Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post

venerdì 22 febbraio 2013

Come vota la Sicilia

di Margherita Billeri , Mario Centorrino , Pietro David

Cosa Nostra nell’urna.

 
La rotta d'Italia. La mafia condiziona il voto di un milione di elettori in Sicilia. Dopo l’astenzione alle regionali del 2012, ora tratta pacchetti di voti locali e accordi con chi offre favori: affari, condoni, leggi su misura
La Sicilia viene considerata una regione decisiva nella sua espressione di voto, per la vittoria di questa o quella coalizione a livello nazionale. Ci si può legittimamente interrogare quindi sull’orientamento possibile del voto di “Cosa Nostra”, potenzialmente destinato a determinare il risultato finale. Nella formulazione della risposta andremo per ordine soffermandoci prima su due punti di premessa: quanto “pesa” oggi in Sicilia il voto della mafia e come questa ha presumibilmente espresso il suo consenso nelle elezioni immediatamente precedenti, le regionali del 2012.
Le stime ufficiali del voto di mafia lo quantificano in trecentomila preferenze (il 15% all’incirca di quelle valide nel 2012). Ma questa stima andrebbe disaggregata per realtà territoriali. Qualcuno, ragionando intorno alle dichiarazioni sul tema dei pentiti, si azzarda a proporne una valutazione ben più ampia. Il voto della mafia coinvolgerebbe, in varie forme, un milione di elettori (quasi il 50% dei voti validi nel 2012)[1]. Occorre annotare che, proprio in questi ultimi giorni, malgrado la repressione giudiziaria, la mobilitazione della cosiddetta società civile e le nuove metodologie di verifica sulla “presentabilità” dei candidati, in alcune importanti città siciliane (Palermo, Trapani) “Cosa Nostra” dimostra di aver ripreso il controllo del territorio (Palermo) o comunque di non perdere rapporti consolidati con la politica (Trapani).
Andiamo alla seconda premessa. Come è noto, nelle ultime elezioni siciliane si è registrato un notevolissimo tasso di astensione (il 55%). L’opinione prevalente è che, in questa ricorrenza, la mafia abbia preferito anch’essa una forma di astensione. Intanto, perché il suo rapporto con la politica è al centro, da qualche tempo, di un’attenzione d’indagine, potremmo dire, spasmodica, tale per cui i costi di “esposizione” sono troppo alti. Poi, per l’assenza in Sicilia, oggi, di “grandi affari”: l’Expo è a Milano, non a Palermo. Oppure, perché si preparava a trattare la scadenza politica nazionale, limitandosi, come sostiene un pentito (Gaspare Mutolo), a mandare messaggi ai politici.
Un parametro in base al quale si è ritenuto di giudicare l’orientamento politico della mafia, nelle passate elezioni in Sicilia, è la totale astensione da parte dei detenuti per reati di mafia. Forse questo parametro – a parer nostro – poteva essere utilizzato tempo addietro, ora non più. Immaginiamo che i detenuti, senza alcun retropensiero, votino in maggioranza per un certo partito o per un certo candidato. Paradossalmente oggi il loro voto sarebbe controllato (e quindi subito interpretato) assai più di quanto “Cosa Nostra” riuscirebbe a fare nei singoli seggi. Altri, piuttosto, tendono a coglierne un preciso significato (Ingroia). L’astensionismo nelle carceri siciliane in occasione delle elezioni regionali potrebbe esser stato un gesto plateale di disimpegno elettorale da parte del mondo del carcere, riferibile a Cosa Nostra, che è anche una minaccia di disinteresse per queste elezioni politiche.
C’è stata un’ulteriore interpretazione dell’astensione. Nello scenario di una crudele recessione dell’economia italiana che provocherà, si prevede, un ulteriore aumento della disoccupazione, la situazione dei conti dello Stato e degli Enti Locali appare assolutamente drammatica. Non si tratta più di manovrare redistribuzioni di risorse finanziarie; si tratta di “tagliare” non potendo rispettare, per forza di cose, alcun criterio di discrezionalità. Chi si è astenuto potrebbe avere percepito questa incombente minaccia.
Veniamo ora a formulare qualche ipotesi di risposta alla domanda che ha fatto da incipit a questa breve analisi: come voterà “Cosa Nostra” al prossimo appuntamento elettorale? Nel ricordo del voto in Sicilia, qualcuno (Ingroia) ha messo in guardia da conclusioni affrettate: la mafia c’è, è presente e guarda sempre la politica. Nei momenti di passaggio, se non ha accordi stabiliti si prepara a trattare, subito dopo le elezioni. (“Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2012). C’è un altro aspetto da cogliere. Quasi in sintonia con quanto emerge dalla letteratura specialistica, dalle inchieste e dai sondaggi oggi – lo si desume anche dalle intercettazioni – l’atteggiamento delle cosche è di profondo disprezzo per la politica, dalla quale si richiedono accordi precisi, garanzie puntuali in cambio di voti. Ma come è stato giustamente posto in rilievo (Bellavia) mentre nel caso delle elezioni locali è immediata la verifica dell’accordo, nel caso invece di una competizione nazionale, con la legge esistente, è ben difficile per un politico siglare accordi del genere con la certezza di poterli rispettare. C’è un altro profilo di approfondimento: la compravendita dei voti. Prezzi stabili: 300 preferenze valgono al momento sul mercato 15 mila euro. Ma quest’indotto economico elettorale non offre elementi per un racconto credibile sull’orientamento del voto mafioso. Le “famiglie” semplicemente controllano il territorio e quindi chi gestisce il voto di scambio (Bellavia). Si capovolge allora il senso della risposta. Per comprendere l’obiettivo del voto mafioso dovremo passare dalla previsione ex ante alla valutazione ex post.
È il momento di concludere. Il voto mafioso inciderà sui risultati finali quand’anche si esprimesse come astensione. Sono da attendersi, però, comportamenti legati a singoli territori più che a indicazioni generali per questa o quella coalizione. Il “porcellum” e l’abolizione delle preferenze, forse suggeriscono a “Cosa Nostra” più che vendere voti in proprio o farli confluire su questo o quel candidato di attendere, se così possiamo definirlo, un responso scaturito dal voto mafioso in libertà. E poi di selezionare i soggetti sui quali esercitare pressioni per ottenere “favori” (affari, condoni, leggi ad hoc).
[1] E.Bellavia, Il voto invisibile della mafia. Quei trecentomila consensi in attesa di nuovi padroni, La Repubblica Palermo, 17 febbraio 2013

