Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta politica italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica italiana. Mostra tutti i post

domenica 9 giugno 2013

Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

   
Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

- micromega - rifondazione -

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 7 giugno 2013 -
Nel tempo ingannevole della “pacificazione”, il conflitto giunge nel cuore del sistema e mette in discussione la stessa Costituzione. Una politica debole, da anni incapace di riflettere sulla propria crisi, compie una pericolosa opera di rimozione e imputa tutte le attuali difficoltà al testo costituzionale. Le forze presenti in Parlamento non ce la fanno a sciogliere i nodi tutti politici che hanno reso impossibile una decisione sull’elezione del Presidente della Repubblica? Colpa della Costituzione. “Je suis tombé par terre, c’est la faute à Voltaire”.
Imboccando questa strada, non si dedica la minima attenzione all’esperienza degli anni passati, alle manipolazioni istituzionali che, sbandierate come la soluzione d’ogni male, hanno aggravato i problemi che dicevano di voler risolvere, rendendo così la crisi sempre più aggrovigliata. Ho davanti a me le dichiarazioni di politici e commentatori, i saggi e i libri di politologi che, all’indomani della riforma elettorale del 1993, sostenevano che l’instaurato bipolarismo, con l’alternanza nel governo, avrebbe assicurato assoluta stabilità governativa, cancellato le pessime abitudini della Prima Repubblica con i suoi vertici di maggioranza e giochi di correnti, eliminato la corruzione. E tutto questo avveniva in un clima che svalutava la funzione rappresentativa delle Camere, attribuendo alle elezioni sostanzialmente la funzione di investire un governo e accentuando così la personalizzazione della politica e le inevitabili derive populiste.
Sappiamo come è andata a finire. E gli autori e i fautori di quella riforma oggi si limitano a lamentare il bipolarismo “rissoso” o “conflittuale”, senza un filo non dirò di autocritica, parola impropria, ma neppure di analisi seria e responsabile di quel che è accaduto. Eppure quel rischio era stato segnalato proprio nel momento in cui si imboccava la via referendaria alla riforma, suggerendo altre soluzioni. Ma non si volle riflettere intorno all’ambiente politico e istituzionale in cui quella riforma veniva calata, sulla dissoluzione in corso del vecchio sistema dei partiti e sulla inevitabile conflittualità che sarebbe derivata da una riforma che, invece di accompagnare una transizione difficile, esasperava proprio la logica del conflitto.
Oggi sembra tornare il tempo degli apprendisti stregoni e di una ingegneria costituzionale che, di nuovo, appare ignara del contesto in cui la riforma dovrebbe funzionare. Che cosa diranno gli odierni sostenitori di variegate forme di presidenzialismo quando, in un domani non troppo lontano, il “leaderismo carismatico” renderà palesi le sue conseguenze accentratrici, oligarchiche, autoritarie? Diranno che si trattava di effetti inattesi?
Questo ci porta al modo in cui si è voluto strutturare il processo di riforma. Si è abbandonata la procedura prevista dall’articolo 138 per la revisione costituzionale, norma di garanzia che dovrebbe sempre essere tenuta ferma proprio per evitare che la Costituzione possa essere cambiata per esigenze congiunturali e strumentali. Compaiono nuovi soggetti – una supercommissione parlamentare e una incredibile e pletorica commissione di esperti, con componenti a pieno titolo e “relatori”. Il Parlamento viene ritenuto inidoneo per affrontare il tema della riforma e così, consapevoli o meno, si è imboccata una strada tortuosa che finisce con il configurare una sorta di potere “costituente”, del tutto estraneo alla logica della revisione costituzionale, concepita e regolata come parte del sistema “costituito”. Sono rivelatrici le parole adoperate nella risoluzione parlamentare: “una procedura straordinaria di revisione costituzionale”. L’abbandono della linea indicata dalla Costituzione è dunque dichiarato.
Si entra così in una dimensione di dichiarata “discontinuità”, che apre ulteriori questioni. Quando si incide profondamente sulla forma di governo, come si dichiara di voler fare, si finisce con l’incidere anche sulla forma di Stato, come hanno messo in evidenza molti studiosi del diritto costituzionale. E, di fronte alla modifica della forma di governo e di Stato, si può porre un altro interrogativo. Queste modifiche sono compatibili con l’articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”? Originata dalla volontà di impedire una restaurazione monarchica, questa norma è stata poi letta per definire quali siano gli elementi costitutivi della forma repubblicana così come è stata disegnata dall’insieme del testo costituzionale. Ne conseguirebbe che la modifica o l’eliminazione di uno di questi elementi sarebbe preclusa alla stessa revisione costituzionale. Sono nodi problematici, certamente. Che, tuttavia, non possono essere ignorati nel momento in cui si vuole intervenire sulla Costituzione abbandonando il modello di democrazia rappresentativa intorno al quale è stata costruita.
Ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelsky che l’introduzione del presidenzialismo nel nostro paese “si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. L’investitura d’un uomo solo al potere non è precisamente l’idea di una democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione”. Il riferimento al “nostro paese” risponde proprio a quella necessità di valutare ogni riforma costituzionale nel contesto in cui è destinata ad operare. Sì che ha poco senso l’obiezione che il semipresidenzialismo, ad esempio, è adottato in un paese sicuramente democratico come la Francia. Questa obiezione, anzi, obbliga a riflettere sul fatto che la compatibilità di quel sistema con la democrazia è strettamente legata a un dato istituzionale – l’assenza in Francia di gravi fattori distorsivi, come il conflitto d’interessi o il controllo di una parte rilevantissima del sistema dei media; e a un dato politico — il rifiuto di usare il partito di Le Pen come stampella di uno dei due schieramenti in campo, mentre in Italia pure la destra estrema è stata arruolata sotto le bandiere di una coalizione pur di vincere.
Più sostanziale, tuttavia, è la contraddizione con il modello della democrazia partecipativa. Proprio nel momento in cui la necessità di questo modello si manifesta prepotentemente per le richieste dei cittadini e il mutamento continuo dello scenario tecnologico, finisce con l’apparire una pulsione suicida l’allontanarsi da esso, con evidenti effetti di delegittimazione ulteriore delle istituzioni e di conflitti che tutto ciò comporterebbe. Una revisione condotta secondo la logica costituzionale, e non contro di essa, esige proprio la valorizzazione di tutti gli strumenti della democrazia partecipativa già presenti nella Costituzione, tirando un filo che va dai referendum alle petizioni, alle proposte di legge di iniziativa popolare. Le proposte già ci sono, per quelle sull’iniziativa legislativa popolare basta una modifica dei regolamenti parlamentari, e questo aprirebbe canali di comunicazione con i cittadini dai quali la stessa democrazia rappresentativa si gioverebbe grandemente. Altrettanto chiare sono le proposte sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul superamento del bicameralismo paritario, su forme ragionevoli di rafforzamento della stabilità del governo attraverso strumenti come la sfiducia costruttiva. Si tratta di proposte largamente condivise, che potrebbero essere rapidamente approvate con benefici per l’efficienza del sistema senza curvature autoritarie. E che potrebbero essere affidate a singoli provvedimenti di riforma, senza ricorrere ad un unico “pacchetto” di riforme, più farraginoso per l’approvazione e che distorcerebbe il referendum popolare al quale la riforma dovrà essere sottoposta, che esige quesiti chiari e omogenei.
Vi è, dunque, un’altra linea di riforma istituzionale, sulla quale varrà la pena di insistere e già raccoglie un consenso vastissimo tra i cittadini, alla quale bisognerà offrire la possibilità di manifestarsi pienamente. Solo così potrà consolidarsi quella cultura costituzionale che oggi manca, ma che è assolutamente indispensabile, “capace di adeguare la Costituzione ma soprattutto di rispettarla”, come ha sottolineato opportunamente Ezio Mauro.
da Micromega online

Perché cambiare la Costituzione?

di Rossana Rossanda - sbilanciamoci -
Credo che nessuna delle democrazie europee abbia furia di cambiare la propria Costituzione come l’Italia. Uno apre il giornale e trova un giorno sì e un giorno no l’annuncio di modifiche urgenti. Sabato scorso, il Presidente della Repubblica ci ha informato che vigilerà sui tempi dei cambiamenti, che auspica molto rapidi; anche se in un sistema come il nostro, a dire il vero, il suo compito non sarebbe vigilare sui tempi dei cambiamenti ma sulla fedeltà e permanenza della legge fondamentale sulla quale è stata incardinata la nostra Repubblica.
È dunque da discutere, prima di ogni altra cosa, se i cambiamenti siano necessari oppure, al contrario, rappresentino un vulnus all’immagine fondamentale che ci siamo dati dopo il fascismo. Che cosa sarebbe cambiato nella nostra società al punto da dover mutare i principi stabiliti nel 1948? In verità, come si vede facilmente, è cambiato soprattutto il punto di vista dominante sulla struttura sociale, come se il trionfo del neoliberismo su un impianto che era, come dovunque in Europa, piuttosto keynesiano, comportasse non l’adeguamento delle leggi normali ai principi costituzionali – come dovrebbe essere – ma il contrario. È un problema, anzi – diciamolo – una “malattia” che dovrebbe farci riflettere.
Di fatto, la prima parte della Costituzione del 1948, mancando perlopiù di una regolamentazione legislativa, resta puramente ottativa: che l’Italia sia una repubblica fondata sul lavoro non è che un auspicio, come il diritto di ciascuno ad avere un impiego o una casa. La prima Repubblica ha vissuto al proprio interno lo scontro fra chi voleva rendere effettivi questi principi e chi vi si opponeva; sono rimasti in gran parte irrealizzati. La seconda o terza Repubblica (dipende dai punti di vista) si dà da fare sia a destra sia a sinistra per modificare la seconda parte della Costituzione, cioè l’assetto istituzionale italiano. Già lo ha fatto sul Capitolo V un governo di centrosinistra e adesso quello delle “larghe intese” sembra tutto tentato nientemeno che dal presidenzialismo, preferibilmente “alla francese”, perché sembra meno rigido, in quanto obbliga il presidente, eletto a suffragio universale, ad avere però l’accordo del parlamento, anche se eletto da una maggioranza diversa.
In verità quella francese, ideata da De Grulle, è un monarchia sotto veste repubblicana, abbastanza laica, ma nella quale onori e oneri del presidente sono evidentissimi. Probabilmente De Gaulle li ha voluti per fare la pace in Algeria senza dover passare dalle Camere, come Mitterrand ha abolito la pena di morte. Ma ne è conseguita, e permane, una diminuzione clamorosa del ruolo del parlamento. Se l’Italia deve seguire questa strada, mi sembra elementare che si debba discuterne, almeno quanto ne discussero i padri costituenti; non sarebbe decente che le “larghe intese” fra due o tre grossi partiti decidessero tutto.

mercoledì 5 giugno 2013

IL PRESIDENZIALISMO?

