà?”. E si incazzano anche con me, che Rodotà l’ho pure votato. Tre volte. La risposta la trovate qui sotto: Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd che non guarda al M5S ma a destra. Spero sia chiaro a tutti. Ed è questo il vero problema.
Possiamo anche andare avanti con Rodotà, ma rischiamo di bruciare definitivamente anche lui. Potremmo chiedere di votare nel gruppo, e anche se passasse a maggioranza, nessuno potrebbe prevedere poi che cosa succederebbe in aula. Ai commentatori scatenati sottopongo questa riflessione: se ci sono stati 100 franchi tiratori per Prodi, quanti ce ne sarebbero per Rodotà?
Non sono le primarie, né un Congresso. C’è il voto segreto e bisogna avere una maggioranza altissima. Spero sia chiaro anche questo.
E, da ultimo, vorrei aggiungere una cosa: che è bellissimo tifare, ma preferirei trovare una soluzione che passi, non solo un bel nome da ricordare. Perché con la gestione della candidatura di Rodotà, che ieri per altro tutti dicevano sarebbe stata ritirata da Rodotà stesso, non si sono aperti spazi di condivisione. Per colpa di quella parte del Pd, certamente, ma anche di qualcun altro. E ve lo dice uno che ci sta lavorando, a quello schema del famoso cambiamento (quello vero), dal primo giorno.
La domanda corretta, quindi, non è “perché non Rodotà?”, ma la seguente: “Rodotà può diventare Presidente della Repubblica, raggiungendo i 505 voti necessari?”.
P.S.: ai commentatori che scrivono che non leggo i commenti, rispondo con cortesia: i commenti li leggo, voi – se potete – leggete i post.

sabato 13 aprile 2013

If…


10. New Man 1923 by El Lissitzky 1890-1941Augusto Illuminati
Se qualche commentatore avesse notato gli impercettibili segni di stranezza che qua e là affioravano nella vita politica e sociale italiana, tipo infinite discussioni e poi DL con relativa conversione, decreti applicativi e circolari interpretative – per che cosa? per stabilire che lo Stato e le amministrazioni locali dovevano pagare nel giro di due anni prestazioni private regolarmente fatturate. Roba che se io non saldo una multa mi pignorano la casa e se prendo la merce e scappo il negoziante chiama la polizia o magari mi mena.
Intanto volge al termine il secondo mese di governo assente nell’incessante degrado dell’economia e della società, a dimostrazione che la catastrofe è che tutto continui come prima. Dalla finestra guardiamo il nostro futuro in terra greca.
Se qualche commentatore si fosse preso la briga di capire come mai il principale partito della sinistra italiana, il Pd, avesse fatto una sfrenata campagna elettorale a favore dell’alleanza con Monti e poi, a elezioni svolte con magri risultati per entrambi, avesse corteggiato con altrettanta frenesia e palese masochismo (i colloqui riservati sputtanati in streaming) il M5S, per ripiegare infine sulle larghe intese con Berlusconi, ma soprattutto perché in quest’ultima fase fosse nata una robusta corrente che invocava a nuovo segretario un ministro dell’uscente governo Monti, Fabrizio Barca, neppure iscritto al Pd – altro che primarie! Il quale Barca, benigno, declina l’offerta di segreteria e si dice disposto soltanto a iscriversi come membro del gruppo dirigente. Il bello è che probabilmente è meglio degli altri concorrenti e perfino Sel è entusiasta di lui. Difficile immaginare un Papa straniero ai tempi di Togliatti, devo proprio essere invecchiato.
Invece i grillini si girano i pollici, occupano simbolicamente il parlamento e discettano sulle commissioni ordinarie senza governo e sul costo della vita romana per i deputati. Non sfruttano minimamente la loro forza parlamentare (né per compromessi governativi né per ribellioni di sistema) e neppure la supportano con iniziative fuori dai palazzi. Il Terzo Stato si riunì (non simbolicamente) nella sala della pallacorda. I bolscevichi sgombrarono l’Assemblea costituente. Dissero che il Terzo Stato era tutto e che la guardia era stanca, seguirono determinati fatti. Qualcosa frena invece il M5S. Non si capisce cosa.
A dire il vero, non si capisce neppure perché il Pd non abbia colto l’occasione per fare pressione sul suo progetto “di battaglia”, evidentemente in via di dismissione. I palazzi si sono lentamente svuotati, man mano che gli occupanti uscivano a far pipì. Forse potrebbero imparare dagli occupanti le case di Caltagirone, quelli che fanno gridare all’anarco-terrorismo la stampa padronale e il sindaco Alemanno.
Se qualche commentatore si fosse preso la briga di studiare tale sintomi, avrebbe pure notato la stupefacente somiglianza (a parte i capelli) fra l’arrogante ottusità dell’analista bancario Davide Serra («uno dei migliori al mondo» per autobiografia, sponsor e ideologo economico di Matteo Renzi) e Gianroberto Casaleggio, profeti rispettivi della finanza come servitrice del risparmio e del web come democrazia assoluta, entrambi fautori dell’uno vale uno (le libere decisioni dell’investitore e del cittadino-utente in rete). Anche lo stile delle loro affermazioni apodittiche e di come insultano i contraddittori risulta palese. Questo alla voce “il nuovo che avanza”. Fa quasi rimpiangere la palude dei partiti, l’affidabile routine della corruzione clientelare. Ultimo tentativo di restaurare la rappresentanza lucidando le scarpe sfasciate.

