Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 4 giugno 2013

In difesa del finanziamento ai partiti e alla politica

 
In difesa del finanziamento ai partiti e alla politica

Pubblicato in - ilmanifesto -

di Francesco Marchianò -
È una grande tristezza assistere inermi alla riduzione e all’abolizione di qualsiasi forma di finanziamento della politica. E’ una sconfitta della democrazia, del progresso, di civiltà. Almeno della nostra civiltà europea. Si dice che sono i cittadini a volerla, che essa rifletta la rabbia del disagio sociale causato dalla crisi. Può darsi. Ma non è una buona politica quella che interpreta le rabbie. La politica dovrebbe risolvere i problemi che stanno all’origine della rabbia, non farsene un interprete populista.
È una regressione grave e pericolosa. Persino, si potrebbe dire, anticostituzionale. L’articolo 49 della nostra Costituzione recita:
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Se è un diritto vuol dire che lo stato dovrebbe garantirlo e non negarlo. Favorirlo, non sopprimerlo. Dovrebbe aumentare il finanziamento ai partiti, che in tantissimi paesi europei è nettamente più cospicuo che da noi, magari a scapito degli stipendi dei parlamentari. Poi certamente andrebbe regolamentato e reso trasparente, imponendo alcuni vincoli ai partiti.
Da noi si abolisce il finanziamento pensando di decurtare gli stipendi dei politici e non si capisce che a rimetterci, come ha ricordato Ugo Sposetti al Corriere della Sera, sono in realtà le persone che nei partiti e nelle fondazioni collegate lavorano per poche centinaia di euro al mese. Sono quelli che lo fanno per passione prima ancora che per denaro a pagarne le conseguenze.
Ma non è solo questo. L’abolizione del finanziamento alla politica ha a che fare con l’essenza stessa della democrazia sostanziale. Persino un bambino capirebbe che, senza il finanziamento, si andrebbe incontro solo a tendenze plutocratiche e degenerative: la politica la potrebbero fere solo i ricchi e i partiti diventerebbero ricattabili da chi ha denaro e sarebbero, dunque, costantemente sotto lo scacco delle lobby economiche e dei poteri forti. Vince il mercato, perde lo Stato. Vincono le banche e le imprese, perdono i cittadini. Il pubblico si suicida a favore del privato. Una tragedia politica e sociale.
Nel discorso pubblico si lascia credere che siano i cittadini a volere l’abolizione; in realtà è il mondo della finanza e dell’economia che lo desidera visto che teme, in questo periodo di crisi, le risposte che possono venire da partiti strutturati che possono portare avanti istanze reali di cambiamento dal basso. Sono gli stessi soggetti che, avendo a disposizione i mass media, sono riusciti a montare la polemica, inconsistente, contro la casta. Voglio che lo Stato non finanzi la politica ma poi pretendono che utilizzi i soldi dei cittadini per pagare i debiti delle banche.
Chi difende la democrazia dei partiti viene accusato di essere novecentesco. Sarà. Ma chi lo dice, dietro la sua presunta ipermodernità, è in realtà un ottocentesco che propone (inconsapevolmente?) il ritorno ai notabili muniti di comitati personali, alla società civile (molto più ridotta del corpo elettorale) che, in virtù del suo potere cognitivo ed economico, persegue solo interessi privati senza quella “intuizione del mondo” tipica dei partiti.
È la vittoria delle miserie del liberalismo italiano che smise di essere classe dirigente quando comparvero i partiti dimostrando di non sapere dialogare con la modernità della democrazia di massa. Allora, per togliere di mezzo i partiti, si servì anche del fascismo. Oggi è bastato solo aver montato una battaglia mediatica e populista per raggiungere lo stesso scopo.
huffingtonpost.it

mercoledì 29 maggio 2013

Elezioni: quell'antipolitico populista di Enrico Berlinguer

"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero."

enrico-berlinguer81.jpgNon mi interessa innescare polemiche su piddini o 5 stelle. Mi interessano invece, e molto, 2 cose:
- La scoperta -dell'acqua calda- che ciò che oggi viene definito "antipolitica" è in realtà espressione della concezione più alta della politica, come dimostrato da questa intervista di cui qui riporto stralci;
- La memoria politica nulla che hanno gli italiani, e la memoria accuratamente cancellata della storia del Partito Comunista, poi PDS, poi DS e poi diluito in dosi omeopatiche nell'attuale PD. L'intervista in oggetto lanciò la cosiddetta "questione morale", che ha letteralmente dominato il dibattito politico italiano per anni. Argomento del tutto dimenticato, così come opportunamente dimenticato è stato il suo portatore, l'onorevole Enrico Berlinguer.
Eccovi la questione morale, in un'intervista a Repubblica del Luglio 1981.
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss".
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran
parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di
riceverne, o temono di non riceverne più.
Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando
le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni.
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione,
bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. Quel che deve
interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi;
rischia di soffocare in una palude.
Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili
privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
Ecco, ricordate oggi queste: le parole di un populista antipolitico. E una questione morale che dopo trent'anni è non solo ancora presente, ma probabilmente ha vinto. Berlinguer, d'altronde, è morto.

sabato 27 aprile 2013

Il Pd salvato dai ragazzini

dal blog di Giuseppe Civati

Care e cari amici democratici di #OccupyPd,
mi rivolgo a voi perché per me siete l’unica «riserva della Repubblica» a cui guardare in queste ore. Da Bologna, da Torino, da molti circoli, si è levata una voce libera, preoccupata e a tratti indignata per quanto stava accadendo.
Capisco e condivido la vostra amarezza e il vostro spaesamento, che sono anche i miei. Non ho la presunzione di darvi la soluzione, ma ho la certezza che solo ascoltandovi potremo andare da qualche parte.
Sembra che nessuno voglia davvero ascoltare la ‘base’, nemmeno quando i dirigenti falliscono così miseramente. Dopo avere fatto primarie per qualsiasi cosa, a ripetizione, il momento più alto della vicenda politica del Pd è precipitato in una decisione oscura, di 101 parlamentari che hanno eliminato il padre fondatore del Pd dalla corsa al Quirinale, per correre verso l’alleanza che in cuor loro cercavano da tempo. Senza assumersene alcuna responsabilità: prima l’ovazione, poi il voto segreto, poi l’appello perché fosse Napolitano a dirci che cosa avremmo dovuto fare. Come se non fosse una nostra decisione.
Il segretario Bersani, che certo ne ha sbagliate, è stato già dimenticato, perché altri, che ora si presentano come abili in politica e nella vita (perché c’è molto di esistenziale, in tutto questo), avevano da fare.
Ecco, mi piacerebbe che partissimo da qui, per raccontare una storia diversa, che vi veda protagonisti. Che non contempli più le divisioni per corrente di vent’anni fa, ma la nuova Italia che possiamo e vogliamo costruire.
Tocca a voi, care ragazze, cari ragazzi. Che siete più esperti, perché siete più liberi. Da parte mia, c’è l’impegno a condividere con voi ogni passo, ogni parola, ogni momento e a portarlo all’attenzione delle cronache, per quanto mi sarà possibile.
Siamo viaggiatori leggeri, non dimentichiamolo,
pippo

mercoledì 3 aprile 2013

Democrazia senza partiti

Marco Dotti intervista Marco Revelli

«Non può esserci democrazia funzionante senza il canale dei partiti. Nessuna nuova o più vitale democrazia può nascere dalla demonizzazione dei partiti». Con queste parole, pronunciate al Teatro Toniolo di Mestre nel settembre del 2012, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è fatto interprete di un timore largamente diffuso tra le classi dirigenti: il rapporto tra democrazie e forma-partito sarebbe sul punto di rompersi definitivamente. A tutto svantaggio, sostiene Napolitano, della democrazia. È davvero così? Marco Revelli insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale e ha da poco pubblicato un libro, Finale di partito (Einaudi, pagine 138, euro 19), in cui affronta la questione collocandola in un passaggio d’epoca ben più radicale – il pieno ingresso in una società post industriale – senza il quale ogni “pro” e ogni “contro” i partiti rischia di rimanere una sterile petizione di principio.