IL PRESIDENZIALISMO? PER L'ITALIA SI CONFIGURA UNO SCENARIO SUDAMERICANO

 PER L'ITALIA SI CONFIGURA UNO SCENARIO SUDAMERICANO

"Gli esponenti politici parlano di cose che evidentemente non conoscono. Bisogna capire quale sistema si vuole praticare, con quali contrappesi e garanzie. La nostra cultura politica lo dimostra: per l'Italia è molto alto il rischio che venga fuori un modello autoritario"

Aldo GiannuliLa politica ha deciso: la priorità per l'Italia è il Presidenzialismo. Lo vuole fortemente Berlusconi, che oggi ha sollecitato il governo, sostenendo che "la guerra civile è finita". Anche il premier Letta ha subito assecondato il richiamo del Capo dello Stato, nominando una commissione di 35 saggi che supporteranno il governo nella definizione delle riforme costituzionali.Ma qual è la ratio con cui si persegue l'obiettivo del presidenzialismo? Quali sono i modelli esistenti di questa forma di governo e quanto questa è davvero dffusa in Europa? Infine, in mancanza di una definizione bilanciata dei necessari contrappesi, quali scenari si configurerebbero per l'Italia?
Abbiamo approfondito le questioni col supporto di Aldo Giannuli, docente di Storia contemporanea all'Università Statale di Milano
.

"Intanto, di presidenzialismo si parla a sproposito, come se l'unico elemento a determinare un regime parlamentare fosse l'elezione diretta del Capo dello Stato. In realtà, i fattori che definiscono la Costituzione come presidenziale o meno sono diversi, non è soltanto chi elegge il Presidente: il problema sono i poteri che ha il Presidente, l'architettura complessiva del sistema, i contrappesi, i controlli e le garanzie.
Esistono molti regimi presidenziali molto diversi tra di loro, esiste il presidenzialismo francese, dove il governo può essere di colore diverso dal Presidente della Repubblica eletto dal popolo. Esistono sistemi come quello Irlandese o quello austriaco, dove il Presidente, pure eletto dal popolo, ha poteri limitati o comunque è vissuto come autorità debole.
Esiste il modello americano, degli Stati Uniti, dove c'è un Presidente forte che è insieme Capo dello Stato e del governo, però contrappesato da fortissimi poteri del Parlamento, del Congresso, del Senato e della Corte Suprema ed infine esiste il modello latino americano, che vede dei presidenti forti, capi di esecutivo, con pochissimi contrappesi e pochissime garanzie, e infatti vengono fuori regimi tendenzialmente autoritari.
Quindi c'è da capire quale modello vogliamo praticare, tenendo presente che, date le tradizioni della cultura politica di questo Paese, è molto alto il rischio che venga fuori più il modello latino americano che non quello francese o quello nord americano.

Non è vero poi che quello presidenziale sia il sistema in assoluto più diffuso in Europa: il sistema più diffuso in realtà è quello della repubblica parlamentare o della monarchia parlamentare, perché una larga fetta dei paesi europei, tutti i paesi scandinavi, a eccezione della Finlandia, più la Spagna, sono monarchie, quindi in qualche modo non possono che essere regimi parlamentari, a cui si aggiungono repubbliche di tipo parlamentare, come formalmente è ancora sulla carta il caso italiano.

Di fatto, con la presidenza Napolitano si è completato un processo iniziato già con la presidenza Pertini, un Presidente della Repubblica che non è più referente del sistema politico, delle forze politiche, ma che parla direttamente con l'opinione pubblica, da cui riceve forza e legittimazione.
Questo poi si è accentuato fortemente con la presidenza Cossiga e ha toccato il punto più alto con la presidenza Napolitano.
Il Presidente Napolitano più che garante della Costituzione, così come nella Costituzione è scritto, si è posto come garante degli accordi internazionali del Paese, il suo referente è stata piuttosto la BCE.
Lui è stato quello che ha garantito alla BCE e all'Unione Europea che l'Italia avrebbe seguito certe indicazioni nell'interesse della stabilità dell'Euro, quindi in qualche modo abbiamo un Presidente che ha già cambiato funzioni e che è molto più interventista nelle scelte politiche fatte nel paese.
Sostanzialmente questo completa il processo di emarginazione del Parlamento, rispetto al Capo dello Stato e all'esecutivo, che è stato determinato da venti anni in qua.

Perché dunque questa insistenza sul presidenzialismo? Per un miscuglio di ragioni. C'è la sostanziale incomprensione, come dire, inadeguatezza culturale di buona parte degli esponenti politici, a iniziare dal Presidente del Consiglio, che parlano di cose che evidentemente non sanno dove stanno di casa.
In parte, c'è una effettiva pulsione di alcune forze politiche, per esempio il Pdl, che pensa così di garantire definitivamente il suo leader, e non c'è da sbagliarsi su che cosa verrebbe fuori con una repubblica presidenziale retta dal Cavaliere come Presidente.
Poi ci sono alcune pulsioni di tipo autoritario nel PD, dove già la svolta del maggioritario nel 1993 aveva fatto nascere questa cultura politica del decisionismo in funzione finanziaria. In questo senso un passo avanti rispetto a Craxi, un passo avanti verso le soluzioni autoritarie naturalmente."

martedì 4 giugno 2013

Accade in Italia

Il decisionismo autoritario di un presidente–sovrano

Scritto da Gianfranco Greco - sinistrainrete -

“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”
(Mark Twain)

Trovarsi nei panni degli elettori PD deve durare una certa fatica laddove si pensi che una sapiente e risoluta operazione di restaurazione li ha fatti precipitare dalle mitiche “primarie” - condite dai precisi impegni, presi dai maggiorenti del partito, di non fare accordi con Berlusconi - ad una situazione per tanti versi surreale in cui, alla fine, i loro voti vanno a fare mucchio con quelli degli elettori PDL per dar vita - tanto per rinverdire i fasti tipici del trasformismo italiano – ad un governo delle larghe intese, voluto e realizzato da chi, da sempre, ha svolto un indefesso lavorìo a favore di questa soluzione.

Dolersi, indignarsi per la piega presa dai recenti accadimenti rientra nel più classico dei dejà vu, tuttavia nello stigmatizzare talune prese di posizione, certi giri di valzer, specificatamente a livello parlamentare, non ci si dovrebbe mai dimenticare che gli stessi sono legittimati e quindi consentiti da quella che viene, con spreco di enfasi, definita “la più bella Costituzione del mondo” che, all’art. 67, recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato” significando in tal modo che il singolo parlamentare non ha vincolo né verso il proprio partito, né verso il suo programma elettorale, né, tantomeno, verso gli elettori che lo hanno votato, ai quali viene riconosciuta la sola libertà di non eleggerlo alla successiva tornata elettorale.

Ciò avrebbe garantito, secondo i “padri fondatori”, la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento. Tuttavia lo spettacolo miserevole andato in onda, oggi come anche in passato, non avvalora di certo questa chiave di lettura finendo, invece, per dar forza alla ovvia considerazione che l’intero meccanismo si basi sul fatto che, essenzialmente, “ masse di elettori vengono trascinati nella impossibile scelta tra le differenze politiche di uno schieramento di partiti che in realtà non presentano alcuna seria concorrenza di programmi, di idee, di princìpi, ma che esibiscono una sconcia parata di lestofanti alla ricerca di quel tanto di potere che il loro investimento monetario, fatto in campagna elettorale, gli permetterà di accaparrarsi”[1] dal che emerge la natura eminentemente truffaldina del contesto elettorale di cui è plastica testimonianza proprio la vicenda italiana nella quale alla massa di “cittadini elettori”di cui ci si è serviti nell’ultima tornata elettorale viene poi rivolto il “perentorio” invito di farsi disciplinatamente da parte in quanto il manovratore o, meglio, i manovratori non devono essere disturbati.


Elitarismo intriso di autoritarismo. Come altro definirlo?


Un bell’esempio da manuale per gli esegeti, in servizio permanente, della cosiddetta democrazia borghese ai quali verrebbe da chiedere se la realtà attuale, intrisa di ingiustizia, diseguaglianze, sfruttamento, miseria, sia veramente quel “ migliore dei mondi possibili” concedendoci la licenza di parafrasare il Pangloss del “Candido” di Voltaire.