giovedì 4 aprile 2013

Mario Tronti: Non mettersi a cercare un grillo per la sinistra

    
Mario Tronti: Non mettersi a cercare un grillo per la sinistra

di Inchiestaonline.it -

Riceviamo da Mario Tronti questo testo con queste frasi di accompagnamento: “Cari tutti/e è stata una Pasqua politica: Anche la mia meditazione si è secolarizzata. Il risultato è questo testo. Dite la vostra discutete scrivete. Mario Tronti, 2 aprile 2013

Vediamo. Intanto riassumiamo. Perché c’è un percorso da ricostruire: molto eloquente e che fa chiarezza. C’è stata una lunga campagna elettorale, durata per tutto il tempo del governo Monti in carica. Le elezioni, anticipate, erano infatti all’ordine del giorno al momento della caduta rovinosa del governo Berlusconi. Non furono concesse. Da quelle sarebbe uscita con tutta probabilità una maggioranza certa, con governabilità assicurata per cinque anni. Magari con una manovra di salvataggio senza massacro sociale. Cominciò invece un balletto, con una musica in crescendo fino al 24 febbraio ultimo scorso. Lo scenario: da una parte una forza politica destinata ad assumere il governo del paese, dall’altra tutte le altre forze politiche, e annessi moVimenti, intente a impedire, o a limitare, o ad azzoppare, con tutti i mezzi, quella soluzione. Operazione infine riuscita.
Operazione, però, riuscita a metà. Perché dalle elezioni esce un centro-sinistra con una maggioranza assoluta alla Camera e una maggioranza relativa al Senato. Il pericolo dunque, di una sinistra in qualche modo al governo era ancora presente. Di qui, la seconda fase della manovra di ostruzione da opporre a questa eventualità. Un governo di minoranza era possibile. I precedenti ci sono e la Carta costituzionale non chiede una maggioranza assoluta per la fiducia al governo. La coalizione di centro-sinistra aveva diritto e dovere di andare in Parlamento a presentare la sua proposta di governo. E bene ha fatto Bersani a chiedere con determinazione questo passaggio. Non è stato concesso. A mio parere la proposta del governo di minoranza, monocolore, non di legislatura, ma nemmeno di emergenza, in carica solo per mettere mano ad alcune urgenze politico-istituzionali ed economico-sociali, andava presentata da subito all’intero arco delle forze politiche, con la premessa di un accordo sulle cariche istituzionali, la presidenza di Commissioni, e il progetto, giusto, del doppio registro.
Questa era l’iniziativa che spettava a chi, indicato dalle primarie, aveva condotto la campagna elettorale e vinto appena di misura nel voto. A mancare l’obiettivo pieno non è stato Bersani. L’abbiamo mancato tutti: in primo luogo, collegialmente, un partito, privo di antenne in grado di cogliere lo stato d’animo diffuso nel paese reale. E che, qui veramente come tutti gli altri, si affida alla falsità, manovrata, dei sondaggi. Bersani ha mostrato all’Italia la faccia della politica seria, responsabile, competente, pulita, di impronta popolare e capace di governo. Il messaggio è calato in un contesto malato, inquinato da demagogie populiste, lasciate crescere e accarezzate fino all’ultimo minuto. Ma con questo contesto, era esattamente quella faccia che si voleva oscurare. Tanto più che dietro di essa c’era una storia, che tutto quanto sta avvenendo è incaricato adesso di portare alla fine. Tutto, compresa quella verità sul voto, da tutti riprovata, che ha pronunciato, in libertà, un socialdemocratico tedesco: in Italia hanno vinto due clown. Vittoria, appunto, non spontanea, ma costruita, con una comunicazione di scopo.

mercoledì 27 febbraio 2013

Segreteria PD

Non è un disastro. È molto peggio

Fonte: micromega online | Autore: Matteo Pucciarelli       
Allora, visto che a differenza dei dirigenti del centrosinistra in questo spazio non ci sono carriere da difendere, possiamo discuterne in tutta sincerità: da qualunque parte della sinistra si guardi – moderata, moderata ma radicale, radicale e basta – la sconfitta è totale.

1. Ricordiamo sommessamente che 14 mesi fa Berlusconi era molto e sepolto, Monti non esisteva e Grillo aveva il 4 nei sondaggi. Se non si è andati al voto è grazie alle pressioni del presidente della Repubblica e all’accondiscendenza suicida di Bersani.

2. Le primarie si sono rivelate l’ennesima illusione collettiva, così come lo furono nel 2005. La democrazia non è roba utile per questo Paese. Vincono quelli che fanno per sé, perché fanno per tre (vedi Berlusconi, ma anche Grillo).

