Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 15 giugno 2013

L'altra Europa

Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Sara Farolfi                        
L'Altersummit dei movimenti ad Atene. Una due giorni di confronto per rimettere in moto un movimento sociale, fermare l'austerity e costruire un'Europa democratica, sociale, ecologica e femminista. Perchè dai servizi essenziali ai beni comuni la strada in tutta Europa è quella della privatizzazione a beneficio di pochi
Costruire un movimento per un'Europa democratica, sociale, ecologica e femminista. Su queste parole d'ordine i movimenti europei si sono ritrovati ad Atene venerdì e sabato scorso. Un Altersummit che ha visto riuniti nello stadio olimpico della capitale greca centinaia di persone in una due giorni di confronto animata da workshop e seminari tematici. Le conseguenze dell'austerity sono sotto gli occhi di tutti. Dai servizi essenziali come la sanità ai beni comuni e alla difesa del territorio, la strada in tutta Europa è quella della privatizzazione a beneficio di pochi. In un mondo globalizzato dove si santifica la libertà di circolazione per i capitali, i movimenti delle persone in fuga da guerre e privazioni sono ostacolati in ogni modo. Migranti e donne sono i soggetti sociali che più soffrono le conseguenze dell'austerità, spiegano gli attivisti arrivati da tutti i paesi d'Europa (e non solo). Ma se l'analisi è condivisa, a cinque anni dall'inizio della grande crisi, il punto è come rimettere in moto un movimento sociale a livello europeo che sia in grado di incidere e cambiare davvero le cose.

Un'uscita dall'euro, d'altro canto, non solo non è fattibile ma non è neppure auspicabile. Sulla questione che nelle ultime settimane ha preso piede anche nel dibattito a sinistra, il seminario organizzato dagli economisti Atterrés e dalla Rete europea degli economisti progressisti (EuroPen) venerdì scorso durante l'Altersummit di Atene, non lascia margine a dubbi o perplessità. Il problema è come uscire dalle politiche di austerità cosa che l'uscita dall'euro proposta recentemente da Oskar Lafontaine (Die Linke) e rilanciata nelle mani dei movimenti, a pochi giorni dall'Altersummit, da Bernard Cassen (Le Monde diplomatique) non garantisce affatto.

Cambiare le istituzioni per cambiare l'Europa, spiega Mireille Bruyère (Economistes Atterrés), “questa non è una conferenza, aggiunge, l'idea è quella di pensare insieme alle alternative per arrivare a un'Europa sociale e solidale”. All'Europa, è il punto di partenza, non ci sono alternative. Anche perchè l'ipotesi di una uscita dall'Ue non garantirebbe nessun cambiamento delle politiche neoliberiste e di austerità. “Possiamo lasciare l'Europa e avere comunque a che fare con il liberismo”, spiega Mariana Mortagua, giovane economista portoghese: “Il problema non riguarda l'euro ma l'Unione europea, dobbiamo cambiare l'Europa da dentro”. L'austerity stessa, sostiene John Milios (Università di Atene) non è una politica europea, ma una politica di classe che in questi anni ha comportato una redistribuzione verso l'alto del valore prodotto. Da questo punto di vista, aggiunge Josè Mella del collettivo di economisti spagnoli Econonuestra, anche l'acuirsi del divario tra il Nord e il Sud dell'Europa va letto non solo in una chiave geografica ma soprattutto dal punto di vista di quale è il blocco sociale vincente o perdente sia nel Nord che nel Sud d'Europa.

È analisi comune anche il fatto che il debito anziché essere causa della crisi ne è una conseguenza. Di più: il debito è stato usato dai governi nazionali per incrementare le politiche di austerità. Poi c'è l'aspetto finanziario e anche monetario della crisi. Secondo Bruno Théret dell'università Paris-Dauphine una soluzione sostenibile potrebbe essere quella di un sistema bimonetario dove alla moneta comune, l'euro, si affiancherebbero le valute nazionali. Un sistema calibrato un po' sull'esempio dell'Argentina che, secondo Théret, ridurrebbe le possibilità di indebitarsi e potrebbe anche contribuire alla riformulazione della struttura sociale. Secondo Frederic Boccara (Economistes Atterrés e EuroPen) uno degli obiettivi a breve termine deve essere anche quello di finanziare sviluppo: a farlo, è la proposta, potrebbe essere un “fondo” speciale europeo dedicato, intermedio tra la Banca centrale europea e gli Stati nazionali.

“Bisogna ripartire dalle questioni sociali e dai temi ecologici, continuiamo a discutere all'interno del network europeo”, conclude il seminario Mireille Bruyère. Il prossimo appuntamento, come ricorda l'economista greca Marica Frangakis, è il seminario promosso e organizzato da Euromemorandum a Londra per settembre. Sarà un appuntamento importante anche per definire l'agenda delle mobilitazioni in vista del rinnovo del Parlamento europeo la prossima primavera.