A far da dato rilevante è il permanere, nell’intera vicenda, del forte sentore che il governo delle larghe intese ma, perfino, la stessa rielezione di Napolitano facciano parte di un’unica strategia che parte da lontano e che, al di là della bolsa retorica sulla pacificazione, sul superamento delle divisioni, abbia a che vedere con gli impegni sottoscritti con l’Europa, con gli organismi internazionali, con centri finanziari, in sintesi col preciso intento di dar continuità agli impegni presi tra cui la macelleria sociale portata avanti con precisione chirurgica dal governo dei bocconiani.

mercoledì 29 maggio 2013

Elezioni: quell'antipolitico populista di Enrico Berlinguer

"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero."

enrico-berlinguer81.jpgNon mi interessa innescare polemiche su piddini o 5 stelle. Mi interessano invece, e molto, 2 cose:
- La scoperta -dell'acqua calda- che ciò che oggi viene definito "antipolitica" è in realtà espressione della concezione più alta della politica, come dimostrato da questa intervista di cui qui riporto stralci;
- La memoria politica nulla che hanno gli italiani, e la memoria accuratamente cancellata della storia del Partito Comunista, poi PDS, poi DS e poi diluito in dosi omeopatiche nell'attuale PD. L'intervista in oggetto lanciò la cosiddetta "questione morale", che ha letteralmente dominato il dibattito politico italiano per anni. Argomento del tutto dimenticato, così come opportunamente dimenticato è stato il suo portatore, l'onorevole Enrico Berlinguer.
Eccovi la questione morale, in un'intervista a Repubblica del Luglio 1981.
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss".
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran
parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di
riceverne, o temono di non riceverne più.
Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando
le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni.
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione,
bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. Quel che deve
interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi;
rischia di soffocare in una palude.
Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili
privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
Ecco, ricordate oggi queste: le parole di un populista antipolitico. E una questione morale che dopo trent'anni è non solo ancora presente, ma probabilmente ha vinto. Berlinguer, d'altronde, è morto.

lunedì 27 maggio 2013

Il discreto collasso dell’economia italiana

di Roberto Orsi della London School of Economics and Political Science (LSE)
- beppegrillo -
"Mentre l’attenzione sulla crisi dell’euro è focalizzata principalmente su Grecia e Cipro, non è un mistero che l’Italia - con la Spagna - sia la vera sfida per il futuro della moneta comunitaria. Nel silenzio della stampa internazionale, la condizione della macroeconomia italiana non mostra alcun segno di miglioramento: anzi, numerosi indici ritraggono un’economia nazionale in depressione piuttosto che in severa recessione. Non è esagerato affermare che l’economia italiana sta crollando. L’Italia è la terza economia dell’eurozona, dopo la Germania e la Francia, ed ha contratto il più grande debito pubblico (più di duemila miliardi di euro) che è andato crescendo ad un ritmo sorprendente, persino in tempi recentissimi ed in particolare in rapporto con il PIL (130%), visto che quest’ultimo sta rapidamente contraendosi. Come è possibile che un tale debito sia sostenibile? Infatti non lo è! Per il momento, grazie alla BCE (che ha acquistato 102,8 miliardi di euro di debito italiano tra il 2011 e il 2012) e specialmente al meccanismo LTRO, le finanze italiane hanno potuto essere tenute a galla. Le banche italiane hanno potuto assorbire 268 miliardi di euro di liquidità emessa dalla BCE grazie al programma LTRO, il cui meccanismo è il seguente: "Dato che la BCE non può prestare liquidità agli Stati, eccetto in caso di emergenza estrema e per ragioni di stabilizzazione dei mercati finanziari a breve termine, la presta alle banche che acquistano titoli di credito governativi". E’ interessante notare che LTRO funziona come strumento per permettere il ritiro in buon ordine degli investitori internazionali dall’Italia, specialmente francesi e tedeschi, la cui quota detenuta di debito italiano è passata dal 51% al 35%, facendo sembrare che fossero le banche italiane a ricomprare il debito nazionale. Questo è un segnale importante, che va in senso contrario alla interdipendenza che ci si aspetterebbe nel quadro di un’unione monetaria e di una prossima unione politica dell’eurozona. E’ realistico pensare che molti investitori stiano riducendo sistematicamente la loro esposizione in Europa del Sud, nella speranza che una prossima uscita dall’euro avrà per loro conseguenze meno gravi. Per gli euroscettici significa che, una volta che gli investitori stranieri si saranno ritirati, l’Italia verrà abbandonata al suo destino.
La verità è che lo Stato Italiano è fallito nell’estate del 2011, quando gli interessi del debito nazionale andarono fuori controllo e, come risultato, l’Italia perse l’accesso ai mercati finanziari. Ma, a causa dell’importanza dell’Italia come realtà economica e come DEBITRICE, la BCE e le autorità politiche europee hanno acconsentito alla creazione artificiosa di una parvenza di mercato attorno alla finanza pubblica italiana. L’Italia avrebbe dovrebbe rimanere sotto questa tutela fino a quando la situazione economica interna non fosse migliorata migliori insieme alla fiducia dei mercati per tornare ad accedere al mercato del credito. Ma questo purtroppo non avviene e non ci sono segni che lascino sperare che ciò accada nei prossimi anni. La situazione dell’economia italiana è semplicemente drammatica.
Recentemente è apparso un rapporto che rivela come la crisi attuale (2007-2013) sia molto peggiore di quella del 1929-1934. Nella presente crisi gli investimenti sono crollati del 27.6% in cinque anni, contro il 12.8% della recessione tra le due guerre. Il PIL è sceso del 6.9% contro il 5.1%. L’Italia, il cui comparto manufatturiero è secondo in Europa dietro la Germania, ha perso il 24% della sua produzione industriale, tornando ai livelli del 1980. Nessun dato mostra segni di ripresa. Dal’inizio dell’anno, il Paese ha perso più di 31.000 aziende ed ogni giorno chiudono 167 punti vendita al dettaglio, un’autentica disintegrazione del settore della distribuzione. Il settore dell’auto, uno dei più importanti, non fa che contrarsi: dai 2,5 milioni di vetture vendute nel 2007 siamo giunti ai 1,4 milioni di oggi, come nel 1979 e continuano a scendere. L’edilizia, altro pilastro dell’economia nazionale, è alla rovina: la caduta del 14% nel 2012 è l’ultima di una lunga serie. Le vendite di alloggi sono scese del 29% nel 2012 rispetto al 2011 che fu una catastrofe, fino al livello del 1985 di 440.000, la metà del 2006. L'impatto di questa tendenza sull’impiego è drammatico: la disoccupazione e’ giunta al 12% e sale rapidamente. Mezzo milione di lavoratori sono in cassa integrazione, e appare certo che a breve termine perderanno il loro impiego invece di essere reintegrati nel ciclo produttivo. Lo Stato Italiano si è finora arrabattato per difendere la propria posizione finanziaria per mezzo di ulteriori tassazioni, piccole riduzioni di spesa e altri prestiti. Come illustrato prima, lo schema di questi nuovi prestiti è stato architettato con la BCE e il settore bancario. La tassazione ha raggiunto livelli record, e con la stretta creditizia sta asfissiando l’economia interna. I tagli di spesa sono stati applicati fino ad un certo punto ma, come l’aumento delle tasse, hanno un effetto deprimente sull’economia per non parlare della loro difficile applicazione in un sistema clientelistico per non dire apertamente cleptocratico come quello Italiano.
Sotto la pressione della UE l’Italia si è impegnata a misure rigorose di controllo della spesa pubblica, fino ad introdurre un emendamento costituzionale per farle rispettare. Sembra assurdo ma il bilancio dello Stato appare in attivo se non si considerano gli interessi passivi sul debito, ma questo è dovuto al fatto che lo Stato spesso “dimentica” di pagare i suoi fornitori: lo scoperto nei confronti delle aziende fornitrici ammonta a una cifra oscillante fra 90 e i 130 miliardi di euro. Non è difficile immaginare che, in pochi mesi e malgrado le nuove tasse, il collasso di interi settori dell’economia interna causerà un rapido abbassamento degli incassi di imposte. Visto che non sembra possibile contrarre nuovi prestiti e che in Italia parlare di misure di austerità è una barzelletta, lo Stato italiano si troverà senza vie di uscita possibili e saranno necessarie nuove misure della BCE.
Essenzialmente, una forma di fallimento assistito e controllato. Ma, dati gli ordini di grandezza dell’economia e del debito pubblico italiani, ciò è semplicemente impossibile. In assenza di qualsiasi consenso politico riguardo ad una politica monetaria radicalmente diversa della BCE, il solo scenario realistico sarà quello di una rinegoziazione o di una ristrutturazione del debito, come suggerito da Nouriel Roubini in una precisa analisi pubblicata circa 18 mesi fa. Il collasso della finanza pubblica italiana sta avvicinandosi rapidamente ed avrà un enorme impatto sull’Eurozona e sulla UE."
Versione originale in lingua inglese

domenica 26 maggio 2013

Larghe intese. Un'alternativa c'è


Diritti sociali, reddito minimo, scuola pubblica, lotta all'evasione. Mentre a Roma Enrico Letta sceglieva i suoi ministri, a Londra il Governo in esilio indicava le sue priorità. Per dimostrare che un'alternativa di governo esiste e le sue politiche sarebbero molto più realistiche di quelle delle larghe intese
L’idea di creare un Governo italiano in esilio è nata la mattina in cui si è cominciato a parlare del governo Letta. Ci siamo visti la sera stessa e ci siamo detti che non doveva per forza andare così e che serviva che qualcuno o qualcosa ricordasse ogni giorno che c’era un’alternativa, che si possono fare politiche diverse e parlare con soggetti diversi rispetto a quelli del governo delle larghe intese. Dovevamo provare ad essere noi, un po’ per gioco ma anche molto sul serio, il governo che avremmo voluto avere e che ci sarebbe potuto essere se i dirigenti del PD non avessero fatto le scelte che hanno fatto. Perché di scelte si è trattato e non di “necessità” come si è voluto far credere.
Mentre Enrico Letta sceglieva con cura i suoi ministri, nasceva la pagina su facebook del Governo in esilio (www.facebook.com/Governoitalianoinesilio) che oggi “parla” a circa 20 mila persone ogni settimana. In contemporanea con il discorso alle camere di Enrico Letta, anche il Governo in esilio ha fatto il suo discorso proponendo un programma che si concentrava sulla lotta alle disuguaglianze e alla corruzione come strumenti per uscire dalla crisi. Universalizzazione dei diritti sociali anche ai precari e ai lavoratori indipendenti, reddito minimo garantito, lotta all’evasione fiscale delle grandi multinazionali, tassazione dei grandi patrimoni, estensione del tempo pieno a scuola erano solo alcune delle proposte fatte in quel discorso.
Si diceva chiaramente che l’Italia doveva essere il prossimo paese europeo ad approvare i matrimoni omosessuali perché “è proprio in momenti di crisi, che bisogna sostenere chi vuole condividere la vita”. Da allora l’uguaglianza nel matrimonio è stata approvata in Francia. Anche il Regno Unito, dove ha sede in una serra del parco di Chiswick il Governo in esilio, è molto vicino all’approvazione definitiva nonostante i forti dissensi nella maggioranza liberal-conservatrice. La coalizione italiana, che pure include il maggiore partito del gruppo dei socialisti e dei democratici europei (il Pd), non discute neanche di questi temi.
Dagli ultimi giorni di aprile la pagina del governo in esilio viene aggiornata con proposte e dichiarazioni diverse un paio di volte al giorno. Alcune sono affermazioni sarcastiche (come quando abbiamo chiesto a Renzi, visto che si ispira a Blair, di dirci preventivamente quale paese del Medio Oriente intende invadere) ma la maggior parte riguarda proposte concrete. Molte di queste sono elaborate dalla Fonderia di Oxford, un think tank informale nato alcuni anni fa tra gli italiani di Inghilterra e che ora si è allargato anche a Londra e domani chissà.
Nella maggior parte dei casi facciamo nostre e diffondiamo proposte che ci sono già, come quella di Mario Pianta per spendere i soldi dell’eliminazione dell’Imu (4 miliardi) per detassare i redditi da lavoro sotto i mille euro al mese. Altre volte partiamo da proposte che già esistono per intervenire direttamente sull’attualità: in occasione del referendum sulla scuola privata di Bologna il Governo in esilio ha “deciso” di risparmiare tutti i 500 milioni di euro che si spendono ogni anno a livello nazionale per le scuole “paritarie” (il calcolo è della campagna Sbilanciamoci e non include ovviamente buoni scuola regionali e fondi comunali) e di investirli per dare a tutti i bambini che ne hanno bisogno un insegnante di sostegno, per tenere aperte le scuole il pomeriggio e per rifare le scuole del sud che cadono a pezzi.
Il Governo in esilio fa anche politica estera, come quando ha risposto al Presidente Hollande che va bene andare verso l’Unione politica ma bisogna farlo in fretta, “dando poteri veri in tema di economia al parlamento europeo che sarà eletto nel 2014 e stabilendo che l'obiettivo della Banca centrale europea è combattere la disoccupazione”.
Mentre il governo Letta si riuniva per discutere di Imu quello in esilio decideva “l’utilizzo dei 106,7 milioni di euro destinati all'acquisto di un solo aereo F35 per il diritto allo studio universitario (borse, alloggi, mense etc.)” nonché di puntare, invece che alla sospensione delle tasse sulla casa a quella delle “tasse universitarie per tutti gli studenti con un reddito Isee inferiore ai 50mila euro”.
Gli obiettivi sono molti: provare a dare l’idea, nel nostro piccolo, che esiste un’alternativa di governo e che le sue politiche sarebbero molto più realistiche di quelle delle “larghe intese”; diffondere proposte già esistenti e farle condividere al maggior numero di persone possibile (ecco perché la scelta di partire da un social network); rispondere colpo su colpo ad una brutta discussione politica dove sembra che il 2011 non ci sia mai stato. Nessun referendum sull’acqua, nessuna elezione di Pisapia e Zedda, nessun movimento “Se non ora quando?”, niente dimissioni di Berlusconi.
L’archiviazione di questi avvenimenti ha dei responsabili precisi, anche nel centrosinistra. Per questo il Governo in esilio non si limita a fare proposte ma vuole anche fare concretamente pressione su parlamento e partiti. Ha iniziato coniando l’adesivo “Governo Letta? Non con il mio voto” per dare l’idea di quanti elettori del centrosinistra non condividono questa scelta. Continuerà con petizioni sulla politica pulita (conflitto di interessi, finanziamenti elettorali, democrazia nei partiti, legge elettorale) e per l’universalizzazione dei diritti sociali. Infine, il Governo in esilio non disdegnerà di invitare gli elettori del centrosinistra a farsi sentire con mail, telefonate, manifestazioni come nei giorni dell’elezione per il Quirinale.
Ci si chiederà, giustamente, perché questo Governo in esilio non abbia ministeri. Abbiamo scelto di agire come collettivo, anche per marcare la differenza rispetto all’attuale politica personalistica. Non siamo un “governo ombra” per il semplice fatto che questa espressione riguarda di solito chi fa opposizione in parlamento – e nel caso del governo ombra di Veltroni, servì a dimostrare quanta poca opposizione si volesse fare contro quelli con cui si sta, guarda caso, governando ora. Siamo meno di dieci persone, circondati da molti “consulenti gratuiti” che ci prestano la loro intelligenza, in gran parte a Londra (quale posto migliore per un governo in esilio?) ma sparsi anche su Bruxelles, Torino ed il Kenya. Il nostro è quindi un “esilio” in gran parte “dorato”, come quello riservato a certi dittatori africani. Speriamo di averne combinate e di combinarne qualcuna in meno di loro. Soprattutto, speriamo che il prossimo governo assomigli a quello che abbiamo creato in Rete piuttosto che a quello a cui ha dato vita chi non voleva chiudere con questo ultimo brutto ventennio berlusconiano. Chi ci sta?

mercoledì 22 maggio 2013

CON LA FIOM OLTRE LA FIOM

 
 
EDITORIALE - Marco Revelli
«Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere; tra tanti illusi dobbiamo essere consci di tutta un'esperienza storica e attuale». Era il novembre del 1922. Lo scriveva Piero Gobetti - e oggi potrebbero ripeterlo le decine di migliaia di uomini e di donne mobilitati dalla Fiom nella consapevolezza dell'emergenza democratica che stiamo vivendo -, nel primo numero della «Rivoluzione liberale» uscito dopo la Marcia su Roma, quando quasi tutti, a destra come a sinistra, consideravano quella catastrofe poco più che un'increspatura sulla superficie piatta della storia. Questo per dire come spesso le grandi cesure storiche - i «mutamenti di stato» negli assetti istituzionali, i terremoti nelle culture politiche, i punti terminali dei cicli - siano ignorate dagli stessi protagonisti. Come stia, forse, in un angolo del Dna della specie l'abitudine a ricondurre lo straordinario entro l'involucro rassicurante dell'ordinario. Oggi ho l'impressione che sia un po' così. Anche in casa nostra.
Anche noi, come gli astronauti di ritorno dalle missioni spaziali nei brutti film di fantascienza (quando esisteva ancora la fantascienza) possiamo dire di aver vissuto «l'inimmaginabile». Abbiamo visto una buona metà del corpo elettorale mettersi fuori dal sistema politico ufficiale. Praticare con perentorietà una migrazione biblica. Abbiamo visto in diretta, a camere riunite e a reti unificate, il parlamento arrendersi alla propria impotenza e «scegliere di non scegliere» al primo atto fondativo della propria esistenza, l'elezione del presidente. Per esibirsi subito dopo in un grottesco rito sado-maso, tutti in piedi ad applaudire l'uomo che li prendeva a scudisciate, lasciando il campo a quello che è ormai un presidenzialismo di fatto, lontano anni luce dal modello di democrazia parlamentare previsto dai padri costituenti per il semplice fatto che il parlamento, per la seconda volta in un anno e mezzo, è stato surrogato dal corno monocratico dell'Esecutivo. E che il Governo è nato in realtà fuori - e sopra - di esso, controllato dal «pilota automatico» europeo che non lascia margini di manovra né discrezionalità. Abbiamo visto infine un grande partito - l'unico e ultimo, in Italia, a chiamarsi ancora partito, quello che ha ottenuto alla Camera l'abnorme premio di maggioranza previsto dalla legge-porcata - disfarsi sotto i nostri occhi, travolto dalla disgregazione del suo gruppo dirigente e dalla totale mancanza di una cultura politica, quale che sia. E a fronte di esso tornare ad ergersi l'immagine sulfurea del Cavaliere riesumato da morte presunta e assurto istantaneamente a dominus e arbiter degli «equilibri politici» (sic).
L'abbiamo visto, tutto questo. E nonostante ciò siamo ancora qui a domandarci come metterci una pezza secondo le regole dell'ordinaria amministrazione. Come potrà il Pd ritrovarsi, magari al Congresso. Quali carte ha la sinistra interna. Con Barca? Magari in ticket con Vendola? O, all'opposto, con Renzi, uno al Partito l'altro al Governo? O, che ne so, con la Cgil di ieri in asse con quella di oggi, Epifani e Camusso? Come se lì, in quel paesaggio di rovine, ci fossero ancora materiali per costruire zattere. E risorse politiche e umane per risollevarsi. E soprattutto come se lo strappo consumato con la nascita del governo Letta-Berlusconi non avesse scavato un abisso tra quella classe politica, tutta intera, e le residue energie democratiche del Paese (quelle che si ostinano a considerare una «sintesi di tutte le proprie antitesi» il berlusconismo e il suo eroe eponimo).
Meglio sarebbe riconoscere realisticamente che quella del Pd è una crisi irreversibile. Che la fine di quel partito sarà probabilmente lunga, senza Big bang ma anche senza punti di ripristino o di ritorno. Troppo ampia la parte del suo immaginario e della stessa coscienza morale «colonizzata» dal modo di essere e di pensare dell'avversario, come è emerso alla superficie nei giorni neri dell'elezione del presidente e nella facilità, per alcuni voluttà, con cui è avvenuta la coincidentia oppositorum nella ibrida compagine governativa. Troppo evidente l'assenza di un pur minimo denominatore comune in termini di cultura politica. Troppo logorata la sua classe dirigente, sempre più impegnata a difendere l'indifendibile.
Valter Tocci, in un folgorante intervento al Piccolo Eliseo in occasione dell'incontro con Rodotà, ha evocato il concetto di Collasso citando l'omonimo libro di Jared Diamond e la tragedia dell'Isola di Pasqua, dove un popolo isolato dal resto del mondo e guidato da un'élite ferocemente divisa al suo interno si estinse: perché, appunto, la pressione centripeta dell'autoreferenzialità e dell'isolamento aveva reso insanabili i contrasti al vertice e inevitabile la fine. E' esattamente ciò a cui si è assistito in questi giorni, nello scontro di tutti contro tutti (e lontano da tutto) all'interno di un gruppo dirigente separato dal proprio popolo e insieme intriso di veleni e rancori personali, che ha reso impossibile qualunque soluzione in avanti rendendo endemico lo stallo.
È difficile immaginare che una tale classe politica possa non dico ritrovare una propria coesione, ma anche solo organizzare i propri dissidi lungo linee politiche comprensibili, secondo un qualche cleavage razionalmente individuabile (la vecchia demarcazione tra Ds e Margherita o, che so, tra renziani e bersaniani, cristiano-sociali e social-democratici, moderati e radicali...), in una situazione nella quale persino la «scissione» apparirebbe come un'opzione fausta (quantomeno un barlume di senso, che richiederebbe comunque una sia pur minima capacità di pensarsi in un altrove rispetto al mondo pietrificato del «pilota automatico»). E' più probabile che quel gruppo continuerà a restare forzosamente nell'unico involucro che gli permette di mantenersi nelle prossimità del potere, continuando a dilaniarsi a vicenda, un'esecuzione dietro l'altra, agguato dopo agguato, mandando al martirio il segretario di turno e lasciando dietro di sé una lunga scia di esodati silenziosi e impotenti...
So benissimo che un quadro siffatto atterrisce. Conosco perfettamente, perché lo provo ogni giorno, il senso di vertigine tipico dell'horror vacui, tanto più se consideriamo l'effetto congiunto della crisi istituzionale e di quella economica e sociale che vi si intreccia con bagliori weimariani. Ma proprio per questo resto convinto che se un'alternativa si vuole creare, in fretta, nella profondità della crisi italiana, questa non potrà essere ripensata che lontano da Bisanzio.
Se un cantiere si vorrà aprire, non potrà nascere che «fuori dalle mura» di quel mondo crollato, con altri linguaggi, altre facce, altri stili politici, diversi da quelli ormai frusti delle troppe sinistre fallite, chiamando a raccolta quanti - e sono tanti - hanno deciso di guardare avanti: in uno «spazio politico» in cui, prima di contare e di contarsi, ci si impegni a pensare e a pensarsi, senza più illudersi della possibilità di procedere per assemblaggio degli eterogenei frammenti prodotti dal crollo (a cominciare da quelli che hanno fatto naufragare nel minoritarismo l'esperienza di «Cambiare si può»). Né di attaccarsi al carro di qualche improbabile capo-corrente.
Tirar fuori questo paese dal buco nero in cui sta velocemente affondando richiederà un'energia politica straordinaria, che coincide con un'altrettanto straordinaria mobilitazione morale e culturale: con la necessità di ripensare alle radici un modello economico e sociale alternativo tanto al neo-liberismo fallito quanto al keynesismo social-democratico estinto col Novecento e, contemporaneamente, di rianimare un'idea di democrazia capace di sopravvivere alla crisi dei suoi tradizionali soggetti politici e alle troppe tentazioni presidenzialiste che emergono dal brodo tossico della personalizzazione della politica.
Tanto vale incominciare subito, chiamando a raccolta le migliori risorse intellettuali, morali e sociali, a cominciare da quelle che Landini ha portato in piazza sabato scorso a Roma. Senza più deleghe. Né dilazioni.

