Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 15 novembre 2012

"No austerity", il 'Rise up' dell'Europa comincia dal Sud. Più di un milione in piazza

Autore: fabio sebastiani
        Oltre 300 mila studenti, in tutta Europa scesi in piazza a fianco dei lavoratori e dei sindacati, (secondo le stime dell'associazione Rete della conoscenza) più di venti manifestazioni organizzate in 27 paesi, con quattro scioperi generali (Italia, dove a dichiararlo sono stati anche i Cobas, Spagna, Portogallo e Grecia), diverse centinaia di migliaia di persone, solo in Spagna, che hanno fatto sentire la loro voce. E’ un primo bilancio della giornata dello sciopero europeo contro la crisi e le politiche di austerità. I lavoratori, sottolinea la Ces, stanno pagando "a caro prezzo" crisi e rigore: "25 milioni di europei non hanno lavoro. In alcuni paesi il tasso di disoccupazione giovanile oltrepassa il 50%. Il senso di ingiustizia è diffuso e lo scontento sociale sta crescendo", avverte nel suo manifesto.
In Italia la partecipazione è stata molto ampia. Cortei e sit in si sono tenuti in oltre 100 città. La partecipazione allo sciopero, indetto anche dai Cobas, è stata del 50% (dati Cgil). Nonostante scontri e tafferugli con la polizia a Milano, Torino, Genova Padova e Roma è stata una bella giornata di lotta. Lanci di uova contro le banche in quasi tutte le città coinvolte. Particolarmente cruente le cariche a Roma dove un enorme corteo degli studenti ha tentato di raggiungere il Parlamento: oltre 140 le persone identificate e piu' di 50 i fermati. Oggi, giorno dei processi per direttissima, è prevista una assemblea all’Università La Sapienza. A Pomigliano alcune migliaia di persone hanno partecipato al corteo della Fiom. Il segretario del Prc, che vi ha partecipato insieme a Vendola, Di Pietro e De Magistris, ha denunciato le pressioni dell'azienda per non far partecipare i lavoratori allo sciopero.
A Bruxelles le proteste sono iniziate davanti alle ambasciate di Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro, dove la gente si è riunita prima di spostarsi davanti a quella della Germania, contro cui sono state lanciate uova. 'Armati' di fischietti, bandiere e striscioni 'anti-austerity' in diverse lingue, si sono poi ritrovati davanti alle sedi della Commissione e del Consiglio Ue. Proprio alla Commissione Ue, una delegazione dei sindacati belgi guidata dal segretario generale della Ces, Bernadette Segol, ha consegnato un simbolico 'premio Nobel per l'austerity'. Insieme un boomerang con la scritta 'L'austerità vi ritornerà in faccia!'.
La Spagna è stata invasa nella serata di ieri da una vera e propria marea umana (Madrid). Al mattino era invece scattato lo sciopero generale con una partecipazione pressoché totale. Purtroppo la repressione del Governo e della polizia si è fatta sentire. La polizia spagnola ha sparato proiettili di gomma e usato manganelli per disperdere centinaia di manifestanti nel centro di Madrid, dove ci sono stati scontri e cariche. Almeno 118 fermi e 74 feriti, dei quali 43 agenti. Tra i feriti c'e' anche un ragazzino di 13 anni colpito da un agente con un manganello alla testa e ripreso sanguinante dalla tv catalana. La sua foto ha fatto il giro del web. Anche una giovane, sui vent'anni, intervenuta a soccorso del ragazzo, e' stata a sua volta colpita col manganello dalla
polizia. In serata ci sono stati scontri fra polizia e manifestanti nelle zone adiacenti la sede del Parlamento, fra la Carrera de San Jeronimo e Plaza Neptuno.
Nella piazza, dopo il corteo di protesta che ha visto la partecipazione di diverse centinaia di migliaia di persone, i manifestanti erano convocate dal coordinamento del 25-S 'Rodea el Congreso' e dal Movimento degli indignados del 15-M, per una veglia notturna davanti la sede istituzionale, e per chiedere le dimissioni del premier e del governo. Gli agenti in assetto antisommossa hanno caricato per disperdere un gruppo di manifestanti che aveva abbattuto una delle transenne Scontri e incidenti anche in Plaza Catalunya, a Barcellona, dopo il corteo di protesta convocato dai sindacati.
A Lisbona ampia adesione allo sciopero generale contro le misure di austerity ed i tagli alla spesa sociale in Portogallo dove la mobilitazione, iniziata la sera del giorno prima, ha paralizzato soprattutto i trasporti. Negli scontri seguiti alla manifestazione 48 persone sono rimaste leggermente ferite (di cui 27 manifestanti e 21 poliziotti).
Ad Atene hanno sfilato quasi in diecimila. Il corteo è stato pacifico. Tanti gli slogan e le immagini, una in particolare sta facendo il giro del mondo: una donna di mezza età dimessa e a testa bassa, che cammina innalzando un cartoncino bianco con la scritta 'Ho paura della fame, mio Dio', che sta diventando il simbolo della disperazione dei greci.
In migliaia sono scesi in piazza anche a Londra, Parigi e Berlino.Le proteste contro il rigore non sono state molto sentite in Germania. Tuttavia, senza raggiungere i grandi numeri registrati altrove, la gente è scesa in strada in diverse città tedesche. Davanti alla Porta di Brandeburgo si sono radunate diverse centinaia di persone, con slogan di solidarietà per i Paesi del Sud Europa.

