Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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mercoledì 12 giugno 2013

Grillo e la crisi del parlamento

di Aldo Giannuli. - megachip -

Beppe Grillo ha fatto una delle sue sparate definendo il Parlamento un "Tomba" o una "scatola di tonno vuota". Manco a dirlo si è scatenata la solita buriana di commenti "politicamente corretti" che accusano Grillo di essere un emulo del Mussolini del 3 gennaio 1925, qualcuno addirittura ipotizza che ordini di bruciare il Parlamento come fece Hitler con il Reichstag e via di seguito con il consueto coro di sepolcri imbiancati. Anche qualche dissidente grillino ha preso le distanze (ma temo che in questo caso si sia trattato di una dinamica divaricante che conosco bene, per cui, se dici bianco devo dire nero perché ormai è una partita a scacchi a mosse obbligate) e, questa volta, poteva risparmiarselo. Come al solito, Grillo dice le cose in modo da scoprire il fianco alle accuse più spropositate, ma, nel merito, siamo sicuri che abbia proprio torto?

Che da almeno un secolo ci sia una critica del Parlamentarismo non solo di destra, ma anche di sinistra (Lenin, tanto per citare un nome) mi pare un fatto assodato. Quindi, non si può dire che, in generale, Grillo inventi nulla o la sua debba necessariamente essere una posizione di destra. Peraltro parlare in incendio del Reichstag e di discorso sul "bivacco per manipoli" è del tutto fuori luogo, perché, Grillo dice piuttosto chiaramente che il Parlamento "così come è" non serve a nulla e che tanto vale abolirlo, ma contestualmente, propone di rifondarlo.

Quindi si capisce che la sua posizione è quella di ripensare il principio di rappresentanza, non abolirlo. Allora, siamo sicuri che stia dicendo cose così fuori della realtà?

Lasciando da parte il dibattito classico sul parlamentarismo (su cui, però, forse sarà il caso di tornare) e venendo alla storia dell'Italia Repubblicana, vediamo come stanno le cose. La Costituzione vigente, per dirla con Ghisalberti, disegna un sistema basato "sulla divisione dei poteri nella prevalenza del legislativo".

Ma questo non è mai stato vero nella concreta realizzazione della Costituzione materiale: la spaccatura sull'asse dell'anticomunismo, con il conseguente corollario di escludere, per quanto possibile, il Pci ed i suoi alleati dal potere decisionale, spostò subito gli equilibri di potere a favore del governo, che divenne subito il vero cuore del sistema politico-istituzionale. Dunque, la prevalenza spettò nei fatti all'esecutivo, ben presto titolare unico delle funzioni di indirizzo politico (a cominciare dalla politica estera) e poi, via via, dominus dei procedimenti legislativi, soprattutto attraverso il crescente uso ed abuso della decretazione di urgenza.

La presenza di una maggioranza precostituita, garantita dal vincolo di disciplina partitica dei parlamentari (anche per questo, stiamo attenti a reclamare l'abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari) contribuirono a sminuire la funzione del Parlamento a mera cassa di registrazione di decisioni prese altrove. Allo stesso modo, il vincolo disciplinare vanificava ogni potere di controllo del Parlamento, perché, ovviamente, la maggioranza (che era la stessa che votava la fiducia al governo) respingeva ogni iniziativa dell'opposizione in merito.

Sino al 1977, il Parlamento ha regolarmente respinto qualsiasi proposta di messa in stato d'accusa dei ministri (si pensi agli scandali dei tabacchi, delle banane, di Fiumicino, ecc.) perché regolarmente la maggioranza si compattava intorno agli inquisiti.

Già nei primi anni sessanta si parlava correntemente di "crisi del Parlamento" con interventi di autori di parte diversissima, dal leader psiuppino Lelio Basso, al politologo liberale Giuseppe Maranini, al radicale Leonardo Piccardi, al conservatore Panfilo Gentile, dal giurista di destra Sandulli a quello cattolico Mortati, dal liberale Bozzi al comunista Ingrao. Ovviamente, ciascuno proponeva un suo rimedio spesso opposto a quello degli altri; la maggior parte di essi additò due difetti strutturali del sistema che contribuivano ad indebolire il Parlamento: il bicameralismo perfetto e la pletoricità delle due assemblee. Ma, nel complesso, le cose restarono come erano. Anzi la marcia verso il depotenziamento dell'istituto parlamentare proseguì imperterrita, con le riforme dei regolamenti parlamentari, con l'ulteriore ricorso alla decretazione d'urgenza, con l'uso del voto di fiducia per stroncare l'ostruzionismo parlamentare, con l'espansione della legge finanziaria che, di fatto, consegnava in mano al governo l'intera politica economica, lasciando al Parlamento la possibilità residua di qualche emendamento, prevalentemente per norme di interesse microsezionale o addirittura personale.