lunedì 20 maggio 2013

C'è un movimento da costruire, astenersi perditempo

Intervento all’assemblea di Ross@ a Bologna - sinistrainrete - da contropiano

di Francesco Piccioni *

Bella vista da quassù, tanta gente, si capisce che c’è il potenziale…

Poi però guardo i volti e riconosco le storie; vedo cinquanta sfumature di rosso e devo prendere atto che l’unico ambito in cui – in Italia – viene applicato il principio della concorrenza, è proprio la sinistra.

Sul piano economico la concorrenza è un vantaggio per il consumatore, ma uno spreco per i produttori: troppe aziende, troppi presidenti-segretari, consigli di amministrazione, uffici stampa, pubblicitari, funzionari, impiegati… Uno spreco infinito… E proprio pochi a “fare lavoro di massa”

Alla fine se ne esce consumati. Vi suona familiare?

Ma non è mia intenzione fare alcun appello all’unità delle organizzazioni esistenti; sarebbe inutile.

E altrettanto vale per i “cartelli elettorali”, assemblaggi ormai rifiutati dal corpo sociale ed elettorale.

Questo nostro tentativo parte da una constatazione: la scomparsa della sinistra non è avvenuta per caso. lo dico come constatazione non come recriminazione. È un fatto da cui partire insomma, non più un’accusa a qualcuno di noi. Se ne potrebbero fare di altrettanto argomentate a chi è rimasto sempre fuori dai giochi. Ma non avrebbe né senso, né utilità.

Diciamo che:

È finito un modo di far politica:

È finito quel modo di far politica per cui un patrimonio di mobilitazione e organizzazione sociale, sindacale, di lotte, sacrifici, impegno, speranze, bisogni, ideali, milioni di persone in carne e ossa viene gettato su un tavolo di trattativa per tutt’altri obiettivi, che ne prescindono totalmente.

È finito quel modo di far politica caratterizzato dalla “doppiezza”, per cui si parla con una lingua agli iscritti e ai potenziali elettori e un’altra ai tavoli dello scambio politico.

È finito quel modo di far politica per cui si chiede il voto utile per sbarrare la strada a Berlusconi e poi ci si fa insieme il vecchio presidente della Repubblica, un governo e persino la riforma della Costituzione.

È finito quel modo di far politica per cui si porta la solidarietà alla Serbia bombardata mentre si partecipa al governo che la bombarda

È finito quel modo di far politica per cui si maledice in piazza la precarietà e si vota in parlamento il “pacchetto Treu”.

Se non si prende atto di questo, non si comprende quanto profonda sia la “frattura” tra classe politica in senso lato e “società”.

È la fine dell’”autonomia del politico”, per cui le scelte tattiche e strategiche del “partito poltico” vanno in una direzione che prescinde completamente dalle condizioni e sorti del blocco sociale che si rappresenta.

La vulgata oggi dominante coglie in modo volgare la fine di un modo volgare di far politica; quello per cui “il politico” fa quello che gli pare e non realizza quel che ha promesso, per pura ambizione di ricchezza e potere.

Questo modo di far politica è finito soprattutto per la sinistra; perché troppo grande la distanza tra gli ideali e gli interessi che rappresentava e i tragici risultati concreti.

A destra invece funziona: lì corrisponde al “sanfedismo” dell’imprenditore medio italiano, preoccupato di capitalizzare per sé invece che sviluppare l’azienda, di non pagare le tasse e presentare bilanci in passivo invece di fare impresa. Insomma, nessuno si scandalizza che Berlusconi si faccia i fatti suoi; anche chi lo vota è abituato a far lo stesso. Semmai lo invidia, ma “si fa così”…

Da questa situazione non se ne esce “federando” con lo scotch i gruppi dirigenti delle formazioni esistenti, ognuno ha un qualcosa da difendere che gli sembra molto anche se non è niente di rilevante. Al massimo il controllo dei propri scarsi mezzi di sostentamento delle “strutture”. Che sono ormai delle “teste” troppo grandi rispetto a corpi molto più fragili. Il “principio delle concorrenza” è economicamente dannoso, non mi ripeto…

Per questo va creato un MOVIMENTO su tutt’altre basi. Il “superamento” della frammentazione organizzativa non può avvenire in base a uno scontro “ideologico”. Può avvenire solo in base a PRATICHE che siano adeguate ai problemi sociali, e quindi anche adatte a selezionare quei “dirigenti” che siano anche “utili” alle lotte concrete esistenti.

Un movimento con pochi obiettivi chiari, che in questo momento possono far convergere la resistenza e la lotta sociale in una sola rete nazionale d’opposizione, sia sociale che politica; rompendo quello squilibrio per cui noi facciamo le lotte e poi Grillo o chi per lui fa “da sponda politica”, con cui poi si è costretti a interagire in qualche modo

Pochi obiettivi-chiave, intorno a cui costruire il "blocco sociale" in grado di raggiungerli.

Rottura dell’Unione europea

No al presidenzialismo e alle riforme costituzionali autoritarie

Far cadere il governissimo politico e sindacale

Obiettivi che vanno comunque a raccogliere istanze e bisogni sociali, particolari, territoriali. Ma sarebbe lungo in questa sede indicare le articolazioni.

Ma come si deve procedere?

Mettendo davanti gli obiettivi e le cose da fare per raggiungerli, e sullo sfondo le beghe e persino i linguaggi ereditati da un’altra (e fallimentare) epoca.

Discutendo quel che si deve fare e facendo quel che si è deciso, mettendo fine alla “doppiezza” tra dire (promettere) e fare.

Protagonista del movimento sarà chi fa, ovvero i “delegati” espressi dal conflitto reale. Promotori e “garanti” hanno una funzione temporanea, di “avvio” e trasmissione dell’esperienza, delle competenze. Non costituiscono un “Comitato centrale” che ipoteca il futuro.

Man mano che questo avviene svanisce anche il loro compito.

Troppo complicato?

Abbiamo un esempio concreto e vincente, un format replicabile su scala nazionale, con qualche aggiustamento ma con altrettanta serietà: il movimento No Tav, la lotta della Val Susa. Parlo della “logica di movimento”, non del programma, che riguarda ovviamente un determinato territorio (anche se ha evidenti punti di contatto con tanti altri, da Vicenza a Niscemi).

In quel movimento conta prima di tutto l’obiettivo.

L’unità si fa intorno a quel che serve per raggiungerlo.

Gli scienziati hanno aiutato a inquadrare il problema a chiarire l’inutilità e la dannosità del progetto Tav; un “intellettuale collettivo” di alto livello è assolutamente necessario, ma va “incardinato” nell’analisi e nella soluzione di problemi sociali identificabili. Sia sul piano generale (l’Unione europea e le sue politiche), che su quello locale (l’Italia, gli strati sociali, i “difetti” fisiologici di un paese cresciuto male).

E un criterio. Si discute e si decide cosa fare, e poi si fa solo quello che s’è deciso, dal manifestare pacifico al violare la zona rossa; da fare assemblea a muoversi nella notte; dal tirare pietre al seguire i processi dei propri ragazzi colpiti dalla repressione. Nessuno spazio per trattative non concordate, né per colpi di testa di piccoli gruppi.

Ci può stare ognuno con le proprie idee, purché si batta concretamente per raggiungere l’obiettivo. Ci sono ex Pd, comunisti delle cinquanta sfumature di rosso, anarchici e cattolici, ex leghisti e credo anche ex democristiani

L’unità è nel conflitto per raggiungere l’obiettivo, non qualcosa da costruire prima, su basi teoriche o ideologiche, e che infatti non si raggiunge mai… I partiti, o “il partito”, è un altro gioco. Non si fa qui dentro. Ha la sua logica e naturalmente la sua legittimità indiscutibile. Qui però facciamo movimento.