venerdì 1 febbraio 2013

Falconi e avvoltoi

Pubblicato il 31 gen 2013

di Marco Travaglio -
Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone. S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, anche da parte di colleghi, molto simili a quelli hanno investito l’Ingroia politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega , Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel ’91 suo fratello decise di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. Ora però sarebbe il caso che tutti – politici, magistrati e giornalisti – siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla festa del Fatto , mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di bottega. Ma vien da domandarsi perché né la Boccassini né la Falcone aprirono bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della Giustizia di Berlusconi, si appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della controriforma della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi tradire la memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle trattative, o depistando le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.
Il Fatto Quotidiano 31 gennaio 2013

venerdì 11 gennaio 2013

Cremaschi: caro Ingroia, la vera mafia è quella di Bruxelles

- informarexresistere -

Caro Ingroia, l’antimafia non basta: perché oggi il vero nemico che ci minaccia è molto più pericoloso del potere delle cosche, persino di quelle che si infiltrano nell’economia fino ad avvelenarla. Deve cadere il Muro di Bruxelles, quello che ricatta i popoli dell’Eurozona sulla base dei diktat emanati dalle oligarchie finanziarie, ordini firmati da tecnocrati non eletti da nessuno, a cui – grazie all’attuale personale politico – siamo costretti a sottometterci, per fare la stessa fine della Grecia. Dopo i “garanti” dei movimenti firmatari dell’appello “Cambiare si può”, anche l’ex leader della Fiom Giorgio Cremaschi, vicino ai No-Tav e promotore del Comitato No-Debito e del “No-Monti Day”, prende le distanze dalla lista “arancione” capeggiata da Antonio Ingroia, ipotetico leader del “quarto polo”, sul quale confluiscono i partiti di Di Pietro, Ferrero e Diliberto, insieme ai Verdi di Bonelli.
«Siccome non son mai stato una vittima del nuovo in politica, di quel nuovismo attraverso il quale si sono perpetuate da trent’anni le stesse politiche e le stesse classi dirigenti – premette Cremaschi, in un intervento su “Micromega” – non mi scandalizza che la lista del cosiddetto quarto polo sia diventata l’ennesima lista personale, ove il leader è la sostanza della proposta, né mi sconvolge che i partiti siano alla fine l’architrave della lista». I partiti esistono da sempre, aggiunge Cremaschi, e chi li rifiuta «semplicemente ne sta fondando un altro». Quello che non convince, della coalizione Ingroia, è «l’ordine delle priorità e il messaggio di fondo del programma annunciato dal suo leader», secondo cui l’Italia sarebbe un paese devastato dalla corruzione e dalle mafie, grazie al ruolo attivo di una parte della “casta”, cioè i berlusconiani, e il silenzio-assenso di una componente più debole e subalterna, che va da Monti al Pd.
Secondo Ingroia, a quanto pare, una lotta vera alle mafie e alla corruzione finora non si è fatta per colpa di questa classe politica, e il paese ne paga i costi con la crisi economica. Ergo: mettere al governo una classe dirigente che distrugga davvero le mafie è la necessaria condizione di giustizia per una possibile ripresa economica, non “pagata” dai più poveri. Intendiamoci, ammette Cremaschi: «Il peso della corruzione, dell’evasione fiscale, della criminalità nella nostra economia è da tempo documentato». Tuttavia, aggiunge l’ex dirigente sindacale, «non mi pare che questo possa essere sufficiente a motivare una