Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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sabato 29 giugno 2013

Dalle stelle alle stalle

Fonte: il manifesto | Autore: Marco Bertorello                         


Il Fondo monetario internazionale prevede che nel 2013 i paesi occidentali, cioè quelli più ricchi al mondo almeno dai tempi della rivoluzione industriale, scenderanno nelle quote di Pil globale al disotto del 50%. Forse la definizione di paesi emergenti per nazioni quali Cina, India, Brasile e molti altri è da mettere in soffitta. Certamente restano enormi divari nelle proporzioni pro-capite a tutto vantaggio dei paesi di antica industrializzazione. Nonostante il cambio degli equilibri e dei connotati dell’economia mondiale però i percorsi per uscire dalla crisi non si semplificano. I paesi ormai emersi non rappresentano una possibile via di uscita dalla crisi globale, almeno nel breve periodo. Dopo la precipitazione del 2008-09, un paese come la Cina veniva considerato la nuova possibile locomotiva della ripresa. A distanza di cinque anni si registra una consistente diminuzione della sua crescita. Restano numeri importanti, ma forse non adeguati ai ritmi precedenti e alle attese create.
A fronte della crisi dei vecchi bastioni del capitalismo, i nuovi protagonisti dell’economia contemporanea non potevano restarne immuni, considerati i loro assetti sbilanciati verso l’export. Il buco nero rappresentato dall’Europa pesa enormemente sulla Cina che aveva nel Vecchio continente il principale importatore delle proprie merci. D’altronde c’è una sfasatura temporale tra la necessità di riprendersi dei paesi occidentali, scommettendo sulle esportazioni, e l’incapacità, in tempi ragionevoli, di ri-centrare il proprio modello di sviluppo degli ex-emergenti. Aumentare ulteriormente lo sviluppo interno anziché esportare e acquistare titoli di debito dei paesi occidentali non sarà operazione che si risolve rapidamente, per la Cina e non solo.

Ma i problemi non finiscono qui. Negli ultimi giorni le difficoltà registrate dalle borse orientali indicano come il capitalismo globale abbia utilizzato formule molto simili per arginare la crisi. L’annuncio della Fed sulla riduzione della politica monetaria espansiva, unica vera arma utilizzata in questi anni, ha mandato in fibrillazione paesi molto differenti tra loro. In questi anni, infatti, l’economia a debito non è stata prerogativa unicamente dei paesi occidentali. Nel 2012 in Cina il credito ha raggiunto proporzioni doppie rispetto al Pil, come già per gli Usa ante-crisi. In questo paese è stata praticata una via finanziaria alla crescita fondata sullo sviluppo non controllato del debito privato, con un preoccupante lassismo nei controlli, eccessi e mal distribuzione di liquidità. Così sono emersi timori per la scarsità di liquidità nell’Impero Celeste. Anche perché la moneta immessa nel sistema non si è riversata prevalentemente sulle attività produttive tradizionali. Qualche giorno fa il Sole 24 ore metteva in evidenza un caso da manuale di questo processo, quello della Youngor, imponente società cinese specializzata nel tessile, che si è trasformata da azienda produttiva in grande gruppo immobiliare e finanziario dal futuro molto incerto: «dal tessile al mattone alla finanza, fine della parabola di un’azienda modello». Un percorso che potremmo confondere con quello di tante aziende del capitalismo maturo, per non dire in disfacimento. Se persino la cosiddetta fabbrica del mondo in breve tempo si inserisce nel modello della finanziarizzazione, rendendo sempre più lontana l’ambizione a separare economia reale e finanziaria, allora forse non devono stupire le rivolte turche e brasiliane o le lotte operaie cinesi, cioè quel protagonismo giovanile di una generazione che vive in prima persona le contraddizioni sistemiche dell’attuale economia di mercato a qualsiasi latitudine.

lunedì 24 giugno 2013

Il nemico parla chiaro

di Sergio Cararo - contropiano - sinistrainrete -

Le Costituzioni nate dalla sconfitta delle dittature in Europa sono ormai considerate una palla al piede dai poteri forti. Loro parlano chiaro mentre l'ipocrisia è il linguaggio della sconfitta.

La brutta sensazione era nell'aria da un po' di tempo. Poi, come spesso accade, il messaggio arriva brutale ma netto. Un documento della banca d'affari JP Morgan dice chiaro e tondo quello che la classe dominante europea e il suo ceto politico-tecnocratico stanno facendo senza dirlo.

Le Costituzioni approvate in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo dopo la caduta delle dittature militari e fasciste sono ormai un intralcio insopportabile per la tabella di marcia del capitale finanziario nei paesi europei Pigs. Nel linguaggio crudo dei banchieri “l'eccesso di democrazia” rende debole la governabilità e non predispone i sudditi al piegarsi ad una esistenza che non prevede diritti o garanzie. Non solo. Siccome l'austerità farà parte del panorama europeo ancora per un lungo periodo, i paesi aderenti all'Eurozona dovranno anche predisporsi affinchè non sia prevista la “licenza di protestare quando vengono proposte modifiche sgradite allo status quo”.

Un messaggio e un linguaggio brutale che devono suonare come un allarme rosso nella testa e nella coscienza di chi vive in condizione subalterna nei paesi europei, soprattutto nei Pigs.

Due sottolineature ci paiono d'obbligo.

La prima è che l'offensiva contro “l'eccesso di democrazia” non nasce oggi. Nasce anch'essa dentro una crisi, quella del '73, che suonò come l'inizio della grande crisi sistemica che si è manifestata con maggior durezza negli ultimi cinque anni. A muovere l'assalto fu la prima riunione della Commissione Trilaterale nel 1974, nata dalle esigenze del grande capitale multinazionale di dotarsi di un disegno di strategico di ri-subordinazione complessiva del lavoro e di una iniziativa globale contro l'esistenza dell'Urss e dei movimenti di liberazione nel terzo mondo.

La seconda è che chi vive e agisce nell'Unione Europea deve finalmente diventare consapevole che un blocco geopolitico ed economico creatosi intorno ad una unione monetaria è qualcosa di diverso e di peggiore di un “sovrastato”. Essa non prevede in alcun passaggio decisivo una procedura democratica. Si viaggia su dati “oggettivi” e se ne trasformano gli effetti in direttive che i singoli Stati aderenti – in ogni loro istituzione o istanza – non possono far altro che applicare. La ricerca del consenso è limitata all'indispensabile e l'autoritarismo ne conforma ogni relazione con i settori dissonanti.

Se questo è vero – e il documento della JP Morgan ce lo esplicita con chiarezza – i corpi intermedi tra poteri decisionali e consenso come i partiti, i sindacati etc. diventano baracconi non più indispensabili. I partiti devono somigliarsi, praticare gli stessi programmi, sostenere i medesimi concetti, essere intercambiabili e collaborare tra loro ogni volta che ciò sia necessario. I riti del pluralismo decantati dai dogmi liberali sono sostituiti da quello della governabilità. Due fazioni di un partito unico, una sfera politica divisa tra liberali di destra e liberali di sinistra deve conformare l'unico scenario politico ammesso. Come si lasciò scappare il “trilateralista” Mario Monti, le ali vanno dunque soppresse e i sindacati devono adeguarsi ad una funzione di complicità che consegna al passato anche ogni velleità di concertazione.

Uno scenario come questo potrebbe apparire come un incubo, ma somiglia maledettamente alla realtà che ci hanno predisposto davanti occultandola con l'integrazione europea prima, la governance poi, la competitività totale oggi. La “politica”, anche quella della sinistra radicale europea, ha continuato a vivacchiare, ad alimentare le illusioni e segnalare qui e lì le distorsioni del sistema (vedi ad esempio il congresso della Linke tedesca) ma rifiutandosi di capire che era “il sistema” stesso a produrre – o meglio – a riprodurre gli spiriti animali che lo spingono continuamente a maciullare tutto ciò che nel breve e brevissimo tempo non gli torna funzionale.

