Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 11 giugno 2013

L'Unione parla tedesco

di Marco Bascetta - ilmanifesto -

Da nazione a vocazione europeista dopo la catastrofe nazionalsocialista all'egemonia esercitata sugli altri paesi dell'Europa per allontanare dal paese gli effetti della crisi. L'ultimo libro di Ulrich Beck per Laterza

«Oggi il Bundestag tedesco decide sul destino della Grecia», annuncia un notiziario della radio nel febbraio del 2012. È da questo annuncio, inquietante nella sua ostentata naturalezza, che Ulrich Beck prende le mosse per affrontare in un piccolo volume edito da Laterza (Europa tedesca, pp. 96, Euro 12) il tema, spinosissimo, dell'egemonia germanica nell'Europa della crisi. Che il parlamento di uno stato membro possa dettare legge a quello di un altro, non legittimato naturalmente da alcun ordinamento, ma in base a un potere di ricatto che le circostanze gli conferiscono, è un paradosso al quale ci siamo ormai quasi assuefatti. E il fatto che questo potere di decisione passi attraverso i trattati e le istituzioni dell'Unione europea, la valutazione e il giudizio di commissioni e commissari comunitari e transnazionali, perfino attraverso il simulacro di un negoziato, cambia poco alla sostanza e, soprattutto, alla percezione di una profondissima asimmetria, di una dipendenza a senso unico. L'annuncio ci rivela essenzialmente una cosa: la politica europea, in conseguenza dell'architettura comunitaria e delle sue lacune, è ostaggio delle politiche interne dei diversi stati e in particolare di quello economicamente più potente. Dalla Germania europea, quella che abbiamo conosciuto dal 1945 al 1989, saremmo passati, in un breve volgere di anni, - come sostiene Beck - all'Europa tedesca.

La macchina del consenso


Nel clima della guerra fredda e con alle spalle la catastrofe nazionalsocialista, la Repubblica federale non avrebbe potuto respirare altra aria che quella di un europeismo deciso, rispettoso e rigorosamente atlantico. Ma dopo la riunificazione le cose cambiano. Non che la Germania unita potesse fare a meno dell'Europa, ma poteva guardarvi con altri occhi e adottare un diverso linguaggio. L'intero spazio dell'est europeo si apriva alla sua influenza e penetrazione economica. Ma, soprattutto, la riunificazione stessa avrebbe finito col fare da modello al rapporto tra la Germania, forte dei suoi successi economici, e i paesi più fragili dell'eurozona. Beck lo scrive senza mezzi termini: «il modello della politica tedesca di crisi in Europa è dato dalla unificazione con la Rdt in bancarotta. Ma con la differenza sostanziale che nell'Europa della crisi la parola solidarietà è diventata una parola senza senso».

La riunificazione della Germania fu condotta in stile coloniale, con piglio severamente pedagogico e con l'idea che i tedeschi orientali dovessero scontare, in termini di sicurezza sociale e di livelli salariali, le colpe accumulate in più di mezzo secolo di economia pianificata. Non senza suscitare una buona dose di risentimento nella popolazione della ex-Rdt e perfino nostalgie del passato regime. In quel frangente l'accusa non fu di «aver vissuto al di sopra dei propri mezzi», ma di aver lavorato al di sotto delle proprie possibilità in ossequio a un sistema sociale aberrante e soprattutto inefficiente. I professorini occidentali avrebbero dunque assegnato i compiti da svolgere ai somari prodotti dallo «stato degli operai e dei contadini» e sorvegliato che venissero eseguiti a puntino. Tuttavia, poiché gli Ossis, i cittadini dell'Est, erano pur sempre tedeschi e si erano liberati da un regime di oppressione, meritavano anche un po' di solidarietà. Merito che non spetta invece ai governi dei paesi indebitati dell'area mediterranea che, pur godendo di tutti i vantaggi della democrazia parlamentare e dell'economia di mercato, ne avrebbero dissipato le potenzialità non essendo stati capaci di tenere a freno gli appetiti dei governati nel timore di perderne il consenso. Ciò che nell'un caso come nell'altro non è in discussione è il valore esemplare del modello tedesco. Certificato dal successo economico della Germania. Il cui governo fa del paragone stesso tra la solidità economica della Germania e la fragilità (relativa) di altre economie europee un motivo di autocelebrazione e una poderosa macchina di cattura del consenso. La quale, stando ai sondaggi e alla voce dei media, sembra funzionare egregiamente. Tutto questo produce qualcosa di assai simile a una forma di nazionalismo che consiste nel difendere a oltranza e rafforzare quelle regole e forme dell'Unione europea che consacrano l'ossessione dei tedeschi per la stabilità monetaria e la competitività, conquistate a scapito dei salari e dei sistemi di Welfare state. Ma tutto questo non è a costo zero e anche nella Bundesrepublik in molti cominciano ad accorgersene. Mentre in molti paesi europei crescono rapidamente le forze euroscettiche, quando non schiettamente nazionaliste, e sentimenti antitedeschi si diffondono con toni sempre più aspri, in Germania comincia a svilupparsi e ad assumere dimensioni rilevanti un fronte antieuropeo che considera l'Unione più una zavorra che una opportunità, un peso indebitamente caricato sulle spalle dei virtuosi lavoratori tedeschi.

sabato 1 giugno 2013

Club Bilderberg ...

... e classe capitalistica transnazionale

di Alexander Höbel - sinistrainrete -

Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio “complottistico” che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell’attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.

Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite (e del “ritorno delle élite” parla anche l’ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell’attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.

Se partiamo da quest’ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della “democrazia organizzata”, della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l’Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta. Fu allora che la domanda sociale crescente trovò sbocchi politici e anche legislativi nella costruzione del Welfare State e in quelle riforme (riforme vere, ben diverse dalle controriforme degli ultimi decenni) che determinarono il progresso sociale e civile, tra gli altri, del nostro paese. La costruzione dello Stato sociale – forma peraltro del salario indiretto – e le conquiste salariali vere e proprie, accanto al generale spostamento nel rapporto di forza tra le classi nella società, nella politica e nelle istituzioni rappresentative (dunque nello Stato stesso), misero dunque in allarme le classi dominanti, che proprio negli anni Settanta (apice della loro difficoltà sul piano mondiale) avviarono la loro micidiale controffensiva, dotandosi di strumenti nuovi, quali appunto la Commissione trilaterale. E non a caso, uno dei primi documenti di questa struttura, fu quel testo sulla “crisi della democrazia” che Domenico Moro cita ampiamente, opera di quel Samuel Huntington che diventato famoso in anni recenti per la sua pseudo-teoria dello “scontro di civiltà”, e di Michel Crozier, il quale individuava il pericolo principale nei partiti comunisti, a partire da quelli europei, “le sole istituzioni rimaste nell’Europa occidentale la cui autorità non venga messa in dubbio” (p. 119).

Da allora, nel dibattito pubblico, la governabilità iniziava a prendere il posto della rappresentanza, fino a sostituirla quasi del tutto, giungendo a quello svuotamento delle istituzioni rappresentative e alla conseguente apatia politica di massa che oggi sono davanti ai nostri occhi.

Il libro di Moro, peraltro, mostra come quella controffensiva fosse iniziata ancora prima, negli anni Cinquanta; gli anni più duri della guerra fredda, quelli della nascita di Gladio e della rete Stay-behind, e appunto del Club Bilderberg, fondato nel 1954 da esponenti del grande capitale come David Rockefeller. E non a caso, l’anticomunismo e la lotta al blocco sovietico sono al centro dei primi incontri del Club. Ma che cosa è dunque il Gruppo Bilderberg? Secondo la definizione che ne dà Domenico Moro, è “il luogo dove il capitale finanziario si incontra con la politica internazionale” (p. 72), e infatti al suo interno troviamo finanzieri, proprietari e dirigenti di corporation, grandi manager privati e pubblici, uomini politici, accademici, giornalisti. Ed è molto interessante il meccanismo descritto nel libro, quello delle “porte girevoli”, per cui un ministro (o, nel caso degli USA, un segretario di Stato) si ritrova poi al vertice di una multinazionale, o magari ne aveva fatto parte prima (tipici i casi di Dick Cheney, Donald Rumsfeld e molti altri esponenti dell’amministrazione Bush), mentre grandi manager pubblici come Romano Prodi dopo aver portato avanti massicce privatizzazioni si ritrovano presidenti del Consiglio o ai vertici dell’Unione europea, o ancora uomini come Mario Draghi passano da presidente del Comitato economico e finanziario del Consiglio della UE a direttore generale del Ministero del Tesoro italiano, per poi diventare vicepresidente della Goldman-Sachs, infine governatore della Banca d’Italia e infine presidente della Banca centrale europea.

giovedì 16 maggio 2013

Bangladesh

Bangladesh: l’orrore del capitalismo reale
Bangladesh: l’orrore del capitalismo reale

