Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 15 aprile 2013

Transizione alla latinoamericana, da Chávez a Maduro

Maduro2(di ritorno da Caracas) La stretta vittoria di Nicolás Maduro (50,6% contro 49% con Capriles che chiede il riconteggio dei voti) come candidato della continuità con Hugo Chávez nelle elezioni presidenziali venezuelane apre e allo stesso tempo chiude il dibattito sulla prosecuzione del processo bolivariano. Lo chiude, testimoniando anche in Venezuela la solidità del processo democratico nel momento nel quale il candidato dell’opposizione, Enrique Capriles, offre allo stesso tempo un discorso progressista apparentemente analogo a quello della sinistra, accompagnato da un disprezzo e da una denigrazione tipicamente classista verso un processo del quale non può più disconoscere la grandezza.
Capriles, fin da ottobre ma con rinnovata lena durante questa campagna, ha riconosciuto la legittimazione di un’egemonia culturale della sinistra nell’America latina del XXI secolo, che ha sostituito l’inservibile armamentario neoliberale, ed ha –come ossimoro e contraddizione- avocato alla classe dirigente tradizionale –quella stessa del neoliberismo- il ruolo di condurre tale processo. Ma allo stesso tempo il dibattito è aperto in più punti. Nicolás Maduro ha ottenuto un risultato straordinario laddove non era scontato per nessuno che un processo così identificato con la figura di Hugo Chávez potesse sopravvivere alla scomparsa di uno dei dirigenti politici più importanti di tutta la storia latinoamericana. Un certo trionfalismo del campo popolare, che chi scrive ha colto con preoccupazione per le strade di Caracas, si accompagnava al rinviare al dopo alcuni nodi che lo stesso Chávez indicava. Come se la mozione degli affetti potesse cristallizzare a quel 5 marzo, il giorno della morte del presidente, la vita politica di un paese. S’è ripetuto nel campo popolare quello che succedeva nel decennio scorso nell’opposizione: un certo autismo impediva di vedere tanti piccoli smottamenti.
Se la differenza di meno del 2% tra i candidati, soprattutto quando il candidato dell’opposizione presenta un programma analogo a quello della maggioranza, è tale da essere invidiabile nella maggior parte del mondo, non ci si può nascondere che Capriles è stato capace, anche in un momento così emotivamente forte, con un piccolo calo di affluenza, circa il 2%, di sottrarre un voto su dodici al chavismo. Vedremo nelle prossime ore se ci sarà il riconoscimento della sconfitta da parte di Capriles o se seguirà le sirene della parte dell’opposizione che resta eversiva, ma Maduro dovrà interpretare la riduzione della base elettorale socialista come un richiamo ad andare con Chávez oltre Chávez verso sfide sempre più difficili in una rettificazione continua del processo, lavorando sull’efficienza e sull’etica del processo.
Non basterà più dire –ed è senz’altro vero- che quello che ha fatto il chavismo in dodici anni è un risultato straordinario. Chávez ha lasciato una base straordinaria per costruire un Venezuela più giusto, indipendente, sviluppato. Ma adesso non basterà più far notare che corruzione e inefficienza vi erano anche prima del chavismo e non basteranno le più importanti analisi sociologiche sulla persistenza di una violenza angosciosa nel paese. Dovranno essere dati segnali chiari in politica interna, applicando il Piano della Patria di Hugo Chávez per dare risposte a quella parte della società liberata in questi anni dal bisogno primario per permetterle di andare oltre in sicurezza e tranquillità e risolvendo la contraddizione tra ideali socialisti e il quotidiano vissuto in una società dei consumi tradizionale. Resta un’impresa titanica quella di una rivoluzione nella rivoluzione in un contesto nel quale tutto questo dovrà essere ottenuto evitando spaccature del movimento in una situazione che abbiamo spesso descritto come porosa, con continue entrate e uscite tra i due poli. Restano un’impresa titanica ma segnali chiari andranno lanciati da domani, per un governo che ha su di sé la spada di Damocle di un referendum revocatorio strumento di democrazia voluto da Chávez, già tra tre anni.

