Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 15 novembre 2012

Una bella giornata di lotta. Questa è la crisi signori, non la potete nascondere

Autore: fabio sebastiani
        
E’ stata una splendida giornata di lotta quella di oggi. Una di quelle in cui rivedi in piazza le facce dei lavoratori e senti parole che parlano della condizione reale della gente. E’ stato così nel Sulcis, a Genova, a Trieste, a Pomigliano, perfino a Firenze, dove la protesta è stata anche di chi è senza casa. Cento piazze che non hanno soltanto detto di no all’austerità, ma hanno preteso una soluzione alla crisi. La situazione è allo stremo. Più di quanto non dicano i numeri del Censis, dell’Istat e dell’Ufficio studi di Confindustria. Ci sono previsioni di alcuni istituti bancari che parlano di una recessione doppia di quella dichiarata.
Mentre la politica si balocca con primarie, improbabili riforme elettorali, e la ricostruzione del disciolto partito del predellino (meno male che ci risparmiano il processo Ruby!) la situazione del paese sta precipitando ad una velocità che è doppia di quella di un anno fa. E la vicenda della Grecia sta lì a dimostrare (l’ha detto perfino l’Fmi, se vi fosse sfuggito) che la strada dei tagli è impraticabile come pretende la Troika. Nonostante tutto i partiti che impugnano saldamente il manganello della maggioranza parlano d’altro. Un ridicolo Pd, che continua ad avere l'ossessione centrista, sventola il vessillo degli esodati come fosse una straordinaria vittoria. E' paradossale, hanno solo limitato i danni di una pattuglia di guastatori che stava cercando di mettere in discussione diritti acquisiti. Vorrei timidamente ricordare a lor signori che se proprio gradiscono trastullarsi in badierine e medagliette ci sarebbe da tamponare la questione dei malati Sla che è di nuovo tornata alla ribalta (per la povera gente s’intende) dopo le false promesse di Elsa Piagnisteo Fornero. Questi che sono figliastri della Repubblica, o cosa?
L’Italia con la giornata di oggi ha finalmente rotto quella minorità che l’ha segnata dall’inizio del movimento degli indignados e di piazza Syntagma. Anche il Bel Paese ha scoperto di avere una opposizione. Un dato su tutti: lo sciopero ha avuto una adesione del 50%, dati Cgil. Di solito in queste occasioni le cifre sono più alte. Cosa sta accadendo? Perché le piazze erano stracolme e i luoghi di lavoro non proprio deserti? E’ semplice, a scendere in piazza sono stati gli arrabbiati, quelli che stanno vivendo la crisi sulla pelle, perché sono i "senza" e non trovano nessun punto di riferimento. Si può disquisire sulla compattezza o sulla direzione che sta prendendo il movimento, per carità. Una cosa è certa, la politica e il sindacato hanno un problema in più. La politica, perché è messa di fronte alla rabbia. Si pensa di rispondere con la solita repressione rischiando il bagno di sangue? Il sindacato perché deve costruire una piattaforma degna di questo nome e non quattro parole messe in croce che alludono a una rivendicazione. Problemi non da poco. Come disinnescano la “bomba Fiat”? Ancora con il silenzio? Come farà la Camusso, che tra poco firmerà un pessimo patto sulla produttività in cui c'è l'abolizione di fatto del contratto nazionale, a dire a Confindustria che è venuto il momento di investire e non di “macinare parole con le parole”? Non ci sarà nessuna risposta a queste domande. E’ bene saperlo. E non ci sarà per il semplice motivo che fino ad oggi la Cgil ha adottato una politia di limitazione dei danni di fronte all’impetuosità di una crisi che non lasciava spazi per la mediazione. Ed oggi questa impetuosità ha mosso i primi passi, che ci piaccia o no. E’ facile cavarsela con i facili proclami sulla violenza (la Cgil ha prodotto un testo da manuale che sembra copiato dagli anni ’70), ma la realtà è che la protesta della gente mette a nudo l’incapacità della politica e del sindacato di dare una direzione e un senso all'uscita dalla crisi. Lo strano connubio tra sindacato e politica, poi, sta producendo solo danni. Fa specie che nessuno se ne accorga. L’argomento della sponda nel palazzo non ha senso in una situazione in cui c’è più che altro collateralità. Con la Cisl dentro il Pd, non ne parliamo. Non quando in ballo c’è il fiscal compact. Oh, pardon: i trattati internazionali. Non si può chiamare con il suo nome perché i “Fantastici 5” si arrabbiano.
Siete liberi di dire quello che vi pare sulla violenza, ma non di nascondere i problemi reali del paese. Se non sapete fare i conti con la durezza della crisi nemmeno quando questa si esprime con la rabbia e l’indignazione, cambiate mestiere. Riconoscete almeno di essere inadeguati rispetto ai compiti che la fase vi impone. In piazza ci sono gli affamati e non gli esagitati. Ci sono gli studenti che vengono dalle università di classe inventate da Gelmini e Profumo. Ci sono i disoccupati che non sanno più a che santo votarsi. Ci sono, va detto chiaramente, quelli che non ne possono più di trangugiare amianto e falsità in nome di una non meglio identificata grande opera. Ci sono le "sagome" di Taranto, che muoiono come le mosche. Ci sono i reclusi del "Kampo Fpi" di Pomigliano, che tengono la dignità con i denti e sperano giorno dopo giorno che non sia arrivato il loro turno per la "gasificazione".
La Cgil ha prodotto un comunicato contro la violenza che è tutto da ridere. Nel tentativo di prendere la distanza sia dalla polizia che dagli studenti (incolpati di cosa, di voler arrivare a palazzo Chigi?) finisce con l’impastare la rabbia con la difesa dell’ordine democratico e via dicendo. Una litania che abbiamo già sentito da decenni.
E’ un comunicato che esprime una impotenza fuori dal comune. Nel giorno di una grande giornata di lotta il protagonista assoluto, quello che dovrebbe raccogliere i frutti della sua azione che fa? L’equilibrismo. Nessuno sta dicendo di difendere chi è andato sopra i toni. Il punto non è questo. Il punto è che la crisi non concede margini e sconti. E chi si assume la responsabilità di svolgere una funzione politica e sindacale non può nascondersi. Le mazzate forti a Roma sono arrivate perché gli studenti volevano raggiungere a mani nude palazzo Chigi? E’ una aspirazione da cui prendere le distanze? Non credo. E comunque è questo il tema su cui esprimersi. Ecco, non dire una parola su questo rappresenta una dimostrazione di impotenza davvero senza precedenti.

sabato 20 ottobre 2012

Il lavoro e la politica

Il lavoro e la politica

Francesco Ciafaloni

Mi riconosco nella ricostruzione di Mario Miegge (“Inchiesta”, n.174) del lavoro politico negli anni ‘50-’70, dalle analisi e proposte di Pino Ferraris, Vittorio Rieser, Vittorio Foa, dei “Quaderni Rossi”, all’intervento pratico dal basso, al lavoro di indagine, di elaborazione, di formazione, per il controllo sull’organizzazione del lavoro e sull’ambiente di lavoro di Ivar Oddone e della Flm, alla Fiat e in tutta Italia. Se qualcuno si meraviglia del peso che continuano ad avere i rappresentanti dei metalmeccanici, malgrado la crisi, la cassa integrazione, il rischio di chiusura degli stabilimenti, di perdita del lavoro, dovrebbe ricordare che gran parte dello Stato sociale che consente a noi tutti di vivere con un po’ di sicurezza e dignità viene da loro e dagli altri operai italiani che si sono mossi con loro. Il controllo della salute nelle fabbriche, il Sistema sanitario nazionale, deteriorato dalla corruzione e dalla tendenza a privatizzare, ma sempre uno dei più universalistici e meno costosi del mondo, il sistema pensionistico universalistico, vengono di lì, dalle lotte degli anni ’60 e ’70, dall’unità sindacale, dalla collaborazione tra medici, epidemiologi, sociologi ed operai, a Torino, Milano, Porto Marghera, Emilia. Il primo sciopero in grande, alla Fiat, nella primavera del ’68, fu per le pensioni. Il Sistema sanitario nazionale è stato pagato, all’inizio, dai soli lavoratori dipendenti, ma esteso a tutti. Tutti ricordano le baby pensioni dei pubblici dipendenti; pochi il carico sopportato dai lavoratori dipendenti privati. L’ambiente culturale di quegli anni fu il prodotto della collaborazione, del lavoro sul campo, di operai (Marchetto, Surdo, Mara, e migliaia di altri), medici (Tomatis, Maccacaro, Oddone), epidemiologi (Terracini), giuristi (Giugni), per nominare solo quelli emblematici. Può darsi che i meccanici più giovani di queste cose non ricordino nulla e che reagiscano come possono alle minacce e ai licenziamenti, ma la Fiom (il suo gruppo dirigente) lo ricorda; e non è disposta ad arrendersi a discrezione.


Il lavoro politico e il contesto

Molto è cambiato, in Italia e nel Mondo, dalla fine degli anni ’70. Negli Stati Uniti, in Europa, ed anche in Italia (che pure resta, con la Germania, del cui indotto fa parte, un paese manifatturiero), il numero degli operai in senso stretto diminuisce, e così il peso delle grandi aziende; il lavoro manifatturiero viene delocalizzato. Anche negli anni ’70 il capitale finanziario esisteva e contava, ma negli ultimi trent’anni ha stravinto, culturalmente e praticamente. Ha talmente stravinto che rischia di suicidarsi, di crisi in crisi, e di travolgere noi tutti. Il contesto politico è sconvolto, corrotto, bloccato dal tenace attaccamento al potere dalla consociazione dei notabili, malgrado il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica e il nuovo Governo, di destra, ma migliore del precedente.

