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- lavocedellevoci -
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| di Giulietto Chiesa [ 13/05/2013] Mi pare di vedere una mano - piu' invisibile di quella, famosa, del “mercato” - che preme perche' si verifichi una resa dei conti. Forse piu' di una resa dei conti: diverse e lontane, ma riconducibili a un unicum di impressionante squilibrio, un “buco nero” nel quale stiamo andando tutti nel piu' disastrante caos di idee dell'ultimo secolo. Ma piu' grande di quello che condusse alla seconda guerra mondiale. La resa dei conti che vedo avvicinarsi ha sicuramente a che fare con la crisi americana, che si manifesta anche come la crisi della leadership di Barack Obama. Anche, ma non solo. Gli Stati Uniti sembrano una barca alle deriva. Con un presidente che, apparentemente, essendo piu' libero di agire nel suo secondo mandato, era stato dato come all'offensiva su molti fronti. E invece non solo non e' affatto all'offensiva, ma sta subendo un'offensiva interna che appare oscura, ma che ha le sembianze neocon del suo predecessore. Povero Obama, direbbe qualcuno che l'aveva in simpatia. Ricordo che, al momento della sua prima elezione, ci furono i comitati di sostegno, in Italia, promossi dal Pd. Io, dal canto mio, fin da allora lo definii come «la piu' straordinaria e ben riuscita operazione di maquillage di tutta la storia». Adesso si vede in trasparenza che l'“uomo nuovo” della politica statunitense ha la stessa liberta' di manovra di un fringuello in gabbia. La crisi con la Corea del Nord non e' stato lui a cominciarla. Neanche il suo ministro degli esteri lo ha fatto. Si potrebbe pensare che ci sia un legame diretto, ben piu' solido, tra Kim Yong Un e il Pentagono, o la Cia, o con tutti e due. Il giovanotto di Pyong Yang si mette all'improvviso a strillare e minacciare, apparentemente senza motivo. Tutti i media si mettono a starnazzare anche loro come galline impazzite e, per una decina di giorni, il mondo intero appare sull'orlo di uno scontro nucleare tra il gigante americano e il nano nord coreano. Evidentemente non c'era nulla di piu' serio di un accurato gioco delle parti, nel quale la parte piu' potente faceva finta di sentirsi minacciata, ma sapeva perfettamente che la minaccia di Kim era semplicemente inesistente. Invece lo scopo era diverso: consentire al Pentagono di mettere a punto gli orologi, e portare le armi e le piu' raffinate tecnologie americane negli immediati pressi di Pechino. Washington sa bene, come lo sa Kim Yong Un, che la Corea del Nord puo' essere cancellata in un attimo. Fatto decantare il polverone, John Kerry si e' affacciato sull'uscio e ha detto che troppo allarme era esagerato e contro-producente. Fine della commedia: si erano messi d'accordo per ricompensare il “dittatore Pazzo”. Resta solo da chiarire chi ha acceso il fiammifero. E, probabilmente, si scoprirebbe che non e' stato Obama, i cui capelli stanno ingrigendo a velocita' supersonica, date le circostanze. Poiche' gli e' stato affidato il compito, forse per lui ingrato, di portare a compimento la profezia dei neocon. Quegli stessi che presero il potere, con un vero e proprio colpo di stato, nell'anno 2000, portando alla presidenza George W. Bush Junior (che era stato sconfitto da Al Gore). Scrissero, nel famoso Project for The New American Century, che la Cina sarebbe divenuta il pericolo principale per la sicurezza degli Stati Uniti nel 2017. E ripeterono la profezia nei documenti successivi concernenti la sicurezza nazionale del futuro. Era il 1998. Forse non era una profezia, sebbene si trattasse di eventi del futuro. Forse avevano fatto i loro calcoli e avevano pensato con quale Cina avrebbero avuto a che fare, tenendo conto dei tassi di crescita del suo PIl, dei suoi armamenti, della sua finanza, della sua tecnologia, della sua popolazione. Se non si tengono sempre presenti quelle previsioni, difficilmente di potra' capire cosa sta succedendo in America e fuori, mentre nel frattempo l'Occidente intero e' entrato nella piu' grave crisi della sua intera vicenda imperiale. |
Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Francobolllo
Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Europa, SVEGLIA !!
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martedì 14 maggio 2013
SCACCO A OBAMA
domenica 12 maggio 2013
Con l'attacco alla Siria, Israele aiuta il suo alleato Al-Qa'ida
Tel Aviv incoraggia i jihadisti sostenuti dall’Occidente
Al termine di una settimana in cui l'amministrazione Obama ha espresso l'intenzione di inviare armi pesanti ai ribelli siriani egemonizzati da Al-Qa'ida, Israele ha lanciato degli attacchi aerei all'interno del territorio siriano che serviranno solo a imbaldanzire proprio i miliziani jihadisti che hanno manifestato apertamente il loro desiderio di distruggere sia Israele sia gli Stati Uniti.
Razzi israeliani hanno bombardato zone alla periferia di Damasco, il 5 maggio di prima mattina, durante un raid fatto apparire come rivolto contro i missili iraniani diretti verso Hezbollah in Libano. Questo attacco israeliano ne seguiva un altro di pochi giorni prima, e ha portato a tre il numero di aggressioni di Israele alla Siria perpetrate finora quest'anno.
Il ministro dell'Informazione siriano Omran Zoabi ha risposto avvertendo che gli attacchi «Aprono la porta a tutte le possibilità», anche se non si prevede che Bashar Al-Assad ordini alcuna risposta militare. Così come è stato demonizzato negli ultimi due anni per rispondere a una sedizione armata, ogni tentativo di difendersi da parte della Siria fornirebbe agli Stati Uniti e a Israele il via libera per lanciare un’aggressione militare su larga scala.
Immaginate se degli aerei militari siriani sparassero razzi su Tel Aviv e distruggessero strutture militari israeliane. Israele tratterebbe istantaneamente una tale mossa come una dichiarazione di guerra e gli Stati Uniti si unirebbero per radere al suolo le città siriane in pochi giorni. Eppure Israele bombarda la Siria per due giorni e ci si attende che la Siria si rassegni e non faccia nulla.
Israele ha colto l'occasione per attaccare la Siria in tutta sicurezza poiché sa che l'impegno di Damasco nel combattere gli insorti dell’Esercito Siriano Libero significa che non sarà in grado di reagire, illustrando ancora una volta il rapporto simbiotico tra Israele e i terroristi di Al Qa'ida.
«Il nuovo attacco israeliano è un tentativo di sollevare il morale dei gruppi terroristici che annaspavano a causa dei colpi loro inflitti dal nostro nobile esercito », ha tuonato la TV siriana in risposta all'attacco, aggiungendo che l'aggressione era «coordinata con i terroristi.»
Con il lancio di attacchi che indeboliscono e distraggono Damasco dalla sua attenzione rivolta a sconfiggere i ribelli sostenuti dagli occidentali, Israele sta aiutando proprio gli stessi ribelli che avevano bruciato bandiere israeliane in pubblico e avevano promesso di schiacciare il regime sionista, una volta che avessero finito di rovesciare Bashar Al-Assad.
L'attacco di Israele alla Siria evidenzia ancora una volta il fatto che Al-Qa'ida è un'organizzazione sotto il controllo degli Stati Uniti e di Israele, utilizzata per destabilizzare i nemici di Israele nella regione. Non solo Israele ha sostenuto i ribelli egemonizzati da Al-Qa'ida in Siria, anche attraverso la creazione di ospedali da campo per i combattenti feriti, ma nel 2002 Israele fu sorpreso effettivamente a creare un gruppo di Al Qa'ida al fine di giustificare gli attacchi contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
Come abbiamo esaurientemente documentato, i combattenti dell'opposizione in Siria sono ora dominati da estremisti settari e jihadisti che hanno più volte sottolineato il loro odio per l'America e la loro fedeltà ad Al-Qa'ida.
Numerosi rapporti ora confermano che le persone responsabili di una pletora di atrocità, molte delle quali fanno parte del gruppo di Al-Qa'ida Jabhat al-Nusra che «ha ucciso numerosi soldati americani in Iraq», stanno dirigendo le forze ribelli filo-occidentali in Siria. Dopo che l'organizzazione è stata classificata come un gruppo terrorista dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 29 diversi gruppi di opposizione siriani sostenuti dagli USA hanno giurato fedeltà ad al-Nusra.
La tempistica degli attacchi israeliani rivela anche l’importanza attribuita al fatto che l'esercito siriano ha iniziato a vincere la guerra contro l'Esercito siriano libero, riprendendo aree chiave di città come Homs nelle ultime settimane.
Israele e gli Stati Uniti non si fermeranno davanti a nulla per eliminare i cosiddetti stati canaglia come la Siria e l'Iran, fino al punto di aiutare e armare jihadisti radicali che sostengono di essere in opposizione a Israele, ma che di routine aiutano proprio Israele a portare a compimento la sua agenda egemonica nel Medio Oriente.
Traduzione per Megachip a cura di Anna Mele.
lunedì 6 maggio 2013
“Dialectics of liberation”
di Elisabetta Teghil
I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo.
La borghesia transnazionale acquisterà i tratti e i connotati di una nuova aristocrazia.
La restante parte della borghesia sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva prima della rivoluzione francese.
I paesi europei non sono in grado di resistere e/o di ostacolare questo processo. Ma, siccome c’è spazio solo per una super potenza e una multinazionale per settore, lo scontro finale avrà i caratteri di una resa dei conti particolarmente cruenta. Per noi materialisti questo è l’ “Armageddon” che ci aspetta.
Le condizioni del capitalismo, al massimo livello di sviluppo, vengono assunte a modello ideale di ogni altra forma passata e contemporanea europea e non europea, borghese e non borghese, di sfruttamento e di alienazione dei lavoratori.