Crediamo serva questo tipo di movimento politico. Il suo modo di funzionare è dato dal principio della cooperazione, non da quello della concorrenza. È un modo per mettere alla prova le idee, facendo maturare quelle che funzionano e evaporare quelle che si rivelano semplici pregiudizi.

C’è posto per tutti. Ma, come si dice negli annunci economici, “Astenersi perditempo”.
* ex redattore de "il manifesto"

http://perunmovimentoanticapitalista.wordpress.com

Da Monti a Letta

di Luca Michelini

Abbiamo chiesto a Luca Michelini, professore di Storia del pensiero economico (Dipartimento di Scienze politiche, Università di Pisa), un commento sull’attuale crisi politica italiana. Nell’articolato intervento che trovate nel seguito del post Michelini invita a «sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo» e a prendere atto che «almeno per ora» il M5S è «un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico»

«1. Giorgio Napolitano è stato rieletto Presidente. La maggioranza parlamentare che lo ha eletto è la stessa del governo Monti, voluto, a suo tempo, fortemente da Napolitano. L’operazione Monti avrebbe potuto avere un senso, forse, se, e soltanto se, fosse riuscita a cambiare radicalmente la destra italiana, a farla maturare: l’avesse cioè indotta a liberarsi, politicamente, di Berlusconi, nonché delle proprie indelebili tradizioni reazionarie. Una politica economica di destra quale quella di Monti, inoltre, avrebbe dovuto ricadere interamente sulle spalle parlamentari della destra. D’altra parte, è difficile prevedere e valutare che tipo di “regime” sortirebbe nel caso in cui lo Stato italiano, come durante il fascismo, fosse costretto a salvare l’intero sistema economico, stante la perdurante presenza di Berlusconi[1], che non è difficile immaginare potrebbe vincere le prossime elezioni[2].
Napolitano, invece, ha preferito percorre tutt’altra strada, coinvolgendo il Pd nel sostegno al governo Monti.

2. E’ necessario chiedersi per quale motivo il Pd si è fatto coinvolgere in questa operazione e per quale motivo oggi abbia rinnovato l’alleanza con il Pdl.
La risposta è semplice, per quanto sgradevole a molti militanti democratici: perché l’ideologia montiana costituisce, al fondo, l’indelebile ragione sociale del Pd; perché il Pd è fortemente compromesso con la destra italiana, avendola legittimata prima e salvata più volte in seguito.
Ammesso e non concesso che allearsi con M5S, dopo l’elezione alla presidenza di Rodotà, costituisse un rischio, il rischio che si corre alleandosi con Berlusconi è incomparabilmente maggiore.
Ma come mai proprio ora il Pd paga così tanto, con una sollevazione di massa dei propri militanti ed elettori, la scelta di allearsi con il Pdl?

3. Le cause che hanno portato all’implosione del Pd, che è un dato di fatto e che prescinde dal tempo, purtroppo lungo, della sua agonia fratricida, sono numerose e di importanza diversa.
Come dicevo, quella più importante rimanda all’origine stessa del Pd, che è stato un tentativo di importare in Italia il liberismo-di-sinistra stile Tony Blair, quello infaticabilmente promosso dal “Corriere della sera”, di cui Monti è stata una voce fondamentale.
Si tratta di una ideologia complessa. Essa è stata utilizzata dai Paesi egemoni geo-politicamente per eliminare pericolosi concorrenti industriali e politici. A questo servono, infatti, le liberalizzazioni (anzitutto dei mercati del lavoro e dei capitali), le privatizzazioni e l’esaltazione della contrapposizione tra lo Stato, visto come un “parassita”, e il mercato, considerato l’unico capace di produrre in modo efficiente ricchezza. Tutto ciò certo non serve, come i fatti dimostrano, ad assicurare la “crescita” e tanto meno “lo sviluppo economico” di un Paese come il nostro. E poiché si volevano smantellare sistematicamente, anche se a piccoli e volutamente confusi passi, tutte le conquiste “progressiste” della Prima Repubblica (conquiste spesso ricche di contraddizioni, dato il “sistema” vigente dopo il 1945), si doveva ricorrere ad una classe dirigente di “sinistra”, per origini organizzative e culturali, per realizzare “le riforme” (sic!) con il dovuto controllo (in termini meno compromettenti: con il dovuto consenso) sociale.

venerdì 10 maggio 2013

La casa comune non vuole il cappello

Guido Viale

Anche se le modalità hanno lasciato tutti basiti, i passaggi che hanno portato alla formazione del nuovo governo, quale che ne sia poi l’esito (finiranno comunque tutti in bocca a Berlusconi, Napolitano compreso), erano in qualche modo scontati. Il Pd non avrebbe mai potuto imboccare una strada diversa dopo più di un anno di sostegno senza se e senza ma a Monti, cioè al definitivo trasferimento del governo del paese dal Parlamento (già sostanzialmente esautorato dal porcellum) alla Bce e, per suo tramite, alla finanza, ben rappresentata da Monti e Draghi. Sono due uomini di Goldman Sachs, che ragionano alla maniera di Goldman Sachs: non è necessariamente un legame diretto, ma un dato di cultura e di modus operandi che in Europa sono chiari a tutti, ma che in Italia attirano invece l’accusa di schematismo o complottismo.

Quanto al Movimento Cinque Stelle, gli esiti disastrosi della linea di condotta adottata, che gli è già costato parecchio in Friuli, non possono essere imputati solo a inesperienza o a eccessiva rigidità: si è visto peraltro Grillo e i suoi adepti ammorbidirsi assai nel corso dei giorni. Il fatto è che il Movimento Cinque Stelle non ha un progetto. Il suo programma è solo un insieme di obiettivi, in larga parte condivisibili, anche perché riprendono temi su cui comitati, movimenti, iniziative civiche e associazioni lavorano da anni. Ma un programma che nulla o quasi dice su come arrivarci, su come imporli.

Democrazia diretta o referendaria – di cui la consultazione via web è una sottospecie – e democrazia partecipata non sono la stessa cosa. La prima, nonostante i proclami in contrario, si fonda su una delega pressoché totale ai rappresentanti – in questo caso ai parlamentari – cui viene affidato il compito di tradurre in leggi e provvedimenti quello che la constituency – nei cinque stelle la consultazione via web – decide. Senza molte mediazioni, perché queste non possono essere sottoposte ogni volta alle valutazioni di un gruppo di riferimento; neanche se, come si è visto, è assai ristretto. La democrazia partecipata esige invece un contributo costruttivo da parte di tutti i soggetti coinvolti; confronti e riposizionamenti continui; la valorizzazione dell’esperienza e dei saperi di ciascuno; e anche degli affetti, perché l’incontro fisico, la conoscenza reciproca, l’incrocio degli sguardi, a tutti i livelli, ne sono una componente essenziale. Anche in questo caso la delega, sempre a termine e revocabile, è inevitabile, perché i gruppi di riferimento, per essere tali, non possono superare una certa dimensione. Ma è una delega solida, perché la democrazia partecipata non è, o non è principalmente, assembleare.

Certo, nel passaggio tra partecipazione attiva e rappresentanza elettorale – due forme di democrazia che non possono che convivere; nessuna può escludere l’altra in via di principio – il mandato vincolante della prima si stempera nel «senza vincoli di mandato» della seconda. Ma il rappresentante che ha alle spalle un processo di democrazia partecipata avrà sempre a disposizione, se vuole, uno o più gruppi di riferimento con cui consultarsi, e a cui chiedere anche un supporto tecnico di cui nessun “eletto dal popolo” può fare a meno. E se è stato scelto con cognizione di causa – cosa che, come si è visto, il web non consente – ne farà buon uso.

Dunque, il passaggio dal vecchio al nuovo governo (e dal vecchio al “nuovo” Presidente della Repubblica), anche se non ha fatto che portare alla luce un vuoto di pensiero e azione, di capacità e responsabilità evidente da tempo, ha lasciato dietro di sé un campo di macerie: soprattutto, ma non solo, nel Pd e nel centro-sinistra. Di fronte al quale una serie variegata di organizzazioni si stanno affrettando a gettare le reti per raccoglierne i relitti, proclamando il loro impegno alla costituzione di un “nuovo soggetto politico”; magari senza nemmeno chiedersi – è il caso dei gruppi dirigenti di Sel e del Prc, per non parlare di Verdi, Pdci e altri – che cosa li abbia indotti a trasformare un progetto appena abbozzato, ma unitario, innovativo e democratico come Cambiaresipuò, nell’aborto di Rivoluzione civile; o l’ecologia e la libertà in un progetto di fusione con il Pd.