Quaranta anni fa il contesto era tutt’altro che ideale. Non dimentichiamo la strage di Stato, la violenza, il terrorismo. Ma il lavoro nelle fabbriche, su temi specifici, come l’organizzazione del lavoro o la nocività, poteva appoggiarsi a sindacati e partiti che svolgevano ancora la loro funzione. Si poteva essere in disaccordo, si poteva polemizzare, organizzarsi, fondare partiti nuovi, ma una struttura di riferimento esisteva. La funzione di canalizzare la domanda politica non era affidata ai movimenti di protesta, o a piccoli gruppi. Se l’analisi dei fattori nocivi, l’iniziativa dai reparti, fosse stata affidata solo ai contatti diretti tra consigli non saremmo andati lontano. Le grandi organizzazioni sindacali, generali e di categoria, unitarie e non, inclusero i risultati e il metodo dei gruppi più attivi nella loro formazione e nelle loro piattaforme. Non credo che twitter o la rete stiano svolgendo o possano svolgere in futuro un ruolo analogo.

Inoltre, come giustamente sostiene Pino Ferraris, citato da Miegge, il tramonto della grande fabbrica rende molto più difficile la compresenza degli operai, la uguaglianza delle condizioni e la percezione dell’uguaglianza. Si moltiplicano le aziende e i contratti. C’è più lavoro politico da fare e meno possibilità di farlo. Cambiano i settori di attività; bisogna inventare forme nuove. Per rendere realistiche e dettagliate le proposte, che sono state tentate anche negli ultimi venti anni, dopo la fine del primo impatto della deindustrializzazione, bisogna richiamare alla memoria le cadute e le sconfitte, più gravi di recente, da cui in ogni caso bisogna partire.

sabato 13 ottobre 2012

Quello che abbiamo e quello che ci manca

∫connessioni precarie

Di fronte alle imponenti manifestazioni che hanno luogo a Madrid, Lisbona e Atene, e alla costante presenza di un’opposizione sociale all’austerity nei paesi che più stanno subendo le politiche di tagli voluti dal patto salva-euro, è frequente la domanda: cosa accade invece in Italia? Oppure: perché in Italia le molte lotte quotidiane contro gli attacchi tecnicamente sferrati dal governo non si saldano, come accade in altri luoghi dell’area mediterranea?
Reclamare un reddito di base incondizionato, di fronte alla precarietà e alla povertà dilagante, è cosa giusta. Difendere il lavoro dipendente, salvaguardando articolo 18 e ammortizzatori sociali, è cosa giusta. Evocare l’assedio del Parlamento, perché così accade in Spagna, Grecia e Portogallo, è un’idea suggestiva. Qualcosa però dovrebbe suggerire che continuare su questa strada non servirà. Nessuna di queste giuste e suggestive prospettive sembra porsi il problema dell’accumulazione di forza che è necessaria per vincere, o anche soltanto a dare all’esasperazione diffusa una forma che sia diversa dalla mera rabbia o indignazione, che rischiano sempre di limitarsi a momenti di sfogo tanto straordinari quanto fugaci.
Sarebbe bene smetterla di ricamare sulla carta ciò che andrebbe fatto, e iniziare a misurarsi con la condizione reale che la precarietà ha prodotto ben prima dei provvedimenti sul lavoro del governo Monti, e che la crisi continua a riprodurre con l’ostinazione di un movimento reale.
I rapporti sociali così prodotti mostrano di tenere. Vediamo come sia difficile trovare scorciatoie capaci di trasformare tanto singole vertenze industriali, pur grandi, quanto singole esperienze locali, pur capaci di generare inedite alleanze e mobilitazioni costanti, nelle leve per una mobilitazione generale.
Per noi, il motivo risiede nei rapporti sociali prodotti e riprodotti dal lavoro della precarietà e dall’ipoteca del razzismo istituzionale. Quest’ultimo non è la disgrazia particolare che colpisce alcuni, ma l’evidenza di una divisione che chiarisce agli occhi di tutti in quale parte della società bisogna stare. La sanatoria di queste settimane, sia detto per inciso, mostra da sola l’incapacità dei movimenti di mettere in discussione questa ipoteca e la solitudine dei migranti. Su di loro si sta scaricando una stretta amministrativa che, facendo leva sul reddito, arriva perfino a negare il “diritto alla precarietà” e alla disoccupazione. Eppure sono stati proprio i migranti, in questi anni, a produrre i momenti più alti d’insubordinazione dentro questi rapporti reali, rigettando quel ricatto del salario che pare oggi un ostacolo insormontabile da Taranto a Torino.
Non dovremmo pensare che sia sufficiente costruirsi spazi di autonomia dai quali dirigere l’attacco contro la ristrutturazione globale del capitale, ma essere capaci di entrare e fare i conti con quei rapporti che lasciano la gran massa dei precari, dei lavoratori, dei disoccupati, in Italia come altrove, invischiati nella tela della produzione e riproduzione sociale.
Non vediamo avanguardie di un futuro prossimo. Il presente della crisi è fatto da quella massa di lavoratori dipendenti, precari, pubblici e privati, ai quali i movimenti non hanno saputo parlare. Se si rinuncerà ancora a parlare dentro a questo orizzonte, il ruolo dei movimenti sarà, come spesso è stato negli ultimi anni, soltanto quello di testimoniare una diversa ecologia dei comportamenti politici. In questi mesi molti hanno condiviso, nei fatti e anche in presenza di contrapposizioni di schieramento, un approccio di fondo, che ha finito per riprodurre specularmente la struttura categoriale dei sindacati: che gli operai, gli studenti, i precari, i disoccupati, i migranti fossero segmenti divisi da compartimenti stagni, ognuno dei quali patrimonio di specialisti; che il movimento si desse come un cartello di strutture; che la supposta radicalità delle rivendicazioni si desse nelle pratiche di piazza; che, derubricata la centralità materiale del lavoro, lo scontro avvenisse ormai sul piano simbolico. Molti si sono poi stupiti di fronte all’esplodere del protagonismo operaio e del fatto che questo non si sia manifestato immediatamente contro il lavoro.
Noi crediamo sia giunto il momento di uscire da questo equivoco politico. Gli operai, gli studenti, i precari, i disoccupati, i migranti, non sono segmenti divisi da compartimenti stagni. Il problema dell’accumulazione di forza e di potere nella precarietà non si risolve con una sommatoria di pezzi che, ripuliti delle differenze, possano ritrovarsi senza nemmeno comunicare sotto l’ombrello retorico della democrazia, della moltitudine o del comune. La fascinazione di piazza Syntagma, l’empatico rilancio nei social network delle adunate di Sol e Neptuno non possono nascondere il fatto che, senza una mobilitazione espansiva e non meramente autorappresentativa, senza la produzione di momenti di comunicazione e insubordinazione contro la forza dell’abitudine, per difendere parlamento e ministeri sarà sempre sufficiente un adeguato numero di poliziotti. Il carattere universale della precarietà e dello sfruttamento non è di per sé la condizione sufficiente per connettere la rabbia generalizzata e le singole lotte. Ciò che ci manca è proprio la capacità di fare questo passaggio, che non è né dato né implicito. Costruire un’organizzazione generale delle lotte non significa stabilire una gerarchia che le diriga, né tanto meno al loro interno. Significa però distinguere collettivamente ciò che è generalizzabile e cosa non lo è. Significa guardare nella composizione materiale di classe, magari facendo un passo indietro rispetto alle proprie convinzioni teoriche. Significa non considerare lo stato presente dei movimenti come se fosse sufficiente a se stesso, ma riconoscere la necessità di operare contro di esso per tutti i limiti che ci impone.
Da questo punto di vista anche ciò che accade nell’area euro-mediterranea non è la soluzione, ma la forma in cui emerge il problema. Le enormi mobilitazioni, la violenta contrapposizione nelle piazze, i tentativi di riarticolare discorsi sulla democrazia e la costituzione sembrano essere destinati all’eccezionalità persino nella loro costante ripetizione. E la ripetizione non comporta necessariamente un qualche accumulo. Le pur diffuse esperienze di autorganizzazione sociale dentro e contro la crisi rischiano di rimanere solo forme di autodifesa, ormai indispensabili per sopravvivere alla costante svalutazione della vita. L’Europa e il mercato globale stabiliscono il quadro mobile, mutevole e violento dentro il quale i nostri movimenti reali sono obbligati a muoversi, quando cercano di sovvertire. Come non è pensabile rimediare in piccolo agli effetti del mercato mondiale, così non è credibile chi pensa di salvarsi dalla crisi facendo a meno dell’Europa politica. I movimenti reali di rivolta che attraversano l’area euro-mediterranea devono essere collocati dentro e contro questo spazio programmatico. Altrimenti si rischia di produrre un confinamento che non è all’altezza né della dimensione globale di questa fase di accumulazione, che in Europa si chiama crisi e altrove sviluppo, né delle lotte che a essa si oppongono – dal Pakistan alla Cina, dall’India alle Americhe, passando per l’Europa – e nemmeno dei movimenti degli uomini e delle donne che si sottraggono ogni giorno alla sua presa.
Non è per un internazionalismo di maniera che diciamo che anche la lotta nell’Europa politica produce organizzazione solo se si colloca all’interno del quadro più ampio che la determina. Abbiamo sostenuto l’intuizione dello sciopero precario, del quale abbiamo intravisto la possibilità nelle lotte dei migranti, e che abbiamo visto praticato nell’imprevista esperienza del general strike di Oakland, ma anche nelle lotte degli operai indiani. Esso ha dato un nome alla scommessa di intervenire in questo movimento reale globale. Una scommessa che andrebbe colta e giocata, onde evitare che, nella ferrea catena che collega tutte le istituzioni del capitale, la nostra incapacità di produrre organizzazione sia l’unico anello debole.

domenica 7 ottobre 2012

Il proletariato europeo nel vortice dell’austerity

Monta la protesta in Spagna, Grecia, Portogallo. E in Italia? - sinistraintrete -

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.( Bertolt Brecht)