lista alternativa ai principali schieramenti ed in particolare a Monti», che peraltro «su questo terreno ha nella sua agenda temi e proposte molto vicine a quelle di Ingroia». Anche Monti, infatti, «mette al centro del suo programma liberista l’idea che in Italia una buona economia emergerà dalla distruzione dell’economia corporativa e criminale». E non a caso, dice Cremaschi, il premier “tecnico” «individua in Marchionne l’esempio imprenditoriale da esaltare sulla via delle “riforme”». Curioso: già di per sé, «il liberismo è spesso criminale per i suoi risultati sociali». Nonostante ciò, chi lo propugna può persino «proporsi di combattere l’economia criminale».
«Naturalmente – continua l’ex dirigente Fiom – Monti mette al primo posto della sua agenda la politica di austerità, così come viene definita dai vincoli del Fiscal Compact, del pareggio costituzionale di bilancio, dei trattati europei». La lotta alla criminalità economica e mafiosa sarebbe ancora più stimolata da questi vincoli, perché essi ci imporrebbero di trovare lì i soldi che servono per lo “sviluppo”. Se Ingroia afferma di combattere il montismo, «perché allora non contesta questo punto che è il punto cardine di esso? Perché nel suo discorso d’investitura è assente la critica ai vincoli europei e del capitalismo internazionale, quello formalmente onesto?». Il guaio è che Ingroia, probabilmente, è davvero convinto che la questione sociale ed economica sia solo «una derivata della questione criminale», e Giorgio Cremaschiche quindi «basti essere rigorosi davvero e non a parole, per creare le condizioni economiche per la giustizia e lo sviluppo». Magari fosse così.
«Per affrontare questa crisi economica da una punto di vista alternativo a quello di Monti – afferma Cremaschi – si deve programmare un gigantesco intervento pubblico nell’economia e la rottura di tutti i vincoli europei: o si segue questa strada oppure ci si deve affidare al mercato». Non è un caso che il Pd sia spiazzato dalla candidatura di Monti, «perché ha sinora sostenuto unapolitica di mercato e non ha alcun programma realmente alternativo ad essa». Una politica del pubblico e dell’eguaglianza sociale richiede un forte controllo democratico sull’economia, sottolinea Cremaschi. «E qui diventa decisiva la lotta a mafie e corruzione: perché il liberismo si è sempre alimentato con il corrompimento della classe politica». Infatti, «tutto il sistema delle partecipazioni statali è stato privatizzato sventolando le tangenti e le mazzette dei manager pubblici e dei politici che li controllavano: è lì che è nata l’egemonia, anche a sinistra, dell’ideologia del mercato come antidoto alla corruzione». Come diceva Brecht, «è più profittevole fondare una banca che rapinarla».
Nella crisi attuale, continua Cremaschi, la priorità è la lotta alla disoccupazione e al super-sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. «Questa la può fare davvero solo il pubblico, e per questo il potere pubblico dev’essere liberato dalla criminalità e dalla corruzione». Allo Stato di domani, alternativo all’attuale fantasma finanziario costretto a obbedire a Bruxelles, occorre affidare «una nuova politica economica e sociale». L’alternativa a Monti «nasce dalla rottura con le politiche liberiste europee e con quella economia criminale amministrata dalla Troika internazionale che ha distrutto la Grecia, dove oggi trionfa l’economia illegale». La questione sociale comanda sulla lotta alla criminalità e non viceversa, insiste Cremaschi. «Questa è la differenza di fondo tra la lotta alle mafie dei liberali onesti e quella del movimento operaio socialista e comunista: una differenza ancora più vera oggi, se davvero ci si vuol collocare su un fronte alternativo a tutto il quadro politico liberista dominante».