Una caratteristiche della nostra società è che gli individui si fidano sempre meno gli uni degli altri, perché stentano a riconoscersi. Finita l’era dell’ottimismo – ottimismo tecnologico, fede nel progresso o nel mercato – le basi materiali della fiducia si sono sgretolate e la caduta generale del legame ha inevitabilmente toccato anche il rapporto tra cittadini e partiti. È una crisi che spinge non pochi analisti a una facile equazione: più si abbassa il livello di fiducia nei partiti, più cresce la passività tra i cittadini. La crisi della fiducia sarebbe quindi il vettore di ciò che impropriamente viene chiamato “populismo” o tacciato di “antipolitica”. Lei come legge la situazione dentro questo quadro generale di défiance?
Marco Revelli: La caduta del legame di fiducia è clamorosa e oramai conclamata. La fiducia nei partiti, in Italia, tocca livelli parossistici e non supera il 5 per cento. Questo significa che solo un cittadino ogni venti crede ancora nella possibilità di un’azione concretamente democratica condotta attraverso i partiti politici.
Questa crisi di fiducia nei partiti rischia di intaccare anche la fiducia nelle istituzioni che, relativamente al Parlamento, si attesta su un misero 8 per cento. Comprendiamo subito che in una democrazia parlamentare come la nostra, laddove il Parlamento dovrebbe essere il vero sovrano, il sovrano è in realtà completamente sfiduciato. Fenomeno che in Italia, come detto, tocca livelli parossistici, ma è generale ed esteso a tutto l’Occidente. Negli anni Sessanta e Settanta, nonostante fossero anni di contestazione, di lotte sociali e di conflitti, la fiducia nelle istituzioni era altissima e toccava picchi del 70 per cento. Il mondo è cambiato ma troppo spesso chi ragiona “di” politica e “in” politica non registra questo cambiamento. Avverte il disagio, si accorge che le cose non funzionano ma come se ci si fosse allontanati da un modello che prima o dopo potrebbe riprendere funzionare: la democrazia dei partiti. Al contrario, quel modello è finito. Finito come è finita la grande impresa: come non possiamo illuderci che a Mirafiori tornino a lavorare cinquantamila operai, così non possiamo pensare che tornino i grandi partiti di massa. I partiti erano grandi fabbriche del consenso. Queste fabbriche non funzionano più, così come non funzionerebbero più le vecchie fabbriche di automobili. Dobbiamo cercare di capire come si riassesta la politica dopo questa mutazione genetica dei suoi protagonisti e dei suoi soggetti. Soggetti che, beninteso, non scompaiono ma i partiti di oggi hanno una parentela lontanissima con i loro progenitori.

Negli scenari futuri è possibile quindi una prospettiva di democrazia senza partiti?

Marco Revelli: Abbiamo conosciuto una fase specifica della democrazia dei moderni, quella della seconda metà del Novecento. Una fase che si caratterizzava per un modello democratico il cui protagonista principale e quasi esclusivo era il partito politico. Gramsci lo definì «il moderno principe» e difatti il partito sembrava il soggetto destinato a occupare quasi per intero la nostra modernità politica. In realtà, sappiamo che la democrazia – e anche la democrazia dei moderni sorta dopo la Rivoluzione del 1789 – è nata ben prima dei partiti. Prima esistevano certamente gruppi di notabili, raggruppamenti di individui ma ciò che tecnicamente chiamiamo “partito” non esisteva. Sottolineerei che persino un pezzo di Italia liberale tardo ottocentesca non conosceva i partiti strutturati come li abbiamo conosciuti col partito di massa. Sono stati i partiti socialisti e i partiti cattolico-popolari che hanno introdotto quella forma nella politica.

lunedì 28 gennaio 2013

Le elezioni e i movimenti della politica

Bruno Giorgini - sinistrainrete -

La democrazia. Dice Spinoza: una società che esercita collegialmente il potere in modo tale che tutti siano tenuti a obbedire a sè stessi, senza che nessuno sia costretto a obbedire a un proprio simile.
I partiti. Fin quando gli esseri umani saranno animali politici esisteranno i partiti, ovvero libere associazioni di cittadini/e che sulla base di programmi e progetti si contendono il potere e/o il governo della città, della polis. Ovviamente le forme concrete e i poteri dei partiti cambiano a seconda delle fasi storiche. In Italia negli ultimi decenni i partiti sono degenerati diventando vieppiù macchine per il potere di persone e gruppi di pressione fondate quasi sempre sull’interesse personale, il malaffare, la corruzione, la rapina e lo sperpero del pubblico denaro, l’occupazione indebita di istituzioni della società. Si pensi al disastro della spartizione partitica dei posti nella sanità pubblica, la collusione con organizzazioni criminali, nonchè con costi per il loro funzionamento al di là di qualunque giustificazione. Questo dilagante malaffare ha contaminato anche le istituzioni rappresentative, talchè i nostri onorevoli, si fa per dire, guadagnano molto di più dei loro colleghi europei che non sono certo poveri, lo stesso vale per il Presidente della Repubblica e da lì in giù per tutti, fino a uscieri e impiegati. Senza alcun dubbio due sono i motori di questa corruzione dei partiti italici, chi più chi meno tutti coinvolti: il finanziamento pubblico, giustificato col fatto che altrimenti la politica se la potrebbero permettere solo i ricchi, a conferma del fatto che le vie dell’inferno sono spesso lastricate dalle migliori intenzioni, e la collusione tra politica e affari, fino agli appalti dedicati alle organizzazioni criminali, fino alla trattativa tra stato e mafia, dopo gli attentati contro Falcone e Borsellino.
Certamente quindi sono legittimi i sentimenti di rabbia e di diffidenza verso i partiti, verso questo sistema dei partiti, e anche la voglia di ribaltarli scacciando i mercanti dal tempio, a pedate se necessario. E’ il cosidetto sentimento dell’antipolitica che in realtà esprime una giusta indignazione per questa politica e l’esigenza di un‘altra politica, di cui è in parte incarnazione il movimento cinque stelle, ma largamente diffuso ben oltre. Significativa a questo proposito la recente iniziativa in Sicilia dei quindici consiglieri regionali cinque stelle che hanno restituito il 70% degli emolumenti (un consigliere regionale siciliano guadagna circa 15.000 euro al mese, uno scandalo). Lo farà qualcun altro? Difficile, direi impossibile, vuoi mai che sia demagogia!!! La ciliegina sulla torta è la legge lettorale, la porcata o porcellum come tutti la chiamano, e che nessuno ha voluto modificare, troppo ghiotto il potere che affida ai partiti, e soprattutto ai loro segretari, di scelta sugli onorevoli deputati e senatori, nonchè quindi sull’intera nomenclatura. Capolavoro di ambiguità e ipocrisia sono state le primarie del PD per le candidature al Parlamento, col listino, anzi il listone del segretario Bersani, la lista dei fedelissimi e fedeli, garantiti con buona pace di chi alle primarie parlamentari ha creduto. Intanto nascono nuovi partiti, nessuno dei quali però vuol chiamarsi partito, ma movimento, nuovo soggetto politico, lista civica e quant’altro. Alcuni sono stati generati per gemmazione dal PDL, che non a caso si chiama popolo delle libertà, e non partito, per costruire una costellazone di centrodestra più forte sul piano elettorale, mentre altri amerebbero distinguersi dai partiti tradizionali introducendo innovazioni radicali, per esempio nella costituzione delle liste. Ma, a parte il movimento 5 stelle, nessuno pare esserci riuscito. Il tronfio Monti ha dovuto incassare più liste alla Camera, con i catorci dell’UDC e gli ex giovani leoni di FLI intoccabili, così perdendo Corrado Passera, scusate se è poco, per non dire delle acrobazie per la lista senatoriale a tenere insieme consumati, anche nel senso dell’usura, professionisti dell’establishment e delle clientele (quando non peggio) con qualche nome un poco più presentabile, i famosi candidati della società civile, poveretti. Ma se i conservator/reazionari liberisti montiani che proclamano di voler riformare la politica non ridono, ecco che piangono i nuovi , o che si vorrebbero tali, “a sinistra” del centrosinistra, la lista di “rivoluzione civile” guidata da Ingroia, con Di Pietro tra gli alfieri. Di Pietro l’uomo che sposò la TAV e la repressione al G8 di Genova, per non dire dei suoi affarucci privati, e, già più dignitosi, i segretari del PRC e del PDCI, nonchè dei verdi a costituirne l’ossatura militante e di lista. E non manca il mercato delle vacche col primo acquisto, l’ex cinque stelle consigliere regionale Giovanni Favia, fino a ieri secondo il dettato grillino nè di destra nè di sinistra, da oggi rivoluzionario civile. Quando si dice la transumanza, un tempo trasformismo. Acquisto cui Ingroia ha dedicato molte ore negli ultimi giorni, in uno spaccato della politica abbastanza indecente. Ma d’altra parte suvvia non siamo moralisti, se la politica è un mestiere come un altro senza alcuna idealità, una volta licenziato da una company cosa può impedirmi di essere assunto in un’altra, dipende semplicemente dal profitto che mi viene proposto, stock options o privilegi e poteri della politica che siano. In quest’ottica forse come per gli ordini professionali si dovrebbe introdurre un albo dei “politici” con regole di deontologia sia per l’accesso che per i comportamenti, ma anche questo a tutt’oggi pare essere troppo. Infine la neonata ALBA, alleanza per il lavoro i beni comuni e l’ambiente. Un piccolo partito, scusatemi: nuovo soggetto politico, antiliberista e che pretenderebbe anch’egli di riformare la politica in senso democratico e partecipativo, a partire dal suo stesso funzionamento interno. Un partito che nascendo da un gruppo di intellettuali, molti torinesi, ha tentato di promuovere una ipotesi di lista elettorale “cambiare si può” per un radicale rinnovamento, lista uscita di strada alla prima curva. E oggi “cambiare si può”, ammesso e non concesso che continui a esistere, o piuttosto la parte che vuole continuare a esistere (o finge di), più o meno obtorto collo è obbligata a riferirsi per le elezioni a Ingroia, secondo il detto “o mangiare questa minestra o saltare dalla finestra”.

lunedì 10 settembre 2012

La Germania e le banche. Piccolo manuale di rientro alla realtà per elettori Pd

- Senzasoeste -
allucinazioniL'elettore Pd è uno dei più creduloni esistenti sul mercato della comunicazione politica internazionale. Ha votato il partito per avere un argine contro Berlusconi e il Pd, con il cavaliere, ci ha fatto un governo. Ha votato PD per salvaguardare welfare, lavoro e pensioni e si è visto tagliare stato sociale, articolo 18 e prestazioni pensionistiche. Ha votato il partito democratico a difesa della costituzione e il PD, con Berlusconi, l'ha modificata inserendo il liberismo del pareggio di bilancio stravolgendo radicalmente l'idea di economia presente nella carta del '48 (che il liberismo lo conosceva, infatti non ci fu inserito).

Adesso si balocca con l'ultima delle fantasie "i successi del governo Monti". Una fiction di fantascienza estrema di produzione Repubblica-Unità-Tg3 che va in onda solo in Italia. Tant'è vero che quando sugli schermi italiani si parlava delle lodi della Merkel a Monti, sui giornali tedeschi si commentavano le dure, reali contrapposizioni tra Italia e Germania. Per non dire dell'aumento RECORD del debito pubblico, della grave situazione della bilancia import-export, del crollo della produzione industriale, dell'aumento dei disoccupati. Tutti successoni recenti del governo Monti.
Del parco buoi di creduloni che ha votato Pd nel 2008, secondo le rilevazioni degli istituti di marketing e facendo proiezioni sui risultati delle amministrative di maggio, ha già disertato un pò piu' di elettore su quattro. Sempre troppo pochi, perchè l'improbabile partito di Bersani si tiene stretto un nucleo fatto del 25% di votanti ancora utile per mandare definitivamente in malora questo paese. E' a questo tipo di credulone che bisogna dire "la festa è finita, non puoi recarti nell'urna con quelle strane idee come se tu andassi a berti un aperitivo". E' a questo genere di pericolo pubblico, che pure si sente investito di senso di responsabilità mentre compie il folle gesto di votare Pd, che bisogna saper parlare. Ecco due argomenti che persino un tipo di credulone conclamato che vota Pd potrebbe capire.

-CHIMERA numero uno. Il prestigio di Monti e di Draghi, convincerà la Merkel sulle misure necessarie per salvare l'euro tramite la Bce.

Prima di arrivare alla verità, cioè che questa moneta unica e questo sistema bancario continentali produrranno sempre sfracelli, bisogna atterrare nella realtà. E per il nostro elettore piddino non si tratta di passaggi facili. Il primo da fare è capire che i successi di Monti esistono solo su Repubblica e nei tg della Berlinguer. La prova? Semplice basta leggere le agenzie di stampa. Monti va da Obama, chiede un intervento sulla Grecia e Obama dice no. Monti va dalla Merkel, ottiene regolarmente dei no, e la stampa italiana parla delle "lodi della Merkel a Monti". Monti va da Rajoy chiede che la Spagna non faccia richiesta di aiuti, perchè poi il commissariamento toccherebbe all'Italia, e Rajoy fa capire all'Europa (gli italiani non contano, c'è il black out informativo) che chiederà gli aiuti. Monti va in Cina chiede investimenti e non arrivano. Infine Monti va da Hollande che non solo non gli concede nulla ma gli dice "bello, se hai bisogno di aiuti ti fai commissariare". E lo sapete perché? Perchè la Francia, con 511 miliardi di euro, è il paese maggiormente esposto in Europa in acquisti di debito pubblico italiano. AL CONTRARIO di quanto raccontato nelle fantastiche fiction di Repubblica e del Tg3, la Francia ha tutto l'interesse a fare gioco di squadra con la Germania perchè l'Italia salvaguardi il capitale francese. Gioco di squadra, cementato da interessi comuni e incrociati, come in Grecia.
Insomma, i successi di Monti non ci sono. Quindi la Merkel non è in grado di convincerla. Ma andiamo ai numeri. Ecco qui un servizio di Der Spiegel

domenica 29 aprile 2012

Nasce Alba, il non-partito che cerca un posto al sole

diRiccardo Chiari 29.04.2012 - ilmanifesto - Assemblea a Firenze del «soggetto politico nuovo». Che ora ha un nome-marchio, Alba, e grandi aspirazioni. È il primo passo di un «work in progress». Traguardo imminente: un referendum contro il fiscal compact. Ma l'ambizione guarda al 2013
Con la studiata strategia d'azione di un progetto in costante divenire ma già con l'evocativo nome Alba, quello che fino a ieri si chiamava Soggetto politico nuovo muove il suo primo passo. Ben attento a restare in equilibrio, per non imboccare subito i vicoli ciechi del "nuovo partito" - l'ennesimo alla sinistra del Pd - o della stanca riedizione dei girotondi dell'ormai lontanissimo biennio 2001-03. Un work in progress insomma, forte della buona conoscenza, a tutti i livelli, dei meccanismi della comunicazione, come dimostra il nome-marchio che è l'acronimo di Alleanza lavoro-beni comuni-ambiente.
Forte anche di un lavoro ormai di lunga data, almeno da parte del gruppo dei fiorentini della «Sinistra unita e plurale» che ha organizzato l'assemblea aperta al palasport Mandela forum, sui metodi di una partecipazione che sia quanto più possibile inclusiva. Ancora da definire invece sul piano dell'effettiva consistenza, nonostante possa essere considerata un successo la presenza di circa 1.400 persone all'iniziativa.
E su quello del programma di lavoro, le cui basi sono comunque ben sintetizzate da Marco Revelli in apertura di giornata : «Partiamo dalla pregiudiziale antiliberista, cioè la constatazione del fallimento totale del dogma che ci ha portato alla catastrofe attuale e la necessità di contrapporgli un organico modello alternativo. In parallelo dalla centralità della questione del lavoro, a cominciare dalla difesa intransigente dello Statuto dei lavoratori nella sua integralità».
Quanto alla domanda che tutti si fanno, e cioè l'eventuale partecipazione alle elezioni politiche, in chiusura Massimo Torelli chiarisce: «Il soggetto politico nuovo 'Alba' nasce perché speriamo ci sia un numero elevato di cittadini che non trova nell'attuale offerta politica un suo riferimento ideale. Non ci siamo dati la scadenza del 2013, il percorso avviato oggi andrà avanti di tappa in tappa, e a seconda di quanta partecipazione riusciremo ad attivare, stabiliremo tutti insieme che fare».
Nel segno, ancora una volta, di quella «metafora del viaggio» assai cara a Paul Ginsborg, che già nella stagione dei forum sociali segnalava l'importanza del «camminare insieme», anche rispetto all'approdo finale.
Per certo dall'assemblea è emersa ancora una volta una aperta critica ai partiti «nella loro forma novecentesca», così come evidenziato in apertura da Revelli: «Se siamo qui, in questo sabato di ponte, è perché avvertiamo che non c'è più tempo: che i pilastri fondamentali che la Costituzione aveva posto alla base della nostra democrazia - intendo i partiti politici - stanno sgretolandosi. E rischiano di trascinare nel loro crollo le stesse istituzioni repubblicane». Al tempo stesso non sfugge a Revelli il pericolo del «soggetto esclusivo». Tanto da fargli fare una importante precisazione: «Siamo per l'appartenenza plurima.
Per l'apertura a tutti coloro che condividono questo stile 'altro', anche se militano, contemporaneamente, in un'altra organizzazione». Se l'obiettivo del soggetto politico nuovo Alba è quello di una nuova cittadinanza («Quella che ha mostrato il proprio profilo esattamente un anno fa, con la vittoria referendaria e con i risultati 'eretici' delle amministrative in molti comuni»), c'è chi, come Alberto Lucarelli, insiste sulla critica delle attuali forme di partito: «Oggi sono fisiologicamente inadatte alle realizzazione dell'articolo 49 della Costituzione, per questo è necessario un nuovo soggetto che non abbia paura di confrontarsi con la rappresentanza e le elezioni».
Un nuovo soggetto che ad esempio lavori, da subito, per raccogliere le 500mila firme necessarie a un referendum contro il fiscal compact in modo da allargare le rete dei potenziali sostenitori. Sull'altro fronte Nicola Fratoianni di Sel riconferma l'importanza dell'appuntamento autunnale degli Stati generali del centrosinistra: «Saranno gli stati generali del futuro, per costruire un processo largo in cui tutti siano protagonisti».
Mentre Paolo Ferrero di Rifondazione, che si trova d'accordo con gli assi cartesiani programmatici evidenziati da Revelli, segnala ancora una volta la necessità di un fronte unitario e plurale: «Rispettoso delle differenze, perché oggi l'attività politica viene fatta in maniera plurale e non si può ricondurre 'ad uno', e al tempo stesso metta insieme tutti coloro a cui non piacciono né il governo Monti né soprattutto le sue politiche».
Perché a tutti, ricorda applauditissimo Giorgio Airaudo della Fiom, non deve sfuggire un dato di fatto: «Serve qualcosa di grande per rappresentare il lavoro, che ne ha un gran bisogno, e affrontare battaglie non per testimonianza ma per vincerle.
E chiunque voglia affrontare le elezioni del 2013 in modo credibile, non può non dire come si correggono i disastri delle 'riforme', da quella delle pensioni a quella del mercato del lavoro».

Alba

Pubblicato 29 aprile 2012 nuovaresistenza - di Norma Rangeri 29.04.2012
Non è perfettamente chiaro cosa diventerà da grande, ma è già stata battezzata: si chiamerà Alba, acronimo di alleanza al lavoro, beni comuni, ambiente. Una terna di temi irrinunciabili per una robusta cura ricostituente dell’esangue sinistra italiana.
Con al centro il sole dei beni comuni, identikit di questo inedito laboratorio politico chiamato alla sua prima assemblea nazionale, dopo la pubblicazione, su queste pagine, del «Manifesto per un soggetto politico nuovo» (acronimo impossibile). Alba richiama una storia antica, quando i nostri bisnonni anarchici mettevano nomi di battaglia alla prole. Una nobile tradizione di fine ’800, quando forse ci sarebbe bisogno di qualche cambiamento anche nel linguaggio.
E un nome che arriva con forse eccessivo anticipo sulla «cosa» che dovrà rappresentare. I lettori del nostro giornale hanno potuto seguire la discussione che ha portato all’appuntamento di Firenze e che in parte si è riproposta davanti a una platea, attenta e silenziosa, di mille persone.
Differenze di rilievo sul che fare (presentarsi alle elezioni politiche, anzi no), sui rapporti con la sinistra che c’è, ma affrontate esplicitamente, nominate in modo diretto, in omaggio a quel metodo nuovo, alla base del manifesto politico, da donne e uomini impegnati nei territori.
Non solo ceto politico. Fiumi di parole ma poche chiacchiere, quasi un bisogno fisico di ritrovare il gusto di una discussione sui contenuti, contro il roboante vuoto retorico degli slogan di governo, contro l’afasia di un Pd che lo sostiene e vota in silenzio il più pesante spostamento dell’asse costituzionale introducendo il pareggio di bilancio, come ha scritto Gianni Ferrara sul il manifesto, e come è stato rilanciato da Firenze, è urgente avviare un raccolta di firme per rispondere al colpo.
Democrazia, rappresentanza, diritti, bisogni, ricette possibilmente convincenti su come ritrovare un senso e una forza dopo l’era neoliberista («lavorare perché lo Stato operi come datore di lavoro di ultima istanza», come propone Luciano Gallino), bisogno di alleanze (come ha ricordato utilmente Giorgio Airaudo).
Naturalmente è legittimo sperare che non si finisca nell’imbuto di un piccolo partito in più, come anche augurarsi che i beni comuni non diventino il logo per ogni battaglia, annacquando il senso invece assolutamente speciale di referendum come quello sull’acqua pubblica. Si tratta di trovare il modo per unire, su battaglie e campagne, una sinistra che non si rassegna a votare il meno peggio ma nemmeno vuole rimettere insieme i soliti vecchi cocci.

L'area dei delusi divide la sinistra Ginsborg: ora ci proviamo noi

- larepubblica - ROMA - Con la fiducia nei partiti crollata al 5 per cento e l'astensionismo vicino alla metà dei votanti, immaginare un'altra politica, «la buona politica», può aggregare un'area del «10-12 per cento».
Lo dice Ugo Mattei, professore di diritto civile a Torino, estensore con Paul Ginsborg, l'assessore di De Magistris Antonio Lucarelli, Luciano Gallino, Marco Revelli e altri, di un manifesto che può farsi a sua volta partito. «Nell'arco di due legislature questo movimento può diventare la maggioranza del paese», si sbilancia Mattei.
Oggi a Firenze il movimento per un "soggetto politico nuovo" organizza un'assemblea pubblica. Sceglierà un nome, quasi sicuramente "Lavoro e beni comuni". Da giorni il manifesto (il giornale) alimenta il dibattito. Ieri è intervenuto Alberto Asor Rosa suggerendo la necessaria «cattiveria» per dare forma e corpo alla protesta contro gli attuali partiti e il pensiero unico del neoliberismo. Prove tecniche di una corsa alle elezioni politiche, verrebbe da pensare.
L'unica certezzaè chea sinistra crescono fermenti, disagi, contestazioni e che possono succhiare linfa al Partito democratico. Da Grillo a questa riedizione dei Girotondi, molto si muove. «Allora - ricorda il professore girotondino Ginsborg - abbiamo supplicato i partiti di cambiare direzione, di abbandonare un modello fallimentare, di aprire la politica alla partecipazione. Non lo hanno fatto». Così, a volte ritornano. Li spinge il modello del referendum sull'acqua, bene comune per eccellenza, successo inaspettato e clamoroso, una sfida partita dal basso e arrivata con veemenza al traguardo, subito messa in discussione da sindaci e partiti che si rifiutano di prendere atto della volontà popolare. Com'è accaduto con il finanziamento pubblico.
La battaglia per i beni comuni, il superamento di una società dedicata al solo Dio denaro, ha attirato anche la firma, tra le 4 mila raccolte finora, di Stefano Rodotà. Con qualche riserva. «L'obiettivo è un'organizzazione a rete, un sostegno alla politica lontanissimo dall'antipolitica. Ma guai a pensare a un partito. Guai a trasformarlo in un luogo che raccoglie tutti i reduci delle battaglie perse della sinistra. Il manifesto deve essere aperto. Attenzione al pacchetto chiuso».
Nel documento non manca la critica ai partiti, una critica severa. Per far nascere un partito nuovo, come vorrebbe il sindaco di Napoli De Magistris che scalpita per lanciarsi sul palcoscenico nazionale? Si vedrà. Ginsborg assicura che il movimento non vuole correre in maniera autonoma. «Sarebbe una follia pensare che possiamo fare tutto da soli».
Cercherà alleati, connessioni. Già oggi Sel invierà una sua delegazione all'assemblea. Anche Di Pietro apprezza: «L'Italia dei valori cerca una piattaforma programmatica aperta a tanti soggetti. Del manifesto mi piacciono le firme e i contenuti. È arrivato il momento di scomporre e ricomporre tutte le realtà di oggi. E non chiamiamola anti-politica».
Un'ispirazione del "soggetto nuovo"? Cristina Kirchner, il presidente argentino che ha rilanciato il Paese e affronta a muso duro le multinazionali. Il nostro governo tecnico piace pochissimo. «Dobbiamo rinegoziare il debito. Avviare un default controllato e ripartire da zero», sogna Mattei. Questo tipo di argomenti preoccupano il Pd. «Una certa sinistra non riesce proprio a essere europeista», si lamenta Francesco Boccia.
«Altro che rinegoziare il debito, dobbiamo accelerare sull'unità politica della Ue». Il vicesegretario Enrico Letta però prevede un nuovo fallimento. «Da due anni nell'area alla nostra sinistra provano a spaccare il Pd e unire le forze. Non sono riusciti a fare né l'uno né l'altro. Sono divisi e nascono sempre nuove sigle. Mentre il Pd in quel campo mantiene la sua egemonia». Non caso Letta sceglie la parola egemonia, nell'anniversario della morte di Gramsci. La provocazione del "moderato". - GOFFREDO DE MARCHIS

sabato 28 aprile 2012

                                                                    di Zag in ListaSinistra
Il rapporto fra la società e chi deve dare delle risposte strategiche , ma anche tattiche, politiche è stato messo in crisi rispetto al novecento, ma questo rapporto non può essere eliminato altrimenti comparirà sotto altre forme mistificate e pericolose. La frammentazione e la scomposizione, l'apparente facilità di individuazione dell'unità del secolo scorso, oggi scomparsa, , dei soggetti del lavoro e dei soggetti del capitale ha portato solo apparentemente a pensare alla loro scomparsa. Oggi ancor più di ieri questa frammentazione nasconde una unità , e il suo disvelamento non può essere più affidato alle vecchie forme e strumenti. Il partito l'organizzazione sindacale non possono più dentro di loro ricomporre e rappresentare perché quella rappresentazione troppo frammentaria e quelle forme di rappresentazione non più adatte al contesto e alle nuove forme di rapporti di produzione. Il sindacato perché per sua natura è organizzazione volontaria di lavoratori dipendenti, può rappresentare oggi, solo una minima parte della composizione di classe. Accanto ad essa vi sono altre forme di coagulo di esigenze e di bisogni del mondo degli sfruttati sotto altre spoglie e con altre esigenze. Il conflitto di classe si compone di molte altre fenomenologie alle quali occorre dar risposte organizzative diverse. Il partito non può più essere istituzione nelle istituzioni, non più adatto, non più efficace dal punto di vista della classe a dialogare e rappresentare le diverse moltitudini di forme di organizzazioni di classe . Esso deve ritornare ad essere laboratorio di analisi e di prospettive politiche , di strategie e di tattiche politiche. Interlocutore con le componenti di classe, ma al di fuori dalle istituzioni e non più istituzione di per se. Ancora una volta è nella Costituzione la risposta .  Zag

sabato 21 aprile 2012

“I capibranco della politica”