Che gli stati dell’Europa meridionale – simpaticamente chiamati PIGS, cioè “maiali”, dalle tecnocrazie dell’UE – siano in crisi, è cosa ormai nota. Come al solito, l’ottimismo dei governi ha avuto le gambe corte: in Italia si rivedono le cifre del PIL, che nel 2013 scenderà dello 0,6% (dopo che già quest'anno andrà giù del 2,4%); lo stesso si fa in Spagna, che vede il proprio PIL in calo del dell’1,4% invece che dello 0,6% finora pronosticato. Quanto alla Grecia, il suo baratro sembra senza fondo: il Ministro delle Finanze greco ha infatti appena annunciato che, dal 2008 al 2014, la contrazione del PIL è calcolabile intorno al 25%. Non meno preoccupante è la situazione in Portogallo, dove il PIL quest’anno è in calo del 3,3%. In queste condizioni lo spread con i titoli tedeschi ricomincia a salire, e non è più solo la Grecia a essere interessata dai piani di “aiuto”…
Ma queste cifre, che pure fotografano una situazione molto grave, non dicono tutto, anzi: vengono usate per nascondere qualcosa. I media infatti tendono a presentarci gli Stati – Italia, Spagna etc – come entità compatte, come unità nazionali che si siedono al tavolo delle trattative con unità nazionali altrettanto compatte – la Germania, la Francia etc –, come se fossimo ancora all’epoca degli Stati-nazione ottocenteschi e non in un’epoca di globalizzazione, di circolazione mondiale di capitali e di formazione di classi dominanti non più su base nazionale ma internazionale. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza per provare a capire cosa sta succedendo per davvero.
È persino banale dire che gli Stati non sono ordinamenti super partes, ma costruzioni politiche mediante le quali la borghesia afferma il suo potere sulle classi lavoratrici facendolo passare per “volontà generale” e “interesse collettivo”.
Quello che sta succedendo negli ultimi mesi in Europa ce ne dà la conferma.
Nonostante i media parlino sempre di “Italia”, per cercare così di far sentire tutti partecipi di un progetto nazionale, addomesticando la popolazione agli imperativi della “responsabilità” e dei “sacrifici”, è evidente che non stiamo assistendo a uno scontro fra diversi paesi, ma a una lotta fra classi sociali a livello continentale. Da un lato c’è una borghesia europea che vuole andare verso la costituzione di un’unione imperialista più forte, più competitiva a livello globale, strutturata intorno all’asse franco-tedesco; dall’altro ci sono pezzi di borghesie ancora legate alla dimensione nazionale (magari marginali da un punto di vista economico, ma ancora rappresentative da un punto di vista politico) e soprattutto una massa sterminata di lavoratori, disoccupati, precari, proletari che non intendono – e comunque non possono – più pagare questa crisi.
In altre parole, all’interno del “normale” sviluppo ineguale fra i paesi capitalisti europei, alcune frazioni della borghesia decidono – per meglio servire i propri interessi, per rafforzare la propria posizione economica e politica all'interno di ciascun paese – di applicare le misure di “austerità” decretate dall’UE, che incarna gli interessi “universali” della borghesia contro i piccoli interessi di bottega delle frazioni borghesi nazionali.
Da questo punto di vista tutti i ritornelli della destra e dei populisti, tutti gli slogan contro la “casta”, dai politici “traditori” e “corrotti”, alle lamentele sulla perduta “sovranità nazionale”, non hanno alcun senso: non perché i politici non siano anche corrotti e traditori del mandato dei cittadini, ma perché in realtà essi eseguono al meglio – nell’Italia di Monti come nella Spagna di Rajoy – gli interessi di quella borghesia da cui dipendono, borghesia che ha bisogno dell’UE per partecipare da una migliore posizione alla “gara” contro i monopoli statunitensi, giapponesi, cinesi, russi etc. Per questo motivo una vera alternativa allo stato di cose esistenti non sta né nelle ridicole proposte di taglio ai “costi della politica”, né nel miracoloso ricorso a “figure nuove”, ma nell’opposizione alle pretese delle classi dominanti, nella rottura con i loro interessi. Perché la crisi non è mai per “tutti”, ma sempre per qualcuno: quelli che hanno bisogno di lavorare per poter sopravvivere.
Che la cosa stia proprio così, lo dimostrano alcune notizie degli ultimi giorni. Il 24 settembre Publico, il principale quotidiano portoghese, apriva con quest’articolo: I salari del lavoratori calano di più di quelli degli imprenditori. In sostanza, per la prima volta da sempre, i salari del lavoratori portoghesi (i salari nominali, cioè la cifra effettivamente ricevuta, non quella calcolata in relazione all'inflazione - rispetto a quella infatti i salari erano già indietro da tempo) calano in termini assoluti, a tutti i gradini della scala sociale, ma in particolar modo nei livelli più bassi – fra gli operai, gli addetti ai servizi, gli impiegati.

domenica 23 settembre 2012

La lotta di classe fa bene all'Italia: lo dice anche il Cnel

Autore: Dino Greco - controlacrisi - 
 
IL COMMENTO. C'è qualcosa di inedito e di clamoroso nel rapporto del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro presentato martedì e subito nascosto da quasi tutto il mainstream. Si tratta della inoppugnabile documentazione – dati alla mano – che negli anni Settanta la produttività del settore manifatturiero crebbe in Italia al ritmo del 6,5% medio l'anno. Ben più del Giappone, degli Stati Uniti, della Germania, del Regno Unito, della Francia, dell'Olanda. Insomma, più di tutti i paesi sviluppati. Dunque, ecco il miracolo: questa stupefacente performance si ebbe nel decennio della riscossa operaia, della forza sindacale giunta al suo apice, della conflittualità spinta, dell'egemonia della cultura egualitaria, della scala mobile a cadenza trimestrale (ricordate l'indennità di contingenza a 2.389 lire al punto uguale per tutti i lavoratori?), dei due livelli di contrattazione – nazionale e articolata – liberi da vincoli restrittivi, della più forte dinamica retributiva d'Europa, del superamento delle gabbie salariali con la conseguente conquista del carattere unitario e inderogabile del contratto nazionale, dell'entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori con al centro l'articolo 18, dell'affermazione di diritti individuali, collettivi e sindacali che concretizzavano il diritto alla salute e allo studio (le 150 ore), di un mercato delle braccia rigidamente normato, imperniato sul rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di un collocamento affidato ad uffici pubblici che somministravano il lavoro sulla base della chiamata numerica. E tutto ciò in costanza di un regime previdenziale che assicurava una rendita pensionistica pari all'80% dell'ultima retribuzione dopo 35 anni di attività. Ebbene, in quel decennio, additato oggi da lor signori e dagli ineffabili tecnocrati che sgovernano il paese come l'origine di tutti gli italici mali, il valore aggiunto delle produzioni al netto del costo dei fattori, gli investimenti, i profitti incamerati dal sistema delle imprese hanno toccato punte straordinarie, mai più raggiunte inseguito. Viceversa, negli anni Ottanta, prima ancora che l'entrata nell'Euro precludesse il ricorso alla svalutazione competitiva, ma dopo la sconfitta del sindacato, dopo i successi della repressione antioperaia, dopo la compulsiva compressione dei salari e la progressiva riduzione – fino alla definitiva soppressione – della scala mobile – il trend positivo si rovescia, gli investimenti produttivi crollano, mentre comincia ad affermarsi la tendenza alla finanziarizzazione dell'economia da parte di un capitale a inclinazione usuraria che rinuncia al rischio industriale, patrimonializza i profitti, non fa più impresa. Poi, negli anni Novanta, e in modo travolgente nel primo decennio del duemila, con l'euro, con l'introduzione dei cambi fissi, col monetarismo spinto, con la distruzione del sindacato, della contrattazione collettiva e del sistema di protezione sociale, con la svalorizzazione del lavoro e l'annichilimento dei salari, con la riduzione alla condizione servile di gran parte del lavoro dipendente, si assiste all'implosione dell'economia italiana, alla perdita di competitività della sua industria, depauperata nei suoi asset fondamentali, con imprese sottocapitalizzate, orientate alla delocalizzazione o alla compressione – la più brutale – delle condizioni dei prestatori d'opera. Eppure, la vulgata propagandistica di cui Mario Monti è protagonista assoluto racconta un'altra storia, gabellata per scienza adamantina, in base alla quale sarebbe proprio alle “generose” tutele, ai diritti (ribattezzati come privilegi) di cui godrebbero i lavoratori, ad un mercato del lavoro ingessato da mille rigidità (di cui non c'è da almeno vent'anni la più labile traccia) che va imputata la responsabilità della scarsa propensione padronale ad assumere e dei player internazionali ad allocare in Italia i propri investimenti. Fino all'ultima cialtronesca esibizione di quel Giuliano Cazzola (ex sindacalista passato, armi e bagagli, all'altra sponda) che è riuscito a spiegare l'origine del nanismo che “tarpa le ali” alle nostre imprese col terrore procurato dall'obbligo di osservare le norme previste dall'articolo 18, ove l'azienda superi la soglia dei 15 dipendenti (!). Bene, dunque, che il Cnel, come nella famosa novella di Hans Cristian Andersen, abbia svelato che il re è nudo, e che il poderoso volume di chiacchiere e di metaforico piombo che si abbatte sul lavoro è – semplicemente – un episodio della lotta di classe che i ricchi – per dirla alla maniera di Warren Buffett – hanno scatenato contro i poveri, riuscendo sino ad ora nel gioco di prestigio di carpirne un autolesionistico consenso. Talvolta capita – come causticamente osservava Jean Jacque Rousseau oltre due secoli fa – che «gli schiavi perdano tutto nelle loro catene, persino il desiderio di liberarsene». Il fatto è che le sciagure sociali provocate dai lestofanti che reggono il paese per nome e per conto dei proprietari universali non bastano, di per se stesse, a produrre la consapevolezza dello sfruttamento e dell'oppressione di classe. Ecco perché demistificare la fraudolenta narrazione del potere è il primo passo da compiere verso la verità, verso un più alto livello di comprensione dei processi in atto, delle cause che li determinano e degli effetti che ne conseguono. Senza la qual cosa anche le rivolte e i sussulti sociali apparentemente più radicali, ma privi di autonomia culturale e visione strategica, finiscono per essere fatalmente riassorbiti nella logica del potere costituito.

lunedì 30 luglio 2012

Serve un polo di Sinistra

30 luglio, 2012 - di Claudio Grassi -
Pochi giorni fa Antonio Di Pietro ha lanciato una proposta di coalizione alle prossime elezioni fra tutte le forze alternative al governo Monti. A breve giro di tempo è arrivata la bocciatura di Grillo che in poche righe striminzite, in coda a un post, ha respinto l’invito del leader dell’Idv. «Il Movimento 5 Stelle non si alleerà con nessun partito». Un no è arrivato anche dai vertici di Sel, per bocca di Gennaro Migliore, che ha etichettato l’idea di un fronte dei “non allineati” come roba da politica vecchia. «La nostra politica non può ridursi a schieramenti, dove non contano mai i contenuti». Sono segnali di un quadro politico in fibrillazione. Nessun partito, oggi, a destra come a sinistra, può dirsi immune da questi fenomeni di riassestamento.
Governo Monti: laboratorio di un nuovo assetto di potere
Nessuno può prevedere come si presenterà il sistema politico italiano alle prossime elezioni. Comunque vada, qualunque saranno le forze e le alleanze elettorali, è fin d’ora certo che dopo il governo Monti nulla sarà come prima. Tramontate le geografie della lunga era berlusconiana, l’esecutivo dei bocconiani ha avuto la funzione di laboratorio di un nuovo assetto di potere nelle classi dirigenti. Le formule del centrodestra e del centrosinistra che avevano caratterizzato la Seconda repubblica oggi sarebbero completamente inadeguate a definire la maggioranza che sostiene il governo Monti. Quello che all’indomani del passaggio di consegne di Berlusconi venne presentato agli italiani come una sorta di “stato d’eccezione”, si è rivelato un governo che, col passare del tempo, ha normalizzato, naturalizzato, rese ovvie le politiche dell’austerity. La crisi finanziaria dello spread ha dato modo a Mario Monti di accreditarsi nell’opinione pubblica come il leader di un esecutivo che avrebbe salvato l’Italia dal rischio di insolvenza e, quindi, di uscita dall’euro. In nome della retorica dell’emergenza sono state azzerate in un colpo solo le geografie del berlusconismo, consentendo la nascita di un nuovo blocco bipartisan di forze politiche, accomunate dal consenso sulle misure di austerity caldeggiate da Bce e vertici dell’Ue.

I fattori di incertezza del sistema politico italiano da qui alle elezioni
Questo nuovo assetto di potere produrrà effetti duraturi nel quadro politico? La maggioranza bipartisan che ha dato vita al governo Monti si ripresenterà, in qualche misura, anche alle prossime elezioni? Non si possono fare previsioni. Per due motivi. Il primo è che non si sa ancora con quale sistema elettorale si andrà a votare. Al momento si discute di diverse proposte avanzate perlopiù dai partiti della maggioranza. Ma si tratta, in parte, di abboccamenti e diversivi. Saranno proprio i tecnicismi – doppio turno, soglia di sbarramento, premio di maggioranza – a determinare quante e quali forze politiche siederanno nel prossimo parlamento. E siccome l’iniziativa è soprattutto nelle mani dei partiti dell’attuale maggioranza, sarà di fatto il trio ABC (Alfano-Bersani-Casini) a mettere un’ipoteca su chi farà parte dell’arco politico nella prossima legislatura e chi no. È sufficiente alzare di qualche punto la soglia di sbarramento per impedire l’accesso in parlamento di una o più forze politiche. Il rischio è che la nuova legge – ammesso che vedrà la luce e non si debba invece andare alle urne col Porcellum – finisca più per corrispondere agli interessi dei partiti della maggioranza che non al fine di una rappresentanza democratica e proporzionale delle forze politiche presenti nella società italiana. La composizione del prossimo parlamento, quali forze ne entreranno a far parte e quali alleanze i partiti stringeranno tra loro, dipenderà molto da quel che il trio Abc scriverà nel testo della legge elettorale.
Il secondo motivo di incertezza del quadro politico è più complesso. In ogni competizione elettorale gli schieramenti e le alleanze che i partiti stringono tra loro, dipendono dai contenuti che si impongono nel dibattito pubblico. Fino alle elezioni del 2008 uno dei principali antagonismi che divideva lo spazio politico era quello tra berlusconismo e antiberlusconismo. Attorno a quella discriminante si organizzavano le forze politiche, i rispettivi campi della destra e della sinistra, gli schieramenti e la propaganda elettorale. Il governo Monti ha costruito il consenso alle proprie politiche liberiste – perlomeno agli inizi – sul tema della permanenza nell’eurozona contrapposto al rischio di uscita dall’euro. Alle prossime elezioni non è detto che il tema del dentro o fuori la moneta europea sarà ancora la linea di divisione principale della competizione politica. Con molta probabilità non ci saranno il centrodestra e il centrosinistra che abbiamo conosciuto in passato, a contendersi i voti. Può darsi che lo scontro principale avvenga tra l’arco di forze che ha sostenuto le politiche di Monti e quelle che, in varia misura e a diverso titolo, si sono opposte a esse. Ma, di nuovo, non è detto che sia questo lo scenario. Soprattutto, non è affatto scontato che la crisi economica – e la possibilità di scegliere tra differenti strategie nell’affrontarla – diventi il tema principale su cui i partiti e gli italiani si misureranno e si divideranno. Può anche essere che nel dibattito politico altre saranno le questioni dirimenti sulle quali si giocherà la campagna elettorale.

venerdì 27 luglio 2012

l'Ilva un caso emblematico.

di Zag in ListaSinistra
La vicenda dell'ILVA di Taranto è sintomatico di come si trattano e si giungono alle soluzioni "inevitabili". Si lascia prima che si incancrenisca il problema, nel silenzio e nell'apatia più assoluta. Nessuno ascolta, nessuno evidenza gli appelli accorati, le urla disperate, i morti, le disgrazie, le tragedie. Al massimo una alzata di spalle ai lamenti, o un grido di "Comunisti! " o per argomentoi anche di natura ecologica l'accusa " siete i soliti ecologisti che dite di no a tutto!" Chi conduce la battaglia. Quella che si definisce da quasi quarant'anni la "sinistra", poi "Centro sinistra", poi "democratici" . Si lascia che i problemi si incancreniscono, fino a diventare essi stessi una cancrena. E poi, pronta la soluzione. La soluzione diventa inevitabile, Non c'è altra soluzione. Il risanamento costerebbe più della vendita. Conti alla mano.
Oppure la dove non interviene la politica si lascia che intervenga la Magistratura Che il caso diventa un caso di legalità . Nasce l'emergenza ed allora la soluzione non può che essere una ed una sola

Il caso Ilva , un caso simile nella strategia.

L'inquinamento di questa fabbrica risale fin dai tempi della sua nascita. Ma era la soluzione alla povertà. Il modello di sviluppo richiedeva il sacrificio della natura. Passare dai contadini all'operaio siderurgico. Senza nessuna mediazione, senza nessun compromesso. Tutto e subito.

Fin da quando era fabbrica di Stato si produceva diossina, inquinamento atmosferico. I tumori, e le malattie polmonari erano all'apice nelle statistiche nazionali. Ma tutto era dovuto.

Era il prezzo da pagare per l'industrializzazione.

Al massimo si alzò qualche barriera ecologica, qualche albero ai confini della fabbrica , che in pochi anni divennero striminziti, ingialliti.... morivano dopo pochi anni. Tutto intorno il silenzio e il fumo

Ma era il prezzo che si doveva pagare per il progresso.

Le urla, le grida divennero più alte, Le invocazioni di aiuto, le proteste per quella fabbrica che oltre a produrre ricchezza produceva morte erano inascoltate con una alzata di spalle.

Era il prezzo da pagare per lo sviluppo

Poi arrivò il privato. Il padron Riva che all'inquinamento produsse anche l'alterigia del padrone privato. Fuori anche quell'embrione di sindacato, quella simulazione di organizzazione dei lavoratori. La dignità e l'umanità doveva varcare il cancello della fabbrica.
Oltre all'acciaio si produceva, la Palazzina Laf, e l'inquinamento. Diossina e PCB. Gamlen e fanghi da scaricare in mare. Diossina e fumi di polvere di carbone da scaricare in aria.

Era il prezzo per il nuovo modello di sviluppo.

La politica, sopratutto quella locale, dietro quelle migliaia di morti , dietro quelle centinaia di casi di tumore che non potevano più essere causate solo dal fumo delle sigarette o dall'ereditarietà , come ci avevano detto per tanti anni. Ed allora ha tentato di emettere qualche vagito, qualche flebile lamento subito , però, silenziato dall'interesse della produzione, del profitto.

Era il prezzo da pagare per uscire dalla crisi.

Ora è intervenuta la magistratura Ha fatto diventare l'ILVA un caso nazionale , Ma lo si affronta ancora come una guerra fra poveri. La Salute contro il lavoro. O si muore per i tumori o si muore per fame. O si muore subito o lentamente per inedia.

Si è lasciato che il problema si ingigantisca, che vengano eliminati tutti le soluzioni . DI fronte all'emergenza ci si trova davanti al un bivio.
La guerra è guerra fra poveri.
--
Zag(c)
Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

mercoledì 11 luglio 2012

La vera dittatura

Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Burgio
        In nome della grande crisi si sta configurando un’Europa a due velocità. Sul piano economico e su quello sociale. Obiettivo: spremere il lavoro fino all’ultima goccia di sudore. Perché una parte della sinistra lo avalla senza riserve?
Le parole sono pietre, pensava uno dei nostri maggiori, non per caso dimenticato. E sono importanti, aggiunse Nanni Moretti in un memorabile dialogo di Palombella rossa. Per questo non convincevano, nei recenti anni bui del Cavaliere, le analisi che discorrevano a giorni alterni di un nuovo regime e di un nuovo fascismo, ferma restando, ovviamente, l’estrema gravità di quanto è accaduto in questo paese nell’ultimo ventennio. È discutibile che sia una buona idea alzare i toni e forzare i concetti. Ed è tutt’altro che ovvio che spararla grossa aiuti a far comprendere e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Più probabilmente gli eccessi sortiscono l’effetto opposto, come scoprì a proprie spese il pastorello di Esopo che si divertiva a terrorizzare il villaggio urlando per scherzo «Al lupo! Al lupo!».
Oggi però qualche dubbio insorge. Si provi a riflettere sul nuovo ordine europeo che sta prendendo forma sotto i nostri occhi con il pretesto della grande crisi. L’Europa a due velocità che sta nel cuore e nella mente dell’establishment tedesco prevede una rigida gerarchia tra i paesi forti (che esportano merci e capitali aggiogando gli altri alla catena del debito e sfruttando sul mercato finanziario i vantaggi della propria potenza) e i paesi deboli, intrappolati nella prigione di una moneta unica costruita su misura nell’interesse dei più ricchi, e privati della possibilità di sfruttare la debolezza della propria valuta e di utilizzare la spesa in debito come meccanismo di redistribuzione e di sviluppo.
Le due velocità non riguardano soltanto i rapporti internazionali, ma anche quelli sociali, all’interno dei singoli paesi. Come ci rammenta Luciano Gallino, la lotta di classe funziona ancora, anche se sembra ricordarsene solo il capitale. Ricchi e poveri (detentori di capitale e gente costretta a campare di salario, stipendio o pensione) esistono, in proporzioni diverse, in tutti i paesi. E corrono ovunque a velocità diverse. Un capitalista greco (o italiano o spagnolo) andrà sempre molto più veloce di un operaio tedesco, anche se Atene sta sprofondando all’inferno per colpa di Berlino. Troppo spesso si perde di vista l’intreccio tra piano nazionale e piano internazionale, nonostante sia uno snodo cruciale della dominazione coloniale, sulla quale la storia degli ultimi due secoli avrebbe dovuto renderci edotti. La metropoli europea (la Germania, sino a ieri con l’attivo sostegno di Francia e Stati uniti) domina il continente anche attraverso i proconsoli (o i Gauleiter) di cui dispone in periferia. I quali governano, per così dire, su suo mandato, col compito di garantire, se non il consenso, almeno l’obbedienza delle popolazioni ai diktat della cosiddetta Unione europea.
Ma veniamo alla sostanza. A che cosa serve questo nuovo ordine? Detto in volgare, a spremere il lavoro (le classi medie, oltre a quello che un tempo si chiamava proletariato) sino all’ultima goccia di sudore e di sangue. Se la si smettesse una buona volta di cianciare di ripianamento del debito e si cominciasse a dire pane al pane, si parlarebbe di una gigantesca rapina a mano armata. Indubbiamente molto adatta a governanti virili, decisi, freddi e insensibili agli scrupoli di un melenso umanitarismo. Quando si dice «debito pubblico», si lascia intendere che siamo tutti indebitati, ma la verità è che una parte di questo paese, a cominciare dai padroni delle banche, possiede il 63% del debito italiano. Questi sono creditori, non debitori. Ci si vuol spiegare una volta per tutte come hanno fatto costoro ad accumulare questo credito, chi e perché glielo ha consentito? E si vuol dire con chiarezza agli italiani che l’Italia non è affatto povera, ma un paese diviso tra moltissimi sempre più poveri e pochi, pochissimi, sempre più ricchi, che oggi impongono agli altri il proprio volere? Si vuol chiarire che tutte le scelte del governo (contro sanità e pensioni, salvo quelle d’oro, per esempio) e tutte le sue non-scelte (contro i patrimoni) dipendono dalla ferma volontà di tutelare i grandi creditori?
Chiamando in causa entità celesti («i mercati», «l’Europa») ed evocando lo «stato d’eccezione», si prendono decisioni «per il bene del paese» che incidono drammaticamente sulla vita e forse sulla morte di milioni di persone e che non hanno altra logica fuor che quella di remunerare a tassi usurari il capitale privato concentrato nelle mani di una oligarchia (una casta di cui non si parla mai) sempre più ristretta. Sino a ieri la sporca faccenda degli «esodati» è parsa il non plus ultra. Dopo le farneticazioni della Fornero sul non-diritto al lavoro e la ripresa del piano Brunetta contro gli statali sappiamo che dobbiamo aspettarci ben di peggio. Chi crede ancora che esistano argini o tabù non ha davvero capito con chi abbiamo a che fare. A noi l’idea di una società che prevede stermini per fame o malattia (si vedano i tassi di mortalità infantile negli Stati uniti) fa orrore, ma non dovremmo essere tanto sicuri che essa non appaia a qualcuno l’immagine più adeguata della modernità. Dopo tutto, fu uno dei padri della sociologia contemporanea a sostenere che la «sovrabbondanza numerica degli uomini» rispetto ai mezzi di sussistenza «rende necessaria l’eliminazione ininterrotta di coloro ai quali appartiene una meno forte capacità di conservarsi».
Non ci sono stivali né olio di ricino. E nemmeno campi di prigionia, salvo per i migranti. Ma quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è precisamente ciò di cui parlava Gramsci quando si domandava perché l’Europa tornasse «alla concezione dello Stato come pura forza» e chiamava in causa la «saturazione della classe borghese». La quale, incapace di coniugare remunerazione del capitale e sviluppo sociale, «non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa» recuperando «la concezione di casta chiusa» propria dell’aristocrazia feudale.
Certo, considerando le cose sul medio-lungo periodo, le scelte della cosiddetta classe dirigente italiana appaiono folli. Chi ha capitale e potere si sta arricchendo a tutto spiano grazie alla crisi, ma ritrovarsi in un paese allo stremo non sarà comodo per nessuno. Di questo passo, la periferia europea (l’Europa mediterranea e orientale, oltre all’Irlanda) sarà popolata da eserciti di poveri, disposti a lavorare per un’elemosina ma incapaci di comprarsi le merci prodotte in cambio di un salario da fame. E non è affatto detto che sarà tanto facile governare un’Europa così. Questi non sono gli Stati uniti: non ci sono i dividendi di un impero da distribuire alla plebe né un radicato individualismo (oltre che una lunga frequentazione con la schiavitù) a legittimare la miseria di massa. Non è un caso che in Italia per mettere in riga il movimento operaio si sia dovuto ricorrere al fascismo, e che per ridurre in servaggio mezza Europa Hitler abbia scatenato la guerra.
Ad ogni modo, che la destra sociale e politica avalli, legittimi e mascheri ideologicamente questa nuova guerra civile, è del tutto naturale. Non lo è affatto che a stare al gioco e a nobilitarlo con la retorica del «risanamento» e del «rigore» sia una parte della sinistra, ancorché la più moderata. E qui bisogna che ci si capisca una buona volta. Sono trent’anni che si racconta la favola della responsabilità e dei «sacrifici» che presto finiranno e poi sarà meglio per tutti. Cominciarono la Cgil ai tempi di Lama e il Pci di Berlinguer. Vogliamo fare finalmente i conti di questa brillante operazione? I conti economici, ma anche quelli sociali e politici, considerato che in trent’anni il lavoro ha perso – a stare bassi – oltre 150 miliardi di euro e gran parte dei diritti conquistati con le lotte; che le retribuzioni lorde in Italia sono sotto la media dell’Europa a 27 (non parliamo di quella a 17); che l’Italia ha privatizzato beni e imprese pubbliche per oltre 110 miliardi (più o meno quanto la Thatcher); che la componente maggioritaria della sinistra politica si è ridotta a coabitare nello stesso partito con quella che per oltre cinquant’anni è stata la sua controparte.
C’entra questa storia con quello che stiamo vivendo in questi giorni? C’entra eccome, perché delle due, l’una. O l’on. Bersani la smette di avallare le scorrerie della speculazione, le pretese della troika europea e la «macelleria sociale» del governo (Squinzi) e comincia finalmente a dire che il suo partito sosterrà solo misure che vadano nel senso della restituzione al lavoro della ricchezza sociale che gli è stata sottratta in questi decenni. Oppure è davvero inutile che si scaldi per convincerci che il Pd sostiene Monti nell’interesse generale o che corra dagli operai della Fiom a promettere che si batterà per una maggiore giustizia sociale. Oggi il principale compito della politica è rispondere alle persone che chiedono lavoro e rispetto dei propri diritti. Ma per poterlo assolvere si deve cominciare a dire le cose come stanno e smetterla di fabbricare veli d’ignoranza che impediscono al 99% della società di capire questa crisi cos’è, da dove nasce e chi veramente la sta pagando. Mai come in questo momento la verità è stata una necessità politica, se non proprio una forza rivoluzionaria.
Ps. Il presidente del Consiglio ha reagito alle critiche di quello della Confindustria accusandolo di essere un pericolo pubblico. Che cosa avrebbe detto la «grande stampa» se a reagire in modo così tollerante e civile fosse stato Berlusconi? Possibile che a nessuno più stia a cuore almeno la libertà di opinione?

venerdì 11 maggio 2012

Lotta di classe

di Rossana Rossanda  - sbilanciamoci
 -Gallino sul conflitto capitale/lavoro
Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18). Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c'è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov'è oggi l'operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un'ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l'estensione dell'economia mondializzata. Mai come oggi l'innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori.
Si è allargato quindi, in quantità e qualità, il conflitto di interessi fra capitale e lavoro, i capitali concorrono (ma è più elegante dire «competono») nel ridurne il costo, mentre i vecchi e nuovi lavoratori, non ancora o non più organizzati, si fanno la guerra, concorrendo gli uni contro gli altri più o meno consapevolmente al ribasso, per conquistare un posto. Dunque le classi non solo ci sono ancora, ma l'offerta di manodopera e lo sventagliarsi delle retribuzioni, che trent'anni fa dispiegavano su scalini di circa trenta grandezze diverse (ed era già un bel salto), oggi avviene in grandezze da 1 a 300: in altre parole occorrono trecento anni di lavoro a una operia o cassiera dei supermercati per guadagnare quello che il suo direttore generale guadagna in un anno. Qualcuno ricorderà che negli anni Ottanta i padroni italiani sostenevano che il costo del lavoro era diventato una voce minima nell'insieme dei costi di bilancio, ma oggi è su di esso, sia pur calato in assoluto, che esercitano la maggiore pressione possibile. Nella lotta di classe sono cambiati l'attaccante e chi si difende; l'attaccante che, pur in inferiorità di mezzi, era il salariato oggi si difende sia dal padrone sia dallo stato, che legifera a favore del padrone - Monti ed Elsa Fornero ne sono figure da manuale. Adesso le parti sono invertite. All'attacco è il capitale e il lavoro è sotto botta.

Divisi e senza partito
Qualche anno fa, scendendo all'aeroporto di Roma, mi sorprese un grande pannello luminoso che riproduceva il famoso quadro di Pelizza da Volpedo, «Il quarto stato», dove operai e contadini, assieme a una donna con il bambino in braccio, marciano avanti senza paura, a rappresentare il proletariato emergente come figura politica, con i suoi sindacati e i suoi partiti. Soltanto che al posto delle facce affaticate e degli abiti modesti, giubba sulla spalla, c'erano una schiera di inappuntabili manager in giacca e cravatta che avanzavano sotto la scritta: «Capitalisti di tutto il mondo unitevi!»
Pareva una battuta, invece era già fatto. Mentre i proletari non solo sono arretrati, non solo non hanno più, in Italia e altrove, un partito che li rappresenta in parlamento, ma si sono divisi. Gli stessi metalmeccanici, le tute blu cui vanno le nostre simpatie e speranze, non sono collegati neanche a livello europeo, neanche quando dipendono dallo stesso padrone, e quindi sono esposti a essere battuti, su questo o quel punto, ora l'uno ora l'altro. La pressione per azzerare il contratto nazionale, l'indebolimento dell'articolo 18, l'allontanamento dell'articolo 81 della Costituzione, il moltiplicarsi degli «atipici» per dire il sempre più ampio precariato diminuisce anno per anno il peso contrattuale della forza di lavoro, specie europea, tendendo ad allinearla al modello degli Stati Uniti, a negoziato principalmente privato fra datore di lavoro e lavoratore. L'ideale del padronato è che il lavoro possa essere assunto e dimesso solo per il tempo che serve all'impresa e a alle condizioni più modeste possibile. Non ci siamo ancora del tutto, ma la tendenza è questa. Il volume di Gallino infilza una per volta, capitolo per capitolo, questa frammentazione del lavoro e della sua capacità di difesa, ribattendo alle domande di Paola Borgna, che si fa ogni tanto avvocato del diavolo cioè degli stereotipi dell'opinione dominante.
Dominio dell'economia
Con la stessa chiarezza lega le politiche di austerità alla loro natura di classe, mentre le istituzioni, il ceto politico tutto e la presidenza della Repubblica si affanna a descriverla come mera tecnica per rimettere i conti a posto, e indica nella flessibilità del lavoro il fine effettivo cui mira il padronato, che spera di mantenere a tempo indeterminato soltanto quella parte di manodopera che gli garantisce un certo know how, facendo ruotare tutto il resto nel minor tempo e con le minori garanzie possibili. Ma con questo viene meno la possibilità per il lavoratore dipendente di programmare la propria esistenza che viene meno, chiudendo il cerchio sotto il profilo della rappresentanza politica: più si dilata la distanza di reddito fra le classi più sale la sfiducia nella capacità e nella stessa volontà della sfera pubblica di fungere da compensatore o moderatore della tendenza sfavorevole alle classi subalterne. Più si è costretti a constatare che non siamo «nella stessa barca», nel senso che i più possono esserne sbattuti fuori a ogni momento, meno i partiti, specie quelli che si dicono di sinistra, appaiono credibili. Ma meno la sfera politica è credibile, più la cosiddetta «economia» diventa dominante.

sabato 28 aprile 2012

Il quarto stato del capitale

- Rossana Rossanda - ilmanifesto -
La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L'ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).
Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c'è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov'è oggi l'operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera.
E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un'ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l'estensione dell'economia mondializzata. Mai come oggi l'innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore.
Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori. Si è allargato quindi, in quantità e qualità, il conflitto di interessi fra capitale e lavoro, i capitali concorrono (ma è più elegante dire «competono») nel ridurne il costo, mentre i vecchi e nuovi lavoratori, non ancora o non più organizzati, si fanno la guerra, concorrendo gli uni contro gli altri più o meno consapevolmente al ribasso, per conquistare un posto.
Dunque le classi non solo ci sono ancora, ma l'offerta di manodopera e lo sventagliarsi delle retribuzioni, che trent'anni fa dispiegavano su scalini di circa trenta grandezze diverse (ed era già un bel salto), oggi avviene in grandezze da 1 a 300: in altre parole occorrono trecento anni di lavoro a una operia o cassiera dei supermercati per guadagnare quello che il suo direttore generale guadagna in un anno.

Vita operaia, da Berlinguer a Marchionne

di Domenico Liberato Norci - sbilanciamoci -
"Quello che ho chiesto trent'anni fa all'onorevole Enrico Berlinguer e quello che chiederei oggi all'ingegner Marchionne”, Legma edizioni, è un poetico racconto di memoria dell'operaio e sindacalista Fiat Domenico Liberato Norcia: stralci di vita familiare e lavorativa, usi e costumi dalla campagna alla fabbrica, affetti forti e sacrifici.
Un estratto Il mio banco di prova è stato il contesto Fiat Mirafiori di Torino dove approdai dopo lunghe e dure vicissitudini, nell'ormai lontano 1969, quando pensavo che la mia vita fosse in Germania; là avevo lasciato un lavoro sicuro, una moglie e due splendidi bambini ed il bene più prezioso per un uomo, mia madre sepolta nel cimitero della città di Hameln. Arrivai a Torino dalla Germania il 23 Marzo, giorno in cui fui chiamato per la visita di idoneità al lavoro.
Devo dire che il destino ha avuto il suo ruolo in tutto ciò! Lavoravo in Germania, quando mio cognato mi mise al corrente del fatto che la Fiat di Torino faceva grande richiesta di operai e allora un posto alla Fiat era considerato lavoro fisso e assicurato. Mio cognato fece subito la domanda e nel giro di un mese fu chiamato e subito assunto. È stata mia moglie ad insistere perché anch'io presentassi domanda di assunzione e, dopo un mese esatto, fui chiamato dalla Fiat per la consueta visita medica.
Alla Fiat di Torino Fu una visita molto accurata e, durante il colloquio, vidi che l'impiegato che mi faceva le domande scrisse su un documento "assunzione urgente". Verbalmente mi disse che il lunedì successivo avrei potuto recarmi a Mirafiori alla porta n. 1 e chiedere alle guardie di accompagnarmi all'officina 52. Puntuale il lunedì mattina mi recai alla porta n. 1 e da lì una guardia mi accompagnò in un ufficio dove un impiegato mi accompagnò sul posto di lavoro e, rivolgendosi al capo squadra, disse che io ero stato assegnato alla sua squadra. Il caposquadra, dopo avermi dato un grembiule, un paio di guanti, degli occhiali che, mi disse, in officina non dovevo togliere mai.
Mi accompagnò nel luogo dove lavoravano due operai con le pinzatrici e, dopo aver aspettato che finissero il ciclo del lavoro, disse ad uno di loro: "Insegnategli il mestiere" e se ne andò. Il mio nuovo compagno di lavoro mi disse: "Per il momento guarda quello che noi facciamo, e quando tu vuoi, ti facciamo provare." Cominciai a guardare: alla loro sinistra c'erano due operai che posizionavano il padiglione (così era chiamato il tetto della vettura) su un attrezzo, per controllarlo, passavano la mano con i guanti, alla ricerca di eventuali bolli, che provvedevano ad eliminare con lima e martello.

sabato 14 aprile 2012

Cinque mesi di sciopero e di resistenza contro un Marchionne greco

marco zerbino - controlacrisi -
Una storia di Grecia che spiega come si possa resistere insieme all'arroganza dei padroni, di come i padroni siano uguali in ogni parte del mondo, di come si possa tornare a essere classe

Quando l'autobus mi lascia sul ciglio della superstrada che collega Atene al Peloponneso non posso fare a meno di pensare che, visto da qui, il crollo dell'apparato produttivo greco di cui tanto parlano i giornali appare poco credibile. Sono nel mezzo dell'Attica occidentale, e la zona industriale di Aspropyrgos mi si presenta di fronte agli occhi disseminata di fabbriche: i tanti capannoni, incuranti dei dati macroeconomici, continuano a scintillare sotto il sole e sembrano non volerne proprio sapere di farsi da parte. Se tutte le mattine vi entrino dei lavoratori, e se tutti i giorni ne escano delle merci, non saprei dire. Di lavoratori, questo è certo, ne trovo parecchi di fronte all'ingresso di Halyvourgia Ellados, la fabbrica siderurgica che raggiungo in compagnia del photoreporter greco Kostas Kallergis dopo pochi minuti di cammino. Kostas ha gentilmente accettato di farmi da interprete, e il suo aiuto si rivelerà prezioso per comprendere le dinamiche di una vicenda, quella di un'azienda i cui operai sono in sciopero da più di cinque mesi, che ha assunto un valore paradigmatico tanto dal punto di vista dell'atteggiamento tenuto dalla classe imprenditoriale greca durante la crisi, quanto da quello della resistenza messa in campo dai lavoratori.