Fonte: http://www.libreidee.org/2013/01/cremaschi-caro-ingroia-la-vera-mafia-e-quella-di-bruxelles

Tratto da: Cremaschi: caro Ingroia, la vera mafia è quella di Bruxelles | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/01/10/cremaschi-caro-ingroia-la-vera-mafia-e-quella-di-bruxelles/#ixzz2Hh7riiq6
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

venerdì 7 dicembre 2012

E adesso Mancino parli

Fonte: libertaegiustizia.it

di Sandra Bonsanti -
C’è un momento, un’ora in questa drammatica storia della trattativa tra Stato e mafia su cui Nicola Mancino conosce la verità e, se volesse, potrebbe finalmente dirla.
E’ il primo luglio del 1992. Paolo Borsellino, poco più d’un mese dopo la strage di Capaci, è a Roma e sta interrogando, in gran segreto, Gaspare Mutolo, il mafioso che sta cominciando a collaborare.
Mentre si sta svolgendo l’interrogatorio il magistrato riceve una telefonata: dal Viminale gli chiedono di recarsi a incontrare il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, appunto, che vorrebbe salutarlo.
Borsellino interrompe l’interrogatorio. Va al Viminale, attende in anticamera e arriva Bruno Contrada, l’uomo dei servizi. Con una battuta gli fa sapere che lui sa che Mutolo sta parlando.
Poi Borsellino entra a salutare Mancino. Infine, torna a completare l’interrogatorio. Che riprende sugli intrecci Stato-mafia.
La sera, Borsellino telefona a Gioacchino Natoli che oggi presiede il tribunale di Marsala. Gli racconta l’accaduto. Gli dice che non sa come mai Contrada fosse informato. Gli dice: “Non siamo al sicuro”.
Diciotto giorni dopo anche Borsellino viene ucciso.
Mancino non ricorda: di aver visto Borsellino, quel giorno. Poi ammette che forse gli ha stretto la mano, uno fra tanti.
Mancino sa di cosa si parlò il primo luglio del ’92 al Viminale. E’ il suo segreto. Un segreto attorno al quale ruota da anni l’inchiesta sulla trattativa. Mancino sa e deve parlare. Tanto più ora, dopo la sentenza della Corte.
Mancino è stato un protagonista della vita politica nella Prima Repubblica, nel bene e nel meno bene.
Non può esser creduto quando sostiene di non ricordare.
L’insistenza con la quale cercava protezione dal Quirinale, mettendo nei guai anche il Capo dello Stato, ci dice qualcosa. E’ la spia della volontà o della necessità di mantenere un silenzio.
Bisogna che oggi trovi il coraggio di raccontare cosa accadde quel primo luglio del ’92 nel suo nuovo ufficio al Viminale: chi era presente, cosa si disse, cosa gli fu detto sull’uccisione di Falcone e sulle richieste della Cupola.
Da oggi Nicola Mancino deve ricordarsi davvero tutto, a partire dal terrore dei politici democristiani dopo l’uccisione di Salvo Lima, dopo la morte di Falcone; di quei minuti che segnarono forse la vita anche di Paolo Borsellino.
E degli altri che morirono nelle stragi del 1993.
Bisogna che finalmente su questa pagina tremenda della nostra storia si faccia verità e giustizia.

giovedì 6 dicembre 2012

domenica 4 novembre 2012

Usa 2012, i 'dark money' che finanziano la campagna: ''E' riciclaggio di denaro''