3. La sinistra radicale (sia Sel che Rc) esce ancora una volta con le ossa rotte dal voto. Proprio in una fase storica che, paradossalmente, mette in evidenza i fallimenti del riformismo come finora è stato inteso. Forse è davvero ora di fare spazio ai giovani e di riunificare un’area divisa più dalle inimicizie personali che dalle divergenze politiche.

4. Chi protesta, chi è attivo nelle lotte, non sceglie a sinistra ma opta per il Movimento Cinque Stelle. È il momento di togliersi la puzza da sotto il naso (parlando sempre di fascismo e di matite ciucciate, ad esempio) e provare a ricordarci che, programma alla mano, il 70 per cento delle proposte del M5S è di estrema sinistra. La domanda è questa: perché l’elettorato si affida a Grillo e non all’originale? Sono molto sincero: la risposta che avrei in mente è troppo deprimente per dirla. Ma magari ha un fondo di verità: perché Grillo va di moda.

5. Se il Pd fa la grande alleanza con il Pdl alle prossime elezioni il M5S prende l’80 per cento. Conoscendo gli enrichiletta, la cosa è possibile.

6. Nonostante i giganteschi spot a reti unificate, Monti porta a casa un deprimente 10 per cento. È l’unica soddisfazione della giornata. E conferma l’incapacità d’analisi del Pd, che non ha fatto altro che evocarne un futuro accordo.

7. Tornando alla sinistra radicale. Ingroia era e resta una splendida persona. Che ho votato con convinzione. Ma aveva ragione il direttore di questa rivista, Paolo Flores d’Arcais. Bisognava saltare il giro e prepararsi al futuro caos post-voto. Devo essere sincero: credevo si sbagliasse. Adesso, comunque sia, invitare Ingroia a fare le valige è un gioco semplice e pure codardo. Credo resti una risorsa, così come lo è quel simbolo, il Quarto Stato. Che adesso non va di moda, ma che ha un suo valore e una sua ragione d’esistere.

8. Infine Berlusconi. Resta il politico più straordinario della storia di questo Paese. In senso negativo, certo. Eppure rimane drammaticamente unico. Chi non lo ha stritolato 14 mesi fa deve dimettersi una volta per tutte.

9. Basta parlare di politica. D’ora in poi motori, donne, discoteca.

venerdì 8 febbraio 2013

L’inevitabile Monti.

 - fonte -

di A. Fab. -    
L’inevitabile Monti. Pd indietro tutta

 


Qualcosa è cambiato. All’inizio della campagna elettorale Pier Luigi Bersani ripeteva ancora: «In caso di pareggio si torna a votare». Ieri ha corretto: «Un paese serio non può continuare a inseguire le elezioni». È la conferma, l’ennesima, che la collaborazione con il centro montiano è più che un’eventualità. È una certezza, lo schema fisso con il quale il Pd si presenta alle ultime due settimane di campagna elettorale.
Stefano Fassina, «giovane turco» e responsabile economico del partito, ieri mattina si era attenuto alla vecchia linea. «Nel caso di ingovernabilità – aveva spiegato – si cambia la legge elettorale e si torna al voto». Poco dopo ha corretto via twitter, con una spiegazione eloquente: «Si torni a votare è stata la risposta all’ipotesi di ingovernabilità, se manca la maggioranza al senato del centrosinistra più Monti». Con Monti, al contrario, governare si può.
Sia Fassina che Bersani ragionano sui sondaggi. L’ultimo più che suggerire l’allargamento al professore lo impone. Non è un sondaggio «ostile», lo ha fatto per Sky la Tecnè di Carlo Buttaroni, che collabora abitualmente con l’Unità. Il sondaggio assegna ancora un margine alla coalizione di centrosinistra, ma non più di tranquillità: 4,1% alla camera. La brutta notizia arriva dal senato, dove il premio di maggioranza è regionale e sono tornate in bilico anche regioni che sembravano acquisite al centrosinistra, come la Campania (Pd e Sel avrebbero solo 0,4% in più), il Piemonte (+2,2% per il centrosinistra) e la Puglia (+3,2% per il centrosinistra). Mentre sia Sicilia che Veneto sembrano ormai stabilmente al centrodestra, che ha un vantaggio che va dai 7 agli 11 punti percentuali. Stando così le cose, se pure Bersani dovesse riuscire nell’impresa di vincere in Lombardia (dove, in base a questa rilevazione, c’è al momento una perfetta parità) non conquisterebbe il numero minimo di 158 senatori, maggioranza assoluta a palazzo Madama. Dunque intesa obbligata con Monti, che continua a non brillare nelle intenzioni di voto ma che comunque dovrebbe portare a casa una trentina di senatori (Grillo qualcuno di più, ma è fuori dal gioco delle alleanze, mentre Ingroia non riuscirebbe a superare la soglia di sbarramento dell’8% nemmeno in Campania). La triste previsione diventa tragica, per Bersani, se si considera che nel caso al Pdl dovesse riuscire di aggiungere un paio di regioni alla Lombardia, ad esempio il Piemonte e la Campania, neanche l’alleanza con Monti basterebbe. Per formare un governo bisognerebbe strappare qualche senatore a Berlusconi.
Dai numeri alle parole cambia poco. «La destra non è certo quella stremata di 4-5 mesi fa – ammette Bersani – allo squillare delle trombe del Cavaliere sapevo che si sarebbero rimessi in movimento e Berlusconi sta riconquistando quelli che prima erano delusi». Ma il segretario aggiunge di essere ancora convinto di poter avere quel «51%» che in ogni caso lo spingerebbe ad aprire il dialogo con il «centro democratico». «Comunque non avevo mai detto che la vittoria era in tasca – aggiunge – la destra c’è, ma sono fiducioso». L’unica cosa che però a questo punto può escludere è la ripetizione delle larghe intese con Berlusconi. Alle cui offese ieri ha replicato con signorilità: «Mi ha fatto l’imitazione, fa ridere, nel cabaret è forte ma il paese non ha bisogno di cabaret».
Oggi e domani il segretario del Pd sarà in Piemonte, dove incrocia anche Renzi, convinto a rimettersi in pista più dalla rimonta berlusconiana che dalle richieste dello staff. Ma la conclusione della campagna elettorale Bersani la farà tradizionalmente a Roma, in una piazza di semiperiferia perché San Giovanni è occupata da Grillo. Scelta pericolosa, confronto inevitabile. E la San Giovanni (Bosco) del Pd è assai più piccola: La politica c’è passata una sola volta, in occasione di un funerale (quello di Piergiorgio Welby).