O con il pd o con la rivolta.

di FRANCESCO PIOBBICHI         
L' Europa è oramai uno continente autoritario a ideologia liberista nel quale ogni forma di contestazione al comando finanziario viene schiacciata con la repressione feroce della polizia. Nulla è più come prima, lo si capisce anche guardando alla Spagna dove al crescere della protesta e della sua organizzazione aumenta la repressione. Del resto se si pensa a come le classi dominanti gestiranno l'attuazione del rigore di bilancio per i prossimi venti anni, l'immaginazione non troiva spazio.
Ieri ero in piazza con gli studenti, sono stato con loro fino alla fine, cioè fino a quando siamo riusciti a scappare dalla morsa di Viale Trastevere dove la polizia ci aveva di fatto rinchiusi. Non è la prima volta che la polizia manganella i “book block”, ma questa volta la carica è stata lunghissima, profonda e continua. Quella carica della polizia è la metafora di questo paese, chi vuol protestare sotto i palazzi del potere deve essere spinto all'esterno, la sua voce non si deve sentire, la sua rabbia non può essere accolta. Non c'è mediazione, la democrazia viene separata dagli interessi del capitalismo. Ironia della sorte, ieri vicino a quella piazza del Popolo irraggiungibile per gli studenti, si svolgeva l'incontro semi segreto del gruppo Bildeberg con la presenza di molti politici italiani. Le classi dominanti, responsabili della crisi vengono insomma ben accolte e ascoltate, mentre chi la crisi la subisce è spinto ai margini. Mentre scrivo questo articolo sento in TV l'ultimo discorso di Mario Draghi, annuncia che i governi dovranno dimostrare ai mercati di essere credibili e dovranno farlo per un lungo periodo con l'attuazione del patto fiscale ( Fiscal Compact). Un messaggio chiaro, su cui quanti pensano che con Bersani premier si apriranno spazi per le classi popolari, dovrebbero riflettere. Gli studenti questo discorso lo hanno capito molto di più di quanto si pensi, perchè sanno cosa li aspetta. A differenza delle altre volte infatti la composizione sociale di questa manifestazione segnala delle novità: studenti medi più numerosi degli universitari, ed una presenza consistente dei figli della periferia romana che hanno manifestato una maggiore radicalità. “One solution, revolution!”, gridavano, uno slogan questo che non mi capitava di sentire da parecchio nei cortei. Mi ha colpito molto la determinazione e la radicalità di questi ragazzi. Se a Ostia la mobilitazione in queste settimane è stata più consistente del centro metropolitano qualcosa vorrà pur dire. Forse vuol dire che siamo dentro ad un nuovo movimento di contestazione all'Austerity. I giovani delle periferie dei Pigs, ci hanno detto che dentro la gerarchizzazione del lavoro in Europa, loro non vogliono essere il bacino di forza lavoro disciplinato a bassi salari, ci dicono che non vogliono fare la fine delle loro madri e padri, disoccupati e precari a vita. Questo movimento va nella direzione opposta a quello che abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, e non vede ( giustamente ) nessun Governo amico, tanto più se questo è fatto con gli amici di quelli che oggi sostengono Monti e firmano una carta d'intenti che prevede il rispetto e l'obbedienza ai diktat della Merkel, mi riferisco ad esempio ai Fantastici 5. Ieri a Pomigliano un cartellone dei centri sociali lanciava un chiarissimo messaggio a chi pensa di dire parole di sinistra per andare a destra, “O con il PD o con la rivolta”. Ognuno scelga da che parte stare.

martedì 6 novembre 2012

Grecia, sciopero di 48 ore contro il rush finale del pacchetto di austerità

Autore: fabrizio salvatori  - controlacrisi -
I Greci incrociano le braccia a partire da stamattina per uno sciopero generale di 48 ore contro il nuovo pacchetto di misure di austerità che dovrà essere votato domani dal Parlamento.
Nel centro di Atene sono previste numerose manifestazioni di protesta, che nelle occasioni precedenti si sono sempre concluse con scontri, anche violenti, davanti ai palazzi delle istituzioni. Ieri nella capitale e nelle altre città si erano già fermati i trasporti pubblici, taxi compresi. Oggi si associano anche i marittimi e i controllori di volo per tre ore. Scioperano anche i giornalisti, mentre gli ospedali garantiranno solo i servizi di emergenza. Il pacchetto di tagli previsto dal governo di Atene dovrebbe portare a un risparmio di 13,5 miliardi di euro entro il 2016. L'approvazione di questo pacchetto e della legge di bilancio 2013, che sarà sottoposta al voto domenica, sono due passaggi chiave per sbloccare la tranche di aiuti da 31,5 miliardi di euro da parte dell'Fmi e dell'Unione europea.Il pacchetto, secondo la maggior parte degli osservatori politici, dovrebbe essere approvato con una risicata maggioranza che - grazie a defezioni e franchi tiratori -potrebbe pericolosamente ridursi addirittura tra i 157 e i 153 voti (la maggioranza e' di 151 voti su 300 seggi). Sulla carta il governo Samaras (sostenuto da Nea Dimokratia del premier, dal socialista Pasok guidato da Evangelos Venizelos e da Sinistra Democratica (Di.Mar) di Fotis Kouvelis) dispone di 176 seggi. I 16 deputati del Di.Mar hanno gia' fatto sapere che saranno in aula pero' si asterranno dal voto. Nea Dimokratia ha 127 deputati che votano compatti, ma quasi la meta' dei 33 parlamentari del Pasok la scorsa settimana si e' ammutinata e ha votato contro un ddl per la privatizzazione delle aziende statali. Venizelos, che appoggia le misure di austerita' anche se contrarie all'ideologia del suo partito, ha minacciato che espellera' dal Pasok coloro che voteranno contro il pacchetto. Secondo i giornali dovrebbero essere 26 i deputati del Pasok che approveranno il pacchetto di austerita', ma ripensamenti e sorprese sono sempre possibili. Samaras, dal canto suo, continua a promettere che queste misure - che si aggiungono alla serie cominciata nel 2010 e che ha prodotto oltre due milioni di disoccupati e la chiusura di circa 68.000 piccole e medie aziende - saranno le ultime ma sono ormai in molti a non credergli. "E' piu' facile credere a Babbo Natale che credere che queste saranno davvero le ultime", ha commentato scettico Euclid Tsakalotos, deputato del partito Syriza.