- antimafiaduemila -         
obama-romney-webdi Marco Quarantelli - 1° novembre 2012
Si tratta di denaro gestito da gruppi no profit che non hanno l'obbligo di fornire i nomi dei donatori. La maggior parte è usata dai repubblicani contro Obama. Per il governatore della California è un metodo per riciclare profitti illeciti.
“Segui il denaro”, consigliava 40 anni fa Gola Profonda a Carl Bernstein e Bob Woodward del Washington Post che indagavano sul Watergate. Nell’America di oggi, in questa campagna elettorale impregnata di veleni e miliardi, esiste una grossa fetta del denaro che gravita attorno ai due candidati impossibile da seguire: è un fiume di soldi di cui non si conosce la provenienza. In America li chiamano dark money, sono i finanziamenti gestiti da gruppi no profit che non hanno l’obbligo di fornire i nomi dei donatori e la scorsa settimana hanno superato quota 200 milioni di dollari: nel 2000 non arrivavano a 5 milioni. Tranne le organizzazioni che li hanno raccolti, nessuno sa da dove arrivino, neanche lo Stato ha il diritto di saperlo: “Non è altro che riciclaggio di denaro”, ha detto il 23 ottobre Jerry Brown, governatore della California.
Per la maggior parte sono manovrati da gruppi repubblicani e vengono spesi per demolire Barack Obama a suon di spot televisivi. La legge le classifica come 501(c)(4) e le considera “social welfare organizations“. Il Congresso le creò un secolo fa per “promuovere il benessere sociale”. Per questo anche se maneggiano milioni, l’Internal Revenue Service permette loro di non pagare le tasse. Non potrebbero fare attività politica, ma sotto elezioni si trasformano in macchine da guerra: raccolgono vagonate di soldi senza rivelare i nomi di chi li ha donati e li investono per questo o quel candidato. Pozzi neri in cui viene convogliato denaro di dubbia provenienza, che viene poi reinvestito in politica. La più potente è Crossroads Gps, fondata da Karl Rove, stratega politico e storico braccio destro di George W. Bush: ha riempito le tv di feroci spot anti-Obama spendendo da sola 42 milioni. Poi ci sono Americans for Prosperity con 33 milioni e U.S. Chamber of Commerce, a quota 17. Anche queste repubblicane. La fetta è grossa.
Sulla torta di un miliardo di dollari spesi nella campagna da organizzazioni esterne ai due partiti, i dark money sono 200 milioni: più di quanto speso dalle 501(c)(4) negli ultimi 20 anni. Un cannone finanziario che spara quasi a senso unico, utilizzato soprattutto dai repubblicani per demolire i democratici. Il potenziale impatto sul voto è evidente. Secondo i dati elaborati da Opensecrets-Center for Responsive Politics, organizzazione che tiene il conto dei finanziamenti delle campagne, l’88% di questi soldi è stato utilizzato per fare pubblicità negativa ad uno dei due schieramenti, l’83% di questi come bocca di fuoco per attaccare Obama e il suo partito: per gli spot contro il presidente sono stati stati spesi 74 milioni, cifra 14 volte superiore a quella spesa per attaccare Romney (5,1 milioni). Otto dei 10 candidati più bersagliati sono democratici. “Da dove arriva questo denaro?”. La domanda l’ha posta, tra i pochissimi, Jerry Brown, governatore della California, il 20 ottobre a San Francisco.
Tre giorni prima Americans for Responsible Leadership, oscura 501(c)(4) dell’Arizona, aveva donato 11 milioni allo Small Business Action Committee PAC, che si oppone alla riforma delle tasse voluta da Brown, racconta il Wall Street Journal. “Un comitato che mobilita all’improvviso 11 milioni – ha detto – ha il dovere di dire dove li ha presi. Dall’estero? E’ illegale. Dal terrorismo? E’ illegale”. Poi le accuse: “Questo è riciclaggio di denaro. Sapete cos’è? Lo fai quando hai tra le mani una cosa sporca di cui ti vergogni o vuoi nascondere: ci butti sopra del cloro e strofini finché non torna pulita. Lo stesso – ha concluso Brown – fanno i depositari dei più grandi interessi finanziari, le più potenti corporazioni e le personalità che hanno il potere di muovere 11 milioni di dollari come se nulla fosse”. Hanno soldi e potere e i loro tentacoli vanno oltre la campagna elettorale. Possono piegare ai loro interessi la legge e spingono perché il cono d’ombra si allarghi.
In Montana American Tradition Partnership, gruppo di pressione che promuove lo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, gas, metallo) è riuscita a bloccare la legge anticorruzione: il provvedimento impediva alle 501(c)(4) di finanziare direttamente la campagna di un candidato e l’organizzazione l’ha impugnato affermando che il principio è inconstituzionale. A giugno la Corte Suprema, a maggioranza repubblicana, le ha dato ragione e ha sospeso la legge. L’ennesima vittoria di una 501(c)(4), l’ennesima luce spenta sulla trasparenza dei finanziamenti. Entro il 2014 molte di loro dovranno fornire cifre su come hanno speso il loro denaro in queste elezioni. Ma non rivelare dove hanno preso quei soldi.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

mercoledì 12 settembre 2012


STATE/ MAFIA
The plot thickens; Judge Ingroia (swallow) versus the President Napolitano
 
