Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 20 maggio 2013

Da Monti a Letta

di Luca Michelini

Abbiamo chiesto a Luca Michelini, professore di Storia del pensiero economico (Dipartimento di Scienze politiche, Università di Pisa), un commento sull’attuale crisi politica italiana. Nell’articolato intervento che trovate nel seguito del post Michelini invita a «sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo» e a prendere atto che «almeno per ora» il M5S è «un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico»

«1. Giorgio Napolitano è stato rieletto Presidente. La maggioranza parlamentare che lo ha eletto è la stessa del governo Monti, voluto, a suo tempo, fortemente da Napolitano. L’operazione Monti avrebbe potuto avere un senso, forse, se, e soltanto se, fosse riuscita a cambiare radicalmente la destra italiana, a farla maturare: l’avesse cioè indotta a liberarsi, politicamente, di Berlusconi, nonché delle proprie indelebili tradizioni reazionarie. Una politica economica di destra quale quella di Monti, inoltre, avrebbe dovuto ricadere interamente sulle spalle parlamentari della destra. D’altra parte, è difficile prevedere e valutare che tipo di “regime” sortirebbe nel caso in cui lo Stato italiano, come durante il fascismo, fosse costretto a salvare l’intero sistema economico, stante la perdurante presenza di Berlusconi[1], che non è difficile immaginare potrebbe vincere le prossime elezioni[2].
Napolitano, invece, ha preferito percorre tutt’altra strada, coinvolgendo il Pd nel sostegno al governo Monti.

2. E’ necessario chiedersi per quale motivo il Pd si è fatto coinvolgere in questa operazione e per quale motivo oggi abbia rinnovato l’alleanza con il Pdl.
La risposta è semplice, per quanto sgradevole a molti militanti democratici: perché l’ideologia montiana costituisce, al fondo, l’indelebile ragione sociale del Pd; perché il Pd è fortemente compromesso con la destra italiana, avendola legittimata prima e salvata più volte in seguito.
Ammesso e non concesso che allearsi con M5S, dopo l’elezione alla presidenza di Rodotà, costituisse un rischio, il rischio che si corre alleandosi con Berlusconi è incomparabilmente maggiore.
Ma come mai proprio ora il Pd paga così tanto, con una sollevazione di massa dei propri militanti ed elettori, la scelta di allearsi con il Pdl?

3. Le cause che hanno portato all’implosione del Pd, che è un dato di fatto e che prescinde dal tempo, purtroppo lungo, della sua agonia fratricida, sono numerose e di importanza diversa.
Come dicevo, quella più importante rimanda all’origine stessa del Pd, che è stato un tentativo di importare in Italia il liberismo-di-sinistra stile Tony Blair, quello infaticabilmente promosso dal “Corriere della sera”, di cui Monti è stata una voce fondamentale.
Si tratta di una ideologia complessa. Essa è stata utilizzata dai Paesi egemoni geo-politicamente per eliminare pericolosi concorrenti industriali e politici. A questo servono, infatti, le liberalizzazioni (anzitutto dei mercati del lavoro e dei capitali), le privatizzazioni e l’esaltazione della contrapposizione tra lo Stato, visto come un “parassita”, e il mercato, considerato l’unico capace di produrre in modo efficiente ricchezza. Tutto ciò certo non serve, come i fatti dimostrano, ad assicurare la “crescita” e tanto meno “lo sviluppo economico” di un Paese come il nostro. E poiché si volevano smantellare sistematicamente, anche se a piccoli e volutamente confusi passi, tutte le conquiste “progressiste” della Prima Repubblica (conquiste spesso ricche di contraddizioni, dato il “sistema” vigente dopo il 1945), si doveva ricorrere ad una classe dirigente di “sinistra”, per origini organizzative e culturali, per realizzare “le riforme” (sic!) con il dovuto controllo (in termini meno compromettenti: con il dovuto consenso) sociale.

giovedì 9 maggio 2013

Sovvertire il presente

– Guido Viale (Il Manifesto)

 
Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni ’80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza. 2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall’abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l’ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L’imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l’«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall’alta finanza sotto «l’incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione.
Questa progressiva espropriazione del Parlamento e degli elettori serve a creare un interlocutore unico che risponda direttamente ai cosiddetti «mercati» (cioè alla finanza, che è la forma attuale del dominio del capitale a livello globale), annullando sia i poteri dei governi nazionali e soprattutto dei comuni, dai quali dipende la gestione della vita quotidiana e della convivenza civile di ogni comunità, sia la prospettiva di cambiare la propria condizione con il conflitto.
Questa deriva, che riguarda tutta l’Europa, non porta a una ripresa (ormai prevista da ben cinque anni, per essere ogni volta rimandata all’anno prossimo); bensì al disastro della Grecia, che ormai incombe anche su Spagna, Portogallo, Cipro e Slovenia; ma già investe in pieno anche Italia, Francia e l’Olanda; e presto persino la Germania: il cui governo fa da scudo agli interessi dell’alta finanza solo per non scoprire la situazione disastrosa delle sue banche, che ne sono parte integrante.
Ma la resa dei conti si avvicina: un disastro planetario: nemmeno le economie di Cina, India e Giappone vanno più molto bene, mentre la catastrofe ambientale incombe su tutti. In Italia l’occupazione crolla; la disoccupazione dei giovani è al 40 per cento (e gli altri sono precari o hanno rinunciato a cercare un lavoro; ma questi giovani presto saranno adulti, e poi anziani, senza alcuna speranza di un lavoro, di un reddito stabile, di una casa, di una famiglia, della possibilità di mantenere dei figli, di una pensione); scuola, università e ricerca affondano; migliaia di aziende chiudono e non riapriranno più; e non ne nascono di nuove; e con esse spariscono mercati di sbocco, know-how, competenze, abitudine alla collaborazione, coesione sociale, solidarietà. Perciò anche il Governo Letta nasce già vacillante e quel processo di accentramento rischia produrre regimi ancora più duri, magari sotto la di facciata di un antieuropeismo demagogico e populista, solo per nascondere una subordinazione anche più stretta alla finanza.
Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell’alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario. Ripudiare quei vincoli richiede un programma di respiro generale che unisce a livello europeo; che può e deve contare su tutte le rivolte e le mobilitazioni contro i vincoli del debito che da tempo si moltiplicano in un numero crescente di paesi, o che prima o poi esploderanno.
Ma per opporsi all’azzeramento della sovranità popolare non basta restituire al Parlamento quei poteri che i partiti non vogliono né usare né difendere. All’accentramento dei poteri va contrapposto, in tutti i paesi d’Europa, il progetto di un loro radicale decentramento: un governo dei territori, dei servizi pubblici e delle imprese basato sulla democrazia partecipata promossa dalla componente attiva della cittadinanza in un regime di trasparenza e leggibilità dei bilanci assolute. Per recuperare e potenziare quelle funzioni delle Municipalità che i patti di stabilità stanno soffocando. Ma se è chiaro quali sono le forze che lavorano per l’esautoramento della sovranità popolare, dove sono mai «i soggetti» in grado di elaborare, perseguire e portare a compimento un programma alternativo?
Quei soggetti non ci sono. Vanno costruiti. Ma senza distogliersi dai loro obiettivi specifici, le potenzialità dei movimenti, dei comitati, delle associazioni, delle iniziative civiche – ma anche e soprattutto quelle dei milioni di cittadini che in Italia espresso con il voto la volontà di liberarsi di Monti e Berlusconi – possono trovare una convergenza nel progetto di imporre alle rispettive amministrazioni comunali – alle poche disponibili, ma soprattutto alle molte che non lo sono – quel ruolo peculiare che le politiche di accentramento stanno azzerando: far saltare il patto di stabilità interno; quello che impedisce ai Comuni di far fronte ai propri compiti istituzionali, ma soprattutto che inibisce loro la possibilità di farsi promotori di una radicale conversione ecologica imperniata su un potere diffuso nei territori. Un passo irrinunciabile per costruire un’alternativa concreta al potere della finanza a livello locale, nazionale ed europeo.
Non è vero che «non ci sono i soldi» per politiche di promozione dell’occupazione, di sostegno dei redditi, di riconversione delle imprese, di salvaguardia del welfare e dell’ambiente. Nel mondo, di denaro o titoli equivalenti ce ne è anche troppo: oltre dieci volte il valore del Pil mondiale; e anche in Italia non manca di certo. Ma è nelle mani sbagliate: di speculatori che lo usano per metter alle corde lavoratori, amministrazioni locali, piccole e medie imprese e governi. Con quella massa immane di denaro l’alta finanza – che è ormai mera speculazione: fare denaro con il denaro a spese di chi non ne ha – impone la sua volontà ovunque. Ma tutto quel denaro è «solo» virtuale: funziona finché gli stati gli riconoscono un valore; in fin dei conti non è che una gigantesca «bolla finanziaria» creata nel corso degli anni e tenuta in piedi – fin che dura – dalle scelte operate da banche centrali, governi e parlamenti asserviti alla sua potenza. Come si è creata può essere sgonfiata e ricondotta alle dimensioni necessarie ad alimentare il credito e i redditi che fanno circolare beni e servizi sui mercati.
Ma per perseguire un sovvertimento del genere occorre un programma che renda praticabile un diverso modo di organizzare il lavoro, le imprese, l’amministrazione pubblica e i consumi: il nostro «stile di vita». Questo programma è il recupero della sovranità all’interno di ogni territorio non solo in termini politici, ma anche in campo economico: sovranità alimentare (filiera corta per le produzioni agroalimentari); energetica (fonti rinnovabili ed efficienza energetica); nella gestione delle risorse (soprattutto di ciò che oggi bistrattiamo come rifiuti); sui suoli (sottratti a speculazione edilizia e infrastrutture devastanti); monetaria (controllo partecipato di banche e monete locali); e, ovunque possibile, anche sulla produzione industriale (filiere corte con accordi diretti tra produttori e consumatori associati). In tutti questi campi il ruolo promozionale di una municipalità democratica e partecipata è fondamentale.
Utopia? I prossimi anni non saranno la prosecuzione di quelli che abbiamo alle spalle. Siamo ormai in mezzo a sconvolgimenti radicali; e altri, anche maggiori, sono in arrivo. O li affrontiamo con uno sguardo capace di vedere oltre le miserie del presente, o ne rimarremo soffocati.

martedì 30 aprile 2013

PROFILO DI ENRICO LETTA, ALIAS MONTI JUNIOR

Italia DI ANDREA ALIPRANDI
comedonchisciotte.org

“Io ce la metterò tutta perché gli italiani non ce la fanno più dei giochetti della politica.”
Enrico Letta

Al di là del volto pulito, dei 47 anni ben portati e dei modi più o meno galanti di Enrico Letta, è bene conoscere alcune cose sul suo passato recente e remoto, per capire che cosa ci riserva il futuro.

