Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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giovedì 25 aprile 2013

«Pd un po’ peggio del Pasok»

 
«Pd un po’ peggio del Pasok»

- ilmanifesto - 

di Daniela Preziosi -
Quando alla direzione Pd Matteo Orfini pronuncia la parola «paletti» si alza un vocìo spazientito. Lui insiste: meglio «condizioni»? Comunque: «Sarebbe un errore se il Pd non si assumesse le sua responsabiltà, se vuole essere un partito. Il documento è una cessione di responsabilità». I paletti di Orfini sono tre e servono al Pd «per reggere politicamente»: governo di innovazione, capacità di interloquire con la società e possibilità di sfidare a 360 gradi il parlamento. Tradotto: fuori i 5 stelle e la sinistra sfrantumata fra sfiducia e astensionismo si allontanerà ulteriormente dal Pd arreso a Napolitano e al Pdl. Per questo bisogna fare ancora un tentativo per coinvolgere i 5 stelle. Ma il Pd dei nuovi-vecchi dirigenti post-bersaniani questo discorso non lo vuole sentire mai più: premi il comando cancella, via tutto il vocabolario bersanese, lo «scouting», il «giaguaro», la «ditta».
Poco dopo Stefano Fassina, altro ‘turco’ che però ha detto sì a Franco Marini al Colle, ritenta: «Paletti non ne possiamo mettere, possiamo dare qualche suggerimento. La nostra delegazione non consegnerà un comunicato, interloquirà col presidente». Ma è una speranza mal riposta, lo sa bene. Alle 6 e un quarto dal Nazareno, la sede del Pd, partono Letta, Speranza e Zanda, la delegazione che consegnerà il Pd a Napolitano, in obbedienza alle condizioni che lo stesso presidente ha messo per accettare il rinnovo del mandato. Il documento, cioè la bandiera bianca, è approvato con un mare di sì, 14 astenuti fra turchi (Fausto Raciti, Andrea Orlando, Fassina alla fine vota sì), e prodiani (Rosy Bindi, Sandro Gozi e Sandra Zampa). Si astiene il dalemiano Stefano Esposito. Sette no, fra loro Walter Tocci, che negli ultimi mesi non ha risparmiato critiche a Bersani. Ma è un bottino magro. E il lettiano Francesco Boccia esulta: «Andiamo da Napolitano a dire che saremo con lui e gli daremo la nostra delega per riformare dalle fondamenta questo paese».
Il Pd rovescia la linea politica della campagna elettorale e dei 55 giorni di «tentativo Bersani»; va oltre il muro delle larghe intese senza passare per un congresso, né per un’assemblea nazionale, né per un referendum della base, istituto messo a statuto ma mai regolamentato, per interdirne l’uso. La sinistra interna ne esce acciaccata. «In questo momento dobbiamo ritrovare l’unità e consentire che nasca un governo, è in gioco il paese e il futuro di tutta la sinistra. Non possiamo fare subcomponenti né accodarci a Grillo. Ci metteremo la faccia. Il problema è che ce la metterà anche il Pdl. E il rischio per noi è altissimo», riflette Fassina. Due giorni fa è stato contestato per strada. Allora ha postato un invito su facebook: «Mi piacerebbe incontrare quanti mi hanno insultato. Vorrei provare a ascoltare le loro ragioni, e raccontare le mie». Hanno risposto in quattro. Appuntamento martedì prossimo. Lui, ormai ex responsabile economico Pd, ha passato gli scorsi 16 mesi opporsi alla politica economica del governo Monti. Adesso si ritroverà a votare con il Pdl di Brunetta.
Intanto in giro per l’Italia si moltiplicano i malumori Pd per lo più targate giovani democratici. «C’è un po’ di tutto fra loro», spiega Fausto Raciti, deputato e segretario della giovanile. «Chi era contro Marini, chi contro un governo con Berlusconi. È un segno di vitalità». «Comunque da ora la faccia su queste scelte ce la metterà qualcun altro», ragiona Orfini. In questi giorni si è sottoposto a un vero tour de force mediatico per spiegare e spiegare: perché no a Rodotà, perché sì a Napolitano. Stagione finita. Fuori dal Pd, ormai all’opposizione, Sel corteggia Barca e Cofferati in una rifondazione della «sinistra di governo», accelerando le pratiche per aderire al Pse. «Per me il no al governo con il Pdl resta», ma mai dire scissione: «Non usciremo dal nostro partito, nessuno si illuda», avverte Orfini. Martedì aveva proposto Renzi a Palazzo Chigi. Il sindaco di Firenze aveva detto sì. Napolitano e Berlusconi hanno detto no. Nulla di fatto. E però ormai renziani e dei giovani turchi si avviano al congresso su strade convergenti. Ma prima deve passare la lunga nottata del governissimo. «Vediamo che governo sarà. Se sarà con il Pdl voteremo no nei gruppi. In aula ci adegueremo alla maggioranza. Fatto questo, dovremo darci una gestione collegiale. Enrico Letta non ci garantisce. E subito dopo si va a congresso». La linea del Pd è cambiata di 180 gradi. E di tutto il programma della campagna elettorale il bilancio è «un’Italia un po’ meglio della Grecia, un Pd un po’ peggio del Pasok», ovvero il partito che a Atene governa con il centrodestra di Nea Demokratia.
Il Manifesto – 24.04.13

giovedì 8 marzo 2012

Verso il 9 marzo. Intervista a Giorgio Cremaschi: "Il Pd come il Pasok, perde sulla ragione sociale"

di fabio sebastiani - controlacrisi -
In queste ultime settimane l’iniziativa della Fiom, spostata per ben due volte, si è andata caricando di significati molto precisi, per lo più politici…
C’è stata inizialmente una discussione all’inizio di gennaio sull’alternativa tra manifestare di sabato o fare lo sciopero il venerdì. Una serie di eventi hanno portato allo sciopero. Sia per i suoi motivi che per il contesto degli altri elementi politici e sociali – dinamiche in cui le lotte dei metalmeccanici hanno finito per calarsi sempre con puntualità – l’iniziativa traguarda una prospettiva più vasta. Questa manifestazione è parte ed è collocata dentro un risveglio di mobilitazione, di lotta e di presa di coscienza contro Monti e quello che rappresenta. Dopo la gelata e l’impotenza degli scorsi mesi il movimento torna protagonista. La Fiom ha assunto questi significati così come la lotta della Tav. Il significato generale della lotta contro la Tav è l’esatto opposto di una lotta Nimby. Nymbi è Monti che segue interessi particolari. La lotta contro la Tav ha riscosso il consenso di tanti e tante in tutto il paese perché è la lotta contro lo strapotere della lobby finanziaria. E’ lo stesso segno che ha avuto la lotta della Fiom contro la Fiat. Ha agito lo stesso meccanismo di identificazione generale. Riguarda cose concrete ed è anche il “No” che indica una via di uscita dalla crisi, di segno nettamente contrario a quella che ci propone Monti basata sul supersfruttamento dell’uomo e della natura. Dopo il periodo di pesante passività e del disastro sulle pensioni, di cui solo adesso cogliamo la portata - infatti l’Unione europea può vantare che da noi c’è il sistema pensionistico più brutale d’Europa – si apre una fase nuova.

Chi sono i passivi in questa fase?
La passività sindacale di Cgil Cisl e Uil, devo dire, continua sull’Articolo 18. La passività politica e il conformismo di palazzo continuano, ma comincia ad esserci un risveglio.

Ecco, appunto nuova fase. Come sta interpretando la Fiom quella tu chiami una nuova fase?

Penso che, per usare un vecchio termine, la manifestazione della Fiom è un elemento necessario ma non sufficiente. Il punto di fondo che la Fiom da sola non può affrontare è uscire dalla dimensione delle singole vertenze e costruire una vera opposizione e alternativa a Monti e a tutto ciò che lo ispira. Da questo punto di vista vedo come appuntamento decisivo la manifestazione “No debito” del 31 marzo a Milano. Un fronte comune contro quel governo economico della crisi che è lo stesso ovunque. Marchionne ha detto che di Monti gli piace tutto. E credo che in questo sia ricambiato. Siamo passati da Berlusconi che in qualche modo rappresentava un elemento regressivo e caricaturale a un governo che rappresenta la destra europea nella sua forma più limpida e pura. Quella che oggi usa la crisi per una drammatica ristrutturazione delle aziende in Italia e in Europa pensando che con la privatizzazione ulteriore si possa uscire dalla crisi e ripartire. Penso che questa ricetta sia fallimentare nel tempo, però è quella che stanno usando da per tutto. La differenza da Berlusconi è che con lui ci potevamo permettere di essere provinciali, con Monti non possiamo più. Ovvero bisogna andare al nodo della crisi del capitalismo. La costruzione di un fronte alterativo a quello di Monti.

Dicevi, destra europea. E il centrosinistra italiano?

Il Pd è dentro questa crisi. E’ messo come il Pasok greco che in questa situazione sta semplicemente perdendo la sua ragione sociale. La sua è una funzione di partito di centro che sostiene Monti. Monti in Europa si è espresso per la conferma di Sarkozy contro Hollande che chiede di ridiscutere la politica economica della destra europea. Il Pd, che in Francia sostiene Hollande e Sarkozy in Italia, non è più in grado di rappresentare una idea politica. Non si può trasformare in giochini politici la crisi di scelte che ha questo partito. Il fatto che non vengano alla manifestazione della Fiom è la loro debolezza. Non c’è dubbio che chi sarà in piazza in parte è nella maggioranza dell’elettorato del Pd. Il non venire è l’inizio della crisi.

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