giovedì 11 aprile 2013

L’esercito marxiano

    
L’esercito marxiano

Pubblicato il 10 apr 2013

Geraldina Colotti da Caracas -
«La forza principale della rivoluzione è nella unità civico-militare che la sostiene – dice al manifesto il professor Ramon Moreno – Un cemento che viene da lontano». Moreno insegna il marxismo ai futuri colonnelli e ufficiali superiori della Scuola Superiore di Guerra Congiunta della capitale venezuelana, a Forte Tiuna. Le sue materie – formazione socialista rivoluzionaria, gestione pubblica socialista e pensiero socialista – sono rivolte agli alti gradi delle distinte forze armate: Esercito, Guardia nazionale, Aviazione, Milizia popolare.
Ex viceministro dell’educazione, direttore di pianificazione e risorse nei primi 18 mesi del governo Chávez, Moreno per anni è stato a capo della sala situazioni del presidente, scomparso il 5 marzo. E’ stato anche un dirigente della guerriglia che ha combattuto i governi nati dal patto di alternanza tra centrodestra e centrosinistra: le coalizioni che hanno governato durante la IV repubblica, dalla cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez, nel 1958, fino alla vittoria di Chávez, nel ’98. Il professore, che allora esercitava nell’Università delle Ande (Ula), nello stato Merida, ha fatto parte del Partito rivoluzionario venezuelano- Forza armata di liberazione nazionale (Prv-Faln), con le sue diramazioni politiche, Ruptura e Tercer camino. Un partito nato il 23 aprile del 1966 a sinistra del Partito comunista venezuelano, allora impastoiato nei dibattiti tra Cina e Unione sovietica. Lo dirigevano uomini come Douglas Bravo e Francisco Ojeda, ne facevano parte contadini, operai, artisti, intellettuali e anche militari rivoluzionari.
Come può un ex guerrigliero formare i massimi vertici militari? E non si sente a disagio?
Prima del governo Chávez sarebbe stato impossibile. E quel disagio lo abbiamo dovuto risolvere nella pratica, quando abbiamo costruito la ribellione civico-militare del 4 febbraio ’92, diretta dal comandante-presidente purtroppo prematuramente scomparso. Hugo lo abbiamo conosciuto tramite suo fratello Adan, che insegnava nella mia stessa università, militavamo entrambi nel Prv-Faln. La figura di Adan, un marxista rivoluzionario, è stata decisiva nella iniziale formazione del fratello minore. Nell’85, Hugo Chávez insegnava ai giovani dell’accademia militare. Ha svolto fin da allora un importante ruolo pedagogico nelle Forze armate. Ricordo un suo articolo sulla rivista interna in cui rilevava l’inesistenza del concetto di patria in un paese asservito agli interessi dei grandi potentati internazionali, e sosteneva che le Forze armate dovessero essere formate a partire dai principi di Simon Bolivar, il liberatore dei popoli. All’inizio non era socialista, anche perché il socialismo era parecchio ostracizzato, ci è arrivato dopo, subendo l’influenza delle correnti marxiste e rivoluzionarie. In quegli anni, tra civili e militari ci guardavamo con diffidenza, l’apporto delle organizzazioni popolari alla rivolta non è stato grande. Quando Chávez è stato arrestato, abbiamo però fornito il supporto organizzativo dentro e fuori il carcere. Tenevamo i contatti con i militari che non erano insorti per motivi logistici, ma erano controllati dall’intelligence militare. Dal carcere, Chávez tagliava i biglietti da 5 bolivar in due, ne inviava una parte ai suoi sodali attraverso militari amici, un’altra la dava a noi civili, visto che potevamo muoverci con più facilità. Sono restato un’ora in una caserma prima che l’ufficiale si decidesse a mostrare il suo mezzo biglietto, non ci fidavamo. L’unità si è andata formando nella lotta e poi nella pratica di governo. Ora parlo di marxismo e rivoluzione a compagni ufficiali che prima non sapevano niente di questo e adesso sono avidi di formazione ideologica, studiano come costruire un governo socialista e rivoluzionario, studiano economia marxista, imparano come si costruisce una nuova relazione tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana, e si definiscono popolo in armi. Insegno a militari argentini, colombiani, brasiliani, nel rinnovato disegno della Patria grande, di un esercito di uguali.

sabato 9 marzo 2013

Chávez è morto, per ora. L'omaggio del mondo

Fonte: il manifesto | Autore: Geraldina Colotti
       
Una folla oceanica e 33 capi di stato ai funerali del presidente venezuelano

Maduro si impegna a «consolidare l'indipendenza e la rivoluzione bolivariana» Per il suo ultimo viaggio la camicia bianca, la cravatta nera, l'uniforme con il berretto rosso