 L’orrore del capitalismo reale

di Fabio Marcelli -
Dicesi capitalismo il sistema economico nel quale la produzione è finalizzata al profitto di chi ha capitale da investire e non al benessere della società nel suo complesso. Tale sistema è contrassegnato da una profonda iniquità e da una profonda irrazionalità. Iniquità perché determina le condizioni per lo sfruttamento e la miseria crescente della maggioranza della società. Irrazionalità perché rende impossibile ogni gestione e programmazione dell’economia in conformità ai bisogni reali delle persone.
Nell’attuale situazione di globalizzazione, derivante dall’abbattimento delle frontiere per le merci e soprattutto per i capitali, non già per le persone, il capitalismo assume varie caratteristiche ulteriori, se possibile ancora più dannose di quelle classiche. Mi limiterò in questa sede a citarne due. La prima, che ho avuto più volte occasione di citare su questo blog, è la prevalenza della finanza che si ritorce anche contro la stessa produzione reale, provocando crisi senza uscita apparente come quella che stiamo vivendo. La seconda è la sua estensione su scala planetaria, che sfrutta per penetrare i posti nei quali è più facile lo sfruttamento della forza lavoro e la devastazione dell’ambiente. Questa seconda caratteristica viene utilizzata per disinvestire in patria, provocando disoccupazione e spostarsi su mercati del lavoro più favorevoli.
Nessuno osi dire che la presenza delle multinazionali in Paesi come il Bangladesh costituisce un’opportunità per le popolazioni che ci vivono. La realtà è che vengono stravolte le tradizionali economie di sussistenza, si demolisce preventivamente ogni possibile ruolo dei sistemi pubblici e si creano quindi le condizioni per il reclutamento di manodopera che vede come unica possibilità di sopravvivenza lo sfruttamento selvaggio in luoghi come quelli dove pochi giorni fa sono morte sotto le macerie circa mille fra operaie e operai.
Situazioni che, tendenzialmente, si vorrebbero introdurre anche in Paesi come il nostro, dove del resto continuano a intensificarsi gli incidenti sul lavoro, cui si accompagnano sempre più spesso suicidi di disoccupati e altri fenomeni di disperazione, dei quali fanno le spese ignari passanti o appartenenti alle forze dell’ordine.
La classe politica che fa finta di governarci è ovviamente del tutto sorda e cieca di fronte a fenomeni di questo genere. Innanzitutto perché, nella sua gran parte, è stata acquistata da tempo un tanto al chilo dai padroni del vapore o ne fa parte direttamente. In parte perché priva di cultura e consapevolezza storica.
Qualcuno spieghi a Pd e grillini che esiste la lotta di classe. Solo che, almeno in Italia e da molti anni a questa parte la fanno solo i padroni. Gli altri subiscono e si disperano. E il mondo va a rotoli. Obiettivo Bangla Desh?
dal Fatto quotidiano

lunedì 8 aprile 2013

Se il capitalismo diventa di sinistra

Diego Fusaro - comunismocomunitario -

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

mercoledì 3 aprile 2013

Apologia della banca pubblica

di Vladimiro Giacché

Con la grande crisi scoppiata nel 2007-8 l’intero sistema finanziario del mondo occidentale è giunto sull’orlo del collasso. È stato salvato dall’intervento dell’autorità pubblica, spesso attraverso l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche in difficoltà. Solo in Italia questa opzione è stata sempre esclusa anche solo dal novero delle possibilità. Qui da noi è ancora ben radicato il dogmatismo ideologico che portò alla dissennata stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta. È giunto il momento di cambiare rotta.


La via italiana ai salvataggi bancari: pagare senza controllare

«L’Europa riscopre la banca di Stato». Con questo titolo il Sole-24 Ore del 2 febbraio scorso ci ha informato della nazionalizzazione del gruppo bancario-assicurativo olandese Sns Reaal. Costo dell’operazione: 3,7 miliardi di euro. Vale a dire 200 milioni in meno di quanto costano allo Stato italiano i Monti-bond per salvare il Monte dei Paschi di Siena. Ma con una differenza non piccola: mentre lo Stato olandese potrà subito entrare nel capitale e quindi nella gestione di Sns Reaal, questo in Italia avverrà solo e soltanto se Mps non sarà in grado di rimborsare il prestito e pagare gli interessi.

Siamo l’unico paese europeo che non è voluto entrare, neanche nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà.
Non si è mai andati al di là di prestiti. In Italia l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche è stato, sin dall’inizio di questa lunga crisi, non soltanto rifiutato: in verità esso non è mai neppure entrato nel dibattito pubblico. Nella prima fase della crisi, allorché il gruppo Unicredit fu costretto precipitosamente a un cospicuo aumento di capitale, tanto dal governo quanto dall’opposizione (rispettivamente Tremonti e Veltroni) si levarono subito voci che esclusero recisamente l’ingresso dello Stato nel capitale di quella banca. Né si può dire che questo abbia garantito che lo Stato italiano non impegnasse risorse per salvare le banche socializzandone le perdite. Non soltanto lo Stato ha offerto a più riprese prestiti alle banche in difficoltà (prima i Tremonti-bond, poi i Monti-bond), ma il governo Monti ha inserito nel cosiddetto decreto «Salva Italia» la garanzia dello Stato italiano su tutte le obbligazioni bancarie di nuova emissione (già collocate sul mercato dal dicembre 2011 in avanti). Di fatto, qualora una banca fallisca, i suoi obbligazionisti potranno ricevere dallo Stato italiano il corrispettivo del danaro a suo tempo investito in obbligazioni di quella banca. In tal modo, nel contesto di una manovra di maggiori tasse e minori spese per 24 miliardi, è stata così inserita una norma che espone lo Stato a perdite potenziali stimate in non meno di 80 miliardi di euro (a tanto ammontano infatti le obbligazioni bancarie di nuova emissione). È pur vero che le garanzie possono anche non essere mai escusse, ma la sola eventualità che questo accada fa rabbrividire. In ogni caso, la linea dei governi italiani in relazione alle crisi bancarie che si sono profilate all’orizzonte in questi anni è sempre stata: pagare senza controllare. E in ogni caso l’acquisizione del controllo delle banche in difficoltà da parte dello Stato è sempre stata esclusa anche solo dal novero delle possibilità.

Monte dei Paschi: la crisi di una banca privatizzata

In occasione dello scandalo bancario più recente, quello che ha investito il Monte dei Paschi di Siena, questo atteggiamento di esclusione aprioristica è stato favorito dalla versione dei fatti che è stata offerta all’opinione pubblica. I problemi del Monte dei Paschi sono stati infatti interamente addebitati ai rapporti tra quella banca e la «politica». Rapporti ben concreti, intendiamoci (in particolare i legami tra il top management di quella banca e il Pd sono così palesi da non richiedere neppure di essere ulteriormente ribaditi). Ma ridurre tutto a questo significa dare una lettura a dir poco parziale di quanto è accaduto.

giovedì 14 marzo 2013

L'Europa stanca di questo capitalismo

Fonte: Lib21 | Autore: Jakob Augstein             
Jakob Augstein, columnist progressista, su Der Spiegel ribalta le offese di Steinbrück e attacca la leadership tedesca: dell’Europa non abbiamo ancora capito nulla.
E se i veri clown d’Europa fossero i nostri leader politici?
Un voto svizzero contro l’avidità e un voto di protesta in Italia: l’Europa è stanca di questo capitalismo. Solo i tedeschi non l’hanno ancora capito. Steinbrück sicuramente no.
In Svizzera i cittadini hanno votato contro l’arricchimento illimitato dei manager. In Italia un governo di tecnocrati è stato bocciato dagli elettori. C’è un populismo della ragione che si chiama democrazia. La gente è stanca del capitalismo che distrugge la società. L’indignazione è cresciuta, e monta la rabbia. Prima di tutto contro i tedeschi. Ma questi continauno a preoccuparsi solo dei loro soldi e offendono.
La storia del clown ci mostra: ancora una volta il candidato cancelliere della SPD non capisce che cosa sta succedendo in Europa. La Germania è diventata un problema europeo – e Peer Steinbruck non è la soluzione.
Fortunata la Svizzera! A volte bisogna invidiare il paese e la sua democrazia. In un referendum popolare gli svizzeri lo scorso fine settimana hanno fermato la follia crescente dei bonus, delle buone uscite e degli stipendi: in futuro saranno gli azionisti a decidere, e non piu’ i manager. Saranno vietat iI bonus all’ingresso e le buonauscite milionarie. Hanno avuto il coraggio di fare qualcosa, gli svizzeri.
L’austerità di Merkel è un inferno
Lo mostrano anche le reazioni alle elezioni italiane. Le “condizioni non sono chiare”, è stata la prima risposta dei mercati. Sono i veri sovrani e si comportano come tali. Moody’s ha minacciato un declassamento del merito di credito. E anche il mercato obbligazionario ha reagito: “l’Italia in cambio del caos elettorale ha ricevuto una fattura con interessi piu’ alti da pagare”, ha riferito la Deutsche Presseagentur. Perché per molti giornalisti è normale che siano “i mercati” a rilasciare una ricevuta alla politica.
Una domanda: perché allora non sono i mercati finanziari a eleggere direttamente i governi? In verità succede già da molto tempo. Il professore di economia Mario Monti in Italia e il banchiere centrale Loukas Papademos in Grecia erano tecnocrati insediati dai mercati – e da Angela Merkel.
La cancelliera tedesca ha incatenato alla sua disastrosa ideologia del risparmio l’intero continente. “Austerità”, suona bene e sembra ragionevole. Ma in verità è l’inferno. Le misure di austerità fanno crollare l’economia. In questo modo si aumenta il peso del debito. E non si crea fiducia. Il denaro pero’ è una questione di fiducia. Il saggio Wolfgang Münchau qualche giorno fa sempre su Der Spiegel ha scritto: “viene chiamata anche trappola del debito. Non se ne esce senza l’aiuto esterno. E piu’ ci si dimena, piu’ si scivola in profondità”.
Non è solo il “nostro Euro”
Gli europei sono sempre piu’ stanchi di Merkel e dei mercati. “Il sogno tedesco è l’incubo europeo”, ha scritto il quotidano “Le Monde”. Appena 25 anni dopo aver riconquistato la piena sovranità, la Germania in Europa si ritrova sulla via dell’isolamento politico.
Questa è l’eredità politica di questa cancelliera. Merkel non ha capito che l’Europa è un progetto politico. Non un progetto contabile. Non ha saputo spiegare ai tedeschi che cosa l’integrazione significhi: non solo gli altri dovranno integrarsi. Anche noi. “Schock dopo le elezioni italiane. Distruggeranno il nostro Euro?”, scriveva l’edizione online della Bild-Zeitung. E qui c’è proprio un malinteso. Non è solo il “nostro” Euro.
Probabilmente il quotidiano popolare riesce a intercettare lo stato d’animo dei cittadini. E’ come se i tedeschi non capissero che cosa c’è attualmente in gioco. Assistono all’indebolimento morale del loro sistema sociale con una strana indifferenza. Il movimento Occupy, che due anni fa ha avuto un forte successo, si è spento rapidamente, e nessuno sente la loro mancanza. La tassa sulle transazioni finanziarie, di forte importanza simbolica, viene frenata dal piccolo partito della FDP.
Ma anche lo sfidante di Merkel, Peer Steinbrück, non è certo colui che spiegherà ai tedeschi l’importanza dell’Europa. Non riesce nemmeno a comprendere che cosa sta succedendo intorno a lui. Steinbrück ha offeso il vincitore delle elezioni Grillo chiamandolo “Clown”, ma non ha nessuna idea delle condizioni italiane.
Dove dominano la corruzione, la criminalità e la cleptocrazia il clown probabilmente è la sola alternativa ragionevole. Ma Grillo non è un clown. E’ un moralista. Nella politica italiana non si è abituati – e nemmeno in quella tedesca. Le sue richieste – limite al numero di mandati, riduzione dei parlamentari, legge contro il conflitto di interesse dei politici – sono tutt’altro che clownesche. E i “grillini” che stanno per entrare in Parlamento, non sono tecnocrati o lobbysti, piuttosto eletti nel senso migliore del termine.
Se Steinbrück fosse un socialdemocratico, avrebbe almeno un po’ di simpatia per questi uomini e donne e augurerebbe loro un po’ di fortuna per il difficile cammino che li attende.
Il sociologo Oskar Negt ha scritto: “Il presente soffre di una cronica malnutrizione dell’immaginazione produttiva”. Per la Germania è una frase perfetta. Ma per fortuna non per tutta l’Europa.

giovedì 7 febbraio 2013

SE ANCHE KEYNES È UN ESTREMISTA

- lavorincorsoasinistra -

BARBARA SPINELLI
- I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: «Non salvateci più!», e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno. differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina «che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa». Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che «l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone ». Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda. Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’. È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89. È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine del-l’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: «Ma stiamo scherzando?», quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto? In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale – la povertà, la disoccupazione di massa – non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda).

sabato 2 febbraio 2013

Shipping globale: Zeus batte Wotan

Sergio Bologna - sinistrainrete -

Il capitale greco che fotte il capitale tedesco. Sembra una barzelletta, invece non lo è e la signor Merkel, così severa, certe volte, con gli stati "birichini" che spendono e spandono mentre la loro economia va a picco e produce milioni di disoccupati, dovrebbe oggi dimostrare la stessa, se non maggiore, severità verso i "birichini" di casa sua.

Stiamo parlando di shipping, di navi. Che c'entra la Germania con la Grecia? Cominciamo da quest'ultima. E' noto che lo shipping è l'unico settore dove la Grecia ha una leadership mondiale. Sono leggendari gli armatori greci, soprattutto per la loro abilità nel non pagare le tasse. Mentre milioni di greci stringono la cinghia, loro a dicembre hanno festeggiato le loro fortune in un ricevimento di mille persone in un grande hotel di Londra. La loro specialità tradizionale sono le petroliere ma ormai da un po' di tempo si sono allargati anche ad altri settori, le «bulk carrier», le container carrier, le Ro Ro. Se la sono vista molto brutta qualche anno fa, con la crisi del 2007/2008 ma, a differenza di altre volte, il Salvatore non ha assunto le modeste vesti del contribuente greco ma quelle ben più ricche della moneta cinese. Scriveva il Telegraph del 13 agosto 2012: «Le società greche stanno facendo squadra con le banche cinesi. Il premier Wen Jiabao ha consentito due anni fa che venissero erogati prestiti per 5 miliardi di dollari all'industria dell'armamento greca».E' questo che sta dietro alla consegna del porto del Pireo in mano ai cinesi, dopo più di un anno di scioperi e di opposizione dei portuali greci.


La Cina è vicina, anzi, mediterranea


Ma che interesse hanno i cinesi a mettere radici nel Mediterraneo e ad avere una posizione di rispetto nell'industria dell'armamento? La Cina ormai è una potenza coloniale, il suo controllo su vasti territori dell'Africa nera è ormai acquisito, la sua industria dell'armamento non è però all'altezza del suo ruolo coloniale, la grande compagnia di navigazione pubblica Coscon, tra le prime cinque-sei al mondo nel traffico container, ha perso un sacco di soldi. L'industria dell'armamento è saldamente in mano agli europei, sia per quanto riguarda la proprietà delle navi che per quanto riguarda la finanza specializzata nello shipping. Norvegia, Germania, Grecia, Danimarca, sono i signori dello shipping, la Norvegia e la Grecia nel settore «oil and gas», «dry bulk» e nell'«off shore», Germania e Danimarca nel container. I cinesi, se vogliono un posto al sole, debbono allargarsi in Europa e la mossa nei confronti dei greci può rivelarsi vincente. Come mai?

La Germania è la prima nazione al mondo per proprietà di navi «full container» ma è anche quella dove si investono più soldi in questo settore, attraverso una serie di banche specializzate, prima tra tutte HSH Nordbank, di proprietà della città-stato di Amburgo e del Land dello Schleswig Holstein, a maggioranza socialdemocratica il primo, rosso-verde il secondo. Le prime 12 banche tedesche alla metà del 2012 risultavano esposte per 129,2 miliardi di dollari nel settore dello shipping.


Un maremoto finanziario


Ma qui sta succedendo qualcosa che potrebbe provocare un cataclisma delle dimensioni di quello del 2008 con i mutui subprime. Le navi portacontainer, si sa, sono la colla della globalizzazione, portano le merci dalla Cina in Europa e negli Usa ed i semilavorati, le auto ed altri prodotti industriali, dall'Europa e dagli Usa in Cina e nel Far East. Controllano questo traffico colossale 20 compagnie marittime, la prima è la Maersk, danese, la seconda la MSC, ginevrina ma in realtà sorrentina (il suo patron Gianluigi Aponte dà da mangiare a migliaia di famiglie della penisola campana), la terza Cma Cgm, franco-libanese-turca e poi i cinesi di Coscon, di Evergreen, i tedeschi di Hapag Lloyd ecc..

venerdì 11 gennaio 2013

"Se anche la parola riformismo viene usata in modo disonesto"

Fonte: liberazione | Autore: angelo d'orsi
          
Di “manomissione delle parole” si sta parlando da qualche tempo: ricordo un recente libro di Gianrico Carofiglio a cura di Margherita Losacco così intitolato, per esempio. Ma io stesso ne ho variamente discorso in saggi e articoli, tanto evidente e insieme sfrontato il fenomeno, entrato in fase acuta a partire dal passaggio tra gli anni ’80 e ’90, e accentuato con la dissoluzione del PCI e la famigerata “discesa in campo” del Cavaliere. Il crollo del Muro, innescò la corsa verso le nuove mirabolanti mete del liberalismo, identificato semplicisticamente col liberismo. Berlusconi cominciò disinvoltamente a rovesciare il senso delle parole, nel vortice della sua azione dirompente, davanti alla quale i suoi avversari usarono il suo stesso lessico: e fu una corsa forsennata verso l’abisso politico, nel quale vennero triturati i concetti, sviliti i valori, manomesse, appunto, le parole.
Il termine chiave, in tale contesto fu “riforme” con i suoi derivati riformismo e riformista. Peraltro il contesto era europeo: riformisti divennero gli anticomunisti, chiamati anche “democratici”, o “liberali”. Riformisti furono dal 1989 in poi tutti coloro che volevano sia riformare il sistema socialista, sia, prevalentemente, coloro che semplicemente intendevano cancellare il socialismo, e le sue realizzazioni a favore delle classi proletarie.
Ma da dove deriva il termine? Di origine religiosa (nasce nell’ambito del dibattito e poi dello scontro suscitato dalla “Riforma” di Lutero, nel XVI secolo), trasmigrò verso l’universo politico nel Settecento (alludendo soprattutto a un riformismo cosiddetto “dall’alto”, da parte di capi politici che volevano in qualche modo prevenire eventi rivoluzionari, concedendo qualcosa ai ceti popolari). La Bastiglia, la madre di tutte le rivoluzioni, il 14 luglio 1789, fece comprendere che chi stava in basso non poteva accontentarsi delle briciole offerte da chi dominava. Fu però soprattutto tra fine Ottocento e i primi anni Venti del sec. XX che il dibattito fra riformisti e rivoluzionari divenne intenso.
Già nel 1899, riprendendo un testo di Engels del 1895 (l’anno stesso in cui il grande sodale di Marx morì), che aveva sostenuto che sarebbe stato possibile giungere al socialismo, anche attraverso le vie parlamentari, Eduard Bernstein avviò la stagione del “revisionismo marxista”, identificandolo nel riformismo politico: egli proclamò che per lui “il fine non era nulla”, mentre “il movimento tutto”. Ossia, non aveva intenzione di attendere che spuntasse il “sol dell’avvenire”, la società socialista, ma gli interessava migliorare subito le condizioni di vita e lavoro delle classi proletarie. Gli replicarono gli “ortodossi”, ossia coloro che erano convinti che la rottura rivoluzionaria fosse inevitabile: il dibattito divenne via via più infuocato, con scambi di accuse reciproche. Il riformismo, imbevuto della cultura del positivismo, dell’idea che le società potessero avere una naturale evoluzione proprio come gli organismi viventi, significò evoluzionismo, ossia gradualismo: si potevano ottenere risultati importanti per i ceti subalterni con la politica dei piccoli passi, con riforme, con cambiamenti graduali. Principio respinto dai marxisti fedeli all’analisi di Marx.
Ciononostante a lungo riformisti e rivoluzionari furono uniti dal punto d’arrivo: il socialismo. La discussione divenne scontro, e si arrivò a scissioni a catena nel movimento socialista.
Eppure, a guardare indietro, anche i riformisti più incalliti ci appaiono portatori di grandi visioni, oltre che perlopiù di una nobiltà d’animo ammirevole. Volevano davvero il “riscatto degli umili” come allora usava dire.
Il riformismo visse in Italia una nuova importante stagione con il primo Centrosinistra, tra la fine anni ’50 e la fine dei ’60 del Novecento. Figure come Giacomo Brodolini (a cui si deve lo Statuto dei Lavoratori) o Fernando Santi, per citarne solo due, brillano tuttora come stelle ahinoi dimenticate nel firmamento della politica dalla parte dei subalterni.
Oggi la parola riformismo appare non solo stravolta ma disonestamente usata, eppure tranquillamente accolta nella discussione pubblica. E non si contrappone più a rivoluzionarismo (ogni lemma legato alla parola maledetta “rivoluzione” è pressoché scomparso dalla comunicazione politica, e ringraziamo De Magistris e Ingroia per averla reintrodotta con il bell’attributo “civile”, altrimenti sarebbe appalto della sedicente “rivoluzione delle camicie verdi”, che richiama tanto la “rivoluzione delle camicie nere” di 90 anni fa…). Riformista si proclama Bersani, ma anche Monti; riformista continua a sbraitare di essere il solito Berlusconi. E ultrariformisti sono quei bei tomi dei leghisti “padani”. I quali, tanto per dire, oggi non esitano a invocare come “riforma” la reintroduzione della gabbie salariali cancellate proprio da Brodolini negli anni Sessanta!
Oggi, insomma, il riformismo è una grottesca bandiera della destra. Sono circa tre decenni del resto che la destra è “in movimento”, è all’attacco: la sinistra dunque è schiacciata nell’alveo del “conservatorismo” : invece di farsi trascinare nella corsa verso il “novitismo” dei sedicenti riformisti, ci si può attestare sulla barricata della difesa dei valori e dei beni pubblici, dalla Costituzione, alla Scuola, al paesaggio, ai diritti del lavoro, dei migranti e così via. E da quella barricata ripartire con un’azione incisiva, a tutto campo, senza paura delle etichette. Ci chiamano conservatori? Ebbene sia! A chi usa quest’accusa, replichiamo che esiste un conservatorismo degli interessi (di cui oggi Monti e Berlusconi sono rappresentanti diversi, ma uniti, con pericolosi cedimenti in quella direzione del PD), e un conservatorismo dei valori: noi dobbiamo essere gli alfieri di questo conservatorismo, e metterlo in movimento, trasformandolo in principio guida di un’azione che ridia dignità alla sinistra e un progetto politico e sociale al Paese.

martedì 18 dicembre 2012

Keynesismo. (1)

Questo articolo è il primo di una breve serie in cui analizzeremo le risposte alle affermazioni più comuni contro la possibilità di implementare politiche keynesiane nel contesto politico-economico attuale.
- kaynesblog -
 
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1) Il keynesismo non è più attuale a causa della finanziarizzazione dell’economia?
Si può affermare che il capitalismo e la finanza siano sempre stati legati in modo indissolubile. Convenzionalmente, infatti, la data di nascita del capitalismo viene fatta risalire alla fondazione della Borsa di Anversa (1531). Già nel 1600 sono documentate, nelle prime borse europee, le contrattazioni di titoli e strumenti finanziari, oltre a quelle delle materie prime. Vale la pena ricordare che il termine “bolla”, oggi così spesso ricorrente nel dibattito pubblico, risale al 1720, quando il parlamento inglese affrontò il problema della speculazione riguardante la South Sea Company, vietando la libera costituzione di società per azioni, con una legge chiamata “Bubble Act”.
tulip-graphLa prima “bolla” documentata risale però al 1635-36 e riguardò i tulipani olandesi, il cui prezzo in borsa si impennò per poi crollare improvvisamente una volta diffusasi la convinzione che non potesse ulteriormente salire.
Un altro esempio di economia “finanziarizzata” si può trovare nella Gilded Age americana. Ben due significative crisi finanziarie (chiamate “panico del 1873” e “panico del 1893”) colpirono gli USA che uscivano dalla guerra civile e il resto del mondo, con elementi comuni alla crisi odierna: speculazione, bolle, mancanza o non rispetto delle regole.
Anche i “contratti derivati” hanno una lunga storia alle spalle: in Occidente si diffondo nel XIX secolo, a partire dai “futures” trattati alla Borsa mercantile di Chicago.
Sull’onda di queste innovazioni, nel 1910 Rudolf Hilferding scrive la sua maggiore opera, intitolata “Il capitale finanziario”. La “finanziarizzazione”, insomma, non è un fenomeno nuovo.
keynes performanceArrivando a Keynes è bene sottolineare il contesto storico e personale della sua opera. Non solo Keynes fu un investitore in Borsa (secondo alcuni anticipando quello che oggi è chiamato metodo Buffet), ma la crisi che lo spinse a cambiare radicalmente le sue idee in campo economico, rifiutando la dottrina neoclassica, iniziò proprio con il crollo di Wall Street del 1929. I richiami ai pericoli dell’economia finanziarizzata sono costanti nella sua opera. Keynes disprezzava la mentalità della borsa, sostenendo che era impermeabile alle esigenze sociali; disprezzava al tempo stesso il suo funzionamento, paragonandola ad un casinò. Tutto si può dire tranne che Keynes non fosse avvertito del ruolo preminente della finanza nell’economia. Scrive infatti nella Teoria generale (cap. 12):

venerdì 14 dicembre 2012

La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo.

Antonio Carlo - connessioni - sinistrainrete -

Parte prima: La putrescenza del Capitalismo contemporaneo


1) L’economia mondiale nel 2012. Disoccupazione, sovraproduzione e crisi della finanza pubblica


Il rimbalzino del 2010 è ormai un ricordo, nel 2011 le cose sono andate peggio1, ed a inizio 2012 la signora Lagarde n. 1 delle FMI dice: “nel 2012 molte delle cose che potevano andare storte sono andate storte”. Lucidità cartesiana si potrebbe dire, e nel 2012 la situazione peggiora ulteriormente. A metà anno, infatti, la Banca Mondiale rende note le sue stime per l’anno corrente: PIL mondiale + 2,5%, ma la crescita sarà concentrata essenzialmente nei paesi emergenti, + 5,1% contro il 6,1% del 2011 ed il 7,4% nel 2010. Leggermente migliori le previsioni del FMI, che però peggiorano nel corso dell’anno: ad ottobre, in concomitanza con l’assemblea annuale di Tokyo, il FMI prevede + 3,3% PIL mondiale, così suddiviso + 1,3% paesi ricchi, + 5,3% paesi emergenti; per l’Eurogruppo siamo a – 0,4% per il corrente anno e a + 0,2% per l’anno prossimo, ciò che qualche bello spirito potrebbe definire “ripresa”.

Ci si potrebbe obiettare, che comunque si cresce anche se di poco, ma allora non si capirebbe il coro da tragedia greca che accompagna questo sviluppo da quattro soldi2, che in realtà è una recessione strisciante e nascosta da cui non si vede via di uscita nel breve e nel medio periodo (nel lungo si sa saremo tutti morti), qualcosa cioè di molto simile ad una depressione. La verità, invece, è che i paesi ricchi sono fermi in tendenziale ristagno, e per stare fermi devono continuare ad indebitarsi a ritmo crescente, come vedremo tra breve, se fossero imprese private sarebbero fallite da tempo. Quanto ai paesi emergenti, che sono in netta flessione di crescita, per essi un ritmo del 5% o poco più, rapportato alla modestissima base di partenza (l’India ha un PIL procapite di poco superiore ai 1000 dollari, quello della Cina è più elevato ma enormemente inferiore a quello delle province più povere del sud Italia) è irrisorio3; la Cina, il colosso tra gli emergenti, dovrebbe crescere quest’anno del 7,5% (obiettivo del governo cinese fissato in marzo 2012), ma come vedremo l’indice PMI , che misura l’attività manifatturiera centrale per quel paese, si è collocato spesso sotto livello 50 che segna lo spartiacque tra sviluppo e ristagno o recessione4, in altre parole con 7,5% di crescita del PIL la Cina è in ristagno, ma gli altri paesi emergenti stanno peggio, l’India crescerà quest’anno sotto il 5% e l’anno prossimo rimbalzerà (si fa per dire) al 6%. Il mondo è fermo e non sa come ripartire, mentre tutte le contraddizioni che ho segnalato nei miei precedenti lavori si appesantiscono.


A) La sovraproduzione di forza lavoro (disoccupazione)


Nel corso dell’anno vengono diffusi i dati dell’OCSE e dell’ILO sulla disoccupazione: 205 milioni a livello mondiale (75 milioni giovani), 50 milioni in più rispetto alla fase pre-crisi, nell’OCSE siamo a 48 milioni, 15 in più rispetto al periodo pre-crisi5. Rispetto al picco della crisi (2009) solo una lieve limatura (allora era a 212 milioni), più formale che reale perché è cresciuto il numero degli scoraggiati che non cercano più lavoro e che formalmente non sono considerati disoccupati; solo in USA sono una cifra maggiore della lieve “limatura” realizzata6. A questi poi bisognerebbe aggiungere quelli che il lavoro non lo hanno mai cercato, pur essendo in età da lavoro: il tasso di attività media a livello mondiale si colloca intorno al 60%7 (così anche in USA e Giappone)8, nella UE siamo al 63,9%, in Italia al 56,9% (Eurostat): in sostanza a livello mondiale su 5 persone in età da lavoro ne sono occupate solo 3.

Ma non è tutto, accanto alla disoccupazione c’è il fenomeno della sottoccupazione, che l’ILO considerava il vero problema occupazionale dei paesi emergenti: nel suo rapporto del 1976 si rilevava che la disoccupazione nei paesi poveri era solo al 5% contro il 36% della sottoccupazione. Ma chi sono i sottoccupati? Nel rapporto ILO del 2005 si dice che sono persone che non hanno “a decent work”, ciò che concretamente significa che si lavora 12-14 ore al giorno per 1-2 dollari al giorno senza diritti sociali o sindacali, per cui se hai un infortunio sul lavoro il problema è solo tuo. Il disoccupato, invece, vive, nelle aree povere del mondo, di lavori occasionali, carità, piccola delinquenza, prostituzione etc., una situazione per certi versi migliore del sottoccupato o comunque non peggiore. Ma quanti sono i sottoccupati? Nel rapporto del 1976 erano stimati in 500 milioni ed in quelli del 2005 erano stimati in 1,2 miliardi pari al 58,7% della forza lavoro dei paesi emergenti e al 49,7% di quella mondiale.

sabato 8 dicembre 2012

Come la finanza ha rotto il compromesso tra capitalismo e democrazia

di Giorgio Ruffolo , Stefano Sylos Labini - sbilanciamoci -

La crisi di oggi è la crisi dell’Età del capitalismo finanziario, nata con la liberalizzazione dei movimenti di capitali e l’ascesa della finanza. Un modello che ha rotto il compromesso tra capitalismo e democrazia e messo nell’angolo la politica. Un’anticipazione dalle conclusioni del volume di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini “Il film della crisi. La mutazione del capitalismo” (Einaudi, 2012)

La tesi centrale di questo libro è che la crisi in cui sono immersi i Paesi occidentali nasce dalla rottura di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia. La fase successiva a questa rottura può essere definita come l’Età del Capitalismo Finanziario e costituisce la terza mutazione che il capitalismo ha attraversato dall’inizio del secolo precedente.
La prima fase è un’Età dei Torbidi che si è verificata tra l’inizio del secolo e lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
La seconda fase è costituita dalla cosiddetta Età dell’Oro: un’intesa tra capitalismo e democrazia fondata su due accordi fondamentali. Il primo comprendeva la libera circolazione delle merci a cui faceva da contrappeso il controllo politico dei movimenti dei capitali che assicurava un ampio spazio all’autonomia della politica economica dei governi e alle rivendicazioni dei lavoratori. Il secondo traeva ispirazione da una nuova teoria dell’impresa manageriale, che la rappresentava come una complessa realtà sociale focalizzata non solo sul profitto ma anche sull’impegno verso una serie di obiettivi sociali rendendo la grande impresa privata una vera e propria comunità.
La terza fase segna appunto una rottura dell’Età dell’Oro e si realizza attraverso la liberazione dei movimenti di capitale che permette di scatenare una vera e propria controffensiva capitalistica. Questa mossa, attuata all’inizio degli anni ‘80 dai leader degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, determina un mutamento fondamentale nei rapporti di forza tra capitalismo e democrazia e tra capitale e lavoro e apre la strada alla formidabile espansione del capitalismo finanziario nei Paesi occidentali.
La controffensiva capitalistica maturò in seguito ad una serie di eventi che influenzarono l’evoluzione dell’economia mondiale negli anni Settanta. Anzitutto le crisi petrolifere che si risolsero in una “stagflazione”, cioè in una combinazione di inflazione dei prezzi al consumo e di deflazione della domanda, e alimentarono massicci investimenti dei petrodollari nei mercati finanziari mondiali. Accanto ai due shock petroliferi, ebbero un peso rilevante la pressione esercitata dai sindacati dei lavoratori; la competizione sempre più intensa tra l’economia americana in declino e le economie europee in ascesa; nonché una serie di movimenti di opinione che cambiarono sostanzialmente le caratteristiche fondamentali del pensiero economico e che si concretizzarono dapprima nella rinascita di un nuovo liberismo economico e poi nel mutamento dell’ideologia politica. In tale ambito ebbe un peso significativo l’influenza esercitata dalle nuove tesi neoautoritarie della cosiddetta “Trilaterale”[1] .

mercoledì 28 novembre 2012

Businnes Schools

di Elisabetta Teghil - sinistrainrete -

“Il profitto è una forma mutata del plusvalore, una forma in cui viene dissimulata e cancellata l’origine del plusvalore ed il segreto della sua esistenza. In realtà il profitto è la forma fenomenica del plusvalore.”
(K.Marx-Il Capitale- III)

Come qualsiasi risorsa materiale e immateriale, la “risorsa umana” viene considerata una merce economica.

E’ una visione in cui tutto e tutte/i devono misurare la propria esistenza secondo l’unico valore importante a cui sottomettersi, il valore commerciale.

E’ la nascita e la diffusione della nozione di “capitale umano” che, declinato, significa la forza lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori letta come l’insieme delle facoltà fisiche, intellettuali, relazionali che queste/i possono mettere in vendita sul mercato del lavoro.

Secondo questa vulgata, in tutti i momenti o aspetti della propria esistenza, ognuna/o dovrebbe considerarsi e agire come un potenziale centro di accumulazione di ricchezza alla stregua di un’impresa capitalista.


In quest’ambito, anche la scuola è entrata , a pieno titolo nel mercato.

Perché è catena di trasmissione dei valori dominanti.

Il compito principale che ora le viene assegnato è quello di formare le ”risorse umane” al servizio dell’impresa. La scuola è trattata come un mercato, il mercato dell’istruzione.

La scuola, a cui, in passato, sia pure a livello più teorico che pratico, veniva chiesto di essere occasione e momento della promozione sociale, oggi, non è altro che un mezzo di legittimazione di una divisione sociale che favorisce le ineguaglianze.

In questo modo la sfera educativa si è trasformata in un luogo dove si insegna una cultura classista, razzista e di guerra.

Come sempre e come al solito, tutto comincia negli Stati Uniti, si irradia in Europa attraverso l’Inghilterra ed è stato, in Italia, diffuso attraverso una serie di “riforme” cominciate da Luigi Berlinguer, continuate con Letizia Moratti, con Giovanni Fioroni , Mariastella Gelmini e con l’attuale ministro dell’Istruzione Francesco Profumo.

Da quando è entrata in vigore la riforma dell’università, chiamata comunemente Gelmini, dalla ministra proponente, quello che balza agli occhi è che la riforma stessa è entrata subito in funzione con la partecipazione attiva di docenti e ricercatori.

Giovanni Giolitti, che è stato il presidente del consiglio di più lunga durata, diceva che la vera difficoltà non era tanto promulgare le leggi, quanto farle attuare. E lo diceva uno che se ne intendeva perché proveniva dalle file della burocrazia.

Se la riforma Gelmini fosse stata veramente estranea al corpo universitario, sarebbe stato sufficiente disattenderla.

Invece non è andata così.

A conferma che le lotte degli studenti sono state strumentalizzate, vedi l’Onda, che questi non hanno messo al centro i loro interessi, che i ricercatori erano impegnati solo nella soluzione dei loro problemi, possibilmente con i concorsi sanatoria, e che i professori erano interessati solo alla conservazione dei loro privilegi.

Eppure, la ristrutturazione dell’università piega la formazione del sapere alle esigenze e alle richieste del mercato, trasformando gli studenti in merce-lavoro prima ancora che siano inseriti nel mercato occupazionale.

Il personale docente viene derubricato a livello dei formatori dei corsi di aggiornamento che, come tali, devono costruire personale che aderisca ai valori della società/azienda in cui andrà inserito.

Il tratto più saliente che definisce l’ attuale insegnamento, in particolare nell’ambito universitario, è quello che caratterizza l’università anglosassone: la spoliticizzazione che colpisce in maniera particolarmente forte, e non poteva essere altrimenti, le facoltà umanistiche.

giovedì 22 novembre 2012

Anticapitalismo, antimperialismo e questione nazionale

di Rodolfo Monacelli - sinistrainrete -

La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.)
La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «sovranità nazionale», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica che va ben al di là della questione dell’Euro e della UE e su cui è bene ritornare sopra. A parere di chi scrive, infatti, la «questione nazionale» sarà un concetto ineludibile per ogni coerente politica e pratica anticapitalistica.
Questo perché, in un mondo sempre più dominato dalle oligarchie finanziarie e sovranazionali, difendere le identità culturali dei popoli, le sovranità politiche e monetarie degli stati sarà l’elemento che oggettivamente si porrà in contrasto con gli interessi del capitalismo internazionale e dei suoi strumenti (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc). Come cercheremo di spiegare in questo articolo, una questione nazionale correttamente intesa non va però confusa in nessun modo con il nazionalismo ma è, anzi, la premessa per un vero e reale Internazionalismo, l’asse portante di una corretta politica antimperialistica come punto di raccordo per una reale liberazione sociale.
Purtroppo in Italia non è stata, però, ancora compresa dalle forze antisistema l’importanza di tale questione ed è, probabilmente, una delle cause dell’immobilismo politico e delle condizioni di sudditanza imperialistica in cui si trova il nostro Paese.
Prima di iniziare a parlare della questione nazionale sarà utile rispondere preventivamente alle obiezioni che ci verranno poste rispetto alle tesi che verranno esposte in questo articolo.
Chi contrasta con queste tesi ritiene, infatti, che l’idea di Nazione sia un’invenzione artificiale, il risultato della modernità capitalistica e che oggi, superato quel momento storico, non abbia più nessuna validità. A tali posizioni non vogliamo opporre una discussione sull’origine “culturale e non statuale” delle nazioni (che le lotte per l’indipendenza basca, irlandese, scozzese, ecc comunque avallerebbero), ma un principio ben più importante, lasciando però la parola a Costanzo Preve:
«La genesi è sempre ed in ogni caso particolare, la validità è universale, laddove naturalmente questa universalità sia logicamente costruita come momento di una verità reale. Gesù di Nazareth si mosse in un contesto storico ultraparticolare, oggi completamente tramontato, ma la validità del suo messaggio non è riducibile a questa genesi storica particolare, ma possiede una sua validità veritativa metastorica. Facciamo ancora l’esempio del Liberalismo, della Democrazia e del Socialismo. Storicamente, nella loro forma moderna, queste tre tradizioni hanno avuto una genesi storica particolare, rispettivamente borghese (il Liberalismo), piccolo-borghese (la Democrazia) ed operaia e proletaria (il Socialismo). Ebbene, questa genesi storica particolare in tutti e tre i casi trapassa in validità universale, non nella totalità delle loro componenti storiche, ma in quelle che la razionalità logica convalida e conferma. È esattamente questa la realtà dell’Identità Nazionale, statuale o etnica che ne sia stata la genesi particolare».[1]
Un’altra tesi (probabilmente politicamente la più seria ed importante) è quella secondo cui l’idea di nazione sarebbe stata lo strumento ideologico per la politica imperialistica degli stati colonialistici dell’800 e del ‘900. Questo è assolutamente vero, ma una lotta per la sovranità e la liberazione nazionale non ha nulla a che vedere con il Nazionalismo che, per la stragrande maggioranza dei popoli del mondo, è stato piuttosto la «negazione assoluta» della realtà nazionale.
Il Nazionalismo colonialistico ottocentesco e novecentesco è, infatti, il più grande nemico dell’identità nazionale che «ha come sua prima caratteristica il riconoscimento dell’altro come DIFFERENTE e perciò UGUALE, che è cosa ben diversa, ed anzi opposta, dal considerarlo DIVERSO e perciò DISEGUALE».[2]

Questione nazionale, questione sociale e cultura di sinistra

La questione della sovranità nazionale, come anticipato nell’introduzione a quest’articolo, è stata posta nuovamente in rilievo a causa della crisi dell’Eurozona e dei diktat europei. Nonostante questo, però, salvo rari e sporadici casi, a sinistra la questione della sovranità e dell’indipendenza nazionale non viene ancora considerata come la battaglia fondamentale dei prossimi anni.
Sarebbe sbagliato ritenere questa mancata presa di posizione come un’ingenuità politica o un abbaglio. Tutto ciò deriva, piuttosto, da una questione culturale. Ha ragione, ancora una volta, Costanzo Preve a ritenere la sinistra come «il luogo culturale dello sradicamento», e perciò «il referente culturale privilegiato per l’attuale globalizzazione capitalistica», per l’americanizzazione forzata del pianeta e per l’europeismo senza Europa. È dunque perfettamente normale, per chi abbia come prospettiva politica quella di rafforzare il cosmopolitismo capitalistico (magari credendo in questo modo di fare la rivoluzione!), non comprendere l’importanza della questione nazionale.
L’obiezione più forte che viene da sinistra è quella secondo cui la nazione sarebbe una falsa unità interclassista, «un’identità borghese e capitalistica, mascherata e travestita, venduta ai proletari dagli apparati ideologici di stato per trasformare i proletari stessi in carne da macello per le guerre imperialistiche».[3]
Tale posizione è politicamente molto debole (e che nega, del resto, la stessa storia del comunismo storico novecentesco, dall’URSS alla Cina di Mao), ma è ormai senso comune da parte del vasto popolo della sinistra italiana. È doveroso, quindi, rispondere.
La lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale, come abbiamo anticipato, non è la negazione dell’Internazionalismo, ma ne è il suo presupposto. L’Internazionalismo prevede, infatti, un rapporto «fra nazioni differenti ed uguali» e non certo la negazione dell’identità nazionale, contrariamente a ciò che ritiene il luogocomunismo del ceto semicolto politicamente corretto di sinistra.
Liberazione nazionale e liberazione sociale dicevamo. Due elementi non in contrapposizione, ma assolutamente complementari. Senza l’elemento sociale, che prevede il conflitto (esterno ed interno), infatti, le istanze emancipatorie di una lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale rischierebbero di sfociare nella xenofobia, nel razzismo e nel nazionalismo. Così, quello che potrebbe essere uno strumento di liberazione dei popoli dall’oppressione capitalistica e dal mercato mondiale si trasformerebbe in un mezzo utilizzato dai dominanti per integrare la nazione all’interno degli stessi meccanismi di oppressione e discriminazione.
È necessario, quindi, integrare e far interagire tra di essi i due piani (la questione nazionale e la questione sociale). Per far questo è, però, al contempo, importante ridefinire il concetto di Classe che, proprio grazie alla questione nazionale, sappia adattarsi al mutamento delle realtà sociali.

Temperare" il capitalismo, la più vecchia delle illusioni

di L.Vasapollo- J. Arriola -R.Martufi - sinistrainrete -

Una divaricazione sempre più evidente sulle vie d'uscita dalla crisi del capitalismo. Una, di rottura, viene da esperienze come l'Ecuador, l'altra, all'insegna della compatibilità, è riemersa al Social Forum di Firenze. Il contributo di tre economisti marxisti che indicano come necessaria la “rottura”, anche in Europa

Nei primi giorni di novembre abbiamo verificato la divaricazione strategica (oltrechè pratica e teorica) sulle soluzioni e le alternative alla crisi delle principali economie capitaliste. Mentre a Milano il presidente dell'Ecuador Correa riaffermava che il debito non va pagato, che occorre procedere alle nazionalizzazioni e a forme di integrazione tra i vari paesi che rompano i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie del capitale, al Social Forum di Firenze, ancora una volta, una serie di economisti riformisti lanciano attraverso la Rete europea degli economisti progressisti proposte in chiave tardo-keynesiana come cura possibile della crisi sistemica del capitalismo in atto. Dimostrando così ancora una volta o di essere in mala fede, e quindi non meriterebbero in tal senso alcuna risposta, o di essere speranzosi in una futura uscita dalla crisi in chiave riformista (ma di quale riformismo sono figli?), ignorando che non ci sono più i presupposti economici, politici e sociali per una crescita equilibrata e con capacità redistributive attraverso i vecchi e non più proponibili modelli di Stato sociale; improponibili sia per le dinamiche del conflitto capitale-lavoro che vedono avanzare sempre più un conflitto di classe dall’alto, sia poiché si tratta di politiche economiche incompatibili con la strutturazione stessa della competizione globale interimperialistica.


Anche questa volta associazioni, sindacalisti ed economisti hanno discusso a tavolino, fuori dai problemi di vita reali e quotidiani reali del mondo dei lavoratori in carne ed ossa , contro le politiche della Troika per esaminare le possibilità alternative alla crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire “a sinistra” dalla crisi, come si trattasse di un bel gioco a Risiko per i dopocena della sinistra salottiera.

Andiamo per ordine.

Ancora una volta, ma la mamma del cretino è sempre incinta!, nelle interpretazioni sull’attuale crisi mondiale, assistiamo ad una polifonia diretta dalla evoluzione apparente e specifica degli avvenimenti; di volta in volta, la crisi internazionale dei paesi centrali è stata spiegata come una crisi finanziaria globale, una crisi di debito, una crisi fiscale e di passaggio, una conseguenza dei salari eccessivi (crisi della competitività) o dei salari troppo bassi (crisi di domanda).

Questa ultima interpretazione ha un certo seguito tra le organizzazioni che si considerano “di sinistra”, le quali propongono come alternativa all’aggiustamento fiscale e dei salari, un aggiustamento fiscale più lento che permetterebbe di generare un volume di investimento pubblico che si trasformerebbe in motore della crescita, e grazie alla crescita, si potrebbe spalmare nel tempo “l’aggiustamento” delle altri componenti della crisi: i prezzi, le finanze, il credito, il commercio estero.

In base a questa visione ( proprio di una fantascientifica visione si tratta), puntare su un aggiustamento fiscale e sulla riduzione drastica dei salari a breve termine, porterebbe solo alla contrazione della domanda, all’arresto della crescita del PIL e all’aumento del peso del debito sul prodotto.

Il problema di questa interpretazione è che parte da una analisi sbagliata, molto spesso volutamente sbagliata,perché la crisi non è affatto una crisi della domanda come pensano gli economisti di impostazione keynesiana e tanti che dicono di richiamarsi all’analisi marxista. La domanda mondiale continua a crescere anche oggi, ed è cresciuta anche nei momenti più gravi della crisi (2008-2009). In termini correnti, il PIL mondiale si è ridotto solo nel 2009, quando fece registrare una caduta di 3,5 bilioni di dollari rispetto all’anno precedente, dato che dice molto della profondità della crisi. Però, nonostante questa caduta, l’investimento mondiale è rimasto sui livelli abituali (21,7% del PIL) e ha continuato ad aumentare nel 2010 e nel 2011 (22,9% e 23,6%) di fronte ad una media del 22,3% nei dieci anni precedenti allo scoppio della crisi (1998-2007). Di conseguenza, nel 2010 il PIL mondiale è cresciuto di 5,2 bilioni di dollari e di 7,1 nel 2011: dove sta quindi la crisi della domanda?

Questo vuol dire che i capitalisti su scala mondiale non hanno identificato un problema keynesiano di “domanda effettiva”, di realizzazione del valore (di fatto, in parità di potere d’acquisto, anche nel 2009 il PIL mondiale è aumentato di 68 mila milioni di dollari) e hanno continuato ad investire, come sempre, nel capitale – ovviamente cambiando sostanzialmente la geografia dell’investimento, sia da un punto spaziale che settoriale (Dati dell’FMI: World Economic Outlook database 09/2011) .

sabato 3 novembre 2012

Intervista a Samir Amin


di Ruben Ramboer - rifondazione -
"Il capitalismo entra nella sua fase senile" "Il pensiero economico neoclassico è una maledizione per il mondo attuale". Samir Amin, 81 anni, non è tenero con molti dei suoi colleghi economisti. E lo è ancor meno con la politica dei governi. "Economizzare per ridurre il debito? Menzogne deliberate"; "Regolazione del settore finanziario? Frasi vuote". Egli ci consegna la sua analisi al bisturi della crisi economica. Dimenticate Nouriel Roubini, alias dott. Doom, l'economista americano diventato famoso per avere predetto nel 2005 lo tsunami del sistema finanziario. Ecco Samir Amin, che aveva già annunciato la crisi all'inizio degli anni 1970.
"All'epoca, economisti come Frank, Arrighi, Wallerstein, Magdoff, Sweezy ed io stesso, avevamo detto che la nuova grande crisi era cominciata. La grande. Non una piccola con le oscillazioni come ne avevamo avute tante prima, ricorda Samir Amin, professore onorario, direttore del forum del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molti libri tradotti in tutto il mondo. "Siamo stati presi per matti. O per comunisti che desideravano quella realtà. Tutto andava bene, madama la marchesa… Ma la grande crisi è davvero cominciata a quel tempo e la sua prima fase è durata dal 1972-73 al 1980".
Parliamo per cominciare della crisi degli ultimi cinque anni. O piuttosto delle crisi: quella dei subprimes, quella del credito, del debito, della finanza, dell'euro… A che punto siamo?
Quando tutto è esploso nel 2007 con la crisi dei subprimes, tutti hanno fatto finta di non vedere. Gli europei pensavano: "Questa crisi viene dagli Stati Uniti, la assorbiremo rapidamente". Ma, se la crisi non fosse venuta da là, sarebbe cominciata altrove. Il naufragio di questo sistema era scritto e lo era fin dagli anni 1970. Le condizioni oggettive di una crisi di sistema esistevano ovunque. Le crisi sono inerenti al capitalismo, che le produce in modo ricorrente, ogni volta in modo più profondo. Non si possono comprendere le crisi separatamente, ma in modo globale. Prendete la crisi finanziaria. Se ci si limita a questa, si troveranno soltanto cause puramente finanziarie, come la deregolamentazione dei mercati. Inoltre, le banche e gli istituti finanziari sembrano essere i beneficiari principali di quest'espansione di capitale, cosa che rende più facile indicarli come unici responsabili. Ma occorre ricordare che non sono soltanto i giganti finanziari, ma anche le multinazionali in generale che hanno beneficiato dell'espansione dei mercati monetari. Il 40% dei loro profitti proviene da operazioni finanziarie. Quali sono state le ragioni oggettive della diffusione della crisi? Samir Amin. Le condizioni oggettive esistevano ovunque. È la sovranità "degli oligopoli o dei monopoli generalizzati" che ha posto l'economia in una crisi di accumulazione, che è allo stesso tempo una crisi di sottoconsumo ed una crisi di profitto. Solo i settori dei monopoli dominanti hanno potuto ristabilire il loro tasso di profitto elevato, distruggendo però il profitto e la redditività degli investimenti produttivi, degli investimenti nell'economia reale.
"Il capitalismo degli oligopoli o monopoli generalizzati" è il nome con cui lei chiama una nuova fase di sviluppo del capitalismo. In cosa questi monopoli sono diversi da quelli di un secolo fa?
La novità è nel termine "generalizzato". Dall'inizio del 20° secolo, ci sono stati attori dominanti nel settore finanziario e nel settore industriale, nella siderurgia, la chimica, l'automobile, ecc. Questi monopoli erano grandi isole nell'oceano delle piccole e medie imprese, realmente indipendenti. Ma, da una trentina di anni, assistiamo ad una centralizzazione sproporzionata del capitale. La rivista Fortune cita oggi 500 oligopoli le cui decisioni controllano l'intera economia mondiale, dominando a monte e a valle tutti i settori di cui non sono direttamente proprietari. Prendiamo l'agricoltura. Una volta un contadino poteva scegliere tra molte imprese per le sue attività. Oggi, piccole e medie imprese agricole devono affrontare a monte il blocco finanziario di colossi bancari e monopoli di produzione dei fertilizzanti, dei pesticidi e degli OGM di cui Monsanto è l'esempio più eclatante. E, a valle, deve affrontare le catene di distribuzione e i grandi supermercati. Con questo doppio controllo, la sua autonomia e i suoi redditi si riducono sempre di più.

venerdì 12 ottobre 2012

Benvenuti nel capitalismo reale


Autore:  - eddyburg -


Quando l’Austerity dei padroni della finanza diventa una superstizione, allora dalla gabbia del capitalismo non si esce piùIl manifesto11 ottobre 2012


Mannaggia alla bomba atomica! Senza questo piccolo particolare, la recessione mondiale sarebbe già alle nostre spalle. Infatti le altre crisi gravi sono state sanate solo quando è scoppiata una bella guerra: l'esempio più indiscutibile è la Grande Depressione degli anni '30 superata solo grazie alla Seconda guerra mondiale.

La ragione è semplice: di solito della guerra percepiamo solo la messe umana che miete, ma dal punto di vista economico i milioni di morti sono marginali; quel che conta è che la guerra distrugge un'immane quantità di edifici, prodotti, macchinari, in definitiva di capitale; e quindi crea la necessità di una nuova accumulazione, grazie alla ricostruzione materiale. Tanto che, dopo la guerra, a vivere i miracoli economici più rigogliosi di solito sono proprio i paesi più rasi al suolo, perché i nuovi impianti sono più moderni mentre gli stati più risparmiati si tengono anche le fabbriche più desuete e vengono scavalcati. Joseph Schumpeter aveva in mente proprio la guerra quando parlava della «distruzione creatrice» come caratteristica essenziale del capitalismo.

Però non tutte le guerre vanno bene. Quella in Iraq è sì costata agli Usa migliaia di miliardi di dollari senza apportare alcun beneficio all'economia statunitense, proprio perché non ha richiesto un massiccio aumento della produzione, non ha mobilitato la popolazione, non ha messo in campo quel connubio di spesa illimitata (per armi e materiale bellico) da un lato e razionamento (dei consumi privati) dall'altro che costituisce tutto l'appeal dell'economia di guerra. La guerra consente infatti ai governi di mandare a quel paese i diktat dei "mercati", rende non solo lecito, ma necessario spendere ed espandere il debito pubblico in nome di una causa superiore. Nessuno criticherà un governo se sfora per difendere la patria.Le guerre locali e a questo scopo non servono, ci vogliono vere e proprie guerre mondiali. E' col capitalismo che nasce la nozione di "guerra mondiale": la prima fu quella dei Sette anni (1756-1763) che decise il destino coloniale di interi continenti, dal Canada all'India; mondiali furono le guerre napoleoniche (anche Bonaparte, come Rommel, pensò di andare a fiaccare la potenza inglese in Egitto, e come Von Paulus finì impantanato in Russia); mondiali furono le due grandi guerre del secolo scorso.
Sono proprio queste guerre mondiali - conflitti totali tra grandi potenze - che l'arma atomica ha reso impossibili. Il capitalismo si trova così prigioniero dell'impossibilità di ricorrere alla soluzione bellica. Una prigionia tanto più asfissiante quanto più è totalitaria la dittatura dei mercati e quanto più risulta incrollabile la fede superstiziosa negli effetti salvifici dell'austerità. Durante la guerra fredda i propagandisti occidentali coniarono un'immagine assai efficace per descrivere la dittatura materiale e ideologica cui erano sottoposti i paesi del Patto di Varsavia: "socialismo reale" fu chiamata. Termine di straordinaria comunicativa perché diceva tutto senza dire: di fronte alle promesse di un "radioso sol dell'avvenire", nella sua realtà attuale e quotidiana il socialismo era solo sorveglianza del Kgb o della Stasi, penuria materiale, censura, file davanti ai negozi di generi di prima necessità, oppressione totale (o totalitaria) sotto un tallone nello stesso tempo poliziesco e ideologico (un pensiero unico sovietico diremmo oggi). Quel che caratterizzava il socialismo reale era che non potevi sfuggire, non potevi andartene, non potevi né cambiarlo, né ricusarlo. Ci pensavano i carri armati dei "paesi fratelli" a ricordarlo.

domenica 7 ottobre 2012

Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

di Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato. (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)

Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.

Un “gioco” che non ha potuto reggere più di tanto poiché, nella fase immediatamente apertasi dopo l’89, tutti gli equilibri che la Guerra fredda aveva messo a regime non potevano che entrare in rotta di collisione con gli ordinamenti che la nuova fase imperialista necessitava. La crisi, inoltre, ha accelerato la disintegrazione di tali assetti poiché, per le consorterie imperialiste, è diventato sempre più urgente conquistare postazioni di forza, politiche, economiche e militari al fine di giocare da una postazione vantaggiosa la mortale partita della competizione globale. L’attacco e la rimozione della Libia gheddafiana prima e l’operazione anti - Siria attuale rientrano esattamente in tale prospettiva. Dentro questo scenario, in veste di attore protagonista, vi è un grande assente: il movimento operaio e comunista.

Molto sinteticamente di fronte alle operazioni belliche condotte contro la Libia e ora prospettate verso la Siria a sinistra si sono delineate quattro posizioni:

A) la prima, decisamente più corposa, ha salutato la guerra come un evento forse deprecabile ma in fondo utile per rimuovere regimi antidemocratici e dittatoriali.
B) la seconda, quantitativamente non proprio irrilevante, è la posizione di coloro che si sono opposti e si oppongono tuttora all’uso della forza, senza se e senza ma, per motivi etico - morali.
C) la terza, non eccessivamente numerosa ma neppure poco consistente, identifica tutte le forze in gioco come borghesi e imperialiste e, pertanto, estranee agli interessi di classe delle masse proletarie, ponendo al centro del proprio ragionamento la piena autonomia della classe proletaria in aperta contrapposizione a tutte le frazioni borghesi in gioco.
D) infine, una quarta parte, si è schierata contro la guerra imperialista finendo, in sostanza, con il porsi a difesa dei governi attaccati.

sabato 6 ottobre 2012

Il tramonto dei manager.

di Vincenzo Comito - fonte -

Torna il capitalismo familiare (e quello di stato)

            
Col tramonto del liberismo, nei paesi ricchi vacilla il capitalismo dei manager, schiacciati sui profitti di breve periodo. Torna il capitalismo familiare e le imprese di stato nei settori chiave. È il momento di ripensare la forma dell’impresa e i problemi di proprietà, controllo, democrazia
Come funzionano banche e imprese? L’ideologia neoliberista aveva le idee chiare sui comportamenti di chi opera al cuore del capitalismo: massimizzazione dei profitti, riduzione dei costi di transazione, efficienza dei mercati. Ma quelle idee risultano ora sempre più confuse e lontane dalle trasformazioni in corso. Si pensi al tema delle banche. L’intermediazione finanziaria veniva considerata come un fenomeno transitorio, caratteristico dei paesi finanziariamente arretrati, mentre in quelli avanzati si sarebbero sempre più affermate forme di collegamento diretto, sul mercato, tra operatori in deficit e operatori in surplus finanziario (Gurley e Shaw, 1960). Ma la realtà non sembra avere confortato tale visione. Le banche, anche quelle di tipo più classico, tendono a essere presenti in forze su tutti i mercati, sia pure in forme e con un peso differente da paese a paese, come le recenti vicende della crisi hanno anche purtroppo dimostrato.
Un fenomeno analogo di falsa rappresentazione della realtà si è manifestato sul fronte dei meccanismi di proprietà e controllo delle imprese.
Modello di mercato e modello bancario
È noto come la grande impresa moderna nasca tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento in Europa e negli Stati Uniti, in particolare nei settori della chimica organica, dell’elettricità, del motore a scoppio. Un problema di questa nuova struttura era costituito dalla necessità di reperire grandi quantità di capitali per finanziare gli ingenti investimenti richiesti dallo sviluppo di tali business.
Negli Stati Uniti, dal momento che le imprese familiari non sembravano in grado di provvedere alla bisogna, si ricorre al mercato. Si assiste così al frazionamento del capitale delle imprese, che viene ceduto in borsa, arrivando in certi casi ad avere società i cui azionisti si contavano anche in centinaia di migliaia di unità, nessuno dei quali in grado di influenzare in maniera significativa la gestione; parallelamente la gestione delle imprese viene affidata ad un management professionale. E’ il modello dell’impresa manageriale o “public company”.
Sulla base di questa esperienza molti teorizzano che tale soluzione al problema sia inevitabile nel tempo per tutti i paesi.
Si era teorizzato anche, negli anni della guerra fredda, che con il fenomeno della “public company” si realizzava l’avvento del “capitalismo popolare”; più recentemente, poi, G.W. Bush, sulla stessa linea, aveva enunciato lo slogan “tutti proprietari”.
In effetti, mentre nel 1929 il potere di governo nelle 200 imprese più grandi degli Stati Uniti era ancora per il 42% dei casi nelle mani di un gruppo azionario forte e nel 40,5% dei casi nelle mani del management, nel 1974 ormai solo il 16% delle imprese vedeva presente un gruppo azionario forte, mentre nell’82,5% dei casi esse erano nelle mani del management (Comito, Piccari, 2002).
Le ragioni del trionfo di tale modello era da ricercarsi da una parte nel fatto che si riuscivano così a trovare facilmente sul mercato i fondi necessari allo sviluppo, dall’altra alla presenza della responsabilità solo limitata degli azionisti, nonché alla possibilità di lasciare la gestione a dei professionisti, superando i problemi rilevabili nel caso dell’impresa familiare.
Bisogna a questo punto ricordare che, al momento del primo sviluppo della grande impresa moderna, il modello della “public company” non era stato l’unico trovato per risolvere il problema dei capitali necessari alla crescita. Così, in Germania si fece ricorso all’intervento delle banche, che diventano socie a pieno titolo in molte delle grandi società a fianco delle famiglie tradizionali, preservando quindi, almeno in parte, l’impresa a conduzione familiare. Un fenomeno non molto diverso si svilupperà poi in un paese come il Giappone.
Ricordiamo inoltre come in Europa occidentale e in particolare a partire dalla fine della seconda guerra mondiale si sia affermato anche un modello forte di proprietà pubblica dell’economia; sottolineiamo infine che nei paesi conquistati dal comunismo la proprietà pubblica dei mezzi di produzione era la regola.

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