Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 4 giugno 2013

La prossima bolla finanziaria


di Andrea Baranes - sbilanciamoci -
Sette trimestri consecutivi di recessione. Un record. Famiglie e imprese strangolate dalla crisi. La disoccupazione ai massimi dal 1977. Ma la Borsa in un anno segna un + 35%. Uno scollamento sempre più marcato tra finanza ed economia. L'Italia è nel mezzo di una bolla finanziaria?
Tra giugno 2012 e maggio 2013, il Mib, il principale indice della Borsa italiana, guadagna oltre il 35%. Davvero niente male per un Paese che sta entrando nel settimo trimestre consecutivo di calo del Pil. Consumi e produzione industriale crollano, viviamo una stagione di instabilità politica e di sfiducia sociale, la disoccupazione è ai massimi storici. Ma la finanza vola. 35% in un anno, un dato che dovrebbe corrispondere a un vero e proprio boom economico e a una sfavillante fiducia nel futuro. Cosa sta succedendo, esattamente?
Andiamo indietro di qualche anno, negli Usa. La bolla dei titoli tecnologici esplode a cavallo del nuovo millennio. Negli anni precedenti i mercati erano in preda a un'euforia sfrenata, chiunque investisse in una società informatica vedeva il proprio capitale crescere a dismisura. Il valore di Borsa cresceva al di là di qualsiasi fondamentale economico. L'aumento della domanda dei titoli ne faceva salire il prezzo, e l'aumento del prezzo causava un ulteriore aumento della domanda. La classica bolla finanziaria che si auto-alimenta. Finché un evento in sé limitato non porta qualcuno a vendere, scatenando l'effetto valanga: le vendite fanno scendere il prezzo, il che porta altri investitori a disfarsi dei titoli, in breve si scatena il panico.
Facciamo un altro salto all'indietro, di quasi quattro secoli. Nel XVII secolo i tulipani sono la nuova moda nelle corti europee. Alla crescita della domanda di bulbi alcuni mercanti iniziano a comprarli non per coltivare tulipani, ma sperando che il prezzo continui a salire. Più i prezzi salgono, più persone vengono attratte da questa speculazione e il fenomeno si auto-amplifica. Nel 1635 un bulbo viene venduto a 5.000 fiorini, mentre un maiale ne costava 30 e una tonnellata di burro 10. Fino all'inevitabile scoppio della bolla e alla successiva crisi.
Due situazioni per molti versi simili. Cambia però la reazione delle istituzioni. Nel XVII secolo, i giudici si rifiutano di riconoscere i debiti nati dalla bolla dei tulipani, equiparandoli a gioco d'azzardo. Nel 2001, quando scoppia la bolla tecnologica, la banca centrale statunitense taglia i tassi, per fare ripartire il sistema immettendo più denaro in circolazione. Sto giocando al casinò, finché vinco mi tengo il bottino, quando perdo mi danno la possibilità di acquistare nuove fiches a un prezzo scontato, per continuare a giocare come e peggio di prima. Un gigantesco azzardo morale.
Una montagna di “soldi facili” che segna l'avvio di una nuova bolla, questa volta nel settore immobiliare. Com'è andata a finire è ormai noto: nel 2007 i mutui subprime, il fallimento della Lehman Brothers e la peggiore crisi degli ultimi decenni. Come se ne è usciti? Semplice, inondando nuovamente i mercati di soldi. Indebitando gli Stati per migliaia di miliardi per foraggiare il sistema finanziario responsabile della crisi e portando i tassi ai minimi storici.
Non che in una situazione di crisi sia sbagliata l'idea in sé di iniettare denaro pubblico per fare ripartire l'economia, la politica opposta è la sciagurata austerità che stiamo vivendo in Europa. Ma l'ibrido di liquidità illimitata per la finanza e austerità per gli Stati e i cittadini è surreale. I piani di salvataggio arrivano senza condizioni. Un assegno in bianco dal pubblico al settore finanziario, e si riparte. Con una bolla del petrolio, poi dell'oro. A cavallo del 2008 il prezzo del grano e del mais raddoppia sui mercati internazionali, senza che ci sia alcun motivo “reale”, una siccità, una grandinata, l'invasione delle cavallette, che possa minimamente giustificarne l'andamento.
Tutto questo mentre l'austerità e i tagli alla spesa pubblica significano meno risorse nel sistema economico e recessione. In questa situazione, “naturalmente” i capitali si indirizzano verso la speculazione e si allontanano dalle attività produttive, amplificando la bolla finanziaria da una parte e la stessa recessione dall'altra.
Il sistema bancario contribuisce in maniera determinante. In Italia, con i tassi di riferimento così bassi e un costo della raccolta del denaro che rimane alto, è difficile guadagnare su prestiti e mutui. Le difficoltà di famiglie e imprese nel restituire i prestiti portano inoltre all'aumento delle sofferenze bancarie e dei crediti deteriorati. Per fare quadrare il bilancio, si investe massicciamente in titoli finanziari. L'attività bancaria si sposta dai prestiti agli investimenti di portafoglio. Ulteriori risorse sottratte all'economia e immesse nella finanza.
Somme stratosferiche circolano tra i mercati di tutto il mondo, ma in Italia è praticamente impossibile ottenere un mutuo sulla casa e le imprese non hanno accesso al credito. Un sistema incredibilmente inefficiente, in quanto necessità di enormi risorse per portare a termine il proprio compito, e altrettante inefficace, in quanto non riesce nemmeno a realizzare tale compito in maniera accettabile. Questa finanza non è più uno strumento al servizio dell'economia. È un fardello insostenibile, un gigantesco bidone aspiratutto sopra le nostre teste. È questa la posta in gioco quando parliamo di chiudere il casinò finanziario, limitare l'uso dei derivati, contrastare i paradisi fiscali, introdurre dei controlli sui movimenti di capitali, tassare le transazioni finanziarie. Sottoporre la finanza a una rigida cura dimagrante.
Il problema non è che non ci sono i soldi, come ci ripetono quotidianamente. Il problema è che ce ne sono troppi. Ma sono tutti dalla parte sbagliata. Il Mib segna un +35%. Il Pil è in calo da sette trimestri consecutivi. Uno scollamento sempre più profondo tra finanza ed economia. Una classica bolla. E prima o poi le bolle scoppiano, causando disastri economici e sociali. Se non cambiamo dalle fondamenta l'attuale sistema, il dubbio non è “se” ma “quando” scoppierà. Dopo di che, anche sull'ipotizzare chi verrà riempito di soldi e liquidità perché è “too big to fail”, e chi al contrario rimarrà con il cerino in mano a pagare un conto fatto di sacrifici, disoccupazione, precarietà e piani di austerità, i dubbi sono abbastanza pochi.

domenica 19 maggio 2013

I nani d’Europa e la società dimenticata

Politici europei e tecnocrati, imponendo l’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?

- sbilanciamoci -
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli... Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani. La tragicità, in termini di frustrazione e di spreco sociale ed economico, della disoccupazione giovanile che affligge gran parte d’Europa non scuote il loro animo. E la cosa più grottesca è che le sofferenze da questi nani imposte sono inutili. Gli stupidi possono ravvedersi a fronte di evidenze certe e semplice buon senso. Questi nani no.
Diagnosi, correzioni, nuove prospettive
Negli ultimi mesi vi sono state importanti ammissioni di errori da una parte dei tecnici e degli accademici che avevano sostenuto l’esigenza dell’austerità fiscale. Sono anche emersi sempre più nitidamente fatti che, senza bisogno di tante riflessioni, pongono in evidenza le possibilità di successo di politiche espansive. I nani sembrano non essersene resi conto e mantengono la rotta della perdizione europea.
A porre i primi dubbi sulla saggezza della drastica terapia di austerity hanno cominciato quelli dell’Fmi, Blanchard (chief economist di quella struttura) in testa. Come ho argomentato (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Il-bilancio-espansivo-che-serve-all-Europa-16614) non si è trattato certo di un “pentimento completo”, ma si è tornati ad ammettere, come negli anni ’70, che i “moltiplicatori” di spesa pubblica e imposizione possono essere diversi da zero e diversi tra loro. Come conseguenza imprevista dell’errore sui moltiplicatori l’austerità, nella misura in cui è stata praticata in Europa, ha prodotto recessione e di ciò il Fmi ha dato atto. In qualche misura il Fmi sembra essere tornato a modelli interpretativi simili a quelli che le banche centrali di tutto il mondo usavano negli anni 1970, quando i “moltiplicatori” venivano stimati e pubblicati.
Quasi contemporaneamente lo Iags (un’associazione tra tre autorevoli centri di ricerca europei) ha prodotto un rapporto che, anche esso sulla base di una rivisitata stima dei moltiplicatori, suggerisce, sulla base di un adeguato modello di ottimizzazione dinamica, di rimodulare nel tempo le politiche di rientro dal debito per i paesi cui è stato prescritto (tra i quali l’Italia) in modo da minimizzare l’impatto recessivo delle politiche stesse. Una proposta certo timida ma che va nella direzione giusta, anche se non abbastanza. Vi sarebbe infatti bisogno di politiche effettivamente espansive, piuttosto che solamente meno recessive.

venerdì 5 aprile 2013

La politica spaesata, l’economia traslocata


di Mario Pianta  - sbilanciamoci -

Nulla è più dove dovrebbe essere. Senza un governo a Palazzo Chigi, la politica è spaesata e l’economia, nel frattempo, ha traslocato nei paradisi fiscali, come rivela lo scandalo “Offshoreleaks”

Nulla è più dove dovrebbe essere. A Palazzo Chigi non c’è un governo uscito dal voto, ma la proroga di un gruppo di “tecnici” – chiamati in emergenza un anno e mezzo fa – che alla conta di febbraio hanno avuto l’11% dei voti. Di possibili governi non si discute in Parlamento, ma sul blog di Beppe Grillo, al Palazzo Vecchio di Firenze o nelle residenze di Berlusconi. Il regista della formazione del governo non è a Palazzo Chigi, ma al Quirinale. E, da lì, le consultazioni si fanno con Francoforte, al telefono con Mario Draghi.
Ieri il presidente della Banca centrale europea ha annunciato che l’Europa sarà in recessione per i primi sei mesi di quest’anno, che la crisi morde anche il “centro” del continente e che la sua politica non cambierà: moneta (relativamente) facile – soprattutto per le banche pericolanti – e austerità senza tregua: spesa pubblica da tagliare, liberalizzazioni da fare, salari da abbassare. È qui oggi – non a Bruxelles, non a Roma – il centro della politica, e non solo economica: è stato Draghi a avvertire ieri gli speculatori a non sottostimare il “capitale politico” investito in Europa sull’euro.
Se a Roma si ha la sensazione che la politica sia evaporata, l’International Consortium of Investigative Journalists ci ha ufficialmente informato ieri che l’economia ha traslocato. Non è più nella Milano “capitale morale”, nel triangolo industriale, nella Terza Italia dei distretti, nei palazzi romani delle grandi imprese ex pubbliche. Si è trasferita lontano dai lavoratori e dal fisco, nientemeno che nel “paradiso” del capitalismo.
Ci sono qui centomila persone, i ricchi di 170 paesi, 120 mila imprese, il cuore dell’economia mondiale. Per i poveri mortali della Ue, questo vuol dire 1000 miliardi di euro di minori entrate fiscali e molti milioni di posti di lavoro in meno. Per i super-ricchi vuol dire poter ripulire capitali illegali attraverso società di copertura, avere profitti esentasse, gestire le scatole cinesi delle proprietà aziendali, sfuggire a ogni regola della pur sregolata finanza.
In quest’élite del capitalismo da pescecani sono 200 i nomi (e i prestanome) italiani, che potremo leggere presto – ma la maggior parte li conosciamo già, senza dover aspettare le rivelazioni di “Offshoreleaks”. Come sappiamo già che quest’élite ha in mano gran parte del paese: i dieci italiani più ricchi – ce lo dicono i dati Banca d’Italia – posseggono una ricchezza pari a quella dei tre milioni di italiani più poveri.
Una geografia messa sottosopra, una politica spaesata, un potere impermeabile alla democrazia, l’aristocrazia che concentra le ricchezze, i ricchi al di sopra della legge: la “terza repubblica” ci sta riportando all’ancien régime. Contro questo vuoto, questa cancellazione di ogni democrazia, una proposta concreta l’ha avanzata venerdì scorso Giulio Marcon sul manifesto e su sbilanciamoci.info (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Cento-piazze-per-cambiare-rotta-17557): una grande piazza, o centro piazze, per raccogliere e rendere visibile l’Italia che vuole cambiare rotta, che non si arrende a questa deriva feudale. La data giusta potrebbe essere il 25 aprile.

giovedì 28 marzo 2013

Eurozona, appello contro la tenaglia del “two-pack”

 

- micromega -
Il 12 marzo il Parlamento europeo riunito a Strasburgo ha votato a maggioranza il cd. Two-Pack, ovvero due Regolamenti che, dopo le ulteriori fasi di approvazione, entreranno automaticamente in vigore in modo vincolante per i paesi dell'Eurozona. In sostanza i due Regolamenti estendono a tutto l'arco dell'anno il controllo da parte della Commissione europea, con poteri stringenti, sulla legge di stabilità (la ex legge finanziaria) dei singoli paesi. Così da valutare preventivamente la sua congruità rispetto alle linee di politica economica adottate a Bruxelles.

I singoli stati sono così obbligati a formulare le proposte di legge di stabilità e a inviarle in sede europea entro il 15 ottobre di ogni anno per ottenere il via libera. Qualora si riscontrassero delle divergenze, i paesi membri sono tenuti a modificare le loro proposte di legge secondo le indicazioni fornite dalla Commissione Europea.
Siamo di fronte ad un'altra grave perdita di sovranità nazionale, del potere dei parlamenti e di lesione alla democrazia dei singoli paesi su quella che da sempre è ritenuta la legge fondamentale di uno stato, cioè la legge di bilancio.

La Commissione europea, organo non elettivo, diventa il luogo di valutazione delle leggi di stabilità nazionale e ha il potere di esigere modificazioni.
Siamo quindi ad un nuovo giro di vite, dopo l'approvazione del fiscal compact, nel sistema di governance europea, sempre più a-democratico e lontano dalle esigenze dei cittadini.

Nella prossima riunione del Consiglio ECOFIN, che può anche essere imminente, anticipando quella già fissata per il 14 maggio, il TWO-PACK potrebbe essere ratificato definitivamente anche senza ulteriore discussione, a meno che questa non venga esplicitamente richiesta da uno degli stati membri della Ue.

Per queste ragioni facciamo appello ai singoli parlamentari e alle forze politiche, affinché venga subito promosso un dibattito nelle aule parlamentari per decidere l'atteggiamento che il nuovo governo dovrà tenere nelle sedi Ue su questa questione che mortifica ulteriormente i poteri delle istituzioni democratiche ed elettive in materia di bilancio.

Chiediamo che il governo che si formerà sollevi il problema nella prossima riunione del Consiglio ECOFIN (o in qualsiasi altra formazione del Consiglio chiamata a ratificare l'accordo raggiunto con il Parlamento europeo sui due regolamenti) ed esprima un parere contrario al TWO-PACK.

Luciano Gallino, Bruno Amoroso, Fulvia Bandoli, Andrea Baranes, Marco Bersani, Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini, Aldo Bonomi, Alberto Burgio, Andrea Di Stefano, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Roberto Musacchio, Marco Revelli, Gianni Rinaldini, Umberto Romagnoli, Mario Sai, Patrizia Sentinelli, Massimo Torelli, Guido Viale
Le ulteriori adesioni possono essere inviate a cercareancora2010@gmail.com

(28 marzo 2013)

giovedì 31 gennaio 2013

Finanza libera da interessi

JAK Italia, il modello di banca senza interessi

Jak Italia è il primo progetto italiano di finanza libera da interessi. L'obiettivo è quello di promuovere il risparmio e la creazione di una economia solidale. Per saperne di più sulla creazione di questo nuovo modello bancario, ne abbiamo parlato con Enrico Longo, presidente del comitato promotore della Banca Popolare Jak Italia.

di Dario Lo Scalzo

euro
Il progetto JAK nasce dalla volontà del comitato promotore di cambiare il modo di fare banca ed erogare prestiti nel nostro Paese, con un’idea di business sociale 'no profit'
Nonostante quello che vogliono farci credere, il Paese non è spento. Esiste un‘Italia che si muove per cambiare, che ha deciso di mettersi in gioco in prima persona per provare a modificare i comportamenti individuali e collettivi, per abbattere i pilastri perdenti del sistema esistente e che prova a creare un nuovo benessere; quello che mira a porre al centro la cultura del valore, quello che tende al vero progresso dell’umanità che risiede nella centralità della persona, nell’esaltazione della sua dignità, della sua diversità e nel suo rispetto.

Spesso il cambiamento nasce dalla semplicità e giunge anche riproducendo le esperienze di successo di altri luoghi che, ahimè, molto spesso non vengono veicolate né raccontate alle masse, probabilmente perché attraenti, scomode e rivoluzionarie. Nell’Italia che cambia abbiamo incontrato Enrico Longo, presidente del comitato promotore della Banca Popolare Jak Italia per saperne di più sulla loro idea di creazione di un nuovo modello bancario.

Chi siete e cosa proponete?

Attualmente esistono l’Associazione culturale Jak Bank Italia ed il comitato promotore per la costituzione della Banca Popolare Jak Italia. La prima si occupa di fare sensibilizzazione e formazione sul tema dell’economia interest-free, organizzazione di eventi promozionali ed aggregare quante più persone possibili attorno al progetto. Il secondo è, invece, lo 'strumento tecnico' che sta portando avanti l’iter di costituzione del soggetto bancario.

Il progetto JAK nasce dalla volontà del comitato promotore di cambiare il modo di fare banca ed erogare prestiti nel nostro Paese, con un’idea di business sociale 'no profit' in cui l’obiettivo sia la sostenibilità economico-finanziaria, non la massimizzazione del profitto. La peculiarità della futura Banca Popolare Jak Italia sarà, infatti, l’assenza di applicazione di interessi sui prestiti e sulla giacenza. Sarà, inoltre, un modello di reciprocità, in cui i soci, e non i clienti come nel tradizionale sistema bancario, potranno condividere i loro risparmi con gli altri soci, a basso costo.

jak italia
La peculiarità della futura Banca Popolare Jak Italia sarà l’assenza di applicazione di interessi sui prestiti e sulla giacenza
Alla base dei valori del progetto c’è, dunque, l’esigenza, fortemente sentita oggi dalle aziende come dai privati, di modificare radicalmente l’attuale sistema economico-finanziario, giungendo ad un nuovo paradigma in cui i valori, la cultura e gli individui occupino un ruolo di primo piano: una banca che dia credito esclusivamente all’economia reale e locale consentendo lo sviluppo di una nuova sostenibilità e coscienza ambientale anche in campo economico e finanziario.

mercoledì 23 gennaio 2013

Chi paga la crisi e chi ci guadagna

Fonte: www.economiaepolitca.it | Autore: Luigi Pandolfi
       
La campagna elettorale sta entrando nel vivo, ma, com’era facile prevedere, visti gli attori in campo, i temi veri, quelli che afferiscono al futuro del paese ed alla sua capacità di vincere le sfide che ha davanti, rimangono inspiegabilmente sullo sfondo.