L’individuo non esiste più, la stessa personalità è rappresentata solo come adeguamento ad un modello uguale per tutti. La stessa borghesia, così come l’abbiamo conosciuta, tende a scomparire, dove non è già scomparsa. Grazie alla proprietà dei mezzi di produzione e alla relativa autonomia economica, aveva conquistato le connesse libertà politiche, intellettuali e culturali. La condizione di non libertà che era la condizione dei proletari, degli oppressi/e, è oggi la condizione della quasi totalità degli esseri umani, è la sostanza e l’essenza dell’odierno vivere. Essere borghesi, nella stragrande maggioranza dei casi, esclusa l’iper borghesia, non è più una zona di privilegio. Oggi una minoranza della borghesia stessa, quella che abbiamo definito iper borghesia, tiene soggetta la maggioranza dei cittadini/e grazie al controllo della produzione e al connesso potere politico, scientifico, ideologico.
Ciò che era nato come occasione di libera iniziativa e autonomia dell’individuo, sia pure riservato alla sola borghesia, si sta concludendo nella programmazione omologante sempre più generale, nella predeterminazione del comportamento di ciascuno, nella più radicale esclusione della libertà che si sia mai verificata, giacché il condizionamento avviene all’interno della stessa coscienza individuale.
martedì 30 aprile 2013
La fiducia arriva dagli Usa
Pubblicato il 30 apr 2013
di Manlio Dinucci -
Enrico Letta ha ricevuto la fiducia: quella del segretario di stato Usa John Kerry che, ancor prima che la votasse il parlamento italiano, si è congratulato per la nascita del nuovo governo. Fiducia ben meritata. Enrico Letta, garantisce John Kerry, è «un amico buono e fidato degli Stati uniti, che ha dimostrato in tutta la sua carriera un fermo impegno nella nostra partnership transatlantica». Il governo Letta, sottolinea Kerry, assicurerà il proseguimento della «nostra stretta cooperazione su molte pressanti questioni in tutto il mondo». È quindi il segretario di stato Usa a trattare un tema fondamentale che i partiti italiani hanno cancellato dal dibattito e dai programmi con cui si sono presentati agli elettori: la politica estera e militare dell’Italia. Il perché è chiaro: Pd, Pdl e Scelta Civica hanno su ciò la stessa posizione. Possiamo dunque essere sicuri che l’Italia continuerà ad essere base avanzata delle operazioni militari Usa/Nato in Medio Oriente e Africa: dopo la guerra alla Libia, si sta conducendo quella in Siria, mentre si prepara l’attacco all’Iran. E, in barba al Trattato di non-proliferazione, resteranno sul nostro territorio le bombe nucleari che gli Usa hanno deciso di potenziare. Allo stesso tempo l’Italia continuerà a inviare forze militari all’estero, anche in Afghanistan dove la Nato manterrà propri contingenti dopo il «ritiro» nel 2014. Aumenterà di conseguenza la spesa militare, in cui l’Italia si colloca al decimo posto mondiale con 70 milioni di euro al giorno spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero. A rafforzare la fiducia di John Kerry che l’Italia resterà alleato fidato sotto comando Usa è la nomina di Emma Bonino a ministro degli esteri. La Bonino, sottolineano a Washington, è una ex allieva del Dipartimento di stato, presso cui ha frequentato un corso di formazione (International Visitor Leadership Program). Brillante allieva. Ha sostenuto i bombardamenti della Nato sull’ex Jugoslavia; ha sostenuto la guerra in Afghanistan, dichiarando che «non si può parlare di occupazione: qui c’è una forza multinazionale» e che «un’occasione militare può condurre alla democrazia»; ha accusato Gino Strada di «atteggiamento ambiguo, tra l’umanitario e il politico». Ha sostenuto la guerra in Iraq, affermando che «non c’era alternativa per sconvolgere la rete terroristica» dopo l’11 settembre e ha definito «irresponsabili» i manifestanti contro la guarra. E, in veste di vice-presidente del Senato, è stata tra i più accesi sostenitori della guerra alla Libia, chiedendo nel febbraio 2011 la sospensione del trattato bilaterale perché «lega le mani all’Italia nel prestare soccorso alla popolazione civile», «soccorso» arrivato subito dopo con i cacciabombardieri. La Bonino potrà contare sui corsi di «peacekeeping» della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (già diretta da Maria Chiara Carrozza ora ministro dell’istruzione), che vengono tenuti anche in Africa. A quando, dopo quella in Libia, la prossima operazione di «peacekeeping»?
il manifesto 30 aprile 2013
martedì 16 aprile 2013
Quel tesoro di Wikileaks che imbarazza un po' tutti
Molti faticano a comprendere il valore dell’ultima pubblicazione dei Kissinger cable, ancora di più hanno ogni interesse a minimizzarne l’importanza, eppure tra il milione e settecentomila comunicazioni dell’amministrazione americana relative al periodo che va dal 1973 al 1976 ci sono documenti dal valore storico inestimabile. Com’era accaduto per i cable che Wikileaks avrebbe ricevuto dal soldato Bradley Manning, anche l’ultima pubblicazione di Wikileaks è stata snobbata da buona parte dei media in giro per il mondo, non fa eccezione il nostro paese. Si tratta di documenti già declassificati, una massa enorme di documenti che giaceva sul sito dei National Security Archives in formato PDF, un archivio duro da esplorare, file privi di metadati e scomodi da maneggiare sui quali si sono tuffati gli storici, che di quando in quando hanno dato alcune dritte ai giornalisti. C’è molto di più, ma l’iniziativa di Wikileaks per ora ha coperto solo questo lasso temporale con un lavoro decisamente impegnativo e imponente nella quantità, organizzando i contenuti in formato testo e rendendoli consultabili con un comodo motore di ricerca.
I documenti non contengono gossip, come non contenevano gossip i cable di Manning, la diffusione dei quali ha costretto gli Stati Uniti a una complessa danza del personale diplomatico compromesso e messo nei guai più di un governo. Un lavoro che poteva essere portato a termine da molte altre organizzazioni, su tutte quelle che controllano le grandi concentrazioni mediatiche anglosassoni, ma ci ha dovuto pensare Wikileaks. Evidentemente non ci sono molti altri a coltivare questo genere d’interesse, nonostante si tratti di mettere le mani in una vera e propria miniera di notizie e storici retroscena.
Si tratta di documenti di grande valore storico, non tanto perché rivelino enormi segreti, quanto per il valore di prova che questi documenti assumono nel confermare vicende già note, quanto documentate a fatica e oggetto di una pesante opera di negazionismo e di occultamento all’interno del mainstream informativo. La storia della United Fruit nell’America Centrale è nota, così come sono note le ingerenze coloniali di Washington, ma fa un altro effetto leggere un documento come quello che dettaglia il listino prezzi dei militari golpisti al comando del generale Latorre in Ecuador (8.000 dollari per ogni comandante di carro e 32.000 per il generale), che prima di muoversi volevano garantita la pensione che avrebbero perduto se il golpe fosse fallito. Così come fa un altro effetto leggere la descrizione degli “affaroni” che corruzione e intimidazione procuravano agli americani e ai loro associati gli interventi delle ambasciate centro e sudamericane, che mettevano il peso politico e militare di Washington al servizio degli interessi economici delle multinazionali americane.
Non era solo lotta al comunismo, con pochi click si afferra subito la frenetica attività e i rapporti incestuosi tra le maggiori multinazionali occidentali e il governo degli Stati Uniti, che in più i un’occasione sembra agire con metodi mafiosi, più che prettamente imperiali come da tradizionale rimprovero. È il profitto il motore dell’interesse americano, che si fonde con quello delle classi dirigenti che in Washington trovano il partner ideale che li sostiene contro le collettività e le masse popolari, ci sia o no il comunismo alle porte. Prova ne sia che lo stesso atteggiamento continua a perdurare anche oggi, che dal crollo del muro di Berlino sono passati più di 20 anni e che il comunismo è più che un ricordo anche dove sopravvive nominalmente, come in Cina è solo un’etichetta su una forma indigena di capitalismo, forse più estrema di quelle occidentali.
Di quello che una volta era il “free world” e organizzava cartelli segreti per allocare la produzione del petrolio su base ultra-decennale alle spalle dei comunisti e dell’OPEC, oggi son rimasti i metodi e la forza propulsiva degli Stati Uniti, che non hanno paragoni nella loro capacità d’influenzare pesantemente i governi e le politiche di altri paesi, e che ne fanno uso senza ritegno.
venerdì 8 febbraio 2013
Il Venezuela somministra combustibile agli emarginati negli USA
- albainformazione -
di Davide Brooks – Corrispondente del Periodico La Jornada
Caracas somministra agli emarginati USA combustibile per il riscaldamento. Lanciata l’ottava edizione del programma di solidarietà del Venezuela con gli USASabato 2 febbraio 2013, pag. 25
New York, 1° Febbraio. Il progetto di solidarietà del Venezuela con gli USA, attraverso un programma di consegna di combustibile per il riscaldamento alle comunità marginali e vulnerabili che aiuterà circa 100mila famiglie in 25 stati – inclusi più di 240 comunità indigene – per resistere al freddo invernale, ha iniziato il suo ottavo anno questa settimana, così come ha annunciato l’impresa petrolifera statunitense Citgo, sussidiaria della Petróleos de Venezuela e la sua socia Citizens Energy Corporation.
Durante una cerimonia in un albergo per famiglie a Baltimora, il responsabile esecutivo della Citgo, Alejandro Granado, insieme con Joseph P. Kennedy II, presidente della Citizens Energy Corporation, impresa energetica senza fine di lucro, hanno lanciato l’ottava edizione annuale del programma di combustibile da riscaldamento Citgo-Venezuela.