martedì 7 maggio 2013

Rodotà, i diritti e i valori di una nuova sinistra

    
Rodotà, i diritti e i valori di una nuova sinistra

Pubblicato il 7 mag 2013

di Antonio Di Luca -
Quando Enrico Letta giurava di fronte al capo dello Stato, ho avuto ancora una volta la chiara sensazione che ci stavamo trovando di fronte ad una sconfitta storica per tutte le forze di sinistra che in questi anni hanno creduto possibile un cambiamento democratico nel nostro paese. E ciò avveniva in un clima torbido, perché mentre si teneva il giuramento del nuovo governo, un uomo, esasperato dall’impossibilità di uscire dal tunnel della disoccupazione, ha sparato alla polizia ferendo gravemente alcuni uomini delle forze dell’ordine. Su questo gesto esecrabile, che ha colpito così duramente uomini dello Stato, sono subito iniziate vecchie strumentalizzazioni, paragonando la violenza di un uomo solo e disperato alle azioni terroristiche della fine degli anni Settanta. Naturalmente questo grave e intollerabile episodio di violenza non solo non ha spinto la politica e i media ad interrogarsi su cosa sta diventando il nostro paese, ma ha anche impedito di cogliere il fondo dell’operazione politica autoritaria che si stava concludendo dentro il Palazzo con il placet di Napolitano in chiave presidenzialista. Perché non si può negare che il senso della grande coalizione all’italiana nasca nel mondo chiuso della politica che ha eluso qualsiasi forma di riflessione sia sulla crisi drammatica che vive il paese, che sull’indignazione di gran parte dei cittadini per le modalità con cui si è giunti alla rielezione del capo dello Stato.
Ho l’impressione, che se questa è la politica, se la politica cioè è gioco di prestigio, malafede, imbroglio, inciucio, difficilmente potrà colmarsi quella distanza tra le istituzioni e il paese reale; distanza che è in questi anni cresciuta a dismisura, mentre tra la gente sempre di più è aumentato il disgusto per i partiti e per gli uomini di potere; un disgusto che può manifestarsi in modi e forme molto diverse tra loro: con l’astensione come nelle regionali in Friuli; con un voto a favore di Grillo come nelle politiche di febbraio; oppure con l’appoggio alle forze conservatrici più retrive e compromesse con l’illegalità e il sopruso. Basta, del resto vedere come si è svolta l’elezione del capo dello Stato per capire in quale direzione stiamo andando, e perché il Pd, con la bocciatura della candidatura di Stefano Rodotà, ha perso un’occasione storica per rispondere al malessere profondo del nostro paese. Francamente sono rimasto sconcertato che una personalità come Rodotà, un uomo della sinistra, sia stato così irriso e attaccato da chi in questi anni ha chiuso tutte e due gli occhi di fronte alla sistematica violazione dei diritti sociali, civili e politici. Il Pd è apparso ancora una volta un partito senz’anima e senza identità, un partito subalterno alle politiche neoliberiste, come alle scelte autoritarie di un padrone delle ferriere come Marchionne; un padrone, e qui voglio ancora una volta ricordarlo ai tanti smemorati di questo paese, che è stato più volte condannato dalla magistratura per aver discriminato gli iscritti alla Fiom Cgil e per aver violato sistematicamente i diritti e lo statuto dei lavoratori nelle fabbriche del gruppo.
Questo, a mio avviso, spiega anche perché si è voluto, come in una tragedia classica, tradire, cancellare, uccidere il padre. Rodotà non doveva esistere, perché con lui si sarebbe invertito l’ordine del giorno. La Costituzione, i diritti, la legalità, prima di tutto, e non c’è Marchionne che tenga, questo avrebbe detto la sua elezione.
Figurarsi se poi le forze della grande coalizione all’italiana potrebbero mai condividere le parole che Stefano Rodotà pronunziò alla manifestazione della Fiom del 21 ottobre a piazza del Popolo a Roma, stigmatizzando tra l’altro il decreto di Alemanno sul divieto di fare corteo.
Le ho impresse nella mente quelle parole, che riuscirono a farci sentire meno soli e spinsero molti di noi a riflettere sull’importanza degli intellettuali e sul vuoto che si crea quando in un paese mancano personalità moralmente integre come Rodotà.
Bene, egli quel giorno, di fronte ad una piazza stracolma, affermò: “Stiamo vivendo un attacco diretto, violento, e quasi senza precedenti ai diritti fondamentali. La stessa Costituzione è in questo momento in discussione e credo che debba esserci o dovrebbe esserci un grande sentimento di gratitudine per voi, per le donne e per gli uomini della Fiom che sono qui a manifestare per i loro diritti, ma in questo momento stanno difendendo i diritti di tutti”.
Poi continuò parlando del devastante art. 8, dell’art.18, della democrazia e del diritto al lavoro, del diritto di manifestare a Roma come in qualsiasi altra città. Insomma le sue parole ci aprirono la mente e il cuore, e mi sembrò, finalmente, di respirare un’aria nuova; avemmo tutti chiara la sensazione che una speranza per i più deboli e i tanti i lavoratori umiliati dalla crisi poteva ancora esserci.
Avrebbe mai potuto comprendere Scalfari, uomo dei poteri forti, il senso così alto di quelle parole di Rodotà e l’urgenza di difendere, a partire dalla nostra quotidianità e dalla nostra concreta esperienza di lavoro, la nostra Costituzione? Io credo onestamente di no, e il suo duro attacco a Rodotà, si spiega solo con questo diverso orizzonte culturale, che prima di essere politico è innanzitutto morale.
La verità è che Rodotà, insieme a pochi altri intellettuali, ha visto nella realtà italiana il manifestarsi di una crisi profonda che intreccia questione democratica, questione politica e questione sociale.
E di fronte all’inarrestabile degenerazione della politica, e della classe dirigente di questo paese ha pensato che era giusto far sentire tutta la sua voce, tutta la sua pasoliniana indignazione, manifestando insieme alla Fiom, l’emblema in questi anni della lotta per la difesa dei diritti di tutti i cittadini e lavoratori italiani.
Rodotà, vorrei sottolinearlo, ha indicato una strada a chi intende la politica come un valore alto della democrazia. E io credo che la sua insistenza sul tema dei diritti parli in questi giorni non solo all’Italia ma al mondo intero dominato da una globalizzazione buia e selvaggia che continua, come in Bangladesh a far vittime innocenti. Qui sono morti, per un crollo di un fabbricato e per le loro terribili condizioni di lavoro oltre 340 operai, per la maggior parte donne. Una strage. Quante volte vorrei dire è accaduta la stessa tragedia in Italia e nel mondo?
Ora io penso che la sinistra se voglia davvero rinascere, debba partire da qui, dalle condizioni materiali dei lavoratori, dai diritti negati, abbandonando tatticismi, opportunismi, settarismi di segno diverso. E’ giunta l’ora di abbandonare ogni vuoto personalismo. Partendo dal valore alto della politica, abbiamo il compito di dar vita ad una sinistra vera, alternativa, plurale, antiliberista; una sinistra che sappia ridare una speranza alla nostra gente stanca di pagare sulla propria pelle il prezzo delle devastanti politiche conservatrici di questi anni.
da Huffingtonpost.it

mercoledì 1 maggio 2013

TUTTA COLPA DEGLI ITALIANI

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Italiani di destra e sinistra, vi meritate tutto questo. Vi meritate un governo che non è nient’altro che un Monti bis, solo più furbesco (la ministra di colore, la Convenzione per riforme eterne incompiute, qualche taglietto ridicolo agli stipendi ministeriali) ma ugualmente scientifico nel perseguire la politica economica e sociale dettata dai mercati e dall’Eurocrazia (con la disgustosa retorica del “buon padre di famiglia” evocata dal premier Letta: come se non ricordassimo che fu proprio il suo maestro, Andreatta, l’autore della privatizzazione della Banca d’Italia, che diede la stura istituzionale al debito inestinguibile contrattato nella bisca dei titoli).
Ve la meritate, questa ennesima conferma sfacciata dell’assoluta identità di fondo dei partiti difensori della Repubblica oligarchica. Siete voi che siete andati ancora una volta a legittimare col vostro voto chi non può fare a meno dell’ammucchiata conservatrice, per mantenere il potere e le comode posizioni di privilegio personale e di casta, obbedienti ai padroni Usa e Ue, voi i responsabili oggettivi della cappa di pensiero unico, e ora, nuovamente, di governo unico che ci ritroviamo sulla testa.
Voi che, ragliando beatamente e beotamente gli inni della illusoria guerra elettorale, avete infilato la vostra brava scheda nell’urna, come al solito sperando che la vostra squadra del cuore vinca, ma non vince mai perché la partita è truccata in partenza (leggi elettorali inguardabili, interessi trasversali, patti per tutelarsi a vicenda). Vi fate sempre fregare, e così anche questa volta siete rimasti fregati.

domenica 28 aprile 2013

Quando il partito implode

Fonte: il manifesto | Autore: DONATELLA DELLA PORTA                        
Spostamento a destra e crollo elettorale. Gli esempi del Psi e del PasokMentre i vertici di Pd e Pdl cercano accordi di governo, attivisti del Pd in tutto il paese occupano sedi del loro partito, si autoconvocano, bruciano le loro tessere in pubblico o le restituiscono in privato. Se certamente l'oscenità di un governo del bunga-bunga a guida pidina è (o sarebbe?) circostanza storicamente unica, non è invece la prima volta che si formano, dentro e attorno a partiti di centro-sinistra, movimenti di opposizione a quelli che vengono considerati da chi protesta come compromessi indecenti, perché snaturanti rispetto a una identità sentita come collettiva.
Gli effetti di questi movimenti sono stati diversi, a seconda della loro forza nella base del partito così come della presenza di potenziali alleati ai vertici. Se talvolta quei partiti si sono infatti rinnovati, aprendosi alle domande dal basso, in altri casi c'è stata invece una chiusura, con almeno due effetti disgreganti: abbandono da parte degli attivisti delusi e declino in termini elettorali.
La perdita degli attivisti - spesso considerati con fastidio dai vertici - ha in genere conseguenze nefaste per l'organizzazione, abbassando le barriere rispetto alle motivazioni opportunistiche di chi entra in politica per migliorare la propria condizione economica, e allontanando invece quelli che vedono nella politica un bene comune. Il caso che meglio illustra l'implosione del partito senza più attivisti è quello del Psi. La decisione di partecipare, nel 1963, al primo governo di centro-sinistra porterà, l'anno successivo, alla uscita dell'ala, minoritaria ai vertici, ma fortemente attiva, che fonderà il Partito Socialista di Unità Proletaria. Al declino elettorale (dal 20% del dopoguerra, il Psi si dimezzerà), seguirà una profonda degenerazione del partito stesso, frammentato in protettorati di politici rampanti, in un contesto di corruzione sempre più diffusa, che minerà l'identità di sinistra del partito, fino alla sua scomparsa a seguito degli scandali emersi nel 1992.
Come nel caso del Psi italiano, anche in quello del greco Pasok, il Partito socialista panellenico, lo spostamento a destra, fino al sostegno a un governo di grande coalizione, si è intrecciato a un crollo elettorale di dimensioni drammatiche. Un partito che aveva il 47% dei voti negli anni novanta raggiungerà appena il 12% nelle elezioni del 2012, passando da primo a terzo partito nel paese, mentre a competere con la destra resta la Coalizione della sinistra radicale, Syriza, che riuscirà ad occupare lo spazio abbandonato a sinistra dal Pasok.
Psiup e Syriza sono interessanti illustrazioni delle potenzialità in termini di politica elettorale che l'implosione dei partiti di centro-sinistra può aprire alla sinistra. Il Psiup ha rappresentato un onesto tentativo di difendere un'identità socialista di sinistra, con aperture ai movimenti che si svilupparono alla fine degli anni sessanta. Non a caso, il partito guadagnerà sostegno elettorale da quelle proteste, raggiungendo quasi il 5% alle elezioni politiche del 1968. La struttura organizzativa del partito rimarrà comunque ancorata a un centralismo democratico che ne limiterà la capacità di attrazione per gli attivisti dei movimenti, che nel frattempo sperimentano forme organizzative più decentrate e partecipate. Dopo l'insuccesso elettorale del 1972, il partito si dividerà infatti tra adesioni al Pci e allontanamenti dalla politica partitica verso quella dei movimenti.
Molto diversa sembra invece l'evoluzione di Syriza che, nata nella tradizione della sinistra radicale, si trasformerà profondamente dal punto di vista organizzativo, riprendendo dal movimento degli indignados istanze di orizzontalità, pluralità e inclusione dal basso. Il 27% degli elettori greci voterà Syriza nelle seconde elezioni del 2012 (erano stati solo il 4,6% nel 2009), premiando non solo una coerente opposizione alle politiche di austerity, ma anche una trasformazione nelle forme e nei modi del far politica del partito, che lo porterà ad aprirsi ben al di là della tradizionale base dei partiti della sinistra radicale.
Se è difficile dire in che misura il modello organizzativo proposto da Syriza sia applicabile al caso italiano, le opportunità che il prevedibile declino elettorale del centro-sinistra, compromesso col Caimano, aprono a una opposizione di sinistra non potranno essere colte senza una profonda trasformazione nella concezione stessa della politica.