 

martedì 11 settembre 2012

Enzensberger: La Bce è peggio della Mafia

- controlacrisi -
Un attacco duro e senza giri di parole quello del poeta e saggista tedesco, Hans Magnus Enzensberger, contro l'istituto di Francoforte, pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz).
Per Enzensberger i componenti dell'organo direttivo della Bce "si definiscono governatori come era in uso nei vecchi regimi coloniali e non devono rendere conto in alcun modo all'opinione pubblica. Sono al contrario tenuti alla massima segretezza e cio' ricorda l'omerta', il codice d'onore della mafia. I nostri padrini sono sottratti ad ogni controllo giudiziario e legislativo, un privilegio non consentito nemmeno al capo della camorra, l'assoluta immunita' giudiziaria".

Ma non finisce qui. Per Enzensberger "l'esproprio politico dei cittadini ha raggiunto ora il suo culmine, ma era iniziata gia' molto prima, al piu' tardi con l'introduzione dell'euro. Questa moneta e' il risultato di un mercato delle vacche politico", ha denunciato Enzesberger, "che ha ignorato le differenze di peso delle economie dei Paesi partecipanti, le loro divergenti competitivita' ed il loro carico debordante di debiti. Il piano di omogeneizzare l'Europa non ha tenuto nemmeno conto delle differenze di cultura e di mentalita' del Continente".
Per lo scrittore "a pochissimi viene in mente che da qualche tempo i Paesi europei non sono piu' governati da istituzioni democraticamente legittimate, ma da sigle come Efsf, Esm, Bce e Fmi". Per lo scrittore "senza costi, scontri e dolorose limitazioni non sara' possibile tornare indietro dal vicolo cieco in cui ci hanno condotto gli ideologi dell'interdizione". Quando si arrivera' alle cifre, spiega lo scrittore, "i popoli si risveglieranno dalla loro siesta politica, poiche' gia' cominciano a sospettare che alla fine dovranno assumersi il carico di cio' che hanno causato i salvatori".

mercoledì 5 settembre 2012

 
HISTORY OF ITALY
THEY CAN’T TALK
(Judges Falcone and Borsellino, killed by mafia)
THEY WAN’T TALK
(President Napolitano and former Justice minister Mancuso. Connection between state and mafia still a mistery)