Si passa in fretta davanti alla bara, ci si tocca il petto e si accenna a una carezza. Non più di cinque secondi. Non c'è tempo per trattenersi, le diverse file di persone che aspettano davanti a Forte Tiuna formano una coda di 12 km. Anziani, donne, bambini, arrivati da tutto il paese e da fuori per dare l'ultimo saluto al presidente Hugo Chávez, morto martedì. Il giorno dopo, la bara è stata trasferita nell'Accademia militare, accompagnata da una marea di camicie rosse che hanno pianto e cantato. Per la veglia, hanno sfilato quotidianamente davanti al feretro circa 70 mila persone.

Per il suo ultimo viaggio, Chávez è vestito con una camicia bianca, una cravatta nera, l'uniforme verde dell'esercito con il berretto rosso, quella «di gala n. 2». Appare come nell'unica foto diffusa dal governo durante l'ultima convalescenza a Cuba: non era un falso, come invece aveva suggerito l'opposizione.
La salma del presidente, 58 anni, rimarrà esposta nella cappella militare per altri sette giorni: e imbalsamata come quella di Lenin, Ho Chi Min e Mao Tse Tung. Forse saranno degli specialisti russi ad assistere i venezuelani nell'imbalsamazione. Poi il corpo del presidente bolivariano verrà sepolto al Cuartel de la Montana, nel quartiere 23 de Enero: un luogo storico, determinante per la cacciata del dittatore Pérez Jimenez, nel '58, e fulcro della rivolta civico-militare guidata da Chávez il 4 febbraio '92. Quando quella rivolta fallì e gli ufficiali progressisti che l'avevano ideata si arresero e andarono in galera, Chávez pronunciò la famosa frase, rimasta impressa nella memoria dei venezuelani: «Compagni, purtroppo la rivoluzione è fallita. Por ahora». E quel cocciuto «per ora» significherà per tutti un nuovo appuntamento con la storia: questa volta vincente, per i vari filoni di lotta popolare impegnati nella lotta al neoliberismo, ma ancora privi di un leader capace di essere all'altezza delle proprie responsabilità. Chávez lo è stato, giocando fra azzardo e empatia, fra inventiva e democrazia partecipata: facendo la muta dal vecchio mondo a embrioni di socialismo. Per questo, non solo la maggioranza del suo paese, ma anche buona parte del mondo è venuta a rendergli omaggio.

Al funerale hanno assistito 33 capi di stato e delegazioni di 55 paesi. In 16 paesi sono state istituite giornate di lutto nazionale, e 10 organismi multilaterali hanno espresso il loro cordoglio. All'acme delle celebrazioni, tutti i presidenti sono stati chiamati alla veglia d'onore intorno alla bara. Quando veniva pronunciato il loro nome, partivano gli applausi. Quelli più lunghi sono andati all'iraniano Ahmadinejad, che in piedi davanti al feretro ha avuto un gesto d'affetto, ha scosso la testa e si è lasciato andare alle lacrime. L'orazione funebre di monsignor Mario Moronta, «in rappresentanza della chiesa cattolica» ha salutato «l'amico, il fratello e il compagno» che si è messo dalla parte dei poveri e lascia a chi resta l'impegno di continuare a volgersi dalla parte degli ultimi. Per la Conferenza delle chiese pentecostali, il Consiglio evangelico e le chiese indipendenti si è lungamente espresso anche Alexis Romero, pastore della guardia d'onore presidenziale. I governi di molti altri paesi che non sono venuti al funerale, hanno inviato le proprie condoglianze: sentite o formali secondo il grado di condivisione con le politiche del Venezuela bolivariano: chiaramente orientate a una decisa lotta anticapitalista d'impronta socialista.