venerdì 5 ottobre 2012

20 ottobre a Roma per il lavoro
121005scioperodi Loris Campetti - ilmanifesto -
Hanno svalorizzato il lavoro, grazie all'impegno sistematico di più governi che si sono passati il testimone. Hanno svalutato i salari e le pensioni, mentre era in atto una riduzione drastica del welfare. Il futuro di ormai ben più di una generazione di giovani è stato sequestrato. Così la crisi e chi la pilota, oggi, «ha la meglio» persino sui bisogni primari delle persone. Automaticamente le conseguenze del disastro vengono scaricate sui poveracci che non hanno né stock option né suv pagati dalla collettività per sopportare le valanghe di neve della Città Eterna. E sembra a troppi persino normale che in queste condizioni si pretenda da chi ancora un lavoro ce l'ha, magari cassintegrato o precario, di rinunciare ai suoi diritti perché oggi come oggi non ce li possiamo permettere. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, persino di De Benedetti che scopre che le promesse di Marchionne erano favole.
Anzi, lui l'ha sempre saputo, ci ha fatto sapere quando l'amministratore delegato Fiat ha tolto la maschera che aveva solo per chi non voleva guardarlo in faccia: peccato che il suo impero editoriale non abbia brillato nello smascheramento della favole e nel sostegno degli operai di Pomigliano e Mirafiori.
Senza investimenti, senza un progetto di politica economica e sociale all'altezza della crisi, il lavoro scompare e l'incertezza domina la vita di decine di milioni di persone. Fiat, Alcoa, Ilva sono solo i titoli del disastro sociale, ambientale e democratico. Dall'isola dei cassintegrati al campanile di San Marco c'è chi tenta di resistere pretendendo un cambiamento delle politiche del governo, non possiamo lasciare soli questi lavoratori.
La manifestazione indetta dalla Cgil e dalla Fiom per il 20 ottobre a Roma dei dipendenti di tutte le aziende in crisi, con la partecipazione di chi non riesce più a vivere con una pensione sterilizzata, è un passo positivo e importante per non lasciare soli i target del montismo, che siano in tuta o in camice, e possiamo aggiungere per non lasciare sola la Fiom che troppo a lungo sola si è trovata, in una lotta durissima contro la filosofia di Marchionne e il marchionnismo dilagante persino tra i candidati alle primarie del Pd e tra troppi sindaci democratici. Piazza San Giovanni è una buona piazza, una piazza che può dare fiducia e rappresentare il primo di una serie di appuntamenti per restituire voce e protagonismo ai lavoratori, ai pensionati, ai precari, ai disoccupati.
L'appuntamento successivo dovrebbe essere lo sciopero generale nazionale, inopportunamente cancellato dall'agenda della Cgil: non si tratta di fare ginnastica, di autoconfermarsi, di agitare bandiere sbiadite ma di togliere il tappo a un paese tramortito e troppo a lungo zittito, ma non ancora piegato alle leggi del dio mercato. Una grande manifestazione in piazza San Giovanni e poi uno sciopero generale per dire che c'è un'altra Italia oltre a quella liberista che ci comanda per interposto governo e oltre a quella dei suv, delle vacanze ai Caraibi, insomma un'altra Italia da quella dei ladroni e dei padroni.

lunedì 23 aprile 2012

Negli Usa torna lo sciopero generale

- ilmegafonoquotidiano -
Dopo 66 anni, lanciato per il prossimo primo maggio da Occupy Wall Street, torna lo sciopero generale negli Stati Uniti, dove è vietato per legge. Stanno tuttavia circolando molti manuali, rivolti ai lavoratori stabili e precari, che illustrano i tanti modi per partecipare

Felice Mometti
Come andrà nessuno può dirlo. Nessuno è in grado di dirlo. Lo sciopero generale del 1° maggio indetto dal movimento Occupy americano è una novità assoluta per le forme che assumerà e per il modo in cui è stato costruito. Dopo 66 anni, dallo sciopero di Oakland del 1946, si parla di nuovo di sciopero generale. C'è voluto un movimento che ha terremotato lo scenario politico e sindacale statunitense, che da settembre ad oggi ha retto vari tentativi per isolarlo, reprimerlo, addomesticarlo. E i tentativi sono stati davvero molti e molto insidiosi. Dalla repressione su vasta scala operata in modo coordinato dai Dipartimenti di polizia di varie città - sostenuta nei fatti anche dall'Amministrazione Obama - con migliaia di arresti, sgomberi, minacce, sospensione di elementari libertà democratiche alla politica ammiccante di alcuni settori del Partito Democratico per cooptare il movimento all'interno dei luoghi istituzionali.
Sono stati mesi difficili, soprattutto gli ultimi, in cui la pressione politica, gli attacchi repressivi - mai venuti meno - e il circuito mediatico mainstream hanno cercato in tutti i modi di azzerare le legittime aspirazioni di un movimento che vuole cambiare radicalmente la società americana. E' il caso anche dell'azione concertata tra Partito Democratico e sindacati, molto attivi nello sminuire e ingabbiare qualsiasi lotta in vista della campagna per la rielezione di Obama. Il quale non sta facendo altro che rispolverare le promesse, non mantenute, fatte alle scorse elezioni. Lo sciopero del 1° maggio rappresenta quindi un test molto importante per la vitalità e la capacità di incidere del movimento. Allo stato attuale sono previsti blocchi, picchetti, manifestazioni in 120 città degli Stati Uniti. L'attenzione è però concentrata sulle mobilitazioni della West Coast del nord (San Francisco, Oakland, Seattle), di New York e di Chicago. L'appello di Occupy Oakland di dare vita a una giornata intera di mobilitazione, con vari appuntamenti, che inizia alle 6 del mattino con il blocco del Golden Gate, il lungo ponte che collega San Francisco al resto della Bay Area, sta funzionando un pò come modello di riferimento. A New York sono previste tre manifestazioni, di cui solo una autorizzata, e un'intera giornata di picchetti davanti a banche e società finanziarie. Il 1° maggio di Chicago sarà invece l'inizio di tre settimane di mobilitazioni che arriveranno a contestare anche il vertice della Nato che si svolgerà in quella città il 20-21 maggio.

sabato 14 aprile 2012

Cinque mesi di sciopero e di resistenza contro un Marchionne greco

marco zerbino - controlacrisi -
Una storia di Grecia che spiega come si possa resistere insieme all'arroganza dei padroni, di come i padroni siano uguali in ogni parte del mondo, di come si possa tornare a essere classe

Quando l'autobus mi lascia sul ciglio della superstrada che collega Atene al Peloponneso non posso fare a meno di pensare che, visto da qui, il crollo dell'apparato produttivo greco di cui tanto parlano i giornali appare poco credibile. Sono nel mezzo dell'Attica occidentale, e la zona industriale di Aspropyrgos mi si presenta di fronte agli occhi disseminata di fabbriche: i tanti capannoni, incuranti dei dati macroeconomici, continuano a scintillare sotto il sole e sembrano non volerne proprio sapere di farsi da parte. Se tutte le mattine vi entrino dei lavoratori, e se tutti i giorni ne escano delle merci, non saprei dire. Di lavoratori, questo è certo, ne trovo parecchi di fronte all'ingresso di Halyvourgia Ellados, la fabbrica siderurgica che raggiungo in compagnia del photoreporter greco Kostas Kallergis dopo pochi minuti di cammino. Kostas ha gentilmente accettato di farmi da interprete, e il suo aiuto si rivelerà prezioso per comprendere le dinamiche di una vicenda, quella di un'azienda i cui operai sono in sciopero da più di cinque mesi, che ha assunto un valore paradigmatico tanto dal punto di vista dell'atteggiamento tenuto dalla classe imprenditoriale greca durante la crisi, quanto da quello della resistenza messa in campo dai lavoratori.

«Tutto è cominciato a fine ottobre, quando Nikos Manesis, il proprietario di Halyvourgia, ci ha sottoposto un accordo», mi spiega Thanasis, un operaio fra i più attivi nel sindacato di fabbrica. «In sostanza, si trattava di un vero e proprio ricatto: avremmo dovuto accettare di lavorare per cinque giorni la settimana e per cinque ore al giorno, con un taglio allo stipendio del 40%. Quindi, da 800 euro, di punto in bianco avremmo cominciato a guadagnarne 500. In caso di rifiuto, Manesis minacciava di licenziare 180 dipendenti su un totale di 380». Una volta messi al corrente della proposta della proprietà, i lavoratori di Halyvourgia si sono riuniti in assemblea, decidendo di rifiutare l'accordo e di rispondere con lo sciopero ad eventuali licenziamenti. «La scelta di respingere il ricatto è stata il frutto di una decisione unanime di tutti i lavoratori», prosegue Thanasis. «Il padrone ha poi cominciato a licenziare, ed è per questo che siamo entrati in sciopero. Una decisione confermata da ben dodici assemblee generali che abbiamo tenuto finora». Da quando è iniziata l'astensione dal lavoro, Manesis ha infatti dato il ben servito a diversi operai, meticolosamente scelti fra i più combattivi e sindacalizzati. «La legge greca consente al datore di lavoro di mandare a casa ogni mese non più del 5% del numero totale dei dipendenti dell'azienda. La soglia era del 2% fino al 2010, ma è stata alzata per effetto del primo accordo stipulato dal governo greco con Ue, Bce e Fmi nel maggio di quell'anno. Manesis, fin dall'inizio del nostro sciopero, si è sempre avvalso di questa facoltà». È anche per questo, forse, che i lavoratori di Halyvourgia non si stancano di ripetere che il loro caso rappresenta una traduzione pratica dei memorandum di intesa fra lo stato ellenico e la Troika.

giovedì 5 aprile 2012

"Il debito non lo paghiamo". In Irlanda è rivolta fiscale

di fabio sebastiani - rifondazionepioltello -
In Irlanda è rivolta fiscale. Migliaia di irlandesi sono scesi in strada sabato per protestare contro le nuove misure di austerità e i rincari fiscali. E la nuova tassa sulla casa è stata rispedita al mittente da metà della popolazione.