venerdì 14 giugno 2013

La Cina, dove si realizza il sogno americano

Posted 14 giugno 2013 in Opinioni ed eresie, di Matteo Acmé - eastjournal - 

A Chinese Worker Makes Hi 006
Matteo Acmé, classe 1986, è giornalista professionista. Dopo aver lavorato per alcune testate italiane ha deciso di avventurarsi in Cina. Vive a Shanghai dove lavora come top chef in un ristorante italiano, occupandosi di vini, e si guarda intorno, a volte scrive a noi amici sparsi per il mondo. Questo è ua sua testimonianza che pubblichiamo perché ci sembra, diversamente da tante utili analisi che si leggono su riviste specializzate, fresca e genuina, magari parziale, ma utile a capire dove va il mondo: non solo la Cina ma anche il nostro “occidente”
Avvertenze
- Shanghai non è la Cina, è più aperta e occidentalizzata, da duecento anni almeno. Quindi quello che segue può forse avere attinenza solo per la città e non per il paese intero.
- Ho poche fonti certe per quello che scrivo. Leggo i giornali, guardo in giro e provo a farmi un’idea. Tutto lì
- I cinesi non parlano di politica. Quasi mai. Quindi ho fatto fatica a confermare le mie osservazioni
Iniziamo
Ho la netta sensazione di essere capitato nella massima espressione del capitalismo industriale moderno. È un mercato enorme e con un potenziale di crescita ancora più grande; c’è un governo che può decidere senza opposizione chi entra e chi esce da questo mercato e soprattutto come bisogna agire; c’è una massa di sfruttati quasi ineusauribile che fornisce manodopera a basso costo; la possibilità (ma credo anche la capacità) di protesta, sciopero e manifestazioni sono quasi nulle; c’è un mare infinito di soldi; le leggi sono funzonali all’apparato produttivo; qui si realizza davvero il sogno americano.
I guardiani del cancello
Dimenticate l’idea di una Cina chiusa, refrattaria e ostile ai modelli occidentali. Tutti le più grandi multinazionali sono qui da anni, hanno occupato il mercato e sono pure state bene accolte. Non mi è stato possibile comprare dei biscotti o uno shampoo che non fossero targati Nestle, Kraft, Uniliver o P&G. I prodotti cinesi ovviamente ci sono, ma sono riservati a quella popolazione che non si può permetere i prodotti delle multinazionali che qui portano soldi, produzione e l’illusione di far parte del mondo “ricco”.
Il fatto è che l’Euramerica piace: modelle, cartelloni pubblicitari, manichini e attori seguono l’impostazione che ha vinto in casa nostra. Non si scappa.
La differenza è che qui si controlla quello che entra e quello che esce. I dazi, le tasse, i balzelli sono pilotati dal partito in combutta con le potenze economiche in modo da trarre il massimo vantaggio per entrambi. Probabilmente la stessa cosa accade in Europa ma qui la sensazione è che il meccanismo sia elevato a potenza: è il capitalismo perfetto, bellezza. Il governo non si vede, si manifesta solo nelle celebrazioni ufficiali. Cittadini, voi pensate a produrre e consumare, il come e il quando ve lo faremo sapere.
Due popoli che si sfiorano
A Shanghai c’è una élite istruita e danarosa. In una metropoli come questa stiamo parlando di decine di migliaia di persone. Veste, consuma, si muove, mangia, vive come il resto delle élites mondiali. Li incontro nei loro punti di ritrovo: discoteche, ristoranti, boutique. Sono in Cina ma potrebbero essere a Milano e New York. Hanno i soldi e ne avranno sempre di più, li spendono e girano per il mondo, con l’unica (remota) paura di scendere qualche gradino e finire con quelli sotto.
Chi sono quelli sotto? Un esercito incalcolabile di poveri arrivati qui da tutta la Cina, in questa generazione o in quelle precedenti poco importa. Sono diversi dall’élite: nel modo di muoversi, di esprimersi, nelle facce. Ho conosciuto gente che per una “casa” paga 100yuan al mese, praticamente quanto una pizza nel ristorante – non caro – in cui lavoro. È gente che fa qualsiasi tipo di lavoro, dallo spazzino a quello che stura le fogne a mani nude, innumerevoli sono le bettole che danno damangiare per pochi soldi, sono muratori, saldatori, autisti, giornalai, sarte e lavandaie, braccia di un settore edilizio che sembra senza limiti.
Si muovono lenti, sono qui per lavorare, mandare i soldi a casa, dormire e tornare a lavorare.
Sono un’enorme massa di manodopera proletaria o sottoproletaria, sottopagata (nel primo ristorante dove ho lavorato ai camerieri cinesi – e a loro va già bene – danno 1,8 euro all’ora), disposta a qualsiasi lavoro, a qualsiasi orario, senza nessuna organizzazione sindacale né voglia di diventare collettività, classe. Sono la base sociale perfetta per il capitalismo.
E sfruttiamolo questo mercato!
E poi c’è la classe media. Numerossima qui a Shanghai: se tutti gli uffici che vengono costruiti fossero pieni di impiegati si perderebbe il conto. È a loro che vengono venduti gli iPhone, le Nike e gli Armani. Hanno abbastanza soldi per spenderli in acquisti non essenziali ma non sono ricchi, sono la borghesia cinese, un’esercito di lavoratori in giacca e cravatta a metà fra l’élite e i poveracci. Sospetto ci sia una divisione etnica alla base di tutto questo ma la mia ignoranza mi impedisce di esserne certo.
L’obiettivo dichiarato del governo, ribadito ogni giorno della stampa, è quello di far crescere questa parte della società. “Allargare il bacino di consumatori”, trovare sempre nuovi acquirenti per un mare di prodotti (in un tempo in cui i consumi statunitensi ed europei diminuiscono) è diventato l’unico modo per continuare a crescere. A un certo punto anche gli ultimi, quelli alla base della piramide, dovranno essere coinvolti. La promessa di un benessere diffuso basta a contentare tutti.
Di certo il governo sta facendo leva su un altro carattere comune dei cinesi. La diffusissima aspirazione alla piccola imprenditoria. Alcuni ragazzi con cui ho parlato son arrivati presto a dichiarare: “voglio apririre qualcosa di mio”: non sono progetti da Silicon Valley, la bottega e il ristorante sono l’orizzonte comune, ma è significativo che nella principale libreria di Shanghai il libro più visibile all’entrata sia la biografia di Zuckerberg (sì, quello del Facebook censurato), di fianco a quella di Steve Jobs. Credo ci sia qualche dettame confuciano in questa voglia di auto-realizzazione negli affari, ma anche di questo non sono sicuro.
Sotto la macchina, sopra i piloti
Credo che il capitalismo sia dannoso. La sua essenza è la rincorsa del profitto, con qualsiasi mezzo e questo da sempre porta danni e distruzione. Qui non serve nemmeno eludere la legge e i controlli per aumentare i guadagni: il profitto, la crescita, lo sviluppo sono la legge.
E così l’aria e irrespirabile, l’acqua non si può bere, il suolo è avvelenato. Centinaia di villaggi e sobborghi dei centri di produzione hanno livelli di cancro e altre malattie da apocalisse. Ma gli studi vengono controllati e sequestrati, le ricerche zittite e anche quando arrivano alla popolazione (tramite i media ufficiali) hanno un tono rassicurante: “cittadini abbiamo un sacco di problemi, è stata colpa nostra ma noi risolveremo tutto”. Non è mancanza di libertà, è eccesso di liberismo.
Più ci penso più mi convinco che la Cina non è un mondo diverso dal nostro, è solo la forma più perfettamente compiuta di quello che viviamo ogni giorno.
Shanghai e Hong Kong sono e saranno un terreno di coltura per nuove forme di iperliberismo. Anche qui sono i programmi ufficiali a dirlo: verranno create enormi zone speciali, paradisi senza o quasi tasse, senza regole né diritti, per incentivare le multinazionali straniere e investire più di quanto già non facciano. D’altronde il partito lo ha già fatto più volte (a partire dal grande Balzo in Avanti), si sperimentano in maniera spericolata politiche economiche senza precedenti nella speranza di svoltare. Se non funzionano pazienza, contadini ce n’è ancora tanti.
Il risultato, purtroppo parziale, è un paese corroso forse in maniera irreversibile. Fiero della sua potenza e convinto, sospetto, che i cinesi sono così tanti che se anche ne muore un po’ di cancro sarà solo per il bene comune. L’altro lato della medaglia è che questa organizzazione produce una quantità incredibile di soldi che servono alla Cina ma anche al resto del mondo che ha bisogno del mercato cinese per non affogare: vi basti pensare, è solo un piccolo esempio, che gli importatori di vino registrati in Cina sono passati i pochi anni da ottomila a ventiduemila.
Nel frattempo il governo ha annunciato che nel prossimo anno creerà, federando aziende esistenti, colossi multinazionali in grado di primeggiare a livello globale in tutti i settori: meccanica, edilizia, siderurgia, informatica, innovazione, tecnologie verdi, tutto. Ci riusciranno, sotto la guida delle elite che si sono nutrite alle fonti euramericane e poggiandosi sulle spalle di milioni di contadini urbanizzati.
Il sogno americano
In tutto questo l’opposizione popolare è nulla. Per la repressione, certo, ma non solo. I poveri sono troppo stanchi e sviliti per organizzarsi. Tutti gli altri invece sognano di potercela fare in questo sistema. E non è impossibile: questo sistema premia davvero alcuni – tanti – e li fa diventare piccoli borghesi arricchiti dando loro tutta una serie di privilegi sociali tanto evidenti quanto volgari e decisivi. Lo vedo tutti i giorni, lo si respira: lavora tanto, a testa bassa, non ti distrarre e potrai andare a mangiare nei ristoranti più cari, bere vino francese (probabilmente falso), andare in discoteca ed avere il tuo tavolo riservato. Potrai sposarti, perché senza macchina e casa di proprietà puoi scordarti che la famiglia di lei ti dia il permesso. Promesse che il capitalismo fa ovunque, ma che qui si avverano.
Ovviamente non basta lavorare. Bisogna avere “buoni rapporti” co i vari livelli di governo. E così i parvenus e i funzionari corrotti crescono e si spalleggiano a vicenda. Sedando la voglia di cambiamento, contribuendo al grande sogno americano. Self made (in) China.
Per tutte queste ragioni penso che la Cina, per lo meno Shanghai, sia una specie di paradiso capitalista. Se si potessero vedere i sogni di chi muove le leve del potere economico occidentale forse assomiglierebbero al posto in cui sono capitato. Ma non solo, la struttura politica cinese permette molto di più: qui si possono sperimentare nuove forme di produzione e sfruttamento, metterle alla prova, perfezionarle e magari applicarle anche all’estero. Quando ci dicono che la Cina è ormai la locomotiva del mondo non pensate solo al Pil. La Cina ci porterà in un nuovo-vecchio mondo dove ci saranno sempre sfruttati e sfruttatori, ma noi ce ne accrogeremo sempre meno.

giovedì 13 giugno 2013

Grecia: Va in onda il caos


13 giugno 2013
In Kathimerini Atene

Nicolas Vadot
La chiusura della tv pubblica Ert esaspera le tensioni nella coalizione e rischia di portare a nuove elezioni. Ma in una situazione simile sarebbe una prospettiva disastrosa.
L’unità dell’amministrazione che condivide la responsabilità politica in Grecia è messa a dura prova e il paese potrebbe anche andare verso nuove elezioni generali. Se la memoria della classe politica non riesce a risalire a più indietro di un anno fa, è chiaro a tutti che i risultati delle elezioni di maggio e giugno 2012 effettivamente fecero deragliare il programma di aggiustamento fiscale della nazione, gonfiarono il debito nelle casse vuote del paese ed esacerbarono la recessione e la disoccupazione.
A livello politico, l’esito delle due consultazioni elettorali portò all’ascesa del partito di sinistra Syriza come principale forza di opposizione, all’affermazione di Alba Dorata come partito più forte in parlamento, alla scomparsa pressoché totale del Pasok dalla scena politica e a tensioni sempre più forti all’interno di Nuova Democrazia.
Ci sono poche simpatie per il Pasok e per il suo attuale leader Evangelos Venizelos. Il leader di Sinistra democratica Fotis Kouvelis può essere irritante quanto il leader di una società letteraria può essere noioso. Essendo stata esclusa dal potere esecutivo del paese – a eccezione di qualche breve pausa – la Sinistra ha una comprensione alquanto teorica della politica.
Eppure proprio questi sono gli unici politici sui quali il primo ministro Antonis Samaras può contare al momento. E ha l’obbligo di non insultarne la dignità, di non metterli di fronte a dilemmi difficili, a prescindere dal fatto che la posta in gioco sia seria o insignificante o che essi si permettano di dissentire su taluni problemi.
La crisi ha portato alla luce tutto il primitivismo della leadership politica greca. I politici dell’Europa del nord tendono a lavorare per la stabilità del sistema e al suo adattamento alle esigenze di un ambiente in costante evoluzione. Dal punto di vista del leader politico greco è tutta una questione di affermazione e di sopravvivenza. È allergico agli altri. È il provinciale sul palcoscenico dell’Europa.
Nuova Democrazia potrebbe benissimo vincere le prossime elezioni, ma né il Pasok né Sinistra democratica si alleerebbero ancora con Samaras, lasciando così il paese in una paralisi. Anche se si formasse un governo, il primo ministro cambierebbe, quindi il rischio di una rottura in sesnso conservatore sarebbe evidente. Ma anche se Nuova Democrazia dovesse raggiungere la maggioranza in Parlamento, in virtù della legge elettorale greca, sarebbe impossibile governare in quanto dovrebbe fare fronte a tutti i partiti di opposizione, tenuto conto dell’assenza di un solido apparato statale e della corruzione generalizzata.
Nel bene e nel male, il sistema bipartitico del paese non esiste più. Votare per Alba Dorata è un gesto politico ed esprime la volontà di distruggere il sistema politico. Il Valhalla in fiamme. Il crepuscolo wagneriano degli dei, non su un palcoscenico, ma nella società.
Resta solo da capire se dovremmo piangere la fine di questi nani politici nel momento in cui il paese corre il rischio di andare a fuoco.
Traduzione di Anna Bissanti             

GRECIA: Chiusa dal governo la Tv pubblica

Un colpo alla democrazia

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E sulla Grecia si chiude il sipario, dietro le quinte lo spettacolo continuerà ad andare in scena ma non ci sarà nessuno a raccontarlo. La chiusura della televisione pubblica nazionale, Ert (Elliniki Radiofonia ke Tileorasi) con il conseguente licenziamento di tutti i suoi 2.780 dipendenti, è l’ultimo atto di una politica di distruzione dello Stato che i governi greci alternatisi durante la crisi, e in particolare l’attuale esecutivo guidato da Samaras, stanno portando avanti pur di rispettare gli impegni presi con le organizzazioni finanziarie internazionali, Bce e Fmi in testa. Poco conta che lo stesso Fmi abbia ammesso l’errore: carta canta. Simos Kedikoglou, portavoce del governo, ha detto che la chiusura di Ert rientra nell’ambito del programma delle privatizzazioni delle aziende a partecipazione statale, riforma considerata indispensabile dalla troika (Fmi, Ue e Bce) per continuare a garantire gli aiuti necessari al risanamento dell’economia greca. ”Le trasmissioni saranno interrotte a partire da questa notte – ha detto ieri il portavoce -. In seguito sarà creato un nuovo e più moderno ente radiotelevisivo che non sarà più controllato dallo Stato e funzionerà con meno personale”.
Il nuovo ente si chiamerà Nerit SA ovvero “Nuova Radio, Televisione e Internet ellenica”. Lo riferisce l’edizione online del quotidiano Kathimerini precisando che il nome della nuova azienda è indicato nel testo del disegno di legge presentato oggi al segretariato generale del governo per le telecomunicazioni. Nel disegno di legge si precisa inoltre che la Nerit SA sarà finanziata tramite un canone che gli abbonati continueranno a pagare sulla bolletta della fornitura elettrica ma non ne è precisato l’ammontare. Il nuovo ente sarà anch’esso compartecipato dallo Stato. A che serve quindi chiudere un’ente per riaprirne uno pressoché identico forse già a fine agosto?
Secondo Dimitri Deliolanes, storico corrispondente della Ert in Italia, si tratta di un modo di “mettere a tacere” una televisione che rimaneva uno spazio plurale e critico: “la televisione pubblica, nonostante la sua ovvia moderazione, il rispetto delle istituzioni, era un luogo di pluralismo, restava comunque quella che dava le notizie seguendo un codice etico, verificando le informazioni, che difficilmente si faceva manipolare. Per questo dava fastidio e andava zittita. Ora tutto quello che resterà è l’informazione dei canali privati, che non rispettano alcun codice”. Syriza, il partito di sinistra più importante del paese, ha presentato un disegno di legge che prevede il blocco della chiusura e il Pasok, partito socialista, ha chiesto al governo di riferire in parlamento. La decisione è stata così repentina da prendere in contropiede tutti. Compresi i giornalisti che da oggi sono senza lavoro.
“Quello che preoccupa è che si tratta di un vulnus alla democrazia” dice ancora Deliolanes. Molte persone sono scese in strada a manifestare contro la chiusura. D’altro canto, se la nuova Nerit SA sarà una versione moderna e meno lottizzata della precedente, è possibile che “la Grecia abbia fatto un buon colpo” come ha scritto Jean Quatremer, giornalista francese di Liberation, esperto di affari europei: “Ert ha bisogno di una ripulita: organismo anacronistico, dipendente dal potere, dove i migliori non sono tali”. Basta che la nuova Nerit SA non subisca analogo destino della precedente Ert in un paese dove la classe dirigente è affamata di consenso. E se alla vecchia televisione ipertrofica se ne dovesse sostituire una giovane e snella certo ne gioverebbe alle casse pubbliche.
Fallisce la privatizzazione dell’energia greca, la Commissione europa si mette di mezzo all’acquisto da parte di Gazprom
La notizia giunge dopo quella, altrettanto grave, della mancata vendita di Depa, gioiello dell’energia pubblico che Atene deve vendere per ottemperare agli accordi presi con la trojka (per la quale “privatizzare” è parola d’ordine). La Gazprom, il colosso russo dell’energia, ha deciso ieri all’ultimo momento e inaspettatamente di ritirarsi dalla gara per l’acquisto della Depa, la compagnia greca per il gas, una decisione definita oggi da gran parte dei giornali greci come un ”gioco perfido” dell’Unione Europea e degli Stati Uniti alle spalle della Grecia. Si tratta, scrive il quotidiano economico di Atene, Imerissia, di un ”siluro” della Commissione europea alla vendita della Depa. L’Unione Europea, scrive il giornale, ha avvertito la compagnia russa che avrebbe bloccato l’accordo con il governo greco. ”Fonti importanti nella capitale russa – ha detto ai giornalisti il sottosegretario all’Ambiente Makis Papageorgiou – ci avevano informato che durante i contatti con Bruxelles si era capito che l’Unione europea avrebbe posto condizioni ancora più restrittive per l’acquisto della Depa”.
Andandosene da Atene l’ex presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha detto che i problemi della Grecia sono “tragici e drammatici” e che “possono essere risolti solo in ambito europeo” ma l’Unione Europea deve essere soggetta a “meno nazionalismo e populismo: quando la Grecia ha subito un attacco indecente e velenoso, io ero lì’ a difenderla” ha concluso Juncker. Chissà se ad Atene quella la chiamano “difesa”. Intanto resta forte l’impressione che, al di là delle belle parole, la Grecia sia stata sacrificata per salvare il resto del continente da una catastrofe che ad oggi è tutt’altro che scampata.

mercoledì 12 giugno 2013

Si comincia dalla Grecia?


Grecia: il governo chiude Ert, tv di Stato. “Stop alle trasmissioni da martedì”

Si tratta dell'unico caso in Europa dove non ci sarà più una televisione pubblica. Oltre 2800 lavoratori in esubero. Syriza: "L'emittente appartiene al popolo greco". Il giornalista Deliolanes: "Dà fastidio perché fa concorrenza ai canali privati e cerca di fare corretta informazione"


 


Colpo di stato? Ennesimo fallimento nel fallimento? Fatto sta che nella Grecia sventrata da tre memorandum e dall’ammissione di colpevolezza di un Fondo monetario internazionale che dice di aver sbagliato i conti del risanamento, accade una primizia europea se non mondiale: il governo decide di chiudere la televisione di stato Ert, ma con il paradosso che l’allarme per la malagestione è lanciato dallo stesso funzionario responsabile di quell’amministrazione, ovvero il portavoce del governo Simos Kedikoglou. “Il governo ha deciso di chiudere Ert – ha annunciato tra lo sgomento dei 2800 lavoratori in esubero-. Si fermano le trasmissioni alla mezzanotte di martedì”.

La situazione è particolarmente tesa, anche perché già da stasera cadrà ufficialmente il segnale televisivo e radiofonico dell’emittente pubblica. Sdegnate la reazione dalla maggior parte dei partiti del paese. Il Syriza di Tsipras parla del “culmine di un ritiro strategico e di un degrado di radiodiffusione pubblica da parte del governo. Ert, però, non appartiene al governo, ma al popolo greco, che paga chiedendo di essere un modello di media indipendenti e pluralistici”. A breve previsto un comizio dello stesso Tsipras fuori dalla sede nazionale di Agios Paraskevi ad Atene, oltre a un presidio per tutta la notte assieme ai lavoratori, che hanno reagito con ira e lacrime già per le strade. Si tratta dell’unico caso in Europa dove non ci sarà più una televisione pubblica.

“In Grecia come è noto c’è un problema estremamente delicato – spiega al fattoquotidiano.it Dimitri Deliolanes, da trent’anni corrispondente in Italia di Ert – perché dall’avvento dei canali privati, dal 1989 in poi, c’è un intreccio fortissimo tra appaltatori e fornitori pubblici da un lato, e informazione dall’altro. Tre categorie racchiuse nella stessa persona, per cui è urgente mettere sotto controllo l’informazione. La tv pubblica dà fastidio per due motivi: in primis perché fa concorrenza a quelli privati e in secondo luogo perché cerca nel suo piccolo di fare corretta informazione”. Poi l’affondo all’esecutivo guidato da Samaras e cosiddetto delle larghe intese con la troika: “Ciò non è più sopportabile da un governo legato mani e piedi agli interessi privati. É una misura assolutamente incomprensibile”. Ma non è tutto, perché l’aspetto più divertente, aggiunge Deliolanes mentre da casa sua è impegnato in questi minuti in un servizio montato in versione fai da te, è che “il portavoce del governo, Kedikoglu, nel suo proclama ha addotto come motivo di chiusura il fatto che Ert non fosse amministrata bene. E lo dice proprio lui che è il responsabile politico di quell’amministrazione”. L’ennesimo paradosso di questa crisi assurda.

 

Niente TV pubblica ... e siamo in europa!!

Il Sindacato dei Giornalisti chiama lo sciopero a oltranza

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In seguito all’intervento in stile colpo di stato, oscurantista e barbaro, del governo tripartito di chiudere l’ERT, i Consigli Amministrativi della POESY (Federazione Nazionale della Stampa), di POSPERT (Federazione Nazionale del Personale della Tv e della Radio di ERT) e della POEPTYM hanno deciso la mobilitazione indicendo uno sciopero continuativo dei giornalisti, dei tecnici, del personale amministrativo di tutti i media pubblici e privati della radiotelevisione con degli scioperi a oltranza di 24 ore.
Lo sciopero di tutti i mezzi radiotelevisivi, nonché delle Agenzie di Notizie di Atene e della Macedonia e del Segretariato Generale delle Notizie inizia alle 6:00 del mattino, oggi mercoledì 12 giugno 2013.
Lo sciopero di stampa, giornali e riviste, inizia dalle 6:00 del mattino giovedì 13 giugno 2013. Dallo sciopero saranno esclusi i mezzi che trasmettono il programma sullo sciopero dei lavoratori di ERT.
Gli scioperi dei lavoratori dei mezzi di informazione si fermeranno solo quando il governo ritirerà le sue decisioni golpiste che mettono il bavaglio all’informazione. I raduni e gli edifici dell’ERT sono pattugliati dal personale dei media e dalle commissioni di sciopero. Oggi, mercoledì, chiamiamo tutti i lavoratori e il popolo ad un raduno di fronte al centro televisivo di Aghia Paraskevi intorno a mezzogiorno.
I CONSIGLI AMMINISTRATIVI DELLE FEDERAZIONI
Fonte: esiea
Traduzione di Atene Calling
Foto di Vassilis Mathioudakis


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Atene. TV e Radio pubbliche CAPUT !!

Lo stato vuole chiudere la televisione pubblica. I lavoratori la occupano.