Anche per questo, si poteva pensare ai funerali dei grandi rivoluzionari del secolo scorso, che hanno vissuto e agito nell'unico periodo storico in cui le classi dominanti hanno davvero tremato. «Cambiano i tempi, ma la paura del comunismo fatica a morire, anche quando i suoi colori sono quelli rojo-rojito del socialismo bolivariano - dice un giovane militante del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) - per questo il nostro comandante ha fatto arrabbiare i grandi padroni del mondo». E una ragazza aggiunge con la voce rotta dal pianto: «Chi vive dando l'esempio, spendendosi senza riserve anche per gli altri indica una strada... una libertà. Così ha fatto il Che, così Chávez».

giovedì 7 marzo 2013

La demonizzazione di Chávez

 - giannimina - 

di Eduardo Galeano
Hugo Chávez è un demonio. Perché? Perché ha alfabetizzato due milioni di venezuelani che non sapevano né leggere né scrivere pur vivendo in un paese che possiede la ricchezza naturale più importante del mondo che è il petrolio.
Io ho vissuto in quel paese per qualche anno e so molto bene come era. Lo chiamano “Venezuela Saudita” a causa del petrolio. C’erano due milioni di bambini che non potevano andare a scuola perchè non avevano i documenti. Poi è arrivato un governo, questo governo diabolico, demoniaco, che fa cose elementari come dire: “I bambini devono essere ammessi a scuola con o senza documenti”.
Era la fine del mondo: ecco una prova del fatto che Chávez è un cattivo, un cattivissimo. Visto che possiede questa ricchezza, e che grazie al fatto che a causa della guerra in Irak il petrolio è carissimo, lui vuole approfittarne a fini di solidarietà. Vuole aiutare i paesi sudamericani, specialmente Cuba: Cuba gli manda i medici, lui paga con il petrolio. Ma anche quei medici sono stati una fonte di scandalo. Dicono che i medici venezuelani erano furiosi per la presenza di quegli intrusi che lavoravano nei quartieri poveri. Al tempo in cui io vivevo là come corrispondente di Prensa Latina, non ho mai visto un medico. Adesso invece i medici ci sono.
La presenza dei medici cubani è un’altra prova del fatto che Chávez sta sulla Terra di passaggio, perché appartiene all’inferno. Per questo, quando leggiamo le notizie dobbiamo tradurre tutto. Il demonismo ha quest’origine, per giustificare la macchina diabolica della morte.

mercoledì 6 marzo 2013

Hugo Chávez, la leggenda del Liberatore del XXI secolo

di , mercoledì 6 marzo 2013, 05:01
in: America latina, Primo piano, Storia

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose.
È questo che la sinistra da operetta europea non ha mai perdonato a Chávez. Per la sinistra europea l’America latina è un remoto ricordo di gioventù, non un continente parte della nostra stessa storia. È troppo facile archiviare la presunta anomalia chavista, che è quella di un Continente, l’America latina dove destra e sinistra hanno più senso che mai, ed è necessario schierarsi, come un’utopia da chitarrate estive, Intillimani e hasta siempre comandante. È troppo scomodo riconoscerne la prassi politica nelle due battaglie storiche che Hugo Chávez ha incarnato: la lotta di classe, che portò Chávez, il ragazzo di umili origini che per studiare poteva fare solo il militare o il prete, a scegliere di stare dalla parte degli umili, e quella anticoloniale che ha preso forma nel processo d’integrazione del Continente.
Il consenso, la partecipazione al progetto chavista, si misura proprio nella vigenza, nelle classi medie e popolari venezuelane, di un pensiero contro-egemonico rispetto a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica. I latinoamericani hanno maturato nei decenni scorsi solidi anticorpi in merito. Chávez ha catalizzato tali anticorpi riportando in auge il ruolo della lotta di classe nella Storia, la continuità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Lo accusano di aver usato a fini di consenso la polemica contro gli Stati Uniti. C’è del vero, ma non è stato Chávez a tentare sistematicamente di rovesciare il presidente degli Stati Uniti e non è il dito di Chávez ad oscurare la luna di rapporti diseguali e ingiusti tra Nord e Sud del mondo.
Si conceda a chi scrive il ricordo dell’intervista quasi visionaria che Chávez mi concesse a fine 2004 proprio sul tema della Patria grande latinoamericana. Sento ancora la forza del suo abbraccio al momento di salutarci. Con lui c’erano Lula e Néstor Kirchner, anch’egli scomparso neanche sessantenne nel momento di massima lucidità politica, dopo aver liberato l’Argentina dalla morsa dell’FMI e restaurato lo Stato di diritto in grado di processare i violatori di diritti umani. Poi vennero Evo Morales e tutti gli altri dirigenti protagonisti della primavera latinoamericana. A Mar del Plata nel 2005 tutti insieme sconfissero il progetto criminale di George Bush che con l’ALCA voleva trasformare l’intera America latina in una maquiladora al servizio della competizione globale degli USA contro la Cina. Dire “no” agli USA: qualcosa d’impensabile!
Adesso, seppellita la pietra dello scandalo Chávez, tutti sono certi che l’anomalia rientrerà, che Nicolás Maduro non sarà all’altezza, che il partito socialista esploderà per rivalità personali e che la storia riprenderà il proprio corso come se Hugo non fosse mai esistito. Chissà; ma cento volte nell’ultimo decennio i venezuelani e i latinoamericani hanno dimostrato di ragionare con la loro testa. Hanno dimostrato di non voler tornare al modello che hanno vissuto per decenni e che oggi sta divorando il sud dell’Europa. La forza del Brasile di Dilma come potenza regionale ha superato con successo vari esami di legittimazione. Il processo d’integrazione appare un fatto irreversibile che fa da pilastro all’impedire il ritorno del «Washington consensus». No, una semplice restaurazione non è all’ordine del giorno anche se dovesse cambiare il segno politico del governo venezuelano, cosa improbabile sul breve termine, anche per l’enorme emotività causata dalla scomparsa di un leader così popolare.
Da oggi qualunque governo venezuelano e latinoamericano si dovrà misurare con la leggenda di Chávez, il presidente invitto, quattro volte rieletto dal suo popolo, in grado di sopravvivere a golpe e complotti, che aveva tutti i media contro e che solo il cancro ha sconfitto. Di dirigenti come lui o Néstor Kirchner non ne nascono tanti e il futuro non è segnato. Ma il suo lascito è enorme ed è un patrimonio che resta nelle mani del popolo.