venerdì 10 agosto 2012



TOP ITALIAN MAGISTRATE RESEARCHING STATE-MAFIA COLLUSION IS TRANSFERRED TO GUATEMALA

mercoledì 25 luglio 2012

Ingroia al confino in Guatemala


ingroia_bersaglio.jpg


- Beppe Grillo -
Ingroia, il giudice di Palermo che indaga da anni sulle collusioni tra politica e criminalità per la strage di via D'amelio, va in Guatemala. Un incarico dell'ONU per combattere la criminalità nello Stato centroamericano. E' una buona notizia? Si e no. Si, perché Ingroia era diventato un bersaglio. Rischiava di finire ammazzato come Borsellino che sapeva di morire perché a conoscenza della trattativa stato (con la s minuscola) - mafia. Borsellino era persino informato del tritolo dell'esercito arrivato dal continente appositamente per lui. Disse che la mafia, che lo avrebbe ucciso, era solo manovalanza. No, perché con Ingroia in Guatemala, ancora una volta questo Paese si dimostra di merda. Quella sostanza che esce dal culo delle istituzioni deviate da almeno vent'anni. Non è una buona notizia perchè anche un bambino assocerebbe, a torto o a ragione, il trasferimento di Ingroia alle pressioni di Mancino e di Napolitano. Quest'ultimo vorrebbe distrutte le intercettazioni tra il Quirinale e l'ex ministro degli Interni. Che Mancino, democristiano di antico corso, telefoni al Colle sapendo di essere indagato è molto strano. Le probabilità che fosse intercettato erano altissime, non poteva non saperlo. Ho il sospetto che non abbia telefonato per chiedere aiuto, ma per tentare di coinvolgere la presidenza della Repubblica. Dopodiché i giochi erano fatti.
I tempi cambiano. I giudici prima si ammazzavano, ora si mandano al confino all'estero, molto più lontano che ai tempi di Mussolini. Ieri a Eboli, oggi a Città del Guatemala. Con il loro consenso, ovviamente. Le forme vanno salvate. Il ministro della Giustizia Severino, con sfoggio di humor british, ha detto "Combattere la criminalità organizzata anche fuori dal territorio nazionale è importantissimo, perché la criminalità organizzata è transnazionale e avere i nostri magistrati... è una cosa che ci fa veramente onore". L'Italia, Paese delle mafie, 'ndrangheta, camorra, mafia siciliana, sacra corona unita, tra i più corrotti del mondo, si priva quindi di uno dei suoi più importanti magistrati per combattere la criminalità guatemalteca. E' una barzelletta atomica. Non siete più credibili, evitate almeno di prendere per il culo gli italiani che, mentre salutano un uomo coraggioso, devono ascoltare il piduista Cicchitto, tessera 2232, spiegare che "Nessuno può paragonare Borsellino a Ingroia sul terreno della lotta alla mafia. E infatti si è visto quello che è successo a Borsellino". Cicchitto ci spieghi se la P2 è stata coinvolta o meno nelle trattative. Cicchitto, che ha detto di Ingroia, è "una grave anomalia, un falsario, un fazioso", dovrebbe saperlo. Rigor Montis, nel frattempo, pensa da vero statista alle prossime generazioni. Zzzzzzzzzzz. Non svegliatelo. Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere.

venerdì 20 luglio 2012



COSE NOSTRE
After 20 years from the "bombing season" and the murders of judges  Falcone and Borsellino, collusion State-Mafia is still very nebulous.

venerdì 22 giugno 2012


ALLEGED NEGOTIATIONS BETWEEN ITALIAN STATE AND MAFIA
"We must indagate" (in sicilian dialect)

domenica 20 maggio 2012

A caldo: che cos’è questo golpe?

 

Ieri è oggi?
- Fonte -
Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.
In Europa, il golpe è démodé da almeno quarant’anni. E’ assodato che si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e gradualità. Il che non vuol dire con meno violenza: è solo un altro uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri costituiti comunicano tra loro in un linguaggio allusivo e cifrato, linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa esattamente si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla sostanza, però, sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo “stabilizzare destabilizzando”.
E chissà se è una semplice coincidenza che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche degli anarchici etc.
Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura, è una società che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare politiche che si annuncino ansiolitiche e senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.
Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque matrice o attribuzione.
La “strategia della tensione” è sempre una strategia di controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che il pericolo immediato da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è palese, non stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro ombelico e guardare all’Europa.
In diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, i movimenti sociali e le lotte dei lavoratori, dopo due-tre anni di intensa agitazione di piazza, sembrano aver trovato espressione – seppure imprecisa e transitoria – sul terreno politico strettamente inteso. Il terreno, fino a poco tempo fa del tutto squalificato, della competizione elettorale.
In Francia, in Grecia e in parte in Germania, gli elettori hanno sconfessato la gestione tardoliberista della crisi da parte della “Trojka” (Banca centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale) e delle classi dirigenti che ne portano avanti le politiche di smantellamento dei diritti e repressione poliziesca.

martedì 1 maggio 2012

1st MAY, PORTELLA DELLA GINESTRA (First try of collusion State-mafia)

martedì 10 gennaio 2012

BENVENUTI AD AZZARDOPOLI

Fonte: libera
Un paese dove si spendono circa 1260 euro procapite,neonati compresi, per tentare la fortuna che possa cambiare la vita tra videopoker, slot-machine, gratta e vinci, sale bingo. E dove si stimano 800mila persone dipendenti da gioco d'azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio. Un fatturato legale stimato in 76,1 miliardi di euro, a cui si devono aggiungere, mantenendoci prudenti, i dieci miliardi di quello illegale. E' "la terza impresa" italiana, l'unica con un bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che colpisce il nostro paese. Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie ha presentato il dossier Azzardopoli, il paese del gioco d'azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare che fotografa con storie e numeri una vera calamità economica, sociale e criminale, curato da Daniele Poto e che prossimamente diventerà una pubblicazione. Sono ben 41 clan che gestiscono "i giochi delle mafie" e fanno saltare il banco. Da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la Capitale. Con i soliti noti seduti al "tavolo verde" dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, da Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. Le mafie sui giochi non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere l'undicesimo concessionario "occulto" del Monopolio. Sono ben dieci le Procure della Repubblica direzioni distrettuali antimafia che nell'ultimo anno hanno effettuati indagini: Bologna, Caltanissetta, Catania, Firenze, Lecce, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma. Sono invece 22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia in materia di gioco d'azzardo con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.
Ad Azzardopoli i clan fanno il loro gioco. Sono tante, svariate e di vera fantasia criminale i modi e le tipologie fare bingo. Infiltrazioni delle società di gestione di punti scommesse, di Sale Bingo,che si prestano in modo "legale" ad essere le "lavanderie" per riciclaggio di soldi sporchi. Imposizione di noleggio di apparecchi di videogiochi, gestione di bische clandestine, toto nero e clandestino. Il grande mondo del calcio scommesse, un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro. La grande giostra intorno alle scommesse delle corse clandestine dei cavalli e del mondo dell'ippica. Sale giochi utilizzate per adescare le persone in difficoltà, bisognose di soldi, che diventano vittime dell'usura. Il racket delle slotmachine. E non ultimo quello dell'acquisto da parte dei clan dei biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto, Gratta e vinci. I clan sono pronto infatti a comprare da normali giocatori i biglietti vincenti, pagando un sovrapprezzo che va dal cinque al dieci per cento: una una maniera "pulita" per riciclare il denaro sporco. Esibendo alle forze di polizia i tagliandi vincenti di giochi e lotterie possono infatti giustificare l´acquisto di beni e attività commerciali. Eludendo così i sequestri.

mercoledì 7 dicembre 2011

Presidente, ci sarebbe anche la mafia!!

di BENNY CALASANZIO. Fonte: micromega
Sono assolutamente d’accordo che a pagare questa manovra lacrime, sangue, piastrine e globuli (rossi e bianchi) debbano essere i pensionati, che sono considerati pacificamente la vera causa della crisi economica universale. Loro che con l’evasione fiscale, con i soldi nei paradisi fiscali, con la loro pirateria borsistica hanno portato a fondo la nostra economia. Loro che vanno alla bocciofila in Ferrari e che dichiarano solo 6-700 euro al mese. Loro che dopo aver fatto finta di lavorare una vita pensavano di godersi la vecchiaia, organizzando feste e festini nei circoli ricreativi pagati da noi. Tiè!

Mi permetto solo di osservare un piccolo, insignificante aspetto, rimanendo ovviamente convinto della malvagità del pensionato italiano. Ci sono, dall’altra parte della strada, 138 miliardi di euro. Sono accatastati su un marciapiede. Basterebbe che (sobriamente, ci mancherebbe), il professor Monti voltasse l’anglosassone viso e guardasse quella montagna di soldi, titoli, beni immobili. Centotrentotto miliardi di euro nel 2010 di ricavi, 33 miliardi di costi per un utile d’esercizio di 104 miliardi di euro. Non è il Pil di una nazione in via di sviluppo, o per lo meno non ancora, ma è il conto economico di Mafia Spa, la più grande e fiorente azienda italiana.

Le due aziende che seguono, o meglio, cercano di inseguire i nostri sono Assicurazioni Generali, con 120 miliardi l’anno e l’Eni con 83. Come scrivono Massimiliano Del Barba e Alfredo Faieta, nel loro Grandi evasori, «se la mafia fosse un’azienda regolarmente iscritta alla Camera di commercio, dovrebbe pagare il 27,5 per cento sugli utili (la famosa Ires, l’imposta sul reddito delle società), ovvero 21,45 miliardi di euro. Se proprio non vogliamo metterla in ginocchio, almeno facciamole pagare le tasse, non mollando la presa sul malefico pensionato, ovvio.

Io, che non sono un sobrio economista, né un anglosassone consulente, né l’eroe di un videogioco, per prima cosa avrei pensato: «Ehi amici ministri, cosa ne dite di tagliare immediatamente sulle spese della politica, magari anche un 20 per cento netto sugli stipendi dei parlamentari, e investire domattina nelle forze dell’ordine, nel sistema giudiziario, nella sicurezza dei magistrati? Un rotolo di carta igienica in più, qualche risma extra, e magari, perchè no, una scorta adeguata ai magistrati anticamorra di Napoli. Potrebbe essere un’idea, che dite?».

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters