Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Francobolllo
Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta palestina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta palestina. Mostra tutti i post
venerdì 8 febbraio 2013
giovedì 24 gennaio 2013
Israeli Election: Time to bin Left and Right Terminologies
Wednesday, January 23, 2013
Gilad AtzmonBy Gilad Atzmon
Most commentators on Israeli politics fail to see that notions of Left and Right are pretty much irrelevant to the understanding of Israeli politics. Israel defines itself as the Jewish State and, as the years pass, Israel does indeed become more and more Jewish. Naftali Bennett, who, for a while, appeared to be the rising star of the current election, realised this all too well. He re-invented Jewish Home, a political party that celebrates the Israeli aspiration to fulfill his or her true Jewish destiny – He promised his followers that they can live as chosen’s in their Jew-only state, regardless of ethical or moral concerns.
But then most, if not all, Jewish participants in the Israeli political game are committed to the β€Jewish State’ dream. Of course they differ on some minor practical and pragmatic issues, but on the basics, they clearly agree. Here is an old Israeli joke: β€an Israeli settler suggests to his lefty friend β€Next summer we should put all Arabs on buses and get them out of our landβ€. Lefty: β€Okay, but make sure the buses are air-conditioned.β€
In Israel there are no hawks or doves. Instead, all we have is a mild debate between a few interpretations of Jewish tribalism, nationalism and supremacy. Some Jews want to be surrounded by towering ghetto walls – they like it, it’s cosy, it feels safe – others prefer to rely on the IDF power of deterrence. Some would support the excessive use White Phosphorous, others would like to see Iran wiped.
The assumption that there is political division in Israel is just a myth that the goyim are happy to buy into because it gives the impression of the possibility of political change and even spiritual transformation. But the grave truth is that, when it comes to the real fundamentals, Israelis are pretty much united: Labour leader Shelly Yachimovich and war criminal Tzipi Livni were both among those who rushed to support Netanyahu’s Operation Pillar of Cloud. Yair Lapid, the leader of the second biggest Israeli party, also identified as a centrist left, wouldn’t refuse a ministerial job by Benjamin Netanyahu. Meretz which, though a Zionist party, is the only Jewish party in Israel that has even a trace of ethical, universal thinking and values of equality, still comprises a mere 6 Knesset members out of 110 Jewish MKs.
So If we want to grasp Israeli politics, we need to bin our 19th century archaic terminologies of Left and Right and start to dig into the real culture and ideology that drives the Jewish State. Israel, with not a single Jewish party that encompasses empathy towards Palestinians in its political agenda, defies the very notion of universal equality. It is concerned solely with the interests of the chosen people and the results of the Israeli election confirms this. All we see is a vacuous competition between different Judeo-centric narratives.
The Wandering Who? A Study Of Jewish Identity Politics, the lobby, the power and Jewish 'progressive' spin in particular
lunedì 14 gennaio 2013
Israeliani cedono il loro voto ai palestinesi
Fonte: nena-newsglobalist.it | Autore: rossana zena
A poche settimane dalle elezioni politiche israeliane, il prossimo 22 gennaio, si fa largo sul web un movimento creato da un gruppo di palestinesi, israeliani ed internazionali che invita i cittadini israeliani alla "ribellione elettorale".L'idea che sta alla base di questa azione è semplice: i cittadini israeliani rinunciano al loro voto alle prossime elezioni a favore di un qualsiasi palestinese che vive in Cisgiordania, a Gaza o a Gerusalemme Est - sotto l'occupazione israeliana - e quindi non ha diritto al voto. Il manifesto del gruppo afferma: "Tutti gli uomini nascono uguali, questo si suppone sia un valore universale. Eppure, l'attuale legge israeliana ed internazionale non tratta i cittadini palestinesi e quelli israeliani allo stesso modo. Senza un sistema 'una persona un voto' Israele non può essere considerato uno Stato democratico. Assoggettare i palestinesi ad uno Stato in cui non sono cittadini a pieno titolo va contro i principi fondamentali della democrazia".
domenica 9 dicembre 2012
lunedì 3 dicembre 2012
Lo Stato di Palestina muove i primi passi
Presentate e approvate in Assemblea Generale le prime cinque bozze di risoluzione. Clinton choc: "Negoziati o Israele interverrà militarmente".
Betlemme, 1 dicembre 2012, Nena News - La Palestina non perde tempo e si mette subito al lavoro dallo scranno di Stato osservatore delle Nazioni Unite. Ieri la delegazione palestinese ha presentato in Assemblea Generale cinque bozze di risoluzione, subito approvate tra gli applausi delle delegazioni mondiali, scrosciati quando per la prima volta la presidenza ha dato la parola "allo Stato di Palestina".
La prima risoluzione, come spiegato da Riyad Mansour, ambasciatore palestinese all'Onu, chiede all'Assemblea Generale di prendere immediate misure per giungere alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, attraverso l'applicazione delle decine di risoluzioni Onu mai concretizzate, il congelamento delle attività coloniali israeliane in Cisgiordania e lo stop alla costruzione del Muro di Separazione. Ben 163 i voti a favore, sei i contrari, cinque le astensioni.
Gerusalemme è stata oggetto della seconda risoluzione (162 sì, 7 no, 6 astensioni) con la quale lo Stato occupato di Palestina ha chiesto di riaffermare che le politiche coloniali israeliane a Gerusalemme Est sono illegali.
La Palestina si rimbocca le maniche e tenta di far fruttare il voto di giovedì sera: "Non c'è modo per descrivere l'entusiasmo che l'Assemblea Generale ha provocato ieri", ha commentato Mansour, con in mente le centinaia di migliaia di palestinesi scesi in strada per festeggiare un riconoscimento giunto con un ritardo di 65 anni.
Immediata la reazione del governo Netanyahu, che in due settimane è stato costretto a digerire prima la tregua con Hamas e ora il sì dell'Onu allo Stato di Palestina. Piuttosto prevedibile la ritorsione: il Consiglio dei Ministri ha approvato la costruzione di tremila nuove unità abitative alle porte di Gerusalemme, all'interno della cosiddetta zona E1. L'obiettivo è la Grande Gerusalemme, dalla Città Vecchia al Mar Morto, includendo nei confini municipali l'imponente colonia di Ma'ale Adumim.
"Ci stanno provocando", la giustificazione del premier israeliano. "Stanno unilateralmente creando fatti sul terreno, violando il diritto internazionale", la risposta palestinese. Ieri Mansour ha apertamente accusato il governo di Tel Aviv di ritorsioni: l'annuncio della prossima e ulteriore espansione del mostro Ma'ale Adumim altro non è che un modo per punire l'iniziativa palestinese: "Se intendono davvero camminare verso la pace, il messaggio che danno è chiaro - ha commentato Mansour - Ancora una volta, la nostra mano è tesa, ma abbiamo bisogno che dall'altra parte lo spirito sia reciproco".
Un ritorno ai negoziati, quello proposto da parte palestinese, in risposta alle pressanti richieste statunitensi. Washington, bizzarramente, ritiene la richiesta all'Onu un atto unilaterale dimenticandosi della moltiplicazione delle colonie israeliane in Cisgiordania. E dimenticandosi che a buttare all'aria il tavolo dei negoziati fu Israele, nel settembre 2010, quando si rifiutò di estendere di altri dieci mesi il congelamento del progetto coloniale.
Ieri il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha però minacciato la Palestina di una possibile azione militare israeliana, in una dichiarazione choc: "Senza pace, gli estremisti si rafforzeranno e Israele sarà di nuovo costretto a usare la forza militare. Senza pace, l'inesorabile calcolo demografico costringerà Israele a scegliere se rimanere una democrazia o la patria del popolo ebreo". Nena News
sabato 1 dicembre 2012
Sessantacinque anni dopo: è Palestina!
- rifondazione -
Sono passati ormai sessantacinque anni da quel fatidico 29 novembre del 1947, quando il voto sulla spartizione della Palestina storica in due stati, permise il riconoscimento dello Stato di Israele, che un anno dopo entrò poi a far parte dei paesi membri dell'ONU. Oggi, a distanza di tutto questo tempo, la Palestina è stata riconosciuta come stato osservatore dall'Assemblea generale della stessa Organizzazione. Non si tratta del riconoscimento di uno stato autonomo e indipendente, ma sicuramente è un viatico determinante in prospettiva del raggiungimento di quella condizione.
Appena un anno fa, fu fatto il primo tentativo dallo stesso presidente Abu Mazen, che ovviamente non andò a buon fine. Perché questa volta la Comunità internazionale si è rivelata più "compatta" votando a maggioranza la decisione dell'Assemblea che ha dato l'esito favorevole con 138 voti (su 193), 9 contrari e 41 astenuti? Probabilmente sono più di uno i fattori determinanti che sono entrati in gioco. Contrariamente a quanto si può pensare, gli ultimi eventi nella Striscia di Gaza non hanno certamente avuto una ricaduta positiva sullo stato d'Israele. Per molti la reazione di Hamas avrebbe fatto indebolire lo stesso Abu Mazen, ponendo una brusca frenata nei confronti del processo di riconoscimento della Palestina, ma alla fine così non è stato. Anzi, potremo forse pensare che sia stata la stessa preponderante (e prepotente) forza del piccolo quanto agguerrito stato d'Israele, a far riflettere la Comunità internazionale su quelle che potevano essere le conseguenze di un permissivismo che avrebbe lasciato troppa libertà d'azione nella regione Mediorientale. Insomma, puntare all'Iran senza pretendere che gli stati Arabi e Mussulmani non muovessero un dito, oltre che un possibile rischio, francamente sembrava eccessivo... Questa volta non c'è stata la solita posizione filo-americana neppure in ambito Europeo, dove Francia, Italia, e Spagna si sono espresse favorevolmente, lasciando alla sola Repubblica Ceca il voto di contrarietà ed alla Gran Bretagna ed alla Germania quello dell'astensione. Complessivamente sono stati nove i Paesi contrari e 41 gli astenuti. Hanno votato contro Stati Uniti, Israele, Panama, Palau, Canada, Isole Marshall, Narau, Repubblica Ceca e Micronesia. Non possiamo non riconoscere ad Abu Mazen il coraggio e l'orgoglio dell'Uomo di stato che sapeva di giocarsi una carta unica, forse addirittura fondamentale per la sopravvivenza del suo Popolo. Con piglio e determinazione il presidente dell'ANP si è così rivolto alla Platea dell'ONU chiedendogli “un certificato di nascita” come stato: "La Palestina viene all'Assemblea Generale oggi perché crede nella pace e la sua gente ne ha un disperato bisogno. Il popolo palestinese in questi giorni bui guarda all'Onu con grande speranza per la fine delle ingiustizie e per un futuro di giustizia e di pace. Il si alla risoluzione che ammette la Palestina all'Onu come stato osservatore non membro è l'ultima chance per salvare la soluzione dei due stati”. Scontata l'ira di Netanyahu che non manca ovviamente di marchiare come "velenoso" il discorso di Abu Mazen, aggiungendo che "non sono le parole di chi cerca la pace". "Il mondo - secondo Netanyahu - ha visto un discorso sobillatore, di tono velenoso, pieno di propaganda menzognera verso le forze armate israeliane e i cittadini israeliani. Non è così che si esprime - ha rincarato - un uomo che anela alla pace. La risoluzione dell'Assemblea generale <è comunque priva di significato e non cambierà alcunché sul terreno>, ha affermato ancora Netanyahu, secondo il quale "i palestinesi hanno infranto gli accordi con Israele, e Israele agirà di conseguenza". Non potevano essere di tenore diverso le dichiarazioni rilasciate da Hillary Clinton, "il riconoscimento della Palestina come stato non membro non aiuterà Gaza e Israele a trovare un accordo di pace". Secondo il segretario di Stato americano, una "soluzione di lungo termine" nella regione si può trovare solo "attraverso trattative e negoziati". E l'Italia? Ci resta difficile non rimanere sorpresi dalla pur positiva decisione di votare a favore della Palestina. Il Premier Monti, "falco" ed amico di Obama, come può aver maturato o favorito questo pronunciamento? Forse sarebbe ora di ricordare che nel Nostro paese conta molto l'influsso di un altro piccolo Stato, anch'esso da tempo riconosciuto quale Stato osservatore all'Assemblea dell'ONU, come Città del Vaticano... La cattolicissima Italia non poteva, almeno in questa fase storico-sociale non "proprio florida", distaccarsi dalla "parola" della Santa Sede, che non ha mancato di far sapere "di aver seguito direttamente e con partecipazione i passi che hanno condotto a questa importante decisione, sforzandosi di rimanere al di sopra delle parti e di agire in linea con la propria natura religiosa e la missione universale che la caratterizza, nonché in considerazione della sua attenzione specifica alla dimensione etica delle problematiche internazionali". Cerchiamo di essere chiari: in un paese che brucia, privato di una coesione sociale, e affossato dalle politiche liberiste degli ultimi governi, sarebbe stato ingenuo perdere l'occasione di ricompattare il centro cristiano attorno alla "proposta" (politica) della Chiesa di Roma. Tutt'altra "atmosfera" si respira invece nella Comunità ebraica di Roma, dove lo stesso presidente, Riccardo Pacifici, non ha mancato di definire "l'evento" di ieri (29 novembre, ndr) come una vera e propria "doccia fredda", badando bene di aggiungere che in questo modo "E' stata sovvertita una rotta di anni per sceglierne un'altra filo araba. Siamo dispiaciuti e amareggiati". Si apre dunque, un cammino nuovo per la Palestina e il suo Popolo, ed è lo stesso portavoce dell'Autorità palestinese Nour Odeh ad indicarne la direzione: "Ci sono diverse tappe e procedure a cui lavoreranno i nostri dirigenti politici. La priorità è consolidare lo spirito di unità tra tutte le fazioni palestinesi. Dobbiamo incarnare questo spirito, tradurlo in azioni concrete, in riunioni e dichiarazioni positive. Abbiamo constatato l’efficacia di questo modo di agire durante l’aggressione contro la Striscia di Gaza. Questo spirito di unità si concretizzerà in riunioni al Cairo e a Doha l’anno prossimo. Poi dovremo ricostruire le nostre istituzioni democratiche". Risulta evidente che le ricadute interne sul processo di riconciliazione palestinese non potranno che trarne vantaggio. “I principali dirigenti di Hamas, compresi Khaled Mechaal e Nasser al Shaer, hanno dato il loro chiaro appoggio per l'iniziativa di Abu Mazen all'ONU”. Ad affermarlo è ancora Nour Odeh, sottolineando che "Tutte le fazioni palestinesi, compreso il movimento di Hamas e la Jihad islamica, credono che questa decisione storica metta il nostro paese sul giusto cammino e che permetterà di rafforzare il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione".
venerdì 30 novembre 2012
La Palestina esiste?
di Gennaro Carotenuto
Le responsabilità palestinesi -innegabili- sono una pagliuzza rispetto al trave delle colpe della comunità internazionale e al cinismo di Israele e degli Stati Uniti dello spingere l’avversario alla disperazione e da lì al terrorismo per far passare da vittima il carnefice. Le pietre della prima Intifada sono diventate bombe mentre la preda, buona parte della Cisgiordania, passava di mano. Quelle colonie che crescono ogni giorno di più sono la dimostrazione più evidente di una pre-politica battaglia per la terra, che si continua a combattere in quella regione. Vi è un passaggio interessante di quanto afferma in questi giorni Abraham Yehoshua nel passare dal considerare Gaza e la Palestina da «terrorista» a «nemico». Con inguaribile ottimismo spero possa essere il primo passo per uscire almeno dall’ipocrisia. È una guerra, asimmetrica, che i palestinesi stanno continuando a perdere.
Il voto di ieri dell’ONU, un passo avanti, non la soluzione, testimonia allora 22 anni trascorsi invano nell’ignavia della comunità internazionale di fronte alla sistematica annessione di territori palestinesi da parte di Israele smembrando quello che poteva ancora essere un territorio omogeneo e con un senso. Israele ha vinto e continua a vincere. Chi parla più oggi, chi può ragionevolmente parlare oggi di «diritto al ritorno» per i profughi, che pure il diritto internazionale garantirebbe? Insomma i palestinesi passano oggi dall’essere un «popolo senza stato» ad essere uno «stato senza territorio». Non so se è un passo avanti.
Il voto all’ONU fotografa però anche la fine definitiva della guerra fredda e della pretesa unipolare degli Stati Uniti di essere sovrani dell’intero pianeta nel delirio millenarista del fondamentalismo protestante. Se tanti paesi amici, spesso supini, come l’Italia, possono permettersi di dire a Washington che «sta sbagliando», la politica internazionale sta entrando davvero in una fase nuova. Quel multipolarismo che da più di un decennio vedevamo venire e abbiamo raccontato su queste pagine, descrivendo per esempio l’integrazione latinoamericana, venendo trattati come utopisti nel migliore dei casi e come estremisti nel peggiore, è una realtà.
Però per la Palestina è tardi e l’esistenza di un’entità statuale frammentata, senza economia possibile e dipendente dagli aiuti della comunità internazionale è solo un miraggio di indipendenza. I ragazzi della prima intifada, quelli che nella seconda metà degli anni ’80 tiravano pietre contro l’occupante, sono oggi dei quarantenni che hanno perso la gioventù nella bantustanizzazione del paese e hanno visto la propria gente separarsi fisicamente e non solo. Sono passati dal carcere, dal dolore, dall’odio, hanno visto uccidere i propri cari e a volte hanno ucciso. Una generazione perduta, non la prima, speriamo l’ultima.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
giovedì 29 novembre 2012
martedì 27 novembre 2012
Palestina. Giornata Internazionale di solidarietà
29 novembre, una data importante per la Palestina
di Federica Pitoni
Il 29 novembre è la Giornata Internazionale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall’Onu. La data scelta non è casuale: il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’Onu adottò la risoluzione 181, più nota come la Risoluzione della Partizione, con cui si stabiliva la creazione in Palestina di uno Stato ebraico e di uno Stato palestinese, con Gerusalemme corpus separatum sottoposta a un regime internazionale speciale. Come sappiamo tutti, la storia prese un’altra via e nella regione lo Stato Palestinese non ha finora mai visto la luce.
Mezzaluna Rossa Palestinese
Il 29 novembre è la Giornata Internazionale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall’Onu. La data scelta non è casuale: il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’Onu adottò la risoluzione 181, più nota come la Risoluzione della Partizione, con cui si stabiliva la creazione in Palestina di uno Stato ebraico e di uno Stato palestinese, con Gerusalemme corpus separatum sottoposta a un regime internazionale speciale. Come sappiamo tutti, la storia prese un’altra via e nella regione lo Stato Palestinese non ha finora mai visto la luce.
Il 29 novembre 2012 il Presidente Abu Mazen sarà all’Assemblea Generale dell’Onu per richiedere l’ingresso della Palestina come Stato non membro.
Un passo importante e non solamente formale che permetterebbe alla Palestina, tra l’altro, di avere accesso a diverse organizzazioni internazionali e di potersi appellare alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, portando Israele sul banco degli imputati per crimini di guerra e per le continue violazioni dei diritti umani e delle risoluzioni Onu. Una richiesta che, a differenza di quella di Stato membro, portata all’Onu sempre dal Presidente Abu Mazen il 23 settembre 2011, stavolta abbisogna della sola maggioranza semplice e ha quindi buone probabilità di venir approvata.
«Oggi le Nazioni Unite, e domani realizzeremo un altro passo avanti: la riconciliazione nazionale», ha dichiarato il Presidente Abu Mazen. Sono grandi le speranze del popolo palestinese di veder compiere finalmente passi in avanti verso quella riconciliazione davvero necessaria e non più rinviabile. Le divisioni tra le fazioni palestinesi non fanno che indebolire e rendere spesso vani tutti gli sforzi della lotta del popolo palestinese, mentre le condizioni di vita della popolazione, di Gaza soprattutto, ma anche della Cisgiordania, divengono sempre più pesanti. Tutto questo ha portato anche a molti malumori, che hanno rischiato più volte di degenerare.
Di certo chi assiste con compiacimento a queste divisioni è Israele, unica a trarre effettivo vantaggio da questa situazione, tanto da aver spesso soffiato su questo fuoco per alimentarlo in vari modi. La stessa tragica, terribile, ultima guerra a Gaza scatenata da Israele dà adito a molte letture, ma non sono pochi quelli che, conoscendo bene lo scenario, vedono anche in questa uno dei tentativi di Israele di isolare e indebolire l’Anp e il suo Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Una guerra che apparentemente non ha portato nessun beneficio allo Stato ebraico per come è finita, con una tregua che ha visto i militanti di Hamas dichiararsi vincitori, con una ricaduta interna - e in vista delle elezioni appare strano - che ha deluso l’elettorato della destra israeliana. Appare piuttosto singolare questo esito. A meno che… a meno che proprio il dar credito internazionale ad Hamas non fosse stato messo sul piatto della bilancia interna palestinese per indebolire Abbas alla vigilia del suo viaggio a New York. Israele di Natanyahu non vuole portare avanti trattative di pace con i palestinesi, non è disposta a concedere nulla, vuol mantenere l’attuale situazione, arrivare nel tempo a una annessione de facto della Cisgiordania, per questo preferisce avere un interlocutore come Hamas, al quale ora forse è disposta a concedere i riflettori. Una situazione quindi estremamente pericolosa per i palestinesi, che non devono cedere a nessuna lusinga apparente e non devono cadere nella trappola delle divisioni intestine, che da troppo tempo stanno minando la forza della lotta palestinese.
Da tempo, inoltre, sulla stampa internazionale è in atto una sorta di campagna stampa tesa a delegittimare l’Anp e la persona di Mahmoud Abbas. Intendiamoci, con questo non vogliamo certo attaccare le analisi critiche alla politica portata avanti dall’Autorità Palestinese e da Al Fatah. Se oggi ci si trova in questa situazione di impasse politico, non è certamente solo a causa delle trame israeliane. Fatah ha certamente compiuto anche degli errori, dei grandi errori, e sarà bene aprire un’ampia discussione su questo. Ma gli attacchi a testa basta, le allusioni continue a corruzione e addirittura collaborazionismo (eventi che se provati vanno sradicati con forza e senza esitazione dalla stessa Fatah), be’ questi attacchi a noi paiono frutto di miopia politica. Chiediamoci sempre a chi giova tutto questo. Alla lotta palestinese? No, certo. All’occupante, sicuramente. Non esitiamo a dirlo chiaramente: la regia di questi attacchi è a Tel Aviv. Chi ha a cuore la causa palestinese e cade in questa trappola, non fa un buon servizio alla causa stessa. Dopo di che apriamoci a ogni critica e discussione, critica e discussione che possono solo aiutare. Ma ricordiamoci che prima di ogni cosa tutte e tutti noi abbiamo una causa comune e questa si chiama Palestina. Giova a qualcuno oggi la debolezza di Al Fatah, dell’Autorità Palestinese? Noi crediamo proprio di no. Si apra quindi una fase nuova, che porti l’Olp tutto a un rinnovamento che lo renda più forte e si lavori, tutti uniti, a una riconciliazione con Hamas.
Gli errori del passato ci insegnino qualcosa: scelte politiche sbagliate hanno portato alla sconfitta di Al Fatah a Gaza e quindi alla vittoria di Hamas. Oggi si rifletta su questo. La posta in gioco è troppo alta e troppi sono 64 anni di occupazione, guerre e sangue palestinese versato. Dal 29 novembre si parta per un nuovo avvio che torni a vedere i palestinesi uniti nella lotta. Thawra hatta al nasri.
Federica PitoniUn passo importante e non solamente formale che permetterebbe alla Palestina, tra l’altro, di avere accesso a diverse organizzazioni internazionali e di potersi appellare alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, portando Israele sul banco degli imputati per crimini di guerra e per le continue violazioni dei diritti umani e delle risoluzioni Onu. Una richiesta che, a differenza di quella di Stato membro, portata all’Onu sempre dal Presidente Abu Mazen il 23 settembre 2011, stavolta abbisogna della sola maggioranza semplice e ha quindi buone probabilità di venir approvata.
«Oggi le Nazioni Unite, e domani realizzeremo un altro passo avanti: la riconciliazione nazionale», ha dichiarato il Presidente Abu Mazen. Sono grandi le speranze del popolo palestinese di veder compiere finalmente passi in avanti verso quella riconciliazione davvero necessaria e non più rinviabile. Le divisioni tra le fazioni palestinesi non fanno che indebolire e rendere spesso vani tutti gli sforzi della lotta del popolo palestinese, mentre le condizioni di vita della popolazione, di Gaza soprattutto, ma anche della Cisgiordania, divengono sempre più pesanti. Tutto questo ha portato anche a molti malumori, che hanno rischiato più volte di degenerare.
Di certo chi assiste con compiacimento a queste divisioni è Israele, unica a trarre effettivo vantaggio da questa situazione, tanto da aver spesso soffiato su questo fuoco per alimentarlo in vari modi. La stessa tragica, terribile, ultima guerra a Gaza scatenata da Israele dà adito a molte letture, ma non sono pochi quelli che, conoscendo bene lo scenario, vedono anche in questa uno dei tentativi di Israele di isolare e indebolire l’Anp e il suo Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Una guerra che apparentemente non ha portato nessun beneficio allo Stato ebraico per come è finita, con una tregua che ha visto i militanti di Hamas dichiararsi vincitori, con una ricaduta interna - e in vista delle elezioni appare strano - che ha deluso l’elettorato della destra israeliana. Appare piuttosto singolare questo esito. A meno che… a meno che proprio il dar credito internazionale ad Hamas non fosse stato messo sul piatto della bilancia interna palestinese per indebolire Abbas alla vigilia del suo viaggio a New York. Israele di Natanyahu non vuole portare avanti trattative di pace con i palestinesi, non è disposta a concedere nulla, vuol mantenere l’attuale situazione, arrivare nel tempo a una annessione de facto della Cisgiordania, per questo preferisce avere un interlocutore come Hamas, al quale ora forse è disposta a concedere i riflettori. Una situazione quindi estremamente pericolosa per i palestinesi, che non devono cedere a nessuna lusinga apparente e non devono cadere nella trappola delle divisioni intestine, che da troppo tempo stanno minando la forza della lotta palestinese.
Da tempo, inoltre, sulla stampa internazionale è in atto una sorta di campagna stampa tesa a delegittimare l’Anp e la persona di Mahmoud Abbas. Intendiamoci, con questo non vogliamo certo attaccare le analisi critiche alla politica portata avanti dall’Autorità Palestinese e da Al Fatah. Se oggi ci si trova in questa situazione di impasse politico, non è certamente solo a causa delle trame israeliane. Fatah ha certamente compiuto anche degli errori, dei grandi errori, e sarà bene aprire un’ampia discussione su questo. Ma gli attacchi a testa basta, le allusioni continue a corruzione e addirittura collaborazionismo (eventi che se provati vanno sradicati con forza e senza esitazione dalla stessa Fatah), be’ questi attacchi a noi paiono frutto di miopia politica. Chiediamoci sempre a chi giova tutto questo. Alla lotta palestinese? No, certo. All’occupante, sicuramente. Non esitiamo a dirlo chiaramente: la regia di questi attacchi è a Tel Aviv. Chi ha a cuore la causa palestinese e cade in questa trappola, non fa un buon servizio alla causa stessa. Dopo di che apriamoci a ogni critica e discussione, critica e discussione che possono solo aiutare. Ma ricordiamoci che prima di ogni cosa tutte e tutti noi abbiamo una causa comune e questa si chiama Palestina. Giova a qualcuno oggi la debolezza di Al Fatah, dell’Autorità Palestinese? Noi crediamo proprio di no. Si apra quindi una fase nuova, che porti l’Olp tutto a un rinnovamento che lo renda più forte e si lavori, tutti uniti, a una riconciliazione con Hamas.
Gli errori del passato ci insegnino qualcosa: scelte politiche sbagliate hanno portato alla sconfitta di Al Fatah a Gaza e quindi alla vittoria di Hamas. Oggi si rifletta su questo. La posta in gioco è troppo alta e troppi sono 64 anni di occupazione, guerre e sangue palestinese versato. Dal 29 novembre si parta per un nuovo avvio che torni a vedere i palestinesi uniti nella lotta. Thawra hatta al nasri.
Mezzaluna Rossa Palestinese
sabato 24 novembre 2012
La Striscia brucia: ecco l'incendiario
- Ilmanifesto -
di Manlio Dinucci
Jamal, un commerciante di Gaza, era fuori domenica mattina quando una potente testata israeliana a guida di precisione ha centrato la sua casa, sterminando la famiglia: nove persone tra cui quattro bambini di 2-6 anni. Tre generazioni spazzate via in un attimo. Oltre 5mila palestinesi sono stati uccisi in dieci anni dagli israeliani a Gaza, di cui 1.200 solo nel 2009, più altri 2mila in Cisgiordania. Dei 70mila rapiti, oltre 6mila, tra cui più di 400 bambini, sono ancora imprigionati. Un prezzo altissimo, considerando che la popolazione dei Territori palestinesi occupati è di 5,5 milioni.
Jamal, un commerciante di Gaza, era fuori domenica mattina quando una potente testata israeliana a guida di precisione ha centrato la sua casa, sterminando la famiglia: nove persone tra cui quattro bambini di 2-6 anni. Tre generazioni spazzate via in un attimo. Oltre 5mila palestinesi sono stati uccisi in dieci anni dagli israeliani a Gaza, di cui 1.200 solo nel 2009, più altri 2mila in Cisgiordania. Dei 70mila rapiti, oltre 6mila, tra cui più di 400 bambini, sono ancora imprigionati. Un prezzo altissimo, considerando che la popolazione dei Territori palestinesi occupati è di 5,5 milioni.
Ma non si muore solo per gli attacchi militari nel ghetto di Gaza e in quello di Cisgiordania, circondato dal Muro di 750 km. Si muore ogni giorno di povertà, per mancanza di cibo, acqua potabile, medicine. L'alternativa è scomparire o resistere.
I palestinesi resistono, rivendicando il diritto a uno stato libero e sovrano che, secondo la decisione delle Nazioni unite, avrebbe dovuto nascere 64 anni fa accanto a quello israeliano. In termini militari, però, l'armamento palestinese equivale a quello di chi, inquadrato da un tiratore scelto nel mirino telescopico di un fucile di precisione, cerca di difendersi lanciandogli il razzo di un fuoco artificiale. Sulla scia di Washington, la Ue condanna invece «il lancio di razzi da Hamas e da altre fazioni, che hanno iniziato questa crisi». E il ministro Terzi, spacciando i razzi per missili, sottolinea che sono «i lanci di missili all'origine della crisi» e che «la limitazione della forza da parte di Israele deve poggiare sulla sicurezza assoluta che i lanci di missili non si ripetano». Sceneggiata che sarebbe grottesca se non fosse tragica. La nuova crisi, volutamente innescata da Tel Aviv con l'assassinio a Gaza del comandante militare di Hamas, rientra nella strategia dell'asse Nato-Israele. Mentre i governanti statunitensi ed europei recitano sulla scena internazionale il ruolo dei moderati che cercano una soluzione pacifica al conflitto, la Nato sostiene sempre più le forze militari israeliane. Non a caso l'attacco a Gaza è iniziato il 14 novembre, il giorno dopo che si è conclusa in Israele la grande esercitazione congiunta Austere Challenge 2012, con la partecipazione di 3.500 specialisti statunitensi della guerra. Contemporaneamente nei cieli della Sardegna si sono intensificate, secondo varie testimonianze, le esercitazioni cui partecipano cacciabombardieri israeliani che usano la base di Decimomannu anche come scalo tecnico. In Sardegna, spiega un pilota, disponiamo di un'area più grande dell'intero Israele. E tra poco l'aeronautica israeliana disporrà di 30 velivoli M-346 da addestramento avanzato, forniti da Alenia Aermacchi. Così le incursioni su Gaza saranno ancora più micidiali. Il tutto rientra nel potenziamento della macchina bellica Nato/Israele nell'area mediterranea. Dagli Usa stanno arrivando altre unità navali e aeree per le forze speciali, che opereranno da basi sia sulla sponda nord (soprattutto Sigonella) che su quella sud (in Libia e altri paesi). Mentre il Pentagono annuncia che occorrono 75mila uomini da inviare in Siria, formalmente per impadronirsi delle armi chimiche prima che cadano in mano a Hezbollah. L'incendio di Gaza si allarga, spinto dallo stesso Vento dell'Ovest.
Il Manifesto - 21.11.12I palestinesi resistono, rivendicando il diritto a uno stato libero e sovrano che, secondo la decisione delle Nazioni unite, avrebbe dovuto nascere 64 anni fa accanto a quello israeliano. In termini militari, però, l'armamento palestinese equivale a quello di chi, inquadrato da un tiratore scelto nel mirino telescopico di un fucile di precisione, cerca di difendersi lanciandogli il razzo di un fuoco artificiale. Sulla scia di Washington, la Ue condanna invece «il lancio di razzi da Hamas e da altre fazioni, che hanno iniziato questa crisi». E il ministro Terzi, spacciando i razzi per missili, sottolinea che sono «i lanci di missili all'origine della crisi» e che «la limitazione della forza da parte di Israele deve poggiare sulla sicurezza assoluta che i lanci di missili non si ripetano». Sceneggiata che sarebbe grottesca se non fosse tragica. La nuova crisi, volutamente innescata da Tel Aviv con l'assassinio a Gaza del comandante militare di Hamas, rientra nella strategia dell'asse Nato-Israele. Mentre i governanti statunitensi ed europei recitano sulla scena internazionale il ruolo dei moderati che cercano una soluzione pacifica al conflitto, la Nato sostiene sempre più le forze militari israeliane. Non a caso l'attacco a Gaza è iniziato il 14 novembre, il giorno dopo che si è conclusa in Israele la grande esercitazione congiunta Austere Challenge 2012, con la partecipazione di 3.500 specialisti statunitensi della guerra. Contemporaneamente nei cieli della Sardegna si sono intensificate, secondo varie testimonianze, le esercitazioni cui partecipano cacciabombardieri israeliani che usano la base di Decimomannu anche come scalo tecnico. In Sardegna, spiega un pilota, disponiamo di un'area più grande dell'intero Israele. E tra poco l'aeronautica israeliana disporrà di 30 velivoli M-346 da addestramento avanzato, forniti da Alenia Aermacchi. Così le incursioni su Gaza saranno ancora più micidiali. Il tutto rientra nel potenziamento della macchina bellica Nato/Israele nell'area mediterranea. Dagli Usa stanno arrivando altre unità navali e aeree per le forze speciali, che opereranno da basi sia sulla sponda nord (soprattutto Sigonella) che su quella sud (in Libia e altri paesi). Mentre il Pentagono annuncia che occorrono 75mila uomini da inviare in Siria, formalmente per impadronirsi delle armi chimiche prima che cadano in mano a Hezbollah. L'incendio di Gaza si allarga, spinto dallo stesso Vento dell'Ovest.
mercoledì 21 novembre 2012
Israele contro Gaza: una “cupola di ferro” per difendere un popolo e una “colonna di nuvola” per distruggerne un altro
Israele sta usando i social media per spiegare la “moralità” della guerra che sta combattendo nella Striscia di Gaza
20 novembre 2012 - Rossana De Simone - peacelink -
Dopo sei giorni dall’inizio dell’operazione militare “colonna di nuvola”, a cui Israele ha voluto offrire una immagine biblica con particolare riferimento all’Esodo, Raji Sourani, Direttore del centro palestinese per i diritti umani con sede a Gaza, ha dichiarato: “Con l'Operazione Piombo Fuso abbiamo creduto che il mondo avrebbe risposto. Doveva. Ma ancora una volta, il diritto internazionale è stato ignorato”.
Secondo il direttore del quotidiano arabo"al Quds al Arabi". il conflitto in corso nella striscia di Gaza "sta provocando più paura tra i capi dello stato arabi che tra i cittadini israeliani". In un editoriale pubblicato oggi spiega che "il panico a cui stiamo assistendo non riguarda solo i coloni israeliani per i razzi lanciati da Gaza contro le loro città o Tel Aviv, ma pervade ora i cuori di tutti i governanti arabi senza eccezione, specialmente nei paesi che sono sotto pressione per le manifestazioni di protesta e per le possibili rivoluzioni, oltre che per i rapporti con l'occidente che custodisce i loro miliardi". Tuttavia, vi è stato un riavvicinamento tra il leader egiziano e quello turco a sostegno di Hamas, per cercare un cessate il fuoco che non sia troppo dannoso per l'organizzazione palestinese. Anche il passaggio di 500 attivisti egiziani con aiuti umanitari dall’Egitto verso Gaza sarebbe stato impensabile nel 2006 o nel 2008 con Mubarak, tanto che Debka file (sito israeliano specializzato in notizie di Intelligence), ha dovuto rilevare che le contrattazioni per un cessate il fuoco, si sono chiuse con un nulla di fatto quando Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, ha chiesto l’esclusione di Hamas dall’accordo che avrebbe visto insieme Stati Uniti, Egitto, Turchia e Israele. Fra l’altro, Erdogan, ha chiesto che fosse presente anche il presidente russo Vladimir Putin. http://www.debka.com/article/22539/Israel-launches-fresh-major-air-sea-attack-in-Gaza-after-Hamas-spurns-ceasefire-
Particolare invece la posizione del Qatar, l’agenzia di stampa iraniana Fars ha pubblicato un articolo che mette in relazione la visita a Gaza dell’emiro nell’ottobre scorso, con la capacità di Israele di individuare edifici e residenze di Hamas http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=9107119940 Un caso di spionaggio oppure è sincera la chiamata dell’emiro alla resistenza del popolo di Gaza contro Israele? http://www.presstv.ir/detail/2012/11/19/273197/qatar-calls-for-resistance-against-israel/
Vi è almeno una differenza rispetto all’operazione Piombo fuso del 2008 in cui morirono 1436 persone, questa volta Israele non conduce solo una guerra brutale come suo solito, e certamente il primo ministro israeliano "Bibi" Netanyahu non può non usare i suoi “giocattoli” (ma il sistema antimissile Iron Dome non sostituisce la diplomazia), ma una vera e propria guerra psicologica e dell’informazione. Nell’articolo “Israel pushes for “no war, no peace” state with Gaza”, si legge che gli attacchi devono colpire la resistenza e la volontà del popolo palestinese col fine di isolare Gaza. In questo contesto, continua l’articolo, la politica di assassinare i leader palestinesi compreso Ahmed Al Djaabari, può essere capito. Israele cerca di sfruttare i buoni rapporti fra l'Egitto, che è sotto il controllo dei Fratelli Musulmani, e Hamas. Il suo obiettivo è affidare all'Egitto il compito di convincere Hamas e altri movimenti di resistenza a mantenere una tregua a lungo termine con l'occupazione. Lo Stato ebraico vuole ostacolare il tentativo palestinese di ottenere l'adesione come Stato alle Nazioni Unite. L’articolo finisce con una nota: i timori esposti in questo articolo non negano il fatto che i movimenti di resistenza palestinese stiano conducendo una battaglia onorevole e unica nel suo genere. La storia potrà registrare che Israele non sopravviverà dopo la seconda battaglia di Gaza. Abbiamo esposto questi timori per spingere i leader palestinesi e arabi a riflettere attentamente sulle politiche israeliane. http://www.echoroukonline.com/ara/articles/148022.html?print&output_type=txt
L’operazione “colonna di nuvola” o di “difesa” è stata lanciata da Israele su Twitter e YouTube attraverso il video dell’uccisione del capo militare di Hamas Ahmed al-Jabari “il 14 novembre 2012 l'IDF ha mirato Ahmed Jabri, il capo dell’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza.
Jabri era un operativo di Hamas che ha prestato servizio col grado superiore nel comando di Hamas ed è stato direttamente responsabile dell'esecuzione di attacchi terroristici contro Israele in passato”.
http://www.huffingtonpost.com/2012/11/14/israel-defense-forces-twitter-youtube-ahmad-jabari_n_2130927.html
martedì 20 novembre 2012
Avram Noam Chomsky (* 7. Dezember 1928 in Philadelphia, Pennsylvania, USA) ist Professor für Linguistik am Massachusetts Institute of Technology (MIT), einer der weltweit bekanntesten linken Intellektuellen und seit den 1960er Jahren einer der prominentesten Kritiker verschiedener Aspekte der US-amerikanischen Politik.
The incursion and bombardment of Gaza is not about destroying Hamas. It is not about stopping rocket fire into Israel, it is not about achieving peace.
The Israeli decision to rain death and destruction on Gaza, to use lethal weapons of the modern battlefield on a largely defenseless civilian population, is the final phase in a decades-long campaign to ethnically-cleanse Palestinians.
Israel uses sophisticated attack jets and naval vessels to bomb densely-crowded refugee camps, schools, apartment blocks, mosques, and slums to attack a population that has no air force, no air defense, no navy, no heavy weapons, no artillery units, no mechanized armor, no command in control, no army… and calls it a war. It is not a war, it is murder.
When Israelis in the occupied territories now claim that they have to defend themselves, they are defending themselves in the sense that any military occupier has to defend itself against the population they are crushing. You can't defend yourself when you're militarily occupying someone else's land. That's not defense. Call it what you like, it's not defense.
Noam
Chomsky
Etichette:
agressione,
israele,
Noam Chomsky,
palestina
domenica 18 novembre 2012
Anonymus si schiera con Gaza.
Anonymous, infatti, ha lanciato una campagna, denominata #OpIsrael, che ha attaccato circa 700 siti istituzionali israeliani in segno di protesta contro la nuova offensiva dell'esercito di Tel Aviv.
L'attacco più eclatante è stato al sito del Ministero degli Esteri il cui database è stato cancellato dall'organizzazione pirata. Oltre a questo sono stati attaccati anche il sito di Kadima, il partito centrista che fa parte della coalizione di governo guidata da Netanyahu, quello della Banca di Gerusalemme e della città di Tel Aviv.
Molti di questi siti sono semplicemente inaccessibili mentre alcuni riportano delle immagini e dei messaggi a favore dei palestinesi. Uno di questi, ad esempio, riportava il messaggio: "Questo attacco è in risposta all'Ingiustizia perpetrata contro il popolo palestinese".
Anonymous, inoltre, sta cercando di dare supporto, come può, alla popolazione palestinese. Sul proprio account Twitter, infatti, l'organizzazione ha messo a disposizione il "Gaza Care Package", una sorta di pacchetto di salvataggio, che contiene informazioni in arabo e inglese in caso di caduta della connessione internet. Il pacchetto contiente anche informazioni su come evadere la sorveglianza dell'esercito israeliano ed istruzioni di primo soccorso.
Read more: http://it.ibtimes.com/articles/38490/20121117/israele-palestina-anonymous-gaza.htm#ixzz2CbG8zWQE
L'attacco più eclatante è stato al sito del Ministero degli Esteri il cui database è stato cancellato dall'organizzazione pirata. Oltre a questo sono stati attaccati anche il sito di Kadima, il partito centrista che fa parte della coalizione di governo guidata da Netanyahu, quello della Banca di Gerusalemme e della città di Tel Aviv.
Molti di questi siti sono semplicemente inaccessibili mentre alcuni riportano delle immagini e dei messaggi a favore dei palestinesi. Uno di questi, ad esempio, riportava il messaggio: "Questo attacco è in risposta all'Ingiustizia perpetrata contro il popolo palestinese".
Anonymous, inoltre, sta cercando di dare supporto, come può, alla popolazione palestinese. Sul proprio account Twitter, infatti, l'organizzazione ha messo a disposizione il "Gaza Care Package", una sorta di pacchetto di salvataggio, che contiene informazioni in arabo e inglese in caso di caduta della connessione internet. Il pacchetto contiente anche informazioni su come evadere la sorveglianza dell'esercito israeliano ed istruzioni di primo soccorso.
Read more: http://it.ibtimes.com/articles/38490/20121117/israele-palestina-anonymous-gaza.htm#ixzz2CbG8zWQE
TO THE GAZA CITIZENS
NOT our governments, NOT our news papers, NOT our T.V. all in Israel payrolls,
NOT our governments, NOT our news papers, NOT our T.V. all in Israel payrolls,
WE World’s citizens are with you
sabato 17 novembre 2012
venerdì 16 novembre 2012
lunedì 12 novembre 2012
La “Striscia” dimenticata dal mondo
- rifondazione -
di Franco Frediani
Ormai non fa più notizia, tanto che sembra quasi "una cosa normale", ma nella Striscia di Gaza si continua a morire! Tra giovedì 8 e domenica 11 novembre, 7 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle armi israeliane. La cronaca parla di vittime civili, giovanissime, tra le quali un ragazzino di 13 anni, Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, ucciso mentre stava giocando a pallone con i suoi amici nel villaggio di 'Abassan, a est di Khan Yunis; una lista "irricivebile" che si allungherà nel pomeriggio di sabato 10, con l'aggiungersi di altre quattro giovani vite: Mohammed Ussama Hassan Harara (16 anni), Ahmed Mustafa Khaled Harara (17), Ahmed Kamel Al- Dirdissawi (18 anni), e Matar ‘Emad ‘Abdul Rahman Abu al-‘Ata di 19 anni.
Pubblicato Lunedì, 12 Novembre
Ormai non fa più notizia, tanto che sembra quasi "una cosa normale", ma nella Striscia di Gaza si continua a morire! Tra giovedì 8 e domenica 11 novembre, 7 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle armi israeliane. La cronaca parla di vittime civili, giovanissime, tra le quali un ragazzino di 13 anni, Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, ucciso mentre stava giocando a pallone con i suoi amici nel villaggio di 'Abassan, a est di Khan Yunis; una lista "irricivebile" che si allungherà nel pomeriggio di sabato 10, con l'aggiungersi di altre quattro giovani vite: Mohammed Ussama Hassan Harara (16 anni), Ahmed Mustafa Khaled Harara (17), Ahmed Kamel Al- Dirdissawi (18 anni), e Matar ‘Emad ‘Abdul Rahman Abu al-‘Ata di 19 anni.
La loro unica colpa è stata quella di trovarsi in quel "pericoloso obiettivo militare" rappresentato dal campo di calcio "Mentar Hill", quando, dai veicoli dell'esercito con la stella di David, disposto al confine tra la Striscia e Israele, veniva aperto il fuoco dell'artiglieria. Come se non bastasse, gli aerei da guerra israeliani hanno completato l'opera, e tra sabato e domenica hanno aumentato il "lauto bottino" uccidendo due membri della resistenza palestinese, Mohammed Fu’ad ‘Obaid (22 anni), e Mohammed Sa’id Shkoukani di 18. A questi devono essere aggiunti altri 52 feriti, comprese 6 donne e 12 bambini. Più che probabilmente, nessuno si ricorderà mai dei nomi di questi ragazzi, ma ci premeva riportarli non per una sorta di vezzo informativo, quanto per sottolineare l'essenza della vita, l'esistenza caratterizzata da un nome e un cognome, quasi sempre lungo, tipico di quella cultura e di quei Popoli, che si è spenta, spezzata in modo brutale, improvviso e senza un motivo che possa valere una spiegazione riconducibile a qualcosa di UMANO! Le motivazioni(?) israeliane parlano di una risposta all'attacco condotto sabato scorso dalla resistenza palestinese contro un veicolo militare dello stesso esercito israeliano. Stabilire nel caso specifico se ci può essere una ragione plausibile per l'inasprimento di questa violenza è ovviamente difficile, (come sempre in questa annosa guerra) ma sicuramente non può che riportare all'argomento dell'amplificazione della risposta. Quattro militari armati fino ai denti e rimasti feriti in un attacco "nemico", possono giustificare l'uccisione di 7 giovanissimi ed il ferimento di altre 52 tra cui donne e bambini? Proprio Israele adotta questo sistema di rappresaglia inducendoci al ricordo di altre "tragiche epoche"? Ma la questione è comunque da approfondire in tante altre direttrici. In apertura abbiamo parlato di una sorta di "indifferenza", di qualcosa che porta persino i mezzi di comunicazione a non occuparsi più di questi tragici fatti. Si cerca di liquidare il tutto con un metodo semplicistico allucinante. Si cerca di trovare torti e ragioni che sviano sul dato di fatto più importante: la sproporzione delle condizioni e dei mezzi a disposizione delle "due parti in conflitto". Come afferma su Il Fatto Chantal Meloni, Ricercatrice e docente di Diritto penale internazionale, "Le due parti in conflitto non sono pari, e come tali non possono essere trattate, neanche dal punto di vista del diritto". Questo Israele l'ha sempre saputo, e si è comporta di conseguenza da sempre, in virtù di una tacita "benevolenza", per non dire complicità, della comunità internazionale. Se l'ONU non si pronuncia mai a favore di risoluzioni che portino ad un reale risultato in quella regione Mediorientale, la stessa UE non è mai stata da meno, dimostrando di avere un peso che definire scarso è davvero riduttivo; tra l'atro un'assenza di impegno probabilmente "voluto" (o "consigliato"..). Come riporta la stessa Agenzia di stampa per la Palestina, "Le Nazioni Unite hanno accusato Israele di ostacolare gli sforzi per la ricostruzione della Striscia di Gaza e hanno chiesto di porre fine all’assedio, ma quanto può essere credibile questa "presa di posizione" se non è appoggiata dal suo maggiore azionista, gli States di Obama? Sempre InfoPal, riporta che " Il quarto Comitato generale delle Nazioni Unite ha affermato che il compito di ricostruire la Striscia di Gaza è diventato più difficile per l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione) perché Israele è riluttante ad approvare proposte di progetti presentate dall’agenzia". Resta il fatto che lo sguardo è rivolto all'Iran, che può far paura per lo sviluppo della sua produzione di energia atomica (convertibile in "bomba"?), e non verso chi, ogni giorno, muore come un topo rimasto chiuso in una trappola "stretta e lunga" come la Striscia. Se per qualcuno, ormai, questa storia suona come un disco rotto, provi a riflettere e si ponga qualche interrogativo... C'è ben altro dietro al trattamento di favore che lo stato di Israele riceve, e non è certo riconducibile a ragioni etiche o morali. La potenza e la forza militare di questo "piccolo" stato è tale da collocarlo tra i primi al mondo, figuriamoci se può aver bisogno di aiuti o favori; senza dimenticare poi, che i favori non sono mai fatti "senza nulla chiedere". Potentati economici e finanziari, industria bellica, forza militare potente, sofisticata e logisticamente ben collocata: tre buoni motivi per garantire una copertura assicurativa di primordine. Altro che Diritto internazionale!
domenica 11 novembre 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)