La corda si è spezzata. Mentre si assiste al crollo dei prezzi immobiliari, ai fallimenti a catena di aziende e banche, e imperversa disoccupazione e povertà, i cittadini irlandesi hanno deciso di provare a liberarsi dal ricatto dell’economia finanziaria che ha messo sulle loro spalle un prestito di novanta miliardi di dollari di Fmi e Ue.

Centinaia di migliaia di persone ora rischiano di subire delle multe e potenzialmente anche di finire a processo. Si tratta a tutti gli effetti di una rivoluzione fiscale che potrebbe smantellare la strategia del governo volta a rimettere in sesto l'economia e rendere ancora più difficile l'implementazione delle nuove misure di austerità.

Tra gli slogan campeggiavano "Non posso pagare, non paghero'". "Quando i banchieri pagano, allora pagheremo anche noi!". Chi si oppone alla tassa, sostiene che l'aliquota è identica sia per i benestanti sia per i piu' poveri. L'indignazione è alimentata dalla percezione generale che un gruppo elitario di banchieri, politici e agenti immobiliari ultra ricchi ha distrutto l'economia senza aver ancora pagato un soldo e senza aver ricevuto la punizione che si merita.

L'introduzione della tassa contro le famiglie è stata accolta con una campagna contraria lanciata da attivisti politici e anche piccole comunità, che hanno esortato tutti a boicottare la nuova imposta. Visto il successo riscontrato dalle iniziative, devono aver sicuramente stimolato un nervo scoperto.

Come se non bastasse, tutto cio' sta accadendo mentre il paese si prepara a recarsi alle urne in occasione di un referendum sul Fiscal Compact. Un'eventuale bocciatura del nuovo patto di bilancio europeo il 31 maggio, quando andrà in scena il voto popolare, porterebbe alla fuga degli investitori stranieri necessari per la ripresa economica dell'isola. Secondo un recente sondaggio, il 49% degli intervistati si è dichiarato a favore del trattato, il 33% contrario mentre il 18% e' ancora indeciso.

L’obiettivo dell’esecutivo di coalizione tra Fine Gael (nazionalisti centristi aderenti al PPE) e Laburisti è quello di abbassare l'incidenza del debito al 10% del Pil nel 2011 e restituire il debito.

Secondo il ministro delle Finanze irlandese, Michael Noonan, si tratta di continuare "la costruzione della fiducia nell'Irlanda", sottolineando che l'interessamento espresso questa settimana da un fondo sovrano cinese rispetto alle opportunità d'investimento nell'isola non ci sarebbe stato "se non fossimo completamente coinvolti nell'Eurozona".

mercoledì 28 marzo 2012

Sciopero addio, l’Ue ci prova

di Loris Campetti - controlacrisi -
La risoluzione Barroso è in discussione al parlamento europeo. Ma Strasburgo non può modificare il testo: prendere o lasciare L’Europa vuole rendere «compatibili» le proteste dei lavoratori con le regole del mercato unico. La proposta riprende un documento preparato dal professor Monti nel 2010 su incarico della Commissione

Mario Monti colpisce ancora. Ma questa volta, data la sua nota vocazione europea, colpisce a livello – per ora – continentale. Il 21 marzo la Commissione europea ha varato un testo basato sul documento chiesto da Barroso all’allora libero docente Mario Monti, che rischia di imprigionare il diritto di sciopero. Il testo va sotto il nome di «consigli di regolamentazione dell’esercizio del diritto di promuovere azioni collettive nel contesto della libertà d’impresa e della garanzia dei servizi». La filosofia insita nel testo varato dalla Commissione sulla base del documento Monti è semplicissima: i diritti dei lavoratori vanno armonizzati con quelli economici. Siccome non esiste sciopero degno di tale nome che non vada in contrasto con l’impresa contro cui esso è rivolto, è ovvio che si vuole fortemente ingabbiare ogni possibilità di conflitto. A meno che, naturalmente, l’esercizio di un diritto sacrosanto non sia ritenuto «compatibile» con gli interessi, tanto per essere espliciti, del padrone. Cioè mai, almeno sul piano della logica.
Da Strasburgo, dove il testo della Commissione Josè Manuel Barroso è appena stato recapitato, arrivano i primi allarmi. Innanzitutto a preoccuparsi sono alcuni parlamentari italiani che hanno imparato a conoscere la filosofia del presidente del consiglio Monti. Tra questi c’è sicuramente Sergio Cofferati, il cui rapporto con l’articolo 18 non va certo spiegato ai lettori del manifesto. Quando il parlamento europeo incaricherà le commissioni competenti di analizzare il testo della Commissione, l’ex segretario generale della Cgil si occuperà, molto probabilmente, di spiegare ai suoi colleghi europarlamentari la pericolosità di una tale svolta nell’area geografica del perduto «modello sociale europeo». Le commissioni non hanno possibilità di emendare il documento ma soltanto di «proporre alcune modifiche», oppure di rigettarlo in toto, che sarebbe l’opzione più tranquillizzante.

venerdì 9 marzo 2012

Una lettera dall'ospedale sotto controllo dei lavoratori a Kilkis

- senzasoste -
L'occupazione del nostro ospedale a Kilkis da parte dei lavoratori, è iniziata lunedi 20 febbraio. Questa occupazione non riguarda solo noi, medici e lavoratori dell'ospedale di Kilkis. Non viene fatta neanche per il sistema Sanitario Nazionale Greco (ESI), che è in realtà al collasso.