Da questo punto di vista, bei colpi di piccone ai poteri del Parlamento vennero anche dal Pci negli anni della solidarietà nazionale e poi da Craxi, Cossiga e Andreotti negli anni del pentapartito. Nello stesso tempo, l'involuzione di partiti politici, sempre più meri apparati burocratici privi di qualsiasi democrazia interna, contribuiva a svuotare il Parlamento della sua funzione democratica.

Ma, nel complesso, sino al 1993, il parlamento mantenne quantomeno una certa forza politica che gli veniva tanto dalla sua rappresentatività (dovuta alla legge proporzionale) quanto dal sistema parlamentare basato sul gioco delle alleanze fra diversi partiti che lasciava qualche spazio di manovra. Il colpo di grazia venne con il referendum golpista di Segni ed Occhetto che, sostituendo la proporzionale con il maggioritario, introducevano meccanismi distorsivi che avrebbero inevitabilmente ridotto la rappresentatività delle Camere.

In secondo luogo, l'adozione del maggioritario precostituiva coalizioni rigide che azzeravano il gioco parlamentare e sottraevano, tanto al Parlamento quanto al Presidente della Repubblica, la facoltà di scegliere il Presidente del Consiglio che (dal 2001) era quello indicato sulla scheda elettorale. E' significativo che le uniche due volte che ci sia stato un rovesciamento o una sostanziale modifica della coalizione di maggioranza (governo Dini 1995, governo Monti 2011) ciò sia stato vissuto come un situazione di emergenza contro le quali alcuni parlarono di colpo di mano. La cosa merita di essere rimarcata: ormai il mutamento di maggioranze di governo -come è proprio di un sistema parlamentare- diventava lo "strappo" e la designazione a suffragio diretto del Capo del Governo -come è proprio dei sistemi presidenziali- era la regola.

Questo sostanziale ribaltamento della carta costituzionale si è poi accompagnato al peggioramento -per certi aspetti- della legge elettorale, in particolare con l' attribuzione al vincitore -e senza alcuna soglia minima- di una rappresentanza pari al 54% della Camera e con l'esclusione del voto di preferenza. Già dal suo esordio (2006) il "Porcellum" dimostrò di produrre un Parlamento di "nominati" privi di qualsiasi consenso popolare. Nelle ultime elezioni, il meccanismo premiale, ha dimostrato la sua totale assurdità, attribuendo ben il 54% dei seggi ad una coalizione che rappresentava solo il 29.5% dei votanti : si ricava che il nostro è il parlamento più disrappresentativo del Mondo.

Quanto alla qualità dei nostri parlamentari, è osservazione comune che essa sia andata calando costantemente e, ormai, si sprecano le trasmissioni stile "Striscia la notizia" dove si documenta che i parlamentari non sanno cosa significano parole come "spread", "multipolarismo", "geopolitica", "panachage", "subprime", "bailout", di cui danno interpretazioni assai fantasiose ma che riguardano materie su cui sono chiamati a votare.

A questo punto, vi sembra che la sparata di Grillo (al di là dei soliti toni sbraitati) sia poi così infondata?