venerdì 26 aprile 2013

«Hanno tradito la Liberazione»

Fonte: il manifesto | Autore: Carlo Lania                   
Intervista a Sandra Bonsanti , presidentessa di Giustizia e Libertà
Va giù duro: «Hanno tradito il 25 aprile. Il teatrino osceno a cui abbiamo assistito in questi giorni è il risultato di una serie di sconfitte di cui tutti siamo responsabili, e più di tutti il Pd». Giornalista, scrittrice, ex parlamentare e oggi presidente di Libertà e Giustizia, Sandra Bonsanti si dice «sopraffatta» dall’amarezza per come è avvenuta l’elezione del presidente della Repubblica e per come si sta arrivando alla formazione del nuovo governo.
Perché parla di tradimento?
Perché il 25 aprile ha sempre rappresentato per tutti un momento di grande speranza perché uscire da una dittatura, riavere la libertà è stato un momento grandioso della nostra storia. Oggi però ci sentiamo oppressi da questa situazione ed è molto difficile festeggiare.
Vede messi in pericolo i valori della Resistenza?
Fare un governo, prendere decisioni insieme a persone che hanno a dir poco irriso la Liberazione significa legittimare anche loro.
Quindi un eventuale governo di larghe intese sarebbe un’espressione del tradimento?
Messa così… Capisco che non è un discorso politico e non mi sento di fare un ragionamento freddo, ma nemmeno di pensare che l’emergenza è alta per cui dobbiamo ingoiare qualunque cosa. All’emergenza si fa fronte con la determinazione e soprattutto con dei principi. Perché se all’emergenza sociale si vuole porre rimedio senza garantire il diritto di uguaglianza di ogni cittadino, allora non si risolve nessuna emergenza. E questo cos’è se non un altro tradimento? Si ha la sensazione che questo paese, ormai senza futuro, stia perdendo anche la sua anima, la sua storia.
Il discorso diventa politico però se la sua è un’accusa alla sinistra di non fare il proprio mestiere.
Io accuso la sinistra ma accuso tutti noi. Non voglio salvare nessuno. Accuso la sinistra, il Pd, la società civile di non aver fatto abbastanza, perché se abbiamo perso qualche motivo ci sarà. Sicuramente il Pd ha fatto la sua parte, venendo meno nel momento più importante. Ha scoperchiato la pentola e dentro c’erano tutti i problemi irrisolti da anni e anni, di casta e di anche di indifferenza verso la voce di quelle persone, dei giornali, dell’opposizione, verso tutto ciò che era alla sua sinistra e ciò che si muoveva nel paese. Non ci hanno dato ascolto.
Il risultato è che l’antipolitica ha portato in parlamento persone che dicono che il fascismo non è stato tutto male e che invocano la marcia su Roma.
Condivido le cose dette da Barbara Spinelli: non cerchiamo di essere più severi del dovuto con il M5S. Accusarli oggi è facilissimo, perché effettivamente non sono all’altezza della situazione. Dopo di che: abbiamo mai chiesto ai parlamentari del Pdl o anche a quelli del Pd di essere preparati? No, quindi forse c’è un errore anche da parte nostra. I grillini sono una novità, ma c’è tanta roba lì dentro. Se pensa che il 38% dei loro elettori a Torino proviene dal Pd….
Anche perché poi sono le stesse persone che hanno proposto Stefano Rodotà al Quirinale.
Tanto di cappello per tutti i nomi che hanno proposto, magari li avessero fatti gli altri. E come si è visto è stata una grande sconfitta non avere insistito su Rodotà.
Lei dice: c’è stata troppa fretta nel rieleggere Napolitano.
Sì c’è stata molta fretta. Anche se è vero che siamo in una situazione particolare, con la paura dello spread, dei mercati. Siamo un popolo bloccato da queste paure che non si sa quanto siano giustificate.
Napolitano ha fatto male ad accettare?
Non mi permetto di criticare. Sono abbastanza vecchia da rispettare le istituzioni, dopo di che avrei preferito Rodotà. Così si è stabilito un precedente pericoloso in un momento in cui tutti si affrettano, a colpi di banalità e luoghi comuni, a dare addosso alla Costituzione.
A proposito di Costituzione: quanto accaduto non è un anticipo di presidenzialismo? Stiamo andando in quella direzione?

mercoledì 24 aprile 2013

Attacco alla Costituzione

La via italiana al risanamento della crisi che non c'è

Quarantotto

Avevamo parlato della sentenza della Corte costituzionale portoghese che aveva dichiarato la illegittimità di 4 su 9 delle misure di austerity imposte, nella legge finanziaria approvata a fine anno, dal memorandum della trojka.

Le misure ritenute incostituzionali tagliavano pensioni e sussidi di disoccupazione (in Italia alle prime ci ha pensato la Fornero, senza colpo ferire, e ai secondi...pure: ora dovranno reperire un miliardo, ma naturalmente da tagli e tasse aggiuntivi, perchè in Costituzione c'è il pareggio di bilancio).

Ora, la situazione, come abbiamo altrettanto visto, è che la Commissione UE non demorde e neppure il FMI: i tagli in qualche modo vanno fatti e poco importa se attiveranno il moltiplicatore fiscale negativo, acuendo la recessione. Il FMI a livello di Blanchard-ufficio studi dice una cosa, ma quando poi si esprime ufficialmente conta la determinazione della Lagarde a tutelare la "stabilità finanziaria" e gli "investitori esteri", formule riassuntive di "banche straniere creditrici, essenzialmente franco-tedesche".

Insomma
, "Pedro Passos Coelho, il primo ministro portoghese di centrodestra,doveva comunque tagliare, ai primi d'aprile, la spesa pubblica di 4 miliardi per adeguarsi al programma di "bail out" per 78 miliardi imposto dal memorandum della trojka.
Ora, a seguito della sentenza della Corte costituzionale, deve operare tagli per 5,3 miliardi per tenere fede alle scadenze del memorandum fissate per la fine di maggio.

La decisione della Corte ha innescato a livello negli "investitori" il dubbio che si debba ricorrere a un secondo bail-out
" (cioè a una procedura concordata che implica un default guidato)".

Inutile dire che "planned cuts impinge in public-sector pay, pensions and benefits".

Il che, nonostante la tregua determinata dal singolare "balletto istituzionale", preannuncia quello che
la Commissione, coi suoi "warnings", pretenderà dall'Italia. In un modo o nell'altro, qualunque tipo di governo sieda a Palazzo Chigi, e senza indugio: altrimenti gli investitori si "adombrano" e, si sa, gli spread salgono. Almeno per l'Italia; e non per la Francia, pacificamente destinata a diluire il consolidamento fiscale, attutendo la recessione - sempre per effetto del moltiplicatore fiscale che, quando vogliono, ammettono che esista- in cui la stessa Francia si sta avviando secondo le previsioni del FMI. Ma, per ora, il sistema bancario di Vichy, pardon, francese, è un socio indispensabile per mantenere in piedi il sogno europeo (dei banchieri "chiusi in una stanza a decidere").

Nella situazione di obiettivo ricatto, in cui Passos Coelho pare trovarsi perfettamente a suo agio, (alla stessa stregua dei nostri governanti degli ultimi 20 anni, con punte di "eccellenza" negli ultimi tre), che ti va a pensare l'establishment PUD€ portoghese? Seguite bene perchè rischia di anticipare il completamento del disegno già iniziato in Italia col pareggio di bilancio, (nel senso che siamo veramente all'avanguardia in Europa!), che ha il "piccolo inconveniente" di cozzare frontalmente con varie norme costituzionali programmatiche delle funzioni e prestazioni statali, direttamente connesse ai principi fondamentali.

"Passos Coelho vuole che la Costituzione sia rivista per assottigliare lo Stato (!) in modo da consentire i tagli che ha garantito alla trtojka. Con ogni probabilità, per abbattere pensioni, stipendi pubblici e sussidi di disoccupazione (magari introducendo, in nome dei filo-europei festanti, il "salario di cittadinanza", ndr.), vuole cambiare la clausole che hano consentito, al presidente della Repubblica e all'opposizione l'accesso diretto alla pronuncia della Corte costituzionale". E qui potremmo pensare a un sospiro di sollievo...paradossale: norme equivalenti nella nostra Costituzione non ci sono, essendo l'accesso, in queste materie, solo "incidentale" in un giudizio ordinario già instaurato. Peraltro, l'accesso diretto è previsto in quella tedesca sì e, infatti, ne hanno fatto uso. Anche se poi a bocciare il fiscal compact ci ha pensato direttamente il Bundesrat (nel silenzio del nostro dibattito politico e mediatico).

Ma adesso viene il bello.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters