Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 1 settembre 2012

Ma impareremo mai qualcosa?

Prima Berlusconi, adesso le banche
di Paolo Banard
Ai tempi del Cavaliere io rimproveravo alle masse delle ‘belle anime’ travagliate e grillanti di aver creato nella figura dell’ex Premier un simbolo di Odioso Designato, fonte di tutti i mali dell’Italia, ma proprio tutti, peggio di lui impossibile. Dicevo alle masse enormi di sti stolti che puntare il dito in quella direzione gli impediva di vedere la reale e montante causa della catastrofe italiana (e non solo). Ok, ora sappiamo cos’è successo. Oggi accenderemmo ceri alla Madonna pur di non essere nelle mani della Fornero-ING, e di Monti-Sachs, più tutti gli altri. Pazienza, quella è andata.
Ma oggi un minore, seppur ugualmente agguerrito, numero di italiani consapevoli dell’orrore di questo Golpe Finanziario sta facendo esattamente la stessa cosa. Ora gli Odiosi Designati sono le banche. Tutti contro Bankenstein, e di nuovo tutti fuori target. Ma impareremo mai qualcosa?
Le banche, quelle commerciali sotto casa e quelle immense internazionali, non sono buone. Possono anche essere criminali, corrompono la politica, minacciano di fatto il bene comune. Cosa fanno? Sostanzialmente erogano crediti e fanno girare soldi di ogni sorta. Oggi c’è chi accusa le banche di aver causato una bolla d’indebitamento colossale, che ha devastato interi Paesi distruggendone le economie. Sbagliato, e giusto. Sbagliato è il verbo “causato”, perché nessuna banca al mondo può costringere qualcuno a chiedere prestiti o a comprare prodotti di risparmio truffa. Giusta è la devastazione, che c’è stata. E allora come stanno le cose?
La metafora perfetta per capire è quella dei Casinò. Non sono bei posti, sono spesso cause di rovine finanziarie, crimine organizzato, drammi personali. Ma può il Casinò costringerti ad andarci? No. E allora perché si va al Casinò? Per due motivi: A) perché si è presi dall’euforia dell’arricchimento e allora si va a scommettere i soldi di casa col sogno di raddoppiare il gruzzolo B) perché si è cronicamente a corto di soldi e allora si va a tentare la fortuna, chissà mai.
Con le banche è stata la stessa cosa. A) vi sono stati periodi dell’ultimo ventennio dove chi faceva affari ha voluto scommettere nelle bolle speculative di finanza pura, e vi ha gettato tutto se stesso correndo in banca a chiedere denaro per accatastare scommessa su scommessa, e ovviamente per un po’ l’euforia funzionò eccome. Le banche, che seguono le euforie come oche che vanno a bere, sono corse a chieder prestiti loro stesse per finanziare la bonanza generale, e hanno strafatto a loro volta. Ma questo perché milioni di individui e aziende ciucciavano crediti e prodotti finanziari come pazzi, nessuno li stava obbligando. E non mi si venga a dire che ci hanno infinocchiati vendendoci roba marcia come fosse garantita. Se si è così scemi da credere ai rendimenti da Befana, ce lo si merita il cetriolo nel didietro. Di nuovo: nessuno ci costringeva a essere grulli. Infatti poi è arrivato il crack. Ohh! Misnky! B) vi sono stati periodi, molti, cioè quasi di continuo dagli anni 80’ in poi, dove i governi hanno deciso che la spesa a deficit doveva rientrare, e, come spiega la Modern Money Theory, se il contenitore del governo chiude i rubinetti di spesa, per forza un altro contenitore, che quasi sempre è quello di aziende e cittadini, perde quei soldi e va in crisi. Ohh! Godley! E allora cosa fanno cittadini e aziende se il rubinetto del denaro governativo si strozza? Vanno per forza dalle banche a cercare quei soldi che il governo non dà più, nella speranza di rimettersi in piedi. Questi ultimi sono costretti, ma NON dalle banche, dal governo che vuole i pareggi di bilancio, che in macroeconomia significano SEMPRE un impoverimento di cittadini e aziende, spesso drammatico. Le banche sono oche scellerate che corrono dietro all’euforia, o che prestano da usurai a gente messa alla canna del gas dai governi.
Morale della favola: non puoi incolpare il Casinò se un tizio è ubriaco di azzardo e si gioca il patrimonio, o se un tizio è in bolletta e spera disperatamente di avere fortuna. La colpa non è delle banche Odiose Designate, è SOLO E SEMPRE della politica. La politica dovrebbe, nel caso A), regolamentare i giochi della finanza speculativa (banche) in modo severissimo, impedendo drasticamente le bolle euforiche che poi esplodono nel mondo; e nel caso B), la politica dovrebbe AUMENTARE E NON DIMINUIRE la spesa a deficit con una propria moneta sovrana per fornire al settore di cittadini e aziende la liquidità necessaria a tenerli il più possibile lontani dai debiti con le banche. Leggi Modern Money Theory.
Semplice. Ma tanto anche questa volta nessuno imparerà niente.

da Informare X Resistere

L'escalation dell'odio.

Per Zeus, ad Atene è caccia grossa
di Argiris Panagopoulos
«Mantenere la coesione sociale non sarà facile» il primo ministro greco Antonis Samaras è tornato da Parigi con questa convinzione e non si sbaglia. Atene ribolle, le piazze sono tornate a riempirsi. La protesta questa volta non è innescata dai tagli feroci imposti dalla troika, ma dal vento xenofobo che soffia violentemente nel Paese. Sono quasi 500 le aggressioni a sfondo razziale compiute in Grecia negli ultimi sei mesi e ormai hanno una cadenza quotidiana. La più feroce l'11 agosto quando un iracheno di 19 anni è stato assalito all'esterno di una moschea improvvisata di Atene, colpito più volte con un coltello, gravemente ferito, il giovane è morto poche ore dopo in ospedale.
L'ultimo episodio venerdì notte, ancora un accoltellamento, nel quartiere Agios Panteleimonas, nel centro degradato della capitale.
Un'escalation dell'odio che la comunità di immigrati di Atene, in maggioranza pachistani, non intende più subire. Venerdì allora si sono organizzati, hanno sfidato il caldo impossibile sfilando in corteo da piazza Omonoia fino a piazza Syntagma di fronte al parlamento, per denunciare gli attacchi razzisti e la politica della polizia, che tollera, se non protegge, le bande di neonazisti riconducibili al partito Alba Dorata i cui rappresentanti siedono in parlamento. Accusano il governo di chiudere gli occhi mentre si intensifica brutalmente la politica anti-immigrazione.
I rastrellamenti di Xenios Zeus Un politica avviata dall'ex ministro della Protezione del Cittadino, il socialista Chrisoxoidis, che aveva cominciato la caccia spedendo nei centri di identificazione ed espulsione, così li chiamano ma sono galere, gli immigrati senza documenti. E proseguita dal successivo governo di Samaras con la nuova operazione «Xenios Zeus». Che è un insulto alla storia e alla cultura del Paese: Xenios Zeus era nell'antichità il dio dell'accoglienza, protettore dei forestieri, la sua filoxenia, ospitalità, era sacra. Ora le operazioni di «Xenios Zeus», duramente criticate da varie organizzazioni non governative tra cui il Consiglio greco dei rifugiati, Amnesty International e Human Rights Watch, sono diventate un vero incubo quotidiano. A Patrasso, il porto degli attracchi internazionali passaggio per frotte di turisti, nelle isole di Mitilini (Lesbos) e di Symi nelle Cicladi, gli ultimi casi. Le denuncie dei partiti di sinistra, Syriza insieme al Kke, dicono che più di 10.000 immigrati sono stati fermati dalla polizia nelle ultime settimane ricevendo trattamenti disumani.
L'allarme OnuLa Grecia è una polveriera. Dopo l'allarme lanciato da Human Rights Watch, è arrivato anche l'appello delle Nazioni Unite che denuncia «un fenomeno dalle dimensioni inquietanti che sembra essere coordinato da gruppi e individui che dichiarano di agire in nome della sicurezza pubblica, mentre in realtà stanno minacciando le istituzioni democratiche» ha dichiarato Laurens Jolles, rappresentante del sud-est Europa presso l'Alto Commissariato per i rifugiati incontrando Nikos Dendias, ministro greco per la Protezione dei cittadini.
Nelle prossime settimane, secondo le previsioni del governo di Atene, si aspetta l'arrivo al confine con la Turchia di almeno 15.000 profughi siriani. Le guardie di frontiera lungo le rive del fiume Evros, nella regione nord-orientale del Paese, sono già in assetto.

da il manifesto

Noi apparteniamo al "mondo libero". You remember?