Fonte: http://www.aldogiannuli.it/2013/06/grillo-e-la-crisi-del-parlamento/

venerdì 10 agosto 2012

MONTI ODIA LA DEMOCRAZIA

FRANCESCO PIOBBICHI  - controlacrisi -  
  
        MONTI: "Posso comprendere che devono tenere conto dei propri parlamenti. Ma un parlamento ed una Corte Costituzionale in fondo ci sono in ogni paese dell’Unione europea. E naturalmente ogni governo deve attenersi alle decisioni del proprio parlamento. Ma ogni governo ha anche il dovere di educare il parlamento. Se mi fossi attenuto meccanicamente alle direttive del mio parlamento, non avrei potuto approvare le decisioni dell’ultimo vertice di Bruxelles". Questa frase che Monti ha rilasciato recentemente è di una gravità senza precedenti. Per comprendere la portata di quanto detto provate ad immaginare cosa sarebbe successo se queste parole le avesse pronunciate Berlusconi quando era al Governo. In quel caso avremmo gridato al Golpe, saremmo scesi in piazza e fatto un gran casino. Invece nulla di tutto questo, anzi, le parole pronunciate da Monti sono state difese pubblicamente da Bersani con una naturalezza che lascia basiti. Sostenere che i parlamenti vanno "educati" dagli esecutivi come ha detto Monti ci porta nella fase matura dell'autoritarismo del capitalismo oligarchico, nella strada a vicolo chiuso dello svuotamento della democrazia parlamentare. Sì, è vero, direte che i parlamenti sono già oggi di fatto espropriati dalle loro funzioni: essi ratificano trattati che sono decisi altrove e subiscono ripetute procedure legislative di carattere d'urgenza che ne restringono pesantemente le funzioni; ma le parole di Monti hanno un qualcosa in più, hanno un indirizzo profondamente autoritario che segna un salto di qualità.
Per Monti i parlamenti vanno educati, cioè devono essere in gran parte disciplinati alle esigenze che impone nella crisi la ristrutturazione capitalista. Per uno come Monti insomma la sede legislativa è una sorta di panopticom in cui i deputati eletti sono osservati dal potere tecnico finanziario di cui lui è la massima espressione. La politica insomma deve essere educata e piegata all'ideologia liberista, ed i maleducati vanno messi fuori. Penso che le parole di Monti nascondono un odio profondo per la democrazia e la mediazione sociale, del resto è stato proprio lui ad appendere al muro -da destra- la concertazione.
Il fatto che Bersani abbia difeso queste parole indecenti segna una metamorfosi definitiva anche deel PD, disposto oramai a difendere gli oltraggi alla nostra democrazia dopo aver manomesso la nostra Costituzione con l'inserimento del vincolo di bilancio e la ratifica del Fiscal compact.

Da “Der Spiegel” del 6.8.2012
Un fronte tra Nord e Sud
Il presidente del Consiglio dei ministri italiano Mario Monti, 69 anni, si lamenta che coloro che
guidano gli stati del continente fanno troppo poco per fermare l’erosione dell’Europa. Chiede
maggiore condivisone (colloquio condotto dai redattori Fiona Ehlers e Hans Hoyng)
SPIEGEL: Signor presidente, ancora una volta l’euro è in grande difficoltà, le voci che parlano di
una frattura si fanno più forti. Ha già rinunciato alle sue vacanze?
MONTI: Ho solo sei giorni e spero che non saltino. Tuttavia guardo all’estate in modo
relativamente tranquillo. Per quanto riguarda la Grecia ovviamente c’è ancora un rischio…
SPIEGEL:… perché l’insolvibilità sembra inevitabile…
MONTI:… ma dopo una lunga preparazione, nell’ultimo vertice di Bruxelles alla fine di giugno
abbiamo raggiunto risultati complessivamente buoni che devono consentire ai mercati una migliore
valutazione su quanto in effetti sia solida l’area-euro.

giovedì 12 luglio 2012

VOTI A PERDERE

Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Fabozzi
       
Il più sguaiato dei tribuni e il più felpato degli editorialisti di questi tempi hanno una cosa in comune. Si lamentano che i politici, tutti, non lavorano abbastanza. Bene. Per una volta possono darsi pace, dando uno sguardo ai calendari della camera e del senato. Stanno lavorando. Per la precisione stanno votando a testa bassa un decreto via l'altro, una fiducia e un'altra ancora. Questo è il «lavoro» che è ridotto a fare il parlamento, e dovrà farlo per tutto luglio e anche agosto. Il presidente della Repubblica che con altri governi tuonava contro l'eccesso dei decreti e delle fiducie e che, con i tecnici già in sella, aveva promesso «un vaglio rigoroso», non interviene. Anzi, quando interviene lo fa per rimproverare il parlamento e respingere ogni critica al governo.

Tra la camera e il senato c'è una fila di undici decreti da convertire, con argomenti che variano dal terremoto agli italiani all'estero, dalla crescita alla sanità alle dismissioni e con scadenze che non vanno oltre la fine del mese venturo. Poi ci sono anche un paio di leggi delega. Deputati e senatori della strana maggioranza sono lì che votano. Dissentire non possono, perché altrimenti sale lo spread. Modificare neppure, perché piomba la questione di fiducia. Si va avanti così ed è interessante verificare - dal sito del ministro per i rapporti con il parlamento - come il governo abbia sempre avuto bisogno della fiducia sui suoi provvedimenti tranne che per la ratifica dei trattati internazionali o la proroga delle missioni militari.

Questo è lo stato dei rapporti di forza tra l'esecutivo e il parlamento oggi, questa è la condizione reale del Palazzo: dove la retorica anticasta disegna il centro del (malvagio) potere c'è invece un seggio elettorale permanente che può solo accendere la luce verde. Poi uno si domanda cosa abbiano in testa quelli che questa situazione vogliono perpetuare, e chiedono a Monti di restare a palazzo Chigi anche dopo le elezioni. O, peggio, quelli che vogliono riformare la Costituzione perché il governo ha troppo pochi poteri e dev'essere «rafforzato».

Naturalmente, i più impegnati in quest'opera di devastazione del potere legislativo sono proprio alcuni parlamentari. Quello che avviene a proposito di riforme istituzionali e legge elettorale lo dimostra. E non sempre sono i peggiori a fare danni. Per esempio, l'idea di sciogliere il dilemma della forma di governo chiamando i cittadini a un bel referendum sul semipresidenzialismo di antico sapore craxiano è un'idea del Pd. Democratica è anche un'altra trovata di genio, stavolta sulla legge elettorale. Il parlamento non decide? Male, anzi bene. Si può affidare ai cittadini il compito di scegliersi la legge elettorale con un referendum «deliberativo» (un altro) che metta in gara i vari sistemi: volete voi l'uninominale? il doppio turno? lo scorporo? preferite il metodo D'Hondt o quello Hare? Dopo di che il parlamento potrebbe anche chiudere per inutilità. Con dei difensori così non ha bisogno di altri nemici.

giovedì 12 aprile 2012

Come siete buoni, come siamo coglioni!

di Beppe Grillo
Nel "Giorno della Civetta" di Leonardo Sciascia, don Mariano Arena così si rivolge al capitano Bellodi: "... quella che diciamo l’umanità... bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…".
Il Parlamento che ha istituito la "Commissione per la trasparenza ed il controllo dei bilanci dei partiti politici" sull'onda degli scandali che stanno travolgendo i partiti è composto da ominicchi che credono che i cittadini italiani siano in larghissima maggioranza dei pigliainculo. Ci sono i macachi, come Bersani, i lemuri, come Alfano con i suoi occhioni spalancati nel buio e Casini, il bonobo per signore (*). Il Parlamento ha stabilito che la Commissione vigilerà sui bilanci a partire dal 2011, come dire: "Chi ha avuto, avuto, avuto... chi ha dato, ha dato, ha dato... scurdàmmoce 'o ppassato". I bilanci precedenti rimarranno di mamma ignota e di padri plurimi come Belsito e Lusi che in realtà fottevano per conto terzi?
I finanziamenti elettorali, spacciati per rimborsi, sono semplicemente una truffa ai danni dei cittadini che li hanno aboliti con un referendum. I soldi vanno restituiti. Chi li ha incassati non poteva non sapere che eccedevano di centinaia di milioni i costi sostenuti in campagna elettorale, come certificato dalla Corte dei Conti. E allora perché tutti i partiti si sono tenuti il miliardo di euro? Qualcuno vorrebbe persino una nuova legge per restituirli... Ci prendono per pigliainculo o per quaquaraquà? Non è necessario fare nulla in più che ridare indietro i soldi con un assegno al Tesoro, come ha fatto il M5S che ha rifiutato un milione e seicentomila euro.
I partiti sono come dei ladri che, dopo aver derubato una banca e colti sul fatto, istituissero in tutta fretta una commissione ad uso dei rapinati per permettergli di controllare come verranno spesi i soldi della rapina. Di fronte alle rimostranze dei derubati, i rapinatori si appellerebbero alla trasparenza pubblicando su Internet l'utilizzo del maltolto. In più rinuncerebbero alla riscossione dell'ultima rata di 100 milioni per qualche mese, lasciandola in una cassetta di sicurezza. Come siete buoni, come siamo coglioni!
(*) senza offesa per le scimmie

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