mercoledì 16 gennaio 2013

Il voto “Futile"

Ma il bluff del Pd non ha più mercato

- liberazione -
Nelle acque torbide di questa campagna elettorale, il Pd prova a ricorrere, una volta ancora, al ricatto del “voto utile", pessimo argomento di propaganda politica che ha tuttavia bisogno, per essere alimentato, di qualche preliminare condizione.
Bersani e i suoi colonnelli tornano a sventolare il tema della paura. Ma paura di che? E di chi? Paura di non riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta anche al Senato, dove i Democrat e i loro compagni di cordata non possono contare su quella legge elettorale, il famigerato “porcellum", che hanno tiepidamente contrastato nella legislatura trascorsa per l'ottima ragione che pensavano - nascondendo la mano - di trarne vantaggio nell'imminente consultazione elettorale.
Quanto allo spauracchio di un possibile ritorno del Caimano, ognuno può capire che si tratta di un argomento frusto e di un'arma spuntata. Non solo in virtù dei sondaggi, ma per il ben più significativo motivo - questo sì squisitamente politico - che l'alleanza fra il centrosinistra e i liberali delle liste che si stringono intorno a Monti, è cosa da tempo assodata. Loro governeranno, avvinti come l'edera, quale che sia l'esito del voto al Senato. Si tratterà solo di sapere come si spartiranno governo, ministeri e cariche istituzionali, quali equilibri troveranno per formare la “bolla di componenda" del potere. Attenti, dunque, mai perdere di vista la sostanza: la strategia è già tracciata. E il programma di governo di quella coalizione, pure.
Solo un'acuta vertigine da successo annunciato può ancora spingere Bersani a chiedere che gli si conceda una sorta di asso pigliatutto, per fare di sè il dominus incontrastato, con Vendola in funzione “ornamentale", di tutta la politica italiana. L'improntitudine con cui Bersani chiede alla sinistra di Rivoluzione civile di “desistere", cioè di ritirarsi dal gioco al Senato, è davvero stupefacente.
Il Pd ha rotto con la sinistra (e non passa giorno che non lo ricordi), recidendo ogni possibilità di costruire con essa un'intesa programmatica. Lo ha fatto perché la cultura politica di cui quel partito è espressione aderisce, con marginali varianti, al progetto dell'europa liberista e monetarista forgiato nei santuari del capitalismo finanziario. Il Pd ha cioè scelto consapevolmente di percorrere questa strada che sta portando il paese - e in esso le classi subalterne - a sfracellarsi.
Questa linea, e il governo che se ne renderà interprete, saranno da noi combattuti, con tutta la necessaria determinazione e con l'intelligenza che è richiesta ad una forza realmente alternativa e consapevole dei propri compiti.
Spacenti, signori, il bluff del “voto utile" questa volta non ha mercato. Prosit.
Dino Greco
in data:16/01/2013

giovedì 10 gennaio 2013

Ma l’Agenda Monti è davvero così diversa dalla Carta dei Progressisti?