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La polizia si sta schierando in prossimità della sede dell’emittente pubblica ERT in via Mourouzi. I lavoratori hanno dichiarato di non avere alcuna intenzione di lasciare l’edificio dopo la mezzanotte e hanno esposto uno striscione con la scritta “Abbasso la giunta, la ERT non chiuderà”.
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Dalla redazione di enthemata:
Alla “piazza” di ERT
Sulla decisione del governo di chiudere in una notte la Tv pubblica non c’è niente da dire. Cosa ci sarebbe da dire? Ciò che è più che ovvio? Dovremmo parlare del “decidiamo e ordiniamo” (n.d.t espressione usata dal dittatore Papadopoulos) del governo? Del fatto che non esiste un solo paese europeo senza televisione pubblica? Se pochi anni fa il fatto che il Terzo Canale non veniva ricevuto in tutta la Grecia era considerato un segno di “arretratezza”, da “terzo mondo”..chiudere la tv pubblica e la radio pubblica cosa vuol dire?
Diciamo solo che la questione supera quella delle migliaia dei licenziati, supera anche la questione dell’esistenza o meno della tv e della radio pubblica e tende a diventare una protesta generalizzata. Forse sta nascendo una nuova “piazza”, come a Syntagma due anni fa? La gente che si raduna ad Aghia Paraskevi, ci fa capire una cosa del genere. Tra l’altro, se pensiamo a piazza Taksim, la scintilla che accenderà il fuoco può essere una cosa piccola, quasi insignificante, figuriamoci poi se si tratta dell’abolizione della televisione e della radio pubblica.
Non scriviamo altro, perché non possiamo: Andiamo ad Aghia Paraskevi! E’ là che batte il cuore delle analisi questa sera. E’ là che batte anche il nostro cuore!
Traduzione di Atene Calling
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Grillo e la crisi del parlamento

di Aldo Giannuli. - megachip -

Beppe Grillo ha fatto una delle sue sparate definendo il Parlamento un "Tomba" o una "scatola di tonno vuota". Manco a dirlo si è scatenata la solita buriana di commenti "politicamente corretti" che accusano Grillo di essere un emulo del Mussolini del 3 gennaio 1925, qualcuno addirittura ipotizza che ordini di bruciare il Parlamento come fece Hitler con il Reichstag e via di seguito con il consueto coro di sepolcri imbiancati. Anche qualche dissidente grillino ha preso le distanze (ma temo che in questo caso si sia trattato di una dinamica divaricante che conosco bene, per cui, se dici bianco devo dire nero perché ormai è una partita a scacchi a mosse obbligate) e, questa volta, poteva risparmiarselo. Come al solito, Grillo dice le cose in modo da scoprire il fianco alle accuse più spropositate, ma, nel merito, siamo sicuri che abbia proprio torto?

Che da almeno un secolo ci sia una critica del Parlamentarismo non solo di destra, ma anche di sinistra (Lenin, tanto per citare un nome) mi pare un fatto assodato. Quindi, non si può dire che, in generale, Grillo inventi nulla o la sua debba necessariamente essere una posizione di destra. Peraltro parlare in incendio del Reichstag e di discorso sul "bivacco per manipoli" è del tutto fuori luogo, perché, Grillo dice piuttosto chiaramente che il Parlamento "così come è" non serve a nulla e che tanto vale abolirlo, ma contestualmente, propone di rifondarlo.

Quindi si capisce che la sua posizione è quella di ripensare il principio di rappresentanza, non abolirlo. Allora, siamo sicuri che stia dicendo cose così fuori della realtà?

Lasciando da parte il dibattito classico sul parlamentarismo (su cui, però, forse sarà il caso di tornare) e venendo alla storia dell'Italia Repubblicana, vediamo come stanno le cose. La Costituzione vigente, per dirla con Ghisalberti, disegna un sistema basato "sulla divisione dei poteri nella prevalenza del legislativo".

Ma questo non è mai stato vero nella concreta realizzazione della Costituzione materiale: la spaccatura sull'asse dell'anticomunismo, con il conseguente corollario di escludere, per quanto possibile, il Pci ed i suoi alleati dal potere decisionale, spostò subito gli equilibri di potere a favore del governo, che divenne subito il vero cuore del sistema politico-istituzionale. Dunque, la prevalenza spettò nei fatti all'esecutivo, ben presto titolare unico delle funzioni di indirizzo politico (a cominciare dalla politica estera) e poi, via via, dominus dei procedimenti legislativi, soprattutto attraverso il crescente uso ed abuso della decretazione di urgenza.

La presenza di una maggioranza precostituita, garantita dal vincolo di disciplina partitica dei parlamentari (anche per questo, stiamo attenti a reclamare l'abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari) contribuirono a sminuire la funzione del Parlamento a mera cassa di registrazione di decisioni prese altrove. Allo stesso modo, il vincolo disciplinare vanificava ogni potere di controllo del Parlamento, perché, ovviamente, la maggioranza (che era la stessa che votava la fiducia al governo) respingeva ogni iniziativa dell'opposizione in merito.

Sino al 1977, il Parlamento ha regolarmente respinto qualsiasi proposta di messa in stato d'accusa dei ministri (si pensi agli scandali dei tabacchi, delle banane, di Fiumicino, ecc.) perché regolarmente la maggioranza si compattava intorno agli inquisiti.

Già nei primi anni sessanta si parlava correntemente di "crisi del Parlamento" con interventi di autori di parte diversissima, dal leader psiuppino Lelio Basso, al politologo liberale Giuseppe Maranini, al radicale Leonardo Piccardi, al conservatore Panfilo Gentile, dal giurista di destra Sandulli a quello cattolico Mortati, dal liberale Bozzi al comunista Ingrao. Ovviamente, ciascuno proponeva un suo rimedio spesso opposto a quello degli altri; la maggior parte di essi additò due difetti strutturali del sistema che contribuivano ad indebolire il Parlamento: il bicameralismo perfetto e la pletoricità delle due assemblee. Ma, nel complesso, le cose restarono come erano. Anzi la marcia verso il depotenziamento dell'istituto parlamentare proseguì imperterrita, con le riforme dei regolamenti parlamentari, con l'ulteriore ricorso alla decretazione d'urgenza, con l'uso del voto di fiducia per stroncare l'ostruzionismo parlamentare, con l'espansione della legge finanziaria che, di fatto, consegnava in mano al governo l'intera politica economica, lasciando al Parlamento la possibilità residua di qualche emendamento, prevalentemente per norme di interesse microsezionale o addirittura personale.

Da questo punto di vista, bei colpi di piccone ai poteri del Parlamento vennero anche dal Pci negli anni della solidarietà nazionale e poi da Craxi, Cossiga e Andreotti negli anni del pentapartito. Nello stesso tempo, l'involuzione di partiti politici, sempre più meri apparati burocratici privi di qualsiasi democrazia interna, contribuiva a svuotare il Parlamento della sua funzione democratica.

Ma, nel complesso, sino al 1993, il parlamento mantenne quantomeno una certa forza politica che gli veniva tanto dalla sua rappresentatività (dovuta alla legge proporzionale) quanto dal sistema parlamentare basato sul gioco delle alleanze fra diversi partiti che lasciava qualche spazio di manovra. Il colpo di grazia venne con il referendum golpista di Segni ed Occhetto che, sostituendo la proporzionale con il maggioritario, introducevano meccanismi distorsivi che avrebbero inevitabilmente ridotto la rappresentatività delle Camere.

In secondo luogo, l'adozione del maggioritario precostituiva coalizioni rigide che azzeravano il gioco parlamentare e sottraevano, tanto al Parlamento quanto al Presidente della Repubblica, la facoltà di scegliere il Presidente del Consiglio che (dal 2001) era quello indicato sulla scheda elettorale. E' significativo che le uniche due volte che ci sia stato un rovesciamento o una sostanziale modifica della coalizione di maggioranza (governo Dini 1995, governo Monti 2011) ciò sia stato vissuto come un situazione di emergenza contro le quali alcuni parlarono di colpo di mano. La cosa merita di essere rimarcata: ormai il mutamento di maggioranze di governo -come è proprio di un sistema parlamentare- diventava lo "strappo" e la designazione a suffragio diretto del Capo del Governo -come è proprio dei sistemi presidenziali- era la regola.

Questo sostanziale ribaltamento della carta costituzionale si è poi accompagnato al peggioramento -per certi aspetti- della legge elettorale, in particolare con l' attribuzione al vincitore -e senza alcuna soglia minima- di una rappresentanza pari al 54% della Camera e con l'esclusione del voto di preferenza. Già dal suo esordio (2006) il "Porcellum" dimostrò di produrre un Parlamento di "nominati" privi di qualsiasi consenso popolare. Nelle ultime elezioni, il meccanismo premiale, ha dimostrato la sua totale assurdità, attribuendo ben il 54% dei seggi ad una coalizione che rappresentava solo il 29.5% dei votanti : si ricava che il nostro è il parlamento più disrappresentativo del Mondo.

Quanto alla qualità dei nostri parlamentari, è osservazione comune che essa sia andata calando costantemente e, ormai, si sprecano le trasmissioni stile "Striscia la notizia" dove si documenta che i parlamentari non sanno cosa significano parole come "spread", "multipolarismo", "geopolitica", "panachage", "subprime", "bailout", di cui danno interpretazioni assai fantasiose ma che riguardano materie su cui sono chiamati a votare.

A questo punto, vi sembra che la sparata di Grillo (al di là dei soliti toni sbraitati) sia poi così infondata?

Fonte: http://www.aldogiannuli.it/2013/06/grillo-e-la-crisi-del-parlamento/

Che cosa è il Bilderberg.