Posizioni politiche ed economiche:

- Appoggio incondizionato a Napolitano-Monti, suoi compagni nella loggia segreta (“mega-P2 globale”) Gruppo Bilderberg e nella loggia semi-segreta e super-esclusiva creata da Rockefeller: la Commissione Trilaterale;

- Euro sì. Morire per Maastricht, titolo e sottotitolo del suo libro edito da Laterza ( http://www.ibs.it/code/9788842052487/letta-enrico/euro-si-morire.html); Letta dunque è un eurocrate di lunga data, peraltro poco lungimirante, non avendo avvertito i pericoli dell’area euro; curiosamente, il “giovane” eurocrate Letta ha “trascorso parte dell'infanzia a Strasburgo http://it.wikipedia.org/wiki/Strasburgo dove frequenta la scuola dell'obbligo http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_dell%27obbligo” (dalla sua pagina di Wikipedia);

- Pro austerity di Monti. Letta dice, il 9 ottobre 2012: “Noi abbiamo voluto per primi Monti, caricandoci anche responsabilità non nostre. Noi rivendichiamo la giustezza di quella scelta. La condivisione profonda di quanto è stato compiuto e la necessità di una continuità programmatica nel prossimo governo è sancita, peraltro, dalle conclusioni della Carta d’intenti, ribadite e votate dall’Assemblea di sabato all’unanimità” (http://www.liberoquotidiano.it/news/1094581/Nel-Pd-volano-stracci--Fassina-Monti-%C3%A8-da-rottamare--Letta-%C3%A8-in-contrasto-col-partito.html );

- Chi critica l’austerity di Monti è cattivo. Per Letta, Fassina con le sue critiche a Monti, compagno di merende di Letta nel Bilderberg e nella Trilaterale, “ha passato il segno” ( http://www.liberoquotidiano.it/news/1094581/Nel-Pd-volano-stracci--Fassina-Monti-%C3%A8-da-rottamare--Letta-%C3%A8-in-contrasto-col-partito.html ); poco importa se oggi Letta si dichiara contrario all’austerity: ha già ampiamente dimostrato di essere ondivago e poco lungimirante.

- La nomina di Mario Monti è stata “un miracolo” (v. sotto, sezione “Amicizie e parentele”, voce Monti);

- Goldman Sachs è coraggiosa. “Goldman Sachs” “sembra avere più coraggio e lucidità di analisi” rispetto a “tanti rappresentanti dei poteri economici italiani che paiono timorosi nei confronti di una prospettiva di centrosinistra” ( http://www.asca.it/news-Pd__E_Letta__da_Goldman_Sachs_conferma_di_vocazione_europeista-1199195-POL.html ); NB: Mario Monti e lo zio Gianni Letta sono consiglieri per conto della Goldman Sachs. Goldman Sachs, la più grande banca d’affari statunitense (e del mondo), già nel 2007 è stata al centro di una inchiesta della Procura di Pescara per una frode al fisco per almeno 202 milioni di euro ( http://espresso.repubblica.it/dettaglio/banche-daffari-e-di-truffe/1629089; http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=5770& , http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=5770& ). Goldman Sachs è ritenuta corresponsabile della crisi greca ed è stata additata come responsabile del crollo della lira agli inizi degli anni ’90, “dapprima annunciandone la sopravvalutazione ed indicando nel livello di 1000 lire al marco il tasso di cambio che essa riteneva realistico, poi buttandosi a vendere lire per contribuire a ottenere quel risultato.” ( http://www.movisol.org/draghi4.htm)

- Privatizzazioni selvagge. Privatizzare tutto. Pro bono della Goldman Sachs. Letta annuncia: “È arrivato il momento di cominciare a parlare di privatizzazioni. Penso a Poste, Ferrovie, Eni, Enel, Finmeccanica e alle 20 mila aziende partecipate degli enti locali” ( http://vocialvento.com/2011/07/12/i-repubblichini/ ); anche in questo senso le privatizzazioni di Letta saranno in continuità con i metodi del suo maestro Andreatta e del suo idolo Monti (consigliere per la Goldman), a favore di Goldman Sachs, in combutta con lo zio Gianni e quindi in pieno conflitto di interessi ( http://affaritaliani.libero.it/economia/privatizzazioni-il-tesoro-sceglie-goldman-sachs-e-soc-generale-valutazione-quote.html ); in caso di uscita dell’Italia dall’euro, con la conseguente svalutazione, e tramite il suo funzionario Letta, Goldman Sachs potrà acquisire i gioielli nazionali a prezzo molto ribassato. Il sogno di privatizzare l’Enel e altri gioielli nazionali, in parte realizzato, era già di Andreatta ( http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/03/13/Altro/PRIVATIZZAZIONI-ANDREATTA-2_184900.php).

- Affidare a Goldman Sachs la valutazione delle partecipazioni statali ad aziende per vedersi ridurre poi drasticamente i bond italiani che aveva in portafoglio. Questo infatti è accaduto con il governo Monti: lui ha affidato a GS le valutazioni su “Fintecna, Sace e Simest in vista della cessione alla Cdp” e GS ha ridotto del 92% i bond italiani che aveva in portafoglio,” portandoli da 2 miliardi di euro a una misera quota di 155,2 milioni di euro. In pratica, le collusioni di Monti con Goldman Sachs sono controproducenti da ogni punto di vista e anche in prospettiva futura, perché invia un fortissimo segnale di sfiducia agli investitori. Lo stesso, si deve presumere, avverrà con il prossimo governo Napolitano-Letta ( http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-08-09/doccia-fredda-goldman-sachs-160710.shtml?uuid=Abtzo0LG ). Del resto appare chiaro a cosa potrebbero essere mirate quelle riduzioni di portafoglio: a una svalutazione di tutto il patrimonio industriale nazionale, che poi verrà acquistato a prezzi di favore dalla stessa Goldman Sachs.

lunedì 15 aprile 2013

Ricominciare dopo il collasso

di Guido Viale - fonte -

E’ da tempo che diversi economisti non asserviti al sistema sostengono che le politiche di austerità adottate prima dal governo Berlusconi e poi da Monti avrebbero sortito gli stessi effetti di quelle imposte dalla cosiddetta Trojka alla Grecia. Ed è da più di un anno che Monti si vanta invece di aver evitato al nostro paese lo stesso destino grazie alle misure del suo governo, che però sono in gran parte le stesse imposte alla Grecia. Chi ha ragione?
La disoccupazione, la cassa integrazione e il precariato in continua crescita, i redditi da lavoro e i consumi in continua contrazione, le aziende che chiudono una dopo l’altra, il loro know-how che si disperde o emigra all’estero, i loro mercati che si dileguano, i principali gruppi industriali in disarmo, il welfare che si contrae sia a livello statale che municipale, la miseria che avanza, la scuola che avvizzisce, la ricerca che emigra, l’ambiente che si degrada, la burocrazia che si avvita su se stessa, l’ingorgo legislativo, la politica in stallo rendono evidente che l’Italia ha ormai toccato un punto di non ritorno.
Forse che, se domani venissero varate misure economiche di sostegno, come quelle invocate dagli economisti non di regime una spesa pubblica più espansiva, un credito più abbondante, un ribasso dei tassi, un nuovo programma di lavori pubblici, un sostegno alla ricerca (tutte cose peraltro incompatibili con gli accordi imposti da Ue e Bce e sottoscritti dal governo Monti e da tutti i partiti che l’hanno sostenuto), allora la macchina produttiva riprenderebbe a funzionare come prima?
Cioè, le fabbriche e i cantieri chiusi riaprirebbero, gli operai licenziati tornerebbero in azienda, i precari verrebbero stabilizzati, i disoccupati assunti, la scuola ricomincerebbe a funzionare, l’ambiente si risanerebbe, la burocrazia si sbloccherebbe e la politica rinsavirebbe? No, quello che si è dissolto è perso per sempre.
Per capire le dimensioni del disastro basta pensare a questo: il 38 per cento di giovani disoccupati (per non parlare dei precari e degli scoraggiati) troverà lavoro tra qualche anno? No. Allora, e già in parte ora, saranno un 38 per cento di disoccupati adulti (e magari, per questo, anche senza casa e famiglia); e tra qualche anno ancora, non il 38 per cento, ma molto di più, di anziani senza lavoro, senza pensione e in miseria assoluta. Un intero sistema economico, e con esso un intero modello produttivo, è giunto al collasso, e in parte vi è stato portato dalle sue classi dirigenti. Sia quella politica che quelle del mondo finanziario e imprenditoriale, che della classe politica sono state i padrini e i padroni; per non parlare della classe accademica…

martedì 26 febbraio 2013

Monti, l’Europa e la finanza

di Guglielmo Forges Davanzati

Le politiche di austerità come risposta alla crisi sono state giustificate sulla base soprattutto di una argomentazione: la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. Purtroppo le cose non funzionano così. E il peggioramento della crisi lo sta dimostrando

La principale motivazione teorica a sostegno dell’attuazione di politiche fiscali restrittive in una fase di caduta della domanda aggregata risiede nel c.d. effetto di spiazzamento, secondo il quale la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. A ciò si aggiunge che è necessario ridurre (o, con espressione più sfumata, “riqualificare”) la spesa pubblica, dal momento che essa è fonte di sprechi, inefficienze, corruzione. Si tratta di una tesi che sembra non reggere alla prova dei fatti, per le seguenti ragioni.


1) Il Governo italiano non ha attuato politiche di austerità riducendo la spesa pubblica. Su fonte Ragioneria Generale dello Stato (v. tabella 1) si registra che – nel corso dell’ultimo biennio – la spesa pubblica non si è ridotta in modo significativo, e si prevede un ulteriore aumento per il 2013. . E’ aumentata soprattutto per l’aumento delle spese rubricate sotto la voce “risorse proprie Cee”, passate da 17.200 milioni di euro del 2010 ai 18.700 milioni di euro nel 2012. Le risorse proprie – che derivano dalla contribuzione dei cittadini – sono accreditate ogni mese all’Unione monetaria europea dagli Stati membri su un conto acceso dalla Commissione europea presso la banca centrale nazionale. Si è ridotta, per contro, la spesa per i redditi da lavoro dipendente, passata da 18.700 milioni di euro nel 2010 a 17.200 milioni di euro nel 2012. Contestualmente, si è registrato un notevole incremento della pressione fiscale, soprattutto nel 2012, generando – nel complesso – una sequenza di manovre fiscali di segno fortemente restrittivo, con la massima accelerazione lo scorso anno (cfr. http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/un-governo-maledetto/).


Tabella 1: L’andamento della spesa pubblica in Italia (2010-2013)

2) Su fonte Banca d’Italia, si può verificare che – pure a fronte dell’adozione di politiche fiscali restrittive – non vi è stata una riduzione di entità significativa dei tassi di interesse. Nel periodo considerato, si registra una riduzione dei tassi di interesse sempre inferiore all’1% per i prestiti a famiglie e a società non finanziarie, a fronte di un lieve incremento dei tassi di interesse sui depositi. In più, a fronte della riduzione – seppur modesta - dei tassi di interesse sui prestiti, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione nell’ordine del 9%, e, a fronte della riduzione dei tassi di interesse sui prestiti alle famiglie, i consumi in termini reali si sono ridotti del 3,7%. Il che attesta che, anche se il costo dell’indebitamento di è ridotto, le famiglie italiane hanno ridotto (o comunque non hanno aumentato) il loro indebitamento nei confronti delle banche. Il tasso di disoccupazione è passato dal 9% circa del settembre 2011 all’11% del settembre 2012 e il PIL è diminuito del 2,6% rispetto al secondo trimestre del 2011 (fonte ISTAT). Il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato, in un anno, di oltre 6 punti percentuali.

Questi dati segnalano due punti critici, che sembrano contraddire la visione dominante: l’attuazione di politiche fiscali fortemente restrittive non ha effetti significativi sulla variazione dei tassi di interesse, e la riduzione dei tassi di interesse può essere associata a una riduzione degli investimenti e, a seguire, dell’occupazione e dei salari.

Con riferimento al primo aspetto, una possibile spiegazione fa riferimento al fatto che i tassi di interesse praticati dalle banche prescindono, in larga misura, dalle politiche fiscali e monetarie attuate. In una fase contrassegnata da una rilevante caduta della domanda aggregata e da un rilevante tasso di mortalità delle imprese, è ragionevole attendersi che le banche riducano l’erogazione di credito, concedendolo alle sole imprese alle quali assegnano una bassa probabilità di insolvenza e mantenendo i tassi di interesse pressoché invariati. In altri termini, politiche di contrazione della domanda aggregata producono (o accentuano) fenomeni di restrizione del credito; e bassi interessi sui finanziamenti combinati con minore erogazione di finanziamenti si associano a una riduzione degli utili delle banche.

Con riferimento al secondo aspetto, si può rilevare che la riduzione degli investimenti è causata dall’aumento della tassazione sugli utili d’impresa, dal peggioramento delle aspettative e, non da ultimo, proprio dalla riduzione dei prestiti erogati dalle banche. Il che dà luogo a un circolo vizioso che va dalla riduzione degli investimenti alla riduzione dell’occupazione alla riduzione dei salari. La riduzione dei salari, a sua volta, dipende non soltanto dall’aumento del tasso di disoccupazione, ma anche dal fatto che, con profitti attuali e attesi in riduzione, le imprese sono spinte a comprimere quanto più possibile i costi di produzione. In più, la riduzione dei salari, in quanto si associa alla riduzione dei consumi, unita alla riduzione degli investimenti e all’aumento della tassazione comprime ulteriormente la domanda aggregata, accentuando l’intensità della restrizione del credito e contribuendo ad amplificare la recessione.

In prima approssimazione, sembrerebbe imbattersi in un gioco a somma negativa, nel quale tutti perdono. Con ogni evidenza, la questione non si pone in questi termini. La necessità di attuare politiche di austerità in una fase di calo della domanda aggregata è, nei fatti, connessa all’impegno assunto dall’Italia di contribuire al bilancio europeo, e di farlo in una percentuale superiore alla media degli altri Paesi dell’eurozona. Si consideri che, nel III trimestre del 2012, l’Italia ha contribuito al bilancio generale UE per un ammontare di 3310 milioni di euro, ricevendo dall’Unione circa 1600 euro, che il contributo dell’Italia non è molto inferiore a quello tedesco e francese e notevolmente superiore a quello spagnolo. Essere contributori netti del bilancio europeo significa reperire risorse interne – mediante tassazione in primis su lavoro e impresa – per finanziare il c.d. MES (Meccanismo europeo di stabilità, già denominato Fondo Salva Stati). Il MES ha, fra le sue finalità, quella di ricapitalizzare le banche.

Fin qui, sembrerebbe di trovarsi di fronte a un disegno in qualche misura “razionale”, dal momento che – per assicurare la stabilità finanziaria dell’Unione – occorre innanzitutto disporre di un sistema bancario in grado di finanziare gli investimenti. Accade, però, che gli “aiuti” forniti alle banche vengano utilizzati da queste ultime per finanziare attività speculative, non investimenti produttivi, secondo una dinamica che configura una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito a danno del capitale e del lavoro e a vantaggio della rendita.

Il Monti politico chiede ora di rendere “più equa” la contribuzione italiana al bilancio europeo: perché non lo ha fatto il Monti Presidente del Consiglio di un Governo “tecnico”, prima di dichiarare lo stato di emergenza?

sabato 23 febbraio 2013

Elezioni 2013, panico a palazzo: cosa si inventeranno i lavapiatti della Nato?

 di |
Hanno paura. Le sedie traballano. Il fatto è che non sono abituati ad avere un’opposizione, e adesso ne avranno più d’una: che immaginano composta di selvaggi sconosciuti e vocianti, orde di popolo che stanno per invadere il parlamento. Che fare? Ci sarà da piangere e da ridere. Questo conferma quanto dissi prima che cominciasse la campagna elettorale: che si sarebbe dovuto fare ogni sforzo per costruire una unica lista di opposizione; che c’erano le condizioni per mettere in pericolo il premio di maggioranza al Pd.
Comunque una chiara maggioranza non ci sarà. Meglio così che affondare come dei topi nella trappola europea, per giunta senza formaggio. Dunque sarà opportuno prepararsi a ballare nel mare in tempesta. Del resto anche “loro” si preparano. Avrete notato che Napolitano è stato convocato a Washington, da Obama, a pochi giorni dal voto. Siamo all’impudenza, visto che non mi sovviene nulla di analogo. Di che avranno parlato?
Io penso abbiano parlato del ‘pasticcio italiano’. Risulta che si è parlato anche delle basi americane e Nato, in Italia. E anche questo non è stato evento casuale. Ma non si sono limitati a questo. Certamente uno dei punti all’ordine del giorno è stato la ‘crisi di governo’ che uscirà dalle urne. Notato il paradosso? Le urne dovrebbero produrre le condizioni per fare un governo e, invece, produrranno una crisi di governo. E dunque perché stupirsi se Napolitano fosse andato da Obama a spiegargli che si appresta a cucinargli, e cucinarci, un altro ‘governo tecnico’? Certo non sarà un Monti-2, perché Monti finirà quarto, addirittura dietro Grillo. E potrebbe non essere nemmeno un Bersani-1, che al massimo sta nella parte del cameriere del Bar Sport Centrale (con annessa ricevitoria del Lotto) di Reggio Emilia.
Impresa che potrebbe costringerli, i manovratori, a inventare un nuovo maggiordomo Goldman Sachs. Che sarebbe il loro ideale organizzatore dello shopping dei gioielli industriali italiani, con una privatizzazione da fare quasi invidia a quella del 1992. Fatta a base di dollari falsi, cioè inventati.
Il fatto è che il primo tentativo di governo che faranno produrrà, loro malgrado, un ‘gabinetto di guerra’. Avete dimenticato la Siria? Male. Tenetela presente perché andremo in Siria a zampettare nel sangue. Avete dimenticato l’Iran? Male. Tenetelo a mente, perché incombe un attacco israelo-americano, checché ne dica, o finga di dire, Barack Obama. Napolitano gli ha sussurrato nell’orecchio che “noi ci saremo”. Come al solito, per non smentire ciò che si dice nei corridoi di Bruxelles, cioè che noi siamo considerati i lavapiatti della Nato. Niente di nuovo.
E così avremo occasione di misurare la statura dell’opposizione in Parlamento. Già, perché questa volta ci sarà un’opposizione. Anzi ce ne saranno tre. Quali?, direte.
Ci sarà il battaglione di Grillo, e sarà inopinatamente grosso. Tanto grosso, appunto, da terrorizzare i piani alti. Ci sarà il drappello di Ingroia, e potrebbe essere discreto. Ci sarà anche una parte dei “selliani”. Ora io non so cosa succederà a tutta questa gente dopo il 25 febbraio. Immagino considerevoli problemi nel tenere insieme le truppe del Movimento 5 Stelle. Prevedo che la lista Ingroia sarà soggetta a forti scossoni e laceranti nelle sue componenti dipietrista, verde slavato e falcemartellista. Ma prevedo anche che ci saranno maldipancia pre-diarrea anche in non pochi deputati entrati nella lista di Vendola con l’idea ingenua di fare da spalla sinistra a un programma di destra.
Vedremo. Ma non è difficile prevedere che per molti di queste new entry all’opposizione sarà molto scomodo, o proprio inaccettabile, andare in guerra. Alcuni – li conosciamo già per nome e cognome - in guerra ci andranno senza problemi, magari cantando inni di pace. Ma molti altri non ci andranno. Altri ancora, ingenui, ma onesti, avranno bisogno di molto Maloox per votare i provvedimenti del fiscal compact. Insomma c’è odore di bruciato. Il nostro prode Napolitano, tra una telefonata e l’altra a Mancino, ha sicuramente promesso a Obama che terrà il timone e poi lo passerà a persona fidata, ma potrebbe non poter mantenere le promesse.
Molto di quello che succederà dipenderà anche da quello che facciamo noi (che siamo fuori). Se riusciremo a far sorgere dal paese una forte protesta sociale, cioè se creeremo una solida ‘maniglia’, allora parecchi di questi homines novi all’opposizione potrebbero impugnarla, aggrapparvisi. Ma questo presuppone l’avvio della tessitura di una grande coalizione di ‘salvezza nazionale’. Quello che non si è saputo e potuto fare prima di questo voto, lo si potrebbe cominciare a fare adesso. E potrebbe essere molto utile in vista di possibili elezioni anticipate, o per le europee del 2014, o per fronteggiare la repressione che verrà. Sicuro che verrà. Se guardo alle notizie che vengono da oltre Oceano, che ci annunciano un piano per costruire 30 mila droni di sorveglianza, che saranno in grado di spiare sui cittadini americani 24 ore su 24, penso che laggiù preparano qualche offensiva orwelliana contro i loro cittadini.
Quelli che, qui, adesso, tremano stanno preparando, d’intesa con Washington, un “piano B”. Ma quando si ha paura si possono fare mosse false, anche senza volere. In questi casi – è accaduto nella storia – mentre ci prepariamo per difenderci, potremmo anche cominciare a pensare di poter vincere.

sabato 16 febbraio 2013

Berlusconi Monti: marciare divisi, colpire uniti

di Nicola Casale - sinistrainrete -

Le prossime elezioni sembravano avere un vincitore annunciato, il centrosinistra. La ricomparsa di Berlusconi e l’aggressività di Monti han fatto barcollare la certezza: Bersani potrebbe vincere, ma anche no. Sarebbe la seconda volta, in poco più di un anno, che il centrosinistra si vedrebbe scippare la vittoria, o l’avrebbe dimezzata. A fine 2011, con la caduta di Berlusconi, fu Napolitano a orchestrare il governo Monti per evitare le elezioni con la sicura vittoria del Pd. Lo stesso obiettivo è perseguito ora da una combinazione di elementi. Berlusconi punta a impedire la vittoria di Pd-Sel almeno al senato, e Monti pure, assieme alla sua compagnia di giro. Un centrosinistra vincitore dimezzato dovrebbe allearsi con Monti in posizione di debolezza. Ciò provocherebbe grandi tensioni nella coalizione Pd-Sel e all’interno dello stesso Pd. Con quali conseguenze? Una probabile esplosione delle contraddizioni, finora rimandate con continui compromessi. Questa volta, però, con un soggetto interno pronto a uscirne con la sua pattuglia di parlamentari, Renzi.

Divisi in campagna elettorale, Berlusconi e Monti puntano, dunque, allo stesso obiettivo: impedire al centrosinistra di governare, e si preparano a provocare la crisi di questo schieramento per una nuova stagione di governo di centro-destra. Berlusconi, peraltro, l’ha detto con chiarezza, con l’offerta a Monti della leadership di un rinnovato centro-destra. Monti ha rifiutato, cercando di tenere lontano, almeno in campagna elettorale, l’ingombro-Berlusconi e soprattutto la Lega, di cui teme l’“anima sociale” (che ha impedito a Berlusconi la riforma delle pensioni) e le spinte alla divisione del paese.

A onor del vero va detto che se anche il centrosinistra vincesse con numeri maggiori è difficile che il suo governo duri molto più dell’ultimo governo Prodi, rimettendo di nuovo la palla al centro-destra.

Come si spiega la paura di un governo di centrosinistra? In generale il programma del Pd non ha nulla di alternativo a Monti: contenere il debito pubblico, sostegno alle imprese per la ripresa, liberalizzazioni, riconquista armata di Medio Oriente e Africa. Le correzioni di Vendola non sono in grado di cambiarne il segno. Quel che preoccupa è la timidissima venatura “sociale” che ancora vi è contenuta, che fa temere incertezza nell’attuare passaggi decisivi su mercato del lavoro, pubblico impiego, scuola e sanità. Quando Monti invita il Pd a separarsi da Cgil, Fiom, Vendola e Fassina non lo fa per paura di questi soggetti, ma perché teme che la vittoria del centrosinistra possa rinfocolare le aspettative di lavoratori, giovani, donne, pensionati di potersi sottrarre all’infinita serie di sacrifici prevista a loro danno per “uscire dalla crisi”.

Si potrebbe pensare eccessiva la preoccupazione, in quanto tutti quei soggetti han dato magnifica prova dell’impegno a evitare ogni resistenza di massa alle politiche di Monti. Ma il problema è: come reagiranno lavoratori, ecc., agli ulteriori e peggiori sacrifici in cantiere? Se vedranno nel successo del centrosinistra una possibilità di tregua nell’attacco alle proprie condizioni, difficilmente accetteranno contro-riforme troppo pesanti. In più, potrebbero iniziare a esigere che i costi della crisi siano addebitati anche altrove, con una patrimoniale seria e una caccia all’evasione che non persegua solo i piccoli. Di fronte al rischio, Monti e Berlusconi preferiscono una sconfitta elettorale del centrosinistra e, in alternativa, preparano il terreno per sconfiggerlo subito dopo le elezioni. Allo stato dei fatti i loro progetti appaiono largamente realizzabili.

Tra Monti e Berlusconi c’è identità di intenti quanto a soggetti sociali da spremere, ma permangono differenze su altri versanti. Berlusconi è, per Monti, un ingombro perché impersona un modello di sfrenata ricerca di arricchimento e godimento consumistico che era utile nella fase precedente, ma non più ora che la crisi richiede tagli a redditi e consumi anche dei “ceti medi”. In più Berlusconi continua a coltivare l’alleanza del Nord che, in caso di insuperabili difficoltà nel trarre l’Italia fuori dalla crisi, potrebbe sconfinare nella separazione del paese in entità distinte e contrapposte. La Lega non è morta e i sentimenti nordisti continuano ad alimentarsi negli strati di piccola imprenditoria, artigiani e lavoratori settentrionali.

venerdì 8 febbraio 2013

L’inevitabile Monti.

 - fonte -

di A. Fab. -    
L’inevitabile Monti. Pd indietro tutta

 


Qualcosa è cambiato. All’inizio della campagna elettorale Pier Luigi Bersani ripeteva ancora: «In caso di pareggio si torna a votare». Ieri ha corretto: «Un paese serio non può continuare a inseguire le elezioni». È la conferma, l’ennesima, che la collaborazione con il centro montiano è più che un’eventualità. È una certezza, lo schema fisso con il quale il Pd si presenta alle ultime due settimane di campagna elettorale.
Stefano Fassina, «giovane turco» e responsabile economico del partito, ieri mattina si era attenuto alla vecchia linea. «Nel caso di ingovernabilità – aveva spiegato – si cambia la legge elettorale e si torna al voto». Poco dopo ha corretto via twitter, con una spiegazione eloquente: «Si torni a votare è stata la risposta all’ipotesi di ingovernabilità, se manca la maggioranza al senato del centrosinistra più Monti». Con Monti, al contrario, governare si può.
Sia Fassina che Bersani ragionano sui sondaggi. L’ultimo più che suggerire l’allargamento al professore lo impone. Non è un sondaggio «ostile», lo ha fatto per Sky la Tecnè di Carlo Buttaroni, che collabora abitualmente con l’Unità. Il sondaggio assegna ancora un margine alla coalizione di centrosinistra, ma non più di tranquillità: 4,1% alla camera. La brutta notizia arriva dal senato, dove il premio di maggioranza è regionale e sono tornate in bilico anche regioni che sembravano acquisite al centrosinistra, come la Campania (Pd e Sel avrebbero solo 0,4% in più), il Piemonte (+2,2% per il centrosinistra) e la Puglia (+3,2% per il centrosinistra). Mentre sia Sicilia che Veneto sembrano ormai stabilmente al centrodestra, che ha un vantaggio che va dai 7 agli 11 punti percentuali. Stando così le cose, se pure Bersani dovesse riuscire nell’impresa di vincere in Lombardia (dove, in base a questa rilevazione, c’è al momento una perfetta parità) non conquisterebbe il numero minimo di 158 senatori, maggioranza assoluta a palazzo Madama. Dunque intesa obbligata con Monti, che continua a non brillare nelle intenzioni di voto ma che comunque dovrebbe portare a casa una trentina di senatori (Grillo qualcuno di più, ma è fuori dal gioco delle alleanze, mentre Ingroia non riuscirebbe a superare la soglia di sbarramento dell’8% nemmeno in Campania). La triste previsione diventa tragica, per Bersani, se si considera che nel caso al Pdl dovesse riuscire di aggiungere un paio di regioni alla Lombardia, ad esempio il Piemonte e la Campania, neanche l’alleanza con Monti basterebbe. Per formare un governo bisognerebbe strappare qualche senatore a Berlusconi.
Dai numeri alle parole cambia poco. «La destra non è certo quella stremata di 4-5 mesi fa – ammette Bersani – allo squillare delle trombe del Cavaliere sapevo che si sarebbero rimessi in movimento e Berlusconi sta riconquistando quelli che prima erano delusi». Ma il segretario aggiunge di essere ancora convinto di poter avere quel «51%» che in ogni caso lo spingerebbe ad aprire il dialogo con il «centro democratico». «Comunque non avevo mai detto che la vittoria era in tasca – aggiunge – la destra c’è, ma sono fiducioso». L’unica cosa che però a questo punto può escludere è la ripetizione delle larghe intese con Berlusconi. Alle cui offese ieri ha replicato con signorilità: «Mi ha fatto l’imitazione, fa ridere, nel cabaret è forte ma il paese non ha bisogno di cabaret».
Oggi e domani il segretario del Pd sarà in Piemonte, dove incrocia anche Renzi, convinto a rimettersi in pista più dalla rimonta berlusconiana che dalle richieste dello staff. Ma la conclusione della campagna elettorale Bersani la farà tradizionalmente a Roma, in una piazza di semiperiferia perché San Giovanni è occupata da Grillo. Scelta pericolosa, confronto inevitabile. E la San Giovanni (Bosco) del Pd è assai più piccola: La politica c’è passata una sola volta, in occasione di un funerale (quello di Piergiorgio Welby).

