Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 22 maggio 2013

Krugman: Grazie alla crisi passano le riforme dell’élite

    
Krugman: Grazie alla crisi passano le riforme dell’élite

Pubblicato in

di Paul Krugman -
Noah Smith ha recentemente espresso un interessante punto di vista sui reali motivi per cui le élite sostengono così tanto l’austerità, anche se in pratica essa non funziona. Le élite, egli sostiene, vedono le difficoltà economiche come un’opportunità per costringere a delle riforme (cioè in sostanza i cambiamenti da loro desiderati, che possano servire o meno a promuovere la crescita economica) e si oppongono a tutte le politiche che potrebbero attenuare la crisi senza rendere necessari questi cambiamenti: «Penso che gli “austerians” siano preoccupati che delle politiche macro anti-recessione consentirebbero a un Paese di cavarsela nella crisi senza migliorare le sue istituzioni. In altre parole, temono che uno stimolo di successo potrebbe sprecare le possibilità offerte da una buona crisi. Se la gente pensa realmente che il pericolo di uno stimolo non è che potrebbe fallire, ma che potrebbe avere successo, allora dovrebbe dirlo chiaramente. Solo così, credo, potremmo avere un dibattito pubblico ottimale sui costi e benefici».
Come Smith osserva, il giorno dopo aver scritto questo post, Steven Pearlstein del “Washington Post” ha fatto esattamente questa argomentazione a sostegno dell’austerità.
Ciò che Smith non ha osservato, in modo alquanto sorprendente, è che la sua tesi è molto vicino alla Shock Doctrine di Naomi Klein, la quale sostiene che le élite sistematicamente sfruttano i disastri per far passare politiche neoliberiste, anche se tali politiche sono sostanzialmente irrilevanti sulle cause dei disastri. Devo ammettere che al tempo della sua pubblicazione non ero tanto ben disposto verso il libro di Klein, probabilmente perché fuori dal campo della professionalità e cose simili, ma la sua tesi aiuta davvero a spiegare molto di quello che sta succedendo, in particolare in Europa.
Scrive la Klein: « Per decenni le destre hanno sfruttato le crisi per far accettare proposte che non hanno nulla a che fare con la risoluzione di tali crisi. Il Wisconsin non è diverso. Dal Cile degli anni Settanta in poi gli ideologi della destra hanno sfruttato le crisi per spingere proposte che nulla hanno che fare con la risoluzione delle crisi, e che tendono ad imporre la loro visione di una società meno democratica, dura, e più diseguale. Non c’è niente di sbagliato nel rispondere alla crisi in maniera decisa. Le crisi richiedono risposte decisive. Il problema è questo ambiguo tentativo di usare la crisi per centralizzare il potere, di sovvertire la democrazia, di evitare il dibattito pubblico dicendo: “Non abbiamo tempo per la democrazia. È tutto in confusione. Non importa quello che volete. Non abbiamo scelta. Dobbiamo forzare”. Sta accadendo tutto su vasta scala».
E la storia va ancora più indietro. Due anni e mezzo fa Mike Konczal ci ha ricordato un classico saggio del 1943 di Michal Kalecki, il quale suggeriva che gli interessi del business odiano la teoria economia keynesiana perché temono che potrebbe funzionare. E questo comporterebbe che i politici non dovrebbero più umiliarsi davanti agli uomini d’affari in nome del fatto di preservare la fiducia. È un argomento abbastanza vicino alla tesi che l’austerità è necessaria perché lo stimolo potrebbe togliere l’incentivo alle riforme strutturali che, avete indovinato, offrono alle aziende la fiducia di cui hanno bisogno prima di degnarsi di produrre la ripresa.
Quindi, un modo di vedere la via dell’austerità è l’implementazione di una sorta di giuramento di Ippocrate al contrario: «In primo luogo, non far nulla per limitare il danno». Perché la gente deve soffrire se le riforme neoliberiste devono prosperare.
da Globalist.it

mercoledì 15 febbraio 2012

Perché adesso? Quale sarà il prossimo?