CURZIO MALTESE da La Repubblica del 21 aprile 2012 - giovannitaurassi -

I capi dei babbuini, con i quali condividiamo il 98 per cento di patrimonio genetico, rimangono tali anche quando non sono più di alcun aiuto agli altri babbuini. Robert Sapolsky, genio californiano della biologia, descrive così il comportamento di un capobranco: «Solomon era ormai anziano e riposava sugli alberi, continuando a sfruttare la sua straordinaria capacità d´intimidazione psicologica. Da circa un anno non affrontava più un combattimento. Si limitava a guardare sdegnosamente il potenziale avversario, faceva qualche giro minaccioso lì intorno. O al massimo s´arrampicava su un albero e la cosa finiva lì. Erano tutti terrorizzati da lui». L´arte recitativa dei capi babbuini più esperti arriva a ingannare il branco in altri raffinati modi, per esempio nella ricerca del cibo. Se lo trova, non lo segnala agli altri, ma finge di continuare la ricerca, per poi tornare al boccone e divorarlo da solo.
Nella sua bellissima Anti storia d´Italia il grande intellettuale triestino Fabio Cusin, di formazione azionista, individua il modello della politica italiana nella signoria quattrocentesca, con un padrone assoluto circondato da una corte servile.
Ora, se incrociamo gli studi sui primati e l´intuizione di Cusin, abbiamo una fotografia esatta della politica e anche dell´antipolitica italiana. Dal punto di vista della struttura padronale di partiti e movimenti, politica e antipolitica sono infatti la stessa cosa. Semmai nell´antipolitica, la struttura proprietaria e assolutista è ancora più accentuata.
Si discute da decenni sulla crisi dei partiti, qualcuno vuole distruggerli e per farlo di solito è «costretto» ad aggiungerne un altro alla lista. Ma la verità è che i partiti in Italia non esistono più. Tranne uno, il Pd, che ricorda gli altri partiti occidentali. Almeno non ha un leader a vita, che sarebbe una cosa normale in democrazia, ma viene considerato un segno di debolezza. Per il resto la politica è fatta da una dozzina di oligarchi che dispongono delle risorse economiche di movimenti ormai designati col loro cognome e decidono tutto, dalle liste dei parlamentari in giù, senza dover consultare alcun organismo collegiale. Berlusconi ha nominato cavaliere lo scudiero Alfano come si faceva appunto nelle corti del Quattrocento, ma continua a essere il vero padrone del Pdl ed è capace di far saltare i vertici di maggioranza se soltanto si sfiorano i privilegi del suo regno televisivo. La Lega non è riuscita a fare a meno di un Bossi menomato dalla malattia e ora, dopo gli scandali che hanno toccato la famiglia stessa del capo, è costretta a fingere che Bossi non sapesse nulla di quanto gli accadeva intorno e a un palmo di naso. Il centro è pure composto da tre signorie personali, quelle di Casini, Fini e Rutelli. A sinistra Sel non esiste senza Nichi Vendola, dominus assoluto dei neo libertari. Quanto ai libertari storici, i radicali, sono sempre stati una lista con nome e cognome, prima Marco Pannella e poi Emma Bonino, circondati da un cerchio magico dove l´obbedienza contava assai più del merito. Salvo che più di un fedelissimo è andato poi a servire padroni più solvibili.

Manifesto per un soggetto politico nuovo

per un’altra politica nelle forme e nelle passioni - soggettopoliticonuovo -
Non c’è più tempo

Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.

Oggi la sfera separata della politica in Italia, ‘il palazzo’ per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi; le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell’ amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. E’ ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.

La ‘poesia pubblica’, per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera.

Il ‘non partito’ parte a Firenze

Daniela Preziosi - ilmanifesto -
Assemblea aperta per il «soggetto politico nuovo». Sette minuti a testa, poi si vota il nome. Appuntamento il 28 aprile, si lavora al programma. «Niente di deciso», ma si punta al 2013. Si inizia subito in difesa dell’art. 18

Il toto-nome già impazza. Perché, alla sinistra è chiaro dai tempi dello scioglimento del Pci, il nome è la cosa. Quindi ad appassionarsi alla scelta del nome del «soggetto politico nuovo» (lanciato da un «manifesto» sottoscritto da molti intellettuali e politici) sono in tanti. «Lavoro e beni comuni» il più gettonato. E «Libertà è partecipazione»; o «Democrazia comune», ma poi la sigla sarebbe Dc, sconsigliabile. Così come «Democrazia e partecipazione»: anche «Dp» non è alla sua prima uscita. «AltrItalia», «AltrEuropa». Per questo durante «l’assemblea nazionale aperta», convocata il 28 aprile a Firenze, saranno piazzate le urne per votare il nome, scelto nella rosa dei quattro più postati online. Il simbolo seguirà, tre agenzie si sono già offerte di lavorarci.
Oggi partono le convocazioni per l’iniziativa. Con una mail indirizzata a ognuno dei (a ieri) 3802 sottoscrittori, e telefonate ai tanti che – sulla rete ma anche sul nostro giornale – sono intervenuti anche criticando l’iniziativa. Gli organizzatori si aspettano grandi cose se hanno deciso di attrezzare per 1200 persone il ridotto del Mandela Forum (accanto allo Stadio).
Nessuna scaletta precostituita, solo indicazioni «di metodo democratico, partecipativo e fattivo nello stesso tempo». Sessione plenaria la mattina, relazione iniziale degli organizzatori max 15 minuti, sette minuti a intervento, facendo i conti ci escono una ventina di persone, con proposte finali di coordinamento nazionale e regole (da inviare prima al sito www.soggettopoliticonuovo.it). Votazione. Poi, dalle 15 e 30, dibattito nelle commissioni, per lavorare su programma e forma organizzativa. Quanto alla forma, «la crisi dei partiti si sta trasformando in crisi di legittimazione del modello democratico», scrivono gli organizzatori, e allora per «spezzare la spirale della sfiducia e dell’inazione» il soggetto nuovo non sarà uno dei tanti partiti, ma comunque «uno strumento costituzionale di partecipazione della cittadinanza alla vita democratica del paese, che intende essere protagonista non marginale né minoritario della lotta politica». Uno strumento «non esclusivo», orientato «al rigoroso principio di legalità e a un’assoluta trasparenza e condivisione dei processi decisionali», con una struttura a rete nei territori, «non centralistica, ma neppure acefala», con un’associazione di scopo per aprire un conto corrente per un finanziamento trasparente, come ossessivamente raccomandano tutti i visitatori del sito (più di 30mila dalla pubblicazione del manifesto).

domenica 15 aprile 2012

Come difendersi dalla dittatura turbocapitalista? Intervista a Ugo Mattei

Come difendersi dalla dittatura turbocapitalista? Intervista a Ugo Mattei
Articolo di Francesco Maria Toscano del 14.04.2012 - soggettopoliticonuovo -

Esiste e cresce nel Paese reale la consapevolezza circa il totale fallimento di quelle politiche liberiste, fatte di tagli al welfare e pareggi di bilancio, che stanno mettendo in discussione persino le fondamenta democratiche della civiltà occidentale. Questa massa critica, consapevole e determinata, costituisce certamente un’avanguardia culturale, non sparuta né settaria, orfana però di qualsiasi riferimento politico-partitico accettabile e in grado di recepirne le legittime istanze. Mentre la sopravvenuta debolezza di un modello turbocapitalista, al guinzaglio della peggiore finanza, costringe le principali forze politiche italiane a gettare la maschera collaborando alla luce del sole, sotto la sapiente guida del fratello maggiore Mario Monti, per difendere un sistema tribale che ne continui a soddisfare le mediocri ambizioni, c’è chi correttamente comincia a porsi il problema impellente e non rinviabile di come dare sbocco politico e organizzativo ad una realtà di pensiero che per adesso vive soltanto una dimensione accademica e sentimentale. Questa necessità è sicuramente avvertita da quel gruppo di intellettuali che, da Paul Ginsborg a Luciano Gallino, ha elaborato un manifesto per un soggetto politico nuovo (clicca per leggere), capace concettualmente di ribaltare in profondità quel nefasto paradigma liberista e neoschiavista che tiene in ostaggio anche partiti formalmente progressisti come il Pd di Bersani, malato cronico di montismo. Una iniziativa interessante che merita di essere approfondita. E proprio per capirne di più che ho intervistato, in esclusiva per i lettori del Moralista, uno dei fondatori e protagonisti di questo coraggioso progetto che si rivolge potenzialmente a quella vastissima platea di elettori desiderosi di cambiamenti sistemici e non formali. Ugo Mattei, giurista, editorialista de Il Manifesto, ha tra l’altro recentemente pubblicato per Laterza editore il libro “Beni Comuni, un manifesto”.

Professor Mattei, perché è necessario un nuovo soggetto politico?

Perché bisogna invertire la catena di comando dando rappresentanza alla base. La battaglia referendaria in difesa di beni fondamentali come l’acqua testimonia l’esistenza di una enorme massa critica che ha una forte sensibilità pubblica, capace di sviluppare un pensiero critico dell’esistente nonostante le mistificazioni veicolate di continuo da un blocco mediatico sostanzialmente monolitico.

A chi vi rivolgete?

E’ evidente una certa affinità con il pensiero politico che potrebbe, semplificando, definirsi di sinistra. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di creare l’ennesimo partitino che vive di rendita e si barcamena senza costrutto nell’agone parlamentare. La nostra ambizione è quella di costruire un blocco autenticamente democratico che contrasti la deriva autoritaria rappresentata dall’esperienza Monti. In questa ottica parliamo a tutti quelli che non si rassegnano ad essere commissariati da un tecnocrazia al servizio della grande speculazione internazionale.

In cosa consiste la vostra diversità?

Preliminarmente dalla chiarezza della proposta che ci permette di rifuggire dai sofismi di alcune forze politiche di pseudo sinistra che da troppo tempo, non solo in Italia, si sono rassegnate a recitare il ruolo degli utili idioti funzionali ad ammorbidire strumentalmente le durezze di un modello di destra che è tragicamente diventato terreno condiviso.

Il vivo e i morti

- Beppe Grillo -
Rigor Montis in cinque mesi di governo è ringiovanito, l'aria di palazzo Chigi gli ha fatto bene dopo anni di panchina in Bocconi. Pdl e Pdmenoelle sembrano invece invecchiati di un secolo. Il Liquidatore Finale è sempre più vivo mentre i Gemelli del Debito Pubblico sono sempre più morti. Non hanno alternative, devono appoggiare il governo e nascondersi sotto le gonne della Governante di Varese per non finire linciati, ma più dura Monti, più loro deperiscono. Il Sistema non può però permettere che perdano il loro peso elettorale. Se Bersani dovesse scendere al 15% o Alfano al 12% si scatenerebbe una notte dei lunghi coltelli e dovrebbero ritirare la fiducia al governo. Ho il sospetto che siano entrambi già scesi sotto il 20% da mesi, ma che non possa essere divulgata la notizia. E' più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che rintracciare qualcuno che dichiari che voterà Pdl o Pdmenoelle alle prossime elezioni. I sondaggi che danno il Pdl al 24,2% e il Pdmenoelle al 24,9% dove li fanno? Ad Arcore? Nelle sedi delle cooperative rosse. Questa situazione non può durare a lungo, più le tasse incideranno la carne viva degli italiani, più questi si ricorderanno che devono ai due maggiori partiti il fallimento del Paese. E' improbabile che Pdl e Pdmenoelle, la coppia "de fero", resistano da qui alle elezioni del 2013 con percentuali significative. E loro lo sanno.
Nel 1993 la frana del Sistema fu arrestata dal trasformismo di Forza Italia, un partito "nuovo" contenitore di ex socialisti e ex democristiani. Vent'anni dopo l'esercizio è più difficile. Il Paese è a un passo dal baratro economico. Ci proveranno comunque invocando l'emergenza. Tra un anno l'unica cosa certa è che staremo molto peggio di ora. Tra le alternative possibili: un governissimo con la fusione di fatto di Pdl e Pdmenoelle e un premio di maggioranza stratosferico, una legge elettorale che permetta a Pdl e Pdmenoelle di non fare alleanze prima del voto e di formare insieme subito dopo un governo, il rinvio delle elezioni sine die affinché Rigor Montis possa completare il suo lavoro (ipotesi perfettamente costituzionale) o brogli elettorali pianificati a tavolino. Dipende da quanto l'Italia sarà in fiamme e da quello che deciderà la BCE. Nel frattempo chi disturba il manovratore dovrà essere messo a tacere, esercizio facilissimo verso chi ha fatto parte del gioco, come Boss(ol)i e Vendola, il benefattore della Marcegaglia e di Don Verzè con soldi pubblici. I partiti stanno svanendo nell'aria come i sogni al mattino. I loro padroni non ne hanno più bisogno. Il prossimo presidente della Repubblica sarà un loro rappresentante, la Bonino ad esempio. Ci vediamo in Parlamento. Fuori o dentro.

mercoledì 4 aprile 2012

Non sputiamo sulla nostra storia

di Luciana Castellina (il manifesto 04.03.2012) - printfriendly -
Monti, da Tokio, ci fa sapere che lui è popolare, i partiti no, sono solo oggetto di disprezzo. Pirani, solitamente molto politically correct, scrive che il bello del nuovo nostro primo ministro sta nel fatto che è autonomo dalle fluttuazioni parlamentari, dalla dialettica dei partiti e dalle pressioni della società. (Voglio sperare che non si sia reso conto di cosa ha torizzato). La traduzione a livello popolare del concetto è quanto si sente sempre più ripetere: «A che mi serve la democrazia? Costa troppo. Perché debbo pagare tanti soldi perché una cricca vada a chiacchierare dei fatti suoi in un parlamento?».
A livello alto, invece, nelle istituzioni europee e fra insigni studiosi, si dice che siamo entrati nella post democrazia parlamentare, che i problemi sono ormai troppo complicati per lasciarli a incompetenti istituzioni rappresentative. Ricordo queste cose per avvertire che quando si cominciano a denunciare classe politica e, indifferenziatamente, i partiti in quanto tali, bisogna stare un po’ attenti. L’attacco alla democrazia non viene più da bande neofasciste ormai poco più che folcloristiche, ma da una minaccia più raffinata: dall’uso capzioso che ormai apertamente viene fatto dell’oggettivo fastidio, della distanza che si è scavata fra società civile e istituzioni politiche. Cui inconsapevolmente concorre anche il neo anarchismo che percorre ovunque i movimenti.
D’accordo quindi con “il manifesto per il nuovo soggetto politico” pubblicato il 29 marzo scorso su questo giornale (e firmato da molti miei amici di cui ho la massima stima) quando dicono che per salvare la democrazia bisogna arricchirla e trovare nuove forme di partecipazione e anche di democrazia diretta. Ma, vi confesso di provare anche molta preoccupazione per il tipo di nuovo soggetto politico di cui si auspica la nascita in sostituzione della forma partito novecentesca. Certo, è vero, anche i partiti di sinistra o presunta tale sono pessimi. Anche i più recenti. Bisognerebbe rifarli daccapo e naturalmente questa non è operazione che si fa sulla carta: i buoni partiti nascono sempre da un movimento reale. Ma può servire a questo scopo il descritto nuovo soggetto?
Innanzitutto non si può mettere fra parentesi il fatto che se i partiti sono diventati così è perché le istituzioni rappresentative nazionali in cui sono chiamati a far sentire la loro voce sono state da tempo svuotate di un potere decisionale che peraltro non è stato nemmeno trasferito ad altri livelli ma semplicemente assunto, extra legem, da chi stabilisce accordi privati sul mercato globale. In questi anni sono state privatizzate non solo le centrali del latte o le aziende di trasporti, ma anche la sovranità, il potere decisionale. La crisi dei partiti dipende dunque anche dalla drastica perdita di influenza che hanno subito in conseguenza di questa perdita di potere delle istanze rappresentative a tutti i livelli, anche comunale.Per questo la gente avverte la loro superfluità. Nessun soggetto politico può pensare di essere efficace se elude questo problema pensando di potersi limitare a produrre un po’ di partecipazione locale. A meno di non reinventarsi l’impero ottomano, dove ai califfati veniva lasciato qualche potere locale, mentre restava saldamente in mano a Costantinopoli ogni opzione generale e decisiva. L’idea che il sistema possa esser cambiato solo dal basso, da una rete orizzontale che, pur non negandolo, sospende la sua attenzione al problema del potere centrale e ritiene che basti una frammentata pressione dal basso per cambiarlo, credo non vada lontano.

venerdì 30 marzo 2012

Manifesto per un soggetto politico nuovo

Per un’altra politica nelle forme e nelle passioni - sinistrainrete -
Non c’è più tempo
Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.

Oggi la sfera separata della politica in Italia, ‘il palazzo’ per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi; le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell’ amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. E’ ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.

La ‘poesia pubblica’, per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera.

giovedì 1 dicembre 2011

RIPARTE DA NAPOLI LA SINISTRA CHE C'E'

di stefano galieni. Fonte: controlacrisi
Si apre venerdì, a 20 anni dalla sua fondazione l’VIII, congresso nazionale del Prc.In conferenza stampa il segretario Paolo Ferrero ha sintetizzato in 3 punti gli elementi che caratterizzeranno il dibattito. In primis la crisi «Il Prc avanza delle proposte per uscirne a sinistra – ha affermato – partendo dal presupposto che le soluzioni di marcatamente di destra come quelle proposte dalla Merkell o cosiddette liberal, come quelle di Obama, non funzionano. Ci si avvia verso una già annunciata recessione dopo 4 anni di speculazione galoppante. È ora di sperimentare soluzioni alternative, chi lo ha fatto in passato, si vedano le esperienze latino americane, oggi è in crescita». In seconda istanza nel congresso si definirà la costruzione di una opposizione al governo Monti in quanto prosecuzione delle stesse politiche liberiste di Berlusconi:«Noi ne abbiamo salutato con gioia la caduta – ha ripreso Ferrero – ma volevamo andare immediatamente a libere elezioni. Avremmo avuto un governo probabilmente di centro sinistra. Oggi si confrontano una destra tecnocratica espressa dal governo e una populista e razzista come quella della Lega. Monti sembra alla guida un pullman che sta andando contro il muro della crisi e invece di frenare o cambiare direzione, accelera». Ma il tema fondamentale del congresso deve essere quello della costruzione di una unità della sinistra e anche su questo Ferrero è stato netto:«Rivolgo ancora un appello a tutte le forze della sinistra, politiche e non, a partire da Sel a lavorare su quel 90% che ci unisce e non ad intestardirci su quel 10% che ci divide. Dobbiamo trovare le forme per dar vita ad una sinistra che risponda alla domanda di unità che proviene dalla nostra gente. Chi sostiene Nichi e in generale quel popolo della sinistra che non è affatto minoritario, come hanno dimostrato i referendum, non può ritrovarsi a condividere le scelte di questo governo». Andando poi a definire il congresso nella sua specificità il segretario è partito dal logo, quel “Futura umanità” che allude al fatto che la storia non è finita con il capitalismo e la globalizzazione come predica Fukuyama. Si vive in una grande contraddizione, quella di un mondo ricco e contemporaneamente insicuro, precario in cui non esiste equa distribuzione delle risorse e dei diritti. Ed altra parola chiave sarà, come appare sul manifesto di convocazione “connettiamoci”. Ad indicare che il ruolo del Prc- in una fase che non è di desertificazione ma di complessità e frammentazione dei conflitti- non deve essere quello di avanguardia solitaria ma di divenire nodo nella rete con le tante diverse soggettività, con le diverse forme di agire nella politica – il partito è solo una di queste – e che costituiscono la grande ricchezza di questo Paese. Con queste soggettività si vuole dar vita alla “Costituente dei beni comuni”. L’appuntamento che si apre domani giunge alla fine di un percorso che ha visto congressi in oltre 1100 circoli sparsi nelle 119 federazioni del partito, segno di radicamento forte.Si sono confrontati 3 documenti, quello proposto dalla segreteria ha ottenuto l’81,3% dei consensi, gli altri rispettivamente il 13,4 e il 5,3. Ferrero ha dichiarato di considerare gli altri 2 come un prezioso pungolo da sinistra per il partito. Il congresso inizia alle 14.30 presso il Palazzo della Fiera d’Oltremare a Napoli e terminerà domenica: «Anche la scelta della città è significativa – ha affermato Ferrero- A Napoli si è consumata l’esperienza migliore delle ultime tornate amministrative. Ha vinto non solo un candidato sindaco che verrà al nostro congresso. Ha vinto una scelta di discontinuità con le collusioni di potere e col bipolarismo imposto. Una vittoria che dovrebbe far riflettere». Numerosi gli eventi, una mostra curata da Linda Santilli e Roberto Gramiccia che vedrà fondersi il lavoro di archivio della storia del partito con l’intervento di alcuni artisti che proporranno le proprie opere dal titolo “Provare e riprovare, i volti, i gesti, le parole delle lotte”, una iniziativa, domani alle ore 19, in difesa del pluralismo dell’informazione, della stampa libera e indipendente, curata da Liberazione, e la proiezione di un film di Guido Lombardi, “La Bas, educazione criminale” sulla strage di Castel Volturno. Oltre ai quasi 600 delegati al congresso ci saranno numerosi interventi esterni di carattere internazionale. Esponenti della sinistra greca e degli indignados spagnoli, Sheila Collins del movimento Occupy Wall Street, per la prima volta in Italia e videomessaggi della giovane comunista cilena Camilla Vallejo, simbolo formidabile della rivolta in atto nel proprio paese e di Haidi Giuliani, perché a 10 anni di distanza non si dimentica ed esiste un filo rosso fra il G8 genovese, (voi g8 noi 6. miliardi) e l’attuale “noi 99% voi 1%.

lunedì 28 novembre 2011

Mario Tronti: la parola Partito

di Mario Tronti. Fonte: controlacrisi
La parola chiave serve per aprire la porta dell’agire politico. Ecco allora la difficoltà. La parola partito sembra oggi non assolvere più a questa funzione. Bisogna capire se è la chiave che si è sverzata nel tempo, o se è la serratura a essere stata cambiata, da qualcuno o da qualcosa. La forma-partito, per continuare a usare questa formula di gergo al tempo stesso burocratica ed eloquente, si è dissolta per consunzione interna, o è stata destrutturata da infiltrazioni climatiche esterne? Ricerca. Prima di tutto ricerca. Questo si vuole dire con questo fascicolo di Democrazia e diritto. E ricerca comparata, tra presente e passato e dentro un presente plurale, fatto di storie diverse, ancora declinate nel solco tradizionale dello Stato-nazione.
Più indagine storico-politica, sociologica, politologica, che teoria. Se si è data una teoria del partito, è difficile pensare che si possa dare ancora, in queste condizioni. È interessante notare questa cosa: chi ha speso più pensiero sul tema dell’organizzazione di partito è stato il movimento operaio. La parte avversa si è più preoccupata di sistemare a livello istituzionale la presenza dei partiti. Il dato di fatto è comprensibile. L’interesse dominante aveva la sua forma funzionale di esercizio del potere in quell’altra forma politica moderna, che si chiamava Stato. L’interesse contrapposto, dei dominati, quando ha dovuto cercare una forma politica che desse rappresentazione di sé a livello generale, come faceva la soluzione statale, l’ha trovata nel partito. La socialdemocrazia classica prima, il movimento comunista poi, hanno ambedue percorso, con intelligenza, questa strada. Hanno armato il proprio campo, il proletariato delle città e delle campagne, e quindi la classe operaia con i suoi alleati, nella loro civile lotta di classe, di un esercito, che come tutti gli eserciti, prevedeva soldati e generali, truppe combattenti e stato maggiore. Parlare di partito non si può senza tornare con il pensiero a questa origine storica.

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