Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 17 marzo 2012

The revolution begins at home.

Martina Albertazzi - controlacrisi -
La primavera americana sta per sbocciare
Banco di prova il vertice G8 e Nato, la Convention democratica e quella repubblicana
Le tende e i tamburi sono spariti da tempo da Zuccotti Park, ma Occupy Wall street resiste e continua la sua protesta a New York come nel resto del Paese. Gli ultimi arresti risalgono a poche settimane fa, durante la più grande mobilitazione dall’inizio del 2012, in cui un centinaio di persone hanno marciato a Manhattan sotto la sede della multinazionale farmaceutica Pfizer e davanti a un’agenzia della Bank of America, provando poi di rioccupare la piazza simbolo degli indignati americani. E a Liberty plaza, come fu ribattizzata all’inizio di tutto, gli indignati torneranno sabato 17, per festeggiare i sei mesi esatti dell’occupazione e per dare inizio all’«american spring».
Per tentare una ricognizione della protesta che attraversa gli Stati uniti ne abbiamo parlato con Todd Gitlin, celebre storico dei movimenti e professore alla Scuola di giornalismo alla Columbia University. «I vari rami della protesta si stanno riorganizzando anche a livello nazionale, dopo un autunno molto intenso, per cercare di creare un unico network di comunicazione che permetta delle azioni studiate e uniformi. I media sono un po’ primitivi in questo senso, non vedono più le piazze piene e gli accampamenti e pensano che il movimento sia morto – riflette il professore – Con la primavera torneranno le occupazioni, ma intanto la protesta va avanti in più direzioni, quella contro le multinazionali di qualche giorno fa ne è stata solo un aspetto. Nei diversi incontri si parla di nuove idee per portare avanti le mobilitazioni».
Mentre dalle file del movimento tarda ad arrivare un messaggio comune, gli obiettivi, tuttavia, sembrano essere più chiari. Dall’inizio del 2012, infatti, le poche azioni di protesta che sono state realizzate hanno sempre avuto dei target definiti. Non si assiste più solo a uno sfogo generale contro l’1%, bensì i destinatari del malcontento hanno nomi e cognomi. E la mobilitazione alla Pfizer di qualche giorno fa, accompagnata da proteste in California contro altre aziende e conclusa con un’azione mirata contro l’Alec (American Legislative Exchange Council), l’associazione dei legislatori statali e dei sostenitori della politica del settore privato che cura gli interessi delle multinazionali, ne sono state la conferma.
«Se è una lista di domande quella che il pubblico o la politica cercano, penso che Ows sarebbe in grado di appenderla a un muro oggi stesso. La richiesta del movimento è chiarissima: ‘Togliere i soldi dalla politica. Togliere il potere all’1%’, che, per essere chiari, non è un gruppo di persone, ma è uno slogan che si riferisce a un gruppo di istituzioni. Assistiamo a un bisogno di giustizia sociale e il movimento di Ows ne è il portavoce. Quello che conta ora, però, è creare un canale comune tra i vari gruppi che formano il 99%», spiega Gitlin, che a maggio lancerà il suo nuovo libro, Occupy Nation, proprio sulle origini e l’evoluzione del movimento.
Secondo lo storico il centro dell’attività non è più a New York, «le azioni più interessanti in questo momento si concentrano ad Atlanta, a Minneapolis e in California».
Il nuovo banco di prova, comunque, sarà quello di tre eventi fondamentali per i manifestanti di Occupy Wall street: «Il vertice G8 e Nato, che si terrà a maggio a Chicago, la Convention del partito democratico a Charlotte, in North Carolina, e quella repubblicana a Tampa in Florida, previste per settembre e fine agosto». E sull’ipotesi che a Charlotte si verifichino scontri come quelli avvenuti tra manifestanti e polizia per le strade di Chicago, durante la Convention democratica nazionale nel 1968, lo storico commenta: «È in corso un lungo dibattito ora, all’interno del gruppo, su come verranno gestite le proteste durante questi tre eventi. Alcune cellule cercheranno la violenza, come in ogni manifestazione. L’altra parte del gruppo però vuole marciare in maniera pacifica».
Per ora comunque, «il prossimo obiettivo del 99% resta il coordinamento a livello nazionale», un’impresa non così facile secondo Gitlin che, nonostante ponga molta fiducia nel movimento, perché «diverso da quelli del passato», è convinto che per unire Occupy Wall street serva tempo: «È una bestia enorme e frammentata, formata da moltissime parti mobili».

La Germania e l’Italia che vorremmo (e quelle che abbiamo)

Sergio Cesaratto - sinistrainrete -
Il 2 marzo il primo ministro italiano dichiarava al termine di un vertice europeo che la crisi finanziaria era uscita per un po’ di scena “speriamo per sempre.” La battuta, oltre che improvvida, suona persino cinica se si pensa che in quel meeting il primo ministro spagnolo aveva disperatamente chiesto, fra l’ostilità dei suoi colleghi, un allentamento degli obiettivi di rientro del disavanzo pubblico - questo è stato dell’8,5% nel 2011 contro un obiettivo del 6%, mentre il perseguimento dell’obiettivo del 4,4% nel 2012 comporterebbe una manovra aggiuntiva di €44 miliardi tale da distruggere lo stato sociale spagnolo, a detta di Mariano Rajoy, e se questo è troppo persino per un conservatore spagnolo, v’è da crederci (Eurointelligence). Il “successo” del taglio al debito privato greco non tragga in inganno, quel paese è spacciato e il resto del debito è sulle spalle del resto dell’Europa, compresi i paesi che come l’Italia non hanno responsabilità in merito, a differenza della Germania (qui).

1. La situazione europea è in verità drammatica e non s’intravedono vie d’uscita. Non che queste in via di principio non esistano, e questo è il grottesco della situazione. Un percorso di crescita e di riproposizione del modello sociale europeo sarebbe possibilissimo e alla portata. Ad esso si frappongono tuttavia scelte nazionali che solo gli sciocchi definiscono egoistiche. Ho più volte scritto, ricordando gli insegnamenti del realismo politico (che fu anche di Tucidide, di Machiavelli, di Hobbes), che nelle relazioni internazionali non valgono valori morali, tantomeno fra economie capitalistiche. Queste sono guidate da borghesie nazionali con i propri disegni, e in molti casi attorno a questi si raccoglie il consenso della maggioranza della popolazione, incluse le classi sociali e relative rappresentanze tradizionalmente d’orientamento progressista. Infatti, difficilmente qualcuno saprebbe fornire un esempio di quella che un tempo si definiva “solidarietà internazionalista” (che non siano scelte individuali di partire volontari per qualche nobile causa). Non se ne vede traccia oggi in Europa. Figuriamoci poi evocare solidarietà europee fra paesi capitalistici. Nondimeno i paesi, in particolare quelli più importanti, hanno responsabilità - ne sappiamo qualcosa quando vediamo la Cina non prendersene. La stabilità internazionale, politica ed economica, non può essere garantita che dalle potenze egemoni, come il grande Charles Kindleberger insegnava, il quale alla mancanza di un hegemon attribuiva la responsabilità della prima grande crisi. Quindi il giudizio sui paesi è politico, non morale. Ciò a cui assistiamo oggi in Europa è che se la potenza che dovrebbe assicurare crescita e stabilità non lo fa, essa da soluzione diventa il problema.

L'estinzione della democrazia

di Gianni Ferrara - il manifesto - sinistrainrete -
Il «fiscal compact» europeo e il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione cancelleranno i diritti. I diritti, infatti, costano. E se lo stato non potrà più indebitarsi, lo scandalo della ricchezza dei singoli contro la povertà del pubblico sarà sancito per sempre. Monti ha già firmato, Hollande resiste. La Francia, per ora, è l'unica speranza per l'Europa

Questo inverno sarà ricordato. Dai costituzionalisti, dagli economisti, dai filosofi della politica, dagli storici. Lo sarà perché sta segnando il compimento della controrivoluzione iniziata in Occidente negli anni 70-80 dello scorso secolo a mezzo del neoliberismo, usato come reazione all'instaurazione dello stato sociale condannandolo all'estinzione. Lo ha già ridotto ad una larva. Sarà abbattuto.

L'arma che lo finirà è stata forgiata: è il fiscal compact sottoscritto da 25 (su 27) capi di stato e di governo dell'Unione europea il 2 marzo scorso. Ha per fine l'espropriazione senza indennizzo, senza corrispettivo, pura e semplice, netta, della sovranità finanziaria degli stati. Il che equivale a sancire la sottrazione dello strumento cardine della politica di distribuzione della ricchezza prodotta all'interno degli stati alla democrazia negli stati.

A perpetrare questa espropriazione si provvede con un trattato internazionale, l'ultimo temporalmente e il più efficace dell'armamentario diretto alla neutralizzazione della politica e alla devoluzione della sovranità ai mercati, cioè agli agenti nei mercati, diretti o per procura che siano. L'inedita gravità della fase che stiamo attraversando è dimostrata da due dati non contestabili. Uno richiama i caratteri e le implicazioni dello stato sociale, l'altro attiene a come si configura attualmente il rapporto tra stati e capitali.

Primo dato. Si sa che lo stato sociale ha esteso le specie e quindi il numero dei diritti delle donne e degli uomini, integrandone il catalogo con quelli sociali. Quel che non si sa, o, meglio, si nasconde, è che i diritti costano: tutti, nessuno escluso. Costano per la loro tutela, il loro esercizio, la loro effettività. Ma il loro contenuto, cioè i beni che li soddisfano, li differenziano quanto a strumenti che ne assicurano il godimento.

Sognando la svolta europea

di Anna Maria Merlo - ilmanifesto -
Oggi il candidato alle presidenziali francesi (e favorito) François Hollande incontra a Parigi il presidente del Pd Pierluigi Bersani, il capo dell'Spd tedesca Gabriel Sigmar, oltre ai rappresentanti dei progressisti all'Eurogruppo. Verrà presentato un documento in cui si immagina un'Europa "più unita e democratica".
E se il 2012 e il 2013 fossero gli anni della svolta europea, dalla dominazione dei conservatori al governo dei progressisti? In questi due anni, ci sono elezioni nei tre principali paesi della zona euro, Francia, Italia e Germania. La Fondation Jean Jaurès organizza oggi al Cirque d'Hiver un incontro attorno a François Hollande - favorito alle presidenziali del 22 aprile e 6 maggio prossimi - con la presenza di Pier Luigi Bersani e Sigmar Gabriel, capo dell'Spd, oltre a Martin Schultz, presidente dell'europarlamento e Hannes Swodoba, alla testa del gruppo S&D a Strasburgo. Per lo schieramento progressista, che spera di conquistare i tre governi (per ora, solo Danimarca e Belgio hanno un primo ministro di sinistra e c'è stata una vittoria in Slovacchia), «Un'altra strada è possibile per l'Europa».

I progressisti, nel documento che verrà presentato oggi, vogliono un'Europa più unita e più democratica, con una governance economica che non si limiti a privilegiare, come ora, la «deflazione salariale» che ha ridotto la Ue a uno spazio dove regna il «sorvegliare e punire». Ammettono che ci vuole la «responsabilità di bilancio», la «disciplina fiscale» e che i debiti sovrani devono venire ridotti. Ma propongono di uscire dalla crisi con misure per stimolare la crescita «sostenuta e sostenibile», puntano sull'economia verde e su «nuove risorse», a cominciare dalla tassa sulle transazioni finanziarie. Individuano negli euro-bonds e nella regolazione finanziaria gli strumenti per realizzare la solidarietà e per rimettere ordine. Infine, propongono un candidato comune dei progressisti per la presidenza della Commissione europea.

L'operazione "nano fetens al Quirinale" procede.

di Salvatore C. in - ListaSinistra -
L'operazione "nano fetens al Quirinale" procede, apparentemente senza intoppi. I possibili ostacoli vengono abbattutti uno dopo l'altro. I più gravi sono naturlamente quelli di natura penale: come cazzo si porta un delinquente patentato lassù al Colle? E' lo stesso problema di come rifare la verginità ad una ninfomane stakanovista di bordello che deve andare sposa illibata al principe ereditario. Come fare? Risposta: molto semplice, togliendogli la patente di delinquente. Se le sentenze di non doversi procedere per prescrizione del reato vengono spacciate per sentenze di assoluzione (o comunque di non-condanna) il nano fetens potrà esibire una fedina penale pulita e potrà spacciarsi per martire del giustizialismo forcaiolo di magistrati comunisti che fanno politica. Se il garante del patto mafia-Stato (Dell'Utri) viene affidato a magistrati compiacenti si cancellerà anche la patente di fondatore della seconda repubblica italo-mafiosa. L'ostacolo oggi più vicino è il processo per quella ladra puttana ex minorenne di Ruby, nel quale il nano fetens deve rispondere di concussione per aver forzato la mano ad un Commissariato per liberare l'imbarazzante puttanella, custode di vergognose porcherie arcoriane. Che fare? Semplice, manipolare il reato di concussione, modificandolo in modo che il suo reato si decriminalizzi; ne verrà fuori una sentenza di assoluzione "perché il fatto non è più previsto come reato" (do you remembere il falso in bilancio?). E' già partita la campagna mediatica che afferma che questo reato non esiste nel resto d'europa. Cazzate. Negli altri paesi europei il comportamento infame del nano fetens è criminoso, anche se non si chiama concussione.
Il nano fetens al Quirinale interessa a tutti i delinquenti della cupola politico-affaristico-mafiosa che ha ammazzato questo paese di merda. 1) Si rende vacante il posto di premier (che può andare a Monti, a Bersani o a Casini). 2) Si elimina la (finta) conflittualità tra i partiti, che potranno dividersi, dalle grandi opere alle municipalizzate, i resti del paese di merda comodamente, fraternamente, senza alcuna preoccupazione e senza dover imbastire (finte) polemiche mediatiche. 3) Il duopolio televisivo Raiset diventerà un blocco monolitico, che consentirà pacifiche spartizioni ed elargizioni di posti, quattrini, prebende e mignotte. Basta poco per essere felici.

S.C.

venerdì 16 marzo 2012

Eseguiamo solo gli ordini

di Loris Campetti - il manifesto - controlacrisi -
La filosofia del governo Monti su cui si fonda la riforma del mercato del lavoro nasce da una convinzione: in tempi di crisi non c’è spazio per i distinguo, bisogna rilanciare lo «sviluppo» nell’unico modo possibile, quello liberista; ogni ostacolo di natura sociale o ambientale dev’essere rimosso. In altre parole, i diritti individuali e collettivi sono diventati incompatibili. La stessa democrazia, con le sue regole e le sue verifiche, rappresenta un ostacolo. Non solo in Valsusa, anche e soprattutto nel lavoro. Marchionne insegna, in senso letterale. Il lavoro è merce, si compra dove costa meno e se vuoi vendere il tuo devi offrirti al massimo ribasso. Sta tutta qui la ragione dell’accanimento contro l’articolo 18. Il principio di civiltà secondo cui un imprenditore è costretto a riprendersi al lavoro colui che ha ingiustamente licenziato cozza con i principi generali del liberismo ed è un ostacolo al dominio del padrone sulla forza lavoro intesa come pura appendice delle macchine, variabile dipendente dei profitti, flessibile in tutto ma vincolato alle leggi del mercato delle braccia e dei cervelli. Siccome il lavoratore spogliato di ogni soggettività è pura merce, come tutte le merci ha un prezzo e se il giudice cavilloso ritiene ingiusto il suo licenziamento basterà stabilire il prezzo della merce-lavoro e imporre all’imprenditore di pagarlo e al lavoratoratore di cercarsi un altro posto. Dire che l’art. 18 è un disincentivo per le imprese a investire o restare in Italia è un imbroglio meschino per nascondere la posta in gioco.
Il ministro Elsa Fornero ha sposato in pieno questa filosofia che si sta facendo strada anche nel mondo sindacale. Così come nel caso delle pensioni – dove la motivazione addotta per il suo slittamento a 67-70 anni d’età stava paradossalmente nella necessità di riaprire il mercato del lavoro ai giovani – anche l’abbattimento della copertura fin qui garantita dagli ammortizzatori sociali servirebbe a spalmare qualche diritto d’accesso sul corpo dei precari, perché anch’essi possano assurgere al rango di merce acquistabile e vendibile.
Siamo al trionfo dell’ipocrisia: acquisito che ci sarebbero al lavoro precari e garantiti, per ridurre questa ingiustizia si riducono le garanzie e i diritti ai più fortunati. Poi magari, se ci saranno i soldi, se ne distibuiranno un po’ a chi non ne ha. Così come l’art. 18 che vale solo per alcuni fortunati, invece di estenderlo a tutti si toglie a chi ce l’ha. Il modo migliore per imporre questa logica passa attraverso la divisione del mondo del lavoro, per garanzie, diritti, generazioni, sesso, persino per colore della pelle. Il governo dei tecnici dalle buone maniere e dalla battuta facile non ammetterà mai che questo è il suo modo d’agire, si limita ad agire, completando senza opposizione politica e con poche resistenze sindacali il lavoro sporco che Berlusconi ha accelerato (all’avviamento aveva contribuito il centrosinistra) tra opposizioni politiche e resistenze sindacali.
E dire che la risposta ai predicatori dei sacrifici altrui sarebbe semplice: con la crisi servono più garanzie per tutti per contrastare disoccupazione e disumanizzazione, estendendo art. 18 e ammortizzatori sociali. E’ quel che dice la Fiom. Che ne pensa la Cgil?

p. s. per Elsa Fornero non tocca al governo dire alla Fiat quel che deve fare. E infatti è Marchionne a dire a Monti quel che deve fare.

Altro che articolo 18!!

di Zag in - ListaSinistra -
Quello che nessuno dice, e che nessuno vuole affrontare e il tema della parcelizzazione e della diversità del mercato del lavoro in Italia. Non si può pensare alla semplificazione, ad una unica legge che regolamentarizza tutto il mondo variopinto del mercato del lavoro. L'artigiano non può essere messo sullo stesso piano della grande industria. Non si può pensare che il costo del lavoro possa essere uguale sia per l'artigiano, che per il padroncino come per la grande industria. Che l'accesso al credito possa continuare ad essere penalizzante per l'artigiano e favorito per la grande industria. Che il costo sociale , per malattia, per maternità , per permessi di studio dei lavoratori possa essere gravanti sull'artigiano , come per la grande industria nella stessa misura. Questi sono costi sociali e deve essere la società , la fiscalità a doversene fare carico. Che il nuovo assunto per formazione debba pesare allo stesso modo sia per l'artigiano che per la Fiat.
Ma perché mai i primi tre giorni di malattia del lavoratore devono essere pagato dall'artigiano il quale oltre al mancato attività lavorativa deve sopportare anche il peso del costo della malattia. Questo costo per l'artigiano pesa direttamente , non può essere smaltito e redistribuito come per la grande industria

E così per le misure sulla evasione fiscale.
Oggi ho saputo che chiunque si sposa deve presentare una dichiarazione dei regali avuti, di quanto ha speso per la cena, per il viaggio di nozze e anche i regali collettivi se superano il migliaio di euro deve essere pagato non in liquido, anche se ogni singolo amico o parente ha contribuito con somme notevolmente al di sotto del migliaio di euro. ! Cose da pazzi! Anzi no. Cose italiane! .
Siamo al parossismo. Il Savonarola ( l'ho già ricordato) fatto professore!. E si fà marcia indietro sulle misure prese per le banche ( addirittura si ritorna indietro persino sul conto corrente senza spese per i pensionati) Niente ( si rischia la crisi) per il beaty contest, non si nulla per il falso in bilancio, niente per i burocrati , per le doppie e triple pensione d'oro.
E della famosa tassa di stazionamento per le barche di lusso??
A pagina 33 del Decreto Salva Italia, articolo 16 si legge che detta tassa va da 5 euro al giorno per barche da 10 metri fino a 700 euro per barche da 64 metri. I residenti non pagano.
Ma siccome tutte o quasi tutte queste barche sono intestate a società il tutto si riduce ad un semplice giro di conto.
Per tassare gli scudati al 13,5% siamo al parossismo più assoluto. La scadenza era entro 16 febbraio, è stato posticipato di tre mesi, al 16 maggio. E non per il buon cuore del legislatore ma proprio per l’esistenza di diversi problemi tecnici. Le banche hanno denunciato la loro impossibilità a reperire questi capitali. I conti sono stati chiusi, non si trovano più i proprietari, ne tantomeno i capitali sono reperibili. Quei 3 miliardi messi a bilancio sono scomparsi.
Qualcuno ne parla?
Se veramente si vuole la ristrutturazione della società italiana sono con questi i temi che i cosidetti riformisti dovrebbero incalzare il governo. Altro che l'art 18 !

Usa, raggi a microonde per scottare i manifestanti

di: Enrico Piovesana - corriintempesta -
La libertà di manifestazione negli Stati Uniti è sempre più a rischio, a giudicare dalle nuove leggi sull’ordine pubblico e dai nuovi sistemi d’arma ‘non letali’ per il ‘controllo delle folle’ che il Pentagono continua a pubblicizzare.

Nei giorni scorsi è stata organizzata nel poligono militare di Quantico, in Virginia, una nuova presentazione alla stampa del sistema di deterrenza attiva ‘Silent Guardian’, prodotto dall’azienda Raytheon per il Programma armi non letali del dipartimento della Difesa.

Si tratta di un raggio di microonde che viene sparato da una parabola montata su camion o su un blindato contro i dimostranti, causando nei loro corpi un superficiale ma insopportabile bruciore che li costringe a disperdersi.

L’effetto cessa appena i soggetti colpiti escono dal raggio d’azione delle onde e, secondo i progettisti, non causa nessun danno fisico permanente, poiché la frequenza è così debole (95 gigahertz) da penetrare nell’epidermide per meno di mezzo millimetro.

Chi l’ha provato, ha parlato di un’improvvisa esplosione di calore avvertita al petto e al collo che spinge istintivamente a fuggire lontano, e di una sensazione di forte calore che permane per almeno dieci secondi.

La particolarità che rende quest’arma molto apprezzata dai teorici del “crowd control” è quello di poter essere utilizzata a lunga distanza, poiché la gittata del raggio di microonde è di oltre 700 metri. Altri sistemi non letali (taser, idranti e pallottole di gomma) sono utilizzabili solo a breve distanza.

Finora il ‘Silent Guardian’ è stato utilizzato solo nel teatro di guerra afgano. O meglio, vi è stato mandato nel 2010 (montato su blindati Humvee) ma il generale Stanley McChrystal, allora comandante delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, lo rispedì indietro perché temeva l’impatto negativo che il suo uso avrebbe avuto sulla popolazione locale.

Il timore (tutt’altro che infondato a giudicare dai cartelli branditi dei finti dimostranti nelle simulaizoni) è che questa tecnologia repressiva finisca con l’essere utilizzata per gestire l’ordine pubblico negli Stati Uniti in occasione di manifestazioni di massa.

Sucre: un nome e un programma

INTERVISTA di Geraldina Colotti - ilmanifesto -
Manuel Ceresal, economista vicinissimo al presidente Chávez
Una moneta virtuale creata fra i paesi dell'Alba per equilibrare i commerci interni al gruppo e bypassare l'uso del dollaro. Ma si sente la mancanza di pesi massimi quali Brasile e Argentina Qualche analogia e molte differenze fra l'euro e il «sistema unitario di pagamento a compensazione regionale». Marx? «Basta Keynes...»

Manuel Ceresal, docente all'Università bolivariana di Caracas, è un economista trentaquattrenne di origine belga molto ascoltato dal presidente venezuelano Hugo Chávez. Membro del Centro studi di economia politica, ha lavorato al progetto sucre, la piccola moneta comune messa in campo dai paesi dell'Alba (l'Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America). Antonio José de Sucre (1795-1830) è stato il luogotenente del Libertador Simon Bolivar e il vincitore della battaglia d'Ayacucho (1824), che portò l'indipendenza alle colonie spagnole del Sudamerica. Sucre (Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale) è oggi simbolo di indipendenza economica: in continuità col sogno della "Patria grande" per tutto il continente.
Abbiamo incontrato Ceresal a Caracas, durante la preparazione del vertice del blocco regionale - un'idea di Cuba e Venezuela, nata per consolidare l'integrazione del Sudamerica e dei Caraibi, il 14 dicembre del 2004.
L'Alba entra nel suo ottavo anno di vita. Cos'ha dimostrato fin'ora?
È importante ricordarsi l'inizio, il primo no all'Alca, l'Accordo di libero commercio progettato dagli Stati uniti. Quel rifiuto opposto alla forma dominante del pensiero economico da Cuba e Venezuela ha aperto la strada a un diverso atteggiamento oggi presente anche nel Mercosur. I progetti dell'Alba, sostenuti dall'omonima banca, sono di natura sociale e condotti sulla base di uno scambio solidale. In seguito al dispiegarsi della crisi capitalista, abbiamo concentrato gli sforzi sulla necessità di creare uno spazio finanziario indipendente dal resto del mondo. E' impossibile farlo completamente, però si può limitare la dipendenza nella prospettiva di una zona economica di produzione e scambio allargata a quella che Chávez, riprendendo Bolivar, definisce la Patria grande. Non tutti i governi che partecipano all'Alba, però, sono socialisti. Alcuni paesi caraibici hanno usato questa grande possibilità di finanziamento per rimpinguare il loro bilancio. E questo non va bene, non vogliamo adottare in sedicesimo la logica del Fondo monetario internazionale. I fondi comuni verranno gestiti dalla banca dell'Alba solo per lo sviluppo sociale. Siamo ancora stretti nella contraddizione fra la vecchia architettura finanziaria, produttiva e commerciale, e il nuovo progetto. Il problema è che ci vorrebbero dei pesi massimi come Brasile e Argentina, che invece non sono nell'Alba. Per questo, il commercio interregionale è di soli 5 miliardi l'anno: comunque, un seme di qualità diversa, che indica la rottura con modelli di integrazione inefficaci, per via del loro carattere neoliberista. Sono convinto che ad avere politiche economiche centrate sull'economia reale, ci si guadagni. Non c'è bisogno di tornare a Marx, basta Keynes.
Che cos'è il Sucre, realtà o suggestione?
Il progetto sucre è un Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale, una piccola moneta comune che per ora è poco più che una realtà virtuale. E' una unità di conto, la prima funzione del denaro fra quelle descritte da Marx. Una unità di misura che permette di calcolare il valore di scambio dei prodotti e di scambiarli, appunto, su larga scala. Si tratta di una moneta fiduciaria che non è ancora stata coniata. E rischia di non esserlo perché le dinamiche internazionali del sistema sono feroci... Il sucre cerca di compensare i valori di transazione in corso tra i paesi dell'Alba all'interno di una camera di compensazione virtuale, in base ai conti effettuati dalle banche che accettano i sucre, la moneta dell'unità di conto. Queste banche acquistano dei coupon con la loro moneta locale senza ricorrere alla divisa internazionale, il sucre fa funzione di divisa di cambio. Abbiamo immaginato un sistema di scambi un po' più sovrano, non per rimpiazzare il dollaro ma per essere un po' meno dipendenti: per ora durante appena un semestre.
THE GERMAN MODEL
Another government attempt to demolish the essence of the article 18

giovedì 15 marzo 2012

Occupyamo Piazza Affari: il 31 marzo a Milano, ci proviamo

di Giorgio Cremaschi - ilmanifesto -
Credo che oramai sia evidente che tutti i movimenti, tutte le lotte in corso in questo paese, per quanto differenti negli obiettivi e nelle storie, hanno di fronte lo stesso avversario che argomenta allo stesso modo. I metalmeccanici, da poco scesi in piazza con rabbia e orgoglio, sono di fronte alla devastazione del contratto nazionale e delle più elementari libertà nei luoghi di lavoro.
Milioni di altri lavoratori subiscono le stesse aggressioni senza avere la stessa forza o senza essere chiamati alla lotta da un sindacalismo confederale sempre meno capace di reagire. In Valle Susa nel nome degli affari, della competitività, del «lo vuole l'Europa», si sta procedendo a una sopraffazione democratica e ambientale tra le più gravi della storia della Repubblica. Sulle pensioni il governo ha realizzato il sistema previdenziale più feroce d'Europa, dice la stessa Unione. Il decreto sulle liberalizzazioni reinterpreta l'art. 41 della Costituzione, rovesciandone il significato e i limiti vengono così posti al pubblico e non al privato. Alla faccia del referendum sull'acqua e dei beni comuni. Che anzi, con il patto di stabilità e i vincoli agli enti locali, diventeranno la principale fonte di affari dei prossimi anni.
Con il pareggio in bilancio assunto a norma costituzionale e con l'intreccio di questa norma con il fiscal compact europeo, cioè con l'impegno ventennale a restituire metà del debito pubblico complessivo, lo stato sociale viene posto al di fuori della Costituzione della Repubblica. Ed è stupefacente che un parlamento di nominati possa decidere del nostro futuro senza alcuna consultazione democratica e sono pesanti anche le responsabilità del Presidente Napolitano.Infine l'articolo 18. Che verrà colpito dal governo, proprio perché così vogliono quei mercati e quella finanza internazionale che questo governo rappresenta e rassicura.
Cosa devono farci ancora? Questo governo è ormai chiaramente, anche nelle battute volgari con cui si esprimono i ministri, un governo di destra. Di quella destra europea che attorno a Monti, Merkel e Sarkozy, affronta la crisi con un'operazione tecnicamente reazionaria. Cioè con lo smantellamento dello stato sociale, con le privatizzazioni, con il ritorno a un liberalismo ottocentesco, accompagnato dai poteri dello stato degli anni Duemila. Quando il capo della Banca europea Mario Draghi dice che il sistema sociale europeo è finito,propone una soluzione devastante alla crisi, con l'imitazione di quel modello sociale ed economico degli Stati Uniti, che è la prima causa della crisi mondiale.
Dieci anni fa a Genova e in tutta Europa un grande movimento di lotta e di coscienze contestava il liberismo, il mercato e la globalizzazione, che allora sembravano vincenti ovunque. Oggi che siamo dentro la crisi della globalizzazione e del dominio finanziario su di essa, quelle politiche liberiste che l'hanno provocata paiono avere più consenso di dieci anni fa. E' giusto cercare spiegazioni culturali,sociali ed economiche approfondite. Però bisogna farlo mentre ci si rimette in moto. A differenza di Alberto Asor Rosa, quando Monti va all'estero e si vanta di aver attuato nel nostro paese brutali riforme sociali senza nessuna reale contestazione, io mi vergogno. Cosi come mi vergogno quando vedo il concerto europeo massacrare la Grecia e usarla come minaccia verso tutti popoli
In Italia abbiamo qualche problema in più che altrove perché, come in Grecia, le principali forze politiche di centrodestra e centrosinistra sostengono il governo ispirato dalla Bce. E deve fare le capriole Bersani, quando dichiara di sostenere Hollande che in Francia vuol mettere in discussione i patti europei, mentre in Italia sostiene Monti che appoggia apertamente Sarkozy.
Dobbiamo provare a ripartire per ricostruire. Dopo il 15 ottobre ci siamo fermati e loro sono andati avanti come treni, anzi come tav.. L'appello che lancia la manifestazione a Milano, Occupyamo Piazza Affari, è sottoscritto da militanti sindacali e politici, da movimenti ambientali e civili, da sindacati e partiti, da protagonisti delle lotte di fabbrica e nel territorio. La decisione di lottare e di essere alternativi senza remore a monti e alla sua politica, questo è ciò che unisce.
* Comitato No Debito
da Il Manifesto 15 Marzo 2012

Siria, no alla guerra

di Fabio Amato - rifondazioneit - controlacrisi -
La situazione in Siria peggiora di giorno in giorno. Il livello di scontri armati fra forze del governo e esercito ribelle portano ad una militarizzazione sempre più cruenta del conflitto,le cui vittime sono come sempre civili, aprendo...

la possibilità di uno scontro di natura settaria che può dilaniare il paese ed estendersi ai suoi vicini. E' davvero una situazione molto complessa quella siriana. Da un lato un regime che ha respinto con la forza e con la repressione le manifestazioni che chiedevano maggiore democrazia, giustizia, in un paese la cui colpa, per i paesi imperialisti che lo accusano, non sta nella forma di governo non democratica, quanto di aver avuto il torto di non allinearsi ai desideri degli Stati Uniti e dei suoi alleati nell'area. E' questa la ragione che spinge le cancellerie occidentali a cercare di rimuovere, anche con l'uso della forza, quel regime.E'questa la ragione dell'attenzione mediatica e dell'uso spregiudicato di notizie difficilmente verificabili che si sta sviluppando. Non sono certo le ragioni umanitarie a muovere Usa, Turchia, Arabia saudita, Francia, Qatar o Marocco. Dall'altra i paesi arabi che stanno sostenendo militarmente, logisticamente e finanziaramente l'opposizione, o meglio il Cns e l'esercito di liberazione sono le petromonarchie reazionarie, e la loro tutela di oggi non è data per costruire una Siria democratica e libera. E' una solidarietà dovuta esclusivamente a calcoli geopolitici, quelli che vedono da tempo cercare di costruire un'alleanza sunnita insieme a forze come i fratelli musulmani da contrapporre all'Iran. Per questo Al jazeera e Al arabia, le tv satellitari rispettivamente proprietà di Qatar e Arabia saudita, nel caso della Siria come fu per la Libia, non stanno affatto giocando un ruolo neutro, ma bensì sono parti attive nel voler a tutti i costi favorire l'intervento armato in quel paese.

Esiste oramai un'allenza palese fra forze islamiche legate alla fratellanza musulmana, petromonarchie e imperialismo statunitense.

L'opposizione siriana che la comunità internazionale riconosce, il CNS, è un insieme di forze presenti soprattutto all'estero teleguidate dal Qatar e dalla Turchia, egemonizzate dalla fratellanza musulmana, e che stanno spingendo per innalzare il livello dello scontro armato per portare all'intervento occidentale e della Nato.

Nazionalizziamo le banche

I nuovi padroni del mondo - beppegrillo -

La banca è l'attrice protagonista del film horror del nuovo millennio. Ha preso il posto di Alien. Senza possibili dubbi. La crisi bancaria del 2008 è esplosa come un mostro incubato da anni nella società. I veleni tossici: derivati, junk bond, Cdo sono schizzati ovunque. Le istituzioni bancarie internazionali, la BCE, la FED, sono obbligate a tenere in vita le banche, i mostri legati all'organismo degli Stati. Se muore Alien, muore infatti anche il corpo che lo ospita. Le nutrono creando moneta dal nulla (che per l'appunto non vale nulla). Il prestito di 900 miliardi all'1% di interesse erogato dalla BCE alle banche europee tra gennaio e febbraio di quest'anno, in prima fila quelle italiane, non è servito a far ripartire l'economia con finanziamenti alle imprese. Questa enorme massa di denaro è servita alle banche per comprare titoli pubblici che sarebbero andati invenduti, e sui quali guadagnano interessi dal 4 al 6%, acquistare le proprie obbligazioni e investire su azioni a elevato rendimento. I soldi se li sono tenuti. Le aziende stanno morendo per mancanza di credito. I fidi sono negati o addirittura chiusi, i finanziamenti non vengono più erogati.
L'economia di Main Street è stata sostituita da quella di Wall Street. Da un'allucinazione ottica. Il denaro non si mangia. Ieri, Greg Smith, un alto dirigente della Goldman Sachs, ha lasciato la banca dopo 12 anni con una durissima accusa pubblica. Ha definito la Goldman Sachs dominata da una cultura "tossica", legata unicamente al profitto qui e ora, che tratta i propri clienti come pupazzi. E' forse il primo caso di un banchiere pentito che fa outing. Un Buscetta della finanza.
A cosa servono le banche? A favorire lo sviluppo delle imprese e del territorio. Ora sono autoreferenziali, scollegate dall'economia reale e da una visione del futuro (cos'è un investimento in un'impresa se non una scommessa sul futuro?). Le banche devono ritornare al servizio dello sviluppo e dello Stato. Dalla privatizzazione delle grandi banche voluta da Prodi negli anni '90, queste si sono allontanate dal loro compito. Sono mostri in libertà. Vanno ri-nazionalizzate. Messe sotto il controllo dello Stato e dei cittadini.
Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure.

Why I Am Leaving Goldman Sachs. Addio polemico di un super manager.

Una "bomba" a Goldman Sachs
By GREG SMITH - nytimes -
TODAY is my last day at Goldman Sachs. After almost 12 years at the firm — first as a summer intern while at Stanford, then in New York for 10 years, and now in London — I believe I have worked here long enough to understand the trajectory of its culture, its people and its identity. And I can honestly say that the environment now is as toxic and destructive as I have ever seen it.

To put the problem in the simplest terms, the interests of the client continue to be sidelined in the way the firm operates and thinks about making money. Goldman Sachs is one of the world’s largest and most important investment banks and it is too integral to global finance to continue to act this way. The firm has veered so far from the place I joined right out of college that I can no longer in good conscience say that I identify with what it stands for.

It might sound surprising to a skeptical public, but culture was always a vital part of Goldman Sachs’s success. It revolved around teamwork, integrity, a spirit of humility, and always doing right by our clients. The culture was the secret sauce that made this place great and allowed us to earn our clients’ trust for 143 years. It wasn’t just about making money; this alone will not sustain a firm for so long. It had something to do with pride and belief in the organization. I am sad to say that I look around today and see virtually no trace of the culture that made me love working for this firm for many years. I no longer have the pride, or the belief.

But this was not always the case. For more than a decade I recruited and mentored candidates through our grueling interview process. I was selected as one of 10 people (out of a firm of more than 30,000) to appear on our recruiting video, which is played on every college campus we visit around the world. In 2006 I managed the summer intern program in sales and trading in New York for the 80 college students who made the cut, out of the thousands who applied.

I knew it was time to leave when I realized I could no longer look students in the eye and tell them what a great place this was to work.

When the history books are written about Goldman Sachs, they may reflect that the current chief executive officer, Lloyd C. Blankfein, and the president, Gary D. Cohn, lost hold of the firm’s culture on their watch. I truly believe that this decline in the firm’s moral fiber represents the single most serious threat to its long-run survival.

Over the course of my career I have had the privilege of advising two of the largest hedge funds on the planet, five of the largest asset managers in the United States, and three of the most prominent sovereign wealth funds in the Middle East and Asia. My clients have a total asset base of more than a trillion dollars. I have always taken a lot of pride in advising my clients to do what I believe is right for them, even if it means less money for the firm. This view is becoming increasingly unpopular at Goldman Sachs. Another sign that it was time to leave.

How did we get here? The firm changed the way it thought about leadership. Leadership used to be about ideas, setting an example and doing the right thing. Today, if you make enough money for the firm (and are not currently an ax murderer) you will be promoted into a position of influence.

What are three quick ways to become a leader? a) Execute on the firm’s “axes,” which is Goldman-speak for persuading your clients to invest in the stocks or other products that we are trying to get rid of because they are not seen as having a lot of potential profit. b) “Hunt Elephants.” In English: get your clients — some of whom are sophisticated, and some of whom aren’t — to trade whatever will bring the biggest profit to Goldman. Call me old-fashioned, but I don’t like selling my clients a product that is wrong for them. c) Find yourself sitting in a seat where your job is to trade any illiquid, opaque product with a three-letter acronym.

Greg Smith is resigning today as a Goldman Sachs executive director and head of the firm’s United States equity derivatives business in Europe, the Middle East and Africa.
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Tre milioni di lettori in poche ore nell'edizione on line del New York Times. La lettera aperta di Greg Smith, che lascia il posto da direttore esecutivo responsabile del settore derivati in Europa e in Asia, è esplosa a Goldman Sachs "come una bomba", ammette un altro manager, rigorosamente anonimo, della banca d'affari americana.
A
QUESTION…
How
can you grown up people believe in this two murderous clowns???

mercoledì 14 marzo 2012

La nube tossica del liberismo che ammorba l'Europa e l'Italia

Dino Greco - controlacrisi -
I sedicenti demiurghi della modernità, i cultori delle taumaturgiche virtù del mercato, gli ineffabili interpreti del pensiero unico liberista, gli spregiudicatissimi protagonisti della superfetazione finanziaria che ammorba l'intero pianeta stanno pilotando verso il disastro l'economia mondiale, con la stessa sciagurata incoscienza con cui il transatlantico Concordia è stato affondato nelle acque del Giglio.

L'era politica nata sotto la stella del reaganismo e del tatcherismo, la totale deregolamentazione dei rapporti economici e di quelli sociali e la spaventosa polarizzazione della ricchezza che ne è sortita hanno letteralmente annichilito i redditi da lavoro dipendente, hanno devastato - sino a ridurle all'irrilevanza - le organizzazioni del movimento operaio e hanno conculcato i diritti dei prestatori d'opera. Ma, alla lunga, l'impressionante diseguaglianza di condizioni sociali si è trasformata, per i detentori del capitale, in un colossale boomerang, perché l'impoverimento di massa, la proletarizzazione di estesi strati di ceto medio hanno inesorabilmente compromesso gli sbocchi delle merci sui mercati. Sicché l'ennesima crisi di sovraproduzione ha generato un tragico impasse nel rapporto produzione-consumo-produzione, che neppure il tradizionale ricorso alla guerra e alla proliferazione militare come volano della domanda ha potuto sbloccare.

Il credito “ad libitum" ai consumi, che è stato l'escogitazione fraudolenta con cui gli Stati Uniti e l'intero sistema bancario hanno creduto di rimettere in moto il meccanismo inceppato senza comprometterne i fondamenti, ha poi generato una colossale bolla speculativa ed un default che le banche hanno trasferito sugli stati e gli stati, a cascata, sui cittadini, distruggendo forze produttive e mordendo sull'economia reale.

Lo spettacolo surreale che ci viene quotidianamente somministrato ha per attori protagonisti proprio le grandi istituzioni finanziarie, dal Fmi alla Bce, divenuti i veri dominatori di una scena politica dalla quale sono scomparsi, o ridotti a pallide controfigure, i rappresentanti ormai solo formali della sovranità popolare.

La ricetta salvifica - di rigida osservanza monetarista - è quella dei tagli: al welfare, ai salari, alle pensioni, all'istruzione, nell'intento di saldare, con il sangue della povera gente, un debito che, al contrario, la caduta dei consumi alimenta, lungo una spirale recessiva di cui non si vede il punto d'arrivo: la Grecia, con la sua debolezza strutturale, non rappresenta dunque un'eccezione, ma riflette la china su cui, con modi e ritmi diversi, stanno scivolando tutti i paesi europei.

Tassa sulle Transazioni Finanziarie al bivio tra consenso europeo o compromesso europeo .

- zerozerocinque -
La tassa sulle transazioni finanziarie è stata ieri al centro del dibattito del Consiglio Europeo dei Ministri dell’Economia e delle Finanze (Ecofin). Su sollecitazione di 9 Stati Membri, tra cui anche l’Italia, la Presidenza danese ha accolto la richiesta di accelerare il dibattito sulla proposta di direttiva europea sulla TTF, definendo internamente all’Ecofin e ai suoi gruppi di lavoro un percorso di approfondimento tecnico che possa portare entro giugno 2012 al raggiungimento di un più ampio consenso politico europeo che e quindi all’introduzione della direttiva o all’adozione di soluzioni alternative.

Il dibattito trasmesso pubblicamente in video streaming ha dato una panoramica interessante sulle posizioni assunte dagli Stati Membri. Nonostante vi sia un ampio riconoscimento sulla necessità di regolare il settore finanziario attualmente detassato e di imporre misure che possano al contempo ridare stabilità ai mercati e trasmettere un chiaro segnale ai cittadini europei sulla volontà dei Governi di far contribuire equamente il settore finanziario ai costi generati dalla crisi, il raggiungimento di un consenso europeo a 27 sembra ancora lontano per l’ostruzionismo posto da alcuni Stati Membri particolarmente sensibili agli interessi delle proprie lobby finanziarie che additano la TTF come una misura che inciderebbe negativamente sulla crescita e l’occupazione in Europa e che provocherebbe la fuga di capitali verso altre piazze di affari in cui tale tassa non verrebbe imposta. Argomentazioni su cui la stessa Commissione ha già fornito analisi che ne smontano la fondatezza e che verranno ulteriormente approfondite grazie ad ulteriori contributi tecnici che gli esperti della CE stanno predisponendo e che secondo quanto riferito dal Commissario Semeta, verranno presentati al prossimo working party o nella riunione informale dell’Ecofin. Segnaliamo inoltre un recente rapporto degli economisti Stephany Griffith-Jones e Avinash Persaud presentato al PE volto a dimostrare che l’effetto netto della TTF sul PIL sarà positivo (dando risalto alla riduzione della probabilità di crisi future), smontando quindi del tutto le preoccupazioni relative ad una riduzione della crescita e ad un calo occupazionale.

In Germania più difficile licenziare che in Italia

Posted by - keynesblog -
Mentre torna ad imperversare lo scontro sull’articolo 18, con il governo intenzionato ad incrementare la flessibilità in uscita, Paneacqua pubblica un’intervista a Piergiovanni Alleva, docente del diritto del lavoro presso l’Università di Ancona e ad Andrea Allamprese, docente di diritto del lavoro presso l’Università di Modena.

L’idea del governo esposta ieri ai sindacati sarebbe di adottare il “modello tedesco” in Italia, senza però considerare tutti i suoi aspetti.

Come abbiamo già detto diverse volte, in Germania le tutele per i lavoratori stabili sono de facto maggiori di quelle italiane, tant’è che l’OCSE assegna alla Germania un indice di protezione del lavoro (EPL) pari a 3, contro il misero 1,7 del nostro paese. Il meccanismo viene spiegato nei dettagli da Alleva e Allamprese e si caratterizza per il peso del sindacato sul processo decisionale. Un peso che appare in una certa misura “opprimente” per la stessa libertà d’impresa, almeno se giudicato con i parametri comuni nel dibattito pubblico italiano. Senza che ciò, va rilevato, abbia mai creato grossi problemi al sistema produttivo tedesco, da sempre tra i più competitivi del continente.

“Proprio nella Germania della Merkel – dice il professor Piergiovanni Alleva, – sulla tutela del lavoratore in caso di licenziamento le regole sono estremamente chiare [...] senza giusta causa il licenziamento è nullo. Il lavoratore resta al suo posto. Il sindacato, i consigli di fabbrica devono dire la loro, dare l’assenso, altrimenti non si muove foglia. Il datore di lavoro può ricorre al giudice presentando le sue ragioni per il licenziamento. Si chiama ‘motivo personale’. Come da noi, il giudice decide se ha ragione il lavoratore o il datore di lavoro, se riconoscere la sussistenza o meno di un ‘motivo personale’ che giustifichi il licenziamento.”

Conferma e specifica nei dettagli Allamprese:

“Il datore di lavoro deve notificare al lavoratore che intende licenziarlo, un preavviso di diversi giorni obbligatorio per legge. Al tempo stesso il licenziamento deve essere comunicato al Consiglio di fabbrica. Se il sindacato si oppone al licenziamento il lavoratore ha diritto di mantenere il posto di lavoro sino alla fine della controversia giudiziaria. Il licenziamento non ha efficacia anche se il datore di lavoro non ha seguito la procedura. Il Tribunale ordina il mantenimento del posto di lavoro in caso di licenziamento nullo o ingiustificato. Il licenziamento è considerato socialmente giustificato nel caso di provata incapacità del lavoratore a svolgere le mansioni cui è assegnato per gravi, meglio gravissime, inadempienze o per comprovate esigenze economiche dell’azienda. il giudice ha dei parametri precisi per accertare o meno l’esistenza del ‘socialmente giustificato’: nel caso in cui la motivazione non ci sia, reintegra il lavoratore che ha diritto a recuperare il salario eventualmente non percepito. Durante la verifica del giudice il lavoratore resta al proprio posto di lavoro. Questa normativa si applica nelle aziende con più di dieci dipendenti. [in Italia la soglia dell'art.18 è 15 dipendenti, ndr]“

Usa, voglia di banche pubbliche

Enrico Piovesana www.e-mensile.it
Come rimedio alla crisi, sia in termine di bilanci pubblici che di ricadute sociali su famiglie e imprese, ben diciassette Stati Usa hanno introdotto progetti di legge per istituire banche pubbliche statali sul modello dell’unica esistente nella federazione: la banca statale del North Dakota, fondata nel lontano 1919.

Dal 2008 a oggi, infatti, questo Stato del Midwest ha potuto utilizzate gli utili della sua banca pubblica, automaticamente incamerati nelle casse statali, non solo per mantenere il bilancio in pareggio, ma anche per garantire credito agevolato alle aziende locali in difficoltà, agli studenti soffocati dai debiti universitari e ai proprietari di case pignorate dalle banche.

Come si può vedere dal sito dell’organizzazione no-profit Public Banking Institute, gli Stati Usa che hanno avviato progetti legislativi per dotarsi di una banca pubblica sono California, Arizona, Hawaii, Washington, Montana, Illinois, Maine, New Hampshire, Massachusetts, Oregon, Idaho, New Mexico, Louisiana, Virginia, Vermont, New York e Maryland.

Seppure tempi e modalità di questi progetti di legge siano diversi da Stato a Stato, tutti si ispirano al medesimo principio di fondo: basta dare in gestione i budget statali (i proventi fiscali non federali) a fondi d’investimento privati di Wall Street che investivano quei danari pubblici in attività speculative all’estero; meglio usare quei soldi per capitalizzare una banca pubblica locale che sostenga l’economia locale, oltre che riversare gli utili nelle casse statali. I soldi della comunità rimangono nella comunità.

Particolarmente innovative le legislazioni di Hawaii e Arizona riguardo al fenomeno – sempre più diffuso negli Stati Uniti – delle famiglie che vengono espropriate delle loro case dalle banche private alle quali non riescono più a pagare il mutuo. La banca statale dell’Arizona rifinanzierebbe i mutui a condizioni agevolate per i proprietari delle case. Quella delle Hawaii acquisterebbe direttamente la casa su cui grava il mutuo per poi affittarla a chi ci abitava ad un equo canone.

Statalismo socialista, per gli strenui difensori della tradizione liberista americana. Una gestione più sensata e sociale delle risorse, per i politici locali americani – non certo si sinistra – che hanno proposto queste legislazioni.

Fonte: http://www.eilmensile.it/2012/03/12/usa-voglia-di-banche-pubbliche/

CHI HA INVENTATO OCCUPY WALL STREET

GIANCARLO BOSETTI - larepubblicait -
Occupy Wall Street ha qualcosa da dire alla politica di tutto il mondo, non solo alle piazze. Aveva cominciato la primavera araba, si erano aggiunti los indignados a Madrid e i giovani delle tende di Israele, chi abbattendo gli autocrati, chi criticando le democrazie. Si tratta di un «qualcosa», ha commentato il liberal Michael Walzer, «di cui non vedremo presto la fine»: la battaglia contro le crescenti ineguaglianze nelle nostre società. Non è una novità, spiegano economisti come Piketty e Stiglitz, il ciclo capitalistico all' inizio del XXI secolo ripropone i picchi di ineguaglianza dell' inizio del XX. Allora successero disastri, seguiti dalla grande correzione keynesiana e socialdemocratica, durata mezzo secolo. Questo movimento è riuscito a imporre alla politica una domanda: oggi chi la fa la correzione? E come ci sia riuscito lo si capisce bene se si legge questo Occupy Wall Street (Chiarelettere, pagg. 153, euro 9 ), di Riccardo Staglianò, un reportage da piazza Zuccotti e dintorni, da leggere senza interruzioni, come un unico piano-sequenza di un film frenetico: dialoghi, seminari, speranze, ideazioni, ritirate, tecniche di organizzazione e tecnologie di comunicazione. Una settimana vissuta con loro, gli inventori di Ows, da Vlad Teichberg, prima trader dall' altra parte della barricata poi creatore di Global Revolution tv, a David Graeber, l' antropologo dello start up teorico del movimento, da Marina Sitrin, avvocato della democrazia diretta, a Kalle Lasn, il direttore della rivista di critica culturale Adbusters, da cui è partita la scintilla. Staglianò insegue e interroga i protagonisti che ha scovato in rete, infilandosi nella community. Sono testimoni di una società orfana di quella classe media che aveva dato il tono alla società americana, sono la generazione che prova su se stessa come la fiducia nel sistema sia saltata: il credito agli studenti per finanziarsi l' università? Ti costa come quattro Bmw e non ti porta da nessuna parte. È diventato «zavorra mortale», spiega una delle performer di piazza Zuccotti, «tutto ciò che riuscite a ottenere è un bello stage, wow! Così, a 26 anni, vi trovatea lavorare per un' azienda...gratis. Wow, wow!». Ce la farà un movimento senza un leader e una organizzazione stabile? Jesse Jackson, in visita, ha commentato, con una battuta gelida, che «non avere un leader è un vantaggio perché non c' è nessuno da assassinare». Meglio forse un movimento senza martiri, ma l' ideologia e i programmi? «Pensare divertente», è una prima risposta. E poi? Dalle infinite riunioni e seminari in tenda, non si ricava un programma definito, ma una grande varietà di ispirazioni per colpire l' immaginazione, come gli indimenticabili aeroplanini di carta e i palloncini rossi davanti a Goldman Sachs e Morgan Stanley: «Basta welfare per le corporations». I più ottimisti si affidano all' ipotesi di una ideologia open source, di cui tutti possano servirsi, migliorandola. Il movimento «sta funzionando come un software», un' interfaccia che consente di estrarre informazioni da varie risorse della rete. Con la primavera (a New York tuttora si gela) la partita si riaprirà, ora si andrà a Liberty Square. L' autore di questa coloratissima perlustrazione ci trasmette una sincera meraviglia per la miscela tutta americana, «di candore e pragmatismo»: le tendenze più radicali trascolorano nell' happening, ma la politica non può non raccogliere la sfida. Chi e che cosa riusciràa condurre le nostre società verso un maggiore equilibrio? Nonostante le critiche, la Casa Bianca un segnale di «ricevuto» lo manda. «Adesso chiamatela pure "lotta di classe" se volete, ma chiedere a un miliardario di versare almeno le stesse tasse della sua segretariaè semplice buon senso per la maggior parte degli americani». È una battuta di Obama, indirizzata ai Repubblicani, e senza Occupy Wall Street non gli sarebbe riuscita così bene.

Žižek: L’epoca delle rivolte borghesi

di Slavoj Žižek, da internazionale.it - micromega -
Come ha fatto Bill Gates a diventare l’uomo più ricco d’America? La sua ricchezza non ha nulla a che fare con la produzione di software di qualità a prezzi inferiori a quelli della concorrenza o con uno “sfruttamento” più efficace dei suoi dipendenti (la Microsoft paga uno stipendio relativamente alto ai lavoratori intellettuali).

Il software della Microsoft continua a essere comprato da milioni di persone perché è riuscito a imporsi come uno standard quasi universale, monopolizzando in pratica il settore, quasi una personificazione di quello che Marx chiamava “intelletto generale”, riferendosi al sapere collettivo in tutte le sue forme, dalla scienza al know how pratico. Bill Gates ha di fatto privatizzato parte dell’intelletto generale ed è diventato ricco intascando i profitti.

La possibilità di privatizzare l’intelletto generale non era stata prevista da Marx nei suoi scritti sul capitalismo (soprattutto perché ne aveva trascurato la dimensione sociale). Eppure è proprio questo il nocciolo delle dispute odierne sulla proprietà intellettuale: mano a mano che nel capitalismo postindustriale il ruolo dell’intelletto generale – basato sul sapere collettivo e la cooperazione sociale – continua a crescere, la ricchezza si accumula in modo del tutto sproporzionato rispetto al lavoro speso per la sua produzione. Il risultato non è, come sembrava aspettarsi Marx, l’autodissoluzione del capitalismo, ma la graduale trasformazione del profitto generato dallo sfruttamento del lavoro in una rendita ottenuta grazie alla privatizzazione della conoscenza.

Lo stesso è vero per le risorse naturali, il cui sfruttamento è una delle maggiori fonti di rendita del mondo. C’è una lotta permanente su chi debba aggiudicarsi questa rendita, se i cittadini del terzo mondo o le grandi multinazionali occidentali. Paradossalmente, spiegando la differenza tra il lavoro (che nell’uso produce plus­valore) e altre merci (che consumano il loro valore nell’uso), Marx parla proprio del petrolio come esempio di una merce “ordinaria”, il cui consumo diminuisce al crescere del prezzo. Oggi qualunque tentativo di collegare l’aumento e la diminuzione del prezzo del petrolio alla crescita o al calo dei costi di produzione o al costo della manodopera utilizzata non avrebbe senso: i costi di produzione sono trascurabili rispetto al prezzo che paghiamo per il petrolio, un prezzo che in realtà è la rendita di cui i proprietari della risorsa possono disporre grazie alla sua limitata disponibilità.

martedì 13 marzo 2012

Margaret Thatcher ha vinto

di Olle Svenning - presseurope -
Il patto firmato all’inizio del mese reintroduce la spietata dottrina socioeconomica della lady di ferro. Stavolta però non è un governo democratico a imporla, ma lo strapotere della finanza e delle banche.

The Iron Lady, il film dedicato alla vita di Margaret Thatcher, dovrebbe essere vieto ai minori: solo le persone che hanno almeno 50 anni sono in grado di comprendere questa forte evocazione della vecchiaia e delle condizioni dell'esercizio del potere politico. Il declino prende forma in modo univoco e crudele una sera del novembre 1990 a Parigi, quando Margaret Thatcher, a 65 anni, dice addio al potere.

Il suo annuncio riveste in realtà un'importanza secondaria, poiché all'epoca i giornalisti erano andati a Parigi soprattutto per il primo vertice della Csce (Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa) dopo la caduta del muro. Il vertice aveva dimostrato che nella nuova Europa post-comunista non c’era più posto per il "piccolo nazionalismo britannico" di Margaret Thatcher. Anche il Regno Unito voleva essere europeo.

Durante un discorso alla confederazione inglese dei sindacati, due anni prima della caduta della lady di ferro, il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, aveva promesso un'Europa sociale che avrebbe difeso i diritti dei lavoratori e avrebbe garantito la piena occupazione. I militanti sindacali si erano alzati per intonare tutti insieme Frère Jacques in onore del loro salvatore. Durante i primi cinque anni del mandato di Jacques Delors, 12 milioni di posti di lavoro sono stati creati nell'Unione europea. In quel periodo l'eurofilia era un sentimento normale.

Che canzone intonerebbero oggi le confederazioni sindacali europee in onore di Herman van Rompuy, l'attuale presidente dell'Ue? Forse la canzone del suo compatriota Jacques Brel, On n’oublie rien ["Non dimentichiamo nulla"]. Oggi infatti l'Unione conta 17 milioni di disoccupati.

La settimana scorsa le organizzazioni sindacali di tutta Europa hanno manifestato contro il trattato fiscale dell'Ue, che raccomanda tagli drastici del piano sociale, accompagnati da riduzioni dei diritti e delle libertà civili. In questo modo l'Europa ha definitivamente seppellito l'ideologia sociale dello stato assistenziale, che era stata sostenuta tanto dai cristiano-sociali che dai socialdemocratici, i due grandi partiti europei.

L'abbiamo capito o no che ci prendono in giro?

Mondo arabo: per capirci qualcosa evitiamo i media
da fabionews
Con la nascita di AlJazeera e Al Arabia il mondo si è illuso che potesse finalmente essere diffusa l'immagine del mondo arabo con occhi diversi da quelli occidentali. Ma la storia di queste emittenti è molto diversa da (ad es) TeleSur (prima emittetnte latinoamericana che parla di latinoamerica, prima c'era solo la CNN in Spagnolo). Queste TV si stanno dimostrando un ulteriore strumento a servizio degli interessi occidentali che, nel mondo arabo, corrisponodno a quelli delle dittature dei petro-dollari che controllano gli Emirati. Già durante le "primavere arabe" hanno dimostarto di non essere per niente superpartes. Con la Libia ieri e il Bahrain e la Siria oggi dimostrano che rispondo agli stessi interessi delle TV occidentali, ripetono le stesse menzogne, colpiscono gli stessi obiettivi. Nessun interesse a fornire uno sguardo indipendente, nè a fornire le informazioni per aiutare a capire cosa succede realmente in questi paesi. Chi ci lavora l'ha capito ... e arrivano le dimissioni... e noi ??

L'abbiamo capito o no che ci prendono in giro?
L'abbiamo capaito o no che le TV e i media mainstream da tempo hanno smesso di "informarci" sulla realtà e hanno comnciato a creare in noi che li seguiamo la "realtà virtuale" più funzionale agli nteressi di chi li controlla?

I nostri media e purtroppo anche molti media "alternativi" (ieri ho scritto una
mail di richiesta chiarimenti a E-Mensile...) continuano a dipingere la
situazione in Siria come se fosse tutto chiaro: un regime dittatoriale che
reprime un popolo un rivolta. La realtà è molto più complessa.
Del Bahrain (articolo al fondo), visto che è difficile dipingere il popolo in rivolta come
dei "talebani" e visto che in quel caso il regime dittatoriale che reprime è
nostro amico ... non sappiamo nulla!!!
Ma continuiamo ad illuderci di essere informati...
Ciao, Fabio
Da megachip.info
Siria: intervista a Talal KhraisVenerdì 09 Marzo 2012 di Marco di Donato - www.osservatorioiraq.it
Nel tentativo di comprendere cosa
accade in questi giorni in Siria, ho deciso di rivolgere alcune domande al dott.
Talal Khrais. Giornalista laico e corrispondente in Italia del
libanese As-Safir, responsabile esteri di Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo*, e relazioni
internazionali per la sede sarda di Assadakh. Talal Khrais ha gentilmente risposto alle mie
domande, provando a descrivere da un punto di vista inedito la
situazione siriana. Grazie alle attività del suo centro infatti, ma
soprattutto grazie alla sua enorme esperienza sul campo, quest'intervista assume
un valore particolare.
Il dott. Khrais è infatti stato
recentemente in Siria e ci ha potuto descrivere, come pochi altri possono oggi
fare, come la situazione sia sul campo. Parlando con la gente, guardando ed
osservando le cose in prima persona può fornirci testimonianze dirette.
Ci ha spiegato cosa sta succedendo ad Homs e perché secondo
lui, che pur riconosce la legittimità della protesta pacifica, oggi ci troviamo
anche dinanzi ad una guerra fatta su procura dei poteri occidentali.
Cosa sta accadendo in
Siria in queste ultime settimane?
Frequento la Siria dal 1984. In
Italia si parla poco del fatto che questo paese è nell'occhio del
ciclone dal 1967, anno in cui Israele occupò vasti territori arabi. Per
far fronte alla superiorità militare di Tel Aviv, il governo di Damasco si alleò
con l’Unione Sovietica scegliendo un modello socialista per creare una base
socio-economica allargata ed un sistema di garanzie sociali.
Il regime credeva che sfamare la
gente e creare occupazione fosse sufficiente per rispondere alle esigenze del
popolo siriano.
Dopo la morte del padre Hafez al
Assad, il figlio Bashar ha fatto delle riforme economiche che hanno contribuito
alla crescita delle piccole e medie imprese, ma senza toccare l’art 8 che
garantiva il dominio del partito Baath al potere.
L’art. 8 è stato superato con il
referendum del 26 febbraio 2012 sulla nuova Costituzione prevedendo una chiara
partecipazione di tutte le forze politiche attraverso un inedito
multi-partitismo.
WORK
Nobody have the guts to attack it
They hope in the selling by date

lunedì 12 marzo 2012

Occhio al marketing dei bocconiani

di Alessandro Robecchi - il manifesto -
Gentili utenti. Terrorizzare un'intera popolazione con cose che fino a dieci minuti prima non aveva mai sentito nominare non è stato difficile. Farlo con mostri spaziali ed epidemie son buoni tutti. Ma esserci riusciti con lo Spread indica che la strada è tracciata. Ecco le prossime mosse.
Stunt - E' il differenziale tra le calorie ingerite da un cittadino della Corea del Nord e quelle ingerite da un italiano. Lo Stunt ha grandi margini di miglioramento. Titoli e telegiornali convinceranno gli italiani che mangiare ogni due giorni è possibile, anzi sano.

Spritz - Si tratta del differenziale tra il consumo di champagne di Briatore e il salario di un metalmeccanico. Il governo intende operare per mantenerlo altissimo e, se possibile, aumentarlo.

Furto - Con questo strano nome si definisce il differenziale tra i tassi che pagano le banche per i soldi presi in prestito dalla Bce (uno per cento) e i tassi che poi fanno pagare a voi per un mutuo (più del sette per cento). Per una convincente campagna di stampa volta al convincimento della popolazione, magari, meglio cambiargli nome.

Skog - Gli economisti indicano con questa sigla il differenziale tra il potere contrattuale di uno schiavo assiro-babilonese del 1500 a.C. e quello di un precario italiano del 2012. Lo Skog è attualmente in perfetta parità, ma il governo intende aumentarlo sensibilmente.
Sbam - Calcolato con uno speciale algoritmo, è il differenziale tra l'utilità di una grande opera come la Tav e le manganellate distribuite alle popolazioni locali per realizzarla. In questo momento lo Sbam è uno a diecimila, ma potrebbe aumentare.

Lsd - E' una speciale sostanza psicotropa distribuita ai maggiori esponenti del Pd per convincerli a sostenere il governo Monti.
Grazie per l'attenzione. Il nostro centro studi prosegue le sue ricerche. Nel ricordarvi che l'articolo 18 non è un tabù, vi diamo appuntamento alle prossime puntate.

Bruce Springsteen: Wrecking Ball



Alesandro Porteli -
Nei suoi momenti migliori, Bruce Springsteen ha saputo esprimere lo spirito radicale dei tempi. The Rising dava voce ai sentimenti del dopo-11 settembre; Wrecking Ball è il disco della Grande Crisi del terzo millennio, la crisi che ha distrutto le città e i rapporti sociali senza bisogno di bombe e cannoni, semplicemente con le armi della speculazione d’azzardo e del capitale finanziario: “Ci hanno distrutto le famiglie, le fabbriche, e ci hanno preso la casa; hanno abbandonato i nostri corpi sulla pianura, gli avvoltoi ci hanno beccato le ossa” (Death Comes to My Town).
La metafora portante, introdotta dalla prima canzone, We Take Care of Our Own, è New Orleans e l’uragano Katrina: la crisi attuale è come il momento terribile in cui i rifugiati dall’uragano erano ammassati del Superdome (il grande palazzo dello sport di New Orleans), lasciati a se stessi, senza soccorsi. Ci sono state violenza e morti, ma alla fine per sopravvivere hanno dovuto trovare un modo di stare insieme e di cavarsela da soli (non è semplice tradurre we take care of our own. Ce la caviamo da soli, ci aiutiamo fra noi, insieme ce la faremo… ). Come a New Orleans nell’uragano, è inutile aspettare che venga qualcuno a salvarci – non c’è nessun “arrivano i nostri”: “la cavalleria è rimasta a casa, non si sentono squilli di trombe”. Non dobbiamo contare che sulle nostre forze.

Terapia shock per la UE

intervista a Eric Toussaint - rifondazione -
Come descriverebbe lei il momento che attraversano alcuni Paesi dell’Unione Europea come la Grecia che hanno enormi debiti pubblici?

Si può paragonare la loro situazione con quella dell’America Latina durante la seconda metà degli anni ’80.

Per quali ragioni?

L’esplosione della crisi del debito in America Latina ha avuto luogo nel 1982. La crisi bancaria privata è scoppiata negli Stati Uniti e in Europa nel 2007-2008 e si è trasformata a partire dal 2010 in una crisi del debito sovrano dovuta principalmente alla socializzazione delle perdite delle banche private e alla riduzione delle entrate fiscali provocata dalla crisi. Nel caso europeo, così come in quello latinoamericano, vari anni dopo lo scoppio della crisi, ci troviamo in una situazione in cui i creditori privati e i loro rappresentanti si riuniscono per imporre le condizioni a tutti i governi.

Fanno pressioni su di loro perché attuino politiche drastiche di aggiustamento che si concretizzano in una riduzione della spesa pubblica e una riduzione del potere d’acquisto della popolazione. Ciò porta queste economie a uno stato di recessione permanente.

Però anche nei momenti peggiori l’America Latina non ha mai raggiunto il livello di debito che attualmente ha la maggioranza dei Paesi della zona euro, che supera il 100 % del PIL.

Il livello del debito europeo è impressionante. Nel caso della Grecia si tratta del 160% del PIL, e diversi paesi dell’Unione Europea hanno un debito che raggiunge o supera il 100% della loro produzione. È chiaro che ci sono delle differenze tra le due crisi, ma nella comparazione che faccio il livello di indebitamento non è un aspetto fondamentale.

Vuol dire che la sua comparazione si accentra sulle conseguenze politiche di queste due crisi?

È naturale. Quando paragono l’Europa attuale con l’America Latina della seconda metà degli anni ottanta, voglio dire che i creditori nel caso dell’Europa, ossia le banche europee e la Troika (FMI, BCE e CE) esigono dalla Grecia misure molto simili a quelle del Piano Brady, che colpì l’America Latina alla fine degli anni ’80.

Potrebbe spiegarlo più dettagliatamente?

Alla fine degli anni ’80 i creditori dell’America Latina -Banca Mondiale, FMI, Club di Parigi, il Tesoro USA e il Club di Londra per i banchieri- riuscirono ad imporre la loro agenda e le loro condizioni. I creditori privati trasferirono una parte dei loro crediti alle istituzioni multilaterali, e agli Stati tramite la titolarizzazione, cioè trasformando crediti bancari in titoli. Un’altra parte dei crediti bancari subì una riduzione e fu trasformata in nuovi titoli con un tasso d’interesse fisso. Il Piano Brady ebbe un ruolo importante sia nella difesa dei banchieri che nell’imposizione dell’austerità permanente. Il piano di salvataggio della Grecia è molto simile: si riduce lo stock dei debiti, ci sarà un interscambio di titoli con le banche europee rimpiazzandoli, come nel Piano Brady, con nuovi titoli. Le banche private riducono in questo modo i loro crediti con la Grecia (o Portogallo, Irlanda…) come lo avevano fatto con l’America Latina. Progressivamente e in modo massiccio, i creditori pubblici si predispongono ad esercitare un’enorme pressione per far sì che il rimborso dei nuovi titoli che possiedono le banche sia effettuato interamente. In questo modo la totalità dei fondi prestati alla Grecia andrà al pagamento dei debiti. Allo stesso tempo, questi creditori pubblici (la Troika) esigono un’austerità permanente in termini di spesa sociale dello Stato, di privatizzazioni massicce, di una regressione in materia di diritti economici e sociali mai vista in 65 anni (ossia, dalla fine della seconda guerra mondiale) e un abbandono sostanziale della sovranità da arte dei Paesi che hanno la disgrazia di aver bisogno di credito. In America Latina, questo periodo è stato definito «la lunga notte neoliberista».

Gaza grida al mondo

Michele Giorgio - il manifesto - controlacrisi -
«Non possiamo aspettare oltre», spiegava qualche giorno fa alla Casa Bianca il premier israeliano Netanyahu, giunto a Washington per strappare a Barack Obama il via libera ad un attacco aereo contro le centrali nucleari iraniane. E invece gli F-16 e i droni israeliani sono decollati verso Gaza, per colpire in modo ancora più devastante obiettivi che già prendono di mira a giorni alterni, spesso senza neppure la motivazione dei lanci di razzi palestinesi. Fanno il «loro dovere» i piloti israeliani e, intanto, si addestrano per missioni più audaci, sulla rotta di Tehran. I comandanti militari da parte loro si compiacciono per «la precisione» dei lanci di missili e bombe su Gaza. Poco importa se ogni tanto ci scappa il «danno collaterale», qualche civile innocente ucciso. Ormai chi si ricorda più dei pescatori palestinesi cacciati indietro dalle motovedette israeliane che entrano ed escono dalle acque di Gaza? Chi si cura delle migliaia di contadini della Striscia che non possono coltivare i campi all’interno della «zona cuscinetto» imposta da Israele? Vittorio Arrigoni ci raccontava tutto questo ogni giorno. Una mano assassina lo ha fermato.
Ci sono voluti 15 morti per far tornare l’attenzione sulla prigione a cielo aperto di Gaza e il suo milione e mezzo di detenuti-abitanti. E con essa la questione palestinese offuscata dalle rivolte arabe, dimenticata dai «fratelli arabi» e messa in soffitta dall’Amministrazione Usa. Appena qualche anno fa si diceva che solo la fine dell’occupazione israeliana dei Territori avrebbe portato la pace in Medio Oriente. Oggi solo gli attivisti internazionali non dimenticano i palestinesi. I primi ministri e i presidenti dell’Occidente fingono di non vedere, di non sapere. E si è affievolita pure la denuncia del governo di Hamas, anch’esso prigioniero a Gaza, intento a godersi il nuovo status che ha conquistato nella regione. Tace, colpevolmente impotente, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. E’ solo un ricordo sbiadito il sussulto che provocò tra la sua gente chiedendo (invano) lo scorso settembre all’Onu il riconoscimento dello Stato di Palestina, incurante dell’opposizione di Usa e Israele. Dopo è stato solo silenzio. I suoi sponsor occidentali ora lo ammoniscono dal riconciliarsi con Hamas, pena l’isolamento e la perdita delle donazioni internazionali. E dalla Casa Bianca gli fanno sapere di non aspettarsi passi americani in Palestina fino alle presidenziali. Perché, dopo, ci saranno?

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Patrizia Cecconi
Gli attacchi israeliani i silenzi dei media italiani
Dagli «Amici della Mezzaluna rossa palestinese» riceviamo: «Sono mesi che i droni israeliani volano bassi su Gaza e il mondo tace. Un ferito, un morto, due feriti… ogni giorno. E il mondo tace. Anche da Gaza fino a ieri hanno scelto la resistenza non violenta, e il mondo ha seguitato a tacere. Quattro militanti centrati dai missili israeliani e il mondo ancora tace.
La resistenza gazawi decide di rispondere con i kassam. Scelta infausta. Può darsi. Il mondo si accorge che a Gaza succede qualcosa. Israele prosegue gli attacchi, in poche ore uccide 14 persone e ne ferisce decine. Il nostro più informato organo televisivo (Rai news) finalmente parla, e cosa dice? Dice che Israele ha “risposto” al lancio dei razzi kassam! E’ ora di dire basta!
Poco fa è arrivata notizia che le armi dell’esercito israeliano sono armi non convenzionali, le vittime sono arrivate senza testa. I sanitari non capiscono come siano state uccise. Israele, mentre massacra i palestinesi, comunica a tutto il mondo che il diritto internazionale è carta straccia. Siamo tutti colpiti dalla minaccia israeliana, non possiamo più sopportare. Basta! Giornalisti democratici: non rendetevi complici».

(Patrizia Cecconi fa parte dell’Associazione Amici della Mezzaluna rossa palestinese)
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rifondazione.it - Massacro a Gaza
di Federica Pitoni
Mentre scriviamo continuano i raid israeliani nella Striscia di Gaza, iniziati nella giornata del 9 marzo. Ma più che di raid, sarebbe opportuno parlare di una strage di stato, iniziata con un omicidio premeditato.
Vi racconteranno che il raid è scattato come rappresaglia contro il lancio di razzi Qassam verso Israele. Ma la dinamica dei fatti non è questa. Non è questo l’ordine cronologico degli avvenimenti. E ancora una volta la stampa occidentale, seguendo i diktat di Israele, si copre di vergogna, narrando una verità distorta, omettendo, occultando, tacendo, travisando. Questa volta, come mille altre volte. Propaganda. Propaganda per negare l’ennesima aggressione e le responsabilità di un omicidio premeditato e di una strage studiata a tavolino.
Il Jerusalem Post del 10 marzo in un articolo ci racconta di un’«ondata di razzi palestinesi» e ci dice che «i terroristi palestinesi hanno lanciato più di 90 razzi, fra Qassam e Grad a più lunga gittata.

Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

di Jacopo Rosatelli, Madrid - Posted by keynesblog
Non è una novità: il diritto del lavoro è terreno di caccia per i detentori del potere politico-economico in tutta Europa. La «modernizzazione» delle relazioni fra lavoratori e impresa è un tassello fondamentale dell’impianto ideologico neoliberista e, dunque, rappresenta uno dei passaggi obbligati per qualunque governante che voglia ingraziarsi il Consenso di Bruxelles, ovverosia della destra egemone a livello comunitario. La cieca determinazione con la quale molti esecutivi continentali attuano la loro «politica di riforme» non ha nulla da invidiare a quella che pervadeva i pianificatori dei paesi del socialismo reale: il buon senso e l’evidenza della realtà non intaccano la fede nei dogmi delle religioni politiche. In Italia, i sedicenti «modernizzatori» dicono che occorre rimuovere l’anomalia rappresentata dall’articolo 18 (definito dal presidente della Camera «un reperto archeologico») per mettere il nostro Paese al passo con quelli più avanzati. Verrebbe da pensare, quindi, che laddove non è previsto il reintegro ci si goda i benefici di una legislazione del lavoro più «europea». E invece no: se non c’è il diritto al reintegro, l’obiettivo da colpire diventa la quota più alta d’indennizzo. Una volta eliminata quest’ultima, arriva il turno della successiva, e via scendendo in una corsa verso l’annullamento delle tutele che non conosce limiti. Un’efficace dimostrazione di ciò la offre la Spagna, dove, come nel nostro Paese, la «riforma» del mercato del lavoro è di stretta attualità. Giovedì scorso il Parlamento ha convalidato il decreto che il Governo conservatore di Mariano Rajoy approvò lo scorso 10 febbraio, che riunisce in sé misure che colpiscono al cuore i diritti dei lavoratori e aumentano notevolmente il potere dell’impresa. Vediamo quali.

1. La parte del leone la fanno le norme sui licenziamenti. In precedenza, se un licenziamento era dichiarato «ingiustificato», l’imprenditore poteva scegliere se reinserire il lavoratore o indennizzarlo con una cifra equivalente a 45 giorni di salario per anno lavorato, più lo stipendio corrispondente al periodo compreso fra il licenziamento e la sentenza. Ora il risarcimento è ben più magro: scende a 33 giorni per anno lavorato e scompare la quota corrispondente ai mesi trascorsi in attesa del pronunciamento del giudice. Ma c’è di più: sarà sempre più difficile che le espulsioni di lavoratori possano esser considerate «ingiustificate», perché cresceranno quelle dovute a «ragioni oggettive», legate cioè all’andamento economico dell’azienda. Il decreto, infatti, allarga di molto le maglie di questa tipologia: all’impresa basterà dimostrare la «diminuzione persistente del suo livello di entrate o vendite», ovverosia per un periodo di «tre trimestri consecutivi». Ciò significa che un’azienda che ha fatto e continua a fare profitti potrà, per il solo fatto di registrare un calo di vendite per nove mesi, licenziare «per ragioni oggettive» e quindi limitarsi a un indennizzo di 20 giorni per anno lavorato (e comunque non più di 12 mensilità).
HIS MASTER VOICE
…That stupid exhibitionist in the shooting spree by HIMSELF...

domenica 11 marzo 2012

Dall'Impero al fascismo globale

di Johan Galtung - www.serenoregis.org -
In The Fall of the US Empire-And Then What?* [La caduta dell’Impero USA – e poi?] un sottotitolo è: Fascismo USA o Fioritura USA?

Di fioritura sembra non essercene, con il Dow Jones che supera il limite 13.000, l’economia reale ancora per lo più malandata, i candidati Repubblicani che abbracciano il sistema economico che ha prodotto la crisi, e Obama che si rigioca il trucco retorico progressista che lo ha portato al potere nel 2008. Alla scadenza del medio termine nel 2010 si è svelato il bluff, con una slavina [elettorale, ndt]. Il movimento Occupare Wall Street (OWS) è alle sue prime tre fasi, consapevolezza-formazione, mobilitazione e qualche confronto; ma non ancora nell’effettiva lotta con una massiccia pratica nonviolenta di alternative.

Fascismo? Ce n’è una varietà nazionale e una globale, essendo questa seconda la politica estera di Obama, con elementi nazionali. Uno è il massiccio spionaggio dello stesso popolo USA; un altro è la legge annuale di Autorizzazione per la Difesa Nazionale, in cui all‘ultimo San Silvestro, “ben dissimulata, è stata ratificata con statuto legale l’esposizione dei cittadini USA ad arresto arbitrario senza susseguente beneficio d’assistenza legale, e a eventuale tortura e incarcerazione… Addio, habeas corpus”, scrive Alexander Cockburn in “L’uomo che sparò all’habeas corpus”, The Nation – 23 gennaio 2012. Un pilastro dello stato di diritto.

Uno iato fra discorso e azione è marchio distintivo di Obama. Una chiave al suo fascismo globale: invece di riconoscere i torti della politica estera USA, nasconde le sue uccisioni extra-giudiziarie mediante droni e JSOC (Joint Special Operations Command, Comando congiunto per operazioni speciali) in, forse, 120 paesi. Sotto copertura, CIA, meno nascoste, Pentagono; con scarso controllo parlamentare.

Che cos’è successo in quanto alla caduta dell’Impero USA?

Sta cadendo. Un impero utilizza élite locali per convogliare valore dalla periferia al centro. Tali élite sono ora malferme in molti luoghi come l’America Latina, spaventate in Africa, dubbiose in Europa-Asia, in azione contro gli USA in Cina-Russia. Il fascismo globale li aggira.

No tav in Europa: la situazione in Francia, Spagna, Germania e Inghilterra

- il Referendum - di Andrea Gentili
I no tav ci sono. Quel “cretinetti” che si arrampica sul traliccio, come recentemente lo ha chiamato Il Giornale di Sallusti, in un titolone in prima pagina, non è solo italiano. Formigoni ci ha illuminato con un suo video inchiesta personale mentre prepara il caffè, chiamando i no tav piccoli terroristi e “anarco-insurrezionalisti”. Mentre il governatore della Lombardia Formigoni ci offre il suo caffè, l’intera Europa sta lottando per il suo no tav. Le ferrovie ad alta velocità fanno parte di un progetto europeo di potenziamento delle reti infrastrutturali, ad esempio della connessione Lisbona-Kiev di cui la Val di Susa fa parte. Ma, progetto europeo a parte, sono numerosissimi gli Stati che hanno deciso di potenziare le proprie reti ferroviarie, installando linee ad alta velocità nel loro territorio. E, proprio come in Italia, per ognuno di questi progetti, scendono in piazza i cortei, le bandiere, i manifesti. Come nella Val di Susa, dove le contestazioni sono sfociate in barricate, in ostruzionismo. Bloccare il progresso per salvaguardare il territorio. Ma anche la moneta. Perché ognuna di queste nuove linee ha un costo di parecchi miliardi di euro. Entriamo nello specifico:

Francia: al di là delle Alpi, sono ben 6 le linee ad alta velocità operative. Si chiamano LGV, acronimo di Ligne à Grande Vitesse, di cui la metà passano per Parigi. Ma il progetto francese è quello di costruire nuove linee, e i cantieri sono già aperti. La più contestata è sicuramente la linea Limoges-Poitiers, che si dovrebbe allacciare all’altra nuova linea, in costruzione, Parigi-Bordeaux. 35 minuti per percorrere 130 km, a fronte di un’ora e 45 minuti con l’attuale collegamento. La politica della proteste è le solita, la stessa che in Italia: no alla linea ad alta velocità, sì all’ottimizzazione delle linee pendolari e al rinnovamento delle linee esistenti. E se in Italia ci sono amianto e urianio nascosti sotto terra a far paura ai valsusini, in Francia c’è il piombo, nocivo se inalato: questo infatti uno dei motivi del no alla LGV in un’altra linea in progettazione, che andrebbe da Bordeaux a Bayonne, e poi giù nei Paesi Baschi.

Germania: in Germania sono installate le linee ICE (InterCityExpress) molto meglio integrate con le linee tradizionali rispetto agli altri Paesi europei. Attualmente la lotta dei manifestanti no tav tedeschi si concentra tutta contro il progetto Stuttgart 21, annunciato per la prima volta nel 1994. Il nuovo piano prevede di trasformare la stazione di testa, costruita ai primi del 900 e considerata patrimonio storico nazionale, in una stazione di passaggio, di trasferire stazione e binari sotto terra, riducendo a 8 gli attuali 16 binari e di collegare la stazione alla tratta della nuova linea ad alta velocità che dovrà far parte della cosiddetta “magistrale” tra Parigi e Budapest. Ma, come in Italia, le proteste hanno trovato una dura repressione da parte della polizia.

Spagna: sole, sangria e alta velocità. In Spagna la rete ad alta velocità AVE (Alta Velocidad Española) comprende 4 linee che collegano Madrid a Siviglia, Barcellona, Toledo e Valladolid. Ma in corso c’è un opera di collegamento tra la capitale e Toledo, in Francia: nel pacchetto anche un tunnel di 40 km, per un costo complessivo di circa 10 miliardi di euro. Così nascono le manifestazioni basche, contro un’opera faraonica voluta dapprima da Zapatero e ora confermata dalla ministra per le infrastrutture Ana Pastor. Nel 2009 dopo un corteo di protesta di cittadini baschi, le forze dell’ordine sono intervenute a manganellate a far sgomberare i terreni che avrebbero ospitato i cantieri per la costruzione della linea.


Manifestante contro la High Speed 2 in Inghilterra

Inghilterra: Oltremanica, per strano che possa sembrare, non esiste una rete ad alta velocità che ricopri l’intero territorio. L’unica linea presente, la HS1 (High Speed 1)è quella che collega Londra alle TVG della Francia, con il famoso tunnel subacqueo che attraversa il canale della Manica. In cantiere c’è la HS2, la seconda linea ad altà velocità, un progetto ambizioso da 32 miliardi di sterline che collegherebbe Londra con Manchester e Leeds, ovvero con il Nord del Paese, più rurale e povero rispetto al Sud urbano e industrializzato. I cittadini di Londra Nord però non ci stanno proprio, perché la nuova linea transiterebbe in mezzo a un concentratissimo agglomerato di case. Inoltre secondo il comitato “No High Speed 2” il progetto non ridurrebbe le differenze tra Nord e Sud del Paese, in quanto i lavoratori di Manchester e Leeds si trasferirebbero ancora più volentieri a Londra a lavorare, peggiorando pure la sperequazione.

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