Conversazione tra Naomi Klein* e Yotam Marom**
sinistrainrete
Naomi Klein - Una delle cose più misteriose riguardo a questo momento è: “perché adesso?” La gente ha lottato contro le misure di austerità e ha urlato per un paio di anni contro gli abusi delle banche, facendo essenzialmente la stessa analisi: “Non saremo noi a pagare per la vostra crisi”. Ma non sembrava proprio che acquistasse popolarità, almeno negli Stati Uniti. C’erano dimostrazioni e c’erano progetti politici e c’erano proteste come a Bloombergville. Ma, erano in gran parte ignorate. Non c’era davvero nulla su vastissima scala, nulla che realmente avesse un impatto significativo. E adesso, improvvisamente, questo gruppo di persone in un parco ha fatto esplodere qualche cosa di straordinario. Come lo spieghi, allora, dato che sei stato impegnato in OWS dall’inizio, ma anche nelle precedenti azioni contro l’austerità?

Yotam Marom – Ebbene, la prima risposta è: non ho idea , nessuno ne ha. Ma posso fare delle congetture. Penso che ci siano delle cose che si devono considerare con attenzione quando ci sono momenti come questi. Una sono le condizioni: disoccupazione, debito, sfratti, i molti altri problemi che deve affrontare la gente. Le condizioni sono vere e sono brutte, e non si possono simulare. Un altro tipo di base per questo tipo di cosa è quello che fa la gente che organizza per preparare momenti come questi. Ci piace fantasticare su queste insurrezioni e sugli importanti momenti politici – ci piace immaginare che vengano fuori dal nulla e che sia necessario solo questo – ma queste cose accadono se c’è dietro uno sforzo organizzativo enorme che viene fatto ogni giorno, in tutto il mondo, in comunità che sono realmente emarginate e che affrontano attacchi bruttissimi.

Quelli quindi sono i due prerequisiti perché si verifichino questi momenti. Ci si deve poi chiedere: quale è il terzo elemento che fa sì che tutto si realizzi, quale è ‘ il grilletto, la polverina magica? Beh, non sono sicuro della risposta, ma so che sensazione dà. La sensazione che qualche cosa è che si è aperto, una specie di spazio che nessuno sapeva esistesse, e quindi tutte le cose che prima erano impossibili, ora sono possibili. Qualche cosa che è stato come disintasato. Persone di tutti i tipi hanno proprio iniziato a vedere le loro lotte in questo qualche cosa, hanno iniziato a identificarsi con questo, hanno cominciato a sentire che era possibile vincere, che c’è un’alternativa, che le cose non devono essere sempre così. Penso che in questo caso questo sia l’elemento speciale.

NK – Pensi che ci sia una discussione organica riguardo al cambiare fondamentalmente il sistema economico? Cioè, sappiamo che esiste una forte, rabbiosa critica della corruzione e della conquista dal processo politico da parte delle grosse imprese commerciali. E’ in corso davvero un richiamo ad agire. Ciò che è meno chiaro è la misura in cui al gente si sta preparando a costruire davvero qualche altra cosa.

lunedì 16 gennaio 2012

Perché adesso? Quale sarà il prossimo?

Conversazione tra Naomi Klein* e Yotam Marom** Fonte: sinistrainrete
Naomi Klein - Una delle cose più misteriose riguardo a questo momento è: “perché adesso?” La gente ha lottato contro le misure di austerità e ha urlato per un paio di anni contro gli abusi delle banche, facendo essenzialmente la stessa analisi: “Non saremo noi a pagare per la vostra crisi”. Ma non sembrava proprio che acquistasse popolarità, almeno negli Stati Uniti. C’erano dimostrazioni e c’erano progetti politici e c’erano proteste come a Bloombergville. Ma, erano in gran parte ignorate. Non c’era davvero nulla su vastissima scala, nulla che realmente avesse un impatto significativo. E adesso, improvvisamente, questo gruppo di persone in un parco ha fatto esplodere qualche cosa di straordinario. Come lo spieghi, allora, dato che sei stato impegnato in OWS dall’inizio, ma anche nelle precedenti azioni contro l’austerità?


Yotam Marom – Ebbene, la prima risposta è: non ho idea , nessuno ne ha. Ma posso fare delle congetture. Penso che ci siano delle cose che si devono considerare con attenzione quando ci sono momenti come questi. Una sono le condizioni: disoccupazione, debito, sfratti, i molti altri problemi che deve affrontare la gente. Le condizioni sono vere e sono brutte, e non si possono simulare. Un altro tipo di base per questo tipo di cosa è quello che fa la gente che organizza per preparare momenti come questi. Ci piace fantasticare su queste insurrezioni e sugli importanti momenti politici – ci piace immaginare che vengano fuori dal nulla e che sia necessario solo questo – ma queste cose accadono se c’è dietro uno sforzo organizzativo enorme che viene fatto ogni giorno, in tutto il mondo, in comunità che sono realmente emarginate e che affrontano attacchi bruttissimi.

Quelli quindi sono i due prerequisiti perché si verifichino questi momenti. Ci si deve poi chiedere: quale è il terzo elemento che fa sì che tutto si realizzi, quale è ‘ il grilletto, la polverina magica? Beh, non sono sicuro della risposta, ma so che sensazione dà. La sensazione che qualche cosa è che si è aperto, una specie di spazio che nessuno sapeva esistesse, e quindi tutte le cose che prima erano impossibili, ora sono possibili. Qualche cosa che è stato come disintasato. Persone di tutti i tipi hanno proprio iniziato a vedere le loro lotte in questo qualche cosa, hanno iniziato a identificarsi con questo, hanno cominciato a sentire che era possibile vincere, che c’è un’alternativa, che le cose non devono essere sempre così. Penso che in questo caso questo sia l’elemento speciale.


NK – Pensi che ci sia una discussione organica riguardo al cambiare fondamentalmente il sistema economico? Cioè, sappiamo che esiste una forte, rabbiosa critica della corruzione e della conquista dal processo politico da parte delle grosse imprese commerciali. E’ in corso davvero un richiamo ad agire. Ciò che è meno chiaro è la misura in cui al gente si sta preparando a costruire davvero qualche altra cosa.


YM – Sì, certamente penso che siamo in un momento unico per lo sviluppo di un movimento che non è soltanto un movimento di protesta contro qualche cosa, ma anche un tentativo di costruire qualche cosa al suo posto. Potenzialmente è una versione molto precoce di quello che chiamerei un movimento di potere duale, cioè un movimento che da una parte sta cercando di formare i valori e le istituzioni che vogliamo vedere in una società libera, e che allo stesso tempo, però, sta creando lo spazio per quel mondo resistendo e smantellando le istituzioni che ci impediscono di averlo. In generale la tattica di occupare, è una forma davvero fantastica di lotta di potere duale perché l’occupazione è sia una casa dove possiamo praticare l’alternativa – praticando una democrazia partecipativa, avendo le biblioteche radicali, avendo una tenda sanitaria dove chiunque può farsi curare, tutte cose cosa su piccola scala – ed è anche un terreno di prova per le lotte all’esterno. E’ il luogo dove creiamo la nostra lotta contro le istituzioni che ci tengono lontano dalle cose di cui abbiamo bisogno, contro le banche in quanto rappresentanti del capitalismo della finanza, contro lo stato che protegge e incentiva quegli interessi.

E’ sorprendente e davvero incoraggiante perché è un qualche cosa che è mancato molto in tante lotte del passato. Di solito o c’è una cosa o un’altra.

Ci sono le istituzioni alternative, come gli eco-villaggi e le cooperative alimentari e così via – e poi ci sono i movimenti di protesta e altre contro-istituzioni, come i gruppi pacifisti o i sindacati. Essi però raramente si mettono insieme o considerano le loro come lotte da condividere. Molto raramente ci sono movimenti che vogliono fare entrambe le cose, che le considerano inseparabili, che comprendono che le alternative debbono essere una lotta e che la lotta deve essere fatta in un modo che rappresenti i valori del mondo che vogliamo creare. Penso davvero, quindi, che ci sia qualche cosa di realmente radicale e fondamentale in questo, e tantissima potenzialità.

martedì 25 ottobre 2011

MICHAEL HARDT: LA VIOLENZA DEL CAPITALE.





(Recensione del libro di Naomi Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri pubblicata sulla New Left Review nov.dic.2007)
Fonte: controlacrisi
Naomi Klein possiede un talento particolare che le consente di afferrare l’essenza dell’attuale situazione politica e di abbozzare una chiave di interpretazione in grado di riaggregare la Sinistra.

È quello che ha fatto in No Logo, il best-seller apparso nel 2000,e che ripete in Shock economy. In entrambe le opere, così come nella sua attività giornalistica, l’autrice insiste sul fatto che la nostra sfida politica verte soprattutto sull’economia. E aggiunge che non è necessario essere degli esperti per comprendere come funzionino i meccanismi del capitalismo globale. Il fascino della sua prosa, d’altra parte, è corroborato dalla capacità di spiegare i fondamenti dei rapporti economici in termini chiari, e anche personali, accessibili alle più vaste fasce di lettori.

In No Logo la Klein analizza la logica elementare della globalizzazione neoliberale e il ruolo delle multinazionali, offrendo un utile quadro d’insieme a tutta una generazione di attivisti che potremmo chiamare «la generazione di Seattle». Il libro, difatti, ha fornito al movimento no global le ragioni per le quali ci battiamo. Ma, nella nostra epoca, le generazioni si succedono rapidamente e il ciclo che ha indotto i movimenti a riunirsi a Seattle nel 1999 per protestare contro il WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio) è precipitato in una fase di declino dopo che gli Stati Uniti hanno lanciato la «guerra globale al terrorismo» e si sono apprestati a occupare l’Iraq. Di fronte ai nuovi orrori causati dalla violenza e dalla distruzione, i dibattiti economici che avevano tenuto banco in precedenza (sui regimi commerciali, sul debito, sulla povertà e sui profitti delle multinazionali) sono apparsi all’improvviso meno urgenti.

Le nuove circostanze hanno costretto i movimenti di protesta no global a trasformarsi in movimenti no war.Stabilendo un legame fra l’analisi della guerra, della violenza e dei disastri, e i dibattiti sulla globalizzazione neoliberale, in Shock economy la Klein offre alla Sinistra un nuovo punto di riferimento aggregante, adeguato alla situazione odierna. Tuttavia, se il libro riporta al centro dell’attenzione i rapporti economici, l’analisi dei profitti del capitalismo e del controllo che esso opera sono integrati questa volta da un esame degli apparati statali e imprenditoriali che producono e sfruttano diverse forme di distruzione su vasta scala. A tal proposito, la Klein propone il concetto di «capitalismo dei disastri» per indicare un regime di accumulazione che non solo tratta le tragedie collettive come un’opportunità economica (per privatizzare i beni pubblici, allargare i mercati, ristrutturare i programmi produttivi, e così via) ma ha anche bisogno di tali disastri per continuare a funzionare. Con una certa audacia concettuale, la studiosa colloca sullo stesso piano i disastri provocati dalla violenza militare (quali quelli della «guerra al terrorismo» e dell’occupazione dell’Iraq) e i disastri provocati da cause «naturali» (come le tragiche conseguenze dell’uragano Katrina o dello tsunami che ha investito l’Oceano Indiano nel 2004). In un certo senso, secondo questa ottica, al capitalismo poco importa cosa provoca il disastro. Gli basta che tali crisi si ripetano periodicamente, consentendogli di sfruttare la devastazione e il momentaneo disorientamento per realizzare i principali obiettivi del programma neoliberale: privatizzazione della ricchezza pubblica, deregolamentazione dell’attività economica e riduzione delle spese assistenziali. Nel seguito della riflessione, tuttavia, la relazione esistente fra violenza e capitale viene chiarita ripercorrendo lo sviluppo del «capitalismo dei disastri» nel corso degli ultimi tre decenni. Approfondendo tale concetto, la studiosa attribuisce un nome al nemico e ne collega i numerosi e disparati volti, fornendo un nuovo obiettivo contro il quale combattere.

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