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

L’antivigilia di Natale ha portato nuove certezze agli italiani. Finalmente si è capito, punto per punto, in cosa consiste la celebre “agenda Monti” di cui tutti parlavano da alcuni mesi. L’ha pubblicata lo stesso Presidente del Consiglio dimissionario nel suo sito, in versione integrale. Si tratta di 25 pagine, ma non particolarmente dense. Alcuni sostengono che gliela abbia scritta Ichino. Questa sarebbe la causa della miniscissione dal Pd capitanata dal senatore. Se è vero non deve essersi sforzato molto: la parte sul lavoro non fa altro che ribadire perentoriamente che “non si può fare marcia indietro” rispetto alle riforme Fornero e al di là di frasi di circostanza si annuncia una drastica semplificazione normativa in materia di lavoro. Il progetto di legge Ichino, appunto.

A guardare bene, separato il loglio dal grano, non vi è poi tanta differenza fra questa “agenda” e la Carta di intenti dei progressisti e democratici. Anzi su qualche questione Monti appare persino più ardito. Ad esempio per quanto riguarda il welfare propone di generalizzare il “reddito minimo di sostentamento”, una sorta di reddito di cittadinanza, del quale la Carta di intenti non fa minimo cenno. Non vi è da stupirsi per almeno due ragioni. La prima è che questa misura era raccomandata dal parlamento europeo in una risoluzione assunta più di un anno fa come misura di contenimento della povertà e di facilitazione per trovare lavoro. Per quanto il Parlamento europeo abbia poteri solo virtuali, qualcuno prima o poi qualcosa la doveva pur dire.

Ma vi è un altro ben più sostanziale motivo. Anche Milton Friedman considerava compatibili con il suo impianto liberista forme di reddito di cittadinanza. Il suo ragionamento era semplice: essendo, secondo lui, la piena occupazione difficile da realizzarsi e in ogni caso non desiderabile, bisognava pur farsi carico di coloro che rimanevano inevitabilmente esclusi dal mondo del lavoro senza dargli pretesti per imbarazzanti sollevazioni sociali. Meglio quindi distribuire un po’ di reddito che non offrire occasioni lavorative a tutti, perché il lavoro è un diritto che a sua volta ne crea e ne amplia altri e il tutto finisce per minacciare la tranquillità delle classi dirigenti, come annotava Kalecki in un famoso articolo dei primi anni settanta.

L’agenda Monti appare quindi come l’ultima versione della teoria “dell’austerità espansiva”, fastidioso ossimoro ormai criticato persino dal Fondo monetario internazionale. Se si vuole andare al sodo, il documento montiano può ridursi ai pochi e lapidari punti del secondo capitolo che si aprono con l’affermazione “che non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti”. In base a questa indimostrabile affermazione, Monti trae la conseguenza che bisogna attuare in modo rigoroso il pareggio di bilancio, seguire pedissequamente la road map tracciata dal fiscal compact, dismettere il patrimonio pubblico destinando i proventi “integralmente” alla riduzione dello stock del debito pubblico.

Qui il punto di incrocio, almeno sulle prime due decisive questioni, con la Carta d’intenti è evidente. Quest’ultima nelle battute finali (quelle che contano di più, come più volte ha detto anche esplicitamente il segretario Bersani) ribadisce la necessità di “assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi”, senza però assumersi l’impegno di promuovere o sollecitare quest’ultima. Infatti Bersani in una recente intervista al Financial Times afferma di non avere alcuna intenzione di rinegoziare il fiscal compact, anzi di essere d’accordo con il ministro delle Finanze tedesco nel rafforzarlo ulteriormente costruendo un organo di controllori autorizzati a mettere il naso nella formazione del bilancio di ogni singolo paese membro della Ue.

Che la si guardi da una parte o dall’altra la situazione ci appare quindi bloccata. A decidere sono le nuove normative europee qualunque sia il governo in carica. Monti con la sua agenda non fa altro che metterlo in evidenza. Come ricordava qualche settimana Carlo Bastasin editorialista del Sole 24 Ore “un governo post-Monti dovrebbe comportarsi più o meno allo stesso modo del governo attuale”. Anzi “qualsiasi sarà il prossimo governo rischia di avere ancora meno margine di manovra” di quello appena defunto.

La pubblicazione dell’agenda Monti fa dunque ulteriore chiarezza su un punto, per chi non l’avesse ancora compreso o facesse finta: la ricusazione del fiscal compact – su cui costruire da subito alleanze concrete con i paesi mediterranei e tutti quelli in difficoltà nella Ue – è la vera discriminante programmatica su cui si giocano le prossime elezioni. E’ l’unica possibilità per ridare un senso alla politica, che consiste nello scegliere fra strade diverse e possibili. Altrimenti ce ne è una sola, quella già decisa a Bruxelles, quella che ci fa dire, dati alla mano, che l’Europa più che vittima della crisi lo è delle proprie politiche. Di questo bisognerebbe discutere – e difatti di questo si parla nei movimenti e nella sinistra in Europa -, invece di perdersi in discussioni astratte e vuote sul fatto se sia meglio stare al governo o all’opposizione, dando la sensazione di essere come l’ubriaco della barzelletta che cerca le chiavi perdute sotto il lampione semplicemente perché lì c’è luce.