«Tutto è cominciato a fine ottobre, quando Nikos Manesis, il proprietario di Halyvourgia, ci ha sottoposto un accordo», mi spiega Thanasis, un operaio fra i più attivi nel sindacato di fabbrica. «In sostanza, si trattava di un vero e proprio ricatto: avremmo dovuto accettare di lavorare per cinque giorni la settimana e per cinque ore al giorno, con un taglio allo stipendio del 40%. Quindi, da 800 euro, di punto in bianco avremmo cominciato a guadagnarne 500. In caso di rifiuto, Manesis minacciava di licenziare 180 dipendenti su un totale di 380». Una volta messi al corrente della proposta della proprietà, i lavoratori di Halyvourgia si sono riuniti in assemblea, decidendo di rifiutare l'accordo e di rispondere con lo sciopero ad eventuali licenziamenti. «La scelta di respingere il ricatto è stata il frutto di una decisione unanime di tutti i lavoratori», prosegue Thanasis. «Il padrone ha poi cominciato a licenziare, ed è per questo che siamo entrati in sciopero. Una decisione confermata da ben dodici assemblee generali che abbiamo tenuto finora». Da quando è iniziata l'astensione dal lavoro, Manesis ha infatti dato il ben servito a diversi operai, meticolosamente scelti fra i più combattivi e sindacalizzati. «La legge greca consente al datore di lavoro di mandare a casa ogni mese non più del 5% del numero totale dei dipendenti dell'azienda. La soglia era del 2% fino al 2010, ma è stata alzata per effetto del primo accordo stipulato dal governo greco con Ue, Bce e Fmi nel maggio di quell'anno. Manesis, fin dall'inizio del nostro sciopero, si è sempre avvalso di questa facoltà». È anche per questo, forse, che i lavoratori di Halyvourgia non si stancano di ripetere che il loro caso rappresenta una traduzione pratica dei memorandum di intesa fra lo stato ellenico e la Troika.

venerdì 13 aprile 2012

La sinistra di classe tra legge elettorale e Articolo 18

Domenico Moro - sinistrainrete -
Dieci anni fa al Circo Massimo, contro l’abolizione dell’articolo 18, si tenne la più grande manifestazione sindacale, tre milioni di partecipanti secondo la CGIL, superata forse solamente dalla manifestazione del 2003 contro la guerra in Iraq. L’articolo 18 fu salvo, con grande entusiasmo a sinistra. Eppure, si trattò di una vittoria tattica, inserita in una sconfitta strategica per il movimento operaio, cioè in un peggioramento dei rapporti dei forza complessivi. Infatti, un anno dopo passò la Legge 30/2003 (Legge Biagi), che, bypassando l’articolo 18, abbassava drasticamente il livello di tutela dei lavoratori. Il grado di protezione del lavoro, già ridottosi con il Pacchetto Treu (varato dal Primo governo Prodi, sostenuto e partecipato anche dai comunisti) crollò al di sotto di quello di Francia e Germania.

Gli esiti delle grandi mobilitazioni contro l’articolo 18 e contro la guerra hanno denotato la medesima difficoltà della sinistra a capitalizzare organizzativamente e politicamente la forte spontaneità di massa. Il decennio che seguì vide la partecipazione dell’Italia a guerre seriali, la riduzione di salari reali e welfare, le privatizzazioni, e la crescita dei profitti dei grandi gruppi in un contesto di decadenza industriale del Paese. Dulcis in fundo, l’estromissione dal Parlamento dei comunisti, per la prima volta dal 1948.

2. Attacco forte del capitale, risposta debole

Ma veniamo all’attualità. Siamo davanti all’attacco più forte condotto dal capitale contro il lavoro salariato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non si tratta “solo” dell’attacco all’art. 18, la controriforma è estremamente articolata e colpisce tutti gli aspetti del mercato del lavoro. [1] Al confronto il “pacchetto Treu” e la Legge Biagi sembrano bacchettate sulle dita.

Eppure, la reazione della sinistra è non è stata proporzionata all’entità dell’attacco. Una debolezza che risalta nel confronto con quanto avviene in altri Paesi. In Spagna, ad esempio, lo sciopero generale del 29 marzo contro la riforma del lavoro ha coinvolto oltre 11 milioni di scioperanti e 3 milioni di manifestanti.[2] La debolezza italiana è dovuta, in gran parte, al condizionamento esercitato dal Pd sulla CGIL e su quanto è alla sua sinistra. Il governo Monti è un “governo del presidente”, nominato da Napolitano in contrasto con la Costituzione. Per quanto la democrazia sia stata sospesa, se ne mantiene una parvenza. Questa richiede una sorta di “maggioranza parlamentare”, in effetti un patto a tre, Pd-Pdl-Udc. Il Pd fu convinto da Napolitano a rinunciare a elezioni vittoriose, ed ora si trova in difficoltà perché la controriforma del lavoro va oltre quello che si aspettava. Se la CGIL avesse accettato l’accordo con il governo e Confindustria, il Pd sarebbe stato coperto a sinistra. A questo scopo la Camusso ha cercato di resistere al tavolo delle trattative, ingoiando anche la controriforma delle pensioni, e Napolitano è intervenuto reiteratamente a sollecitare un accordo. La posizione collaborativa della Camusso, però, è venuta meno sia perché la Fiom e altre componenti della CGIL hanno determinato la possibilità di una spaccatura interna, sia perché Monti ha forzato la mano, non accontentandosi di sconfiggere i lavoratori e pretendendone lo scalpo. L’articolo 18 è, però, un argomento ultra sensibile, contro il quale la mobilitazione è più agevole che contro misure pure devastanti, ma meno chiaramente percepite a livello di massa.

mercoledì 11 aprile 2012

Esorcismi

di Marino Badiale - sinistrainrete -
È molto istruttiva la lettura dell'editoriale di Marco D'Eramo su “Il Manifesto” del 30 marzo. Ci sembra che esso rappresenti un compendio di tutte le incongruenze della sinistra sui temi dei quali ci occupiamo in questo blog (sovranità nazionale, euro, UE). Per mostrare queste incongruenze, proviamo a sintetizzare alcuni punti del ragionamento di D'Eramo:

1. Le lotte contro le misure antipopolari, che in questo periodo stanno prendendo i vari governi europei, hanno sempre una dimensione nazionale, mai una dimensione europea.
2. Al contrario, l'azione dei rappresentanti politici dell'attuale capitalismo regressivo (volta a “riportare la lancetta della storia a prima del 1929, a cancellare lo stato sociale e abrogare il compromesso fra capitale e lavoro”) ha una dimensione sovranazionale.
3. D'altronde, è un fatto che “l'unica leva di potere cui la sinistra può (…) puntare è il controllo dell'apparato dello stato nazionale”.
4. Inoltre, “l'euro è una moneta unica che paradossalmente ha diviso invece di unire: ha esaltato le differenze e le irriducibilità fra i vari paesi rendendo più difficile concordare le iniziative fra le diverse sinistre”.

Fin qui D'Eramo. Queste analisi sono ampiamente condivisibili. Quali conclusioni trarne? Chi legge questo blog conosce le nostre posizioni: occorre riconquistare la sovranità nazionale, e quindi anche economica, e usare il potere dello Stato per ricostruire la giustizia e la coesione sociale che trent'anni di neoliberismo hanno cancellato.

Come si può intuire (dopotutto, stiamo parlando di un editoriale del “Manifesto”), non è questa la conclusione che trae D'Eramo. La sua conclusione è che “quella nazionalistica è una tentazione illusoria e vana”.

Occorre invece, sembra dire D'Eramo, che le sinistre portino la battaglia sul terreno dell'intera Unione Europea, per esempio organizzando uno sciopero generale europeo e invadendo le piazze dell'intera Unione.

Ora, noi riteniamo che la proposta di D'Eramo sia, essa sì, una “tentazione illusoria e vana”. Ma poiché essa rappresenta una idea di fondo condivisa, in una forma o nell'altra, da tutta o quasi la sinistra, ci sembra valga la pena di discuterla seriamente. E l'unico modo di discutere seriamente una tesi è prenderla sul serio. Prendiamo allora sul serio la tesi di D'Eramo. Egli chiede una lotta sociale e popolare a livello europeo contro le politiche economiche neoliberiste e antipopolari. Se questa proposta è una proposta seria, essa deve far riferimento ad un soggetto sociale che sia l'attore di questa lotta europea. Come già avevamo indicato in un saggio scritto assieme a Fabrizio Tringali, questa proposta richiede in sostanza che esista qualcosa come un “popolo europeo” che sia l'attore di una lotta popolare europea. A seconda delle preferenze ideologiche, al posto di “popolo europeo” si può naturalmente parlare di “proletariato europeo”, di “classe operaia europea”, di “ceti subalterni europei”: dal punto di vista del nostro ragionamento, non cambia molto.

Ma cosa significa “popolo europeo”? Quali sono le condizioni almeno necessarie (e forse nemmeno sufficienti) perché si possa parlare di “popolo europeo”? Proviamo ad elencarne qualcuna:

martedì 10 aprile 2012

La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri

colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli
- sinistrainrete -
La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.

Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.

Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...

«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».

sabato 31 marzo 2012

L’insostenibile deriva neoliberale delle socialdemocrazie europee

di Zygmunt Bauman, da "Social Europe Journal", traduzione di Laura Franza
- micromega -
Ma lo sanno i socialdemocratici a cosa mirano? Ce l’hanno una qualche nozione di una ’società giusta’ per cui vale la pena lottare? Ne dubito. Credo non ce l’abbiano. In ogni caso non nella parte di mondo in cui viviamo noi. L’ex cancelliere tedesco Schroeder ne ha dato prova restando abbagliato di fronte alle proprietà di Tony Blair come a quelle di Gordon Brown e dicendo, solo pochi anni fa, che non esiste un’economia capitalista e un’altra socialista, l’economia è soltanto buona o cattiva. Per molto tempo, almeno gli ultimi trenta-quarant’anni, la politica dei partiti socialdemocratici si è andata articolando anno dopo anno con leggi neo-liberaliste, secondo il principio: "qualsiasi cosa voi (il centro-destra) facciate, noi (il centro-sinistra) possiamo farlo meglio".

A volte, anche se non molto spesso, qualche iniziativa particolarmente oltraggiosa e arrogante presa dai legislatori provoca uno spasimo nell’antica coscienza socialista. Allora in questi casi, senza alla fine combinare un gran che, si solleva la richiesta di una maggior compassione e una maggior lungimiranza nei confronti di "chi ha più bisogno" o di un "alleggerimento del carico" per "chi è più colpito" – ma di sicuro non prima di aver valutato le conseguenze in fatto di popolarità in caso di elezioni – e ancor più frequentemente mutuando frasi e termini dagli "avversari".

Questo stato di cose ha la sua ragion d’essere: la socialdemocrazia ha perso la sua specifica base costitutiva – le roccaforti e i baluardi sociali suoi propri, quelle aree popolate da gente, i destinatari finali delle azioni politico-economiche, che aspetta e spera di essere ridefinita o ricollocata, altrimenti che come una massa di vittime, in un integrato soggetto collettivo di interessi, agenda e organismo politici già di per sé. Tale base costitutiva è stata completamente polverizzata, trasformata in un aggregato di individui autoreferenziali ed egocentrici, in competizione per un lavoro o una promozione, con scarsa consapevolezza della propria appartenenza a un comune destino e una ancor minore inclinazione a serrare le fila e chiedere azioni solidali.

giovedì 29 marzo 2012

La scommessa costituente del movimento greco.

Intervista a SPYROS (AK Atene) – di GIGI ROGGERO
- uninomade -
A partire dal 2006-2007 in Grecia si sono succeduti il movimento contro la riforma universitaria, l’anno successivo la rivolta seguita all’assassinio di Alexis Grigoropoulos, negli ultimi due anni e mezzo le lotte e la vera e propria insorgenza contro le politiche di austerity. A partire dal maggio del 2011, l’occupazione di piazza Syntagma sembra aver segnato l’apertura di un nuovo e ulteriore processo. Quali sono le dinamiche di sedimentazione soggettiva, ovvero le continuità e le differenze tra queste fasi di conflitto e movimento?

Se si vogliono individuare le genealogie o le radici di questi sei anni di lotte in Grecia, bisogna risalire al movimento autonomo radicale negli anni Ottanta e forse alla tradizione dei gruppi studenteschi di sinistra del decennio precedente. Comunque, nel 2006 dopo vent’anni c’è stato il primo movimento capace di mobilitare migliaia e migliaia di persone in una causa comune: è stato il primo passaggio nella radicalizzazione dei giovani in Grecia, verso un nuovo discorso e nuove pratiche. Il movimento ha avuto una piccola vittoria e alcune sconfitte, ma si può dire che nei fatti fu una vittoria perché ha congelato la finanziarizzazione dell’università greca, quantomeno l’ha rallentata notevolmente. Il 2008 è stato, credo, un momento di svolta nella storia europea. C’era stata la rivolta nelle banlieue francesi, ma non era stata contagiosa, non si era diffusa in differenti parti della società, per la particolare struttura urbana di Parigi o magari per altre ragioni. Qui persone differenziate, con condizioni di partenza diverse, sono state unite dalla rabbia. La rivolta del 2008 non aveva domande, all’inizio era solo un’espressione di rabbia, di una rabbia comune. Così, diversi soggetti, come i rifugiati e migranti di seconda generazione, sono entrati per la prima volta nella sfera politica e nello spazio pubblico, gli ultrà hanno interagito con la dimensione autonoma, centinaia di migliaia di studenti hanno autorganizzato le manifestazioni in tutta la Grecia al di fuori dei partiti e delle strutture politiche, le nuove tecnologie hanno permesso di diffondere le parole della rivolta e sono state ampiamente usate nell’organizzazione delle lotte. C’è stato un grande spettro di azioni, da quelle pacifiche a quelle molto violente e clandestine. E c’è stato un intero mese di vuoto governativo.

Ho provato a sintetizzare in poche parole quello che è successo nel 2008, è stato un movimento ambivalente e contradditorio, che ha portato all’evoluzione di molte persone e infranto tutti i vecchi sogni di molti anarchici e comunisti che sono gettati nella depressione, perché ha dato l’impressione che noi volessimo solo una grande notte di distruzione, provocando a partire da dicembre una sollevazione generale. Dopo l’azione di guerriglia urbana del gruppo Lotta Rivoluzionaria tutto il processo si è notevolmente rallentato ed è iniziata l’organizzazione della contro-rivolta dello Stato: dagli intellettuali alla polizia, sono state prese molte misure che continuano ancora oggi, con le nuove riforme del codice penale, della pianificazione urbana, dell’università.

venerdì 10 febbraio 2012

Il bluff del "sogno americano"

Emiliano Brancaccio in Agorà - Rai Tre
Luigi Einaudi sosteneva che la valutazione dell’idoneità, della competenza e del merito di un laureato non potesse essere stabilita in base al famigerato “pezzo di carta” sancito dallo Stato, ma dovesse piuttosto essere affidata alla logica del mercato. Questa visione si basa sull’idea liberista che la domanda del mercato si orienti sempre verso i servizi offerti dai soggetti realmente competenti, e rappresenti quindi il criterio più efficiente per premiare il merito. In base a questa idea, Einaudi esortava gli italiani a prendere esempio dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, paesi in cui prevale una selezione di mercato, e il valore legale dei titoli di studio è inesistente o comunque molto limitato. Ma sarà poi vero che i paesi anglosassoni sono quelli realmente in grado di premiare il merito delle persone, indipendentemente dalle provenienze familiari e dai privilegi di classe? I dati dell’OCSE dicono in realtà esattamente il contrario, con buona pace degli apologeti del liberismo universitario e del “sogno americano”. Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) intervistato da Andrea Vianello

martedì 27 dicembre 2011

La questione sociale: inedita e spietata

di Emanuele Macaluso. Fonte: ilriformista
A Roma, giorno di Natale, il tempo era bello, il cielo azzurro e il sole invitavano a godersi la città senza il gran traffico. Insomma, c’erano le condizioni per trascorrere una giornata serena con i familiari. Invece, nell’aria e nell’animo mio c’era qualcosa che non si conciliava con la giornata: un malessere accumulato in un anno in cui l’incerto è diventato ancora più incerto e quel che ci circonda ci inquieta e ci rattrista.
La questione sociale appare come insolubile. Ho conosciuto momenti più amari e pesanti di questi, ma c’era una speranza, si intravedeva una via di uscita, anche se lontana. Penso agli anni del fascismo, della guerra, della fame: parlo dei primi anni quaranta.
C’era, allora, il convincimento che gli Alleati avrebbero vinto la guerra e si intravedeva un mondo nuovo, il tutto ci dava fiducia. Io, e tanti ragazzi, in quegli anni scegliemmo la lotta antifascista con la certezza di essere nel giusto e di contribuire a fare una società migliore.
La speranza: anche gli anni del dopoguerra, tra crisi e sviluppo, in un clima caratterizzato da lotte sociali, politiche e civili, la speranza che il mondo potesse cambiare in meglio era nella mente di tante persone. C’era certezza pure nel nemico da battere: il capitalismo l’imperialismo, da una parte, il comunismo dall’altra. Anche chi perdeva il lavoro, o era costretto ad emigrare dal Sud al Nord, in Germania, in Svizzera in Belgio, affrontava la vita con la speranza di cambiare il peggio in meglio.
Ora non è così. C’è un nemico, invisibile e globalizzato, di cui tutti parlano male: la grande finanza. Ma nessuno sa come individuarlo e combatterlo. E, in ogni caso, nessuno ha le armi e l’organizzazione globale per farlo. Il giorno di Natale, il Tg3 delle 19, lodevolmente ci ha fatto vedere squarci della società del malessere. Operai licenziati con le famiglie su una torre trascorrevano il loro Natale al freddo per dire a tutti: ci siamo anche noi. Ha parlato anche una giovane operaia di Reggio Emilia licenziata, con tutte le sue compagne e compagni, dato che i padroni della fabbrica Omsa ormai produrranno le calze in Serbia dove la mano d’opera costa meno e il fisco è tenero. Una realtà che non è certo figlia del governo Monti, il quale semmai deve fronteggiarla. Ma molti si chiedono: chi è il nemico che cospira contro i lavoratori italiani? E dov’è la forza che possa opporsi all’internazionale del capitale dato che non c’è l’internazionale del lavoro? La lotta di classe, che alcuni sapienti hanno cancellato, si presenta sotto forme inedite e spietate.
Intanto, per molti la cassa integrazione sta finendo e l’operaia reggiana Angela Cavalli, con due figliolette, rimedia piccoli doni per le bambine ma non sa cosa farà e come vivrà domani. «Levandomi il lavoro, mi hanno annullato», ha detto Angela. Quante sono oggi le persone che si sentono “annullate”. È una domanda che inquieta il Natale, anche perché sembra che le proteste, le lotte, l’opposizione a questo stato di cose non hanno sbocco. Eppure non bisogna arrendersi, occorre cercare lo sbocco, riorganizzando le forze degli “annullati” e degli annullabili. I pionieri del socialismo capirono che bisognava organizzarsi non solo nelle “leghe di miglioramento” e nel partito socialista italiano, ma nel mondo. Cose vecchie! Ma la questione sociale di oggi ripropone i temi che furono - in un mondo diverso e con problemi diversi - le ragioni dell’Internazionale socialista. È un’utopia? Ma se non si comincia a parlarne, l’operaia di Reggio Emilia o di Termini Imerese si sentirà sempre più sola e annullata. Che fare? Dovrebbe essere il tema di chi capisce che il nemico “invisibile” e visibilissimo qui, in Europa e nel mondo, ma la sinistra così com’è non riesce a renderlo visibile e a combatterlo qui, in Europa e nel mondo. È questo il tema dell’anno che si va ad aprire.

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