Fonte: liberazione.it | Autore: Domenico Moro
                    Complottismo o analisi della classe dominante?
Tra il 6 e il 9 giugno si tiene in Inghilterra il 61esimo degli incontri che annualmente, a partire dal 1954, vengono organizzati dal Gruppo Bilderberg. Su questa riunione si è manifestata da parte dell’opinione pubblica una attenzione maggiore del solito. Del resto, degli ultimi due presidenti del Consiglio dei ministri, Monti ne è stato a lungo un dirigente, mentre Enrico Letta vi è stato invitato nel 2012. Entrambi, poi, hanno fatto parte della organizzazione sorella più giovane, la Trilaterale, come anche Marta Dassù, un tempo lontano intellettuale di area Pci e più di recente sottosegretario con Monti e viceministro con Letta agli esteri, a capo del quale c’è la Bonino, inviata al Bilderberg nel passato. Quest’anno la presenza italiana non sarà numerosa ma di livello: Monti, Bernabé di Telecom, Nagel di Mediobanca, dal dopoguerra sempre al centro del sistema di potere del capitalismo italiano, Cucchiani di Intesa, prima banca italiana, Rocca di Techint e la giornalista Gruber.A suscitare la curiosità del pubblico sul Bilderberg contribuiscono l’alone di mistero che lo circonda, dovuto alla segretezza sui contenuti dei dibattiti, e la presenza del gotha economico e politico di Usa ed Europa Occidentale. La ragione principale, però, è riconducibile alla sempre più diffusa percezione di impotenza da parte del “cittadino comune” nei confronti di una economia e di una politica che sfuggono persino alla sua comprensione. La maggiore crisi economica dalla fine della Seconda guerra mondiale, il potere astratto dei mercati finanziari, la stessa vicenda dei debiti pubblici e dell’euro, con le conseguenze devastanti sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di lavoratori, favoriscono la sensazione dell’esistenza di forze oscure e incontrollabili. Una testimonianza di questo stato psicologico di massa può essere individuata nella fortuna di romanzi alla Dan Brown e di innumerevoli saggi su massoneria, sette segrete, tra cui gli Illuminati (che vengono collegati al Bilderberg), e chi più ne ha più ne metta. In un clima siffatto ed in assenza di un pensiero critico strutturato e diffuso, è facile attribuire le cause di quanto avviene all’esistenza di complotti e di gruppi che, come una specie di grande “cupola”, reggono un <>.
Il problema è che questo tipo di approccio limita la comprensione della natura e del ruolo di organizzazioni come il Bilderberg e la Trilaterale. E, in definitiva, anche la consapevolezza della loro pericolosità, perché è facile derubricare le critiche a colore giornalistico o a fantasie di qualche inguaribile complottista. Già negli anni ’50 il sociologo Wright Mills, studiando l’élite statunitense, avvertiva che la storia americana non può essere ridotta a una serie di cospirazioni, sebbene ciò non voglia dire che le cospirazioni non esistano. Del resto, aggiungiamo noi, si possono ordire tutti i complotti che si desiderano, ma, se non c’è una base oggettiva e materiale su cui agire, è difficile che si possa avere successo. Ad ogni modo, per dirla con Wright Mills, bisogna capire che il potere delle élite si fonda su fattori impersonali. Tali fattori sono costituiti dal modo di produzione capitalistico e dalla relazione tra struttura economica e sovrastruttura politico-statale della società. Lo scadimento nel complottismo è favorito anche dall’abbandono nella teoria sociologica e economica dello studio delle classi sociali e, in particolare, della classe dominante. Come ho cercato di chiarire nel mio libro, Il Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, lo studio di questo gruppo e della Trilaterale va collocato all’interno dell’analisi della classe dominante capitalistica e delle forme organizzative che le sono proprie. E, dal momento che ogni classe e le sue forme organizzative riflettono, pur in modo non meccanicistico, i mutamenti della struttura economica, rientra nell’analisi del capitalismo contemporaneo.
2. Una nuova forma transnazionale di capitale e di capitalisti

martedì 11 giugno 2013

Come si sente una donna

    
Come si sente una donna

Pubblicato in - rifondazione -  10 giu 2013

di Claudia Regina -
É successo ieri. Esco dall’aeroporto. In una camminata di dieci metri vedo solo uomini. Taxisti fuori dalle macchine parlando. Funzionari in maglietta “Posso aiutarti?”. Un uomo con la cravatta, la sua valigetta e il cellulare in mano. Uomini diversi, sparsi in questi 10 metri di cammino. Andando per questi 10 metri mi sento come una gazzella passeggiando tra i leoni. Sono guardata da tutti. Mi misurano. Mi analizzano. Il mio corpo, i miei glutei, i miei seni, i miei capelli, le mie scarpe, la mia pancia. Tutti mi stanno guardando.
É successo quando avevo 13 anni. Praticavo uno sport tutti i giorni. Uscivo dalla palestra e camminavo per circa due isolati fino alla fermata dell’autobus alle sei di sera. Camminavo sul marciapiede quasi vuoto di una grande via. Di queste camminate mi ricordo due momenti memorabili di questa violenza urbana. Macchine che rallentavano quando si avvicinavano, e dentro si sentiva una voce maschile “Sei bella!”. Uomini soli che attraversavano il marciapiede, si guardavano indietro e dicevano “Che delizia”. Io avevo 13 anni. Portavo pantaloni lunghi, scarpe da tennis e maglietta. Adesso moltiplica questo per tutti i giorni della mia vita.
So che per gli uomini è difficile capire come questa possa essere violenza. Noi stesse, donne, ci abituiamo e lasciamo che sia cosí. Ci abituiamo per poter vivere la vita di tutti i giorni. Uno di questi giorni stavo seduta in spiaggia guardando il mare dal quale usciva una giovane. Passó vicino a un tipo che le disse qualcosa. Lei si allontanó e venne camminando verso di me. Le dissi “Buona sera”, lei disse che l’acqua era deliziosa e parlammo un poco. Le domandai se il tipo le avesse detto qualche stupidaggine. Le mi disse “Sí, peró siamo talmente abituate, vero? queste cose le ignoriamo automaticamente”. Il privilegio è invisibile. Per un uomo è possibile riconoscere il privilegio solo se c’è empatia.
Prova a immaginare un mondo dove, per 5 mila anni, tutti gli uomini fossero stati sottomessi, violentati, assassinati, limitati, controllati. Prova a immaginare un mondo dove per 5 mila anni solo le donne fossero scienziate, fisiche, capi di polizia, matematiche, astronaute, mediche, avvocate, attrici, generali. Prova a immaginare un mondo dove per 5 mila anni nessun rappresentante del tuo genere si sia distinto in teatro, nell’arte, nel cinema, in televisione. A scuola apprenderesti una storia fatta dalle donne, una scienza fatta dalle donne, un mondo fatto dalle donne.
Nel suo testo “Una stanza tutta per se” Virginia Woolf descrive il perché sarebbe stato impossibile per una ipotetica sorella di Shakespeare scrivere come lui. Woolf dice:
“Quando leggiamo di una strega bruciata, di una donna posseduta dal demonio, una saggia donna vendendo erbe […] credo che stiamo vedendo una scrittrice persa, una poetessa annullata”
Dall’inizio del patriarcato, da 5 mila anni, le donne non ebbero sufficiente libertá per essere scienziate o artiste. Woolf spiega:
“La libertá intellettuale dipende da cose materiali. […] E le donne sono sempre state povere, non solo per duecento anni ma dall’inizio dei tempi”
NDT Per un’analisi piú completa Claudia raccomanda un link in portoghese, io vi consiglio direttamente di leggerlo tutto, visto che si trova in qualsiasi biblioteca
… poi magari qualcuno o qualcuna riesce a mettere trovare online il pdf e mette il link nei commenti ;)
Sebbene il mondo stia cambiando, ancora esistono meno opportunitá e riconoscimenti perché le donne e le minoranze esercitino qualsiasi occupazione intellettuale. I lettori di una pagina Facebook sulla scienza ancora suppongono che il suo autore sia un uomo e commentatori televisivi non considerano le manifestazioni culturali che vengono dalle favelas come vera cultura. É vero: oggi la vita è migliore, soprattutto per le donne occidentali come me. Peró, sebbene sia una donna libera e di successo, che vive in una metropoli culturale, ancora sento sulla pelle le conseguenze di questi 5 mila anni di oppressione. E se tu volessi vedere questa oppressione non avresti bisogno di andare ai libri di storia. Devi solo accendere la televisione.
Rio de Janeiro, 2013. Una coppia viene sequestrata in un furgone. Le sequestratrici si collocarono uno strap on sporco che puzzava di merda e di muffa, e violentarono il ragazzo. Tutte loro, una per una, mettevano quel dildo enorme nel culo del giovane, senza preservativo ne’ lubrificante. La fidanzata, poverina, cercó di fare qualcosa peró la legarono e la presero a pugni e calci. Al leggere la notizia, ti immedesimi nella vittima (che soffrí una delle peggiori violenze fisiche e psicologiche esistenti) o in chi guarda? Naturalmente i generi sono scambiati, la violenza reale successe alla donna.
Di quante violenze sono oggetto solo perché sono una donna?
Nell’infanzia non mi lasciarono essere scout perché non era cosa da bambine. Mi violentarono a otto anni (io e per lo meno due terzi delle donne che conosco e che conosci tu hanno subito una violenza di questo tipo e probabilmente non l’hanno raccontato a nessuno). Ho sofferto durante tutta l’adolescenza perché non mi comportavo in maniera “femminile”. Perché non avevo le tette. Perché non avevo capelli lunghi e lisci. Da sempre la mia sessualitá fu repressa dalla famiglia, dalla societá e dai media. Qualsiasi cosa facessi male mi costava l’accusa di sfaticata.
In uno dei miei primi impieghi ascoltai che le donne non lavorano tanto bene perché sono molto emotive e soffrono di sindrome premestruale. In un altro lavoro il mio capo mi disse che avevo dei brutti capelli e mi pagó un parrucchiere perché me li allisciassi per essere piú presentabile per i clienti. Ho deciso di non essere schiava della depilazione e ricevo sguardi schifati quando mi metto i pantaloncini o le magliette senza maniche. Ho usato molto trucco solo perché la televisione e la pubblicitá fanno vedere donne truccate, e per questo è molto facile sentirsi brutte con il viso pulito.
Tu, uomo, sai cos’è il trucco? C’è un prodotto per fare la pelle omogenea, uno per nascondere le occhiaie, un altro per nascondere le macchie, uno per colorare le guance, uno per esaltare le sopracciglia, un altro per le ciglia, un altro per colorare le palpebre, un altro per colorare le labbra. Quante volte ti sei messo cosí tanta roba in faccia solo perché il tuo capo o al primo appuntamento ti vedranno brutto con la faccia pulita?
Quando sono in metropolitana mi posiziono in un luogo sicuro perché nessuno mi si strusci. Tu lo fai?
Quando vado a riunioni familiari mi chiedono perché sono cosí magra, che ho fatto con i capelli e se ho un fidanzato. A mio cugino chiedono cosa sta studiando e che lavoro fa.
In televisione il 90% delle pubblicitá mi denigrano. Quasi nessun film mi rappresenta o passa il Test di Bechdel. Tutte le donne sono mostrate con vestiti sexy, perfino le eroine che si suppone dovrebbero usare vestiti comodi per le battaglie. Le riviste mi insegnano che il mio obiettivo a letto é piacere a un uomo. Mentre tu, uomo, comparavi il tuo pisello con quello dei tuoi amici, a me, donna, insegnavano che masturbarsi è una cosa molto brutta e che se usavo minigonne non avrei meritato rispetto.
Quanto tempo ho tardato a liberarmi della repressione sessuale e a diventare una donna a cui piace scopare? Quanto tempo ho tardato per liberarmi a letto e provare piacere, mentre alcune delle mie compagne continuano a preoccuparsi se il loro partner vede la cellulite o il rotolo di ciccia e per questo non arrivano all’orgasmo? Quanto tempo ho tardato ad avere il coraggio di guardare un cazzo senza scopare a luce spenta? Quante volte ho ascoltato, mentre guidavo, un “ecco vedi, naturalmente era una DONNA”? Quante volte hai tagliato la strada a qualcuno e hai ascoltato un “ecco vedi, proprio un UOMO”?
Tutto questo per, a fine giornata, andare a cena in un ristorante e non ricevere il conto quando lo chiedo, perché da 5 mila anni sono considerata incapace. E tutto questo, CAZZO, per sentirmi dire che sto esagerando, che il maschilismo non esiste piú.
Questo è un riassunto di quello che soffro o corro il rischio di soffrire tutti i giorni. Io, donna bianca, eterosessuale, di classe media. Le donne nere soffrono piú di me. Quelle povere soffrono piú di me. Le orientali soffrono piú di me. Peró tutte soffriamo dello stesso male: nessun paese del mondo tratta le donne tanto bene come tratta gli uomini. Nessuno. Ne’ Svezia, ne’ Olanda, nemmeno l’Islanda.
In tutto il mondo civilizzato soffriamo violenze e abbiamo meno accesso all’educazione, al lavoro o alla politica.
In tutto il mondo siamo ancora le sorelle di Shakespeare.
E tu, lettore uomo, quando ti abbordano in maniera ostile per la strada, pensi “per favore, che non mi tolga il cellulare” o “per favore, che non mi stupri”?
da malapecora.noblogs.org