Queste erano le osservazioni che sono andato facendo con sempre maggiore intensità dentro Sel, la comunità politica nella quale ho militato (non la chiamo partito, perché il primo a negare che lo sia o che lo debba essere è il suo leader). Debbo prendere atto che non hanno avuto successo. Sel ha finito per stringere un’alleanza che la subordina ai trattati vigenti e alle decisioni che a maggioranza verranno prese nei gruppi parlamentari. E’ ovvio che il pallino resta in mano al Pd. Ma soprattutto Sel ha messo da parte quello che pure era un impegno derivante dai documenti congressuali, ovvero la costruzione di una forza di sinistra autonoma, per quanto non isolazionista o testimoniale. Necessita perciò trovare altre strade, per quanto esse siano difficili e tutt’altro che sicure, rese ancora più ardue dall’incombenza della scadenza elettorale, con la consapevolezza che lasciare una comunità politica che si è contribuito a costruire fin dal suo inizio porta anche il segno di una sconfitta personale. Riconoscerla è già un passo avanti

Bussole impazzite

di Sandro Moiso - sinistrainrete -

“When you live out here in the middle of nowhere, it’s easy to get lost” (John Mellencamp)

L’avevamo annunciato qualche tempo fa che l’unica alternativa al governo Monti sarebbe stato un Monti bis. Previsione fin troppo facile, considerati gli sponsor nazionali ed internazionali dell’operazione. La diretta discesa in campo del salvatore della patria, però, sembra aver comportato alcuni problemi gestionali e logistici per quei partiti che sull’agenda Monti avevano cercato di ricostruire la loro credibilità politica ed istituzionale.

In particolare per il PD.
Anche questo era stato previsto nell’articolo pubblicato su queste pagine il 16 ottobre scorso (Dove stiamo andando), ovvero che il PD potesse essere vittima della stessa politica contraddittoria (“liberale” e di “sinistra”) che ha costituito il suo marchio di fabbrica negli ultimi vent’anni (indipendentemente dalla sigla utilizzata). Sicuro del trionfo del progetto liberal-riformista fino a pochi giorni prima della discesa in campo del professore, oggi Bersani si trova a fare i conti con la necessità di delineare meglio i caratteri del proprio progetto, ormai in nulla dissimile da quello proposto dall’economista bocconiano.
Per continuare a galleggiare nell’area di governo il partito della piadina romagnola dovrà liberarsi di ogni “copertura” a sinistra (Fiom) e rilanciare, come era facilmente prevedibile, il sindaco di Firenze a discapito dei “giovani turchi” di Fassina. Sì, lo so, vi sto annoiando con considerazioni sulle vicende di personaggi vicini alla nullità politica ed umana, d’altra parte questo è tutto ciò che il tempo attuale produce in Italia.
L’aggressività del grigio automa della finanza, però, nasconde non tanto un attacco alla sinistra (Monti non è così prevenuto o ingenuo da credere veramente che nel PD o in Sel vi sia anche solo il più pallido riflesso di una posizione di sinistra, anche soltanto riformista), quanto un più ampio attacco al sistema democratico-parlamentare italiano. Le lezioni valgono per tutti e l’invito a silenziare vale anche per il PDL e tutti gli altri.
Certo non ci strapperemo le vesti per questo, considerato che una delle pagine più belle della storia del Novecento è costituita, per chi scrive, dallo scioglimento della “democratica” Duma russa da parte degli “autoritari” marinai con la stella rossa nel novembre del 1917. No, in quel sistema non c’è nulla da difendere e non occorre abbassarsi al livello del populismo grillino per rilevarne la corruzione, l’inefficienza e la sostanziale inutilità, anche formale.
Il problema è chiedersi perché questo accade oggi, ad opera di uno “stimato” professore e del suo clan di ferventi sostenitori del liberismo più sfrenato e del predominio del settore finanziario su tutti gli altri settori dell’economia capitalistica.

Eppure tutto era già scritto, a partire dall’autentico colpo di stato in guanti bianchi che ha visto nell’autunno del 2011 la sostituzione autoritaria di un governo di allegri pirati e bucanieri con quello dell’autorità vera: quella delle banche e del sistema monetario e finanziario internazionale.

Un po’ come dire: “E’ finita l’era di Capitan Kidd, adesso entra in campo l’impero!”
Sappiamo tutti, infatti, quanto fu grande l’importanza della pirateria per la nascita e lo sviluppo del capitalismo inglese o del capitalismo tout-court. Adam Smith, che di queste cose si intendeva, vedeva nel pirata il prototipo dell’autentico self-made man. Però, una volta demolita la potenza spagnola e portoghese sui mari, intervenne l’autorità della monarchia inglese con il suo esercito e la sua marina militare per garantire continuità e direzione all’accumulazione originaria. Impiccando, prima di tutto, il povero Kidd*.
La massa di fessi che nell'autunno del 2011 salutò festosamente l’arrivo dei Professori proprio non seppe vedere, grazie soprattutto ai buoni auspici del PD, che un famigerato corsaro veniva sostituito da una macchina da guerra anti-proletaria e spietata che non avrebbe più concesso favori di nessun genere né agli elettori né, tanto meno, ai lavoratori. I briganti di strada venivano sostituiti dalle unità speciali delle SS naziste. Nel giubilo popolare e nel trionfo del masochismo divenuto pratica di massa.

martedì 18 dicembre 2012

Perche' in Europa non si fidano del PD.


snobbandobersanidi Aldo Giannuli. - megacip -
Non so se Monti ci starà a scendere in campo, di sicuro c’è che lui sarebbe di gran lunga la soluzione preferita in Europa: dalla Bce alla Merkel, da “The Economist” al Ppe e persino al socialista Hollande premono tutti perché scenda in campo, assumendo la leadership di una coalizione di centro. Il Cavaliere, ormai ridotto allo stremo, ha fatto una mossa abile facendo cadere Monti ed imponendo le elezioni a febbraio, ma questo non è bastato (né poteva bastare) a rimetterlo in corsa: come dice Ferrara, il ciclo berlusconiano è finito, anche se il vecchio può ancora tentare qualche scherzo da prete.
Dunque, qui il problema è se il Pd vincerà per assenza di qualsiasi avversario (visto che la coalizione del Cavaliere è comunque in liquidazione ed il centro di Casini, in quanto tale, non è competitivo) o se il Pd dovrà misurarsi con un avversario credibile, cioè la coalizione montiana. Dunque, le sollecitazioni europee significano che quegli ambienti non vogliono che vinca il Pd. Perché tanta ingratitudine, dopo che il Pd ha fatto tutto quello che gli si era ordinato di fare?
Forse perché temono che il Pd abbia un improvviso soprassalto di socialismo o azzardi qualche riforma sgradita al capitale finanziario? Nemmeno per sogno: lor signori sanno che a Bersani non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di fare qualcosa che possa dispiacere ai poteri forti e che le sue (rare) sparate sulla solidarietà sociale sono il ruggito del topo. Il problema non è questo. I problemi sono altri.
Primo: Bersani non è omogeneo alla cultura dei poteri finanziari e, per quanto si sforzi di capirne la lingua e di assecondarne i desideri, resta pur sempre un parvenu, un apparatnik antropologicamente estraneo a quel mondo. Ci sono dei “caminetti” intorno a cui ci si riunisce in 5 o 6 per decidere se occorre far passare il bailout per la Grecia o se bisogna intervenire e come sulle manipolazioni dell’Euribor, il che presuppone sia una preparazione finanziaria di base (e non siamo sicurissimi che Bersani la abbia) sia l’accesso ad informazioni molto riservate che vengono solo dalla antica appartenenza a certi salotti (e questo è molto meno probabile che Bersani la abbia). E non si può stare a spiegare all’ultimo venuto perché la Merkel non è d’accordo con Draghi. Semplicemente, Bersani non è in condizione di sedere alla tavola in cui si prendono quelle decisioni, che non capirebbe, pur non sognandosi di contraddirle.
Secondo: prima della crisi si poteva anche tollerare un governo alla Prodi attraversato da interminabili discussioni e con tempi biblici per approvare questa o quella “riforma”, ora i ritmi sono quelli che ha avuto Monti in questi 18 mesi: “riforma” delle pensioni (cioè bastonata storica ai pensionandi) in poche settimane e giusto perché abbiamo un Parlamento bicamerale perché se fosse per loro basterebbe un decreto legge con conversione immediata ed automatica. Non è che Bersani penserebbe mai di disobbedire e fare una “riforma” meno onerosa per chi va in pensione (per carità!), solo che pretenderebbe di fare il teatrino della “concertazione”: chiamare la Confindustria, la Cgil, la Cisl, la Uil, l’Arci, la filodrammatica di Legnano, le femministe di Pesaro… Fare un diluvio di riunioni, poi stare a sentire Renzi, mediare con gli emendamenti di Vendola, telefonare a Casini ecce cc. Per poi fare esattamente quello che l ‘”Europa” comanda. Ma ormai l’ “Europa” (cioè quella associazione a delinquere fra banchieri, tecnocrati, ministri e faccendieri che va sotto questo nome) non tollera tutto questo, perché la “riforma” non solo la vuole esattamente in quel modo e senza l’emendamento più innocuo e di facciata che si possa immaginare, ma la vuole anche subito, possibilmente per la prossima settimana. Bersani rappresenta una cultura politica che -solo nelle liturgie- conserva le forme del sistema di governo parlamentare, una cosa che i mercati finanziari guardano con disgusto come il rottame di una diversa epoca.
Infine, sulla sinistra grava il ricordo dei precedenti governi Prodi, D’Alema, Amato, segnati da liti continue, gelosie di pollaio per conquistare un attimo di “visibilità”, inconcludenza e pasticcioneria. Non è un buon biglietto da visita. Nella “costituzione materiale” europea (che ormai conta assai di più delle neglette costituzioni formali nazionali) per il Pd è previsto un ruolo di “opposizione di Sua Maestà” mentre è esclusa sia l’ipotesi che possa essere una forza di governo sia che possa fare opposizione vera.

sabato 15 dicembre 2012

L'anno perduto tra Berlusconi e Monti.

di Rossana Rossanda - sbilanciamoci -

È bastato che Silvio Berlusconi si riaffacciasse sugli schermi, col volto mal tirato in su – ci sono limiti, non fosse che d’età, al rifacimento dei tratti – perché l’Italia corresse a rifugiarsi sotto l’ala di Mario Monti. O l’uno o l’altro, tertium non datur. Non sono la stessa cosa, come suggerisce Alberto Burgio, anche se la rotta che indicano è sempre “a destra tutta”, ma da tempo gli italiani sembrano disabituati a pensare che la distinzione fra destra e sinistra abbia ancora senso. Oggi non ci sarebbe che “quella” rotta, indicata dalla prevalenza del finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino, assai pudicamente corretta dal recente vertice europeo – ma la strizzatina d’occhio agli evasori fiscali, il primato agli interessi privati come metodo di governo e di vita, qualche battuta antieuropea e finto popolare – “lo spread? chi era costui? – un certo plebeismo considerato spiritoso si riconosce in Berlusconi come in Grillo e simili. Non hanno del tutto torto all’estero a vederci come una perpetua commedia dell’arte, Pulcinella o Arlecchino vincenti sulla stoltezza altrui. E quella metà della gente che non predilige la furbizia si rivolge a una figura che appare più frequentabile per costumi e decenza.


Stiamo perdendo troppo tempo. Tertium non datur perché non esiste una sinistra sufficientemente forte per darsi una politica convincente e diversa dal rigore. Eppure non è cadere dalla padella del cavaliere di industria nella brace del liberista tutto d’un pezzo. Sono ormai tante le voci degli esperti che avvertono: su questa strada l’Europa del sud sta cadendo in un buco sempre più profondo, in una crisi di società sempre meno agibile. Si ha un bel rosicchiare sulle spese pubbliche, anche con più energia ed equità di Monti, finché non ci sarà una svolta nell’economia l’impoverimento del novanta per cento della gente continuerà fino a limiti insostenibili. Già lo sono: la percentuale dei disoccupati nel continente, più che raddoppiata per i giovani in cerca di impiego, pesa come un macigno. Attorno ai quattro milioni dichiarati in Francia e più che presunti in Italia, con almeno altrettanti precari e lavoro al nero, specie di donne e stranieri, è meta delle forza di lavoro che vacilla o già si trova sotto il livello di povertà. La spugnosità dell’Italia degli anni ’70 e ’80 non esiste più, lo scarto fra redditi da lavoro e da patrimonio, mobiliare o immobiliare, svolazzante sui mercati mondiali, si è invertito a favore dei secondi e non c’è traccia della lucetta che Monti diceva di intravvedere già in fondo al tunnel. Gli indici di crescita dell’Europa, già assai bassi, non accennano che a diminuire e perfino il Fondo Monetario Internazionale avverte: attenti, se non crescete state andando nel baratro.
E non si tratta di piccoli raggiustamenti. Occorre mettere un freno alla caduta produttiva e conseguente impoverimento dei più per ricostituire una crescita – altro che lo schema argentino, il cui esile fiato sta finendo. In verità c’è dovunque un correggersi delle previsioni, anche la Cina cresce meno di alcuni anni fa, il volto economico del mondo è tutto un fremito di varianti. Ma non è pensabile di salvare l’Europa e la sua moneta attraverso alcune sagge manovre della Bce in presenza di un permanente calo delle merci da produrre e vendere fuori dal paese e dell’esercito salariato che le produce e le acquista: non occorre essere un economista per capirlo. Occorrerebbe tagliare qualche artiglio di più alla finanza, restaurare qualche controllo sul movimento di capitali (come ha spiegato Andrea Baranes), contrattare, possibilmente assieme agli altri paesi del sud in via di soffocamento, un ragionevole rinvio del debito, se non la sua quantificazione, e ristabilire un potere politico sulle politiche economiche. È insensato che l’Europa si sia privata di tutte le sue più importanti capacità produttive dell’acciaio (ed era un bene costruito con i soldi pubblici) per venderle al miliardario indiano Mittal, il quale adesso chiude alcuni altiforni conservando le produzioni di acciai ad alto valore aggiunto, senza che gli stati possano difendere i lavoratori messi per strada, la cui assistenza come disoccupati ricadrà su di loro. Il tutto in attesa che la mano invisibile del mercato, socialmente cieco, offra chissà quando e dove un impiego. Balorda l’idea che il continente potesse spogliarsi impunemente delle risorse strategiche – l’acciaio non è una merce optional. E chi rappresenta i lavoratori dell’acciaio o dell’automobile rimasti senza lavoro? Chi ha le possibilità di cambiarne le condizioni? Perfino la Germania comincia ad ansimare.

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