Di questo piano hanno beneficiato più di 1.7 milioni di persone dal 2005, quando si è dato inizio alla donazione venezuelana per aiutare le vittime degli uragani Katrina e Rita. Il programma è evoluto fino a diventare insieme all’organizzazione di Kennedy, donando più di 200 milioni di galloni di combustibile, per un valore superiore ai 400 milioni di dollari.
Tale programma, ha dichiarato Granado, “è uno degli sforzi di assistenza di energia più importanti del paese”. Ha informato che la percentuale delle risorse che l’impresa ha speso in programmi sociali negli USA è stata fino a cinque volte maggiore di quelle delle altre società petrolifere di questo paese. Ha affermato che quest’anno sarà ancora più importante poiché la donazione darà beneficio anche a molte delle vittime dell’uragano Sandy che ha colpito la costa est. Ha sottolineato che il programma è “un perfetto esempio dei principi umanitari attuati” dalla Petróleos de Venezuela SA (Pdvsa).
L’ex rappresentate federale Joseph Kennedy – figlio maggiore di Robert F. Kennedy – ha dichiarato che queste donazioni “del popolo del Venezuela” hanno aiutato migliaia di famiglie negli USA degli ultimi anni e ha evidenziato che “è importante continuare ad appoggiare famiglie statunitensi attraverso tale programma”. Ha affermato che quest’anno “aiuteremo più di 400 mila persone a mantenersi caldi e sicuri quest’inverno”.
Ha ricordato di essersi riunito con rappresentanti delle principali imprese petrolifere degli USA e di altri paesi produttori di crudo per sollecitare il loro aiuto in questo tipo di sforzo: “Tutte loro hanno detti di no, ad eccezione della Citgo, il presidente Chávez ed il popolo venezuelano”. Il progetto è stato originariamente avviato nel 2005 dall’allora ambasciatore venezuelano negli USA, Bernardo Álvarez, che adesso è rappresentante del suo governo in Spagna.
Per maggiori informazioni: www.citizensenergy.com e http://www.citgo.com
[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]
mercoledì 6 febbraio 2013
La «sicurezza» dell’impero
- lavorincorsoasinistra -
Fonte: Il Manifesto
giovedì 24 gennaio 2013
Il baratro dell’economia liquida
Intervista a Christian Marazzi - uninomade - sinistrainrete -
Io sono abbastanza d’accordo con Nouriel Roubini che recentemente ha scritto un articolo sul Financial Times in cui sostiene che quella di Obama è una vittoria di Pirro. Ha certamente evitato il famoso baratro nell’immediato, fate conto che se non avessero trovato un accordo l’aumento delle tasse e il taglio automatico della spesa pubblica avrebbero avuto un impatto pari al 5% del Pil. Con questo accordo, la riduzione è stata attorno all’1,4 o 1,2%, effettivamente il rischio più immediato è stato evitato. Però quello che sosteneva Roubini, come sostengono tutti, è che questa cosa rimanda il baratro; oltretutto tra due mesi bisognerà trovare un accordo sull’aumento del tetto fiscale, il fiscal ceiling, per poter continuare a finanziare la spesa sociale e i tagli che comunque i repubblicani questa volta vogliono assolutamente strappare, pari a 110 miliardi di dollari.
É un serio problema che non sembra risolvibile e che ci porta a fare delle considerazioni più generali. Innanzitutto si conferma ciò che sosteniamo da tempo: nel capitalismo finanziario c’è poco spazio per le manovre che non siano di tipo finanziario e che siano invece di tipo keynesiano classico.
Il keynesismo finanziario è il modo nel quale si cerca di governare un capitalismo che non sembra politicamente governabile. Da una parte contiene delle grosse contraddizioni: si tenga conto che entro la fine dello scorso anno praticamente tutte le grandi banche centrali del mondo – la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e anche la BCE – hanno deciso di iniettare liquidità a più non posso. É impressionante la quantità di liquidità che queste banche stanno iniettando e continuano a iniettare per contenere o gestire queste contraddizioni, che sono quelle di un capitalismo nel quale la creazione di liquidità di moneta resta all’interno del circuito finanziario e non ricade sull’economia cosiddetta reale, non genera quella domanda necessaria per contenere la recessione che è comunque strisciante o reale come in Europa. Negli Stati Uniti non c’è recessione ma il tasso di crescita è tutto sommato contenuto per quanto riguarda, per esempio, la creazione di posti di lavoro. Abbiamo visto che sono stati creati in dicembre 155.000 posti di lavoro, però in realtà, secondo i calcoli degli analisti, ce ne vorrebbero il doppio mensilmente per poter ridurre il tasso di disoccupazione in modo significativo, forse anche di un punto e mezzo percentuale.
Quindi,questo è un capitalismo finanziario che cerca di risolvere finanziariamente le contraddizioni, che sono esattamente le contraddizioni generate dallo stesso capitalismo finanziario. La possiamo chiamare un’economia liquida, riprendendo l’espressione di Zygmunt Bauman, un’economia cioè dove si cerca non dico di uscire dalla recessione o da questa stagnazione, ma perlomeno di contenere quelle che sono le piaghe della povertà e della disoccupazione.
Potremmo dire che cercano di navigare a vista dentro la recessione, insomma…
Si naviga dentro la recessione e senza sapere dove si sta andando, perché questo è il vero problema. Cosa può succedere con questa andazzo, quali sono gli scenari? Vi è per prima cosa una grossa bolla che sta prendendo forma, nel senso che è una bolla non solo dei titoli obbligazionari, ma anche dei titoli azionari. Abbiamo visto una forte ripresa delle borse, ma basterà questo a ristabilire tassi di margine di profitto tali da rilanciare degli investimenti? A me per il momento non sembra, mi sembra solo che si stia assistendo ad un’inflazione di tipo borsistico-finanziario e quindi a delle bolle che sono il modo nel quale nel capitalismo finanziario si realizzano i profitti. Però, ripeto, sono dei profitti che non si traducono in termini di crescita, innovazione, creazione di posti di lavoro. Il problema è che qui la liquidità non si trasforma in capitale, resta rendita, con tutte le conseguenze del caso: per esempio, il capitalismo finanziario è fortemente impregnato di corruzione, proprio perché i rapporti sono quelli della rendita e non sono i rapporti tra capitale e lavoro. Quindi, come abbiamo già detto, la corruzione è consustanziale e strutturale, perciò la governance è impossibile secondo i canoni classici del capitalismo.
lunedì 21 gennaio 2013
Keynes e il declino dell’impero americano
Il mondo ha tardato a capire che quest’anno stiamo vivendo all’ombra di una delle più grandi catastrofi della storia. Oggi infine anche l’uomo della strada si è reso conto di quanto sta accadendo; ma, non sapendo il perché e il come delle cose, è in preda a paure che potrebbero dimostrarsi eccessive, così come ieri, quando il pericolo andava profilandosi, gli mancava quella che sarebbe stata una ragionevole preoccupazione. Quest’uomo incomincia a dubitare del futuro: sta forse uscendo da un piacevole sogno e quelle che si trova di fronte sono le tenebre della realtà? O forse sta scivolando in un incubo destinato a dissolversi?
Sono dubbi inutili. Quello di prima non era un piacevole sogno; quello di oggi è un incubo destinato a dissolversi con il mattino. Le risorse della natura e gli artifici dell’uomo sono ancora oggi fecondi e produttivi non meno di ieri, il ritmo con cui procediamo alla soluzione dei beni materiali della vita non è meno rapido; uguale è la nostra capacità di permettere a ciascuno un livello di vita elevato (elevato, intendo, rispetto a una ventina di anni fa, per esempio), ed impareremo presto a sostenere un livello di vita ancor più elevato. Nessuno ci ha ingannati. Siamo, però, affondati in un enorme pantano per aver commesso un errore nel controllo di una macchina delicata di cui non comprendiamo il funzionamento.- Risultato è che le nostre capacità potenziali di ricchezza potranno andare sprecate per un certo periodo di tempo. Forse per un periodo lungo.
E’ probabile che la recessione in questo momento sia un pò appesantita da problemi psicologici. Una modesta reazione di segno positivo può, dunque, verificarsi in qualsiasi momento, ma, a mio avviso, non potrà trattarsi di una vera ripresa fino a che le idee degli erogatori del credito e quelle dei prenditori produttori non avranno ritrovato un punto di contatto: in parte attraverso l’accondiscendenza dei primi a fornire credito a termini favorevoli e in un ambito geografico più ampio, in parte attraverso una ripresa di entusiasmo dei secondi che li renda più propensi a contrarre un debito. Raramente il divario fra le due parti è stato così ampio e così difficile da superare.
(brano tratto da John Maynard Keynes, La Grande Depressione del 1930)
Ho riportato questo brano di Keynes, preso dall’illuminante saggio “Esortazioni e profezie”, per due motivi. Il primo è dimostrare che – diverse generazioni dopo – gli errori si ripetono e la storia si ripete: comportamento ciclico. Il secondo è dimostrare che esistono brani riferiti a una materia cangiante come l’economia che potrebbero essere perfettamente riportati – senza una virgola di cambiamento – in qualunque prima pagina di un giornale di oggi, tale è l’acume di chi li ha scritti e la loro attualità senza tempo. Keynes era senza dubbio un grande e un visionario: il semplice fatto che oltre settant’anni dopo abbia un’influenza cosi’ profonda su dibattiti e politiche economiche (alcune, interessanti, su www.chicago-blog.it) ne è la prova migliore.
Mi resta qualche dubbio sul fatto che Keynes stesso avrebbe approvato incondizionatamente cio’ che è stato fatto in nome della sua teoria economica.