venerdì 8 febbraio 2013

Il Venezuela somministra combustibile agli emarginati negli USA

- albainformazione -

 
PDVSA cartel
di Davide Brooks – Corrispondente del Periodico La Jornada
Caracas somministra agli emarginati USA combustibile per il riscaldamento. Lanciata l’ottava edizione del programma di solidarietà del Venezuela con gli USA
Sabato 2 febbraio 2013, pag. 25
New York, 1° Febbraio. Il progetto di solidarietà del Venezuela con gli USA, attraverso un programma di consegna di combustibile per il riscaldamento alle comunità marginali e vulnerabili che aiuterà circa 100mila famiglie in 25 stati – inclusi più di 240 comunità indigene – per resistere al freddo invernale, ha iniziato il suo ottavo anno questa settimana, così come ha annunciato l’impresa petrolifera statunitense Citgo, sussidiaria della Petróleos de Venezuela e la sua socia Citizens Energy Corporation.
Durante una cerimonia in un albergo per famiglie a Baltimora, il responsabile esecutivo della Citgo, Alejandro Granado, insieme con Joseph P. Kennedy II, presidente della Citizens Energy Corporation, impresa energetica senza fine di lucro, hanno lanciato l’ottava edizione annuale del programma di combustibile da riscaldamento Citgo-Venezuela.
Di questo piano hanno beneficiato più di 1.7 milioni di persone dal 2005, quando si è dato inizio alla donazione venezuelana per aiutare le vittime degli uragani Katrina e Rita. Il programma è evoluto fino a diventare insieme all’organizzazione di Kennedy, donando più di 200 milioni di galloni di combustibile, per un valore superiore ai 400 milioni di dollari.
Tale programma, ha dichiarato Granado, “è uno degli sforzi di assistenza di energia più importanti del paese”. Ha informato che la percentuale delle risorse che l’impresa ha speso in programmi sociali negli USA è stata fino a cinque volte maggiore di quelle delle altre società petrolifere di questo paese. Ha affermato che quest’anno sarà ancora più importante poiché la donazione darà beneficio anche a molte delle vittime dell’uragano Sandy che ha colpito la costa est. Ha sottolineato che il programma è “un perfetto esempio dei principi umanitari attuati” dalla Petróleos de Venezuela SA (Pdvsa).
L’ex rappresentate federale Joseph Kennedy – figlio maggiore di Robert F. Kennedy – ha dichiarato che queste donazioni “del popolo del Venezuela” hanno aiutato migliaia di famiglie negli USA degli ultimi anni e ha evidenziato che “è importante continuare ad appoggiare famiglie statunitensi attraverso tale programma”. Ha affermato che quest’anno “aiuteremo più di 400 mila persone a mantenersi caldi e sicuri quest’inverno”.
Ha ricordato di essersi riunito con rappresentanti delle principali imprese petrolifere degli USA e di altri paesi produttori di crudo per sollecitare il loro aiuto in questo tipo di sforzo: “Tutte loro hanno detti di no, ad eccezione della Citgo, il presidente Chávez ed il popolo venezuelano”. Il progetto è stato originariamente avviato nel 2005 dall’allora ambasciatore venezuelano negli USA, Bernardo Álvarez, che adesso è rappresentante del suo governo in Spagna.
Per maggiori informazioni: www.citizensenergy.com e http://www.citgo.com
[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

