
di Mario Tronti. Fonte: controlacrisi
La parola chiave serve per aprire la porta dell’agire politico. Ecco allora la difficoltà. La parola partito sembra oggi non assolvere più a questa funzione. Bisogna capire se è la chiave che si è sverzata nel tempo, o se è la serratura a essere stata cambiata, da qualcuno o da qualcosa. La forma-partito, per continuare a usare questa formula di gergo al tempo stesso burocratica ed eloquente, si è dissolta per consunzione interna, o è stata destrutturata da infiltrazioni climatiche esterne? Ricerca. Prima di tutto ricerca. Questo si vuole dire con questo fascicolo di Democrazia e diritto. E ricerca comparata, tra presente e passato e dentro un presente plurale, fatto di storie diverse, ancora declinate nel solco tradizionale dello Stato-nazione.
Più indagine storico-politica, sociologica, politologica, che teoria. Se si è data una teoria del partito, è difficile pensare che si possa dare ancora, in queste condizioni. È interessante notare questa cosa: chi ha speso più pensiero sul tema dell’organizzazione di partito è stato il movimento operaio. La parte avversa si è più preoccupata di sistemare a livello istituzionale la presenza dei partiti. Il dato di fatto è comprensibile. L’interesse dominante aveva la sua forma funzionale di esercizio del potere in quell’altra forma politica moderna, che si chiamava Stato. L’interesse contrapposto, dei dominati, quando ha dovuto cercare una forma politica che desse rappresentazione di sé a livello generale, come faceva la soluzione statale, l’ha trovata nel partito. La socialdemocrazia classica prima, il movimento comunista poi, hanno ambedue percorso, con intelligenza, questa strada. Hanno armato il proprio campo, il proletariato delle città e delle campagne, e quindi la classe operaia con i suoi alleati, nella loro civile lotta di classe, di un esercito, che come tutti gli eserciti, prevedeva soldati e generali, truppe combattenti e stato maggiore. Parlare di partito non si può senza tornare con il pensiero a questa origine storica.
La parola chiave serve per aprire la porta dell’agire politico. Ecco allora la difficoltà. La parola partito sembra oggi non assolvere più a questa funzione. Bisogna capire se è la chiave che si è sverzata nel tempo, o se è la serratura a essere stata cambiata, da qualcuno o da qualcosa. La forma-partito, per continuare a usare questa formula di gergo al tempo stesso burocratica ed eloquente, si è dissolta per consunzione interna, o è stata destrutturata da infiltrazioni climatiche esterne? Ricerca. Prima di tutto ricerca. Questo si vuole dire con questo fascicolo di Democrazia e diritto. E ricerca comparata, tra presente e passato e dentro un presente plurale, fatto di storie diverse, ancora declinate nel solco tradizionale dello Stato-nazione.
Più indagine storico-politica, sociologica, politologica, che teoria. Se si è data una teoria del partito, è difficile pensare che si possa dare ancora, in queste condizioni. È interessante notare questa cosa: chi ha speso più pensiero sul tema dell’organizzazione di partito è stato il movimento operaio. La parte avversa si è più preoccupata di sistemare a livello istituzionale la presenza dei partiti. Il dato di fatto è comprensibile. L’interesse dominante aveva la sua forma funzionale di esercizio del potere in quell’altra forma politica moderna, che si chiamava Stato. L’interesse contrapposto, dei dominati, quando ha dovuto cercare una forma politica che desse rappresentazione di sé a livello generale, come faceva la soluzione statale, l’ha trovata nel partito. La socialdemocrazia classica prima, il movimento comunista poi, hanno ambedue percorso, con intelligenza, questa strada. Hanno armato il proprio campo, il proletariato delle città e delle campagne, e quindi la classe operaia con i suoi alleati, nella loro civile lotta di classe, di un esercito, che come tutti gli eserciti, prevedeva soldati e generali, truppe combattenti e stato maggiore. Parlare di partito non si può senza tornare con il pensiero a questa origine storica.