L'Unione parla tedesco

di Marco Bascetta - ilmanifesto -

Da nazione a vocazione europeista dopo la catastrofe nazionalsocialista all'egemonia esercitata sugli altri paesi dell'Europa per allontanare dal paese gli effetti della crisi. L'ultimo libro di Ulrich Beck per Laterza

«Oggi il Bundestag tedesco decide sul destino della Grecia», annuncia un notiziario della radio nel febbraio del 2012. È da questo annuncio, inquietante nella sua ostentata naturalezza, che Ulrich Beck prende le mosse per affrontare in un piccolo volume edito da Laterza (Europa tedesca, pp. 96, Euro 12) il tema, spinosissimo, dell'egemonia germanica nell'Europa della crisi. Che il parlamento di uno stato membro possa dettare legge a quello di un altro, non legittimato naturalmente da alcun ordinamento, ma in base a un potere di ricatto che le circostanze gli conferiscono, è un paradosso al quale ci siamo ormai quasi assuefatti. E il fatto che questo potere di decisione passi attraverso i trattati e le istituzioni dell'Unione europea, la valutazione e il giudizio di commissioni e commissari comunitari e transnazionali, perfino attraverso il simulacro di un negoziato, cambia poco alla sostanza e, soprattutto, alla percezione di una profondissima asimmetria, di una dipendenza a senso unico. L'annuncio ci rivela essenzialmente una cosa: la politica europea, in conseguenza dell'architettura comunitaria e delle sue lacune, è ostaggio delle politiche interne dei diversi stati e in particolare di quello economicamente più potente. Dalla Germania europea, quella che abbiamo conosciuto dal 1945 al 1989, saremmo passati, in un breve volgere di anni, - come sostiene Beck - all'Europa tedesca.

La macchina del consenso


Nel clima della guerra fredda e con alle spalle la catastrofe nazionalsocialista, la Repubblica federale non avrebbe potuto respirare altra aria che quella di un europeismo deciso, rispettoso e rigorosamente atlantico. Ma dopo la riunificazione le cose cambiano. Non che la Germania unita potesse fare a meno dell'Europa, ma poteva guardarvi con altri occhi e adottare un diverso linguaggio. L'intero spazio dell'est europeo si apriva alla sua influenza e penetrazione economica. Ma, soprattutto, la riunificazione stessa avrebbe finito col fare da modello al rapporto tra la Germania, forte dei suoi successi economici, e i paesi più fragili dell'eurozona. Beck lo scrive senza mezzi termini: «il modello della politica tedesca di crisi in Europa è dato dalla unificazione con la Rdt in bancarotta. Ma con la differenza sostanziale che nell'Europa della crisi la parola solidarietà è diventata una parola senza senso».

La riunificazione della Germania fu condotta in stile coloniale, con piglio severamente pedagogico e con l'idea che i tedeschi orientali dovessero scontare, in termini di sicurezza sociale e di livelli salariali, le colpe accumulate in più di mezzo secolo di economia pianificata. Non senza suscitare una buona dose di risentimento nella popolazione della ex-Rdt e perfino nostalgie del passato regime. In quel frangente l'accusa non fu di «aver vissuto al di sopra dei propri mezzi», ma di aver lavorato al di sotto delle proprie possibilità in ossequio a un sistema sociale aberrante e soprattutto inefficiente. I professorini occidentali avrebbero dunque assegnato i compiti da svolgere ai somari prodotti dallo «stato degli operai e dei contadini» e sorvegliato che venissero eseguiti a puntino. Tuttavia, poiché gli Ossis, i cittadini dell'Est, erano pur sempre tedeschi e si erano liberati da un regime di oppressione, meritavano anche un po' di solidarietà. Merito che non spetta invece ai governi dei paesi indebitati dell'area mediterranea che, pur godendo di tutti i vantaggi della democrazia parlamentare e dell'economia di mercato, ne avrebbero dissipato le potenzialità non essendo stati capaci di tenere a freno gli appetiti dei governati nel timore di perderne il consenso. Ciò che nell'un caso come nell'altro non è in discussione è il valore esemplare del modello tedesco. Certificato dal successo economico della Germania. Il cui governo fa del paragone stesso tra la solidità economica della Germania e la fragilità (relativa) di altre economie europee un motivo di autocelebrazione e una poderosa macchina di cattura del consenso. La quale, stando ai sondaggi e alla voce dei media, sembra funzionare egregiamente. Tutto questo produce qualcosa di assai simile a una forma di nazionalismo che consiste nel difendere a oltranza e rafforzare quelle regole e forme dell'Unione europea che consacrano l'ossessione dei tedeschi per la stabilità monetaria e la competitività, conquistate a scapito dei salari e dei sistemi di Welfare state. Ma tutto questo non è a costo zero e anche nella Bundesrepublik in molti cominciano ad accorgersene. Mentre in molti paesi europei crescono rapidamente le forze euroscettiche, quando non schiettamente nazionaliste, e sentimenti antitedeschi si diffondono con toni sempre più aspri, in Germania comincia a svilupparsi e ad assumere dimensioni rilevanti un fronte antieuropeo che considera l'Unione più una zavorra che una opportunità, un peso indebitamente caricato sulle spalle dei virtuosi lavoratori tedeschi.

Aspetti politici del pieno impiego

di Michał Kalecki - da Appunti - in sinistrainrete -

I
[La dottrina economica del pieno impiego]

I.1


Una solida maggioranza degli economisti è oggi dell’opinione che, anche in un sistema capitalista, il pieno impiego possa essere assicurato da un programma di spesa del Governo, purché siano disponibili impianti adeguati ad impiegare tutta la forza lavoro esistente, e purché sia possibile ottenere in cambio delle esportazioni forniture adeguate delle necessarie materie prime che devono essere importate dall’estero.

Se il Governo garantisce investimenti pubblici (ad esempio costruisce scuole, ospedali e autostrade) o sostiene con sussidi il consumo di massa (con gli assegni familiari, la riduzione delle imposte indirette, o con sussidi diretti a mantenere bassi i prezzi dei beni di prima necessità) e se, in più, queste spese sono finanziate con un maggiore indebitamento e non con la tassazione (che potrebbe avere un effetto negativo sugli investimenti e sui consumi privati) allora la domanda effettiva per beni e servizi può essere incrementata fino al punto che corrisponde al raggiungimento del pieno impiego.

Si noti che questa spesa del Governo incrementa l’occupazione non solo direttamente ma anche indirettamente, dal momento che i redditi più elevati che essa genera provocano a loro volta incrementi secondari della domanda di beni di consumo e di investimento.


I.2

Ci si potrebbe chiedere dove il pubblico prenderà il denaro da prestare al Governo se non riduce i suoi investimenti e i suoi consumi.
Per comprendere questo processo la cosa migliore, penso, è immaginare per un momento che il Governo paghi i suoi fornitori con titoli di Stato.

I fornitori, in generale, non tratterranno questi titoli ma li metteranno in circolazione acquistando altri beni o servizi, e la circolazione dei titoli di Stato continuerà finché alla fine essi giungeranno a persone che li tratterranno in quanto attività che generano un reddito sotto forma di interesse.

In ogni periodo l’incremento totale dei titoli di Stato posseduti (temporaneamente o stabilmente) dalle persone e dalle imprese sarà pari ai beni e ai servizi venduti al Governo.

Così quello che l’economia presta al Governo sono i beni e i servizi la cui produzione è “finanziata” dai titoli di Stato.

Nella realtà il Governo non paga i suoi acquisti con titoli di Stato ma con denaro, ma nello stesso tempo emette titoli e così raccoglie denaro; e questo è equivalente al processo immaginario descritto prima.

Che cosa succede, tuttavia, se il pubblico non vuole assorbire tutto l’incremento dei titoli di Stato? Il pubblico alla fine offrirà i titoli di Stato alle banche per avere in cambio del denaro (in contanti o sotto forma di depositi). Se le banche accetteranno queste offerte, il tasso di interesse non varierà, altrimenti il prezzo dei titoli di Stato diminuirà, il che significa che ci sarà un incremento del tasso di interesse, e questo incoraggerà il pubblico a detenere più titoli di Stato in rapporto ai depositi.
Ne segue che il tasso di interesse dipende dalla politica delle banche, e in particolare dalla politica della Banca Centrale.

Se questa politica mira a mantenere il tasso di interesse a un certo livello questo obiettivo può facilmente essere raggiunto, qualunque sia l’ampiezza del nuovo indebitamento del Governo.

Questa era ed è la situazione nell’attuale guerra. Nonostante l’astronomico deficit di bilancio, il tasso di interesse non ha mostrato alcun aumento sin dall’inizio del 1940.

lunedì 10 giugno 2013

IWF bringt Schuldenschnitt für Griechenland ins Spiel


Der IWF kritisiert in einem Bericht eigene Fehler bei der Griechenlandrettung. Seine Prognosen zeigen, dass ein neuer Schuldenschnitt nötig werden könnte. Diesmal müssten wohl nicht nur private Gläubiger bluten.  

Griechische Euro-Münze: Die Verschuldung des Landes beträgt 176 Prozent des Bruttoinlandsproduktes. Quelle: dpa
Griechische Euro-Münze: Die Verschuldung des Landes beträgt 176 Prozent des Bruttoinlandsproduktes. Quelle: dpa
Die Griechen werden die kassierten Hilfskredite auf Heller und Pfennig zurückzahlen – so gelobt es die Athener Regierung, so versichern es auch die Euro-Finanzminister ihren Steuerzahlern. Dabei ist für die meisten Fachleute längst klar: Aus eigener Kraft wird das Land seine Schulden niemals zurückzahlen können. Was die Politiker bisher nur hinter vorgehaltener Hand flüstern, spricht ein Bericht des Internationalen Währungsfonds (IWF) jetzt offen aus.
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„Für jemand der rechnen kann ist klar, dass es für Griechenland eng wird,“ sagt Commerzbank-Ökonom Christoph Weil. Berechnungen des IWF legen nahe, dass Griechenland ohne einen erneuten Forderungsverzicht der Gläubiger seine Schulden nicht tragen kann.
In einem zweiten Papier, aus dem das Wall Street Journal zitierte, ist von eigenen Fehlern des IWF bei der Einschätzung der wirtschaftlichen Entwicklung Griechenlands sowie von Reibungen innerhalb der Troika aus IWF, Europäischer Zentralbank (EZB) und Europäischer Union (EU) die Rede.

domenica 9 giugno 2013

La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta

    
La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta

da Micromega in - rifondazione -

di Gianni Ferrara, da costituzionalismo.it -
La crisi che stiamo vivendo è totale. Coinvolge ogni aspetto della convivenza umana. È crisi politica, economica, sociale, istituzionale, morale. Viene da lontano. Da quando iniziò la controrivoluzione capitalistica. Quella che reagì alla fondazione e alle realizzazioni dello stato sociale costruito in Occidente nei trenta “anni d’oro” della “rivoluzione sociale” e della”rivoluzione culturale” come li chiamò Hobsbawm. Reagì per liquidarne le conquiste, rovesciarne i principi, disperdere i soggetti storico-politici che lo avevano progettato e che lo sostenevano. Ha compattato la sua azione dissolutrice sostituendo alle politiche keynesiane il neoliberismo, all’etica della solidarietà e dell’eguaglianza quella dell’individualismo proprietario, della concorrenza distruttiva e della competizione omicida, al pluralismo ideale e politico l’assolutismo del pensiero unico, alla rappresentanza politica inclusiva quella selettiva delle sole domande compatibili con l’economia del turbo-capitalismo, alla primazia dei Parlamenti la mistica della governabilità.
Da questo coacervo esplosivo emerge la spinta della crisi economica che ha creato più di venti milioni di disoccupati in Europa e in Italia un’area di 8 milioni e 750 mila persone in stato di difficoltà nel lavoro e di disagio sociale tra disoccupati, scoraggiati, cassintegrati, precari e part-time involontari (dei quali più del il 36 per cento giovani).[1] Crisi che non accenna ad attenuarsi né può perché la religione neoliberista, avendola provocata, continua ad ispirare con l’austerity la politica economica dell’Unione europea per esserne il fondamento.
Per di più ha trovato nel rapporto tra società e stato il cratere sul quale versare tutti i suoi deflagranti effetti di dissoluzione del tessuto sociale e morale, con fame, suicidi, violenze, malattie infettive, calo precipitoso delle condizioni di salute dei Paesi su cui l’austerity si scatena con forsennato vigore.
Tra essi infatti si distingue, per evidenza, quello che incrina proprio la ragione che ha preteso di legittimare lo stato come concentrazione, fonte e ricaduta del potere sulla pluralità dei suoi destinatari, sugli uomini e sulle donne che integrano la cosiddetta “società civile”. Il fondamento della pretesa è noto. Fu l’assunzione del compito di garante della sicurezza dei sottoposti da cui derivò la titolarità del monopolio della forza legittima da usare solo a difesa della loro vita e dei loro beni all’interno e dall’esterno dei confini. Dopo secoli di deviazioni, torsioni, regressioni, negazioni, quella sicurezza si era incrementata, arricchita, mirava a consolidarsi. La si qualificava aggettivandola come “sociale”.
È l’affievolirsi progressivo di questa qualificazione che ha determinato la crisi politica che investe le istituzioni dello stato e lo stato stesso. Investe le istituzioni per essere state considerate – e fondatamente – come responsabili dello svuotamento della socialità dello stato e lo stato per aver abdicato alla missione che gli era stata assegnata. C’è una strumentazione duplice nell’età contemporanea che determina l’interazione tra stato-apparato e pluralità umana cui si riferisce. La strumentazione è la rappresentanza che funge da canale insostituibile del flusso di legittimazione che congiunge la base umana e la sovrastruttura istituzionale statale. Tale strumentazione, perché ignara di bisogni, progetti ed ideali delle masse umane che formano un popolo, si rivelerebbe vuota di contenuto, resterebbe muta di fronte all’apparato istituzionale, se a formulare le domande di soddisfare bisogni, di favorire progetti, rispettare le speranze non fossero soggetti plurimi. Tali perché plurima è l’entità legittimante e, ad un tempo, diversificata per posizione economica e sociale, per cultura, propensione, progetti di vita. Plurima infatti è, quanto a contenuti, ogni domanda che abbia senso politico non immediato e non occasionale.

Il colpo di stato permanente.

Sabato 8 Giugno 2013 dal blog di Grillo  - leggoit -
ROMA - Viviamo un «colpo di stato permanente», iniziato con la caduta del governo Berlusconi, proseguito con Monti e Letta, la rielezione di Napolitano e la nomina dei 35 'saggì, con cui «il potere costituito si auto-proclama potere costituente». Lo scrive, sul blog di Grillo, Paolo Becchi, che parla di «fine della democrazia».

IL POST "Fu Mitterand, nel 1964, a coniare l’incisiva formula «Colpo di stato permanente» (Coup d'état permanent) per denunciare il sistema di potere gollista che si era affermato in Francia con la nuova Costituzione del 1958. Altri tempi, altri problemi politici, ma, oggi, non viviamo anche noi, in Italia, in una situazione di colpo di stato permanente? Il suo ultimo atto non è forse la nomina della “Commissione per le riforme” e dei suoi trentacinque “saggi”, che avrà il compito di modificare la nostra Costituzione? Il potere costituito (e “costituito” sulle macerie della partitocrazia), si auto-proclama potere costituente.
È la storia di un colpo di stato permanente quella che inizia con la caduta di Berlusconi – mai sfiduciato dal Parlamento ma costretto a rassegnare le dimissioni per le pressioni dei mercati e le impennate improvvise dello spread – per arrivare oggi al Governo Letta, passando per il Governo “tecnico” di Monti, imposto d’autorità dal Presidente della Repubblica, e per la rielezione stessa di Napolitano, atto senza precedenti nella storia della Repubblica.

E le elezioni che si sono nel frattempo svolte? È come se non ci fossero mai state: lo stesso Presidente di prima, lo stesso Governo del Presidente, in cui il fantasma di Monti si è reincarnato nell’accordo Pd-Pdl a sostegno del Governo Letta. Zio e Nipote, Gianni ed Enrico, si ritrovano finalmente insieme. Eppure qualcosa è realmente cambiato: in Parlamento, oggi, siede una forza politica nuova, che rappresenta quasi 9 milioni di cittadini. Questo 25% del Paese, però, non trova alcuna espressione nei 35 “saggi” incaricati di scrivere una nuova Costituzione ad uso e consumo di una “casta” di partiti sempre più in crisi ma che non intendono rinunziare ad alcuno dei loro privilegi. Com'è possibile un’esperienza costituente dalla quale sono, per principio, esclusi 9 milioni di italiani? Questa non è più tirannia della maggioranza: è la fine della democrazia.

L’accordo tra Pd e Pdl costituisce il tentativo di bloccare il cammino del M5S, dopo che le elezioni hanno segnato la crisi irreparabile del sistema bipolare e la perdita di milioni di voti da parte delle forze di centrodestra e centrosinistra. La proposta di legge Finocchiaro sui partiti e il finto intervento sui tagli ai costi della politica nascondono il vero obiettivo di Pd-Pdl: evitare ogni riforma della legge elettorale e, in compenso, tentare di modificare la Costituzione.
Perché questo tentativo? La forma di governo parlamentare è definita attraverso un meccanismo di pesi e contrappesi tra tre poteri: il Presidente della Repubblica, il Parlamento ed il Governo. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento, rappresenta l’unità della nazione e non ha alcun potere di Governo: è quello che si definiva “potere neutro”, non esercitando funzioni legislative né esecutivo, ma un ruolo di garante del sistema.
È il Parlamento il potere realmente decisivo, in quanto il Governo è ad esso legato dal rapporto di fiducia, che costituisce il vero tratto distintivo della nostra attuale forma di governo. Il Governo, infatti, è responsabile di fronte al Parlamento, e non al Capo dello Stato. L’esperienza del Governo Monti – proseguita nel Governo Letta – ha “rovesciato” questi rapporti: il Presidente della Repubblica ha potuto, infatti, esercitare di fatto un potere amplissimo, di vero e proprio indirizzo politico, imponendo al Parlamento le sue condizioni e rendendo la fiducia un momento puramente formale del rapporto tra Parlamento e Governo. Non è stato, forse, questo, un colpo di stato? Ciò che Pd e Pdl puntano a fare, è legittimare questa situazione – creatasi in aperta violazione della Costituzione – a costo di cambiare la Costituzione stessa. Perché tutto questo? Perché passare dalla forma parlamentare a quella presidenziale? L’obiettivo politico è uno solo: ridimensionare il ruolo del Parlamento in modo da ricostituire, intorno all’elezione diretta del Capo dello Stato, il sistema bipolare Pd – Pdl, sconfiggendo definitivamente il nemico comune, ossia il M5S. In una forma di governo presidenziale il sistema non potrà che essere bipartitico, ed è questo il vero scopo del lavoro dei “saggi”: ricostruire il bipolarismo Pd-Pdl con una conventio ad excludendum. Ossia tagliando fuori il M5S, una grande forza politica del Paese."



Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

   
Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

- micromega - rifondazione -

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 7 giugno 2013 -
Nel tempo ingannevole della “pacificazione”, il conflitto giunge nel cuore del sistema e mette in discussione la stessa Costituzione. Una politica debole, da anni incapace di riflettere sulla propria crisi, compie una pericolosa opera di rimozione e imputa tutte le attuali difficoltà al testo costituzionale. Le forze presenti in Parlamento non ce la fanno a sciogliere i nodi tutti politici che hanno reso impossibile una decisione sull’elezione del Presidente della Repubblica? Colpa della Costituzione. “Je suis tombé par terre, c’est la faute à Voltaire”.
Imboccando questa strada, non si dedica la minima attenzione all’esperienza degli anni passati, alle manipolazioni istituzionali che, sbandierate come la soluzione d’ogni male, hanno aggravato i problemi che dicevano di voler risolvere, rendendo così la crisi sempre più aggrovigliata. Ho davanti a me le dichiarazioni di politici e commentatori, i saggi e i libri di politologi che, all’indomani della riforma elettorale del 1993, sostenevano che l’instaurato bipolarismo, con l’alternanza nel governo, avrebbe assicurato assoluta stabilità governativa, cancellato le pessime abitudini della Prima Repubblica con i suoi vertici di maggioranza e giochi di correnti, eliminato la corruzione. E tutto questo avveniva in un clima che svalutava la funzione rappresentativa delle Camere, attribuendo alle elezioni sostanzialmente la funzione di investire un governo e accentuando così la personalizzazione della politica e le inevitabili derive populiste.
Sappiamo come è andata a finire. E gli autori e i fautori di quella riforma oggi si limitano a lamentare il bipolarismo “rissoso” o “conflittuale”, senza un filo non dirò di autocritica, parola impropria, ma neppure di analisi seria e responsabile di quel che è accaduto. Eppure quel rischio era stato segnalato proprio nel momento in cui si imboccava la via referendaria alla riforma, suggerendo altre soluzioni. Ma non si volle riflettere intorno all’ambiente politico e istituzionale in cui quella riforma veniva calata, sulla dissoluzione in corso del vecchio sistema dei partiti e sulla inevitabile conflittualità che sarebbe derivata da una riforma che, invece di accompagnare una transizione difficile, esasperava proprio la logica del conflitto.
Oggi sembra tornare il tempo degli apprendisti stregoni e di una ingegneria costituzionale che, di nuovo, appare ignara del contesto in cui la riforma dovrebbe funzionare. Che cosa diranno gli odierni sostenitori di variegate forme di presidenzialismo quando, in un domani non troppo lontano, il “leaderismo carismatico” renderà palesi le sue conseguenze accentratrici, oligarchiche, autoritarie? Diranno che si trattava di effetti inattesi?
Questo ci porta al modo in cui si è voluto strutturare il processo di riforma. Si è abbandonata la procedura prevista dall’articolo 138 per la revisione costituzionale, norma di garanzia che dovrebbe sempre essere tenuta ferma proprio per evitare che la Costituzione possa essere cambiata per esigenze congiunturali e strumentali. Compaiono nuovi soggetti – una supercommissione parlamentare e una incredibile e pletorica commissione di esperti, con componenti a pieno titolo e “relatori”. Il Parlamento viene ritenuto inidoneo per affrontare il tema della riforma e così, consapevoli o meno, si è imboccata una strada tortuosa che finisce con il configurare una sorta di potere “costituente”, del tutto estraneo alla logica della revisione costituzionale, concepita e regolata come parte del sistema “costituito”. Sono rivelatrici le parole adoperate nella risoluzione parlamentare: “una procedura straordinaria di revisione costituzionale”. L’abbandono della linea indicata dalla Costituzione è dunque dichiarato.
Si entra così in una dimensione di dichiarata “discontinuità”, che apre ulteriori questioni. Quando si incide profondamente sulla forma di governo, come si dichiara di voler fare, si finisce con l’incidere anche sulla forma di Stato, come hanno messo in evidenza molti studiosi del diritto costituzionale. E, di fronte alla modifica della forma di governo e di Stato, si può porre un altro interrogativo. Queste modifiche sono compatibili con l’articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”? Originata dalla volontà di impedire una restaurazione monarchica, questa norma è stata poi letta per definire quali siano gli elementi costitutivi della forma repubblicana così come è stata disegnata dall’insieme del testo costituzionale. Ne conseguirebbe che la modifica o l’eliminazione di uno di questi elementi sarebbe preclusa alla stessa revisione costituzionale. Sono nodi problematici, certamente. Che, tuttavia, non possono essere ignorati nel momento in cui si vuole intervenire sulla Costituzione abbandonando il modello di democrazia rappresentativa intorno al quale è stata costruita.
Ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelsky che l’introduzione del presidenzialismo nel nostro paese “si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. L’investitura d’un uomo solo al potere non è precisamente l’idea di una democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione”. Il riferimento al “nostro paese” risponde proprio a quella necessità di valutare ogni riforma costituzionale nel contesto in cui è destinata ad operare. Sì che ha poco senso l’obiezione che il semipresidenzialismo, ad esempio, è adottato in un paese sicuramente democratico come la Francia. Questa obiezione, anzi, obbliga a riflettere sul fatto che la compatibilità di quel sistema con la democrazia è strettamente legata a un dato istituzionale – l’assenza in Francia di gravi fattori distorsivi, come il conflitto d’interessi o il controllo di una parte rilevantissima del sistema dei media; e a un dato politico — il rifiuto di usare il partito di Le Pen come stampella di uno dei due schieramenti in campo, mentre in Italia pure la destra estrema è stata arruolata sotto le bandiere di una coalizione pur di vincere.
Più sostanziale, tuttavia, è la contraddizione con il modello della democrazia partecipativa. Proprio nel momento in cui la necessità di questo modello si manifesta prepotentemente per le richieste dei cittadini e il mutamento continuo dello scenario tecnologico, finisce con l’apparire una pulsione suicida l’allontanarsi da esso, con evidenti effetti di delegittimazione ulteriore delle istituzioni e di conflitti che tutto ciò comporterebbe. Una revisione condotta secondo la logica costituzionale, e non contro di essa, esige proprio la valorizzazione di tutti gli strumenti della democrazia partecipativa già presenti nella Costituzione, tirando un filo che va dai referendum alle petizioni, alle proposte di legge di iniziativa popolare. Le proposte già ci sono, per quelle sull’iniziativa legislativa popolare basta una modifica dei regolamenti parlamentari, e questo aprirebbe canali di comunicazione con i cittadini dai quali la stessa democrazia rappresentativa si gioverebbe grandemente. Altrettanto chiare sono le proposte sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul superamento del bicameralismo paritario, su forme ragionevoli di rafforzamento della stabilità del governo attraverso strumenti come la sfiducia costruttiva. Si tratta di proposte largamente condivise, che potrebbero essere rapidamente approvate con benefici per l’efficienza del sistema senza curvature autoritarie. E che potrebbero essere affidate a singoli provvedimenti di riforma, senza ricorrere ad un unico “pacchetto” di riforme, più farraginoso per l’approvazione e che distorcerebbe il referendum popolare al quale la riforma dovrà essere sottoposta, che esige quesiti chiari e omogenei.
Vi è, dunque, un’altra linea di riforma istituzionale, sulla quale varrà la pena di insistere e già raccoglie un consenso vastissimo tra i cittadini, alla quale bisognerà offrire la possibilità di manifestarsi pienamente. Solo così potrà consolidarsi quella cultura costituzionale che oggi manca, ma che è assolutamente indispensabile, “capace di adeguare la Costituzione ma soprattutto di rispettarla”, come ha sottolineato opportunamente Ezio Mauro.
da Micromega online

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