sabato 15 dicembre 2012

Chi è Chávez

- Fonte - ilbecco.it    
di Luigi Vinci -

In questo momento il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías è in cura a Cuba dopo aver subito il quarto intervento chirurgico contro una forma di tumore alla vescica il cui esito, purtroppo, è spesso infausto. In Occidente una comunicazione ostile e falsificante continua a sostenere che sulla malattia di Chávez c’è il segreto: in Venezuela la sua natura è pubblica. Chávez d’altra parte è bersaglio da sempre di una tale comunicazione. L’origine di essa è spagnola, esattamente nel quotidiano el País, “centro-sinistra” liberista, strettamente imparentato a la Repubblica, altrettanto orientata.
Tra le ragioni dell’accanimento spagnolo c’è il fastidio per le nazionalizzazioni operate dal governo venezuelano, che hanno colpito diversi capitalisti spagnoli, operanti in settori che il governo venezuelano, ritenendoli strategici, non vuole che rimangano nelle mani di imprenditori privati né che dipendano dalle dinamiche di mercato, ma vuole che siano al servizio dello sforzo dello stato di sviluppo economico programmato.
Gli aggettivi correntemente usati nei confronti di Chávez sono “populista” (per i liberisti, e per le parti politiche borghesi in generale, sono “populisti” non solo quelli veri ma anche tutti quelli che guardano alle richieste popolari anziché a quelle della grande borghesia e, in America latina, degli Stati Uniti) e “caudillo” (che fu il titolo ufficiale che il fascista spagnolo Franco adottò dopo aver sconfitto la Repubblica).
Come Chávez è diventato un rivoluzionario socialista - La sua, all’inizio, è parte di una storia di duecento anni condivisa da tanti altri giovani ufficiali latino-americani. Le forze armate dei paesi latino-americani sono state storicamente, quasi sempre, uno strumento di repressione antipopolare aperta e brutale, e questo perché in mano, negli alti ranghi, alle oligarchie economiche e politiche, a loro volta sorrette dagli Stati Uniti. Tuttavia le forze armate hanno anche rappresentato per molti giovani del popolo uno strumento di emancipazione individuale dalla miseria e dall’emarginazione, soprattutto quando questi giovani erano meticci, neri, discendenti di popolazioni native. Non mancano perciò nella storia latino-americana figure, anche di grande rilievo, di militari democratici, progressisti, rivoluzionari. Quello che diverrà il capo del Partito comunista del Brasile, Luís Carlos Prestes, fu inizialmente un capitano che, dopo essersi ribellato all’oligarchia, guidò, dal 1924 al 1927, una “lunga marcia” nell’interno brasiliano, quella cosiddetta dei tenenti, più lunga (24 mila chilometri!) di quella guidata da Mao in Cina. Chávez dunque all’inizio della sua vicenda era un giovane tenente colonnello dell’aviazione di sentimenti democratici e nazionalisti. Nel 1992 il governo venezuelano (normalmente in Venezuela si alternavano governi dell’oligarchia, a guida COPEI cioè sedicente democristiana o Acción Democrática cioè sedicente socialdemocratica, oppure governi militari di estrema destra, risultato di qualche golpe), che era in mano ad Acción Democrática, aumentò enormemente, convertito dal FMI al liberismo, i prezzi della benzina e di molti generi alimentari, determinando una rivolta popolare (che passerà alla storia come il “caracazo”), alla quale rispose con la repressione militare. Molte migliaia di manifestanti (a oggi non si sa il numero), furono uccise dalla polizia e dai soldati. Una parte delle forze armate, soldati, giovani ufficiali, i cadetti dell’accademia militare, rifiutò però di partecipare al massacro e si ribellò. Chávez fu il capo della rivolta, coadiuvato da altri tre tenenti colonnello. Si appellò al complesso delle forze armate perché cessassero la repressione e arrestassero il governo: la cosa non avvenne, la caserma dove era Chávez fu circondata, egli non volle resistere e si arrese. Radiato dall’esercito, processato, condannato a una pesante pena detentiva, due anni dopo un’ondata di manifestazioni popolari obbligherà il governo a liberarlo.
E’ in carcere che Chávez diventa marxista: per merito di una notevole figura, Jorje Giordani, figlio di un comunista italiano accorso in Spagna nel 1936 a difesa della Repubblica, e che lì prese moglie. La famiglia riparò fortunosamente, nel 1939, a Santo Domingo, dove nascerà Jorje, poi si trasferirà in Venezuela. Attualmente Giordani è Ministro dell’Industria e della Pianificazione. Egli introdusse Chávez in particolare alla lettura di Gramsci; lo portò, perciò, a una concezione assai evoluta e profondamente democratica del marxismo e del socialismo, per tanti aspetti sostanziali radicalmente alternativa al “socialismo reale” autoritario e burocratico sperimentato nell’Europa dell’Est. Alla lezione di Gramsci, come abbiamo visto in questi anni, Chávez rimarrà fedele.