Essendo di carattere curioso e indisciplinato, mi ha sempre affascinato il rigore della scuola austriaca – imparato sul campo con la “Richebacher Letter”, report di un grande pensatore economico ex capo economista della Dresdner Bank – e soprattutto Schumpeter, da cui ho appreso la teoria dell’intersezione ciclica come unica concreta possibilità di interpretazione della realtà economica applicata ai mercati.
Schumpeter – che certo non era un marxista – aveva una concezione molto interessante dello sviluppo del capitalismo. Cito da Wikipedia: “Per Schumpeter sarà, infatti, proprio il successo del capitalismo a renderne inevitabile il declino. Con il processo di distruzione creatrice che la caratterizza, l’economia borghese sostituisce i vecchi modi di produrre e pensare, promuovendo lo sviluppo, ma distrugge anche i valori tipici dell’ancien régime, importante supporto alla stabilità. Soprattutto – e qui si arriva alla geniale intuizione di Schumpeter – mentre nella grande impresa capitalistica il ruolo dell’imprenditore, creativo e diretto all’innovazione, verrà sempre più sostituito dalla mentalità burocratica e tendente all’immobilismo dei manager, nella società si affermeranno, ad opera degli intellettuali, valori contrari allo sviluppo capitalistico, facendo sì che i capitalisti stessi prima si vergognino del proprio ruolo ed, infine, rinuncino ad esso. A quel punto, una qualsiasi forma di socialismo sarà l’inevitabile sbocco al capitalismo monopolistico ed alla sua eutanasia. Il passaggio al socialismo non avverrà, infatti, a mezzo di una rivoluzione violenta, come profetizzato dai marxisti e realizzato dai bolscevichi, ma con un processo graduale, per vie parlamentari – ogni accelerazione rivoluzionaria, come quella sovietica, avrebbe unicamente causato innumerevoli lutti – e darà vita ad un sistema socialista compatibile con la democrazia, in cui si vedrà la concorrenza di gruppi corporativi, non più regolata dal mercato, bensì dallo stato.”.
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mercoledì 9 gennaio 2013
Mobile User Objective System (MUOS). Ora è un obbligo!
Scritto da Giulietto Chiesa - megachip -
Non so quanti sanno cosa sia il Muos. E’ una base militare americana (non della Nato), sistemata illegalmente in mezzo a una riserva naturale, a due passi da Niscemi, Sicilia.
Segretissima. Enorme. Si vedono antenne altissime di diversi tipi. I tecnici del Politecnico di Torino, chiamati dall’Amministrazione comunale di Niscemi, hanno valutato i rischi per le popolazioni circostanti. Il rapporto è, a dir poco inquietante.
Ma più inquietante è scoprire che tutto il Muos è un’arma strategica offensiva di nuovo tipo, che fa parte di un sistema di basi analoghe, sparse in diversi continenti, collegate a un sistema di satelliti geostazionari che consentono agli Stati Uniti d’America, senza alcun controllo da parte italiana, di condurre azioni di rilevazione, controllo, guida di droni, possibili e multiple azioni di disturbo e di offesa verso terzi.
Studi sull’impatto delle onde irraggiate da quelle antenne, eseguiti da due aziende americane, Analytical Graphics Inc. (sede a Exton , Pennsylvania), e Maxim Systems (San Diego, California), dicono che “le fortissime emissioni elettromagnetiche possono avviare la detonazione degli ordigni” a bordo di aerei militari.
Infine (ma l’elenco sarebbe lungo) si hanno molte ragioni per concludere che le antenne e le parabole del Muos hanno stretti legami con l’ultra-segreto programma “Haarp” (High frequency Active Auroral Reseach Program) che dal 1994 la Us Air Force e la Us Navy conducono a partire dalla base di Gakona, in Alaska. Programma che il Parlamento Europeo ha definito pericoloso per l’ambiente e per l’uomo, chiedendo agli Stati Uniti di sospenderlo. Richiesta ignorata sia dal governo americano che dalla Commissione Europea.
Chi ha preso la decisione di fare la base, in Italia, in Sicilia? Storia oscurissima, cominciata nel 2005. Fino a che la Regione Siciliana, sollecitata dalla gente, non ha cercato, confusamente, di fermare la faccenda. Per essere poi costretta a rimangiarsi tutto. Fino al recente sequestro della base da parte della magistratura. Anche questa volta subito cancellato dalle “istanze superiori”. Insomma questa base non si tocca. Il Parlamento non ne ha mai discusso.
L’avvertimento è chiaro ed è erga omnes: “Non sono accettabili comportamenti che impediscano l’attuazione delle esigenze di difesa nazionale e la libera circolazione connessa a tali esigenze, tutelate dalla Costituzione”. Monti, come i precedenti governi di centrodestra e centrosinistra, dopo avere violato lo spirito della Costituzione in diversi punti e dopo averla fatta modificare (pareggio in bilancio e fiscal compact) mediante un Parlamento prono, si ricorda della Costituzione in questa specifica e molto particolare situazione.
In questo modo si vuole impedire alle popolazioni di difendersi. Anche se le si mette, a loro insaputa, in un forno a micro e macro onde in cui cuoceranno insieme ai loro figli (la Costituzione considera fondamentale il diritto alla salute). Oltre a divenire il bersaglio preliminare di ogni futuro conflitto.
Io penso che questa base la si debba chiudere e mi impegno personalmente in questo senso. Penso che il diritto costituzionale sia dalla parte della sovranità popolare, non dalla parte degli espropriatori della democrazia e della ricchezza che siedono nel Palazzo.
In ogni assemblea cui partecipo, dovunque vado, ripeto che il Parlamento italiano prossimo venturo dovrebbe dichiarare, nella sua prima seduta, che l’Italia non parteciperà più a nessuna azione o missione militare fuori dai suoi confini. Che lo dichiari preliminarmente, impegnando il Governo a rispettare la sua deliberazione. Il Muos è arma di aggressione e non soltanto di difesa. E non è sotto il controllo delle leggi e delle autorità italiane. Come tale dev’essere dichiarato illegittimo e chiuso.
Naturalmente io penso che l’Italia debba uscire dalla Nato, poiché non abbiamo nemici che non siano le catastrofi naturali che si abbatteranno su di noi insieme alla crescita del Prodotto interno lordo (finché ce ne sarà). E dunque che non si debbano comprare altri caccia bombardieri e altri sommergibili, che serviranno solo a farci diventare bersagli in guerre che è ormai impossibile vincere.
lunedì 17 dicembre 2012
domenica 16 dicembre 2012
martedì 11 dicembre 2012
Crescita o austerità? La lezione americana
Marcello de Cecco
– Prima l’austerità e poi la crescita. La prima l’abbiamo da tempo ma la seconda non si vede, e se la ricetta non ci ha ancora soffocato lo dobbiamo a Obama, che questa ricetta non la applica. Ma quando è nata l’idea che per investire bisogna aver prima risparmiato? Essa è presente già in Adam Smith, se lo si legge superficialmente. Poi la straordinaria fortuna della stessa idea le fa percorrere l’intera storia della teoria economica. Fino a quando arriva Keynes che, con la forza della disperazione che viene dal vedere i danni che l’idea ha fatto quando è stata applicata dopo la prima guerra mondiale, riesce a capovolgerla e afferma che, al contrario, sono gli investimenti a determinare i risparmi. Dopo un po’ e specie guardando a quello che accade durante la seconda guerra mondiale, l’eresia keynesiana diviene la nuova ortodossia Poi, a partire dagli anni settanta, quando una ondata di inflazione colpisce gli Stati Uniti, i cosiddetti monetaristi di Chicago tornano ad affermare la vecchia ortodossia. L’inflazione è per loro un fenomeno monetario e se si vuole colpirla a morte bisogna operare riducendo drasticamente il tasso di incremento della quantità di moneta.
Nell’Europa continentale la vecchia ortodossia, rilanciata dai monetaristi, non era in realtà mai passata di moda. Economisti assai rispettati, come Einaudi in Italia, chiamati a operare come ministri nell’immediato dopoguerra, quando infieriva l’inflazione, avevano cercato, con successo, di domarla con una politica restrittiva, nella convinzione che bisognasse praticare la deflazione se si voleva, in un secondo stadio della cura, far ripartire la crescita. In Italia come in Germania, questo accadde. Ma il ritorno alla crescita si realizzò solo quando la capacità produttiva inutilizzata indotta dalla deflazione interna fu sbloccata dalla domanda estera, risuscitata dalle necessità della guerra di Corea, che fece salire enormemente la richiesta di materie prime e prodotti industriali. In aggiunta, negli Stati Uniti si applicava ancora la nuova ortodossia keynesiana. I governi democratici di quel paese non cercarono di spegnere con una deflazione la domanda aggiuntiva indotta dalla guerra di Corea e prima ancora, dalla enorme liquidità che era andata in mano ai cittadini durante la guerra mondiale, quando era tornata alla piena occupazione, con alti salari che stimolavano i consumi. I ministri liberisti europei, che credevano nella politica dei due stadi, che si dovesse prima risparmiare e poi investire, pur sconfitti nella pratica, avendo debellato l’inflazione ne derivarono grande prestigio. Avevano bloccato le loro economie, che solo la opposta politica economica praticata negli Stati Uniti riuscì a far ripartire, insieme ai generosi aiuti del piano Marshall e a quelli per finanziare le spese della difesa in Europa.
La fortuna della teoria dei due stadi è sopravvissuta così fino ai giorni nostri ed ha acquistato nuovo prestigio quando il problema principale è divenuto quello della crescita del debito pubblico, generale ma assai maggiore in alcuni paesi del Sud Europa, che è stata resa possibile dalla domanda di titoli da parte di paesi incapaci di impiegare in casa tutto quel che gli viene dalle esportazioni di petrolio e materie prime. Al debito pubblico i paesi sviluppati hanno fatto ricorso quando la spesa ha cominciato a crescere senza freni, e non si è voluto finanziarla con una tassazione maggiorata in proporzione. L’introduzione della moneta unica ha diffuso la convinzione che i paesi più ricchi dell’Europa avrebbero anche fornito una garanzia implicita ai debiti di quelli più poveri. A un certo punto, tuttavia, la classe politica dei paesi ricchi del centro dell’Europa ha cominciato a preoccuparsi perché il rallentamento della crescita anche a casa sua imponeva di far fronte alle entrate fiscali minori con il debito pubblico. Per paura che il prestigio del proprio debito fosse contaminato dalla mancanza di freni alle spese dei paesi più poveri, quelli ricchi, con in testa la Germania, hanno ritenuto opportuno negare pubblicamente qualsiasi impegno a fornire garanzie anche solo implicite sui debiti pubblici della intera zona euro. Questa ritirata è stata accelerata dalla crisi finanziaria scatenatasi negli Stati Uniti. La crisi di fiducia nei mercati finanziari che essa ha indotto ha reso ancora più riluttanti i governanti dei paesi ricchi ad assumersi responsabilità per quelli più poveri, e dalla loro opinione pubblica, opportunamente manovrata da media e giudici costituzionali, è venuta una minacciosa richiesta alla classe politica a dettare ai paesi poveri e debitori una precisa ricetta di politica economica: la fine dei deficit pubblici e del debito in veloce crescita.
Per fortuna dall’altra parte dell’Oceano i governi, avendo a che fare con una politica di potenza, non si sono potuti permettere di abbracciare la teoria dei due stadi. Hanno continuato bellamente a spendere, facendo crescere il debito e affrontando la crisi con una politica monetaria straordinariamente espansiva. Niente ortodossia monetarista, dunque, negli Stati Uniti. Ne hanno beneficiato anche i paesi europei ricchi, che hanno potuto iniziare una riforma della politica economica europea, forzando quelli poveri, e loro stessi, ad adottare il fiscal compact, che segue la teoria dei due stadi, che non è riuscita, grazie alle misure americane, a sortire tutti i propri malefici effetti in Europa. Altra fortuna per l’Europa, avere messo alla testa della Bce un banchiere che ha studiato in America e che ha imitato, finora, la politica monetaria della Federal Reserve, pur dichiarando, per rassicurare autorità e opinione pubblica nei paesi ricchi, la propria ortodossia e la fiducia nella politica dei due stadi. Le miserie dei paesi poveri sono state dunque in parte contenute dalle politiche opposte praticate da Cina, Stati Uniti e Bce. Chi prevarrà, alla fine? Il nostro fato è appeso agli esiti elettorali tedeschi.
– Prima l’austerità e poi la crescita. La prima l’abbiamo da tempo ma la seconda non si vede, e se la ricetta non ci ha ancora soffocato lo dobbiamo a Obama, che questa ricetta non la applica. Ma quando è nata l’idea che per investire bisogna aver prima risparmiato? Essa è presente già in Adam Smith, se lo si legge superficialmente. Poi la straordinaria fortuna della stessa idea le fa percorrere l’intera storia della teoria economica. Fino a quando arriva Keynes che, con la forza della disperazione che viene dal vedere i danni che l’idea ha fatto quando è stata applicata dopo la prima guerra mondiale, riesce a capovolgerla e afferma che, al contrario, sono gli investimenti a determinare i risparmi. Dopo un po’ e specie guardando a quello che accade durante la seconda guerra mondiale, l’eresia keynesiana diviene la nuova ortodossia Poi, a partire dagli anni settanta, quando una ondata di inflazione colpisce gli Stati Uniti, i cosiddetti monetaristi di Chicago tornano ad affermare la vecchia ortodossia. L’inflazione è per loro un fenomeno monetario e se si vuole colpirla a morte bisogna operare riducendo drasticamente il tasso di incremento della quantità di moneta.
Nell’Europa continentale la vecchia ortodossia, rilanciata dai monetaristi, non era in realtà mai passata di moda. Economisti assai rispettati, come Einaudi in Italia, chiamati a operare come ministri nell’immediato dopoguerra, quando infieriva l’inflazione, avevano cercato, con successo, di domarla con una politica restrittiva, nella convinzione che bisognasse praticare la deflazione se si voleva, in un secondo stadio della cura, far ripartire la crescita. In Italia come in Germania, questo accadde. Ma il ritorno alla crescita si realizzò solo quando la capacità produttiva inutilizzata indotta dalla deflazione interna fu sbloccata dalla domanda estera, risuscitata dalle necessità della guerra di Corea, che fece salire enormemente la richiesta di materie prime e prodotti industriali. In aggiunta, negli Stati Uniti si applicava ancora la nuova ortodossia keynesiana. I governi democratici di quel paese non cercarono di spegnere con una deflazione la domanda aggiuntiva indotta dalla guerra di Corea e prima ancora, dalla enorme liquidità che era andata in mano ai cittadini durante la guerra mondiale, quando era tornata alla piena occupazione, con alti salari che stimolavano i consumi. I ministri liberisti europei, che credevano nella politica dei due stadi, che si dovesse prima risparmiare e poi investire, pur sconfitti nella pratica, avendo debellato l’inflazione ne derivarono grande prestigio. Avevano bloccato le loro economie, che solo la opposta politica economica praticata negli Stati Uniti riuscì a far ripartire, insieme ai generosi aiuti del piano Marshall e a quelli per finanziare le spese della difesa in Europa.
La fortuna della teoria dei due stadi è sopravvissuta così fino ai giorni nostri ed ha acquistato nuovo prestigio quando il problema principale è divenuto quello della crescita del debito pubblico, generale ma assai maggiore in alcuni paesi del Sud Europa, che è stata resa possibile dalla domanda di titoli da parte di paesi incapaci di impiegare in casa tutto quel che gli viene dalle esportazioni di petrolio e materie prime. Al debito pubblico i paesi sviluppati hanno fatto ricorso quando la spesa ha cominciato a crescere senza freni, e non si è voluto finanziarla con una tassazione maggiorata in proporzione. L’introduzione della moneta unica ha diffuso la convinzione che i paesi più ricchi dell’Europa avrebbero anche fornito una garanzia implicita ai debiti di quelli più poveri. A un certo punto, tuttavia, la classe politica dei paesi ricchi del centro dell’Europa ha cominciato a preoccuparsi perché il rallentamento della crescita anche a casa sua imponeva di far fronte alle entrate fiscali minori con il debito pubblico. Per paura che il prestigio del proprio debito fosse contaminato dalla mancanza di freni alle spese dei paesi più poveri, quelli ricchi, con in testa la Germania, hanno ritenuto opportuno negare pubblicamente qualsiasi impegno a fornire garanzie anche solo implicite sui debiti pubblici della intera zona euro. Questa ritirata è stata accelerata dalla crisi finanziaria scatenatasi negli Stati Uniti. La crisi di fiducia nei mercati finanziari che essa ha indotto ha reso ancora più riluttanti i governanti dei paesi ricchi ad assumersi responsabilità per quelli più poveri, e dalla loro opinione pubblica, opportunamente manovrata da media e giudici costituzionali, è venuta una minacciosa richiesta alla classe politica a dettare ai paesi poveri e debitori una precisa ricetta di politica economica: la fine dei deficit pubblici e del debito in veloce crescita.
Per fortuna dall’altra parte dell’Oceano i governi, avendo a che fare con una politica di potenza, non si sono potuti permettere di abbracciare la teoria dei due stadi. Hanno continuato bellamente a spendere, facendo crescere il debito e affrontando la crisi con una politica monetaria straordinariamente espansiva. Niente ortodossia monetarista, dunque, negli Stati Uniti. Ne hanno beneficiato anche i paesi europei ricchi, che hanno potuto iniziare una riforma della politica economica europea, forzando quelli poveri, e loro stessi, ad adottare il fiscal compact, che segue la teoria dei due stadi, che non è riuscita, grazie alle misure americane, a sortire tutti i propri malefici effetti in Europa. Altra fortuna per l’Europa, avere messo alla testa della Bce un banchiere che ha studiato in America e che ha imitato, finora, la politica monetaria della Federal Reserve, pur dichiarando, per rassicurare autorità e opinione pubblica nei paesi ricchi, la propria ortodossia e la fiducia nella politica dei due stadi. Le miserie dei paesi poveri sono state dunque in parte contenute dalle politiche opposte praticate da Cina, Stati Uniti e Bce. Chi prevarrà, alla fine? Il nostro fato è appeso agli esiti elettorali tedeschi.
martedì 4 dicembre 2012
La lotta di classe nel 2012
Posted by keynesblog
Si tratta di una verità scomoda ma reale che non siamo tutti sulla stessa barca; l’America della guerra di classe a tutto campo ha perso alla grande le elezioni, ma ora cerca di usare la pretesa di essere preoccupata per il deficit per strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta.
di Paul Krugman, New York Times, 29 novembre 2012
Il giorno delle elezioni, ha riferito il Boston Globe, l’aeroporto internazionale Logan di Boston era a corto di spazi di parcheggio. Non per le auto – per jet privati. Un’alluvione di grandi donatori era in città per partecipare alla festa della vittoria di Mitt Romney.
Come si è scoperto poi questi plutocrati delusi erano disinformati sulla realtà politica, ma non si sbagliavano su chi fosse dalla loro parte, perché la scelta elettorale riguardava soprattutto gli interessi dei ricchi contro quelli della classe media e dei poveri.
E in sostanza la campagna di Obama ha vinto perché ha scelto di ignorare gli avvertimenti dei “centristi” schizzinosi e di sottolineare invece la realtà e l’importanza dell’aspetto di lotta di classe del confronto elettorale. Questo ha fatto sì che non solo il presidente Obama vincesse con margini enormi tra gli elettori a basso reddito, ma che tali elettori si presentassero in gran numero, suggellando così la sua vittoria.
La cosa importante da capire ora è che le elezioni sono passate, ma la guerra di classe non è passata. Le stesse persone che hanno scommesso grosso, e perso, su Romney stanno ora cercando di riguadagnare di nascosto – in nome della responsabilità fiscale – il terreno che non sono riusciti a guadagnare in un’elezione aperta.
Prima di arrivare a questo aspetto, una parola sul voto vero e proprio. Ovviamente il mero interesse economico non spiega del tutto come gli individui, o anche ampi gruppi demografici, esprimano la loro preferenza. Gli americani di origine asiatica formano un gruppo relativamente benestante, ma hanno votato tre a uno per il presidente Obama. I bianchi del Mississippi non sono invece particolarmente benestanti, ma fra di loro solo uno su dieci ha votato Obama.
Queste anomalie, tuttavia, non sono bastate a modificare il quadro generale. Nel frattempo, i democratici sembrano aver neutralizzato il tradizionale vantaggio repubblicano sui temi sociali, così che le elezioni sono state davvero un referendum sulla politica economica. E gli elettori hanno detto chiaramente no ai tagli alle tasse per i ricchi, no al taglio dei benefici per la classe media e dei poveri. Così che cosa deve fare chi vuole la guerra di classe a tutto campo?
Come ho già suggerito la risposta è di affidarsi al furto con destrezza – cioè contrabbandare politiche favorevoli ai plutocrati per risposte sensate al deficit di bilancio.
Si consideri, come primo esempio, l’esigenza di innalzare l’età pensionabile, l’età di ammissibilità per Medicare (il sistema federale di assistenza medica per gli anziani, N. d. T.), o entrambe.
di Paul Krugman, New York Times, 29 novembre 2012
Il giorno delle elezioni, ha riferito il Boston Globe, l’aeroporto internazionale Logan di Boston era a corto di spazi di parcheggio. Non per le auto – per jet privati. Un’alluvione di grandi donatori era in città per partecipare alla festa della vittoria di Mitt Romney.
Come si è scoperto poi questi plutocrati delusi erano disinformati sulla realtà politica, ma non si sbagliavano su chi fosse dalla loro parte, perché la scelta elettorale riguardava soprattutto gli interessi dei ricchi contro quelli della classe media e dei poveri.
E in sostanza la campagna di Obama ha vinto perché ha scelto di ignorare gli avvertimenti dei “centristi” schizzinosi e di sottolineare invece la realtà e l’importanza dell’aspetto di lotta di classe del confronto elettorale. Questo ha fatto sì che non solo il presidente Obama vincesse con margini enormi tra gli elettori a basso reddito, ma che tali elettori si presentassero in gran numero, suggellando così la sua vittoria.
La cosa importante da capire ora è che le elezioni sono passate, ma la guerra di classe non è passata. Le stesse persone che hanno scommesso grosso, e perso, su Romney stanno ora cercando di riguadagnare di nascosto – in nome della responsabilità fiscale – il terreno che non sono riusciti a guadagnare in un’elezione aperta.
Prima di arrivare a questo aspetto, una parola sul voto vero e proprio. Ovviamente il mero interesse economico non spiega del tutto come gli individui, o anche ampi gruppi demografici, esprimano la loro preferenza. Gli americani di origine asiatica formano un gruppo relativamente benestante, ma hanno votato tre a uno per il presidente Obama. I bianchi del Mississippi non sono invece particolarmente benestanti, ma fra di loro solo uno su dieci ha votato Obama.
Queste anomalie, tuttavia, non sono bastate a modificare il quadro generale. Nel frattempo, i democratici sembrano aver neutralizzato il tradizionale vantaggio repubblicano sui temi sociali, così che le elezioni sono state davvero un referendum sulla politica economica. E gli elettori hanno detto chiaramente no ai tagli alle tasse per i ricchi, no al taglio dei benefici per la classe media e dei poveri. Così che cosa deve fare chi vuole la guerra di classe a tutto campo?
Come ho già suggerito la risposta è di affidarsi al furto con destrezza – cioè contrabbandare politiche favorevoli ai plutocrati per risposte sensate al deficit di bilancio.
Si consideri, come primo esempio, l’esigenza di innalzare l’età pensionabile, l’età di ammissibilità per Medicare (il sistema federale di assistenza medica per gli anziani, N. d. T.), o entrambe.
lunedì 19 novembre 2012
Fiscal cliff, l’economia Usa sull’orlo del burrone
di Nicola Melloni - sbilanciamoci -
Le cause e le conseguenze del buco di bilancio degli Stati Uniti e delle politiche che si preparano ad affrontarlo. Se l’austerità sbarca in America, la recessione diventa inevitabile
L’inizio del secondo mandato di Obama non sarà certo dei più facili. I Democratici hanno mantenuto il controllo del Senato ma i Repubblicani sono ancora in maggioranza al Congresso e questo vuol dire che, una volta di più, che il Presidente dovrà trovare un compromesso con il Great Old Party per far passare i suoi provvedimenti. Ed il primo test sarà il tanto temuto fiscal cliff.
La politica e il debito in America
Vediamo l’antefatto: un anno e mezzo fa, nell’estate del 2011, il debito americano veniva affossato da Standard&Poor’s che toglieva la tripla A agli Stati Uniti. In effetti i conti macro-economici sembravano, almeno in parte, fuori controllo ed erano diventati terreno di scontro politico. Il problema è che in America il debito ha un tetto determinato per legge e solo una votazione di Congresso e Senato può aumentare lo stock di debito esistente, cosa ben diversa dalla situazione europea (o giapponese, tanto per dire) dove il debito, come ben sappiamo, può crescere ad libitum. Nel passato i legislatori americani avevano alzato il tetto massimo senza particolari problemi, ma durante il primo term di Obama le cose furono ben diverse, con i Repubblicani decisi alla guerra totale contro un presidente che, ai loro occhi, cercava di trasformare l’America in una socialdemocrazia europea[i], soprattutto alla luce del piano sanitario nazionale che era divenuto il provvedimento simbolo della politica di Obama.
E dunque i Repubblicani, travolti dal successo dei Tea Party che avevano dominato le mid-term elections, si fecero portavoci di una intransigenza fiscale mai vista prima di allora. Anche perché negli ultimi 30 anni era proprio stato il partito dei Reagan e dei Bush a dimostrare indisciplina fiscale, soprattutto con i tagli alle tasse, mirati soprattutto alle classi più agiate, accompagnati da una spesa pubblica in continua crescita, soprattutto per guerre (Bush junior) ed armamenti (Reagan). Mentre il debito di Obama era invece frutto di una situazione contingente, la crisi che aveva messo in moto tutti gli ammortizzatori sociali del caso a fronte di una ovvia frenata nelle entrate dovuta alla recessione.
Il fiscal cliff e le sue conseguenze
La situazione nell’estate del 2011 era di stallo. Entrambi gli schieramenti riconoscevano l’importanza di ridurre, almeno in termini relativi, il debito, ma le strade che volevano seguire erano opposte. Dalla parte democratica si volevano cancellare i Bush tax cuts, cioè le esenzioni per i più ricchi, da parte Repubblicana, invece, si chiedevano sostanziali tagli nella spesa sociale. Pressati dalla necessità di votare, in ogni caso, un innalzamento del tetto del debito, pena l’impossibilità per il governo federale di pagare i propri debiti, i contendenti raggiunsero una sorta di accordo di mutua distruzione. A cominciare dal Gennaio 2013 sarebbero entrati in vigore sia i tagli che le tasse maggiori – il tanto temuto burrone fiscale.
Un recente studio di Bank of America – Merrill Lynch quantifica il fiscal cliff come segue:
Fonte: The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.7. www.washingtonpost.com
Ovviamente una manovra di questo genere avrebbe effetti devastanti sull’economia americana, che entrerebbe rapidamente in recessione, e, di conseguenza, su quella mondiale. Le stime dell’effetto cumulativo variano tra 600 e 800 miliardi, con un impatto sul PIL fino al 6% ed una recessione prevista nell’ordine dell’1%.
Nonostante il fiscal cliff sia stato fondamentalmente assente dalla campagna elettorale per le presidenziali americane, la preoccupazione tra gli investitori è salita esponenzialmente negli ultimi mesi, superando addirittura la crisi europea. Molte imprese, infatti, vedranno tagliati i fondi governativi che hanno ricevuto in questi anni. Sanità e difesa saranno i settori più colpiti (quasi il 75% dei tagli saranno rivolti a queste industrie) con un calo diretto di quasi il 10% delle entrate[ii]. Altri settori cruciali, come l’energia e soprattutto l’educazione (con oltre 180 mila bambini che rischiano di perdere l’accesso a programmi come Head Start e Child Care Assistance) soffriranno per i tagli.
Anche lavoratori e consumatori saranno colpiti dal fiscal cliff. In particolare espirerà l’estensione dell’assicurazione per i disoccupati, misura particolarmente penalizzante in una America dove la disoccupazione è ancora quasi all’8% (ed il 40% di questa è di lungo periodo). E le tasse si alzeranno non solo per i ricchi ma anche per la middle class che in America è ormai in continua riduzione. L’incremento fiscale colpirà in assoluto più i ricchi che i poveri – una crescita del 5.8% contro il 3.7%. Ma le tasche dei poveri saranno molto più leggere: il reddito per il 20% più povero si ridurrà del 2% mentre per il 40% più benestante il reddito disponibile calerà di solo lo 0.1%[iii]. Molto semplicemente i risparmi governativi si tradurranno in un minor reddito disponibile per i lavoratori più poveri, affossando l’economia reale.
La politica e il debito in America
Vediamo l’antefatto: un anno e mezzo fa, nell’estate del 2011, il debito americano veniva affossato da Standard&Poor’s che toglieva la tripla A agli Stati Uniti. In effetti i conti macro-economici sembravano, almeno in parte, fuori controllo ed erano diventati terreno di scontro politico. Il problema è che in America il debito ha un tetto determinato per legge e solo una votazione di Congresso e Senato può aumentare lo stock di debito esistente, cosa ben diversa dalla situazione europea (o giapponese, tanto per dire) dove il debito, come ben sappiamo, può crescere ad libitum. Nel passato i legislatori americani avevano alzato il tetto massimo senza particolari problemi, ma durante il primo term di Obama le cose furono ben diverse, con i Repubblicani decisi alla guerra totale contro un presidente che, ai loro occhi, cercava di trasformare l’America in una socialdemocrazia europea[i], soprattutto alla luce del piano sanitario nazionale che era divenuto il provvedimento simbolo della politica di Obama.
E dunque i Repubblicani, travolti dal successo dei Tea Party che avevano dominato le mid-term elections, si fecero portavoci di una intransigenza fiscale mai vista prima di allora. Anche perché negli ultimi 30 anni era proprio stato il partito dei Reagan e dei Bush a dimostrare indisciplina fiscale, soprattutto con i tagli alle tasse, mirati soprattutto alle classi più agiate, accompagnati da una spesa pubblica in continua crescita, soprattutto per guerre (Bush junior) ed armamenti (Reagan). Mentre il debito di Obama era invece frutto di una situazione contingente, la crisi che aveva messo in moto tutti gli ammortizzatori sociali del caso a fronte di una ovvia frenata nelle entrate dovuta alla recessione.
Il fiscal cliff e le sue conseguenze
La situazione nell’estate del 2011 era di stallo. Entrambi gli schieramenti riconoscevano l’importanza di ridurre, almeno in termini relativi, il debito, ma le strade che volevano seguire erano opposte. Dalla parte democratica si volevano cancellare i Bush tax cuts, cioè le esenzioni per i più ricchi, da parte Repubblicana, invece, si chiedevano sostanziali tagli nella spesa sociale. Pressati dalla necessità di votare, in ogni caso, un innalzamento del tetto del debito, pena l’impossibilità per il governo federale di pagare i propri debiti, i contendenti raggiunsero una sorta di accordo di mutua distruzione. A cominciare dal Gennaio 2013 sarebbero entrati in vigore sia i tagli che le tasse maggiori – il tanto temuto burrone fiscale.
Un recente studio di Bank of America – Merrill Lynch quantifica il fiscal cliff come segue:
Fonte: The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.7. www.washingtonpost.com
Ovviamente una manovra di questo genere avrebbe effetti devastanti sull’economia americana, che entrerebbe rapidamente in recessione, e, di conseguenza, su quella mondiale. Le stime dell’effetto cumulativo variano tra 600 e 800 miliardi, con un impatto sul PIL fino al 6% ed una recessione prevista nell’ordine dell’1%.
Nonostante il fiscal cliff sia stato fondamentalmente assente dalla campagna elettorale per le presidenziali americane, la preoccupazione tra gli investitori è salita esponenzialmente negli ultimi mesi, superando addirittura la crisi europea. Molte imprese, infatti, vedranno tagliati i fondi governativi che hanno ricevuto in questi anni. Sanità e difesa saranno i settori più colpiti (quasi il 75% dei tagli saranno rivolti a queste industrie) con un calo diretto di quasi il 10% delle entrate[ii]. Altri settori cruciali, come l’energia e soprattutto l’educazione (con oltre 180 mila bambini che rischiano di perdere l’accesso a programmi come Head Start e Child Care Assistance) soffriranno per i tagli.
Anche lavoratori e consumatori saranno colpiti dal fiscal cliff. In particolare espirerà l’estensione dell’assicurazione per i disoccupati, misura particolarmente penalizzante in una America dove la disoccupazione è ancora quasi all’8% (ed il 40% di questa è di lungo periodo). E le tasse si alzeranno non solo per i ricchi ma anche per la middle class che in America è ormai in continua riduzione. L’incremento fiscale colpirà in assoluto più i ricchi che i poveri – una crescita del 5.8% contro il 3.7%. Ma le tasche dei poveri saranno molto più leggere: il reddito per il 20% più povero si ridurrà del 2% mentre per il 40% più benestante il reddito disponibile calerà di solo lo 0.1%[iii]. Molto semplicemente i risparmi governativi si tradurranno in un minor reddito disponibile per i lavoratori più poveri, affossando l’economia reale.
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mercoledì 14 novembre 2012
Bombardare le Nazioni Unite? Ricondannato l’embargo USA contro Cuba
di Gennaro Carotenuto,
Tale notizia, rilevante, anche se è la ventunesima volta che succede, è di fatto introvabile sui nostri giornali. Anzi, sorprende che l’editorialista del Corriere della Sera Pigì Battista, così spesso a favore di interventi militari e così struggente nei suoi veementi editoriali contro le dittature comuniste latinoamericane, non scriva un bell’editoriale per chiedere di bombardare le trinariciute Nazioni Unite.
In effetti è strana l’informazione sull’America latina e su Cuba nei nostri media. Basta uno starnuto di Yoani Sánchez all’Avana per provocare un uragano in Via Solferino a Milano (con annessi editoriali dei Riotta o Pigì Battista di turno). Al contrario i 50.000 morti della narcoguerra di Felipe Calderón in Messico, o i 2.000 falsi positivi in Colombia (persone inermi assassinate dall’esercito per farle passare da guerriglieri e incassare gli incentivi produzione pagati dal Pentagono) non meritano che un millesimo dei fiumi di lacrime e d’inchiostro versati per Ingrid Betancourt. Un grande amore, quello per Yoani e per Ingrid, che Mimmo Candito giurava (mepossinocecamme disse) sarebbe stata portata in processione come una Madonna pellegrina fino alla presidenza della Repubblica a Bogotà (poi non s’è manco candidata).
Cuba in particolare è presente quasi quotidianamente nella nostra informazione. Non per spiegare, non per capire, sempre per condannare. Raramente con argomenti, che pure non mancherebbero, quasi sempre inventando e mistificando. Torme di castrologhi analizzano presunti esami clinici del patriarca della Rivoluzione cubana Fidel Castro, o del feroce saladino venezuelano Hugo Chávez, per leggere il futuro dagli esami istologici (inventati da Miami) delle loro frattaglie. In questi giorni le nostre redazioni sono state piene di dettagli sugli imminenti funerali (ovviamente segreti) di Fidel o sulla caduta inevitabile della dittatrice argentina Cristina, rea di avere i ricchi contro. Invece il più raffinato commento sul trionfo del dittatore venezuelano Hugo Chávez nelle elezioni presidenziali è stato “vabbé, ma tanto crepa presto”.
Sull’uragano Sandy, che prima di fare danni a New York ha spazzato via i Caraibi in maniera inversamente proporzionale al concetto di democrazia di Gianni Riotta (danni severi a Cuba, gravi nella Repubblica dominicana, disastrosi ad Haiti) c’è stato un iniziale silenzio assoluto. Quindi, una volta passata la tempesta, invece di udire augelli far festa, i media hanno fatto all’unisono un’ipocrita autocritica: ma come mai non c’eravamo accorti prima dei morti di Sandy fuori dagli Stati Uniti? Mistero… Qualcuno, molto tendenzioso, ha ipotizzato che non avessero parlato di Sandy a Cuba per evitare di dir bene della protezione civile cubana. Chissà.
martedì 13 novembre 2012
Ma Obama è più debole
Il candidato democratico vince ma non è più la stella di quattro anni fa. E' cresciuta la disillusione e ora per il presidente Usa si annuncia una strada di coabitazione con la maggioranza repubblicana
Felice Mometti - ilmegafonoquotidiano -
E' stata la campagna presidenziale più dispendiosa di sempre, con oltre il 70% degli spot televisivi contro l'avversario invece di sostenere le proprie proposte e il proprio programma. I due candidati hanno speso circa un miliardo di dollari ciascuno, un po' di più Obama. Sono state anche le elezioni dei Super Pac, cioè della possibilità di finanziamento dei candidati al di fuori di ogni controllo legale.Una campagna elettorale durata un anno e mezzo dove molte volte si faceva fatica a cogliere le reali differenze tra i due candidati su molti argomenti. La "perfect beast", la bestia perfetta, il nome dato al quartier generale di Obama composto da 300 analisti, sondaggisti, spin doctors - che da gennaio ha gestito e controllato ogni iniziativa e ogni dichiarazione - ha sconfitto un Partito Repubblicano uscito profondamente diviso dalle primarie. Una vittoria tutta giocata sul "meno peggio" e contro la disillusione verso una presidenza che non ha mantenuto le promesse di quattro anni fa. La lista è lunga, da una cosiddetta riforma sanitaria che non scalfisce il dominio delle lobbies delle assicurazioni sanitarie, a una legge contro le speculazioni di Wall Street rimasta sulla carta, a diritti sindacali mai visti, all'aumento della tassazione su salari e stipendi.
Quattro anni fa la vittoria di Obama aveva potuto contare su una parziale mobilitazione civile, sull'attivazione di alcune forme di partecipazione. Qui sta tutta la differenza. Oggi, nonostante gli sforzi dei piccoli e grandi media democratici e delle principali organizzazioni sindacali, questo non c'è stato e non è riuscita l'operazione di coinvolgere seppur indirettamente il movimento Occupy. Una campagna elettorale tutta ripiegata su questioni interne, a partire dalla crisi che falcidia redditi e diritti. Romney ha cercato di uscire dall'angolo, a settembre era dato per completamente spacciato, con una disperata corsa verso il centro - attenuando e ammorbidendo le posizioni iniziali su aborto, immigrazione e tagli alla spesa statale - lanciando un messaggio preciso: un conto è la campagna elettorale un altro è la politica del Presidente degli Stati Uniti. Prima di uscire di scena però un risultato lo ha ottenuto. Nell'ultimo mese, nonostante le sue gaffe, gli sproloqui sui 23 milioni di nuovi posti di lavoro e la scarsa consistenza del personaggio, ha mostrato tutta la debolezza politica dell'avversario. Secondo un anonimo analista dello staff di Obama l'uragano Sandy ha certamente seminato morte e distruzione ma ha anche permesso di rilanciare l'immagine del Presidente come "comandante in capo". Ora per i governatori repubblicani che si sono aggrappati ad Obama per il risarcimento dei danni, per il sindaco di New York che lo ha sostenuto, per Marchionne in versione spot elettorale - per fare solo alcuni esempi - si va all'incasso.
L'America è divisa, questo il commento che campeggia sulla maggioranza dei siti web e dei giornali. Lo sceriffo della contea di Alameda, un feudo democratico con capoluogo Oakland, un paio di settimane fa ha chiesto l'utilizzo dei droni predator per questioni di ordine pubblico. Si tratta, ancora una volta, di capire dove passano le divisioni e tra chi e chi.
Guarda il libro: America no we can't
venerdì 9 novembre 2012
DRONE
Without
pilot without morals without dignity
"the
toddlers adore me…I remind them the kites of their dreams"
giovedì 8 novembre 2012
Obama
Obama, la partita dell'economia - fonte -
di Vladimiro Giacchè
Si direbbe che per una volta i mercati finanziari siano stati coerenti.
Wall Street aveva generosamente finanziato la campagna elettorale di Mitt Romney, e ha dato il benvenuto alla vittoria di Obama con perdite intorno al 2 per cento. Ma sarebbe semplicistico ridurre queste reazioni a semplice partigianeria.
Gli occhi degli investitori sono rivolti al cosiddetto “fiscal cliff” (“dirupo fiscale”), os- sia ai 607 miliardi di dollari di aumenti di tasse e tagli di spese che scatteranno automaticamente a gennaio se repubblicani e democratici non saranno riusciti a trovare un accordo sulle misure da prendere per affrontare il problema del debito pubblico, che ha raggiunto la cifra impressionante di 16.200 miliardi di dollari.
Pubblicato Giovedì, 08 Novembre
Si direbbe che per una volta i mercati finanziari siano stati coerenti.
Wall Street aveva generosamente finanziato la campagna elettorale di Mitt Romney, e ha dato il benvenuto alla vittoria di Obama con perdite intorno al 2 per cento. Ma sarebbe semplicistico ridurre queste reazioni a semplice partigianeria.
Gli occhi degli investitori sono rivolti al cosiddetto “fiscal cliff” (“dirupo fiscale”), os- sia ai 607 miliardi di dollari di aumenti di tasse e tagli di spese che scatteranno automaticamente a gennaio se repubblicani e democratici non saranno riusciti a trovare un accordo sulle misure da prendere per affrontare il problema del debito pubblico, che ha raggiunto la cifra impressionante di 16.200 miliardi di dollari.
I democratici puntano soprattutto sull’aumento delle tasse ai ricchi, mentre i repubblicani preferiscono tagliare le spese socia- li. Quello che preoccupa e` la prospettiva di uno stallo. Cosa tutt’altro che improbabile, se si considera che alla Camera la maggioranza e` saldamente nelle mani dei repubblicani. Questo potrebbe comportare una replica del film gia` visto nell’agosto del 2011, allorche´ il mancato accordo tra democratici e repubblicani sulle politiche di bilancio indusse Standard & Poor’s ad abbassare il rating degli Stati Uniti sotto la tripla A, per la prima volta nella storia. Allora la cosa non ebbe conseguenze gravi sui titoli di Stato statunitensi soprattutto grazie all’acutizzarsi della crisi del debito in Europa, che convinse molti investitori a considerare nonostante tutto il dollaro e i titoli di Stato Usa come il porto piu` sicuro.
Anche ieri i titoli di Stato statunitensi a due, dieci e trenta anni sono stati generosamente comprati. Perche´ anche questa volta i maggiori problemi sembrano provenire dall’Europa: in Germania ordinativi e produzione industriale sono caduti a settembre, rispettivamente, del 3,3 e dell’1,8 per cento. E` ormai molto probabile una recessione anche in Germania: il degno corona- mento della politica di austerity depressiva imposta ai paesi dell’eurozona, che costituiscono il mercato di sbocco del 40 per cento dell’export tedesco.
Da questo punto di vista la politica seguita in questi anni da Obama appare senz’altro piu` lungimirante. Ma e` pur vero che, anche se il mercato immobiliare da` qualche timido segno di ripresa e l’economia statunitense quest’anno crescera` del 2 per cento, la situazione resta tutt’altro che esaltante: nonostante una politica monetaria eccezionalmente espansiva (da quattro anni i tassi sono negativi in termini reali) e salvataggi su larga scala di imprese finanziarie e manifatturiere, in questi anni e` stata distrutta molta capacita` produttiva (la produzione e` inferiore ai livelli pre-crisi), gli in- vestimenti delle imprese sono insoddisfacenti, il ritmo di riassorbimento della disoccupazione e` il peggiore dalla crisi del 1929 in poi, i salari continuano a calare, e sono oltre 45 milioni i cittadini statunitensi che ricevono sussidi pubblici per acquista- re generi alimentari (i cosiddetti “Food Stamps”).
La vera sfida che sta di fronte a Obama e` questa: come invertire la tendenza al declino industriale e ridurre livelli di disuguaglianza che sono ai massimi dagli anni Venti del secolo scorso. Negli ultimi decenni, negli Stati Uniti come in Europa, e` stata molto in voga la favola secondo cui soltanto bassi livelli di tassazione delle imprese e dei cittadini piu` ricchi garantirebbero un buon tasso di investimenti e di crescita economi- ca.
Recentemente questa teoria e` stata smentita da uno studio, scritto da Thomas Hungerford per il Centro Ricerche del Congresso americano, il quale ha dimostrato, dati alla mano, che basse tasse alle imprese hanno poco a che fare con investimenti e crescita, e molto a che fare, invece, con la polarizzazione della ricchezza . Nell ’ immediato dopoguerra, quando l’aliquota marginale piu` elevata era al 90 per cento (!), il tasso di crescita annuo era del 4,2 per cento.
Negli anni Duemila, con l’aliquota piu` elevata scesa al 35 per cento, la crescita non e` stata superiore all’1,7 per cento. La cosa interessante e` che questo studio e` circolato come un samizdat, in quanto i repubblicani ne hanno chiesto e ottenuto il ritiro da parte del Centro.
Speriamo che Obama sia riuscito a leggerlo lo stesso.
Pubblico - 08.11.12Anche ieri i titoli di Stato statunitensi a due, dieci e trenta anni sono stati generosamente comprati. Perche´ anche questa volta i maggiori problemi sembrano provenire dall’Europa: in Germania ordinativi e produzione industriale sono caduti a settembre, rispettivamente, del 3,3 e dell’1,8 per cento. E` ormai molto probabile una recessione anche in Germania: il degno corona- mento della politica di austerity depressiva imposta ai paesi dell’eurozona, che costituiscono il mercato di sbocco del 40 per cento dell’export tedesco.
Da questo punto di vista la politica seguita in questi anni da Obama appare senz’altro piu` lungimirante. Ma e` pur vero che, anche se il mercato immobiliare da` qualche timido segno di ripresa e l’economia statunitense quest’anno crescera` del 2 per cento, la situazione resta tutt’altro che esaltante: nonostante una politica monetaria eccezionalmente espansiva (da quattro anni i tassi sono negativi in termini reali) e salvataggi su larga scala di imprese finanziarie e manifatturiere, in questi anni e` stata distrutta molta capacita` produttiva (la produzione e` inferiore ai livelli pre-crisi), gli in- vestimenti delle imprese sono insoddisfacenti, il ritmo di riassorbimento della disoccupazione e` il peggiore dalla crisi del 1929 in poi, i salari continuano a calare, e sono oltre 45 milioni i cittadini statunitensi che ricevono sussidi pubblici per acquista- re generi alimentari (i cosiddetti “Food Stamps”).
La vera sfida che sta di fronte a Obama e` questa: come invertire la tendenza al declino industriale e ridurre livelli di disuguaglianza che sono ai massimi dagli anni Venti del secolo scorso. Negli ultimi decenni, negli Stati Uniti come in Europa, e` stata molto in voga la favola secondo cui soltanto bassi livelli di tassazione delle imprese e dei cittadini piu` ricchi garantirebbero un buon tasso di investimenti e di crescita economi- ca.
Recentemente questa teoria e` stata smentita da uno studio, scritto da Thomas Hungerford per il Centro Ricerche del Congresso americano, il quale ha dimostrato, dati alla mano, che basse tasse alle imprese hanno poco a che fare con investimenti e crescita, e molto a che fare, invece, con la polarizzazione della ricchezza . Nell ’ immediato dopoguerra, quando l’aliquota marginale piu` elevata era al 90 per cento (!), il tasso di crescita annuo era del 4,2 per cento.
Negli anni Duemila, con l’aliquota piu` elevata scesa al 35 per cento, la crescita non e` stata superiore all’1,7 per cento. La cosa interessante e` che questo studio e` circolato come un samizdat, in quanto i repubblicani ne hanno chiesto e ottenuto il ritiro da parte del Centro.
Speriamo che Obama sia riuscito a leggerlo lo stesso.
mercoledì 7 novembre 2012
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