E' evidente che a fronte di questo non si possa che perseguire una ipotesi politica di rottura, di sottrazione dalla gabbia dei vincoli europei che trascinano nel baratro non solo l'economia, i salari, i diritti, le condizioni di vita di milioni di persone, ma che scuotono sempre più violentemente anche i residui formali di una epoca democratica nata dalla sconfitta delle dittature e che avevano promesso che “mai più sarebbe successo”.

Ma ora sta accadendo di nuovo e su scala molto più grande. Oggi Carandini su La Repubblica si chiede come mai a fronte di una disoccupazione di massa così ampia non ci siano rivolte sociali nell'Europa meridionale. E si risponde affermando – correttamente – perchè con la globalizzazione non si riesce più a individuare il responsabile né a trovare nei governi nazionali le risposte possibili a domande sociali sempre più disperate. Riteniamo che sia ancora possibile rendere reversibile il processo prima che si solidifichi in un “regime continentale. Ma occorre essere chiari su almeno due cose:

a) Il “nemico” c'è e va nominato pubblicamente, altrimenti nessun movimento popolare sarà in grado di unificarsi. Sono le banche, le imprese multinazionali e la struttura politico-economica di cui si sono dotate attraverso la costituzione dell'Unione Europea. Sono quelli che possono permettersi di arrivare in un territorio, fare i propri comodi e poi andarsene verso occasioni migliori di businness lasciando dietro di sé macerie, disoccupazione, immiserimento.

b) la dimensione “minima” di un movimento di massa all'altezza di questo nemico può e deve essere continentale o regionale. Niente di più piccolo può essere adeguato. Nessuna vertenza o lotta locale che non possieda questo “spirito europeo contro l'Unione Europea” può andare oltre il proprio naso.

Fermare la bestia che si agita nel ventre dell'Europa è ancora possibile... ma occorre rompere gli indugi e muoversi in fretta.

giovedì 13 giugno 2013

Grecia: Va in onda il caos


13 giugno 2013
In Kathimerini Atene

Nicolas Vadot
La chiusura della tv pubblica Ert esaspera le tensioni nella coalizione e rischia di portare a nuove elezioni. Ma in una situazione simile sarebbe una prospettiva disastrosa.
L’unità dell’amministrazione che condivide la responsabilità politica in Grecia è messa a dura prova e il paese potrebbe anche andare verso nuove elezioni generali. Se la memoria della classe politica non riesce a risalire a più indietro di un anno fa, è chiaro a tutti che i risultati delle elezioni di maggio e giugno 2012 effettivamente fecero deragliare il programma di aggiustamento fiscale della nazione, gonfiarono il debito nelle casse vuote del paese ed esacerbarono la recessione e la disoccupazione.
A livello politico, l’esito delle due consultazioni elettorali portò all’ascesa del partito di sinistra Syriza come principale forza di opposizione, all’affermazione di Alba Dorata come partito più forte in parlamento, alla scomparsa pressoché totale del Pasok dalla scena politica e a tensioni sempre più forti all’interno di Nuova Democrazia.
Ci sono poche simpatie per il Pasok e per il suo attuale leader Evangelos Venizelos. Il leader di Sinistra democratica Fotis Kouvelis può essere irritante quanto il leader di una società letteraria può essere noioso. Essendo stata esclusa dal potere esecutivo del paese – a eccezione di qualche breve pausa – la Sinistra ha una comprensione alquanto teorica della politica.
Eppure proprio questi sono gli unici politici sui quali il primo ministro Antonis Samaras può contare al momento. E ha l’obbligo di non insultarne la dignità, di non metterli di fronte a dilemmi difficili, a prescindere dal fatto che la posta in gioco sia seria o insignificante o che essi si permettano di dissentire su taluni problemi.
La crisi ha portato alla luce tutto il primitivismo della leadership politica greca. I politici dell’Europa del nord tendono a lavorare per la stabilità del sistema e al suo adattamento alle esigenze di un ambiente in costante evoluzione. Dal punto di vista del leader politico greco è tutta una questione di affermazione e di sopravvivenza. È allergico agli altri. È il provinciale sul palcoscenico dell’Europa.
Nuova Democrazia potrebbe benissimo vincere le prossime elezioni, ma né il Pasok né Sinistra democratica si alleerebbero ancora con Samaras, lasciando così il paese in una paralisi. Anche se si formasse un governo, il primo ministro cambierebbe, quindi il rischio di una rottura in sesnso conservatore sarebbe evidente. Ma anche se Nuova Democrazia dovesse raggiungere la maggioranza in Parlamento, in virtù della legge elettorale greca, sarebbe impossibile governare in quanto dovrebbe fare fronte a tutti i partiti di opposizione, tenuto conto dell’assenza di un solido apparato statale e della corruzione generalizzata.
Nel bene e nel male, il sistema bipartitico del paese non esiste più. Votare per Alba Dorata è un gesto politico ed esprime la volontà di distruggere il sistema politico. Il Valhalla in fiamme. Il crepuscolo wagneriano degli dei, non su un palcoscenico, ma nella società.
Resta solo da capire se dovremmo piangere la fine di questi nani politici nel momento in cui il paese corre il rischio di andare a fuoco.
Traduzione di Anna Bissanti             

martedì 11 giugno 2013

L'Unione parla tedesco

di Marco Bascetta - ilmanifesto -

Da nazione a vocazione europeista dopo la catastrofe nazionalsocialista all'egemonia esercitata sugli altri paesi dell'Europa per allontanare dal paese gli effetti della crisi. L'ultimo libro di Ulrich Beck per Laterza

«Oggi il Bundestag tedesco decide sul destino della Grecia», annuncia un notiziario della radio nel febbraio del 2012. È da questo annuncio, inquietante nella sua ostentata naturalezza, che Ulrich Beck prende le mosse per affrontare in un piccolo volume edito da Laterza (Europa tedesca, pp. 96, Euro 12) il tema, spinosissimo, dell'egemonia germanica nell'Europa della crisi. Che il parlamento di uno stato membro possa dettare legge a quello di un altro, non legittimato naturalmente da alcun ordinamento, ma in base a un potere di ricatto che le circostanze gli conferiscono, è un paradosso al quale ci siamo ormai quasi assuefatti. E il fatto che questo potere di decisione passi attraverso i trattati e le istituzioni dell'Unione europea, la valutazione e il giudizio di commissioni e commissari comunitari e transnazionali, perfino attraverso il simulacro di un negoziato, cambia poco alla sostanza e, soprattutto, alla percezione di una profondissima asimmetria, di una dipendenza a senso unico. L'annuncio ci rivela essenzialmente una cosa: la politica europea, in conseguenza dell'architettura comunitaria e delle sue lacune, è ostaggio delle politiche interne dei diversi stati e in particolare di quello economicamente più potente. Dalla Germania europea, quella che abbiamo conosciuto dal 1945 al 1989, saremmo passati, in un breve volgere di anni, - come sostiene Beck - all'Europa tedesca.

La macchina del consenso


Nel clima della guerra fredda e con alle spalle la catastrofe nazionalsocialista, la Repubblica federale non avrebbe potuto respirare altra aria che quella di un europeismo deciso, rispettoso e rigorosamente atlantico. Ma dopo la riunificazione le cose cambiano. Non che la Germania unita potesse fare a meno dell'Europa, ma poteva guardarvi con altri occhi e adottare un diverso linguaggio. L'intero spazio dell'est europeo si apriva alla sua influenza e penetrazione economica. Ma, soprattutto, la riunificazione stessa avrebbe finito col fare da modello al rapporto tra la Germania, forte dei suoi successi economici, e i paesi più fragili dell'eurozona. Beck lo scrive senza mezzi termini: «il modello della politica tedesca di crisi in Europa è dato dalla unificazione con la Rdt in bancarotta. Ma con la differenza sostanziale che nell'Europa della crisi la parola solidarietà è diventata una parola senza senso».

La riunificazione della Germania fu condotta in stile coloniale, con piglio severamente pedagogico e con l'idea che i tedeschi orientali dovessero scontare, in termini di sicurezza sociale e di livelli salariali, le colpe accumulate in più di mezzo secolo di economia pianificata. Non senza suscitare una buona dose di risentimento nella popolazione della ex-Rdt e perfino nostalgie del passato regime. In quel frangente l'accusa non fu di «aver vissuto al di sopra dei propri mezzi», ma di aver lavorato al di sotto delle proprie possibilità in ossequio a un sistema sociale aberrante e soprattutto inefficiente. I professorini occidentali avrebbero dunque assegnato i compiti da svolgere ai somari prodotti dallo «stato degli operai e dei contadini» e sorvegliato che venissero eseguiti a puntino. Tuttavia, poiché gli Ossis, i cittadini dell'Est, erano pur sempre tedeschi e si erano liberati da un regime di oppressione, meritavano anche un po' di solidarietà. Merito che non spetta invece ai governi dei paesi indebitati dell'area mediterranea che, pur godendo di tutti i vantaggi della democrazia parlamentare e dell'economia di mercato, ne avrebbero dissipato le potenzialità non essendo stati capaci di tenere a freno gli appetiti dei governati nel timore di perderne il consenso. Ciò che nell'un caso come nell'altro non è in discussione è il valore esemplare del modello tedesco. Certificato dal successo economico della Germania. Il cui governo fa del paragone stesso tra la solidità economica della Germania e la fragilità (relativa) di altre economie europee un motivo di autocelebrazione e una poderosa macchina di cattura del consenso. La quale, stando ai sondaggi e alla voce dei media, sembra funzionare egregiamente. Tutto questo produce qualcosa di assai simile a una forma di nazionalismo che consiste nel difendere a oltranza e rafforzare quelle regole e forme dell'Unione europea che consacrano l'ossessione dei tedeschi per la stabilità monetaria e la competitività, conquistate a scapito dei salari e dei sistemi di Welfare state. Ma tutto questo non è a costo zero e anche nella Bundesrepublik in molti cominciano ad accorgersene. Mentre in molti paesi europei crescono rapidamente le forze euroscettiche, quando non schiettamente nazionaliste, e sentimenti antitedeschi si diffondono con toni sempre più aspri, in Germania comincia a svilupparsi e ad assumere dimensioni rilevanti un fronte antieuropeo che considera l'Unione più una zavorra che una opportunità, un peso indebitamente caricato sulle spalle dei virtuosi lavoratori tedeschi.

venerdì 31 maggio 2013

Appello per un vertice alternativo

- fonte -

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Oggi stiamo assistendo ad un importante momento di cambiamenti storici in seno all’Unione europea. I leader europei, in particolare quelli della Commissione, dell’Ecofin e della Banca centrale europea, approfittano della crisi per imporre un ordine neoliberista opposto a ciò che dovrebbe essere l’ideale europeo.
Il volto dell’Europa sta cambiando con conseguenze estremamente pesanti per i cittadini e per il futuro del progetto europeo. Questa "rivoluzione silenziosa" - come lo stesso Barroso sostiene - avviene attraverso l’attivismo senza precedenti sul piano giuridico-istituzionale: la proliferazione di interventi su fisco e salari, nuove imposizioni di rigidita’ dei bilanci, pene più severe e automatismi nella loro attuazione, riscrizione della legislazione europea e nazionale (trattati, costituzioni). Ciò significa rafforzare il potere della Commissione e del Consiglio europeo, riducendo il Parlamento europeo - come riconosciuto dal suo nuovo Presidente - ad un semplice certificatore delle decisioni dei capi di Stato.
Il recente trattato fiscale europeo radicalizza la scelta di austerità, nel contesto di una crisi paragonabile a quella del 1930, oltre a una crisi ambientale senza precedenti, che richiedono, al contrario, interventi per preservare i posti di lavoro e aumentare gli investimenti pubblici. La Commissione puo’ quindi obbligare gli Stati a allinearsi alle sue visioni, imponendo scelte e vincoli che ledono le prerogative fondamentali della vita democratica.
Con l’adozione di questo trattato, i leader dell’UE negano la realtà. I tanti summit dell’Unione europea che hanno avuto l’obiettivo di "ripristinare la fiducia del mercato" e risolvere la crisi nella zona euro, sono in realtà di fronte ad una crisi finanziaria e sociale che si sta aggravando. Ad iniziare dai Paesi della periferia della zona euro seconda comincia in Europa, e la situazione sociale ed economica si sta deteriorando in tutti i paesi europei, a cominciare ovviamente da parte dei paesi della periferia della zona euro.
I cittadini si chiedono se gli obiettivi dichiarati non nascondano una diversa strategia: usare l’occasione della crisi per passare a un diverso sistema sociale e democratico («mai sprecare una buona crisi").
Gli sviluppi odierni della crisi sono la negazione più grave della democrazia che l’Europa ha vissuto dalla fine della seconda guerra mondiale. I cittadini europei sono sottoposti a politiche punitive quando tutti sanno che questa crisi deriva principalmente dal delirio dei banchieri, dalla incompetenza dei politici che avrebbero dovuto controllarli e da due decenni di smantellamento di salari e tassazione. Un neoliberismo punitivo che mette doppiamente la democrazia in pericolo. Con la tendenza autoritaria (quando Jean-Claude Trichet, ex governatore della BCE, ha inviato una lettera alle autorità italiane per accelerare i tagli e suggerire di abbandonare la contrattazione collettiva a favore del livello aziendale, o quando, con l’approvazione della troika, sono stati formati “governi tecnici” in nome della crisi in Grecia e in Italia), ma anche favorendo la nascita di nazionalismi, anti-europeismi e dando spazio al sorgere di autoritarismi (Francia, Ungheria, Finlandia, ecc.)
Noi diciamo "Basta"! Non possiamo più accettare queste politiche che hanno già gettato l’Europa nel caos economico e che risvegliano i demoni nazionalisti che la creazione dell’ Europa è destinata a sradicare. Occorre una difesa dell’Europa e del suo modello sociale, che non è quello dettato dalle grandi aziende e delle banche.
Questo richiede altre politiche, ed anche un altro ruolo delle istituzioni e dei trattati: non serve un indurimento del neoliberismo punitivo, ma occorre estendere la democrazia. Esistono alternative. Ciò che manca oggi è un equilibrio di potere per attuare queste alternative e sviluppare processi politici per implementare il progetto europeo sulla strada della democrazia e del progresso sociale. Il vertice alternativo puo’ essere il primo passo verso il raggiungimento di questi obiettivi.
Contacts : info@altersummit.eu

domenica 26 maggio 2013

INVITO A PARTECIPARE ALL'ALTERSUMMIT ATENE, 7-8 GIUGNO

"Fermiamo l'austerità, prima che la austerità distrugga la democrazia"

COSA E' L'ALTERSUMMIT

Saranno due giorni di assemblea e incontri ad Atene, a cui parteciperanno migliaia di persone.

Sarà un grande incontro europeo di sindacati, movimenti, associazioni, intellettuali e personalità, di diversi paesi e culture, uniti dalla volontà di costruire una forte alleanza europea contro l'austerità che distrugge democrazia e diritti. Si terrà anche una manifestazione pubblica nel centro città ed eventi culturali. 

Sarà anche il primo grande evento internazionale nella Grecia devastata dall'austerità, perché solo l'unità e la solidarietà fra i popoli europei può rendere credibile un progetto di Europa diversa e alternativa. 

 
CHI LO ORGANIZZA

Una rete larga di organizzazioni di tutta Europa, insieme a una grande coalizione di attori sociali e sindacali greci, lavorano da più di un anno alla preparazione dell'Altersummit sia dal punto di vista politico che organizzativo. La rete si è via via allargata. 

Attualmente vi partecipano organizzazioni sociali di venti paesi europei: sindacati di molti paesi (Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Romania, Spagna, Bulgaria, Serbia), la Confederazione Europea dei Sindacati e federazioni sindacali europee, reti sociali di molti paesi (fra cui Attac, Economistes Atterrés, Roosevelt 2013, Fondazione Rosa Luxemburg, Campagna per il Welfare State, Another Road for Europe, Arci), organizzazioni europee (fra cui Associazione Europea Diritti Umani, Amici della Terra, European Alternatives, Greenpeace, Solidar, Transform).  I sindacati italiani che partecipano sono CGIL, FIOM e COBAS.

 
CHI PARTECIPA

Sono invitati a partecipare all'Altersummit tutti gli attori sociali che condividono il Manifesto che verrà presentato ad Atene, e che contiene una serie di misure urgenti e realizzabili a livello europeo per rompere la gabbia dell'austerità e invertire la rotta, verso i diritti e la democrazia. Sono benvenuti anche osservatori.

I promotori e gli aderenti all'Altersummit sono organizzazioni sociali, ma anche gli esponenti politici e istituzionali che condividono il Manifesto sono invitati a firmarlo e a venire ad Atene.

 
COME PARTECIPARE

Si può partecipare all'Altesummit in molti modi:

1) venire ad Atene il 7 e 8 giugno iscrivendosi sul sito www.altersummit.eu 

2) mandare la propria adesione al Manifesto inviandola a roberto.morea@altersummit.eu

3) iscriversi a una assemblea tematica dell'Altersummit e contribuire alla discussione con i propri contenuti

4) inviare ad Atene proprie bandiere e striscioni che verranno esposti nello spazio Altersummit

5) noleggiare uno stand per esporre durante l'Altersummit propri materiali

6) diffondere la notizia nelle proprie reti

7) dare un contributo economico, anche minimo, per aiutare la realizzazione dell'evento

8) inviare foto o video di sostegno all'Altersummit, inviandole a roberto.morea@altersummit.eu

9) organizzare iniziative di discussione nei propri luoghi e territori, o dedicando all'Altersummit una iniziativa già prevista

10) proponendosi come interprete volontario per l'Altersummit

Tutte le informazioni utili, anche quelle logistiche, si trovano sul sito www.altersummit.eu 

Sarà a disposizione un'area campeggio per chi arriverà con il sacco a pelo.

sabato 25 maggio 2013

Le vette della stupidità

Le strategie di politica internazionale che i paesi europei stanno seguendo sono sbagliate. Ottenere più flessibilità di spesa al loro interno servirà a ben poco, visto che non verrebbe rimosso il vincolo di austerità. Se si vuole uscire dal ristagno europeo va rilanciata la domanda finale, ma ciò va fatto “alla grande”, come le politiche Obama insegnano

- sbilanciamoci -
Arrogante ignoranza e stupidità in crescita dei dirigenti europei sembrano inseguirsi sempre più velocemente. Nel giro di una manciata di secondi da uno dei tanti giornali radio sento le tre cose seguenti: il fatturato delle aziende italiane è diminuito del 7% su base annua; il Ministro Giovannini conta di far diminuire la disoccupazione giovanile di 8 punti percentuali; il premier Letta cinguetta, dichiarandosi soddisfatto del fatto che i primi ministri europei hanno accettato di occuparsi di occupazione e sviluppo in uno dei prossimi vertici, fermi restando i “giusti principi del risanamento dei conti pubblici”.
È difficile digerire questa sagra dell’ottimismo. Qualsiasi artigiano o commerciante è in grado di spiegare che, visto che il fatturato è diminuito dopo essere già diminuito in precedenza, le aspettative sulle vendite future difficilmente possono essere tali da spingere le aziende ad assumere. Se poi si riflette sul fatto che la diminuzione del fatturato è maggiore di quella del Pil, è chiaro che le aziende si trovano a dover smaltire un bel po’ di magazzino prima di pensare a produrre di più e a fare assunzioni. In un contesto di tal genere è chiaro che gli obbiettivi del ministro Giovannini sono quelli di rimaneggiare la composizione della disoccupazione, rinunciando a farla diminuire. Forse era meglio dirlo con chiarezza tanto da farlo capire perfino ai grandi media.
La disoccupazione giovanile è un grande dramma sociale ed economico, per varie ragioni. Quindi può aver senso politico pensare ad una diversa distribuzione di occupazione e disoccupazione, esattamente come ha senso aprire nuovi confronti su una redistribuzione di opzioni di lavoro, opzioni di tempo libero, minore consumo.
Ma deve essere chiaro a tutti, senza ambiguità, che la riduzione della disoccupazione, senza aggettivi, passa per strumenti del tutto diversi e che la disoccupazione giovanile è solo un aspetto della disoccupazione generale. È questa a costituire il segno incisivo di disfunzioni organizzative nelle nostre economie, rese palesi dalla incapacità di saldare la presenza di fattori produttivi disoccupati (capacità produttiva e lavoro) con bisogni insoddisfatti.
Il problema della disoccupazione è il ristagno europeo.
Se lo si vuole risolvere va rilanciata la domanda finale, ma ciò va fatto “alla grande”, come le politiche Obama insegnano. Le strategie di politica internazionale che i paesi europei in difficoltà stanno seguendo è sbagliata. La loro pressione per avere più flessibilità di spesa al loro interno serve a ben poco, visto che non verrebbe rimosso il vincolo di austerità.
Andrebbe invece chiesto che sia la Germania e gli altri paesi in surplus commerciale a rilanciare la propria domanda. Sembra di essere a Bretton Woods, quando Keynes tentava di chiarire che gli squilibri, nel quadro di un accordo monetario e commerciale internazionale, andavano corretti (e con ciò resi automaticamente temporanei) non solo agendo sul piano delle politiche restrittive che avrebbero dovuto essere praticate dai paesi in deficit, ma “imponendo” politiche espansive ai paesi in surplus.
Ma l’Unione europea non era qualcosa in più di un accordo monetario e commerciale?
L’Unione avrebbe dovuto e potuto essere molto di più dei trattati di Bretton Woods. Nel suo ambito esisterebbe una ulteriore, direi esaltante alternativa, illustrata da molti europeisti, economisti e non, in contrasto con la stupidità prevalente: quella di accelerare la creazione di un bilancio federale europeo di rilevanti dimensioni, accogliere l’ipotesi che le politiche per il rilancio dell’Europa quale polo competitivo planetario si collochino nel quadro di tale rinnovato e ampio bilancio europeo, accogliere infine l’idea che le spese associate alle politiche di rilancio possano essere finanziate attraverso la creazione netta di moneta.
L’Europa della Conoscenza era un’idea che poteva incardinare politiche coordinate sul piano della ricerca, dell’educazione superiore, dell’innovazione. L’idea era fondamentalmente giusta e avrebbe potuto facilmente trovare strumenti organizzativi adatti. Tuttavia le “mancavano i soldi!”, un bel segno della stupidità organizzativa di cui parlavo più sopra.
Per il finanziamento in deficit occorrerebbe forse rivedere alcune clausole del Trattato, probabilmente quelle che fanno divieto alla Bce di sottoscrivere alla emissione i titoli del debito emessi dagli stati membri (lascio ai giuristi stabilire se la Bce possa sottoscrivere all’emissione titoli emessi dall’Unione stessa in relazione al suo bilancio federale). Nell’affrontare tale problema occorre in ogni caso risalire all’origine di quelle clausole. Esse erano state inserite per volontà delle banche centrali nazionali per “sovra-proteggersi” dai condizionamenti politici. Immagino che oggi, sulla base dell’esperienza comparativa Europa-Usa dell’ultimo decennio, la maggior parte delle banche centrali (Germania a parte) sarebbero disposte a rinunciare a quelle clausole, accettando l’invito di Obama a fare della Bce qualcosa di simile alla Fed.

mercoledì 22 maggio 2013

Krugman: Grazie alla crisi passano le riforme dell’élite

    
Krugman: Grazie alla crisi passano le riforme dell’élite

Pubblicato in

di Paul Krugman -
Noah Smith ha recentemente espresso un interessante punto di vista sui reali motivi per cui le élite sostengono così tanto l’austerità, anche se in pratica essa non funziona. Le élite, egli sostiene, vedono le difficoltà economiche come un’opportunità per costringere a delle riforme (cioè in sostanza i cambiamenti da loro desiderati, che possano servire o meno a promuovere la crescita economica) e si oppongono a tutte le politiche che potrebbero attenuare la crisi senza rendere necessari questi cambiamenti: «Penso che gli “austerians” siano preoccupati che delle politiche macro anti-recessione consentirebbero a un Paese di cavarsela nella crisi senza migliorare le sue istituzioni. In altre parole, temono che uno stimolo di successo potrebbe sprecare le possibilità offerte da una buona crisi. Se la gente pensa realmente che il pericolo di uno stimolo non è che potrebbe fallire, ma che potrebbe avere successo, allora dovrebbe dirlo chiaramente. Solo così, credo, potremmo avere un dibattito pubblico ottimale sui costi e benefici».
Come Smith osserva, il giorno dopo aver scritto questo post, Steven Pearlstein del “Washington Post” ha fatto esattamente questa argomentazione a sostegno dell’austerità.
Ciò che Smith non ha osservato, in modo alquanto sorprendente, è che la sua tesi è molto vicino alla Shock Doctrine di Naomi Klein, la quale sostiene che le élite sistematicamente sfruttano i disastri per far passare politiche neoliberiste, anche se tali politiche sono sostanzialmente irrilevanti sulle cause dei disastri. Devo ammettere che al tempo della sua pubblicazione non ero tanto ben disposto verso il libro di Klein, probabilmente perché fuori dal campo della professionalità e cose simili, ma la sua tesi aiuta davvero a spiegare molto di quello che sta succedendo, in particolare in Europa.
Scrive la Klein: « Per decenni le destre hanno sfruttato le crisi per far accettare proposte che non hanno nulla a che fare con la risoluzione di tali crisi. Il Wisconsin non è diverso. Dal Cile degli anni Settanta in poi gli ideologi della destra hanno sfruttato le crisi per spingere proposte che nulla hanno che fare con la risoluzione delle crisi, e che tendono ad imporre la loro visione di una società meno democratica, dura, e più diseguale. Non c’è niente di sbagliato nel rispondere alla crisi in maniera decisa. Le crisi richiedono risposte decisive. Il problema è questo ambiguo tentativo di usare la crisi per centralizzare il potere, di sovvertire la democrazia, di evitare il dibattito pubblico dicendo: “Non abbiamo tempo per la democrazia. È tutto in confusione. Non importa quello che volete. Non abbiamo scelta. Dobbiamo forzare”. Sta accadendo tutto su vasta scala».
E la storia va ancora più indietro. Due anni e mezzo fa Mike Konczal ci ha ricordato un classico saggio del 1943 di Michal Kalecki, il quale suggeriva che gli interessi del business odiano la teoria economia keynesiana perché temono che potrebbe funzionare. E questo comporterebbe che i politici non dovrebbero più umiliarsi davanti agli uomini d’affari in nome del fatto di preservare la fiducia. È un argomento abbastanza vicino alla tesi che l’austerità è necessaria perché lo stimolo potrebbe togliere l’incentivo alle riforme strutturali che, avete indovinato, offrono alle aziende la fiducia di cui hanno bisogno prima di degnarsi di produrre la ripresa.
Quindi, un modo di vedere la via dell’austerità è l’implementazione di una sorta di giuramento di Ippocrate al contrario: «In primo luogo, non far nulla per limitare il danno». Perché la gente deve soffrire se le riforme neoliberiste devono prosperare.
da Globalist.it

CON LA FIOM OLTRE LA FIOM

 
 
EDITORIALE - Marco Revelli
«Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere; tra tanti illusi dobbiamo essere consci di tutta un'esperienza storica e attuale». Era il novembre del 1922. Lo scriveva Piero Gobetti - e oggi potrebbero ripeterlo le decine di migliaia di uomini e di donne mobilitati dalla Fiom nella consapevolezza dell'emergenza democratica che stiamo vivendo -, nel primo numero della «Rivoluzione liberale» uscito dopo la Marcia su Roma, quando quasi tutti, a destra come a sinistra, consideravano quella catastrofe poco più che un'increspatura sulla superficie piatta della storia. Questo per dire come spesso le grandi cesure storiche - i «mutamenti di stato» negli assetti istituzionali, i terremoti nelle culture politiche, i punti terminali dei cicli - siano ignorate dagli stessi protagonisti. Come stia, forse, in un angolo del Dna della specie l'abitudine a ricondurre lo straordinario entro l'involucro rassicurante dell'ordinario. Oggi ho l'impressione che sia un po' così. Anche in casa nostra.
Anche noi, come gli astronauti di ritorno dalle missioni spaziali nei brutti film di fantascienza (quando esisteva ancora la fantascienza) possiamo dire di aver vissuto «l'inimmaginabile». Abbiamo visto una buona metà del corpo elettorale mettersi fuori dal sistema politico ufficiale. Praticare con perentorietà una migrazione biblica. Abbiamo visto in diretta, a camere riunite e a reti unificate, il parlamento arrendersi alla propria impotenza e «scegliere di non scegliere» al primo atto fondativo della propria esistenza, l'elezione del presidente. Per esibirsi subito dopo in un grottesco rito sado-maso, tutti in piedi ad applaudire l'uomo che li prendeva a scudisciate, lasciando il campo a quello che è ormai un presidenzialismo di fatto, lontano anni luce dal modello di democrazia parlamentare previsto dai padri costituenti per il semplice fatto che il parlamento, per la seconda volta in un anno e mezzo, è stato surrogato dal corno monocratico dell'Esecutivo. E che il Governo è nato in realtà fuori - e sopra - di esso, controllato dal «pilota automatico» europeo che non lascia margini di manovra né discrezionalità. Abbiamo visto infine un grande partito - l'unico e ultimo, in Italia, a chiamarsi ancora partito, quello che ha ottenuto alla Camera l'abnorme premio di maggioranza previsto dalla legge-porcata - disfarsi sotto i nostri occhi, travolto dalla disgregazione del suo gruppo dirigente e dalla totale mancanza di una cultura politica, quale che sia. E a fronte di esso tornare ad ergersi l'immagine sulfurea del Cavaliere riesumato da morte presunta e assurto istantaneamente a dominus e arbiter degli «equilibri politici» (sic).
L'abbiamo visto, tutto questo. E nonostante ciò siamo ancora qui a domandarci come metterci una pezza secondo le regole dell'ordinaria amministrazione. Come potrà il Pd ritrovarsi, magari al Congresso. Quali carte ha la sinistra interna. Con Barca? Magari in ticket con Vendola? O, all'opposto, con Renzi, uno al Partito l'altro al Governo? O, che ne so, con la Cgil di ieri in asse con quella di oggi, Epifani e Camusso? Come se lì, in quel paesaggio di rovine, ci fossero ancora materiali per costruire zattere. E risorse politiche e umane per risollevarsi. E soprattutto come se lo strappo consumato con la nascita del governo Letta-Berlusconi non avesse scavato un abisso tra quella classe politica, tutta intera, e le residue energie democratiche del Paese (quelle che si ostinano a considerare una «sintesi di tutte le proprie antitesi» il berlusconismo e il suo eroe eponimo).
Meglio sarebbe riconoscere realisticamente che quella del Pd è una crisi irreversibile. Che la fine di quel partito sarà probabilmente lunga, senza Big bang ma anche senza punti di ripristino o di ritorno. Troppo ampia la parte del suo immaginario e della stessa coscienza morale «colonizzata» dal modo di essere e di pensare dell'avversario, come è emerso alla superficie nei giorni neri dell'elezione del presidente e nella facilità, per alcuni voluttà, con cui è avvenuta la coincidentia oppositorum nella ibrida compagine governativa. Troppo evidente l'assenza di un pur minimo denominatore comune in termini di cultura politica. Troppo logorata la sua classe dirigente, sempre più impegnata a difendere l'indifendibile.
Valter Tocci, in un folgorante intervento al Piccolo Eliseo in occasione dell'incontro con Rodotà, ha evocato il concetto di Collasso citando l'omonimo libro di Jared Diamond e la tragedia dell'Isola di Pasqua, dove un popolo isolato dal resto del mondo e guidato da un'élite ferocemente divisa al suo interno si estinse: perché, appunto, la pressione centripeta dell'autoreferenzialità e dell'isolamento aveva reso insanabili i contrasti al vertice e inevitabile la fine. E' esattamente ciò a cui si è assistito in questi giorni, nello scontro di tutti contro tutti (e lontano da tutto) all'interno di un gruppo dirigente separato dal proprio popolo e insieme intriso di veleni e rancori personali, che ha reso impossibile qualunque soluzione in avanti rendendo endemico lo stallo.
È difficile immaginare che una tale classe politica possa non dico ritrovare una propria coesione, ma anche solo organizzare i propri dissidi lungo linee politiche comprensibili, secondo un qualche cleavage razionalmente individuabile (la vecchia demarcazione tra Ds e Margherita o, che so, tra renziani e bersaniani, cristiano-sociali e social-democratici, moderati e radicali...), in una situazione nella quale persino la «scissione» apparirebbe come un'opzione fausta (quantomeno un barlume di senso, che richiederebbe comunque una sia pur minima capacità di pensarsi in un altrove rispetto al mondo pietrificato del «pilota automatico»). E' più probabile che quel gruppo continuerà a restare forzosamente nell'unico involucro che gli permette di mantenersi nelle prossimità del potere, continuando a dilaniarsi a vicenda, un'esecuzione dietro l'altra, agguato dopo agguato, mandando al martirio il segretario di turno e lasciando dietro di sé una lunga scia di esodati silenziosi e impotenti...
So benissimo che un quadro siffatto atterrisce. Conosco perfettamente, perché lo provo ogni giorno, il senso di vertigine tipico dell'horror vacui, tanto più se consideriamo l'effetto congiunto della crisi istituzionale e di quella economica e sociale che vi si intreccia con bagliori weimariani. Ma proprio per questo resto convinto che se un'alternativa si vuole creare, in fretta, nella profondità della crisi italiana, questa non potrà essere ripensata che lontano da Bisanzio.
Se un cantiere si vorrà aprire, non potrà nascere che «fuori dalle mura» di quel mondo crollato, con altri linguaggi, altre facce, altri stili politici, diversi da quelli ormai frusti delle troppe sinistre fallite, chiamando a raccolta quanti - e sono tanti - hanno deciso di guardare avanti: in uno «spazio politico» in cui, prima di contare e di contarsi, ci si impegni a pensare e a pensarsi, senza più illudersi della possibilità di procedere per assemblaggio degli eterogenei frammenti prodotti dal crollo (a cominciare da quelli che hanno fatto naufragare nel minoritarismo l'esperienza di «Cambiare si può»). Né di attaccarsi al carro di qualche improbabile capo-corrente.
Tirar fuori questo paese dal buco nero in cui sta velocemente affondando richiederà un'energia politica straordinaria, che coincide con un'altrettanto straordinaria mobilitazione morale e culturale: con la necessità di ripensare alle radici un modello economico e sociale alternativo tanto al neo-liberismo fallito quanto al keynesismo social-democratico estinto col Novecento e, contemporaneamente, di rianimare un'idea di democrazia capace di sopravvivere alla crisi dei suoi tradizionali soggetti politici e alle troppe tentazioni presidenzialiste che emergono dal brodo tossico della personalizzazione della politica.
Tanto vale incominciare subito, chiamando a raccolta le migliori risorse intellettuali, morali e sociali, a cominciare da quelle che Landini ha portato in piazza sabato scorso a Roma. Senza più deleghe. Né dilazioni.

martedì 21 maggio 2013

Manifesto per il recupero della sovranità economica, monetaria e cittadina

    
Manifesto per il recupero della sovranità economica, monetaria e cittadina

Pubblicato il 20 mag 2013

USCIRE DALL’EURO
La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.
La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2,3 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico di quasi un miliardo di euro, crescente e che si avvicina al 100% del PIL, sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.
Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.
Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.
Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.
Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 mila milioni di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di un altro miliardo di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.

venerdì 17 maggio 2013

I nani d’Europa e la società dimenticata

    
I nani d’Europa e la società dimenticata

Pubblicato in 

di Sergio Bruno -
Analisi economiche sbagliate, nessuna attenzione a disoccupazione, giovani e problemi sociali. Politici europei e tecnocrati, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli… Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani. La tragicità, in termini di frustrazione e di spreco sociale ed economico, della disoccupazione giovanile che affligge gran parte d’Europa non scuote il loro animo. E la cosa più grottesca è che le sofferenze da questi nani imposte sono inutili. Gli stupidi possono ravvedersi a fronte di evidenze certe e semplice buon senso. Questi nani no.
Diagnosi, correzioni, nuove prospettive
Negli ultimi mesi vi sono state importanti ammissioni di errori da una parte dei tecnici e degli accademici che avevano sostenuto l’esigenza dell’austerità fiscale. Sono anche emersi sempre più nitidamente fatti che, senza bisogno di tante riflessioni, pongono in evidenza le possibilità di successo di politiche espansive. I nani sembrano non essersene resi conto e mantengono la rotta della perdizione europea.
A porre i primi dubbi sulla saggezza della drastica terapia di austerity hanno cominciato quelli dell’Fmi, Blanchard (chief economist di quella struttura) in testa. Come ho argomentato (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Il-bilancio-espansivo-che-serve-all-Europa-16614) non si è trattato certo di un “pentimento completo”, ma si è tornati ad ammettere, come negli anni ’70, che i “moltiplicatori” di spesa pubblica e imposizione possono essere diversi da zero e diversi tra loro. Come conseguenza imprevista dell’errore sui moltiplicatori l’austerità, nella misura in cui è stata praticata in Europa, ha prodotto recessione e di ciò il Fmi ha dato atto. In qualche misura il Fmi sembra essere tornato a modelli interpretativi simili a quelli che le banche centrali di tutto il mondo usavano negli anni 1970, quando i “moltiplicatori” venivano stimati e pubblicati.
Quasi contemporaneamente lo Iags (un’associazione tra tre autorevoli centri di ricerca europei) ha prodotto un rapporto che, anche esso sulla base di una rivisitata stima dei moltiplicatori, suggerisce, sulla base di un adeguato modello di ottimizzazione dinamica, di rimodulare nel tempo le politiche di rientro dal debito per i paesi cui è stato prescritto (tra i quali l’Italia) in modo da minimizzare l’impatto recessivo delle politiche stesse. Una proposta certo timida ma che va nella direzione giusta, anche se non abbastanza. Vi sarebbe infatti bisogno di politiche effettivamente espansive, piuttosto che solamente meno recessive.

venerdì 10 maggio 2013

Un altro passo verso il precipizio

di Jacques Sapir

L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.

Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.


Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

giovedì 9 maggio 2013

Il debito pubblico non esiste, è solo un errore linguistico

Picture

di Daniel Mayoraz
Considerazioni sulla crisi del debito all'interno del sistema monetario contemporaneo:

1- Il problema del debito pubblico è una delle più grandi ipnosi di massa della storia. Perché in realtà il problema del debito pubblico, per uno stato a moneta sovrana, non esiste. Siccome il denaro è creato dallo stato attraverso la banca centrale, la banca centrale è in grado di versare direttamente a beneficio del Tesoro tutto il denaro necessario alle spese dello stato, alle infrastrutture e agli investimenti... (in maniera adeguata e proporzionale alla crescita economica e alla massa monetaria in circolazione - per non creare eccessiva inflazione).
Solo che non vuole farlo. Purtroppo ciò che avviene oggi è che la banca centrale crea nuovo denaro mettendolo in circolazione quasi esclusivamente a beneficio del sistema bancario. Queste iniezioni di liquidità (489 miliardi recentemente) vanno sì a beneficiare i mercati finanziari, ma entrano solo limitatamente nell'economia reale.

2- L'unica causa della crisi economica e della sfiducia dei mercati in molte nazioni dell'area euro come l'Italia, è l'adozione dell'euro come moneta.
Il malgoverno e gli sprechi, e tutto quello che ci vogliono far credere, non c'entrano un bel niente, nisba, zero. L'entità del debito pubblico nemmeno. (Per esempio il Giappone ha un debito pubblico molto più grande di quello dell'Italia, eppure i rendimenti dei suoi titoli di stato sono vicini allo zero. Questo perché il Giappone ha una banca centrale che stampa yen, e quindi nessuno dubita della sua capacità di ripagare i debiti).

Il problema dell'euro invece, è che l'euro è una moneta tecnicamente straniera, e quindi gli stati come l'Italia che l'hanno adottata, non possono garantire la restituzione dei debiti nella loro moneta, perché non hanno più la facoltà di crearla..., possono solo prenderla in prestito. Questo diritto di creare moneta nell'area euro è oggi esclusivo della BCE, che però sembra avere dei piani non molto in sintonia con quello che è l'interesse delle nazioni dell'area euro...

(Ora la stangata di Mario Monti è di 40 miliardi. PER EVITARE LA STANGATA BASTAVA CHE LA BCE INVECE DICESSE AD UN FUNZIONARIO DI DIGITARE "40.000.000.000 euro" NEL CONTO DEL TESORO ITALIANO sotto le "passività" e la stessa cifra nel suo conto nelle "attività" (cioè nel foglio elettronico che vedete sotto). Impiegava un minuto. Dopo di chè lo stato italiano poteva accreditare stipendi, pensioni, pagare forniture, bollette perchè il suo conto corrente era aumentato di 40 miliardi.... - dal forum di cobraf.com)

3- Lo stato potrebbe creare moneta senza emettere titoli di stato, direttamente accreditando il Tesoro, a tasso zero.
Ad ogni modo, per rimanere ad oggi, anche il debito accumulato tramite titoli di stato e i conseguenti interessi, sono un problema irrilevante per uno stato a moneta sovrana. Solitamente lo stato emette semplicemente nuovi titoli di stato per rimborsare i titoli di stato giunti a maturazione. Inoltre i rendimenti sui titoli di stato arricchiscono i cittadini che acquistano i titoli di stato, a rischio zero perché il debito di uno stato a moneta sovrana è sempre solvibile.
Alla base rimane sempre la facoltà dello stato di creare moneta dal nulla, e la conseguente certezza della sua abilità di ripagare i debiti e gli interessi.

mercoledì 8 maggio 2013

Meno finanza per tutti

 

Se c’è una cosa che ha insegnato la crisi finanziaria è che staremmo tutti meglio con meno finanza. - finansol -
Dall’agosto del 1971 – quando ha inizio il regime di “cambi flessibili”, che scardinano il sistema creato a Bretton Woodssi sono susseguite decine di crisi finanziarie, alcune di eccezionale gravità, che hanno messo a repentaglio la sicurezza di interi paesi e i diritti acquisiti di milioni di persone. Nel frattempo la finanza ha assunto dimensioni difficili perfino da immaginare, arrivando a condizionare pesantemente le politiche degli stati. Ogni anno vengono scambiati titoli per 1.500.000 miliardi di dollari, pari a circa 4.100 miliardi di dollari al giorno, circa il doppio del Pil italiano prodotto in un anno.
E pensare che nel 1970 tali transazioni si aggiravano tra i 10 e i 20 miliardi di dollari. Oltre il 90% di esse sono di natura speculativa e questo ha accresciuto enormemente la volatilità dei mercati e la possibilità di nuove crisi, arrivando a intaccare l’economia reale. L’illusione che il denaro potesse creare magicamente altro denaro, senza produrre nulla, ha messo alla prova la creatività degli ingegneri finanziari, che ogni giorno mettono a punto nuovi complessi strumenti, talvolta incomprensibili perfino a chi li ha creati. Si possono benissimo comprare e vendere milioni di titoli senza nemmeno possederne uno, scommettendo sulle continue differenze di valore.
Se la finanza nasce come luogo dove chi ha bisogno di capitali può rifornirsi da chi ne ha in eccesso, oggi essa è per lo più una piazza di scommesse. Ma i beni sottostanti sono sempre quelli: azioni, ossia porzioni di aziende, obbligazioni, ossia prestiti ad imprese o a stati, per attività alle quali lavorano persone in carne ed ossa. E quando un titolo scende non ci perde solo l’investitore, ma anche i lavoratori e i consumatori, poiché gli azionisti/investitori faranno di tutto per far riguadagnare valore alle azioni in portafoglio, tagliando costi del personale, spese per la ricerca, servizi al consumatore, misure antinquinamento, oppure intensificando lo sfruttamento del suolo e dell’ambiente, tutte azioni finalizzate a far lievitare i profitti. Ma ciò avviene anche quando il titolo non scende, semplicemente per mostrare un bilancio in attivo alla comunità degli investitori, che per legge deve essere pubblicato ogni trimestre.
Il risultato è una continua erosione dei diritti dei lavoratori e un aumento dell’attività predatoria dell’azienda, a scapito di tutti. Trent’anni di finanza selvaggia hanno aumentato la disuguaglianza, creando nuove classi di privilegiati, capaci di maneggiare le leve delle speculazione finanziaria ma del tutto irresponsabili circa le ricadute sociali delle loro azioni. La crisi in corso ha già aumentato il debito dei paesi Ocse di 20 punti percentuali, che a loro volta produrranno oneri per interessi che ricadranno sulla collettività. Ma sarebbe interessante fare una stima dei costi economici e sociali dell’ascesa della finanza a partire dagli anni 70, nonché i costi politici in termini di crisi della rappresentanza a della sovranità. Vedremmo che forse non è valsa la pena e a guadagnarci sono stati davvero pochi. Vedremmo che mai come oggi urge una nuova regolamentazione, che restringa il raggio di azione della finanza.
E sulla quale, a quanto pare, nessuno ha voglia di lavorare. E allora dovremmo chiederci cosa potremmo fare come risparmiatori e come società civile, per non dare sostegno un sistema ormai degenerato. Sulle colonne del Corriere delle Sera il bravo Massimo Mucchetti si poneva degli interrogativi cruciali, parlando dei famigerati hedge funds (fondi di investimento speculativi). Era il 14 maggio scorso, dopo i primi violenti attacchi speculativi all’euro: “È troppo chiedere che i soggetti regolati (perché usano i soldi degli altri) (in primis le banche, ndr) possano finanziare questi soggetti speculativi solo a patto che impegnino quote di patrimonio proporzionali alla leva che questi stessi soggetti speculativi usano e ne diano conto a loro volta al mercato? E’ sbagliato pretendere che chi specula depositi prima la posta? O esigere che la libertà di manovra dei fondi sovrani sia subordinata all’osservanza di obblighi minimi di trasparenza? L’ opacità di certi operatori, avvertono i magistrati, può servire a riciclare il denaro caldo delle mafie e dell’ evasione fiscale, ma anche – e sarebbe una beffa già vista – a usare i soldi delle banche centrali contro le ‘loro’ monete. Un tal giro di vite comporterebbe, alla fine, meno finanza? Se fosse, sarebbe forse un dramma? E per chi?

martedì 7 maggio 2013

L’austerità è l’ideologia dei super-ricchi

 
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L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza. Il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
di Paul Krugman

È raro che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.
Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.
Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?
Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.
Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.
Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.
E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.
Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.
Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.
Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.
Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.
Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.
da Repubblica, 27 aprile 2013

lunedì 6 maggio 2013

Crisi dell'€uro: tre scenari

di Georges Berthu*

Sempre più spesso viene evocata la fine dell'euro come una possibilità credibile. Alcuni dei suoi sostenitori, prevedendo un futuro difficile, cominciano a incolpare altri del fallimento. La moneta unica, dicono, non può funzionare senza il federalismo, e se questo non arriva, non è colpa nostra, è colpa dei politici che non hanno fatto il loro lavoro. L'ultimo libro di Patrick Artus sembra inserirsi in questa tendenza. Ha ispirato a Berthu, ex eurodeputato, alcune riflessioni sulla fine dell'euro.

Riflessioni sulla fine dell'euro

L'economista Patrick Artus, capo economista della Banca Natixis, lo stesso che nel 2008 annunciava la fine della crisi1 , ha recentemente pubblicato un nuovo libro in cui mostra - anche brillantemente – quel che tutti ormai capiscono: l'unificazione monetaria europea non reggerà se non sarà rapidamente integrata da istituzioni federali. Il federalismo è necessario "per evitare una crescita stagnante e l'esplosione dell'euro"2.

Il guaio è che non riesce a spiegare in modo convincente né come si possa passare al federalismo, né in cosa consista questa formula. Questo libro porta a un pozzo senza fondo.

Conosciamo già la dimostrazione di base: i paesi della zona euro erano troppo eterogenei fin dall'inizio per essere una '"area valutaria ottimale" e inoltre, invece di armonizzare le economie, come alcuni avevano inizialmente sperato, l'unificazione monetaria ha solo creato una ancora maggiore eterogeneità. In effetti i tassi direttori unici della BCE, e i tassi di cambio estero unici non sono veramente adatti a nessun paese (anche se lo sono un po' di più per la Germania) e, alla fine, stanno danneggiando tutti. Le parità interne fissate "irrevocabilmente" impediscono un riequilibrio morbido tra i membri della zona. Infine i paesi reagiscono in modo diverso agli shock esterni - come la concorrenza internazionale verso la quale l'Unione europea si è dichiarata zona aperta. In breve, le divergenze aumenteranno, diverranno insostenibili, fino a che non esploderà il sistema dell'euro.
Possiamo sfuggire a questo destino? Sono concepibili tre tipi di soluzioni.


1 – Sostenere l'euro cercando di creare omogeneità con un forte coordinamento economico, di bilancio e finanziario.


Questa è la politica attuale dell'Europa. E' impossibile sostenerla nel corso del tempo, perché avrebbe bisogno di strumenti molto più forti che la UE non possiede – al limite strumenti dittatoriali - per opporsi alle tendenze naturali della zona a divergere.

Inoltre, le divergenze principali derivano dalla deindustrializzazione i cui effetti negativi gli stati stanno cercando di cancellare per mezzo di deficit di bilancio. Ora volere ridurre questi deficit per allineare i paesi alla "golden rule" sul bilancio significa esporre le aziende alla devastazione di una sleale concorrenza internazionale senza dare loro nulla in cambio per alleviare le loro sofferenze. Allo stesso tempo, spinge le persone l'una contro l'altra. Per l'Unione europea è una politica suicida.


2 - Passare alla fase federale.


Questa è la soluzione auspicata da Patrick Artus. A quanto pare (non è molto chiaro), questa, nella sua mente, non contraddice la soluzione precedente, ma vi si sovrappone: si allevieranno le sofferenze dell'unificazione organizzando trasferimenti finanziari da parte dei paesi meno malati verso i paesi in più gravi condizione, sempre nel quadro di un monitoraggio centralizzato. Questo è ciò che i tedeschi chiamano "Unione dei trasferimenti." Come abbiamo già visto un centinaio di volte, ci vengono presentate tutte le paraphernalia delle tecniche di trasferimento: Eurobond, trasferimenti di bilancio europei, politica industriale europea, sistema europeo dei sussidi di disoccupazione, il Fondo europeo per la redenzione del debito sovrano delle anatre zoppe. Va bene tutto. E, come al solito, è tutto impossibile, almeno alla grande scala che sarebbe necessaria per salvare l'euro.

Perché, dicono le malelingue, la Germania si rifiuta di pagare per le persone che non vogliono fare i sacrifici che essa stessa si è imposta. Ma soprattutto, diciamo, perché la situazione creata dall'euro e dalle politiche europee è diventata così disastrosa che, anche se la Germania volesse aiutare tutti distribuendo crediti, andrebbe in rovina senza riuscire a salvare nessuno.

Ma non è tutto. Perché Patrick Artus ignora completamente il vizio principale del federalismo europeo: nella misura in cui cattura la sovranità nazionale sulle questioni finanziarie principali, avrebbe un urgente bisogno di essere controllato da una democrazia parlamentare a livello europeo. Ma questa non esiste, e le condizioni di una sua realizzazione, uno spazio politico comune, potente solidarietà, ecc., non esistono neanche loro. Non c'è in Europa un'area valutaria ottimale, ma non c'è neanche una zona federale ottimale. Questo non vuol dire che non ci sono solidarietà o sentimenti politici comuni, ma che devvono potersi esprimere in un modo diverso dalla unificazione federale.

Come può Patrick Artus omettere una questione così importante? Probabilmente perché voleva finire il suo libro senza dovere ammettere che l'euro non è sostenibile.


3 – Eliminare l'euro, da parte di tutti i membri o di una parte di essi.


La fine dell'euro non è una soluzione, ed è senza dubbio un fallimento. Un fallimento per coloro che credevano che avrebbe aperto una nuova era "della crescita e dell'occupazione".

Un fallimento per gli avversari che si sono trovati di fronte a dei promotori meglio organizzati.

La fine dell'euro potrà difficilmente avvenire senza problemi, anche se certi scenari alternativi cominciano ad essere preparati in alcuni ambienti finanziari. Essa rischia di imporsi in modo brutale a tutti noi, senza chiedere il parere di nessuno, con, come ovvio, un costo molto elevato. In particolare un costo patrimoniale per tutti i titolari di attivi all'interno dei paesi le cui nuove monete nazionali si svaluteranno3.

Ma rispetto all'enorme costo che ci sarà imposto, bisogna mettere in conto l'enorme costo del mantenimento dell'euro: il suo contributo alla deindustrializzazione, il declino frutto dell'austerità centralizzata, e più in particolare l'enorme costo della perdita della democrazia.

Perché è questa in ultima analisi, la questione fondamentale: l'euro ci ha distribuito così tanti benefici che vale la pena di mantenerlo, di stabilire una sorveglianza centralizzato dei paesi da parte degli eurocrati, un federalismo autoritario, controbilanciato solo dalla democrazia artificiale del Parlamento europeo? La risposta è "no", naturalmente. E' solo deplorevole che ci siano volute così tante sofferenze per giungere ad una conclusione, alla fine, prevedibile fin dall'inizio.

***

Tra coloro che hanno combattuto valorosamente fin dall'inizio per evitare il disastro dell'euro, figura il professor Jean-Pierre Vesperini. Questi ha appena pubblicato un libro di sintesi, "L'euro - Origines, vertus et vices, crises et avenir"4, che è una meraviglia della pedagogia.

Jean-Pierre Vesperini dimostra chiaramente le virtù e i vizi dell'euro, mostrando che questi ultimi sono molti di più oggi rispetto ai primi giorni. Per contrastare i vizi, sono immaginabili piccole migliorie tecniche, ma insufficienti. Bisognerebbe aggiungere un po' di federalismo politico, ma purtroppo questo porta con sé i suoi propri vizi, e il saldo rimane sfavorevole.

Questo libro è un antidoto a quello di Patrick Artus.

*Georges Berthu è un ex parlamentare europeo

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