lunedì 10 dicembre 2012

Hugo Chávez dovrà rioperarsi di cancro e prepara la successione

di ,

08122012-chavez-ofrece-mensaje-a-la-nacion8
Nel giorno di uno dei più grandi trionfi della Rivoluzione bolivariana, il pieno ingresso nel Mercosur del Venezuela, dopo anni di lotta, il presidente Hugo Chávez annuncia la gravità della sua situazione di salute, la riapparizione del tumore maligno, la necessità di operarsi e la possibilità che non riesca ad insediarsi alla presidenza il prossimo 7 gennaio chiamando all’Unità e designando il Vicepresidente della Repubblica Nicolás Maduro (nella foto) come suo successore.
Con un discorso di mezz’ora in diretta televisiva alle 21.30 di ieri ora venezuelana, il presidente ha informato la nazione sulla gravità della sua situazione di salute. Apparendo comunque in buono stato, ha comunicato di aver chiesto autorizzazione al parlamento per ritornare immediatamente a Cuba, 24 ore dopo il suo ritorno in patria dopo nove giorni di trattamento. Sarà operato all’Avana probabilmente già stasera, dopo il voto parlamentare previsto per stamane che lo autorizzerà a uscire dal paese. Hugo Chávez non si è limitato a tranquillizzare il popolo che lo ha rieletto appena il 7 ottobre scorso, ma ha chiaramente esposto uno scenario drammatico che potrebbe non permettergli di entrare in carica il 7 gennaio.
«Se si presentassero le condizioni inabilitanti –ha affermato il presidente- o soprattutto per entrare in carica nel nuovo periodo, Nicolás Maduro non è solo la persona che deve concludere il periodo ma è la persona che in mia opinione, chiara come la luna piena, se dovessero sussistere le condizioni per la convocazione di nuove elezioni, deve essere il candidato e chiedo al popolo che elegga Nicolás Maduro come presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela».
Lo scenario, anche costituzionale, che si apre è complesso. Tra appena una settimana in Venezuela si vota per le amministrative in tutto il paese, ma evidentemente la situazione di salute del presidente non ha permesso di attenderne l’esito. Hugo Chávez è allo stesso tempo presidente in carica e presidente eletto. L’investitura di ieri ha quindi due funzioni: chiamare i dirigenti del processo bolivariano all’obbligo di unità intorno alla figura di Maduro ma anche continuare a tracciare un cammino di libertà costituzionali nel quale le elezioni sono un passaggio ineludibile. Secondo la Costituzione bolivariana Chávez ha adesso un periodo di 90 più 90 giorni prima che il Parlamento debba costatarne «l’impossibilità assoluta» a tornare al governo e il presidente di questo, Diosdado Cabello, sia obbligato a chiamare a nuove elezioni nelle quali il candidato del campo popolare sarà Nicolás Maduro.
Nicolás Maduro, 50 anni, è uno dei dirigenti bolivariani più vicini da sempre a Hugo Chávez. Autista di autobus a Caracas e sindacalista si avvicinò a questo nel momento più difficile quando sua moglie avvocato ne assunse la difesa dopo il 4 febbraio 1989. Parlamentare dal 2000 è stato soprattutto, per sei anni e mezzo, il ministro degli esteri della Rivoluzione bolivariana, l’uomo che con Chávez ha tessuto la tela dell’integrazione latinoamericana di questi anni che proprio ieri ha portato al vertice di Brasilia, il primo nel quale il Venezuela (dopo anni di boicottaggio in particolare delle destre brasiliane e paraguayane) ha partecipato come pieno membro e nel quale è stata registrata la richiesta di adesione della Bolivia.
«Oggi abbiamo una patria –ha concluso Chávez commosso- e, succeda quello che succeda, i nostri sforzi di tutti questi anni faranno sì che continueremo ad averla. Non mancheranno quelli che cercheranno di restaurare il neoliberismo capitalista. La risposta dei patrioti dev’essere l’Unità».

lunedì 8 ottobre 2012

Le democrazie latinoamericane festeggiano il trionfo di Chávez: “una vittoria per la Patria grande”

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L’autismo (se non lo sprezzo) occidentale rispetto alla conferma alla presidenza di Hugo Chávez stride particolarmente con la festa latinoamericana per la conferma di uno dei leader più autorevoli e rispettati della regione. L’Alto responsabile dell’Unione Europea per gli esteri, la Baronessa inglese Catherine Ashton, ha commentato con un gelido “prendo nota dell’elezione di Hugo Chávez” al quale ha aggiunto un sibillino: “ricordi Chávez che la vittoria comporta responsabilità”. Come se per la baronessa Ashton Hugo Chávez non fosse un uomo adulto, capo dello stato di una nazione adulta, si potesse permettere di ingerirsi e bacchettarlo come se si trattasse di una colonia.
Ben altro clima si respira in America latina ed è un clima trionfale. Chávez stesso ha dedicato la vittoria alla presidente argentina Cristina Fernández, alla patria di Che Guevara, del quale ricorre il 45esimo anniversario dell’assassinio e alla memoria di Néstor Kirchner, figura fondamentale dell’integrazione continentale in questi anni e scomparso due anni fa. Cristina ha risposto con parole altrettanto grate e non di circostanza, ricordando l’alleanza strettissima di Argentina e Venezuela nella costruzione della “Patria Grande latinoamericana”, un concetto che all’ex presidente della camera dei lord inglese Ashton, deve apparire la sovversione assoluta: “La tua vittoria è la vittoria di tutta l’America latina. Sono emozionatissima”. Citando Simon Bolivar dall’esilio che disse di “aver arato nel mare”: Cristina ha detto “tu, Hugo Chávez, hai arato il terreno, tu hai seminato, e oggi hai raccolto. La tua vittoria è anche la nostra. È la vittoria di tutto il Sud America e dei Caraibi. Forza Hugo, Forza Venezuela, Forza Mercosur e Unasur!”.
Anche il presidente ecuadoriano Rafael Correa non si è trattenuto dall’usare immediatamente Twitter: “Chávez vincitore con quasi 10 punti di differenza! Viva Venezuela, viva la Patria Grande, viva la Rivoluzione Bolivariana!”. Se perfino dal colombiano Santos che da quando è presidente ha contribuito a migliorare le relazioni col Venezuela rispetto all’epoca Uribe (ma non era tutta colpa di Chávez?) sono venute parole chiare di congratulazioni, ancor di più è venuto da Cuba e dall’Uruguay di Pepe Mújica (la moglie, la senatrice Lucia Topolansky, anch’essa ex-guerrigliera era a Caracas e ha costantemente accompagnato il presidente) mentre Evo Morales si è detto entusiasta per quello che ha definito un trionfo di tutta l’America latina.
Si ricompone così quello che durante la presidenza Bush veniva definito “asse del male latinoamericano” tanto che la dichiarazione più significativa è stata forse quella dell’ex-presidente brasiliano Lula, che il complesso mediatico mainstream ha tentato di spacciare come modello per il candidato delle opposizioni. Nel felicitarsi con l’amico e compagno Chávez ha chiuso ogni polemica: “se qualcuno vuole vedere come funziona una vera democrazia, che vada in Venezuela”.

Il cattivo esempio di Hugo Chávez

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L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.
Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.
Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.
In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.

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