Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 4 giugno 2013

Accade in Italia

Il decisionismo autoritario di un presidente–sovrano

Scritto da Gianfranco Greco - sinistrainrete -

“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”
(Mark Twain)

Trovarsi nei panni degli elettori PD deve durare una certa fatica laddove si pensi che una sapiente e risoluta operazione di restaurazione li ha fatti precipitare dalle mitiche “primarie” - condite dai precisi impegni, presi dai maggiorenti del partito, di non fare accordi con Berlusconi - ad una situazione per tanti versi surreale in cui, alla fine, i loro voti vanno a fare mucchio con quelli degli elettori PDL per dar vita - tanto per rinverdire i fasti tipici del trasformismo italiano – ad un governo delle larghe intese, voluto e realizzato da chi, da sempre, ha svolto un indefesso lavorìo a favore di questa soluzione.

Dolersi, indignarsi per la piega presa dai recenti accadimenti rientra nel più classico dei dejà vu, tuttavia nello stigmatizzare talune prese di posizione, certi giri di valzer, specificatamente a livello parlamentare, non ci si dovrebbe mai dimenticare che gli stessi sono legittimati e quindi consentiti da quella che viene, con spreco di enfasi, definita “la più bella Costituzione del mondo” che, all’art. 67, recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato” significando in tal modo che il singolo parlamentare non ha vincolo né verso il proprio partito, né verso il suo programma elettorale, né, tantomeno, verso gli elettori che lo hanno votato, ai quali viene riconosciuta la sola libertà di non eleggerlo alla successiva tornata elettorale.

Ciò avrebbe garantito, secondo i “padri fondatori”, la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento. Tuttavia lo spettacolo miserevole andato in onda, oggi come anche in passato, non avvalora di certo questa chiave di lettura finendo, invece, per dar forza alla ovvia considerazione che l’intero meccanismo si basi sul fatto che, essenzialmente, “ masse di elettori vengono trascinati nella impossibile scelta tra le differenze politiche di uno schieramento di partiti che in realtà non presentano alcuna seria concorrenza di programmi, di idee, di princìpi, ma che esibiscono una sconcia parata di lestofanti alla ricerca di quel tanto di potere che il loro investimento monetario, fatto in campagna elettorale, gli permetterà di accaparrarsi”[1] dal che emerge la natura eminentemente truffaldina del contesto elettorale di cui è plastica testimonianza proprio la vicenda italiana nella quale alla massa di “cittadini elettori”di cui ci si è serviti nell’ultima tornata elettorale viene poi rivolto il “perentorio” invito di farsi disciplinatamente da parte in quanto il manovratore o, meglio, i manovratori non devono essere disturbati.


Elitarismo intriso di autoritarismo. Come altro definirlo?


Un bell’esempio da manuale per gli esegeti, in servizio permanente, della cosiddetta democrazia borghese ai quali verrebbe da chiedere se la realtà attuale, intrisa di ingiustizia, diseguaglianze, sfruttamento, miseria, sia veramente quel “ migliore dei mondi possibili” concedendoci la licenza di parafrasare il Pangloss del “Candido” di Voltaire.

A far da dato rilevante è il permanere, nell’intera vicenda, del forte sentore che il governo delle larghe intese ma, perfino, la stessa rielezione di Napolitano facciano parte di un’unica strategia che parte da lontano e che, al di là della bolsa retorica sulla pacificazione, sul superamento delle divisioni, abbia a che vedere con gli impegni sottoscritti con l’Europa, con gli organismi internazionali, con centri finanziari, in sintesi col preciso intento di dar continuità agli impegni presi tra cui la macelleria sociale portata avanti con precisione chirurgica dal governo dei bocconiani.

domenica 12 maggio 2013

L’ultimo bunker della destra

di Marco Bascetta   - ilmanifesto -

Non basta il presente a spiegare il presente. Soprattutto in Italia, dove la “non contemporaneità del contemporaneo” è sempre alacremente all’opera. E di certo vi è solo che non c’è alcuna rivoluzione in corso né in prospettiva, tanto meno quando abbondano i tribuni che la evocano. Il percorso tortuoso conduce a una fine nota: quelle larghe intese che nel nome della “responsabilità” ignorano, quando non reprimono irresponsabilmente tutto ciò che di vivo e di non definitivamente rassegnato esiste ancora in questo paese. Non è la prima volta, ma è la prima volta che una classe dirigente screditata come non mai e nel suo insieme perdente quanto ai numeri e alla capacità di leggere il contesto in cui agisce, si blinda senza offrire alcun compromesso a una società stremata. È qui che i paragoni storiografici di Giorgio Napolitano con gli anni ’70 mostrano come la memoria possa volgere in sclerosi e come il pio desiderio di interpretare una nuova situazione con un vecchio paradigma partorisca più mostri del sonno della ragione, fino a confondere le “convergenze parallele” di un tempo con le marcescenze parallele di oggi.
Lo schema è pressappoco quello, collaudatissimo, della vecchia destra comunista da cui il presidente della repubblica proviene.
Consiste, certo semplificando all’estremo, nello stabilire, in accordo con i poteri forti del momento e con i “mercati”, una serie di “compatibilità”, garantire che le forze sociali rappresentate dalla sinistra le rispettino senza fiatare, nel condannare, reprimere e accusare di fascismo (rosso o a 5 stelle poco importa) ogni forma spontanea di mobilitazione e di dissenso, nell’impedire ogni pretesa di esercizio della democrazia che anche garbatamente si discosti dai canali istituzionali e dagli equilibri politici tra i partiti maggiori.
Ne consegue, oltre all’apprezzamento pratico e ideologico dell’austerità, una profonda ostilità nei confronti dello strumento referendario, per non parlare dei movimenti e del conflitto sociale nonché dei diritti di libertà che potrebbero disturbare il mondo cattolico (e cioè i suoi vertici e ideologi).
Nel suo discorso inaugurale Napolitano ammonisce «mai la piazza contro i partiti!». E per cosa mai bisognerebbe scendere in piazza se non contro leggi inique votate da una maggioranza che non riteniamo rappresentarci? Quando questo accadeva 35 anni fa ci pensava il ministro di polizia delle “convergenze parallele” Francesco Cossiga, oggi chi ci penserà? E’ una politica che abbiamo vista all’opera innumerevoli volte non solo nelle scelte politiche del Pci, ma anche nella partita sempre aspra tra i vertici della Cgil e le rivendicazioni di democrazia sindacale provenienti dagli operai, dalla base, dai metalmeccanici o altri settori del sindacato. Anche nel sindacato i manovratori non vogliono essere disturbati.
Nel frattempo l’Europa a egemonia germanica ha offerto nuovi argomenti alla politica delle compatibilità, la crisi economica ha provveduto a ridimensionare ogni pretesa, si può fingere che il Pdl non sia poi così diverso dalla Dc, tanto da rendere del tutto superflua la vecchia promessa di repertorio degli “equilibri più avanzati”. Le riforme, quelle sì, a sbandierarle non si rinuncia mai. Ma i destinatari a cui debbono piacere sono ormai i capitali vagabondi e capricciosi. Quanto agli altri, da un bel pezzo, quando sentono la parola riforma si rannicchiano per proteggersi la testa dalle bastonate
Questa forma mentis, la dottrina e la pratica patriottica e a democrazia limitata della destra comunista è l’unica solida realtà che il Pds, poi Ds, poi il malnato o mai nato Pd hanno ereditato dalla casa madre ed è infatti l’unica cosa, come dimostra l’impossibilità di rinunciare a Napolitano, che può, in un modo o nell’altro, direi nel peggiore, tenerli insieme, nonostante faide, tradimenti, apocalissi culturali. E a dispetto di ogni mutamento della realtà e della sensibilità sociale. Il contenuto del richiamo all’unità, alla scelta di maggioranza condivisa, è questo e solo questo. Che si discuta, che ci si laceri in una lotta senza quartiere tra le fazioni, che i militanti occupino i circoli o brucino le tessere, la sintesi politica è alla fine questa: Napolitano presidente, governo di larghe intese.
I grillini non sono gli indiani metropolitani del ’77 (ma maniacali cultori della rappresentanza e dell’obbedienza incivile), il Pdl non è neanche lontanamente la Dc, solo la dottrina della destra del Pci resta se stessa. E i suoi antichi schemi reggono, anche senza un Partito degno di questo nome mantengono clandestinamente in vita una specie di centralismo democratico, raccolgono il plauso di Berlusconi, e naturalmente quello europeo. Come la costituzione sovietica riducono al minimo la democrazia esaltandola oltre misura.
È la forma più garbata di connubio tra liberismo e autoritarismo ( nel senso di una indiscutibile autonomia dei manovratori, di una prevalenza sacrale dei governanti sui governati ) a tirare le fila della crisi politica nella figura di Giorgio Napolitano. Si può essere un po’ cinesi anche se al posto del partito unico ce ne sono parecchi e parecchio rissosi.
Probabilmente solo un convinto esodo dal Pd ( ma, per carità, senza aspirazioni a rifondare) potrebbe porre fine a questa storia, all’ipnosi di una unità che nei termini in cui si è data e in quelli, ancor peggiori, in cui promette di darsi condurrà a una distanza siderale dalla società reale e in conseguenza a una pura e semplice disgregazione.
In altre parole si dovrebbe farla davvero finita col Pci, non con quello immaginario con cui Berlusconi si balocca e terrorizza gli allocchi, ma con quella sua eredità reale di cui si serve e con cui volentieri tratta, quella che ha le facce di Violante e D’Alema, di Veltroni e Fassino e anche di diversi solerti giovani che non sanno nemmeno a quale fonte si abbeverano. Per dirlo in estrema sintesi quel Pci che piace a Eugenio Scalfari.
Questa politica è venuta in piena luce con l’elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della repubblica così come la natura profonda del Pd e la sua intima resistenza a ogni rinnovamento. Non c’è più niente da “stare a vedere”. Luigi Pintor scrisse una volta, a proposito del neonato Pds qualcosa come «pretendono di non venire da nessuna parte e dunque non andranno da nessuna parte». Temo che invece, almeno i più avveduti, dove andare lo sapessero benissimo. Ci sono arrivati, che ora gli piaccia o meno.
Dalle macerie ancora fumanti si leva impaziente la voce dell’ennesimo “rifondatore”, un migliorista naturalmente, con poche idee e molta prosopopea. Quello che vuole rendere l’Italia “più smart”. Il mondo è davvero cambiato, almeno nel gergo, Giorgio Amendola non parlava così.

martedì 30 aprile 2013

PROFILO DI ENRICO LETTA, ALIAS MONTI JUNIOR

Italia DI ANDREA ALIPRANDI
comedonchisciotte.org

“Io ce la metterò tutta perché gli italiani non ce la fanno più dei giochetti della politica.”
Enrico Letta

Al di là del volto pulito, dei 47 anni ben portati e dei modi più o meno galanti di Enrico Letta, è bene conoscere alcune cose sul suo passato recente e remoto, per capire che cosa ci riserva il futuro.

Posizioni politiche ed economiche:

- Appoggio incondizionato a Napolitano-Monti, suoi compagni nella loggia segreta (“mega-P2 globale”) Gruppo Bilderberg e nella loggia semi-segreta e super-esclusiva creata da Rockefeller: la Commissione Trilaterale;

- Euro sì. Morire per Maastricht, titolo e sottotitolo del suo libro edito da Laterza ( http://www.ibs.it/code/9788842052487/letta-enrico/euro-si-morire.html); Letta dunque è un eurocrate di lunga data, peraltro poco lungimirante, non avendo avvertito i pericoli dell’area euro; curiosamente, il “giovane” eurocrate Letta ha “trascorso parte dell'infanzia a Strasburgo http://it.wikipedia.org/wiki/Strasburgo dove frequenta la scuola dell'obbligo http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_dell%27obbligo” (dalla sua pagina di Wikipedia);

- Pro austerity di Monti. Letta dice, il 9 ottobre 2012: “Noi abbiamo voluto per primi Monti, caricandoci anche responsabilità non nostre. Noi rivendichiamo la giustezza di quella scelta. La condivisione profonda di quanto è stato compiuto e la necessità di una continuità programmatica nel prossimo governo è sancita, peraltro, dalle conclusioni della Carta d’intenti, ribadite e votate dall’Assemblea di sabato all’unanimità” (http://www.liberoquotidiano.it/news/1094581/Nel-Pd-volano-stracci--Fassina-Monti-%C3%A8-da-rottamare--Letta-%C3%A8-in-contrasto-col-partito.html );

- Chi critica l’austerity di Monti è cattivo. Per Letta, Fassina con le sue critiche a Monti, compagno di merende di Letta nel Bilderberg e nella Trilaterale, “ha passato il segno” ( http://www.liberoquotidiano.it/news/1094581/Nel-Pd-volano-stracci--Fassina-Monti-%C3%A8-da-rottamare--Letta-%C3%A8-in-contrasto-col-partito.html ); poco importa se oggi Letta si dichiara contrario all’austerity: ha già ampiamente dimostrato di essere ondivago e poco lungimirante.

- La nomina di Mario Monti è stata “un miracolo” (v. sotto, sezione “Amicizie e parentele”, voce Monti);

- Goldman Sachs è coraggiosa. “Goldman Sachs” “sembra avere più coraggio e lucidità di analisi” rispetto a “tanti rappresentanti dei poteri economici italiani che paiono timorosi nei confronti di una prospettiva di centrosinistra” ( http://www.asca.it/news-Pd__E_Letta__da_Goldman_Sachs_conferma_di_vocazione_europeista-1199195-POL.html ); NB: Mario Monti e lo zio Gianni Letta sono consiglieri per conto della Goldman Sachs. Goldman Sachs, la più grande banca d’affari statunitense (e del mondo), già nel 2007 è stata al centro di una inchiesta della Procura di Pescara per una frode al fisco per almeno 202 milioni di euro ( http://espresso.repubblica.it/dettaglio/banche-daffari-e-di-truffe/1629089; http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=5770& , http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=5770& ). Goldman Sachs è ritenuta corresponsabile della crisi greca ed è stata additata come responsabile del crollo della lira agli inizi degli anni ’90, “dapprima annunciandone la sopravvalutazione ed indicando nel livello di 1000 lire al marco il tasso di cambio che essa riteneva realistico, poi buttandosi a vendere lire per contribuire a ottenere quel risultato.” ( http://www.movisol.org/draghi4.htm)

- Privatizzazioni selvagge. Privatizzare tutto. Pro bono della Goldman Sachs. Letta annuncia: “È arrivato il momento di cominciare a parlare di privatizzazioni. Penso a Poste, Ferrovie, Eni, Enel, Finmeccanica e alle 20 mila aziende partecipate degli enti locali” ( http://vocialvento.com/2011/07/12/i-repubblichini/ ); anche in questo senso le privatizzazioni di Letta saranno in continuità con i metodi del suo maestro Andreatta e del suo idolo Monti (consigliere per la Goldman), a favore di Goldman Sachs, in combutta con lo zio Gianni e quindi in pieno conflitto di interessi ( http://affaritaliani.libero.it/economia/privatizzazioni-il-tesoro-sceglie-goldman-sachs-e-soc-generale-valutazione-quote.html ); in caso di uscita dell’Italia dall’euro, con la conseguente svalutazione, e tramite il suo funzionario Letta, Goldman Sachs potrà acquisire i gioielli nazionali a prezzo molto ribassato. Il sogno di privatizzare l’Enel e altri gioielli nazionali, in parte realizzato, era già di Andreatta ( http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/03/13/Altro/PRIVATIZZAZIONI-ANDREATTA-2_184900.php).

- Affidare a Goldman Sachs la valutazione delle partecipazioni statali ad aziende per vedersi ridurre poi drasticamente i bond italiani che aveva in portafoglio. Questo infatti è accaduto con il governo Monti: lui ha affidato a GS le valutazioni su “Fintecna, Sace e Simest in vista della cessione alla Cdp” e GS ha ridotto del 92% i bond italiani che aveva in portafoglio,” portandoli da 2 miliardi di euro a una misera quota di 155,2 milioni di euro. In pratica, le collusioni di Monti con Goldman Sachs sono controproducenti da ogni punto di vista e anche in prospettiva futura, perché invia un fortissimo segnale di sfiducia agli investitori. Lo stesso, si deve presumere, avverrà con il prossimo governo Napolitano-Letta ( http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-08-09/doccia-fredda-goldman-sachs-160710.shtml?uuid=Abtzo0LG ). Del resto appare chiaro a cosa potrebbero essere mirate quelle riduzioni di portafoglio: a una svalutazione di tutto il patrimonio industriale nazionale, che poi verrà acquistato a prezzi di favore dalla stessa Goldman Sachs.

giovedì 25 aprile 2013

Travaglio, l'imbalsamazione e l'Italia modello Paperopoli

L'editoriale di oggi, 25 aprile, firmato da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

In ossequio alle nuove disposizioni impartite dal Minculnap alla stampa nazionale affinché cooperi con il nuovo governo evitando notizie e atteggiamenti disfattisti per il bene supremo della Patria, e a parziale rettifica di quanto affermato in questa sede, teniamo a precisare che, nonostante le apparenze, l'Italia non s'è trasformata in una monarchia assoluta. Nelle monarchie assolute, infatti, la corona e il trono si tramandano di padre in figlio, mentre in Italia si procede per imbalsamazione (presidenza della Repubblica) o per una particolare forma di partenogenesi modello Paperopoli, da zio a nipote (presidenza del Consiglio). Entrambe le discendenze denotano comunque una ristrettissima varietà di cognomi (da Napolitano a Napolitano, da Letta a Letta), onde evitare il disorientamento delle masse e assicurare la dentizione e nutrizione dei branchi (il cosiddetto "familismo molare"). Per il resto, il quadro è chiarissimo.

In ossequio ai principi della più squisita democrazia parlamentare e della più rigorosa separazione dei poteri, il Presidente della Repubblica si presenta alle Camere genuflesse per chiedere la fiducia sotto la minaccia di sganciare l'arma letale: le sue dimissioni. E così confessa di aver accettato il secondo mandato a una precisa condizione: che il Parlamento gli consenta di fare il governo che vuole lui, altrimenti se ne va. I vecchi partiti obbediscono per acclamazione, ben lieti di prendersi qualche finta scudisciata in cambio del salvataggio delle rispettive poltrone e prebende. Sistemato il potere legislativo, il Presidente risale sull'ermo Colle e si occupa dell'esecutivo: finge di consultare i partiti per mezza giornata (il tempo di una genuflessione per uno), poi finge di pensarci su un'intera notte, infine incarica un suo clone, che appena nato era già vecchio, ma giusto perché non può fare tutto lui ed è bene che, almeno formalmente, le cariche di presidente della Repubblica e del Consiglio siano affidate a due persone diverse. Però tiene a precisare che Lettino l'ha scelto lui, mica il Parlamento.


Tanto il Nipote, a parte rimangiarsi quel che ha detto per anni su B., non ha molto da fare: il programma gliel'ha già scritto Napolitano, tramite gli appositi saggi, saggiamente nominati quando ancora si pensava che avrebbe lasciato il Quirinale. Idem per la lista dei ministri, una pura formalità: il capo dello Stato la passa al premier che l'indomani, cioè oggi, gliela riporta su al Colle, dove lui fingerà sommo stupore come se non fosse sua e poi la firmerà; seguiranno giuramento, brindisi e molte autocongratulazioni. Così sistemati il legislativo e l'esecutivo, cosa resta? Ah sì, i poteri di controllo. Ma anche lì il più è fatto. La Corte costituzionale, che ha nelle mani il processo Mediaset per un conflitto di attribuzioni, doveva sbloccarlo ieri con una sentenza: ma ha fatto sapere che non è il momento, se ne occuperà un'altra volta, ci farà sapere, non c'è fretta.


Il tutto per bocca del relatore Sabino Cassese, giurista insigne, già consigliere del Colle e candidato del Colle al Colle, nonché accompagnatore e tutor della brillante carriera universitaria di Giulio Napolitano (da non confondersi con Giorgio: è il figlio). Viene così rinviata sine die, e forse avviata a prescrizione, sentenza che potrebbe trasformare un padre della Patria in un pregiudicato per frode fiscale, altrimenti poi la gente si ricorda i processi (peraltro tutti sospesi da giudici servizievoli fino a data da destinarsi) e torna in piazza. Resta qualcosa? Ah, già, la libera stampa: il Presidente assume su due piedi la guida dell'Ordine dei Giornalisti e della Federazione della stampa e lancia il monito più superfluo della storia dei moniti, quello a "favorire, cooperare e non rinfocolare". I cooperanti annuiscono quasi all'unisono, solo un po' offesi dal sospetto di voler rinfocolare: ma quando mai, Sire. Com'è umano lei.

mercoledì 24 aprile 2013

Il mistero buffo della rielezione

10. New Man 1923 by El Lissitzky 1890-1941Carlo Formenti
Come definire la rielezione di Giorgio Napolitano? Non parlerei di golpe perché, in questo coup de theatre, il dramma si mescola alla farsa, per cui preferirei definirlo (in omaggio a Fo) mistero buffo. Ma veniamo alle performance degli attori; a partire dai media,
i quali, invece di recitare il ruolo di cronisti sono stati fin dall’inizio parte in causa, incalzando la “casta” perché svolgesse diligentemente il compito di passiva esecutrice dell’interesse dei mercati.
Così Michele Ainis (sul Corriere del 21 aprile) ha salutato la rielezione di Napolitano come sbocco inevitabile del “tempo dell’eccezione” (citazione schmittiana?), e il giorno dopo il duo Alesina – Giavazzi ha indicato sulle stesse pagine la via obbligata tracciata dallo “stato di necessità”: ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Intanto nessun giornale, a parte Micromega, dedicava uno spazio adeguato alla notizia che i due massimi teorici dell’austerità, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano ammesso che i loro dati erano sbagliati (ennesimo scacco per la teoria secondo cui non si esce dalla crisi senza ridurre il debito pubblico).
Passiamo a Napolitano. Come è stato autorevolmente argomentato, non c’è stata violazione della Costituzione. Il vero punto è un altro: che senso ha parlare di stato di eccezione se non esiste un sovrano? O meglio, se sovrano non è lo stato nazione, che Napolitano dovrebbe incarnare, bensì i mercati? In effetti Napolitano è stato rimesso lì proprio per servire il vero sovrano, ruolo che aveva già assolto egregiamente chiamando Monti alla guida di un governo che ha fatto strame delle nostre condizioni di vita.
Chi ce lo ha rimesso? Tutte le componenti di un sistema democratico in stato di decomposizione avanzata (non a caso molti hanno evocato lo spetto di Weimar), ma il vero regista del mistero buffo è stato il Pd, o meglio la sua attuale, palese impotenza, approdo finale della lunga deriva iniziata con il compromesso storico, con il definitivo accantonamento della sua identità di classe e la conseguente trasformazione in uno dei tanti partiti che si dicono interpreti dell’interesse generale e del bene comune – pompose espressioni dietro le quali (come ben sapevano i vecchi militanti del Pci) si nasconde appunto l’interesse del mercato sovrano.
Ora Vendola (e Barca?) si candidano a rifondare una “vera” sinistra riformista, degna di sedere al fianco delle socialdemocrazie europee. Ma è un’operazione fuori tempo massimo, visto che anche quei partiti, sebbene con stili più dignitosi, accettano passivamente i diktat di istituzioni europee che agiscono come una cupola regionale del finanzcapitalismo globale. Perché il Pd non ha votato Rodotà, si sono chiesti i milioni di elettori di Sel, 5Stelle e dello stesso Pd.
Ebbene, il Pd non poteva votare Rodotà e non tanto perché, come si è detto, ciò avrebbe spaccato il partito (che probabilmente si spaccherà comunque), ma perché a proporre Rodotà è stato 5Stelle, un movimento che – sia pure rozzamente e senza un vero progetto politico – rappresenta quella rabbia popolare contro l’austerità che terrorizza un sistema di cui il Pd è parte integrante; e ancor più perché Rodotà incarna una cultura politica e giuridica che tenta di fare sintesi fra principi e valori della sinistra tradizionale e la domanda di nuovi diritti che sale dai movimenti (parla troppo di beni comuni e troppo poco di bene comune).
Tentativo senza dubbio problematico e in ogni caso troppo radicale per non risultare indigesto all’establishment. Infine due parole su Grillo. La sua reazione è stata significativa: ha gridato al golpe ma poi ha edulcorato il giudizio parlando di “golpettino furbetto”; ha evocato la piazza ma poi si è ben guardato dal mobilitarla.
Grillo “cavalca” la rabbia popolare ma al tempo stesso la teme, ha paura che gli sfugga di mano perché non è in grado di governarla politicamente. Per farlo ci vorrebbe una sinistra antagonista che oggi in Italia non esiste. Tocca dunque sperare che i tanti progetti paralleli di rimetterla in piedi la smettano di contemplarsi l’ombelico, e diano vita a un serio progetto di aggregazione a partire dall’obiettivo comune: rendere la vita difficile al sovrano.
Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie

Il Cambiamento

Marco Cedolin

Ci sono voluti quasi due mesi, dopo le elezioni di febbraio, per condurre l'Italia al punto d'incontro con il secondo golpe, promesso da Napolitano e da Monti a tutti i poteri forti internazionali alla vigilia della campagna elettorale.

In molti si supponeva che saremmo giunti al nuovo colpo di stato, attraverso le ire dei mercati ed il progredire dello spread, invece la strada scelta è stata di tutt'altra natura. Bersani e Berlusconi hanno di fatto menato per il naso gli italiani che li hanno votati, attraverso due mesi di teatrino tanto folkloristico e disordinato, quanto mirato ad ottenere l'effetto voluto. Il primo ostinandosi fintamente ad inseguire l'appoggio di Beppe Grillo, pur sapendo bene che mancava qualsiasi spazio per ottenerlo. Il secondo cavalcando l'affondamento dell'Italia (quasi le colpe del disastro fossero di un evento tellurico) ed inseguendo Bersani, fingendo di volerlo abbracciare stretto.

PD e PDL hanno passato il tempo cianciando di cambiamento e chiamando i propri elettori a manifestazioni farsa, fino ad arrivare al momento dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica.....

Giunti al punto concordato, Bersani, pur avendo la possibilità di fare eleggere fin dalla prima votazione un uomo del suo partito, nella persona di Stefano Rodotà, proposto molto generosamente da Beppe Grillo, unitamente alla promessa di quell'apertura in chiave nuovo governo a lungo (fintamente) agognata, ha detto di NO, preferendo proporre Marini con il gradimento di Berlusconi. Giunto alla quarta votazione, quando Marini avrebbe avuto i voti per venire eletto, essendo scesa la soglia, ha detto di NO anche a Marini, preferendo riesumare il cadavere politico di Romano Prodi, uno dei pochi uomini invisi a Berlusconi e pertanto destinabile a venire bruciato, mancando l'appoggio del PDL e del partito di Monti.

A questo punto i giochi erano fatti, per giustificare l'avvento del golpe. Tutti i partiti (a parte Grillo ovviamente) in fila alla corte di Giorgio Napolitano, per incoronarlo alla guida del secondo colpo di stato, così come imponevano i dettami della troika e dell'amministrazione Obama.

Basta dissidi, basta veti incrociati, basta franchi tiratori, basta distinguo, basta presidi a comando davanti a Montecitorio, basta polemiche. Tutti uniti, felici e soddisfatti, nel nome del nuovo che avanza e garantirà all'Italia un futuro prospero, sulla falsariga di quanto sperimentato negli ultimi anni.

Molto (ma proprio molto) presto anche la formazione del nuovo governo non sarà più un problema. Nessuno parlerà più di elezioni, nessuno si sentirà in difetto ad abbracciare il proprio avversario politico, nessuno si sognerà di creare problemi. Napolitano nominerà Enrico Letta alla guida di un nuovo governo delle banche, sulla falsariga di quello guidato da Monti e tutto sarà pronto per le nuove tasse, i nuovi licenziamenti, i nuovi suicidi ed il nuovo crollo del paese.

Il cambiamento arriva a grandi passi, attenti a non rimanere disorientati. E Beppe Grillo? Fino all'ultima votazione il movimento 5 stelle ha continuato a sostenere il nome (condivisibile o meno) di Stefano Rodotà, ma a detta della vulgata si tratterebbe di un partito incoerente, inesperto e privo di senso di responsabilità. Buona parte della colpa di quanto accaduto verrà attribuita a lui. Voleva il cambiamento e ora che Napolitano viene ad incarnarlo non si sente in dovere di appoggiarlo? Vergogna!

martedì 23 aprile 2013

Napolitano l’europeo e la democrazia svuotata

Napolitano l’europeo e la democrazia svuotata

di Francesco Bogliacino -
La rielezione di Giorgio Napolitano non è solo il segno delle “larghe intese” tra Pd e Pdl. È il risultato di un progetto europeo che cambia la Costituzione e restringe la democrazia
È difficile provare a ragionare sulla recente rielezione di Napolitano: qualsiasi tentativo di spiegare gli eventi finisce schiacciato sotto le immagini profondamente evocative dei personaggi coinvolti, così caricaturalmente marcati da far trionfare gli aspetti contingenti, legati all’improvvisazione degli attori, sulle cause di fondo, con la loro logica ferrea.

Così in questi giorni, tra l’omologazione culturale della stampa nazionale e il manicheismo del web, il lettore cerca di dare un senso al filo logico che lega tra loro figure lontanissime. Come nemmeno nella Commedia dell’Arte, qui si trova una galassia quanto più variegata possibile. Su di tutti c’è il vecchio comunista, che iniziò la carriera benedicendo carri armati, la continuò al Viminale introducendo i campi di concentramento per immigrati e la concluse salvando ripetutamente e inspiegabilmente Berlusconi.
Naturalmente c’è quest’ultimo: il Cavaliere è un personaggio che faticosamente si cerca di spiegare al cittadino di un altro Paese, una scheggia impazzita che mischia le pagine più ridicole e quelle più tragiche della moderna storia italiana. Tuttavia, è lunga la serie di comparsate che a modo loro hanno saputo interpretare con eccellenza il proprio ruolo nel teatro dell’assurdo: da Fassina che spiega con il suo piglio riflessivo e semitriste che Marini avrebbe stretto un legame sentimentale con il Paese (senza nemmeno una risata), all’eroico Bersani, capace di distruggere in pochi mesi – come nemmeno Veltroni – il patrimonio di struttura, organizzazione e consenso dell’ultimo superstite dei partiti di massa.
L’incapacità è innegabile, tuttavia spiega ben poco. Innanzitutto i fatti. Quanto accaduto, dagli eventi che precedono le dimissioni di Berlusconi in poi, è la più potente riforma costituzionale avvenuta in Italia. De facto, senza la benché minima legittimazione politica, si è imposta all’Italia un’agenda politica che nessuno vuole, difesa con una ridicola e sfacciata propaganda politica mascherata da consenso accademico [1]. Successivamente di fronte alla contingente sovrapposizione tra semestre bianco ed elezioni e quindi all’inevitabile necessità di scegliere una figura istituzionale capace di benedire dall’alto il governo futuro – piaccia o no, mai nella storia della Repubblica l’elezione dell’inquilino del Colle è stata così politica – si è andati chiaramente contro le indicazioni del voto recente e contro l’opinione largamente maggioritaria della propria base (nel caso del PD), in nome dell’agenda europea. I commentatori indignati di questi giorni ignorano sostanzialmente quest’ultimo punto, sottolineando l’inciucio, che è strumentale ma non fondante della manovra politica.
Se l’esigenza fondamentale fosse stata l’accordo con Berlusconi non si spiegherebbe la proposta di eleggere al Quirinale Prodi, che aveva fatto saltare i nervi al PDL, ma che invece sarebbe stato perfettamente accettato là dove si prendono le decisioni, visto il pedigree del personaggio (introduzione dell’euro, capo della Commissione). Come si scriveva in tempi precedenti [2], il progetto egemonico del capitale del centro d’Europa è fallito e questo spiega il nervosismo di Berlino e Bruxelles e l’esigenza di passare per meccanismi che non richiedano il sigillo elettorale. La classe dirigente del centro sinistra a quel progetto è legata e ne riflette gli umori, e su quello ha deciso di immolarsi. La versione “Napolitano” (o l’idea iniziale di Marini) di questo progetto riflette semplicemente la necessità di trovare una qualche forma di equilibrio politico. I personaggi in questione sono capaci di garantirlo perché disposti a offrire soluzioni che offrano mediazioni sui vari problemi giudiziari aperti, e perché offrono garanzie alle agenzie di consenso tradizionali, come la Chiesa, contro l’estensione dei diritti civili.
L’agenda politica del nuovo governo sarà ovviamente l’agenda Monti, il cui striminzito risultato elettorale indica il livello massimo del suo effettivo consenso, gonfiato dai pacchetti di voti che i partiti della sua alleanza portavano in grembo.
Chi ancora crede al progetto europeo sa benissimo che il limite al di là del quale questo modello d’integrazione diventerà indifendibile è ormai prossimo a essere raggiunto. Tacere di questo oramai diventa impossibile. Le conseguenze politiche includeranno pagine ben più oscure di qualche eccesso verbale su twitter.
[1] http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/03/13/night-of-the-living-alesina/, http://www.nytimes.com/2013/04/19/opinion/krugman-the-excel-depression.html?_r=0 La tesi del vincolo dello spread si è rivelata essere una sciocchezza: i differenziali si sono ridotti quando Draghi ha preso l’iniziativa, a fronte di elezioni in Italia, lo avrebbe fatto prima, con significativi risparmi per i bilanci pubblici.
[2] http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Egemonia-al-centro-declino-in-periferia-16356
da Sbilanciamoci.info

Il Migliorista in viaggio.

domenica 21 aprile 2013

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact. Intervento di Giorgio Cremaschi

Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi
                
Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.
Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.
Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.
Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.
E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.
D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.
PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.
Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

domenica 7 aprile 2013

Il Gran Consiglio dei saggi come la curia regis

 
Ugo Mattei - ilmanifesto -
Le due commissioni costituite da Napolitano non rispettano la normalità democratica e la Costituzione (nella formazione dei governi). Ma rispondono all'Europa dei mercati
Sabato scorso Napolitano ha annunciato la nomina di un nuovo organo costituzionale che propongo di chiamare, senza necessità di esplicitare l' inquietante assonanza, il Gran Consiglio del Riformismo. Il Gran Consiglio non è organo esecutivo, perché il Presidente ha preferito confermare il governo in carica, accogliendo la posizione del teorico della prorogatio, il collega Becchi, senza curarsi della ratio dell' art. 94 Cost., per cui «entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia». E' vero che Monti non è stato mai sfiduciato dalle vecchie Camere, ma è anche vero che adesso c'è un nuovo Parlamento. Se poi vogliamo dirla tutta, neppure Berlusconi, che di voti a febbraio ne ha presi ben più di Monti, era stato sfiduciato quando fu accompagnato alla porta da Napolitano su indicazione della Bce.
Tuttavia, il problema adesso non è la natura costituzionale di un governo dimissionario in prorogatio da mesi, che seguita a prendere impegni con l'Europa cui deve poi rispondere il popolo, ma quella del neonato Gran Consiglio del Riformismo, il quale se non è un surrogato del governo, non può neppure considerarsi un organo del legislativo, anche se sembra avere il compito di produrre proposte di legge per guidare i lavori del nuovo Parlamento. Una tale funzione, sostitutiva della presidenza delle due Camere, sarebbe forse potuta essere assegnata ad un nuovo organismo dal Parlamento, con una legge (probabilmente costituzionale) non certo dal Capo dello Stato, le cui prerogative sono disciplinate molto chiaramente dagli art. 87 e 88 della Costituzione. Il Gran Consiglio, sebbene debba preparare "le riforme", non è neppure una commissione bicamerale per la riforma costituzionale, che va istituita per legge costituzionale, ma è qualcosa di diverso ancora.
Bisogna risalire a Francesco Cossiga per trovare un precedente. Il picconatore, sebbene in un contesto e con funzioni molto diverse, istituì a un certo punto la Commissione Paladin, dal nome del costituzionalista che la presiedette, per far luce sui poteri presidenziali nel caso di dichiarazione di guerra. Ma in quel caso il compito era di definire i poteri del Quirinale, non di condizionare quelli altrui, vuoi del Parlamento, vuoi del presidente successivo.
Insomma, il Gran Consiglio del Riformismo è davvero è un'istituzione extra ordinem nel diritto italiano, somigliando piuttosto a quella curia regis, di cui si dotò Guglielmo di Normandia nel lontano 1066, destinata a un brillante futuro nello sviluppo della monarchia costituzionale britannica.
A voler essere costituzionalmente rigorosi, anche se mi rendo conto che il testualismo interpretativo non è di moda, ci si potrebbe domandare se non costituisca etimologicamente un attentato alla Costituzione (art. 90, Cost.), il tentativo di modificarla ex abrupto sovrapponendo un nuovo organismo con funzioni costituzionali, che per quanto si spera limitatamente nel tempo, in ogni caso modifica il normale funzionamento della macchina costituzionale.
In effetti, l'atto cui il Presidente della Repubblica (art. 92 comma 2) era costituzionalmente chiamato era quello di nominare l'incaricato di formare un nuovo governo il quale avrebbe dovuto chiedere la fiducia entro 10 giorni al Parlamento ed essere in ogni caso in carica finché non se ne fosse nominato uno nuovo. Il modo costituzionalmente rituale di adempiere a tale alto dovere, era di discendere dal più votato in giù nella nomina di tale Presidente incaricato, per esplorare a seguito di un dibattito parlamentare, le imprevedibili circostanze di un voto prima nell' una e poi nell' altra Camera.
In effetti, nelle condizioni attuali di un sostanziale pareggio fra tre forze politiche, richiedere a Bersani o altri di dimostrare «una solida maggioranza parlamentare» altro non poteva essere che la preparazione della mossa istitutiva del Gran Consiglio del Riformismo. Quest'organo di un riformismo che non è più democrazia serve da un lato a imporre la grande coalizione politica, esito voluto per diverse ragioni, da Napolitano dal Pdl e da Grillo, ma non per ora dalla coalizione Bersani-Vendola né certo dal popolo italiano, dall'altra a "rassicurare i mercati". Infatti, nel caso di fallimento dell'asse Bersani\Monti, la Grande Coalizione era l'esito voluto dall'Europa e dai mercati, istituzioni le cui direttive Napolitano interpreta in modo ben più letterale rispetto a quanto non faccia con il fraseggio della Carta Fondamentale.
Secondo il nostro diritto e la nostra venerata prassi costituzionale, se Bersani non fosse riuscito a ottenere la fiducia in Parlamento, Napolitano avrebbe dovuto vedere se per caso ciò non fosse stato possibile a qualcuno indicato dal Movimento 5 Stelle (secondo soggetto politico più votato dopo Italia Bene Comune, ancorché primo partito). Infine, se anche costui non fosse riuscito a trovare una maggioranza, sarebbe stato per qualcuno indicato dal Pdl. Questo lineare processo costituzionale, con protagonista un Presidente della Repubblica coerente con il suo attuale ruolo costituzionale (l'Italia è una repubblica parlamentare, non un modello presidenziale e neppure semi-presidenziale), avrebbe potuto completarsi nei quindici giorni da riempire vista l'indisponibilità di Napolitano (questa assolutamente sì nei suoi poteri) a dimettersi. Tutto ciò sarebbe avvenuto, come previsto dalla Costituzione, con un'aperta e democratica discussione parlamentare seguita da uno o più voti di fiducia, senza Gran Consiglio del Riformismo e senza ipoteche sul prossimo inquilino del Quirinale (sempre che davvero se ne riesca ad avere un altro).
La nostra Costituzione indica un cammino tortuoso e difficile ma aperto e democratico. In effetti, è proprio la normalità democratica in Italia a essere temuta dall'Europa, dai mercati e dalle loro vestali pronte a tradire lettera e spirito di una Costituzione pensata per un popolo libero e sovrano. Istituendo il Gran Consiglio del Riformismo, Napolitano può dare il segnale che i mercati vogliono e quindi potrà salvarci un'altra volta: tranquilli! il ritorno alla democrazia, sospesa con Monti, non è ancora all' orizzonte. L'Italia continuerà sempre più diligentemente a "fare le riforme".

giovedì 4 aprile 2013

Il presidenzialismo, altra faccia del populismo

    
Il presidenzialismo, altra faccia del populismo

Pubblicato il 3 apr 2013

di Lidia Menapace -
Sono sempre stata molto avara di riconoscimenti a Napolitano. Lo conosco da molti anni come rappresentante della destra migliorista del Pci, e da ultimo come attivo promotore del presidenzialismo. Nessuno dei due atteggiamenti costituisce reato ed è da contestare politicamente, quando non si è (come capita a me) favorevoli ad esso: come è ovvio anche essere contro il presidenzialismo non costituiscre reato.
Tuttavia che cosa mi ha fatto essere particolarmente negativa nei confronti di Napolitano? il fatto che egli a me sembra da tempo attivamente impegnato a far diventare l’Italia una repubblica presidenziale di fatto, come “costituzione materiale” si suol dire, non percorrendo pulitamente e pubblicamente la strada delle procedure previste nella Costituzione per le riforme costituzionali. Il presidente suol prender la parola su quasi tutte le questioni che capitano.
A mio parere questo atteggiamento è diventato particolarmente frequente e significativo da quando dichiarò che l’Italia doveva entrare nella guerra di Libia. Il fatto si verificò mentre era in corso a Torino il congresso dell’Anpi. Prendendo la parola, sia pure in modo molto attento e rispettoso dissi in sostanza che non gli competeva di pronunciarsi sulla politica estera italiana e che avrei considerato il suo intervento scorretto anche se avesse dichiarato, il che mi sarebbe stato gradito politicamente, che non dovevamo affatto entrare in guerra con la Libia. Le approvazioni di questo mio atteggiamento furono di gran lunga minori delle disapprovazioni, il che capita e continua a non essere un reato, ma invece di provocare un dibattito, il fatto passò tra le cose che si sussurrano. A me questo atteggiamento non piace, ma poichè non voglio fare la mosca cocchiera, me ne stetti zitta, a poco a poco soffrendo sempre più di “asma da coesione”. Napolitano consiglia suggerisce loda a tal punto la “coesione” che quasi ogni parola di dissenso gli suona stonata.
Intanto nel paese prende vigore una montata eccezionale di populismo grillino, che metà basterebbe: Napolitano nomina il governo tecnico, il che a me parve quasi un colpo di stato e da allora i comportamenti disinvolti e contradditori sono quotidiani : sembra addiritura che avvengano senza consultazioni: Monti (se c’è uno che le elezioni non le ha vinte, è lui) si è trovato prorogato con pieni poteri, subito dopo aver dichiarato in parlamento che aspetta solo di potersi ritirare
Vorrei che recuperassimo almeno e solo la precisione e il rispetto formale delle procedure e delle prassi consolidate nella vita della nostra Repubblica. Mi pare di non chiedere troppo.

martedì 2 aprile 2013

Napolitano, una manovra eversiva

 
Leggo e rileggo, sbalordito, la colomba paquale di Napolitano. Sbalordito solo per la sgradevole impudenza che la caratterizza, ma devo dire che mi aspettavo qualcosa di simile.
Condivido le parole di chi, come Flores D’Arcais, ha definito questo tramonto del peggior presidente della storia repubblicana come una “manovra eversiva”. Napolitano è andato molto oltre le prerogative costituzionali che gli sono attribuite e entro le quali avrebbe dovuto essere costretto.
Si mette il Parlamento sotto tutela. La “trovata” della “maggioranza certa” è illegale sotto ogni profilo. Dove sta scritto, in Costituzione, che il presidente della Repubblica decide lui cosa sia una maggioranza certa? E’ il Parlamento che deve dirlo, quanto sia certa, o precaria.
Il cosiddetto “comitato di saggi” non è neanche una foglia di fico sopra l’imposizione al paese di un governo inciucio Pd-Pdl. Quei nomi sono uno schiaffo all’intero paese. Il governo Monti rimane in carica senza che il Parlamento abbia potuto esprimersi. E il governo Monti è il risultato di una catastrofica decisione dello stesso Napolitano. Che ora cerca di imporne un’altra, se possibile peggiore.
Siamo fuori dalla Costituzione.

Grillo
ha, per insipienza, per presunzione, offerto il destro a una tale aberrazione. Lo ha fatto non proponendo il nome di un “suo” premier (e, aggiungo io, di un suo “governo ombra”).
Che si svegli, o che qualcuno lo faccia svegliare.
Ma l’insipienza di Grillo non assolve Napolitano. Un comico può sbagliare. Se sbaglia, dopo avere ottenuto oltre il 25% dei voti, è una brutta faccenda.
Un presidente della Repubblica non sbaglia. Se attenta alla Costituzione lo fa per scelta. Dobbiamo temere lui e coloro che, dietro di lui, sopra di lui, a fianco a lui, lo consigliano.

lunedì 1 aprile 2013

I dieci saggi impresentabili di Napolitano. Volete la guerra civile?

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saggi

La classe dirigente, la generazione, il sesso maschile che ha portato l’Italia al disastro dovrebbe salvarla? Questa accozzaglia di partitocrazia e grand commis, tutti maschi, anziani, ricchissimi, sarebbe il meglio che questo paese può schierare per indicare cosa è urgente fare per il paese? La classe dirigente che negli ultimi 40 anni ha distrutto il paese dovrebbe salvarlo?
Possono essere saggi i tagliagole leghisti che hanno voluto la morte di 5.000 migranti che riposano sui fondali del Mediterraneo? Sarebbero saggi quelli che hanno votato che Ruby era la nipote di Mubarak? Sarebbe saggio colui che provò a legittimare i torturatori repubblichini chiamandoli “ragazzi di Salò”. Chi rappresentano i dieci saggi di Napolitano? Le privatizzate, le banche, la confindustria, la grande finanza che lucra sullo sfascio, i precarizzatori del lavoro, la nomenklatura partitocratica?
Niente donne, niente giovani, niente società civile, niente cultura, niente ricerca, niente diritti, niente disagio! È così evidente che questi dieci non rappresentano il paese reale ma sono chiamati a garantire, in un momento nel quale il crollo di un regime appare dietro l’angolo, quei poteri che rappresentano al di sopra e al di fuori del gioco democratico. Qual è il disegno dietro questa carta (apparentemente) della disperazione giocata dal Presidente Napolitano? È nata ieri una repubblica degli ottimati che prescinde dal voto popolare? È legittima o è un golpe la prorogatio di fatto del governo Monti? Gli italiani che il 24 e 25 febbraio si sono divisi su tutto si sono trovati d’accordo su una sola cosa: la tecnocrazia neoliberale di Mario Monti ha il comune disprezzo di un intero popolo. Continuare a imporla sulla base di una cultura emergenziale con la quale in questo paese sono state fatte passare tutte le nefandezze è un colpo di mano. Ben maggiore legittimità avrebbe un governo Bersani, pur bocciato in Senato, per condurre il paese a nuove elezioni.
Non rappresenta il paese reale il governo Monti, non rappresentano il paese reale i dieci presunti saggi. Se un disegno s’intuisce è che i D’Alema e i Berlusconi pretendono di fare melina per altri cinque anni sperando di addormentare il fenomeno grillino. Se questa operazione riesce gli italiani comuni tra cinque anni staranno peggio di prima. Magari rassicureranno la finanza, la BCE, i mercati, che potranno continuare a spolparci un po’ al giorno. Se non riesce crolleremo di colpo e lo Stato, la Nazione stessa avrà perso ogni legittimità. Altro che Europa allora, ch’è diventata una foglia di fico. Tutto il peggio sarà possibile. Ma il crollo non sarà quello dell’Argentina o della Grecia; sarà Weimar.
Intanto, di sicuro, l’invenzione di Napolitano blocca il corso democratico della legislatura. Il suo dovere, se Bersani non riesce a formare un governo, è incaricare Berlusconi (o chi per lui) e, dopo di questo, Grillo (o chi per lui). Non proseguire in questi tentativi, e non potendo sciogliere le camere, blocca il corso naturale delle cose impedendo soluzioni che, evidentemente, sono considerate da evitare ad ogni costo dai padroni del paese dei quali la lista dei saggi rappresenta un elenco di spicciafaccende ben pagati.
È sotto gli occhi di tutti che l’Italia potrebbe esprimere dieci, cento, mille saggi di ben più alto profilo di quelli indicati da Napolitano ma che si è scelto di nominare quelli perché in realtà ognuno di loro garantisce un potere. Garanti dei poteri forti, dei grandi interessi, di una generazione e di un sesso, quello maschile, che ha umiliato e stuprato il paese. Garanti della fase terminale della nostra democrazia nata nel 1945 dalla Resistenza, che è agonizzante almeno dal sequestro di Aldo Moro e in coma da quando è sceso in campo Silvio Berlusconi.
Non si capisce intanto chi lavora per chi. Lavora per il Re di Prussia Beppe Grillo, incapace di capire di star sprecando una golden share che non ritornerà per spazzar via la peggior classe dirigente d’Europa commissariando un governo Bersani e obbligandolo a realizzare parti importanti del proprio programma? Lavora per il Re di Prussia quella parte di centro-sinistra che muore dalla voglia di far fuori Bersani e inciuciare con Berlusconi a qualunque prezzo, vogliosa solamente di un altro giro di valzer, di mantenere privilegi e vitalizi e spingere sul Colle il Massimo peggiore di tutti loro a garanzia del mercimonio? O lavora per il Re di Prussia Napolitano che spinge altri milioni di italiani tra le braccia di Grillo o di qualunque altro pifferaio sorgerà a indicare che il re è nudo? Qualcuno si illude che basterà un Renzi a salvarci. Se non si sgonfierà quando si rivoterà il Movimento Cinque Stelle, o ben di peggio di questo (le Albe dorate greche dovrebbero darci brividi), sfonderanno ogni argine. La politica, questa politica ha perso ogni legittimità e il caos è dietro l’angolo.
Volete la guerra civile?

giovedì 14 marzo 2013

Berlusconi salvato da Napolitano… e dall’Europa

GIORGIO CREMASCHI –

gcremaschi
- micromega -
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano comprende Berlusconi e vuole garantirne il ruolo politico, nonostante i reati di cui egli è accusato. Non c’è da stupirci, questa è l’Europa reale che ci governa.
Che c’entra l’Europa? Ma davvero si crede che le istituzioni europee, di cui il Presidente della Repubblica è fermo sostenitore, siano interessate alla moralizzazione della vita pubblica italiana?
Guardiamo alla Grecia. Là il governo che piace alle istituzioni europee è quello che ha accettato quei memorandum, imposti dalla Troika, che hanno ridotto alla fame la maggioranza della popolazione.
Per giustificare quei brutali ordini di massacro sociale, i sostenitori della politica della Banca e della Commissione europee e del Fondo Monetario Internazionale, hanno spesso affermato che la Grecia paga così i duri costi della politica dissennata dei governi corrotti che si sono succeduti prima della crisi.
Già ma chi governa lì adesso? Proprio quei due partiti di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati nella guida del paese. E il capo attuale del governo appartiene a quel centro destra accusato di aver falsificato i conti per entrare nell’euro.
Gli incendiari sono stati nominati pompieri e alle istituzioni europee questo va benissimo, purché siano il popolo greco a pagare e le banche a guadagnare.
Nulla da stupirsi dunque se il Presidente della Repubblica difende un pluri incriminato nel nome della governabilità. Questo non è un evento che viene solo dai percorsi della sinistra riformista e dalla sua storica subalternità alla cultura politica di Craxi e dei suoi discepoli.
C’è il potere europeo di mezzo, quel potere che ci ha imposto il governo Monti invece di farci votare più di un anno fa, quel potere che ora festeggerebbe se ci fosse la continuità della stessa maggioranza che quel governo ha sostenuto.
Il Presidente della Repubblica non ha avuto nulla da obiettare al vergognoso mancare di parola del governo italiano con l’India, una delle grandi potenze emergenti del mondo, atto che ci costerà caro sul piano degli affari oltre che su quello politico e morale.
Il Presidente della Repubblica tutela il diritto di Berlusconi a fare politica, nonostante questi sia sottoposto a processi che in altri paesi europei lo avrebbero già posto fuori dalle istituzioni.
Non è autonomia o orgoglio nazionale tutto questo, è obbedienza ai signori dello spread. Che furbescamente Berlusconi ricatta, minacciando la crisi totale se non viene, per l’ennesima volta, salvato.
Smettiamola quindi di considerare le istituzioni europee l’antidoto a Berlusconi. Quelle istituzioni hanno un solo interesse, che in Italia si continui a pagare come in Grecia. Se la casta garantisce la continuità dell’austerità e del massacro sociale, che viva la casta.
Questa è l’Europa che il Presidente della Repubblica difende e da qui la tutela offerta a Berlusconi. Se vogliamo cambiare, dobbiamo sapere che la liberazione dalla casta e dall’Europa dell’austerità sono la stessa cosa.
Giorgio Cremaschi
(13 marzo 2013)

lunedì 31 dicembre 2012

AntiMessaggio di Fine Anno

31 dicembre 2012 - 20.30
- Paolo Becchi -               
Anti-Messaggio di Fine Anno - Paolo Becchi Capodanno 2013

Buona sera e Buon Anno a Voi tutti, italiane e italiani di ogni generazione. È con profonda commozione che mi rivolgo a Voi, cari sudditi … pardon, cari concittadini, in questi tempi così difficili, ma anche così pieni di speranza e di fiducia per il futuro che ci attende. Questo è stato un anno difficile per la nostra amata Costituzione, la nostra amatissima Carta nella quale sono enunciati i valori e i principi fondamentali cui si ispirarono quanti, sacrificando se stessi e la propria vita, hanno consegnato alle generazioni successive una Repubblica nuova e libera. Spetta a ciascuno di noi, in nome di quegli stessi principi, continuare ad amarla e consolidarla, perché, ricordatevi, chi lascia la strada vecchia per la nuova…

Ma cosa sto dicendo?!... Qui bisogna cambiare tutto, anche questi proverbi…scusate, ora ricomincio tutto da capo.
Poveri italiani: I proverbi dei vecchi fanno morire i giovani di fame. Non abbiamo più una Costituzione, dopo che per tutto questo anno è stata stuprata da coloro che erano incaricati di difenderla e di garantirne il rispetto. Essa è stata trasformata nel canovaccio di un indegno spettacolo.
L’anno finisce come era iniziato il precedente: con la liquidazione di ogni forma di governo rappresentativo e con l’eliminazione di ogni garanzia di democrazia a favore dei cittadini e degli elettori. Che sia in carica o dimissionario, il Governo Monti è uno spettro che si aggira dentro la nostra Costituzione. E’ un fantasma, il fantasma di una Terza Repubblica che sta nascendo a forza di interpretazioni faziose del testo costituzionale, di ossequio formale alla legalità e di violazione di ogni principio democratico di legittimità.

Come tutto ciò è cominciato lo sapete: una telefonata. A volte una telefonata allunga la vita - si diceva - una telefonata del Presidente della Repubblica tedesco Christian Wulff a Re Giorgi: “Lieber Giorgio, wie geht’s Frau Clio?” Senti, guarda, abbiamo un problema…bisognerebbe rovesciare il governo di Berlusconi. Già, proprio così. Lo capisci anche tu, ormai la situazione è diventata insostenibile, e non si tratta di Ruby… “Eine schöne Frau, übrigens”. Che ne dici di Monti? Sì, Mario Monti, lui…l’uomo che rappresenta l’Europa nel Bilderberg, consulente internazionale per molti anni di Goldman Sachs. Re Giorgio ascolta, annuisce… Lo spread che sale, sale sempre più, e noi, e noi ancora più giù. Berlusconi si dimette. Si sciolgono le Camere. Si va alle elezioni? E per quale motivo? C’è la “responsabilità” nazionale che ora, stimolati da Re Giorgio, Centro e Sinistra invocano. Monti sale al governo e lo spread scende. Strana storia, una storia sbagliata: una storia da basso impero, una storia da una botta e via, come cantava De André.

Bisogna salvare l’Italia: o meglio l’Europa, o meglio l’Euro, vale a dire gli interessi finanziari di un potere transnazionale, occulto, invisibile, di banchieri e finanzieri. Piccolo inconveniente: per fare tutto ciò, occorre “ritoccare” la Costituzione. Ma che problema c’è? In una sola seduta, nel silenzio pressoché assoluto da parte dei giornali e dei media, il Parlamento ha modificato quattro articoli. Presa in un colpo solo la quaterna: 81, 97, 117 e 119 sulla ruota della Costituzione, introducendo il principio del pareggio di bilancio. Poi si ratifica, senza nessuna obiezione, il fiscal compact. E si va avanti così a colpi di maggioranze bulgare e decreti-legge.

Certo, c’è però in giro un po’ di malcontento. E a Re Giorgio non piace che i suoi sudditi vengano resi inquieti da “facili populismi”. Meno male, dichiara, che sono stati “messi a tacere”. Sono degli irresponsabili. Cosa vogliono? Chi sono? Sono, caro Presidente, le forze di un popolo, quello italiano, che non ne può più, e che si sono organizzate, per la prima volta nella storia di questo Paese, in un MoVimento che, nonostante i continui tentativi di bloccarlo e di infamarlo, è arrivato ad essere la prima forza politica in Sicilia. Doveva accadere che un vero MoVimento di opposizione al potere, al sistema di Bruxelles, alla speculazione parassitaria, alla moneta unica, minacciasse finalmente la pax politica imposta a colpi di spread.
Poco male, per Re Giorgio. Lui, per un po’, non se ne preoccupa, ma continua a telefonare…ma quanto telefona Napolitano? La magistratura lo intercetta, nell’ambito di indagini sulla trattativa Stato-mafia. Telefonate irrilevanti, forse. Fatto sta, che bisogna distruggerle. Lo dice la Corte Costituzionale: l’immunità del Capo dello Stato non si discute. Bisogna distruggere tutto e subito, senza neppure aspettare, come vuole la legge penale, un’apposita udienza davanti al giudice.

Il messaggio indiretto a Berlusconi è chiaro: se c’è voluta persino la Corte per salvare Re Giorgio dalla giustizia forcaiola, cosa potrà mai fare un Berlusconi abbandonato da tutti? Soli si muore. E così assistiamo, anche se siamo solo a Natale, alla prima resurrezione politica della storia nazionale. Ma come: “Ancora lui, ma non dovevamo rivederlo più? E ci scappa da ridere”, su quello che succede dopo. Ritira informalmente la fiducia al Governo e spara a zero su Monti, poi cambia idea e sperando nell’amorevole compassione di Re Giorgio candida Monti alla guida dei moderati. Il pensiero è stupendo: e tu, e noi, e lui fra noi. Ma Re Giorgio, il triangolo no, non l’aveva considerato, e anzi si è proprio rotto di tutto questo teatro, e impone le elezioni, anticipate quel tanto che basta per essere ancora lui a gestire la formazione del nuovo Governo. Amen, con tanto di sacra benedizione della Conferenza Episcopale Italiana e del Vaticano, ultimi sponsor ufficiali della ditta “Rigor Mortis & Co”. Si ristabilisce finalmente quell’alleanza tra Trono e Altare che era venuta meno con la fine della res publica christiana.

Siamo alla fine dell’anno. “Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’”, mi scrive Domenico Corradini, illustre avvocato nonché filosofo del diritto italiano e decano della disciplina, facendomi un sacco di domande imbarazzanti, del tipo:

  1. Per quanti anni Napolitano ha promulgato senza quasi batter ciglio e senza rinviarle alle Camere le leggi ad personam di Berlusconi? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?
  2. Perché Napolitano non ci ha mandato alle elezioni dopo che Berlusconi è uscito da palazzo Chigi e ha preferito formare un suo governo tecnico sotto sua tutela e a dispetto della sovranità popolare che al popolo appartiene? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?
  3. Perché il governo Monti-Napolitano con la Severino al ministero della Giustizia non ha provveduto ad abrogare le leggi ad personam di Berlusconi? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?
  4. Perché Napolitano ha detto che Monti era incandidabile, ed ora a malincuore è anche disposto a mandare giù il rospo di una sua eventuale candidatura? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?

Caro amico mio, cosa posso risponderti? Per un anno intero tutti i giornali ci hanno detto che l’Italia era sul baratro, e che solo Monti l’ha salvata. Ci voleva un quotidiano a larga diffusione inglese per rivelarci che «l'Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata». Ci voleva uno studio della Bank of America per scoprire che l'Italia avrebbe da guadagnare più di tutti gli altri membri dell'UE da un'uscita dall’eurozona e dal ripristino di un controllo sovrano sulle leve di politica economica. Ci voleva sempre quel giornale inglese per dire che «Monti può anche essere uno dei migliori gentlemen europei ma è anche il sommo sacerdote del Progetto UE e un personaggio chiave dell'adesione dell'Italia all'euro. Prima se ne va, prima l'Italia può fermare lo scivolamento nella depressione cronica».

Caro amico, siamo alla fine dell’anno. Forse c’è tempo anche per qualche vecchio ricordo. Ricordo una seduta parlamentare di tanti anni fa. Era la fine dell’anno 1978, a dicembre, ed io studiavo allora in Via Balbi 4. Esisteva ancora l’Università italiana: oggi dopo gli ultimi tagli di Rigor Mortis è morta anche quella. Governo Andreotti. Quel giorno si discute dell’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo. Scelta fondamentale, ma anche molto discussa e travagliata. Di quella seduta ricordo in particolare un intervento, molto incisivo, dedicato alle condizioni in cui tale sistema sarebbe potuto nascere. Ve ne leggo qualche stralcio:

Consideriamo non seria la tendenza a liquidare come problema tecnico irrilevante quello di un’attenta verifica dei contenuti della risoluzione di Bruxelles del 5 dicembre per valutarne la rispondenza alle concrete esigenze poste da parte italiana. Quello delle garanzie da conseguire affinché il nuovo sistema monetario possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità europea e non sortire un effetto contrario, contribuire ad una maggiore stabilità monetaria e ad un maggiore sviluppo su scala mondiale, è un rilevante problema politico. Ma l’ulteriore alterazione nell’ultimo vertice di Bruxelles, nella formula relativa a questo aspetto essenziale dell’accordo di cambio, è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica Federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie dei paesi della Comunità. E’ così venuto alla luce un equivoco di fondo, se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire soltanto a garantire il paese a moneta più forte, la Germania appunto, spingendo un paese come l’Italia alla deflazione.

Sono parole incisive e forti e coraggiose che denunciavano i pericoli dell’entrata dell’Italia nel sistema monetario comune e gli interessi tedeschi che spingevano all’introduzione di quel sistema. Piccolo dettaglio: sapete chi fu a pronunziare quelle parole? Un membro autorevole del Partito Comunista di allora: Giorgio Napolitano. Come si cambia, per non morire. Eppure Napolitano, in quell’occasione, aveva visto giusto. Eppure il Partito Comunista fu in quell’occasione l’unico partito italiano a votare contro l’ingresso dell’Italia nello SME. Aveva ragione, tanto che, come noto, fummo costretti in seguito ad uscire dallo SME e non fu una catastrofe. Oggi, però, il PCI non c’è più e il compagno Napolitano è diventato Re Giorgio. E il Re ha cambiato decisamente opinione. Ora, per lui, dobbiamo restare nell’Euro fino a morirne.

Cari italiane e italiani, comunque sia, l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà. Quello che non passerà è il Governo di quel comitato d’affari della speculazione internazionale che ormai ci è stato imposto dall’Europa della finanza per i prossimi cinque anni. Da un punto di vista sostanziale, infatti, le elezioni, come del resto Re Giorgio ha dichiarato, non cambieranno nulla. Per la prima volta, però, dopo tanti anni avremo nel Parlamento una nuova forza politica antisistema, contro tutto e contro tutti: il MoVimento 5 Stelle. La nuova resistenza è appena cominciata. Siamo in guerra, ed è meglio una fine spaventosa, che uno spavento senza fine.

venerdì 7 dicembre 2012

E adesso Mancino parli

Fonte: libertaegiustizia.it

di Sandra Bonsanti -
C’è un momento, un’ora in questa drammatica storia della trattativa tra Stato e mafia su cui Nicola Mancino conosce la verità e, se volesse, potrebbe finalmente dirla.
E’ il primo luglio del 1992. Paolo Borsellino, poco più d’un mese dopo la strage di Capaci, è a Roma e sta interrogando, in gran segreto, Gaspare Mutolo, il mafioso che sta cominciando a collaborare.
Mentre si sta svolgendo l’interrogatorio il magistrato riceve una telefonata: dal Viminale gli chiedono di recarsi a incontrare il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, appunto, che vorrebbe salutarlo.
Borsellino interrompe l’interrogatorio. Va al Viminale, attende in anticamera e arriva Bruno Contrada, l’uomo dei servizi. Con una battuta gli fa sapere che lui sa che Mutolo sta parlando.
Poi Borsellino entra a salutare Mancino. Infine, torna a completare l’interrogatorio. Che riprende sugli intrecci Stato-mafia.
La sera, Borsellino telefona a Gioacchino Natoli che oggi presiede il tribunale di Marsala. Gli racconta l’accaduto. Gli dice che non sa come mai Contrada fosse informato. Gli dice: “Non siamo al sicuro”.
Diciotto giorni dopo anche Borsellino viene ucciso.
Mancino non ricorda: di aver visto Borsellino, quel giorno. Poi ammette che forse gli ha stretto la mano, uno fra tanti.
Mancino sa di cosa si parlò il primo luglio del ’92 al Viminale. E’ il suo segreto. Un segreto attorno al quale ruota da anni l’inchiesta sulla trattativa. Mancino sa e deve parlare. Tanto più ora, dopo la sentenza della Corte.
Mancino è stato un protagonista della vita politica nella Prima Repubblica, nel bene e nel meno bene.
Non può esser creduto quando sostiene di non ricordare.
L’insistenza con la quale cercava protezione dal Quirinale, mettendo nei guai anche il Capo dello Stato, ci dice qualcosa. E’ la spia della volontà o della necessità di mantenere un silenzio.
Bisogna che oggi trovi il coraggio di raccontare cosa accadde quel primo luglio del ’92 nel suo nuovo ufficio al Viminale: chi era presente, cosa si disse, cosa gli fu detto sull’uccisione di Falcone e sulle richieste della Cupola.
Da oggi Nicola Mancino deve ricordarsi davvero tutto, a partire dal terrore dei politici democristiani dopo l’uccisione di Salvo Lima, dopo la morte di Falcone; di quei minuti che segnarono forse la vita anche di Paolo Borsellino.
E degli altri che morirono nelle stragi del 1993.
Bisogna che finalmente su questa pagina tremenda della nostra storia si faccia verità e giustizia.

mercoledì 5 dicembre 2012

La sentenza della Corte Costituzionale

La Consulta con Napolitano. Ingroia: «Una sentenza politica»

La sentenza della Corte Costituzionale che ha accolto il ricorso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «rappresenta un brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all’equilibrio fra i poteri dello Stato».
L’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, dal Guatemala, in due interviste a ‘Repubblica’ e al ‘Corriere della Sera’, si dice «profondamente amareggiato» e accusa: «Le ragioni della politica hanno prevalso su quelle del diritto».
E ancora: «Per ragioni politiche prima ancora che giuridiche non c’era altra via d’uscita che dare ragione al presidente della Repubblica».
Per Ingroia «la scelta del presidente della Repubblica di sollevare il conflitto di attribuzioni è stata dannosa per l’immagine delle istituzioni italiane nel suo complesso».
E insiste: «Ma io non voglio essere visto come un pm sovversivo. Io e i miei colleghi della procura di Palermo vogliamo essere ricordati come quelli che hanno tenuto la schiena dritta per accertare la verità sulla stagione delle stragi».
Ingroia non ha dubbi: «Il comunicato emesso dà la sensazione di una sentenza che risente anche del condizionamento del clima politico. Del resto non penso che esistano sentenze che non risentono del clima generale che si respira in un Paese».
E osserva: «Forse abbiamo sbagliato a sottovalutare l’impatto mediatico delle strumentalizzazioni, ci siamo preoccupati piu’ di mantenere la segretezza che degli attacchi che sarebbero arrivati al nostro ufficio».

martedì 20 novembre 2012


NAPOLITANO PARROT
from the Colony Italia
Israel have the right of self-defence
"as Germany used to say to the "terrorists of Warsaw ghetto"
 

domenica 14 ottobre 2012

Le elezioni e le regole del gioco

Napolitano_elezioni.jpg



di Beppe Grillo
Napolitano (che non ci dorme la notte) e i partiti vogliono cambiare in corsa le regole del gioco elettorale, un attimo prima della fine della legislatura dopo aver ignorato la questione dal 2006. Quando scappa, scappa. Gli obiettivi, palesi, sono due. Evitare che il MoVimento 5 Stelle, in caso di vittoria, vada al Governo grazie all'attuale premio di maggioranza. Replicare un Monti bis con i partiti a far da coro delle voci bianche, castrati di qualunque potere, ma in grado di mantenere tutti i privilegi e le protezioni della casta. I parlamentari a premere pulsanti in Parlamento per approvare la volontà della BCE (sempre sia lodata) e "cedere quote di sovranità nazionale all'Europa per crescere" (Napolitano dixit), svuotando l'Italia come una larva.
Questo comportamento è condannato dalla stessa UE. Nel documento di "Codice di buona condotta" rilasciato a Strasburgo il 23 maggio 2003, la Commissione Europea per la Democrazia attraverso il Diritto ha sancito per quanto attiene livelli normativi e stabilità del diritto elettorale, al punto 2b, che "gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l'elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria".
Lo scopo della regola è chiarito dagli articoli 63, 64 e 65 del "Rapporto esplicativo" delle "Linee guida" del Codice: "La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l'elettore può essere disorientato a tal punto che potrebbe pensare che il diritto elettorale sia uno strumento manovrato a proprio beneficio da chi detiene il potere, e che il voto dell'elettore non è di conseguenza l'elemento che decide il risultato dello scrutinio. E' opportuno evitare le manipolazioni in favore del partito al potere ed una revisione che interviene poco prima dello scrutinio (meno di un anno). Questa apparirà in tal caso come legata ad interessi di partito". Inoltre, se venisse sciaguratamente approvata la legge elettorale poco prima delle elezioni, l'Italia subirebbe sicuramente una grave condanna dalla UE, come successo recentemente alla Bulgaria per lo stesso motivo.
La Costituzione dovrebbe prevedere in futuro che ogni variazione della legge elettorale sia soggetta a referendum, non agli interessi dei partiti. Ci vediamo (comunque) in Parlamento. Sarà un piacere.

mercoledì 12 settembre 2012


STATE/ MAFIA
The plot thickens; Judge Ingroia (swallow) versus the President Napolitano
 
 

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