Noi siamo solo divertenti
di Claudio Messora
Bersani dice che lui è pronto a governare. Un giornalista gli chiede se questo non destabilizzerà i mercati. Lui risponde che “no, i mercati ci conoscono già. Abbiamo già governato in passato e io sono stato due volte ministro”. il giornalista è soddisfatto. Il pubblico davanti alla televisione anche.
Nessuno ha più nulla da obiettare se ad approvare il Governo di un Paese non siano chiamati i suoi cittadini, cioè gli elettori, ma “i mercati”. Gli italiani possono recarsi alle urne, ma solo per scegliere il candidato che “i mercati” vogliono eleggere. Altrimenti si fa come per i referendum in Europa: se vincono i no, la consultazione si ripete.
All’infinito, finché i sì non prevalgano.
La gerarchia della sovranità, nel dopo Monti, si riscrive così. Al vertice di ogni Paese si trovano gli speculatori, i grossi specialisti in debiti sovrani e tutto il mercato secondario. Immediatamente sotto ad essi si muovono le élite internazionali, che occupano le principali istituzioni europee, sia politiche che finanziarie.

Emanazione diretta di queste ultime sono i tecnici, i commissari incaricati di realizzare nei singoli parlamenti le decisioni assunte nei consessi privati. Poi vengono i politici vecchia maniera, ovvero il paravento costituzionale, preposti a legittimare con il loro voto scontato gli atti di indirizzo delle élite, e da esautorarsi a piacere se non obbediscono. Infine viene il popolo, cui attraverso la pantomima delle elezioni politiche si conferisce l’illusione di avere ancora una parvenza di potere, in una forma di governo ormai irrimediabilmente degenerata, che forse ha perlomeno il pregio di avere reso palesi meccanismi che prima erano meno appariscenti.
Noi non contiamo niente. Non siamo pericolosi. Siamo solo divertenti.

da Informare X Resistere

Quando meno significa meglio - Maurizio Pallante

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Maurizio Pallante.
La crescita è la causa della crisi, non la sua soluzione
"Un saluto a tutti gli amici di Beppe Grillo e a tutti gli attivisti del Movimento 5 Stelle, sono Maurizio Pallante, fondatore del movimento Decrescita felice. Vorrei parlare con voi delle nostre proposte per superare la crisi che stiamo vivendo, che è una crisi contemporaneamente economica, occupazionale, energetica e ambientale.
Un coro unanime che ripete che per superare questa crisi occorre rilanciare la crescita, peraltro senza riuscirci, sembra l’aspirazione di un impotente che desidera fare qualche cosa ma non riesce a farla. Noi riteniamo che la crescita sia la causa della crisi che stiamo vivendo e quindi non può essere la soluzione, perché non si può pensare di risolvere un problema rafforzando le cause che lo producono e diciamo che la crescita è la causa della crisi in entrambi gli aspetti in cui si manifesta, la stagnazione della produzione con la conseguente disoccupazione e dall’altra parte i debiti pubblici che in Italia hanno raggiunto il 120% del Pil e i debiti privati che si aggiungono ai pubblici.
La crescita è la causa della crisi che stiamo vivendo perché la crescita dell’economia comporta una crescita di offerta di merci continue, ma per fare crescere l’offerta di merci serve introdurre nei processi produttivi tecnologie sempre più performanti che riducono l’incidenza del lavoro sul valore aggiunto, cioè nell’unità di tempo queste tecnologie consentono di produrre sempre di più con sempre meno persone.
Ma se si produce sempre di più aumenta l’offerta di merci, se le persone che sono inserite nei processi produttivi sono sempre di meno diminuisce la domanda di merci, perché diminuisce il reddito con cui possono comprare le cose che vengono prodotte.
Per questo se diminuisce la domanda e aumenta l’offerta per mantenere un equilibrio nel corso degli anni si è fatto ricorso sempre di più al debito per sostenere la domanda.
Ecco, questa è una storia vecchia, non è una cosa che scopriamo adesso, il debito nasce con l’inizio dell’economia della crescita degli anni 60, quando le persone erano indotte a comprare tutti i nuovi oggetti che erano messi sul mercato dai cicli produttivi, facendo cambiali per poterli comprare.
Ora di fronte a una crisi che ha queste caratteristiche le politiche economiche tradizionali hanno dimostrato di essere impotenti, noi possiamo prendere anche tutti i più grandi professori di economia che abbiamo in circolazione, se questi professori di economia applicano le misure di politica economica tradizionali non ci aiuteranno a uscire dalla crisi, come sta dimostrando il governo Monti nonostante tutti gli annunci trionfali con cui era stato presentato.
Perché non sono in grado di risolvere la crisi le politiche economiche tradizionali? Perché se si lavora per ridurre il debito, siccome la domanda è fatta e basata in grande parte sul debito si riduce la domanda e si aggrava la crisi, se invece si vuole rilanciare l’economia bisogna aumentare la domanda e per fare questo bisogna aumentare i debiti.

Χαρυ Κλιν ο ανυπέρβλητος....!


Θεμα: ΕΜΠΡΟΣ ΛΟΙΠΟΝ, ΑΣ ΧΡΕΟΚΟΠΗΣΟΥΜΕ!

Ας βγούμε από το ευρώ και ας σταματήσουν να γίνονται εισαγωγές.
Και ας πεινάσουμε όπως προσπαθούν να μας πείσουν οι ξένοι και
οι έλληνες δοσίλογοι των καναλιών.

Όλοι λένε ότι θα σταματήσουν να γίνονται εισαγωγές,

αλλά έκατσε κανείς από εσάς να σκεφτεί τι ακριβώς εισάγουμε και τι ακριβώς να πάψει να έρχεται στην Ελλάδα;
Ας πάρουμε τα πράγματα από την αρχή:


-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε αυτοκίνητα.
Τότε να δείτε κλάμα που θα ρίξουν Γερμανοί και Γάλλοι που δεν θα ξαναπουλήσουν ούτε ένα αυτοκίνητο τα επόμενα χρόνια.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε γάλα, τυριά και βούτυρο.

Τότε να δείτε κλάμα που θα ρίξουν
τα φασιστόμουτρα οι Βέλγοι και οι Ολλανδοί.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε ξηρούς καρπούς από την Τουρκία.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε καρπούζια και σταφύλια από την Αφρική.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε σταφίδες από την Χιλή (αν είναι δυνατόν!)

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε σπορέλαια και άλλα γράσα.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε ρετσίνα από την Καλιφόρνια (θου Κύριε).

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε τις εκατοντάδες είδη από οινοπνευματώδη ποτά.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε τυριά, κονσέρβες, κέικ, ζαμπονάκια κλπ.


-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε
 κινητά, τηλεοράσεις, υπολογιστές και
τα χίλια δυο ηλίθια γκάτζετ που στραβώνουν τον κόσμο.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε
τα εκατοντάδες είδη καπνού, πούρων και άλλων δηλητηρίων.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε
τα μπατζάρια τουρσί από την Γερμανία (θεέ μου, θεέ μου).

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε τα δεκάδες είδη ξένων
γλυκών και σοκολατοειδών
που στέλνουν τα λεφτά μας στο εξωτερικό και
την χοληστερίνη στα ύψη.

-Θα σταματήσουμε να εισάγουμε

ρούχα, παπούτσια, παιχνίδια, και πληθώρα από άχρηστα είδη για το σπίτι
(μέχρι κόφτης για να κόβεις σε ίσια κομμάτια την μπανάνα υπάρχει!!!).

Ας επιστρέψουμε στην εποχή του 60.

Ας περπατήσουμε και πάλι ήσυχοι στον άδειο δρόμο.


Ας κοιμηθούμε το βράδυ χωρίς να ξυπνάμε

από τον κάθε αργόσχολο ηλίθιο που τριγυρνάει με το αμάξι
ακούγοντας
τουρκογύφτικα καψουρολαϊκά ή χαζά ραπ στην διαπασών.

Ας φάμε λιγότερο και ας χάσουμε

το υπέρβαρο λίπος μας.

Ας κάνουμε πάλι γιορτές-ρεφενέ.


Ας ξανακάνουμε αληθινούς φίλους,
αντί για τους ηλεκτρονικούς που έχουμε σήμερα.

Ξυπνάτε μαλάκες Έλληνες.


Έχουμε περάσει δια πυρός και σιδήρου.

Έχουμε δώσει τα φώτα του πολιτισμού στον κόσμο.

Έχουμε τσακίσει στον δεύτερο παγκόσμιο πόλεμο την ιταλική και γερμανική υπερδύναμη.

Και έχουμε καταντήσει σήμερα


να ζητιανεύουμε από τους κωλο-ευρωπαίους
 και να τους παρακαλάμε
να μας πηδάνε
ώστε να έχουμε βίντεο και κινητά.

Και από πάνω καθόμαστε και μας βρίζουν,

αφού δεν έχουμε πλέον ΚΑΘΟΛΟΥ αξιοπρέπεια.

Χάρρυ Κλυνν
 
ENI dog (MATTEI CASE) + Venice lion

venerdì 31 agosto 2012

L’Europa è una provincia

Raffaele Sciortino - democraziakmzero - sinistrainrete -

È da tempo che quasi ogni incontro dei vertici della Ue o della Banca Centrale viene spacciato come quello decisivo per la moneta unica giunta all’ultima spiaggia. Contano qui i ritmi parossistici e ultimativi dettati dall’informazione-spettacolo e dai “mercati”, ma anche una strategia di pressione che ogni volta di più deve ribadire le coordinate ammesse della scenografia della crisi. Sul banco degli imputati chi non vuole aprire i cordoni della borsa per “salvare” l’euro a rischio di riportare l’economia mondiale nelle secche della recessione; tutto intorno i questuanti della “periferia” europea che avendo imparato da bravi a svolgere i loro compiti a casa meritano di non essere immolati come la Grecia sull’altare dell’austerity proprio ora che hanno riscoperto la crescita; a lato lo zio d’America, saggio democratico e multiculti, che forse in gioventù ha vissuto un po’ troppo a credito ma ora riscopertosi verace keynesiano sta salvando il mondo con i più grossi stimoli monetari della storia se non fosse per… È possibile un’analisi di quanto accade restando dentro questo tipo di lettura semicaricaturale che va per la maggiore?

La riunione della Bce del due agosto ha rappresentato l’ennesimo momento di scontro e ridefinizione tra spinte contrastanti nel quadro di una crisi che è ben lontana dal vedere qualunque luce in fondo al tunnel. Ma per decifrarne attori e fattori determinanti bisogna disfarsi della narrazione che vuole l’eurocrisi come prodotto innanzitutto degli squilibri intraeuropei aggravati dall’egoismo di Berlino. Non che questo non c’entri ma la crisi è globale, è esplosa negli States e la strategia di Washington/Wall Street è stata ed è quella di spostarne l’epicentro via dal cuore dell’impero. Inutile parlare di finanza se non si parte dagli assetti determinati ed egemonici del sistema-mondo. Miope prendersela con Berlino – l’anti-merkelismo è oramai un asylum ignorantiae, a destra come a sinistra – se si volge lo sguardo via da Washington.

Il vero convitato di pietra dei vertici europei è infatti Obama che ha detto chiaramente che l’Europa è il problema. Non è (solo) un escamotage per far dimenticare agli elettori per le prossime presidenziali il fallimento del fu promesso change. È che l’economia statunitense è letteralmente incartata, probabilmente già in recessione, col patrimonio dei ceti medi sceso del 30-40% e nessuna prospettiva di ripresa dell’occupazione. La bolla è stata duramente pagata all’interno, eppure non è bastato, mentre l’effetto degli stimoli federali e dell’enorme liquidità immessa dalla Fed risulta a ogni nuova tornata sempre più flebile. Il keynesismo di soccorso alla finanza è miseramente fallito (i neo-keynesiani europei hanno le orecchie dure al riguardo). Se non si riesce a scaricare la crisi altrove le cose si mettono male. Di qui una duplice spinta convergente: da un lato le scommesse della finanza anglosassone contro i debiti sovrani europei, già gonfiati dai salvataggi statali delle banche, dall’altro le pressioni crescenti di Washington perché venga mutualizzato in qualche forma il debito europeo così da far attingere i mercati alle casse di… Berlino. Il debito si ripaga con il debito ipotecando gli asset altrui e manovrando con il dollaro moneta mondiale contro ogni potenziale rivale. Coi risvolti geopolitici del caso: rovesciamento della primavera araba e rinnovato patto con il sunnismo salafita, proxy war in Siria e venti di guerra sull’Iran (ma forse toccherà prima al Libano dove Israele potrebbe sfruttare il caos siriano per saldare i conti con Hezbollah), strategia pivot in Asia Orientale a evitare ogni “sganciamento” cinese dal doppio legame col debito Usa…

EPPUR SI MUOVE… Torna lo Stato imprenditore ?

 

Un’intervista a Susanna Camusso su l’Unità rilancia il dibattito intorno al ruolo dello Stato come imprenditore. Un segno inequivocabile che, almeno sul piano dell’egemonia culturale, il neoliberismo è finito e che nuovi spazi di riflessione considerati fino a ieri impronunciabili, seppure timidamente, si stanno aprendo. Da puntualizzare molte cose al riguardo: ad esempio, il rapporto che deve intercorrere tra intervento pubblico e beni comuni, tra controllo democratico e direzione dello sviluppo, tra Europa (neoliberista) e Italia…. affinché un nuovo protagonismo statuale non finisca col soddisfare gli obiettivi della ritirata strategica del capitale, annunciati, anche, nelle ultime pseudo-previsioni delle agenzie di rating.

«SOLO QUI IN ITALIA IL PUBBLICO È IL MALE»

De Cecco: il pubblico non è il male. . Tornare a un’interazione nell’economia mista «è un fatto positivo», ma vedo «alcuni limiti dello Stato»
(da L’Unità del 22-8-12)
«Tornare a parlare di un ruolo attivo dello Stato nell’imprenditoria è senz’ altro un fatto positivo, anche se c’è da dire che pur nella dissennata e lunga stagione delle privatizzazioni l’idea dell’intervento pubblico non è mai definitivamente tramontata. Ad esempio, è cronaca di queste settimane il ventilato ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale del Monte dei Paschi. Piuttosto, da osservatore di una certa età non posso fare a meno di evidenziare lo scostamento fra teoria economica e concreto comportamento dei governi e dei singoli che tanto spesso ha penalizzato il nostro Paese». Marcello De Cecco, economista con una lunga stagione d’insegnamento presso la Scuola Normale di Pisa, non nasconde il suo pessimismo. Pur nella condivisione di vari elementi del dibattito sulla presenza dello Stato nell’economia, iniziato con l’intervista a l’Unità di Susanna Camusso, i “conti” del professore abruzzese alla fine non tornano sempre per lo stesso motivo, il fattore umano.
Quali sono gli elementi concreti che non la convincono?
«Se parliamo di una presenza diretta dello Stato nell’attività industriale, posso cominciare con una battuta dicendo che rispetto all’Iri del 1933 adesso manca il duce… Per carità sia benedetta la democrazia, però un conto è il sacrosanto confronto parlamentare un altro è la perenne litigiosità dei partiti a cui siamo ormai abituati da decenni. Immaginiamo che questo governo, od uno futuro, decidesse di lavorare su un diretto intervento dello Stato nell’imprenditoria. Ne seguirebbe un putiferio di dibattiti, polemiche, accuse e controaccuse. Tutte cose non certo a beneficio del Paese ma di quella decina di soggetti forti, forse anche meno, che orientano giorno per giorno le speculazioni dei mercati. Fenomeni che abbiamo ben imparato a conoscere con l’altalena degli spread. Insomma, con tutta probabilità alla fine non se ne farebbe niente con il risultato di avere ancora una volta arricchito soggetti che si trovano fuori dall’Italia».