Facciamo questa lotta perché oggi sono in pericolo i diritti umani. E questa minaccia non è nemmeno diretta contro una nazione, o alcuni paesi, o alcuni gruppi sociali, ma contro le classi basse e medie in Europa, America, Asia, Africa e in tutto il mondo. Oggi la Grecia è l'immagine del domani in Portogallo, Spagna, Italia e in altri paesi del mondo.

I dipendenti dell'ospedale di Kilkis e della maggior parte degli ospedali e centri sanitari in Grecia non vengono pagati regolarmente, e alcuni vedono i loro stipendi tagliati a praticamente a zero. Un mio collega è stato trasferito in una clinica di cardiologia in uno stato di shock, quando si reso conto che, invece di prendere la paga abituale di 800 euro (sì, questo è lo stipendio mensile) da parte dello Stato, ha ricevuto una nota dove era scritto che non solo non verrà pagato per questo mese, ma deve restituire 170 euro. Altri dipendenti sono stati pagati solo 9 (nove) euro per questo mese. Chi di noi ottiene ancora uno stipendio li sostiene come può.

Questa è una guerra contro il popolo, contro tutta la comunità. Coloro che dicono che il debito pubblico della Grecia è il debito della popolazione greca mente. Non è il debito della gente. È stato accumulato dai governi, in collaborazione con i banchieri, per asservire il popolo. I prestiti alla Grecia non vengono utilizzati per gli stipendi, le pensioni e l'assistenza pubblica. È l'esatto opposto: salari, pensioni e fondi per l'assistenza sanitaria vengono utilizzati per pagare i banchieri.

Menzogne. Contrariamente a ciò che si predica, questi non vogliono una società libera da debiti. Creano i propri debiti (con l'aiuto di governi corrotti) e politiche a loro beneficio. La Grecia ha come primo ministro un banchiere affinché sia garantito che il "lavoro" verrà eseguito correttamente. Il nostro Primo Ministro Lucas Papadimos non è stato neppure eletto. Nominato dalla BCE e dei banchieri, con l'aiuto di politici corrotti europei e greci. Questa è la loro interpretazione del termine "democrazia".

Debiti causati da banchieri che creano denaro dal nulla e riscuotono interessi, semplicemente perché i nostri governi hanno dato loro questo diritto. E bisogna dire che chi devono pagare questo debito siamo voi ed io e i nostri figli e nipoti con i nostri beni personali e nazionali, con le nostre vite.

Non dobbiamo nulla. Al contrario debbono coloro che hanno fatto la loro fortuna grazie alla corruzione politica.

Se non apriamo gli occhi a questa verità, presto diventeremo tutti schiavi, e lavoreremo per 200 euro o meno al mese. Questo per quelli di noi che potranno trovare un lavoro. Gli altri saranno senza cure mediche, senza pensioni, senza casa e affamati, come accade ora a miei concittadini in Grecia. Migliaia di loro vivono in strada e affamati.

Non abbiamo intenzione di dipingere di nero la cosa ma questa è la verità. La situazione non si è creata a causa di incidente finanziario o monetario o di un errore. È l'inizio della brutta fase di un lungo processo che segue un piano ben meditato, un processo iniziato decenni fa.

Dobbiamo lottare insieme contro il progetto neoliberista. E adesso è ciò che facciamo qui a Kilkis, è quello che fanno in molte città di tutto il mondo.

Al momento non pensiamo di aprire un conto per aiuti finanziari. Tuttavia, potrebbe essere necessario fra alcuni mesi o settimane, se la situazione peggiora. In questo momento abbiamo bisogno soprattutto di sostegno morale e la pubblicità. Le lotte locali in tutto il mondo hanno bisogno di diffondersi e trovare un sostegno massiccio se vogliamo vincere la guerra contro il sistema corrotto. Se potete pensare a altri modi per diffondere notizie e idee, sarebbe meraviglioso.

Potete contattarci all'indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Ancora una volta, non possiamo ringraziarvi abbastanza per i pensieri e le vostre parole gentili.

Cordiali saluti,

Leta Zotaki, direttore del reparto di radiologia dell'ospedale Kilkis, membro dei lavoratori dell'Assemblea generale presidente dei Medici Ospedalieri Kilkis (ENIK).

giovedì 8 marzo 2012

Verso il 9 marzo. Intervista a Giorgio Cremaschi: "Il Pd come il Pasok, perde sulla ragione sociale"

di fabio sebastiani - controlacrisi -
In queste ultime settimane l’iniziativa della Fiom, spostata per ben due volte, si è andata caricando di significati molto precisi, per lo più politici…
C’è stata inizialmente una discussione all’inizio di gennaio sull’alternativa tra manifestare di sabato o fare lo sciopero il venerdì. Una serie di eventi hanno portato allo sciopero. Sia per i suoi motivi che per il contesto degli altri elementi politici e sociali – dinamiche in cui le lotte dei metalmeccanici hanno finito per calarsi sempre con puntualità – l’iniziativa traguarda una prospettiva più vasta. Questa manifestazione è parte ed è collocata dentro un risveglio di mobilitazione, di lotta e di presa di coscienza contro Monti e quello che rappresenta. Dopo la gelata e l’impotenza degli scorsi mesi il movimento torna protagonista. La Fiom ha assunto questi significati così come la lotta della Tav. Il significato generale della lotta contro la Tav è l’esatto opposto di una lotta Nimby. Nymbi è Monti che segue interessi particolari. La lotta contro la Tav ha riscosso il consenso di tanti e tante in tutto il paese perché è la lotta contro lo strapotere della lobby finanziaria. E’ lo stesso segno che ha avuto la lotta della Fiom contro la Fiat. Ha agito lo stesso meccanismo di identificazione generale. Riguarda cose concrete ed è anche il “No” che indica una via di uscita dalla crisi, di segno nettamente contrario a quella che ci propone Monti basata sul supersfruttamento dell’uomo e della natura. Dopo il periodo di pesante passività e del disastro sulle pensioni, di cui solo adesso cogliamo la portata - infatti l’Unione europea può vantare che da noi c’è il sistema pensionistico più brutale d’Europa – si apre una fase nuova.

Chi sono i passivi in questa fase?
La passività sindacale di Cgil Cisl e Uil, devo dire, continua sull’Articolo 18. La passività politica e il conformismo di palazzo continuano, ma comincia ad esserci un risveglio.

Ecco, appunto nuova fase. Come sta interpretando la Fiom quella tu chiami una nuova fase?

Penso che, per usare un vecchio termine, la manifestazione della Fiom è un elemento necessario ma non sufficiente. Il punto di fondo che la Fiom da sola non può affrontare è uscire dalla dimensione delle singole vertenze e costruire una vera opposizione e alternativa a Monti e a tutto ciò che lo ispira. Da questo punto di vista vedo come appuntamento decisivo la manifestazione “No debito” del 31 marzo a Milano. Un fronte comune contro quel governo economico della crisi che è lo stesso ovunque. Marchionne ha detto che di Monti gli piace tutto. E credo che in questo sia ricambiato. Siamo passati da Berlusconi che in qualche modo rappresentava un elemento regressivo e caricaturale a un governo che rappresenta la destra europea nella sua forma più limpida e pura. Quella che oggi usa la crisi per una drammatica ristrutturazione delle aziende in Italia e in Europa pensando che con la privatizzazione ulteriore si possa uscire dalla crisi e ripartire. Penso che questa ricetta sia fallimentare nel tempo, però è quella che stanno usando da per tutto. La differenza da Berlusconi è che con lui ci potevamo permettere di essere provinciali, con Monti non possiamo più. Ovvero bisogna andare al nodo della crisi del capitalismo. La costruzione di un fronte alterativo a quello di Monti.

Dicevi, destra europea. E il centrosinistra italiano?

Il Pd è dentro questa crisi. E’ messo come il Pasok greco che in questa situazione sta semplicemente perdendo la sua ragione sociale. La sua è una funzione di partito di centro che sostiene Monti. Monti in Europa si è espresso per la conferma di Sarkozy contro Hollande che chiede di ridiscutere la politica economica della destra europea. Il Pd, che in Francia sostiene Hollande e Sarkozy in Italia, non è più in grado di rappresentare una idea politica. Non si può trasformare in giochini politici la crisi di scelte che ha questo partito. Il fatto che non vengano alla manifestazione della Fiom è la loro debolezza. Non c’è dubbio che chi sarà in piazza in parte è nella maggioranza dell’elettorato del Pd. Il non venire è l’inizio della crisi.

giovedì 1 marzo 2012

E’ tempo di assumere la lotta del popolo NoTav come una battaglia generale

di Bruno Giorgini 1 marzo 2012 - eilmensile -
E’ tempo di assumere la lotta del popolo NoTav come una battaglia generale, e non come un semplice episodio di resistenza territoriale a cui portare solidarietà e mostrare simpatia, nonché comprensione. Se in Valsusa fosse confinata, lo Stato non dispiegherebbe una così imponente forza armata, non dichiarerebbe e tratterebbe la zona alla stregua di una servitù militare, non ci sarebbe un moltiplicarsi delle provocazioni verbali e fisiche, non entrerebbe in campo in modo così pesante la magistratura accusatoria tramite un pezzo da novanta come il Procuratore Caselli, non assisteremmo a un così compatto schieramento dei mezzi d’informazione radio, televisioni, giornali, più o meno tutti se si esclude il manifesto e qualche altro, volto a oscurare la verità, spargendo non solo menzogne ma diffamazioni, e quant’altro, l’elenco è veramente lungo, e inquietante, né può mancare l’oligarchia europea a spingere, se sei No Tav, sei contro L’Europa, lo sviluppo, il progresso, la civiltà e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo contro quattro montanari ottusi? Tutto questo contro una minoranza estremista? Tutto questo per scavare un buco in una montagna?

La posta è ben più rilevante, si tratta di decidere chi decide sulla propria esistenza, e sul modello di sviluppo nonché di convivenza civile: decidono gli oligarchi, dai banchieri fino ai tecnocrati, oppure i popoli che si auto-organizzano in modo democratico. Da una parte un modello capitalistico finanziario che distrugge territorio, relazioni sociali, comunità, forme di cooperazione in nome del profitto privato, senza produrre nemmeno il progresso nell’ambito dei trasporti, gli studi sono innumerevoli e conclusivi sul piano scientifico: la TAV cambierà di poco o niente le dinamiche di mobilità e trasporti, in compenso costerà, è già costata, moltissimo in termini di denaro pubblico, ancor più in termini di convivenza civile. Dall’altra una società che si costituisce nella resistenza, fondata sull’eguaglianza, con suoi strumenti di democrazia e di conoscenza del problema, con valori precisi sull’ambiente e la natura, nonchè in grado di dialogare direttamente con lo stato e i suoi esperti, perché i tecnici vicini ai NoTav sono bravi e competenti con una analisi quantitativa molto solida, mentre nessuno è riuscito fino a oggi a dimostrare che l’opera sia in un qualche senso fruttuosa, se non dal punto di vista dei profitti di costruttori vari, e francamente fanno un po’ ridere i filo Tav che altro non sanno contrapporre se non che lo ha deciso l’Europa, una specie di Moloch intoccabile e insindacabile. Insomma si tratta di una lotta democratica e auto-organizzata, con forti contenuti ethici, ethos, abitare, rendere abitabile, e cognitivi, vorrei dire scientifici, che dispiega una complessità di azione politica straordinaria.

sabato 4 febbraio 2012

Imparare da Oakland 8. Back to the General Global Strike

Il lancio dello sciopero generale globale il primo maggio 2012, partito da Occupy Los Angeles, sta ottenendo adesioni da parte di molti movimenti Occupy negli Stati Uniti. Pubblichiamo l’appello con cui Occupy Oakland si impegna a partecipare alla costruzione dello sciopero generale perché, come era già emerso il 2 novembre scorso, pensiamo che lo sciopero precario abbia molto da imparare da Oakland.

Oakland ci insegna non solo che scioperare si può, ma che per farlo è necessario immaginare modalità nuove di sciopero, attraverso un processo che sappia connettere diverse figure della precarietà, superando le categorie sindacali e le divisioni tra i lavoratori. Accanto alla differenza tra l’1% e il 99% che costituisce il filo rosso dei movimenti Occupy, altre percentuali arricchiscono l’algebra di Occupy Oakland. Per coloro che immaginano lo sciopero precario globale del primo maggio, altrettanto significativo è il fatto che solo poco più dell’11% dei lavoratori negli Stati Uniti siano sindacalizzati. Gli altri sono i migranti, colpiti dal razzismo istituzionale e la cui precarizzazione è una leva per la precarizzazione di tutti, sono le donne, migranti e non, che lavorano nella sfera invisibile del lavoro riproduttivo, sono gli studenti che fanno lavori precari per ripagare il debito che hanno contratto per iscriversi all’università, sono tutti quei lavoratori precari a cui viene chiesta una piena disponibilità con salari sempre più bassi e la costante minaccia del licenziamento. Sono coloro che si assumono la sfida di immaginare una forma nuova di sciopero che sappia bloccare la produzione e i flussi del capitale globale.

È difficile prevedere se Occupy Oakland riuscirà ad accrescere la forza espansiva ottenuta costruendo connessioni sul lavoro, se riuscirà a non farsi assorbire dalla spirale di azione, repressione e solidarietà e a essere all’altezza dello sciopero del 2 novembre. Quel che è certo è che da questo appello emerge una chiara indicazione sui soggetti che necessariamente devono essere protagonisti dello sciopero generale globale. La scelta della data è significativa in questo senso e rivela quanto sia concreta l’immaginazione di coloro che preparano lo sciopero precario: il primo maggio è stato nel 2006 il giorno dello sciopero dei lavoratori migranti. Come mostra anche l’appello di OccupyLosAngeles, oltre oceano sanno che nessuna giornata globale potrà fermare la produzione e colpire i profitti dei precarizzatori senza fare leva sul coraggio e la forza organizzativa mostrata da chi ha scioperato anche se non poteva farlo.

Mentre in Italia e in Europa si oscilla ancora sulle date e sulle forme, Oakland, dopo l’esperimento pilota del 2 novembre, ribadisce che scioperare si può, dunque, e lo si può fare solo a partire dalla connessione di precari, migranti, operai e studenti. Sono le fabbriche della precarietà che impongono che lo sciopero abbia una forma determinata: né allusione né semplice parola d’ordine né esercizio simbolico ma amplificazione delle forze oltre le barriere contrattuali, di impiego e di categoria per rovesciare quelle divisioni e quelle gerarchie sulle quali si regge l’ordine globale dello sfruttamento. Ora il gioco si sposta al di qua dell’oceano ed è certo che il dibattito non può piegarsi sulle differenze di date o sulla tattica o sulla radicalità delle parole. Saremo in grado di reggere l’accelerazione e di dare altre gambe a questo processo? Riusciremo anche noi a fare tesoro dell’esperienza dello sciopero del lavoro migrante del primo marzo? Lo sciopero precario è vicino, non si può non vederlo. Lo sciopero ci chiama, ma chi sta lavorando per lo sciopero?

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