mercoledì 30 gennaio 2013

L'uomo dai voti tutti uguali

 
di Alessandra Daniele - carmilaonline -
MariMonti.jpgQuest'anno decidere come votare sarà particolarmente facile.
Infatti, per chiunque voteremo, comunque voteremo per Monti.

- Votare PD è votare Monti.
L'intenzione di Bersani di allearsi con il cosiddetto centro moderato era già stata dichiarata, e ufficialmente ratificata nero su bianco fin dalle primarie, insieme all'impegno a restare sulla rotta segnata dall'Agenda Monti. Anche se otterrà la maggioranza al Senato (il che è difficile) il PD si accorderà comunque col centro, in un governo che vedrà il successore di Berlinguer, il delfino di Almirante, e quello di Forlani prendere tutti insieme ordini da Monti.
- Votare SEL è votare Monti.
Vendola è un'appendice del PD. Gli servirà a raccattare qualche voto in più a sinistra, per raggiungere la percentuale necessaria ad allearsi con Monti. Poi sarà espulso.
- Votare PDL e i suoi spin-off (Fratelli D'Italia, La Destra) è votare Monti.
Berlusconi è come sempre a caccia di voti fascisti. Se riuscirà nella sua improbabile rimonta, sarà lui ad aver bisogno di Monti per andare al governo. Entrambi sapranno mettere da parte le incompatibilità, perlopiù inventate dalla loro propaganda, per concentrarsi sugli interessi della comune classe socio-economica di riferimento, come hanno fatto per un anno. Berlusconi dichiarerà ''Monti è una sanguisuga, una grande risorsa per il paese, l'ha portato alla rovina, solo lui può salvarlo. Monti è un comunista, il garante delle riforme liberali, l'abbiamo combattuto con tutti i mezzi, è il nostro alleato naturale''. Nessun berlusconiano obietterà.
In caso di sostanziale pareggio PD - PDL, Monti potrà scegliere il miglior offerente.
- Votare Lega è votare Monti.
La Lega è più che mai un'appendice di Berlusconi, ed è come sempre disposta a tutto pur di stare al governo, anche allearsi con chi ha insultato fino a un'ora prima. Con Berlusconi lo fa da decenni.
- Votare M5S è votare Monti.
Grillo rifiuta programmaticamente ogni alleanza. Quanto più sarà ingombrante e rumorosa la sua pattuglia di Sturmtruppen in Parlamento, tanto più Monti potrà chiedere e ottenere un governo d'unità nazionale contro la minaccia dell'ingovernabilità, dell'antipolitica e della deriva populista.
- Votare Rivoluzione Civile è votare Monti.
Il Senato è irraggiungibile per l'eterogenea lista-scialuppa di Ingroia. Se otterrà il quorum almeno alla Camera, ci manderà al massimo Ingroia, Di Pietro, e un paio di profughi rifondaroli tristemente mescolati a celerini, scilipoidi dipietristi, e avanzi grillieschi, che discorderanno su tutto, non conteranno niente, e serviranno solo al PD per proclamare ''l'inaffidabilità della sinistra'' e l'ineludibile necessità dell'alleanza esclusiva con Monti.
- Votare una qualsiasi delle liste minori è votare Monti.
Non raggiungeranno il quorum per entrare in Parlamento. Riusciranno solo a sottrarre qualche manciata di voti ai partiti maggiori, che saranno un po' più deboli nelle loro trattative con Monti.
- Astenersi è votare Monti.
Le elezioni saranno valide comunque. E se il tasso di astensionismo e schede bianche/nulle sarà particolarmente alto, Monti potrà chiedere e ottenere un altro governo tecnico per il dimostrato fallimento della politica.

Il sobrio professore, il tecnico disinteressato, il servitore dello Stato.
C'era da aspettarselo.

martedì 29 gennaio 2013

Rivoluzione civile per salvare la Sanità pubblica!

 
Rivoluzione civile per salvare la Sanità pubblica!

- rifondazione -

di Roberto Gramiccia -
“La sostenibilità futura dei sistemi sanitari, compreso il nostro, potrebbe non essere garantita se non si individueranno nuove modalità di finanziamento per servizi e prestazioni”. E’ una vera e propria minaccia quella lanciata da Mario Monti poche settimane or sono che, per lo meno, ha il pregio della chiarezza. Se nel futuro governo sarà presente Mario Monti, ancorché a sostegno di una maggioranza di centrosinistra, finiranno per essere spalancate, con buona pace di Vendola, le porte al privato, alla sanità integrativa e alle assicurazioni. Si chiuderà il capitolo, che ci ha fatto guadagnare la stima del mondo, della Sanità equa universalistica e solidale. Finiranno per esserci sanità di serie A B e C e si imporranno livelli d assistenza diversi a seconda della condizione sociale e lavorativa degli assistiti.
Del resto, si tratta solo di un aspetto del tutto. Una parte di quel lavoro sporco che Monti ha effettuato in nome e per conto delle centrali del capitalismo finanziario globalizzato: compressione dei salari, controriforma delle pensioni, cancellazione dell’art. 18, precarizzazione esasperata, smantellamento del welfare state, oggettiva limitazione degli ambiti dei diritti e della democrazia. Quello che stiamo correndo è veramente un pericolo mortale, non c’è dubbio infatti che la salute pubblica sia un bene primario, anzi forse il bene dal quale tutti gli altri discendono.
Monti sostiene che la Sanità così com’è costa troppo e non ce la possiamo permettere. Lo dice con brutalità, anche se Balduzzi ha poi cercato di “buttarla in caciara”, così come ha fatto del resto col suo stravagante decreto. E dunque, prima di tutto si tratta di smascherare le balle di Monti. Senza negare che esiste un problema di razionalizzazione delle spese e di uniformazione degli standard qualitativi e dei costi nelle varie regioni, cominciamo col dire ad alta voce che la nostra spesa sanitaria in rapporto al Pil è fra le più basse d’Europa: 7,1 %, quando quella europea sfiora il 9%. Iniziamo quindi a stabilire, un principio di verità: noi non spendiamo di più ma di meno degli altri! Dopo di che non è dubbio che clientelismo, infiltrazioni mafiose, corruzione e casinismo amministrativo, associati all’incremento del fenomeno della cronicità e della non autosufficienza non contribuiscano a far decrescere i costi.
Ma allora noi chiediamo: perché non si parla mai della possibilità di intervenire su questi costi, evitando l’accetta dei tagli lineari? Perché non si dice che l’Eurispes ha calcolato che la riduzione di un solo 10% degli incidenti sul lavoro comporterebbe un risparmio di 4,4 miliardi? E che un omologo risparmio potrebbe essere ottenuto tutelando l’ambiente e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini (Ilva docet), attraverso la diminuzione delle spese derivanti dalle cure necessarie alle malattie da inquinanti atmosferici (spese che ci vedono classificati fra i primi in Europa). Perché non si riconosce che questo risultato potrebbe essere ottenuto semplicemente incrementando il numero di ispettori a disposizione dei Dipartimenti di prevenzione.

martedì 22 gennaio 2013

Il Financial Times: “Monti inadatto a guidare l’Italia”

ft-montidi Keynes Blog / Financial Times.
- megachip -
Monti aveva sostenuto che la sua “salita” in campo serviva a togliere l’Italia dalle mani degli incapaci. Ma il Financial Times la pensa in modo diametralmente opposto. Secondo l’editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau, il governo Monti è uno dei governi europei che ha sottovalutato il prevedibile impatto dell’austerità: se la crisi finanziaria sembra essersi affievolita, la crisi economica è in deciso peggioramento, l’economia italiana dopo un decennio di crescita quasi nulla indugia in una lunga e profonda recessione, con il credit crunch che peggiora, la disoccupazione che cresce, la produzione che cala, la fiducia delle imprese ai minimi.
In questa situazione, non diversamente dagli altri paesi periferici dell’eurozona, l’Italia si trova secondo Munchau davanti tre possibilità:
“La prima è quella di rimanere nell’euro e farsi carico da sola dell’intero aggiustamento. Con questo intendo sia l’aggiustamento economico, in termini di costi unitari del lavoro e inflazione, che l’aggiustamento fiscale. La seconda è quella di rimanere nella zona euro, a condizione di un aggiustamento condiviso tra paesi debitori e paesi creditori. La terza è quella di lasciare l’euro. I governi italiani uno dopo l’altro hanno praticato una quarta opzione – rimanere nell’euro, concentrarsi solo sul risanamento dei conti pubblici a breve termine e attendere.“
La quarta opzione, la storia economica lo dimostra, alla lunga non conduce ad altro che a ritrovarsi di nuovo alle scelte evitate in passato.
Per Munchau la scelta migliore sarebbe la seconda, ma Mario Monti non ha opposto resistenza ad Angela Merkel. Ci sta provando Mariano Rajoy, il primo ministro spagnolo, che ha richiesto un aggiustamento simmetrico – ma è tardi, la Germania sta già pianificando il suo bilancio di austerità per il 2014 e tutte le decisioni politiche sono già prese: la seconda opzione non c’è più, sta svanendo lentamente.
Ed ecco le previsioni del Financial Times sulle elezioni italiane:
“Dove andrà l’Italia con le elezioni del mese prossimo? Da primo ministro, Mr Monti ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo governo ha cercato di introdurre riforme strutturali modeste, di scarso significato macroeconomio. Partito come leader di un governo tecnico, si è poi mostrato essere un duro operatore politico. La sua narrazione è che ha salvato l’Italia dal baratro, o piuttosto da Silvio Berlusconi, il suo predecessore. Il calo dei rendimenti dei titoli ha giocato un ruolo in questa narrativa, ma la maggior parte degli italiani sa che deve questo a un altro Mario – Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea.
A sinistra, Pier Luigi Bersani, segretario generale del Partito Democratico, ha sostenuto l’austerità, ma di recente ha cercato di prendere le distanze da tali politiche. E’ stato anche esitante sulle riforme strutturali. I temi principali della sua campagna elettorale sono una tassa sul patrimonio [recentemente abbandonata, ndr] , la lotta contro l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro e i diritti dei gay. Lui dice che vuole che l’Italia rimanga nella zona euro. Vi è una minima probabilità che abbia più successo nel battersi con la Merkel perché è in una posizione migliore per collaborare con François Hollande, il presidente francese e collega socialista.
A destra, l’alleanza tra Berlusconi e la Lega Nord è indietro nei sondaggi ma sta facendo progressi. Fino ad ora, l’ex primo ministro ha fatto una buona campagna. Ha consegnato un messaggio anti-austerità che ha fatto vibrare le corde di un elettorato disilluso. Continua anche a criticare la Germania per la sua riluttanza ad accettare un eurobond e consentire alla BCE di acquistare incondizionatamente obbligazioni italiane.
Si potrebbe interpretare questo atteggiamento come l’opzione due: insistere su un aggiustamento simmetrico o uscire. Tuttavia, conosciamo Berlusconi fin troppo bene. E’ stato primo ministro abbastanza tempo per aver avuto la possibilità di fare simili proposte in precedenza. Per diventare credibile, dovrebbe presentare una strategia chiara che tracci le scelte in dettaglio. Sinora tutto quel che abbiamo sono solo slogan televisivi.
A giudicare dagli ultimi sondaggi, il risultato più probabile delle elezioni è la paralisi, forse sotto forma di una coalizione di centro-sinistra Bersani-Monti, possibilmente con una maggioranza di centro-destra nel senato, dove si applicano regole di voto diverse. Questo renderebbe tutti, più o meno, responsabili. Nessuno avrebbe il potere di attuare una politica. Ma ognuno avrebbe il diritto di porre il veto.
Se così fosse, l’Italia continuerebbe a tirare avanti, fingendo di aver scelto di rimanere nell’euro senza creare le condizioni per rendere l’adesione sostenibile. Nel frattempo, mi aspetterei che emerga un consenso politico anti-europeo che o otterrà una piena maggioranza alle elezioni successive o provocherà una crisi politica, con alla fine lo stesso effetto.
Quanto al signor Monti, la mia migliore ipotesi è che la storia gli assegnerà un ruolo simile a quello di Heinrich Brüning, cancelliere tedesco nel 1930-1932. Anche lui era parte di un consenso prevalente nell’establishment che non vi fosse alternativa all’austerità.
L’Italia ha ancora qualche strada aperta. Ma deve prenderla.”

(enfasi redazionali)
Tratto da: keynesblog.com, che ha ripreso con minimi adattamenti: Voci dall’Estero di Carmen Gallus.
Articolo originale di W.Munchau sul Financial Times: “Why Monti is not the right man to lead Italy“.

giovedì 17 gennaio 2013

Il programma del governo che verrà. Un’analisi critica dell'Agenda Monti

scarica in pdf - crashcityworkers -

Lo scorso 23 dicembre Mario Monti ha presentato con gran clamore la sua Agenda, ovvero il manifesto con cui intende raccogliere consenso alle prossime elezioni e il programma su cui si stanno misurando le classi dominanti italiane. L’Agenda è stata accolta con entusiasmo dai media, che hanno festeggiato la “salita in politica” di Monti (come se finora non fosse stato al governo!), e ha riscosso un consenso quasi unanime fra intellettuali, addetti ai lavori e politici.
Pochi hanno provato a chiarire cosa l’Agenda diceva per davvero, finché questa non è proprio scomparsa dal dibattito, espulsa dal sistema mediatico che ha già cominciato a ingurgitare la sbobba elettorale, le sparate di Berlusconi, le prediche di Bersani, le polemiche su Grillo, gli inviti alla responsabilità di Napolitano...
agenda mario montiagenda mario monti
Ci sembra invece il caso, per non soffocare nelle cazzate che ci propinano ogni giorno e nei finti scontri fra personaggi politici, per riportare l’attenzione sugli elementi davvero decisivi della situazione in cui ci troviamo, di analizzare attentamente le cose scritte in quest’Agenda, i contenuti che esprime e le logiche di classe di cui è espressione.
Anche perché a sinistra, soprattutto fra i giovani e nel movimento, il dibattito non è stato molto ricco, anzi: c’è stata una vera e propria disattenzione rispetto ai punti di questa Agenda e varrebbe la pena chiedersi il perché. Forse alcuni, come i partitini della sinistra, erano troppo impegnati con le alchimie tattiche per superare la soglia di sbarramento, troppo impegnati nell’aprire dialoghi con il PD, nell’esaltare acriticamente la “società civile”, affidandosi all’ennesimo leader, che per di più è un magistrato che celebra lo Stato e attribuisce tutti i problemi dell’Italia alla mafia… Come aspettarsi da questi qui un’analisi nel merito delle politiche di classe del Governo Monti, una critica dell’Unione Europea, del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio come norma costituzionale? Quanto al movimento, ai collettivi, alle associazioni etc, sembrano purtroppo avere interiorizzato la difficoltà di incidere a un livello “alto”, almeno nazionale, e quindi tendono a disinteressarsi di questa dimensione essenziale della politica, a ripiegare sui propri progetti e rinchiudersi in un quartiere, in una facoltà o in uno spazio sociale…
Invece l’Agenda Monti – per quanto non apporti troppe novità rispetto alla linea già seguita da questo governo e alle proposte che la borghesia ha messo in campo da diversi anni, per quanto risponda a esigenze principalmente elettorali e quindi deve essere per forza di cose vaga, anche per agevolare la costruzione di alleanze nel confuso scenario post-elezioni – è la sintesi e la schematizzazione degli interventi che la frazione della borghesia più internazionalizzata intende imporre al paese. È, in altri termini, il piano di lavoro del prossimo governo, indipendentemente dall'esito delle elezioni.
Per questo capire attraverso l’Agenda Monti quella che è la strategia del nostro nemico, misurarla con gli altri processi che accadono a livello continentale, ci potrebbe aiutare a migliorare la nostra azione politica, a renderla più organica e in linea con le preoccupazioni del nostro blocco sociale di riferimento, con gli interessi di milioni di lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati.
Proviamo a procedere per punti, individuando alcuni grandi temi che attraversano tutto il testo. Temi che non a caso sono passati un po’ sotto silenzio…

1. L’Italia, il polo imperialista europeo e la sponda Sud del Mediterraneo

È singolare che l'Agenda si apra con un'ammissione quasi marxista, come se l’ex PCI ed ex PD Pietro Ichino, co-autore se non vero autore del testo (nota 1), si fosse ricordato del suo passato: “La crisi ha impresso al processo di integrazione europea una accelerazione che sarebbe stato difficile immaginare solo pochi anni fa”. Questa è una constatazione importantissima, perché ci fa capire che i padroni hanno più chiara di noi la posta in gioco dell’Unione continentale e ragionino a fondo sullo scenario che si è aperto dal 2007 in poi. Dopo l'unione monetaria raggiunta nel 2002 il processo di integrazione europea si era infatti arenato: ma la crisi ha dimostrato che non si può rimanere in mezzo al guado e che la necessità della borghesia più "avanzata" (cioè di quella che intende competere a livello internazionale con gli altri grandi blocchi del mondo globalizzato – USA, Giappone, Brasile, Russia, India, Cina etc), è di fortificare la propria "base" economica e i propri apparati di governo. Ecco il motivo per cui bisogna procedere velocemente sulla strada dell’integrazione bancaria (nota 2) e sulla costruzione di un Tesoro comune (nota3) anche attraverso la leva dei project bond, ecco perché bisogna realizzare l’integrazione fiscale. È con questi giganteschi processi, con questi enormi interessi che si devono misurare i partiti di governo in ogni paese europeo, e in particolare in quelli più in difficoltà. Detto per inciso, in quest’ottica si capisce sia come diventi necessario per il PD obbedire alle ingiunzioni del Fiscal Compact, sia come non si possa ritenerlo un partito di “sinistra”, in grado di avviare politiche sociali e redistributive.

giovedì 10 gennaio 2013

Ma l’Agenda Monti è davvero così diversa dalla Carta dei Progressisti?

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

L’antivigilia di Natale ha portato nuove certezze agli italiani. Finalmente si è capito, punto per punto, in cosa consiste la celebre “agenda Monti” di cui tutti parlavano da alcuni mesi. L’ha pubblicata lo stesso Presidente del Consiglio dimissionario nel suo sito, in versione integrale. Si tratta di 25 pagine, ma non particolarmente dense. Alcuni sostengono che gliela abbia scritta Ichino. Questa sarebbe la causa della miniscissione dal Pd capitanata dal senatore. Se è vero non deve essersi sforzato molto: la parte sul lavoro non fa altro che ribadire perentoriamente che “non si può fare marcia indietro” rispetto alle riforme Fornero e al di là di frasi di circostanza si annuncia una drastica semplificazione normativa in materia di lavoro. Il progetto di legge Ichino, appunto.

A guardare bene, separato il loglio dal grano, non vi è poi tanta differenza fra questa “agenda” e la Carta di intenti dei progressisti e democratici. Anzi su qualche questione Monti appare persino più ardito. Ad esempio per quanto riguarda il welfare propone di generalizzare il “reddito minimo di sostentamento”, una sorta di reddito di cittadinanza, del quale la Carta di intenti non fa minimo cenno. Non vi è da stupirsi per almeno due ragioni. La prima è che questa misura era raccomandata dal parlamento europeo in una risoluzione assunta più di un anno fa come misura di contenimento della povertà e di facilitazione per trovare lavoro. Per quanto il Parlamento europeo abbia poteri solo virtuali, qualcuno prima o poi qualcosa la doveva pur dire.

Ma vi è un altro ben più sostanziale motivo. Anche Milton Friedman considerava compatibili con il suo impianto liberista forme di reddito di cittadinanza. Il suo ragionamento era semplice: essendo, secondo lui, la piena occupazione difficile da realizzarsi e in ogni caso non desiderabile, bisognava pur farsi carico di coloro che rimanevano inevitabilmente esclusi dal mondo del lavoro senza dargli pretesti per imbarazzanti sollevazioni sociali. Meglio quindi distribuire un po’ di reddito che non offrire occasioni lavorative a tutti, perché il lavoro è un diritto che a sua volta ne crea e ne amplia altri e il tutto finisce per minacciare la tranquillità delle classi dirigenti, come annotava Kalecki in un famoso articolo dei primi anni settanta.

L’agenda Monti appare quindi come l’ultima versione della teoria “dell’austerità espansiva”, fastidioso ossimoro ormai criticato persino dal Fondo monetario internazionale. Se si vuole andare al sodo, il documento montiano può ridursi ai pochi e lapidari punti del secondo capitolo che si aprono con l’affermazione “che non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti”. In base a questa indimostrabile affermazione, Monti trae la conseguenza che bisogna attuare in modo rigoroso il pareggio di bilancio, seguire pedissequamente la road map tracciata dal fiscal compact, dismettere il patrimonio pubblico destinando i proventi “integralmente” alla riduzione dello stock del debito pubblico.

Qui il punto di incrocio, almeno sulle prime due decisive questioni, con la Carta d’intenti è evidente. Quest’ultima nelle battute finali (quelle che contano di più, come più volte ha detto anche esplicitamente il segretario Bersani) ribadisce la necessità di “assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi”, senza però assumersi l’impegno di promuovere o sollecitare quest’ultima. Infatti Bersani in una recente intervista al Financial Times afferma di non avere alcuna intenzione di rinegoziare il fiscal compact, anzi di essere d’accordo con il ministro delle Finanze tedesco nel rafforzarlo ulteriormente costruendo un organo di controllori autorizzati a mettere il naso nella formazione del bilancio di ogni singolo paese membro della Ue.

Che la si guardi da una parte o dall’altra la situazione ci appare quindi bloccata. A decidere sono le nuove normative europee qualunque sia il governo in carica. Monti con la sua agenda non fa altro che metterlo in evidenza. Come ricordava qualche settimana Carlo Bastasin editorialista del Sole 24 Ore “un governo post-Monti dovrebbe comportarsi più o meno allo stesso modo del governo attuale”. Anzi “qualsiasi sarà il prossimo governo rischia di avere ancora meno margine di manovra” di quello appena defunto.

La pubblicazione dell’agenda Monti fa dunque ulteriore chiarezza su un punto, per chi non l’avesse ancora compreso o facesse finta: la ricusazione del fiscal compact – su cui costruire da subito alleanze concrete con i paesi mediterranei e tutti quelli in difficoltà nella Ue – è la vera discriminante programmatica su cui si giocano le prossime elezioni. E’ l’unica possibilità per ridare un senso alla politica, che consiste nello scegliere fra strade diverse e possibili. Altrimenti ce ne è una sola, quella già decisa a Bruxelles, quella che ci fa dire, dati alla mano, che l’Europa più che vittima della crisi lo è delle proprie politiche. Di questo bisognerebbe discutere – e difatti di questo si parla nei movimenti e nella sinistra in Europa -, invece di perdersi in discussioni astratte e vuote sul fatto se sia meglio stare al governo o all’opposizione, dando la sensazione di essere come l’ubriaco della barzelletta che cerca le chiavi perdute sotto il lampione semplicemente perché lì c’è luce.

Queste erano le osservazioni che sono andato facendo con sempre maggiore intensità dentro Sel, la comunità politica nella quale ho militato (non la chiamo partito, perché il primo a negare che lo sia o che lo debba essere è il suo leader). Debbo prendere atto che non hanno avuto successo. Sel ha finito per stringere un’alleanza che la subordina ai trattati vigenti e alle decisioni che a maggioranza verranno prese nei gruppi parlamentari. E’ ovvio che il pallino resta in mano al Pd. Ma soprattutto Sel ha messo da parte quello che pure era un impegno derivante dai documenti congressuali, ovvero la costruzione di una forza di sinistra autonoma, per quanto non isolazionista o testimoniale. Necessita perciò trovare altre strade, per quanto esse siano difficili e tutt’altro che sicure, rese ancora più ardue dall’incombenza della scadenza elettorale, con la consapevolezza che lasciare una comunità politica che si è contribuito a costruire fin dal suo inizio porta anche il segno di una sconfitta personale. Riconoscerla è già un passo avanti

Bussole impazzite

di Sandro Moiso - sinistrainrete -

“When you live out here in the middle of nowhere, it’s easy to get lost” (John Mellencamp)

L’avevamo annunciato qualche tempo fa che l’unica alternativa al governo Monti sarebbe stato un Monti bis. Previsione fin troppo facile, considerati gli sponsor nazionali ed internazionali dell’operazione. La diretta discesa in campo del salvatore della patria, però, sembra aver comportato alcuni problemi gestionali e logistici per quei partiti che sull’agenda Monti avevano cercato di ricostruire la loro credibilità politica ed istituzionale.

In particolare per il PD.
Anche questo era stato previsto nell’articolo pubblicato su queste pagine il 16 ottobre scorso (Dove stiamo andando), ovvero che il PD potesse essere vittima della stessa politica contraddittoria (“liberale” e di “sinistra”) che ha costituito il suo marchio di fabbrica negli ultimi vent’anni (indipendentemente dalla sigla utilizzata). Sicuro del trionfo del progetto liberal-riformista fino a pochi giorni prima della discesa in campo del professore, oggi Bersani si trova a fare i conti con la necessità di delineare meglio i caratteri del proprio progetto, ormai in nulla dissimile da quello proposto dall’economista bocconiano.
Per continuare a galleggiare nell’area di governo il partito della piadina romagnola dovrà liberarsi di ogni “copertura” a sinistra (Fiom) e rilanciare, come era facilmente prevedibile, il sindaco di Firenze a discapito dei “giovani turchi” di Fassina. Sì, lo so, vi sto annoiando con considerazioni sulle vicende di personaggi vicini alla nullità politica ed umana, d’altra parte questo è tutto ciò che il tempo attuale produce in Italia.
L’aggressività del grigio automa della finanza, però, nasconde non tanto un attacco alla sinistra (Monti non è così prevenuto o ingenuo da credere veramente che nel PD o in Sel vi sia anche solo il più pallido riflesso di una posizione di sinistra, anche soltanto riformista), quanto un più ampio attacco al sistema democratico-parlamentare italiano. Le lezioni valgono per tutti e l’invito a silenziare vale anche per il PDL e tutti gli altri.
Certo non ci strapperemo le vesti per questo, considerato che una delle pagine più belle della storia del Novecento è costituita, per chi scrive, dallo scioglimento della “democratica” Duma russa da parte degli “autoritari” marinai con la stella rossa nel novembre del 1917. No, in quel sistema non c’è nulla da difendere e non occorre abbassarsi al livello del populismo grillino per rilevarne la corruzione, l’inefficienza e la sostanziale inutilità, anche formale.
Il problema è chiedersi perché questo accade oggi, ad opera di uno “stimato” professore e del suo clan di ferventi sostenitori del liberismo più sfrenato e del predominio del settore finanziario su tutti gli altri settori dell’economia capitalistica.

Eppure tutto era già scritto, a partire dall’autentico colpo di stato in guanti bianchi che ha visto nell’autunno del 2011 la sostituzione autoritaria di un governo di allegri pirati e bucanieri con quello dell’autorità vera: quella delle banche e del sistema monetario e finanziario internazionale.

Un po’ come dire: “E’ finita l’era di Capitan Kidd, adesso entra in campo l’impero!”
Sappiamo tutti, infatti, quanto fu grande l’importanza della pirateria per la nascita e lo sviluppo del capitalismo inglese o del capitalismo tout-court. Adam Smith, che di queste cose si intendeva, vedeva nel pirata il prototipo dell’autentico self-made man. Però, una volta demolita la potenza spagnola e portoghese sui mari, intervenne l’autorità della monarchia inglese con il suo esercito e la sua marina militare per garantire continuità e direzione all’accumulazione originaria. Impiccando, prima di tutto, il povero Kidd*.
La massa di fessi che nell'autunno del 2011 salutò festosamente l’arrivo dei Professori proprio non seppe vedere, grazie soprattutto ai buoni auspici del PD, che un famigerato corsaro veniva sostituito da una macchina da guerra anti-proletaria e spietata che non avrebbe più concesso favori di nessun genere né agli elettori né, tanto meno, ai lavoratori. I briganti di strada venivano sostituiti dalle unità speciali delle SS naziste. Nel giubilo popolare e nel trionfo del masochismo divenuto pratica di massa.

martedì 8 gennaio 2013

La campagna elettorale di Mario Monti: “Mai sostenuto il governo Monti”

pubblicato in Il Misfatto - di Alessandro Robecchi -

Mario Monti sorprende tutti: “Abbasserò le tasse ingiustamente aumentate dall’infame governo precedente”. Il sostegno dell’associazione psichiatri: “Votatelo! E’ un caso da studiare a fondo”. Un partito fondato sulla trasparenza nato in un convento con una riunione clandestina mentre Montezemolo era alle Madive non può non affascinare gli italiani
Chi dice che il bipolarismo è morto? Niente di più falso, basta guardare Mario Monti: più bipolare di così c’era solo il dottor Jekyll. “I fatti sono noti – dicono al dipartimento di salute mentale di palazzo Chigi – il premier è candidato premier ma non chiede voti, ha passato un anno aumentando le tasse e ora fa campagna elettorale promettendo di abbassarle”. Un chiaro caso di sdoppiamento della personalità, ma siamo ancora lontani dal ricovero: “Quando comincerà a parlar male delle banche – dice un medico di turno – faremo partire l’ambulanza. Ma non prima”. Intanto prosegue senza sosta la campagna elettorale, che va di pari passo con la costruzione della lista Monti. Da quando Enrico Bondi ha cominciato a valutare l’idoneità dei candidati, tutti i telefoni dell’Udc risultano staccati o non disponibili, un quarto dei notabili centristi a livello locale si è dato alla latitanza e gli altri sono ricorsi alla plastica facciale. Un fenomeno interessante, confermano alla facoltà di neurologia di Tubinga: “Fino ad ora la schizofrenia non era considerata contagiosa, ma vedere gente che ha governato con Totò Cuffaro salire con convinzione a bordo della lista Monti ci sta convincendo del contrario”. In ogni caso, il partito di Mario Monti si segnala per capacità organizzativa. “E vero – dicono dal suo quartier generale – se togliamo i furbetti dell’Udc, i nostri candidati sono tutti imprenditori: saranno titolari di un seggio in Parlamento, dove manderanno a lavorare dei collaboratori a tempo determinato, e questo dovrebbe aumentare l’occupazione”. Non mancano segnali di risveglio civile: pur di stare accanto a Monti, Luca Cordero di Montezemolo ha interrotto una vacanza alle Maldive: “E’ giusto – ha detto – che un non candidato come me sostenga un non candidato come lui”.

domenica 6 gennaio 2013

Le maschere della cattiva politica

 
di Ermanno Rea - ilmanifesto -
Se sul banco degli accusati arriva la cattiva politica e tutti ne chiedono lo smascheramento, il bando, la gogna, la cattiva politica che fa? Essendo una volpe capace delle più inaudite scaltrezze si unisce subito al coro e, alzando la voce ancora più degli altri, cerca di scaricare la responsabilità per intero sulla politica in quanto tale - la politica come prassi democratica - fino a cancellare ogni distinzione tra quella buona e quella cattiva, fino ad affermare che la politica è marciume di per sé e perciò va severamente condannata e possibilmente sostituita.
Con che cosa? A questa domanda si risponde in maniera duplice ma convergente. C'è chi dice: conferendo tutto il potere al popolo, purché questo popolo sia poi strettamente controllato da un capo incontrastato o, al più, da una ristretta oligarchia (vedi il caso Grillo). C'è chi dice: conferendo tutto il potere a un uomo super-partes, a un «tecnico» non schierato ma dotato di grande carisma, da collocare, assieme ad altri «tecnici» suoi collaboratori (ma evidentemente di una pasta inferiore) dentro a un limbo ideologico né di destra né di sinistra, insomma in una nuvola bianca e asettica come la corsia di un ospedale, anzi una sala chirurgica.
Come se tutto questo non fosse bastato a mettere da tempo in uno stato di indicibile sofferenza la nostra democrazia, e a configurare non impossibili futuri scenari di regime, è arrivato non molti giorni orsono il magistrato Ingroia che, proponendosi a sua volta come deus ex machina dello sciagurato caso Italia, ha subito intimato ai partiti che avevano mostrato qualche interesse per la sua persona di fare «un passo indietro», insomma di non interloquire: giovanotti, lasciatemi lavorare...
Decisamente, corrono brutti tempi per la democrazia, vittima di un diffuso disamore che sa di naufragio della ragione del quale, temo, siamo tutti un po' responsabili. Lo siamo, quanto meno, per quell'assuefazione al peggio che ci impedisce di reagire allorché vengono pronunciate parole lesive, oltre che delle nostre istituzioni, della nostra stessa intelligenza intesa come patrimonio comune di verità non suscettibili di scavalcamenti. Lungo sarebbe l'elenco delle furbesche bugie quotidianamente pronunciate in nome del ripudio della politica.
Mi limito a citarne una sola, quell'autentica idiozia secondo la quale il signor Monti, proclamandosi fautore di cambiamento contro i presunti fautori dell'immobilismo, si collocherebbe al di là dell'antinomia destra/sinistra, ormai obsoleta.
Povera politica, ci mancava soltanto una sentenza di morte ufficiale. E' arrivata, pronunciata con accademica autorevolezza dallo stesso premier dimissionario e impavidamente reiterata da tutto il suo rampante seguito di fieri moderati. La politica è finita, parola di Monti. Destra e sinistra sono lemmi da cancellare dal vocabolario, e quanti continuano a battersi per una giustizia sociale non di facciata, ma sinceramente a favore dei deboli e degli indifesi, non sono altro che poveri sopravvissuti, naufraghi provenienti da un continente ormai sommerso. Il dogma insomma oggi si chiama Monti, detto anche l'Unico, più essenza ontologica che uomo. Quanto alla sua Agenda, si direbbe che essa ha la stessa inviolabilità della Legge mosaica, sia per quanto riguarda i contenuti sia per quanto riguarda i criteri di applicazione.
Come si vede, siamo oltre Berlusconi. Quest'ultimo si accontentava di mettere nell'angolo gli avversari. Monti li incenerisce: siete già all'inferno e non lo sapete. La politica è morta. Ora ci sono io al suo posto.

Chi è Mario Monti. Quel che viene taciuto per evitare una sommossa

- informarexresistere -


“Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d’un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l’emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo… che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni.
Il che, a detta del professorino, garantiva il potere d’acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell’1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica. La proposta passò con standing ovation. Il deficit andò su come un proiettile. Le spese aumentarono invece di diminuire. Mentre Mario Monti procurava il credito a tassi impossibili, aumentarono tasse e benzina, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale. “
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1768757&codiciTestate=1&sez=hgiornali&testo&titolo=Lemme+lemme+la+Germania+si+sta+acquistando+la+Sicilia
SI RIPRESENTA, COME UNA “ZECCA” APPASSIONATA DALLA PROPRIA INFEZIONE, NEL 1989 COME “CONSULENTE ESPERTO” DEL MINISTRO DEL BILANCIO CIRINO POMICINO:
“… Eppure,il premier Mario Monti, chiamato a salvare l’Italia dai gorghi del default, tra il 1989 e il 1992, erano i tempi del sesto e settimo governo Andreotti, non riuscì a impedire il peggio. Cioè l’esplosione del rapporto tra debito e pil preludio della grande tempesta finanziaria che al principio degli anni Novanta costrinse Giuliano Amato alla manovra da 103.000 miliardi di vecchie lire. In quei tre anni il peso del debito balzò dal 93,1% del 1989 al 98% del 1991 e al 105,2% del 1992. Un vero boom, insomma, pari al 12,9% in termini relativi e al 44,5% in cifre assolute, da 533,14 miliardi di euro a 799,5 “
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1747516&codiciTestate=1
ED ORA, SECONDO VOI, DAL NOVEMBRE 2011, CHIAMATO QUASI D’IMPERIO DA “O RE” NAPOLITANO, MONTI MARIO E’ ADVENUTO A NOI QUALE “NUME TUTELARE” DELLA NOSTRA ECONOMIA PER UN NUOVO “CRESCI ITALIA”,
O COME “ACCABADORA NAZIONALE” PER ACCOMPAGNARE NELLA VIA DELL’”EURO SENZA SPERANZA” GLI ULTIMI “SINGULTI” CONVULSI E FERALI DELLA NOSTRA ITALICA DIGNITA’ ED INDIPENDENZA ???
“… In termini di Teoria dei Mass Media, sintetizzata, sarebbe questa la fase due dell’attuale governo italiano, quella succeduta al “decreto salva-Italia”??? Si sono dimenticati di spiegare chi ha salvato chi, come, dove, quando e per quanto) e che il nostro baldo ragionier Mario Monti, a metà gennaio, ebbe la sfrontatezza di definire “la fase della crescita e dello sviluppo”.
Stanno lanciando la moda della “sistematica produzione di falsi”.
Avendo capito di non essere assolutamente in grado né di gestire l’attuale travaglio del paese, né tantomeno sviluppare delle idee creative per il bene comune della nazione, dando fiato all’economia, rilanciando gli investimenti e allargando l’occupazione aprendo il mercato del lavoro, il governo si dedica ormai sistematicamente alla produzione di falsi. Dimostrati e dimostrabili anche da un bambino.”
http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/04/il-governo-monti-dice-bugie-diffondono.html
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MARIO MONTI e l’ALTA MASSONERIA MONDIALE:
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=307809829292649&set=a.145529325520701.36299.145336488873318&type=3&theater


Tratto da: Chi è Mario Monti. Quel che viene taciuto per evitare una sommossa | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/05/04/chi-e-mario-monti-quel-che-viene-taciuto-per-evitare-una-sommossa/#ixzz2HDjbXefi
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

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