La proprietà (privata) non esiste, almeno per il 97%

di Tonino D’Orazio
Proudhon diceva che la “proprietà è un furto”. Il collettivismo storico ha ricondotto la proprietà nelle mani dello Stato. Tutta la proprietà, anche intellettuale, compresa la libertà di pensiero. Noi stiamo meglio? Lo stato borghese attuale ci propone libertà e proprietà. Ovviamente in termini molto labili. Possediamo qualcosa? Tralasciamo un attimo la libertà e seguiamo la questione “proprietà”:
Posseggo una casa ? Non è mia, anche se sembro averla comperata “da terra a cielo” già costruita. Ho pagato il notaio, se non i vari tecnici o uffici pubblici per accertarne e certificarne il possesso. Ho dato soldi e sacrifici alla banca che mi ha prestato i soldi, o una parte, con rimborso quasi sempre al limite dello strozzinaggio, prima era ventennale, ora sarà trentennale o forse più. Tanto non prestano più nemmeno al semplice cittadino. A meno che non hai da dare in pegno un valore dieci volte superiore al prestito. Se avevi, hai.
Le banche preferiscono prestare agli stati e scorticare il popolo per interposta persona. Il possesso vero è della banca finché non ho finito di pagare. Ma l’ICI (oggi IMU) la pago io, come proprietario potenziale. Se riesco a pagare il mutuo per vent’anni e non ce la faccio più per qualche anno rimanente, perdo tutto, capitale, interessi e possesso. Qualcuno, che i soldi già ce li aveva, se ne impossessa, ripagando tutto di nuovo. Nel periodo in cui mi è permesso crederci, il mio possesso viene rosicchiato da tasse varie, Isi, Ici, Imu, ricarico su dichiarazione Unico, condoni … Lascio perdere la manutenzione.
Qualcuno che aveva comperato fuori, in campagna, si è ritrovato anche con la salata tassa per alienazione dall’uso civico, (legge salica medioevale), non lo sapeva, il notaio non gliel’aveva detto, esisteva prima della riforma napoleonica del 1805, cioè quando si passò dall’onciario all’attuale catasto. A rischio anche terreni di “uso” religioso se in boschi o aree vicino a antichi monasteri. Il costo di alienazione è uguale. Pensate che alla vostra morte questa proprietà possa essere garantita in eredità? Ripagateci il 35% al valore attuale. In matematica equivarrebbe al 100% del prezzo di acquisto dopo la rivalutazione trentennale. Non potete? Ricominciate un mutuo. Dovete vendere? La filiera ricomincia e ridiventa un affare per tutti, banche, assicurazioni, stato. Non era né vostro, né dei vostri figli.
Il lavoro? Non lo posseggo, anzi mi possiede. Prima occupava almeno un terzo delle 24 ore giornaliere di vita, ora quasi la metà. Grazie al cellulare sono sempre in servizio. Mezzi di produzione moderna del fai da te: informatica e computer obbligatori. Turni in fabbrica sempre più massacranti e senza sosta. Persino la Chiesa ha perso la sacralità della domenica per la mercificazione del tempo e si arrabatta a spostare l’orario delle sue sacre funzioni.

L'agente segreto dei veleni di Stato

di Massimiliano Ferraro - altrenotizie - sinistrainrete -

L’affondamento nel Mediterraneo di vecchie navi mercantili cariche di rifiuti tossici e radioattivi è un capitolo della storia italiana ancora in buona parte oscuro. Un fenomeno dibattuto su cui tutte le ipotesi restano ancora plausibili secondo la logica. Le hanno chiamate navi dei veleni, ma per i governi che via via si sono succeduti fino ad oggi non sono mai esistite. Eppure secondo Francesco Fonti, controverso pentito di ‘ndrangheta, fin dagli anni settanta dei rappresentanti dello Stato avrebbero trattato con la malavita le condizioni per fare sparire illegalmente scorie e veleni scomodi. Confessioni le sue che nel 2005 hanno aperto scenari impensabili e dolorosi ai quali si è infine deciso di non tenere conto.

Siamo in Italia, il paese dei segreti inconfessabili, dove si è abituati a camminare in equilibrio sul filo sottile che separa la dietrologia dalla vergogna. Tuttavia, vent’anni dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, di cui ancora si scoprono agghiaccianti verità nascoste, le parole di Fonti meriterebbero una rinnovata attenzione da parte della magistratura e dei media. Se fosse tutto vero, quante e quali navi tossiche sono state affondate nei nostri mari? Per ordine di chi?

Forse è ancora possibile provare a risalire a qualcuno che conosce la risposta a queste e ad altre domande: un uomo alto circa un metro ottanta, sui sessant’anni, che quando ne aveva trenta di meno aveva un fisico atletico e una chioma di capelli castani ben pettinati all’indietro. Non sappiamo il suo vero nome, ma conosciamo lo pseudonimo con il quale era noto alla segreteria del Servizio Segreto Militare: Pino. È lui la persona da cercare, quello che sa, il rappresentante dello Stato nell’affare miliardario dello smaltimento illecito dei veleni.

Oggi l’agente Pino potrebbe essere un normale pensionato, pagato a peso d’oro con quella che nei servizi segreti chiamano “indennità di silenzio”. Oppure, chissà, questo mister X che nemmeno gli attuali vertici dell’intelligence sono riusciti ad identificare, si aggira ancora nei corridoi di quei palazzi del potere che sono stati gli unici testimoni dei più torbidi intrighi della Repubblica. Protetto, intoccabile, inidentificabile. Perché «il traffico di rifiuti se non ha delle connivenze istituzionali non può andare avanti. È un traffico fatto da multinazionali, da governi e non da trafficanti». Parola di Francesco Fonti.

«Devo parlare con Pino». Aprile 1978, l’Italia è sconvolta dal sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Nei lunghi giorni che precedettero l’assassinio dello statista, Francesco Fonti sostiene di essere stato convocato in Calabria dai vertici della sua cosca, i Romeo di San Luca. L’ordine è preciso: deve andare a Roma perché la Democrazia Cristiana calabrese vuole che si faccia qualcosa per liberare Moro. Sprazzi foschi di storia italiana che si intrecciano in quell’occasione con la vicenda delle navi dei veleni. All’hotel Palace di via Nazionale, Fonti dice di aver incontrato alcuni agenti dei servizi segreti. C’era un tizio tra loro, un certo Pino, che sarebbe diventato da quel momento in poi il referente della mafia calabrese nell’indefinibile intreccio con il mondo degli affari e della politica nel business delle navi a perdere.

 

giovedì 30 agosto 2012

L’intramoenia??!!

Privatizzare la sanità? Diciamo addio ai diritti
di Ivan Cavicchi
In una stanza di un grande ospedale pubblico di Roma, due letti, un malato è assistito in intramoenia cioè paga come se fosse in una clinica privata e come se il suo medico curante fosse un libero professionista; l’altro è assistito o dovrebbe essere assistito solo perché ne ha o ne avrebbe diritto. Il primo ha saltato qualsiasi lista di attesa ed è seguito con particolare solerzia il secondo ha dovuto fare una lunga trafila, paga il suo diritto con le tasse e chi lo cura deve tenere conto dei budget, dei vincoli, delle restrizioni, degli standard ecc. Il primo può ricevere le visite dei suoi parenti a qualsiasi ora del giorno, il secondo no. Il primo al pomeriggio prende il the con i pasticcini il secondo guarda. Milioni di malati si rivolgono ogni giorno ai centri di prenotazione per curarsi, i tempi delle liste di attesa sono spesso irragionevoli, molti di loro optano per l’intramoenia e mettono mano al portafoglio. Questa è quella che si chiama “libera professione intramoenia” istituita nel ’99 con la riforma Bindi, scritta dall’attuale ministro della salute Balduzzi, che a quel tempo curava gli aspetti giuridici di quella riforma, risultato di un accordo con i sindacati medici ospedalieri che accettavano di essere sottopagati dal pubblico ma con la facoltà di rifarsi sul privato cittadino.
L’intramoenia è un modo per far pagare ai cittadini parte della retribuzione di un medico e per fare incassare alle aziende una percentuale sui loro guadagni. Essa sino ad ora è stata uno dei fattori più potenti del processo di privatizzazione della sanità pubblica. Ma quando soldi e medici si incontrano non è infrequente degenerare nella speculazione. Resto dell’idea che la professione medica debba essere redditizia ma non lucrativa anche se una commissione di inchiesta del Senato proprio sull’intrarmoenia ha scovato una tale quantità di abusi da dimostrare che in questo caso il lucrativo prevalere sul redditizio.
Sempre sull’intramoenia i Nas, indagando su una piccolissima parte del sistema sanitario, hanno denunciato 365 medici per aver preso denaro dai malati per visite effettuate per conto delle aziende ospedaliere e per aver dirottato pazienti nei propri studi privati (quotidianosanità.it 17 febbraio).
Per non parlare dell’evasione fiscale che nel caso dell’intramoenia sembra essere la regola.
Ebbene nonostante tutto questo, malgrado tutto questo, un comunicato del Consiglio dei ministri del 25 agosto ci informa che bisogna incentivare la libera professione intramoenia per accelerare la privatizzazione della sanità pubblica. La foglia di fico per coprire le vergogne, dice il ministro Balduzzi, è la “trasparenza”. Pensare di risolvere il pantano dell’intramoenia con la “trasparenza”, per chi conosce la sanità italiana, è ridicolo. L’intramoenia si è rivelata alla prova dei fatti un grave errore. Essa andrebbe abolita ma essendo una forma della retribuzione dovrebbe essere ricontrattata e riconvertita in ben altre forme salariali e legata a ben altri condizionali. Ma nessuno ha il coraggio di fare questo discorso.
Oggi il governo Monti al contrario vuole usarla con indubbia trasparenza per privatizzare da dentro il sistema quindi senza smontare niente, ribaltando i due presupposti di partenza della riforma Bindi: 1) nel servizio pubblico l’attività privata e quella pubblica non sono più incompatibili ma contigue; 2) il rapporto di lavoro del medico nei confronti del pubblico non è più esclusivo, cioè a tempo pieno, ma diventa la somma di un doppio tempo parziale rispetto al pubblico e al privato. Cioè si torna indietro almeno di trenta anni. Devo ammettere sconsolato che l’idea di servirsi della cupidigia come se fosse un cavallo di troia per far fuori il servizio pubblico, è geniale quanto diabolica. Perchè è una idea che purtroppo funzionerà. Per farla fruttare il più possibile in autunno, con il patto per la salute, basterà ridurre le prestazioni di diritto cioè costringere la gente a pagarsi quote sempre più crescenti di assistenza pubblica.
Ma non basterà. C’è un’altra operazione subdola alla quale con tutta probabilità prima o poi si ricorrerà, per smantellare quello che resterà del servizio pubblico, ed è quella del ritorno alle mutue. Anche questo sarebbe permesso da una norma a dir poco incauta, della riforma Bindi. Tale norma ha sdoganato le mutue precedentemente e perentoriamente cancellate dalla riforma del ’78. Ritornare alle mutue significa dare la possibilità ai cittadini forti, cioè quelli che appartengono a categorie sociali con più reddito, un lavoro e un contratto, di avere doppie assistenze accentuando l’ingiustizia a spese dei cittadini più deboli ai quali dovrà bastare un sistema pubblico residuale. Con le mutue, ad esempio, le spese private per l’intramoenia potranno essere rimborsate. Non mi meraviglia, quindi, leggere dai giornali che la Legacoop entri improvvisamente in campo proponendo mutue integrative, e che sia nata Confcooperative per lanciare il welfare integrativo e che la Bocconi, veda nei fondi integrativi il suo nuovo business.
Mi colpisce tuttavia una grottesca coincidenza: la Germania ha appena varato una riforma sanitaria per sanare il deficit delle sue mutue. Cioè ha fatto quello che abbiamo fatto noi trent’anni fa e che inesausti di fallimenti, vorremmo ripetere per non cambiare mai. E già perché oggi come ieri privatizzare la sanità, cioè curare non secondo il diritto ma secondo il reddito, in qualsiasi modo lo si voglia fare, è grottescamente e cinicamente un modo per far pagare ai cittadini il prezzo del non cambiamento.
ilfattoquotidiano.it

“Nichi, lascia perdere il Pd. Costruiamo insieme l’alternativa”

“Nichi, lascia perdere il Pd. Costruiamo insieme l’alternativa”
Intervista a Giovanni Russo Spena - rifondazione -
di Nicola Mirenzi
«In questo momento sarebbe necessaria una politica radicalmente contro il montismo. E l’accordo tra Vendola e Bersani non va in questa direzione». Giovanni Russo Spena, responsabile del dipartimento giustizia di Rifondazione comunista, crede che un polo alternativo al governo dei tecnici si possa mettere insieme con Sel, l’Idv, la Federazione della sinistra, i sindacati più battaglieri e tutti gli altri movimenti che attraversano la società italiana.
Vorrebbe rifare l’Arcobaleno?
No, si tratta di costruire un progetto politico comune nel paese. Non una fusione tra gruppi dirigenti, ma un costruzione dal basso. Come è stata Syriza in Grecia, il Front de Gauche in Francia. Contro le politiche neoliberiste, contro il razzismo, per il pacifismo.
Sel ha scelto un’altra strada, avvicinandosi al Pd.
L’alleanza col Pd toglie alla costruzione di questa sinistra alternativa un pezzo importante. Ma il fatto è che Sel dice di essere una forza di alternativa ma scendendo a patti col Pd e poi con l’Udc dimostra che non è vero. È impossibile con Bersani rifiutare il fiscal compact e le politiche della Bce. È impossibile cambiare questa politica economica liberista e recessiva. Non ci sono i margini per un centro sinistra avanzato.

Sel dice che non c’è nessun accordo con l’Udc.
Lo sanno tutti, anche loro, che l’accordo con l’Udc ci sarà dopo.

Nel Pd però c’è anche una linea (peraltro maggioritaria) che dopo Monti non vuole ancora Monti. Perché è sbagliato fare leva lì?
Perché spostare il Pd a sinistra non può avvenire in maniera automatica, con il convincimento. Lo sconvolgimento del Partito democratico può avvenire solo se alla sua sinistra si crea una forza di alternativa forte. Ricostruendo una politica industriale, di investimenti e una programmazione economica. Una fetta di elettorato che i sondaggi – anche quelli di Pagnoncelli – danno intorno al 18 per cento.

Addirittura…
A differenza di quello che dice Vendola, una sinistra alternativa non è per nulla marginale.

Che cosa significa essere contro il razzismo e per la pace nel mondo? Mi sembrano due propositi generici, su cui in linea di principio sono d’accordo tutti. Perché sente il bisogno di una sinistra alternativa?
Pacifismo vuol dire evitare gli sprechi di risorse destinate agli armamenti e ritirare le truppe dalle missioni all’estero. Ed essere contro il razzismo significa contrastare l’ondata xenofoba che si respira in Europa, per costruire un’Europa aperta.

Parliamo della vostra politica economica alternativa.
Anche economisti americani come Krugman, Stiglitz, Fitoussi, dicono che bisogna rilanciare la domanda, che bisogna avere il coraggio di una nuova politica di investimenti.

C’è bisogno di una sinistra alternativa per fare questo? Nessuno degli economisti che lei ha citato è anti-capitalista.
Io dico che anche una politica riformista oggi può essere portata avanti solo da una sinistra alternativa e anticapitalista.

Riformismo e anti-capitalismo non le sembrano in contraddizione?
No, perché i riformisti non esistono più, questa è la verità. La linea economica del Pd è del tutto subalterna al capitale finanziario: Bersani ha votato il pareggio di bilancio in costituzione e tutte le cose più aberranti imposte dalla Bce. Checché ne dica il povero Fassina.

Cosa proponete voi?
Indico, come esempio emblematico, la nazionalizzazione delle banche, come Syriza in Grecia.

Ossia?
Bisogna togliere a quei gruppi che hanno guidato la speculazione il potere di orientare i mercati e cambiare radicalmente le politiche finanziarie, spostandole verso il credito alle piccole imprese, alle famiglie e ai giovani.

Perché lo stato – i cittadini – dovrebbe prendersi in carico, ossia salvare, delle banche spericolate, che si sono prese dei rischi insostenibili per loro e per noi?
Noi non vogliamo salvare proprio nessuno. Diciamo di togliere la proprietà delle banche a chi ce l’ha e darla subito allo stato. La verità è che ora le banche pretendono che lo stato paghi i loro debiti, senza accettare in cambio neanche una modifica minima delle loro politiche. Bisogna avere una politica di congelamento, sospensione, annullamento del debito.

Con quali soldi lo stato italiano, coi debiti fino al collo, potrebbe nazionalizzare le banche e finanziare gli investimenti di programmazione economica che lei ritiene necessari?
Noi quei soldi li stiamo spendendo già, solo che in cambio non chiediamo alle banche di cambiare le loro politiche. Nazionalizzare significa invertire la rotta e investire i soldi per rompere con le politiche dell’austerità e rilanciare l’economia.
glialtrionline.it

Uccisa due volte

Uccisa due volte
di Tommaso Di Francesco
L'arroganza e l'impunità dello stato israeliano sembrano davvero ben rappresentate dalla sentenza di ieri su Rachel Corrie della Corte di giustizia di Haifa che ha dichiarato: «Si mise da sola e volontariamente in pericolo. Fu un incidente da lei stessa provocato».
Così lo stato e il governo israeliani archiviando il caso internazionale dietro il paravento della giustizia sommaria per uno stato in guerra che occupa un altro territorio e sottomette un altro popolo, si autoassolvono, dopo nove anni e mezzo dall'uccisione della pacifista americana dell'Internationl Solidarity Movement - come Vittorio Arrigoni. Tentando di cancellare insieme alla giustizia, il nome di Rachel Corrie e ancora una volta la stessa resistenza palestinese.
Rachel venne barbaramente schiacciata il 16 marzo del 2003 da un bulldozer dell'esercito israeliano mentre cercava d'impedire, con la sola intermediazione non violenta del suo corpo e della sua voce scandida da un megafono, la scientifica demolizione di migliaia di case palestinesi. Cercava Rachel di fermare quel terrorismo di stato, condannato anche dall'Onu e in particolare dall'Unrwa-Agenzia per i Rifugiati, che lasciò senza casa 17 mila famiglia palestinesi e che venne però giustificato per «fermare i terroristi» ed edificare al posto delle abitazioni civili un altro muro alla frontiera con l'Egitto. Il tribunale così ha respinto il ricorso della famiglia che aveva accusato lo Stato isrealiano di essere responsabile dell'uccisione della figlia e di avere scientemente evitato indagini accurate.
Ora l'esercito è assolto. Non solo. La colpevole sembra essere proprio Rachel che con il suo strabordante coraggio ha osato sovrastare e «schiacciare» l'operazione «umanitaria» dei bulldozer di Tel Aviv. Lei che, solo pochi giorni prima di venire assassinata, in una e-mail agli amici, aveva denunciato: «Abbattono le case anche se si trova della gente dentro. Non hanno rispetto di niente né di nessuno».
Non hanno avuto rispetto di niente e di nessuno anche con questa sentenza. Al punto da diventare come una seconda uccisione. Quella denunciata dall'attrice Vanessa Redgrave ogni volta che sul nome di Rachel Corrie in Occidente e negli Stati uniti scende il velo della censura. Perché il pacifismo attivo e diretto che si frappone alla guerra è stato, proprio nell'anno della morte di Rachel Corrie, il grande sconfitto dalla guerra infinita di Bush. Come è sconfitto, silenzioso e inattivo, ogni giorno che la deriva integralista delle primavere arabe è degenerata e degenera in quotidiani bagni di sangue, come in Siria.
Difficile cancellare la memoria di Rachel Corrie la cui immagine torna sempre nelle piazze con Occupy. Naomi Klein ha recentemente ricordato che nei Territori occupati e nella Striscia di Gaza, ovunque ci sono bambine chiamate Rachel in suo onore. La storia di Rachel è viva, nonostante il cuore dei palestinesi, dopo la morte di Arafat, sia spezzato nelle due anime per ora non facilmente conciliabili, di Hamas e Fatah. Perché, qual è l'essenza della solidarietà di Rachel Corrie? «Avvertire la consistenza della storia vivente del popolo palestinese - ha scritto Edward Said - come comunità nazionale e non semplicemente come un gruppo di poveri rifugiati».
il manifesto 29 agosto 2012

How the US and Israeli justice systems whitewash state crimes

- the guardian -

Courts are supposed to check the abuse of executive power, not cravenly serve it. But in the US and Israel, that is now the case
The US military announced on Monday that no criminal charges would be brought against the US marines in Afghanistan who videotaped themselves urinating on the corpses of Taliban fighters. Nor, the military announced, would any criminal charges be filed against the US troops who "tried to burn about 500 copies of the Qur'an as part of a badly bungled security sweep at an Afghan prison in February, despite repeated warnings from Afghan soldiers that they were making a colossal mistake".
In doing so, the US military, as usual, brushed aside demands of Afghan officials for legal accountability for the destructive acts of foreign soldiers in their country. The US instead imposed "disciplinary measures" in both cases, ones that "could include letters of reprimand, a reduction in rank, forfeit of some pay, physical restriction to a military base, extra duties or some combination of those measures". Both incidents triggered intense protests and rioting that left dozens dead, back in February this year.
Parallel to that, an Israeli judge Tuesday dismissed a lawsuit against the Israeli government brought by the family of Rachel Corrie, the 23-year-old American student and pro-Palestinian activist who was killed by a military bulldozer in 2003 as she protested the demolition of a house in Gaza whose family she had come to befriend. Upon learning of the suit's dismissal, Corrie's mother, Cindy, said:
"I believe this was a bad day, not only for our family, but for human rights, humanity, the rule of law and also for the country of Israel."
Despite Corrie's wearing a bright orange vest, Judge Oded Gershon, in a 62-page decision, ruled that the bulldozer driver did not see her and her death was thus an accident. He went on to heap blame on Corrie for her own killing, arguing that, contrary to what "any reasonable person would have done", she "chose to put herself in danger" by trying to impede "a military activity meant to prevent terrorist activity".
The commonality in all three of these episodes is self-evident: the perversion of the justice system and rule of law as nothing more than a weapon to legitimize even the most destructive state actions, while severely punishing those who oppose them. The US and its loyal thinktank scholars have long demanded that other states maintain an "independent judiciary" as one of the key ingredients for living under the rule of law. But these latest episodes demonstrate, yet again, that the judiciary in the US, along with the one in its prime Middle East client state, is anything but "independent": its primary function is to shield government actors from accountability.
 
THE UNITED STATES SURGED FAR AHEAD OF OTHER COUNTRIES AS A WEAPON SUPPLIERS, PARTICULARLY TO THE DEVELOPING WORLD  (the N.Y.T)
" It is my homage to the dynamite inventor"

mercoledì 29 agosto 2012

L’oscuramento

di Alberto Burgio - Il Manifesto - sinistrainrete -

Immaginiamo che al tempo della disputa tra geocentrici ed eliocentrici esistesse già un sistema dell’informazione simile all’attuale (televisioni, quotidiani e rotocalchi). E supponiamo che dalla vittoria degli uni o degli altri dipendessero le condizioni di vita della gente che da quelle televisioni e da quei giornali veniva informata. Come giudicheremmo, in questa ipotesi, una informazione che avesse sistematicamente nascosto la disputa e, per esempio, rappresentato la realtà sempre e soltanto sulla base della teoria geocentrica? Di questo, a mio modo di vedere, si tratta nella lettera sul “Furto d’informazione” che abbiamo inviato a molte agenzie di stampa e ad alcuni giornali nei giorni scorsi e che il manifesto (soltanto il manifesto) ha pubblicato integralmente in prima pagina. Il tema della nostra denuncia è l’«ordine del discorso pubblico» sulla crisi. Un tema concretissimo e materiale, produttivo di fatti altrettanto concreti, che recano nomi illustri: senso comune, ideologia, consenso.

Naturalmente la crisi è fatta di dinamiche economico-finanziarie, alla base delle quali operano, sul piano nazionale e «globale», determinati assetti di potere e una determinata struttura dei processi di produzione e circolazione. Su questo terreno si sono verificate, a partire dal 2007, le vicende che hanno innescato la tempesta finanziaria. Ma la questione che subito si pone – basta un attimo per comprenderlo – è che qualunque cosa si dica a questo riguardo è frutto di interpretazioni. Soltanto persone faziose, intolleranti come Giuliano Ferrara possono pretendere che un’opinione (la loro) sia «oggettiva» e inoppugnabile. Chiunque altro converrà che ogni narrazione implica assunzioni teoriche, ipotesi e, appunto, interpretazioni.

Nel caso della crisi, semplificando al massimo, si fronteggiano due schemi interpretativi. Il primo, mainstream e prevalente sul piano politico, riconduce la crisi a due cause: la crisi fiscale (dovuta a un eccesso di spesa pubblica – i cosiddetti sprechi – in materia di welfare e di pubblico impiego) e la sproporzione tra retribuzioni e produttività del lavoro. Da qui fa discendere, a catena, la crisi dei debiti sovrani, i severi verdetti delle agenzie di rating e le decisioni dei mercati finanziari. Dopodiché la terapia è scontata: essa impone una «rigorosa» politica di tagli (santificata nel fiscal compact), licenziamenti e blocco delle assunzioni, deflazione salariale, privatizzazioni e alienazione del patrimonio pubblico, riduzione delle tutele e dei diritti del lavoro dipendente. L’idea-base di questa visione (coerente col discorso sulle «compatibilità» che da venticinque anni fa proseliti anche a sinistra) è che da mezzo secolo viviamo (più precisamente: la massa dei lavoratori dipendenti vive) «al di sopra delle nostre possibilità». La speranza che la informa è che il «risanamento» della finanza pubblica «rassicuri» i mercati e plachi la fame degli speculatori. O meglio: che questi scelgano altri obiettivi, posto che speculare è la loro ragion d’essere.

L’altra interpretazione della crisi, familiare ai lettori di questo giornale, rovescia la prospettiva. Sostiene che la crisi sia figlia dell’assenza di regole al movimento del capitale industriale (delocalizzazioni) e finanziario (speculazione), della povertà dei corpi sociali (provocata proprio dalle «terapie» propugnate dalla prima ipotesi) e della socializzazione delle perdite dei privati (a cominciare dalle banche, alle quali gli Stati hanno regalato migliaia di miliardi di euro, 4600 nella sola eurozona). Afferma che, lungi dall’essere giudici imparziali, le agenzie di rating lavorano per la privatizzazione delle democrazie (in quanto i governi obbediscono alle loro decisioni), oltre a spianare la strada alla speculazione. Ritiene che le politiche adottate dai governi servano soltanto a drenare enormi ricchezze verso le oligarchie finanziarie.

Esportazioni, il dogma del modello tedesco

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci -

Il modello tedesco continua a definire l’ortodossia della politica europea, una ricetta che viene dichiarata buona per tutti. Anche se è palesemente assurdo che tutti gli stati diventino esportatori netti

Secondo i dati Eurostat pubblicati nei giorni scorsi, l’area euro è ufficialmente in recessione, ma nessun cambiamento è in vista nelle politiche europee. È evidente che il calo della domanda è una delle cause maggiori della crisi attuale, ma la risposta dei governi e della Banca centrale europea continua a essere l’austerità, il taglio della spesa pubblica e la spinta all’aumento delle esportazioni. È il modello tedesco che continua a definire l’“ortodossia” della politica europea, una ricetta che viene dichiarata buona per tutti. È palesemente assurdo che tutti gli stati diventino esportatori netti, ma non viene indicata altra via possibile per la ripresa della domanda. Si impone il taglio del debito pubblico anche a Spagna e Portogallo, dove l’aumento del debito è una conseguenza della crisi, non una causa.
Sono i dogmi del neoliberismo declinati sulla base della storia e delle contingenze della Germania, con una combinazione di cecità ideologica - che non tiene ben conto dei costi e dei vantaggi effettivi che lUnione monetaria ha per la Germania – e di delicato equilibrio tra le forze che sostengono la cancelliera Angela Merkel. Una parte dell’elettorato conservatore è apertamente ostile all’idea di finanziare i paesi “dissipatori” e la Bundesbank, la Csu (i democristiani bavaresi) e il partito liberale al governo con la Merkel sono i paladini di questa posizione intransigente. A favore degli accordi europei decisi al vertice Ue del giugno scorso – Fondo salva-stati e scudo anti-spread, la cui realizzazione è stata bloccata dalle resistenze tedesche – ha preso posizione in modo più esplicito negli ultimi giorni la cancelliera, delineando un “asse” con la Bce di Mario Draghi, fondato sull’affermazione della condizionalità, cioè vincoli politici stringenti per i paesi che potranno beneficiare degli interventi di sostegno. Lo stesso Draghi insiste da tempo che è la politica che deve intervenire e che l’azione della Bce non può sostituirvisi. Ma la politica sembra immobile, anche in Germania, dove a fare da arbitro è ora chiamata la Corte costituzionale, che a sua volta ha preso tempo prima di decidere se il Fondo salva-stati è conforme alla costituzione del paese o no. Dietro questo incerto balletto c’è una difficile scelta strategica tra le resistenze di fronte a un cambiamento nell’approccio all’integrazione europea da un lato e, dall’altro, l’emergere della consapevolezza che una rottura dell’euro non convenga a nessuno, neanche in Germania, e che i costi dell’uscita dalla moneta unica dei paesi mediterranei, o di una parte di essi, sarebbero incontrollabili. La prima strada, tuttavia, richiederebbe che i paesi creditori, come la Germania, spingano sulla crescita della domanda interna in modo da aiutare le esportazioni dei paesi in difficoltà, che l’Europa finanzi un grande piano di investimenti comuni concentrando una parte fondamentale delle risorse nei paesi deboli, e che siano abbandonati gli arbitrari obiettivi del “Fiscal compact”, lasciando che la riduzione del deficit e del debito pubblico segua la dinamica di un’economia che tornata finalmente a crescere.

L’impunità di una finanza irriformabile

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci -

La crisi non ha colpevoli e la finanza non si fa processare. Scoppiano scandali a ripetizione, ma nulla limita il suo potere. La via d’uscita? Meno finanza, più regole, controllo dei governi. E magari un Tribunale internazionale

L’unica buona notizia è che alcune banche europee si avviano a chiudere i fondi specializzati che avevano messo in piedi per investire nel settore delle derrate alimentari, scommettendo sui prezzi internazionali di grano, soia, caffé, cacao etc. Da anni organizzazioni non governative denunciano la natura speculativa di tali fondi e gli effetti negativi che hanno avuto sui problemi di alimentazione nel mondo, aumentando l'incertezza per i produttori e i costi per chi deve importare cibo nel Sud del mondo. La speculazione continua invece immutata sulle materie prime, il petrolio, i metalli e le altre commodities; nulla cambia per i fondi delle stesse banche che scommettono sui prezzi di questi beni.
Si tratta di un raro successo dell’opinione pubblica mondiale nei confronti di un sistema bancario che – a cinque anni dallo scoppio della crisi finanziaria – è rimasto incredibilmente impermeabile alle critiche, ai tentativi di riforma, alle richieste di limitare comportamenti speculativi e super-stipendi. L'arroganza della finanza è cresciuta in parallelo alla frequenza degli scandali che negli ultimi mesi hanno investito ogni settimana banche europee e americane. Ci sono tre tipi di episodi “spiacevoli”: quelli relativi all’innovazione finanziaria, le operazioni speculative sbagliate, gli imbrogli verso i clienti, le autorità di controllo, gli stessi azionisti.
Knight Capital, una società finanziaria statunitense, ha messo a punto un nuovo software per il trading automatico sui titoli; il malfunzionamento del sistema appena installato ha portato a 440 milioni di dollari di perdite in una sola ora di funzionamento. Qui, per fortuna, non ci sono state “vittime” al di fuori dell'azienda, ma l'importanza dei sistemi automatizzati di acquisto e vendita sui mercati finanziari – progettati per speculare su margini minimi, ridurre al massimo i tempi, moltiplicare i volumi – sta rendendo l'intero sistema sempre più volatile e vulnerabile. È il risultato dell'ossessione verso l'innovazione finanziaria che ha segnato questi decenni, non solo in termini di nuovi processi – come i programmi di trading automatizzati – ma anche nei nuovi prodotti finanziari che sono stati “inventati”: cartolarizzazioni, derivati, cdo sintetici e al cubo, e così via. Tutte innovazioni che hanno arricchito ogni volta non l’economia, ma i banchieri, e che hanno reso le attività finanziarie sempre più estese, instabili, rischiose. E' stato l'ex capo della Federal Reserve Paul Volcker a sostenere qualche tempo fa che l’unica innovazione finanziaria utile creata in questo dopoguerra è stata quella del bancomat.
La seconda questione è l'impunità di cui gode la finanza. Nessun banchiere ha dovuto rispondere a un tribunale dei soldi che hanno fatto perdere alle proprie banche e ai clienti, nessuno ha dovuto rispondere di banche e aziende portate alla rovina, della crisi che si è estesa a tutta l'economia, dell'ostinazione con cui hanno ferocemente avversato – sui media, nei palazzi del potere, con la distribuzione dei finanziamenti alle voci “amiche” – i pur timidi tentativi dei governi e dei politici di porre un limite alle loro avventure.



THE HAIFA DISTRICT COURT OF THE ONLY DEMOCRACY IN THE MIDDLE EAST:
" IT WAS AN ACCIDENT"
"An accident as the presence of Israel in our land"

martedì 28 agosto 2012

Guerra all'Iran e profitti sulle armi
di Vincenzo Borriello - rifondazione -
A volte basta poco per fare soldi, una notizia fatta trapelare, come quella di un possibile conflitto con l’Iran, per esempio, è vedi triplicare i tuoi incassi. É successo agli Stati Uniti d’America che nell’anno 2011 hanno venduto armi per 66,3 miliardi dollari. Si tratta d una cifra che rappresenta più di trequarti del mercato globale, per quanto riguarda la vendita di armamenti. Decisamente inferiori erano state le vendite nel 2010, con appena 21,4 miliardi di dollari e nel 2009 con 31 miliardi di dollari. Gli acquirenti sono tutti paesi “amici”: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Oman. Un appunto, il numero più alto di terroristi islamici arriva proprio da quelle parti.
Nonostante questo, tali paesi non fanno parte della lista degli “Stati Canaglia”. I motivi sono facilmente intuibili. Insomma, gli USA hanno riempito di armi il Medio Oriente. Il New York Times rivela che il declino dell’economia mondiale aveva causato una brusca frenata nella vendita delle armi. Le crescenti tensioni con l’Iran, però, hanno spinto i paesi confinanti a una corsa agli armamenti che si sono dotati di nuovi aerei e di sistemi missilistici da difesa. In particolare, con l’Arabia Saudita gli USA hanno firmato un accordo che prevede l’acquisto di 84 Caccia F15, l’aggiornamento di altri 70 caccia F15 comprati in precedenza, l’acquisto di svariate munizioni, missili e supporto logistico. La guerra è un affare… per pochi, ma pur sempre un affare.

La Germania incomincia a fare i conti sull’Euro

Posted by keynesblog 

    di Vladimiro Giacché da Pubblico
Da tempo l’interpretazione dei discorsi dei governanti europei non ha nulla da invidiare, quanto a complessità, all’interpretazione dei discorsi dei leader sovietici ai quali si dedicavano dei veri e propri specialisti, i sovietologi. Da mesi, ormai ogni giorno, stuoli di eurologi si rompono la testa per capire il senso dell’ultima intervista della Merkel o dell’ultimo intervento di Draghi: e in base a quello che hanno capito comprano o vendono titoli di Stato. Anche in questo fine settimana gli eurologi hanno avuto il loro bel da fare con l’intervista rilasciata da Wolfgang Schäuble alla “Welt am Sonntag”.

L’impressione generale è che il ministro delle finanze tedesco si barcameni con difficoltà, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Da una parte Schäuble insiste sul fatto che l’impossibilità per la Grecia di conseguire gli obiettivi fissati dalla troika dipenda dal fatto che i programmi imposti da FMI, BCE e Unione Europea sono stati applicati male e non dalla loro insensatezza. Aggiunge poi che non ci sono spazi “per ulteriori concessioni” (sic) alla Grecia. Sulla Spagna tenta senza grande fortuna uno slalom, prima minimizzando l’entità del problema dei rendimenti – ormai elevatissimi – dei titoli di Stato spagnoli (“non viene giù il mondo se a un’asta di titoli di Stato si deve pagare un paio di punti percentuali in più”), poi dichiarando che gli aiuti sinora offerti sono sufficienti e negando, contro ogni evidenza, che ci sia del vero nei rumors di un’ulteriore prossima richiesta di aiuto da parte della Spagna. Queste parti dell’intervista di Schäuble sono di per sé tali da alimentare lo scetticismo sulla concreta possibilità per Draghi di intervenire “sino a dove necessario” per contrastare l’esplosione dei rendimenti dei titoli di Stato spagnoli e italiani. E da questo punto di vista non c’è niente di nuovo: è almeno da un anno e mezzo che i governanti tedeschi ci hanno abituato a dichiarazioni che gettano benzina sul fuoco, alimentando la convinzione che non potrà esserci alcun intervento risolutivo da parte europea nei confronti dei paesi che hanno difficoltà di approvvigionamento sui mercati dei capitali.


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