E tra i temi veri, vale la pena ricordarlo, c’è quello che riguarda i nostri impegni con l’Unione europea e le sue strutture tecnico-finanziarie. Insieme a quello, correlato, della compatibilità del nostro diritto al futuro con le scelte finora compiute sul terreno della costruzione dell’Europa monetaria.

Nel luglio del 2012 il nostro Parlamento ha ratificato, in un clima che potremmo definire inerziale, due importanti trattati, quello sul Fiscal compact e quello sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Il primo impegna il nostro paese a ridurre il debito pubblico nei prossimi venti anni, fino a portarlo entro la soglia stabilita dal Trattato di Maastricht (60% del PIL). Considerato che il debito italiano ammonta ormai a circa 2000 miliardi di Euro, che in rapporto al prodotto interno fa il 127%, per raggiungere l’obiettivo del trattato bisognerà rastrellare circa 900 miliardi di Euro in venti anni, 50 ogni anno, 150 milioni ogni giorno.

Il secondo è riferito invece all’istituzione del cosiddetto “Fondo salva stati”, un plafone di 650 miliardi di Euro che l’Europa metterebbe a disposizione, previa accettazione di vincoli draconiani dal lato della riduzione della spesa, dei paesi a rischio bancarotta. Chi alimenterà questo portafoglio? Gli stati membri, in rapporto alla loro ricchezza (PIL). L’Italia ha dovuto sottoscrivere quote per il 18% dell’intero capitale, per un importo di circa 125 miliardi di Euro, da versare in 5 anni.

La prima domanda che sorge snocciolando queste cifre è questa: dove prenderà i soldi il nostro paese per onorare questi impegni? Stiamo parlando infatti di cifre vertiginose, tanto grandi da apparire immediatamente incompatibili con le disponibilità finanziare dello Stato, specie in questa fase etichettata con la parola “crisi”.

Evidentemente,come il governo dei professori ci ha anticipato, una parte dei quattrini necessari per “stare in Europa” dovrà venire da una contrazione significativa della spesa e da un inasprimento generalizzato della pressione fiscale, diretta ed indiretta. Ergo, meno servizi e tutele per i cittadini, meno stato sociale, più tasse. Con tutte le conseguenze, in termini di recessione economica e di crescita della povertà, che una simile spirale porta inevitabilmente con sé.

Ma questo non sarà sufficiente, perché oltre una certa soglia, nei tagli al welfare, non si potrà andare, pena l’annientamento della nostra società. E questo il Meccanismo di stabilità l’ha previsto, stabilendo che i paesi membri, per finanziare il “Fondo salva stati” potranno fare nuovo debito pubblico.

Ricapitoliamo. La crisi in atto è sta battezzata come “crisi del debito”. Quotidianamente i mass media ci informano che la stabilità finanziaria dell’Europa passa attraverso il controllo e la riduzione dei debiti sovrani degli stati membri. E in questa direzione andrebbero sia l’obbligo del pareggio di bilancio, peraltro costituzionalizzato, sia le clausole del Fiscal compact appena richiamate. In Italia ciò sarebbe maggiormente rilevante a causa dell’enorme debito accumulato negli anni ed al suo peso in rapporto alla ricchezza nazionale (PIL). Tutto chiaro? Tutto lineare? Nemmeno per sogno.

Proprio il meccanismo principe della stabilità finanziaria europea, il MES, messo in piedi per non far fallire gli stati membri dell’Unione con più alto e tortuoso debito pubblico, prevede che quest’ultimo si può nondimeno aumentare per riempire le sue casse.

C’entra qualcosa tutto ciò col fatto che il debito pubblico italiano negli ultimi mesi ha subìto un’impennata turbinante, portandosi al di sopra dei 2000 miliardi di Euro? Certo che c’entra.

Come dimostrano le stime della Banca d’Italia, all’inizio del 2012 il debito pubblico italiano era poco sopra i 1.900 miliardi di Euro. Oggi siamo a circa 2020 miliardi di Euro. Nei 120 miliardi di differenza ci sono anche i versamenti che il paese ha fatto al “Fondo salva stati”. Una contraddizione gigantesca: si strangola l’economia con misure di austerità per uscire dalla “crisi del debito”, e, nello stesso tempo, quest’ultimo lievita a dismisura, anche per effetto delle stesse strategie volte a ridurne la consistenza. C’è una logica in tutto ciò? Apparentemente no. Se diamo però un’occhiata a quello che è accaduto in quest’ultimo anno sul versante della (cosiddetta) lotta alla speculazione qualche spiraglio di luce inizia ad aprirsi.

Nel mese di dicembre del 2011, quando i venti della speculazione soffiavano particolarmente forti, la Bce ha accordato a 523 banche private europee finanziamenti per circa 500 miliardi di Euro, ad un tasso fisso agevolato del 1%. Una cifra enorme, con la quale le banche hanno, prevalentemente, acquistato titoli di Stato, ad un rendimento fino al 5-6 %.

Se guardiamo al nostro paese, i dati della Banca d’Italia a tal riguardo parlano chiarissimo: a cavallo tra il 2011 e la fine di gennaio del 2012, quindi immediatamente dopo l’asta della Bce del 21 dicembre, le banche italiane hanno acquistato BTp e ed altri titoli affini per un importo di circa 30 miliardi di Euro, passando, in termini di portafoglio complessivo, da 209 miliardi a 237 in un solo mese.

Una cosa simile si è verificata anche qualche mese dopo, a seguito della seconda asta della Bce, nel mese di febbraio del 2012, con la quale sono stati assegnati ben 530 miliardi di Euro a 800 banche europee. E siamo a 1000 miliardi in tre mesi! Un importo pari alla metà del nostro gigantesco debito pubblico.

Capito? La giostra europea funziona più o meno così: lo Stato si svena verso l’Europa, tassando i propri cittadini, tagliando servizi, cancellando diritti, emettendo nuovi titoli del debito pubblico; l’Europa, a sua volta, prende questi soldi e li dà a banche private, che hanno perso liquidità per proprie imprese finanziarie fallimentari, quasi a gratis; le banche, prendono questi soldi, e cosa fanno? Aprono il portafoglio e finanziano le imprese? No, li prestano agli stati comprando il loro debito, ad un tasso di interesse 4-5 volte superiore a quello con cui li hanno ricevuti. I soldi, insomma, sono sempre gli stessi, ma in questo gioco incredibile c’è, ovviamente, chi vince e chi perde. I primi si chiamano banche e speculatori finanziari, i secondi cittadini d’Europa.

In questo quadro l’obiettivo della riduzione del debito, e quello del pareggio di bilancio, più che il fine costituiscono il mezzo attraverso il quale si finanzia la speculazione finanziaria. C’è “crisi” si dice, ma nella “crisi” qualcuno ci sta guadagnando. E questo qualcuno si chiama “banche”. Solo quelle italiane, nell’anno che è appena trascorso, avrebbero guadagnato, investendo i soldi ricevuti dalla Bce, più di 15 miliardi di Euro.

I conti tornano. E quelle cose che più indietro potevano apparire contraddittorie, in questa nuova ottica si ripresentano in tutta la loro coerenza. Intanto la politica italiana continua a trastullarsi nel suo teatrino. Tanto del nostro destino se ne occupano altrove.

La struttura segreta del Vaticano


Immobili a Londra con i soldi di Mussolini

Una società off-shore custodisce un patrimonio da circa 650 milioni di euro. Per conto della Santa Sede, che ha raggranellato prestigiosi locali ed edifici nella capitale britannica. Grazie ai soldi che Mussolini diede al papato con i Patti Lateranensi

 - larepubblica -
LONDRA - A chi appartiene il locale che ospita la gioielleria Bulgari a Bond street, più esclusiva via dello shopping nella capitale britannica? E di chi è l'edificio in cui ha sede la Altium Capital, una delle più ricche banche di investimenti di Londra, all'angolo super chic tra St. James Square e Pall Mall, la strada dei club per gentiluomini? La risposta alle due domande è la stessa: il proprietario è il Vaticano. Ma nessuno lo sa, perché i due investimenti fanno parte di un segretissimo impero immobiliare costruito nel corso del tempo dalla Santa Sede, attualmente nascosto dietro un'anonima società off-shore che rifiuta di identificare il vero possessore di un portfolio da 500 milioni di sterline, circa 650 milioni di euro. E come è nata questa attività commerciale dello Stato della Chiesa? Con i soldi che Benito Mussolini diede in contanti al papato, in cambio del riconoscimento del suo regime fascista, nel 1929, con i Patti Lateranensi.

A rivelare questo storia è il Guardian, con uno scoop che oggi occupa l'intera terza pagina. Il quotidiano londinese ha messo tre reporter sulle tracce di questo tesoro immobiliare del Vaticano ed è rimasto sorpreso, nel corso della sua inchiesta, dallo sforzo fatto dalla Santa Sede per mantenere l'assoluta segretezza sui suoi legami con la British Grolux Investment Ltd, la società formalmente titolare di tale cospicuo investimento internazionale. Due autorevoli banchieri inglesi, entrambi cattolici, John Varley e Robin
Herbert, hanno rifiutato di divulgare alcunché e di rispondere alle domande del giornale in merito al vero intestatario della società.

Ma il Guardian è riuscito a scoprirlo lo stesso attraverso ricerche negli archivi di Stato, da cui è emerso non solo il legame con il Vaticano ma anche una storia più torbida che affonda nel passato. Il controllo della società inglese è di un'altra società, chiamata Profima, con sede presso la banca JP Morgan a New York e formata in Svizzera. I documenti d'archivio rivelano che la Profima appartiene al Vaticano sin dalla seconda guerra mondiale, quando i servizi segreti britannici la accusarono di "attività contrarie agli interessi degli Alleati". In particolare le accuse erano rivolte al finanziere del papa, Bernardino Nogara, l'uomo che aveva preso il controllo di un capitale di 65 milioni di euro (al valore attuale) ottenuto dalla Santa Sede in contanti, da parte di Mussolini, come contraccambio per il riconoscimento dello stato fascista, fin dai primi anni Trenta. Il Guardian ha chiesto commenti sulle sue rivelazioni all'ufficio del Nunzio Apostolico a Londra, ma ha ottenuto soltanto un "no comment" da un portavoce.
(22 gennaio 2013)

venerdì 11 gennaio 2013

Cremaschi: caro Ingroia, la vera mafia è quella di Bruxelles

- informarexresistere -

Caro Ingroia, l’antimafia non basta: perché oggi il vero nemico che ci minaccia è molto più pericoloso del potere delle cosche, persino di quelle che si infiltrano nell’economia fino ad avvelenarla. Deve cadere il Muro di Bruxelles, quello che ricatta i popoli dell’Eurozona sulla base dei diktat emanati dalle oligarchie finanziarie, ordini firmati da tecnocrati non eletti da nessuno, a cui – grazie all’attuale personale politico – siamo costretti a sottometterci, per fare la stessa fine della Grecia. Dopo i “garanti” dei movimenti firmatari dell’appello “Cambiare si può”, anche l’ex leader della Fiom Giorgio Cremaschi, vicino ai No-Tav e promotore del Comitato No-Debito e del “No-Monti Day”, prende le distanze dalla lista “arancione” capeggiata da Antonio Ingroia, ipotetico leader del “quarto polo”, sul quale confluiscono i partiti di Di Pietro, Ferrero e Diliberto, insieme ai Verdi di Bonelli.
«Siccome non son mai stato una vittima del nuovo in politica, di quel nuovismo attraverso il quale si sono perpetuate da trent’anni le stesse politiche e le stesse classi dirigenti – premette Cremaschi, in un intervento su “Micromega” – non mi scandalizza che la lista del cosiddetto quarto polo sia diventata l’ennesima lista personale, ove il leader è la sostanza della proposta, né mi sconvolge che i partiti siano alla fine l’architrave della lista». I partiti esistono da sempre, aggiunge Cremaschi, e chi li rifiuta «semplicemente ne sta fondando un altro». Quello che non convince, della coalizione Ingroia, è «l’ordine delle priorità e il messaggio di fondo del programma annunciato dal suo leader», secondo cui l’Italia sarebbe un paese devastato dalla corruzione e dalle mafie, grazie al ruolo attivo di una parte della “casta”, cioè i berlusconiani, e il silenzio-assenso di una componente più debole e subalterna, che va da Monti al Pd.
Secondo Ingroia, a quanto pare, una lotta vera alle mafie e alla corruzione finora non si è fatta per colpa di questa classe politica, e il paese ne paga i costi con la crisi economica. Ergo: mettere al governo una classe dirigente che distrugga davvero le mafie è la necessaria condizione di giustizia per una possibile ripresa economica, non “pagata” dai più poveri. Intendiamoci, ammette Cremaschi: «Il peso della corruzione, dell’evasione fiscale, della criminalità nella nostra economia è da tempo documentato». Tuttavia, aggiunge l’ex dirigente sindacale, «non mi pare che questo possa essere sufficiente a motivare una lista alternativa ai principali schieramenti ed in particolare a Monti», che peraltro «su questo terreno ha nella sua agenda temi e proposte molto vicine a quelle di Ingroia». Anche Monti, infatti, «mette al centro del suo programma liberista l’idea che in Italia una buona economia emergerà dalla distruzione dell’economia corporativa e criminale». E non a caso, dice Cremaschi, il premier “tecnico” «individua in Marchionne l’esempio imprenditoriale da esaltare sulla via delle “riforme”». Curioso: già di per sé, «il liberismo è spesso criminale per i suoi risultati sociali». Nonostante ciò, chi lo propugna può persino «proporsi di combattere l’economia criminale».
«Naturalmente – continua l’ex dirigente Fiom – Monti mette al primo posto della sua agenda la politica di austerità, così come viene definita dai vincoli del Fiscal Compact, del pareggio costituzionale di bilancio, dei trattati europei». La lotta alla criminalità economica e mafiosa sarebbe ancora più stimolata da questi vincoli, perché essi ci imporrebbero di trovare lì i soldi che servono per lo “sviluppo”. Se Ingroia afferma di combattere il montismo, «perché allora non contesta questo punto che è il punto cardine di esso? Perché nel suo discorso d’investitura è assente la critica ai vincoli europei e del capitalismo internazionale, quello formalmente onesto?». Il guaio è che Ingroia, probabilmente, è davvero convinto che la questione sociale ed economica sia solo «una derivata della questione criminale», e Giorgio Cremaschiche quindi «basti essere rigorosi davvero e non a parole, per creare le condizioni economiche per la giustizia e lo sviluppo». Magari fosse così.
«Per affrontare questa crisi economica da una punto di vista alternativo a quello di Monti – afferma Cremaschi – si deve programmare un gigantesco intervento pubblico nell’economia e la rottura di tutti i vincoli europei: o si segue questa strada oppure ci si deve affidare al mercato». Non è un caso che il Pd sia spiazzato dalla candidatura di Monti, «perché ha sinora sostenuto unapolitica di mercato e non ha alcun programma realmente alternativo ad essa». Una politica del pubblico e dell’eguaglianza sociale richiede un forte controllo democratico sull’economia, sottolinea Cremaschi. «E qui diventa decisiva la lotta a mafie e corruzione: perché il liberismo si è sempre alimentato con il corrompimento della classe politica». Infatti, «tutto il sistema delle partecipazioni statali è stato privatizzato sventolando le tangenti e le mazzette dei manager pubblici e dei politici che li controllavano: è lì che è nata l’egemonia, anche a sinistra, dell’ideologia del mercato come antidoto alla corruzione». Come diceva Brecht, «è più profittevole fondare una banca che rapinarla».
Nella crisi attuale, continua Cremaschi, la priorità è la lotta alla disoccupazione e al super-sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. «Questa la può fare davvero solo il pubblico, e per questo il potere pubblico dev’essere liberato dalla criminalità e dalla corruzione». Allo Stato di domani, alternativo all’attuale fantasma finanziario costretto a obbedire a Bruxelles, occorre affidare «una nuova politica economica e sociale». L’alternativa a Monti «nasce dalla rottura con le politiche liberiste europee e con quella economia criminale amministrata dalla Troika internazionale che ha distrutto la Grecia, dove oggi trionfa l’economia illegale». La questione sociale comanda sulla lotta alla criminalità e non viceversa, insiste Cremaschi. «Questa è la differenza di fondo tra la lotta alle mafie dei liberali onesti e quella del movimento operaio socialista e comunista: una differenza ancora più vera oggi, se davvero ci si vuol collocare su un fronte alternativo a tutto il quadro politico liberista dominante».

Fonte: http://www.libreidee.org/2013/01/cremaschi-caro-ingroia-la-vera-mafia-e-quella-di-bruxelles

Tratto da: Cremaschi: caro Ingroia, la vera mafia è quella di Bruxelles | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/01/10/cremaschi-caro-ingroia-la-vera-mafia-e-quella-di-bruxelles/#ixzz2Hh7riiq6
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

mercoledì 26 dicembre 2012

Feste 2012, ecco perché a banchettare sulla nostra povertà è la speculazione internazionale

Autore: fabio sebastiani
- controlacrisi -
Le vere feste anche quest’anno sono per gli speculatori, che in realtà non hanno mai smesso di fare il loro sporco lavoro. Come nell’ultima vicenda della cosiddetta “soluzione europea” del dossier della Grecia, ovvero il buyback del debito greco. Secondo il New York Times, e non una pericolosa centrale di sovversione comunista, i veri vincitori sono gli hedge fund, ovvero i fondi ad alto rischio che ancora imperversano nel mondo. Secondo la testata Usa, la Commissione Europea ha deciso di non andare allo scontro con i fondi speculativi e la lobby bancaria, adottando una linea morbida che ha consentito agli hedge fund di trarre importanti profitti. La linea morbida ha avuto per oggetto il cosiddetto “haircuts”, ovvero il taglio degli interessi da parte dei detentori dei titoli della Grecia. Il NYT che cita una email di un manager di Deutsche Bank, che avrebbe suggerito all'Ue di entrare in trattative serrate con gli hedge fund, imponendo un meccanismo legale che li avrebbe costretti a vendere il debito nelle loro mani a un prezzo inferiore rispetto a quello che avrebbero accettato volontariamente. Ma l'Europa ha respinto ''la linea dell'approccio duro. E il risultato si e' visto il 12 dicembre quando la Grecia ha centrato il proprio obiettivo di riacquistare - riporta il New York Times - abbastanza bond da ritirare 21 miliardi di euro di debito. I vincitori di questa transazione sono stati gli hedge fund, che hanno incassato profitti piu' alti del previsto''.Questo sgombra il campo sulla cosiddetta “neutralità” del gruppo dirigente alla guida dell’Europa. Sull’argomento si spende pure Beppe Grillo, che nei giorni scorsi ha tenuto un comizio a Pescara. ''Appena le banche francesi e tedesche avranno ripreso il loro debito, noi possiamo anche fallire che non gliene frega piu' niente a nessuno”, ha detto il leader del movimento “Cinque stelle”. Grillo ha spiegato che il ''curatore fallimentare'' Mario Monti e' stato mandato ''perche' noi siamo falliti l'anno scorso e meta' del debito era in mano alle banche tedesche e francesi; se fallivamo noi - ha affermato - falliva l'Europa e allora per riparare a questa cosa hanno mandato 'rigor'''.
Secondo Grillo, inoltre, ''non siamo piu' un mercato interessante, perche' i mercati emergenti non sono piu' i sei paesi del Sud Europa. I mercato emergenti - ha evidenziato - sono la Turchia, la Russia, il Brasile, il Messico e il Sud America. Sono questi i Paesi verso cui esporteranno i francesi e i tedeschi''. ''Nel 2011 i conti dello Stato erano perfetti - ha concluso Grillo - avevamo operato benissimo, avevamo speso meno di quello che avevamo incassato e avevamo 16 miliardi di euro di attivo. Solo che, quell'anno, ne abbiamo pagati 75 di miliardi per gli interessi sul debito. Dagli anni '80 ad oggi noi abbiamo messo da parte un tesoretto, come il buon padre di famiglia, di 480 miliardi di euro - ma ne abbiamo spesi 2.250 di interessi sul debito''.

domenica 25 novembre 2012

Ai rigori in casa, all'attacco in Europa

di Sergio Bruno - sbilanciamoci -
È possibile chiedere conti pubblici in ordine e allo stesso tempo una politica pubblica di sviluppo? Sì, basta porre le due domande a due soggetti diversi. Bilanci nazionali austeri, bilancio federale espansivo: una piattaforma credibile per i progressisti europei
Dichiararsi d’accordo nel volere conti sani e chiedere un allentamento dei vincoli, come fanno i sindacati europei e molte forze di sinistra, è contraddittorio, a meno che gli interlocutori cui ci si rivolge siano diversi: conti sani per i singoli stati ma uso di un bilancio europeo rilevante per innovazione e sviluppo, con la possibilità per il bilancio federale di essere in disavanzo.
La posizione dei sindacati europei
La mobilitazione europea indetta dalla Conferenza Europea dei Sindacati (CES/ETUC) è stata di pura protesta, senza proposte capaci di portarli ad un tavolo di trattative con le istituzioni europee. Anzi, se si esamina con un minimo di attenzione la piattaforma (Declaration adopted by the ETUC Executive Committee at their meeting on 17 October 2012), ci si rende conto del fatto che, a parte la denuncia per la disoccupazione e i guasti sociali, non esistono differenze incisive, in termini di sostrato concettuale, tra la posizione dei sindacati e quella dei soggetti europei impegnati nel perseguimento ottuso e generico del pareggio di bilancio da parte degli stati membri (e basta) e del rientro dei debiti pregressi nel più breve tempo possibile (e basta).
In relazione alla giornata di mobilitazione i sindacati “esprimono la loro forte opposizione alle misure di austerità che stanno trascinando l’Europa nella stagnazione economica e allo smantellamento del modello sociale europeo; misure tutte che, lungi dal ristabilire fiducia, servono solo a peggiorare gli squilibri e a favorire l’ingiustizia”. Si tratta di una denuncia relativamente chiara (non si comprende a quali “squilibri” ci si riferisca), che potrebbe presupporre analisi dei fenomeni alternative a quelle “ufficiali”, simile a quelle dei molti economisti critici che Sbilanciamoci.info ha sempre ospitato o segnalato (governi ed eurocrati europei, per dirla con Fitoussi, “... hanno interiorizzato questo mantra dell’austerity ... se [la politica economica] crea disoccupazione, vogliamo ammettere che è sbagliata?”).
Questa impressione sembra tuttavia essere smentita dal punto successivo: “Il comitato esecutivo, mentre sostiene l’obiettivo di conti sani, considera che la recessione può essere fermata solo se i vincoli di bilancio vengono allentati e gli squilibri eliminati, nella prospettiva di raggiungere una crescita economica sostenibile e la coesione sociale, nel rispetto dei valori consacrati nella Carta dei Diritti Fondamentali”. Il problema sta nel sostegno dell’obiettivo dei conti sani, per due distinti motivi. Il primo sta nell’ambiguità del l’aggettivo “sano”, il secondo e molto più importante sta nel termine “obiettivo”. (Ho scelto di riferirmi ai sindacati, ma comunque una buona parte delle forze politiche progressiste condivide le stesse equivoche posizioni).
I “conti sani”
La maggior parte dei paesi europei ha convenuto di intendere “i conti sani” come un obbligo di pareggio del bilancio pubblico, tanto che molti di essi, sotto pressione della Germania e degli eurocrati, hanno costituzionalizzato in qualche modo il pareggio di bilancio. Tale prescrizione è stata sempre riferita ai singoli paesi. La CES è contraddittoria se vuole, da parte dei paesi, conti sani e allentamento dei vincoli. Non lo sarebbe, invece, ove chiedesse di associare politiche espansive, gestite a livello di un bilancio federale in espansione, ai conti sani da parte dei paesi.
Il secondo motivo è dirimente. Lo stato di un bilancio pubblico, che rappresenta nulla più che i soldi implicati da azioni pubbliche, non può essere un “obbiettivo”, ma solo uno strumento per raggiungere obbiettivi. La disoccupazione, lo sviluppo, l’innovatività possono essere obbiettivi, non il pareggio del bilancio pubblico, che in sé non ha significato, come ho qui argomentato di recente. “Sani”, in uno stato sovrano, possono quindi essere gli effetti di azioni pubbliche, non i conti di per sé. I soldi e i conti sani, valgono invece per soggetti subalterni, come le famiglie, le imprese, gli enti locali, gli stati non (non più) sovrani.
Porre attenzione al bilancio europeo
Come semplice idea guida si pensi ad una Europa federale, simile agli Usa. È quasi ovvio che in una realtà di tal genere possano esistere vincoli di bilancio per gli stati confederati, ma non per il bilancio federale. Al contempo il riferimento agli Usa implica una complessiva governance europea in cui il ruolo della banca federale sia quello di regolare la creazione di moneta nonché di fungere da garante di ultima istanza per il bilancio federale, senza particolari vincoli a priori in merito a come finanziare eventuali deficit. Il discorso, in un tale caso, sarebbe netto: usare il bilancio federale, se necessario tramite deficit monetizzato dalla BCE e con esso concordato, per promuovere (A) occupazione e aumento del PIL nel breve periodo, nonché, in un più lungo periodo, (B) sviluppo e innovazione e (C) riequilibrio complessivo tra stati confederali ove necessario e opportuno. Questo ricondurrebbe la situazione europea alla normalità, spazzando quella parte della speculazione che fa leva su possibili default degli stati membri e che genera i deprecati spreads.

giovedì 4 ottobre 2012

«Comandano gli oligarchi della finanza, non la politica»
121004dececcodi Marco Berlinguer
Marcello De Cecco, mente caustica e grande esperto di finanza, non è ottimista. E il perché è presto detto: «Il problema numero uno oggi, come negli anni Venti e Trenta, è il predominio della finanza privata. Ma non c’è nessuna volontà politica di affrontarlo». Con un ulteriore avviso: «Ovunque stanno crescendo forze populistiche e nazionalistiche. È anche questa
un’analogia con quegli anni». Cominciamo dal primo punto. Già prima della crisi, Padoa Schioppa e Saccomanni –ovvero due personaggi dell’ufficialità –paragona - rono i mercati finanziari a “bestie selvagge ” che nessuno era più in grado di domare. Poi nel 2007 è arrivata questa crisi gigantesca e se ne sono accorti tutti. Ne è seguito un gran parlare. Persino il Fmi, la casa del liberismo mondiale, aprì un discorso sull’opportunità di un controllo sui movimenti di capitale. Ma sono rimaste tutte chiacchiere. Già, in nome della difesa del libero mercato.
Diciamo del cosiddetto libero mercato. Perché bisogna dire con chiarezza ciò che si sa da moltissimo tempo: che il sistema finanziario internazionale si è concentrato enormemente (anche a livello nazionale). Ci sono venti, trenta grandi banche internazionali e altrettante istituzioni finanziarie non bancarie, che in tutto il mondo controllano tutti i mercati: uno per uno. Talvolta si legge anche di queste cene in cui questi pochi influenti banchieri si accordano sul fatto che i tassi devono scendere o salire. O prenda anche il recente scandalo del Libor: un tasso così importante veniva deciso da quattro gatti al telefono. Sono sempre meno gli operatori che contano. E poi, questi si mettono d’accordo: in 2/3 o 6/7 e con il sistema delle leve - con 10 prendi a prestito 100, con quei 100 chiedi 1000 e così via - mobilitano risorse quasi illimitate. Ma sono davvero così potenti? Non sono forse stati salvati dagli Stati e dalle banche centrali? E anche queste leve, non sono forse possibili solo in virtù di deregulation che sono state introdotte dai governi? È senz’altro vero. Solo le banche centrali, specie la Fed, con le loro risorse potenzialmente illimitate, potevano salvare il sistema finanziario. E le deregolazioni sono decisioni puramente politiche.
Quindi?
Insomma tutto questo mostra che i grandi proprietari di ricchezze economiche e finanziarie influenzano profondamente la classe politica. In questo c’è una forte analogia con il periodo prima del 1914 e specialmente negli anni Venti.
Poi però, è arrivata la crisi del '29. E gli Stati hanno preso il pallino in mano. Questa volta, invece, pur essendo stati decisivi nei salvataggi, non lo hanno fatto.
La differenza è che negli anni Trenta si affermarono forze contrarie ai mercati finanziari. Non solo nei regimi autoritari. Prenda Roosevelt. In un famoso discorso arrivò a dire: abbiamo scoperto che la mafia non è solo nei mercati illegali, è tra noi. E si riferiva alla grande finanza privata. Allora fu un passaggio epocale. Si disse: io ti salvo, però poi comando io. La finanza privata internazionale venne repressa: la speculazione fu ridotta a poco o niente. Il ruolo pubblico crebbe enormemente. E si aprì un lungo periodo di stabilità. Fino agli anni Settanta, quando il mercato internazionale si è riaffermato e la parte pubblica ha cominciato a essere ridimensionata. Oggi, invece, ci si dice cose terribili sui mercati, ma poi qualunque regolazione è edulcorata al 90 per cento. Al massimo, si comminano multe, che gli fanno un baffo. Insomma, dobbiamo tornare a un controllo sui movimenti di capitale? Continuare a parlare di mercato – dire: “ci pensano i mercati”- è sbagliato. Certo, negli anni Trenta, il controllo sui movimenti di capitali si unì a un crollo del commercio internazionale. Uno dice: un disastro.
Oppure ci si domanda: e poi? In ogni caso, il punto è che colpire, vuol dire colpire alcuni, non tutti. Il problema è che sono quei, massimo cento, grandi operatori finanziari internazionali, che però sono anche quelli che pagano lapolitica di tutto il mondo; e in particolare quella americana.
Per cui le cose che si devono fare, non si fanno.
Torniamo ai cosiddetti mercati. Spesso si dice che c'è un interesse della finanza anglosassone a destabilizzare l’euro. Che c’è di vero? Certamente il sorgere di una nuova moneta di riserva, risparmio e scambio internazionale, è stato dal 2000 un motivo di preoccupazione della finanza americana, che ha cercato di demolirla o almeno indebolirla. Ma i problemi interni sono più importanti. Ci sono squilibri strutturali delle bilance dei pagamenti europee, che sono stati sottovalutati a lungo e che affondano le loro radici nella struttura produttiva tedesca, che ha bisogno di un mercato ben più ampio di quello tedesco. Inoltre l’euro stesso è un’istituzione liberale e l’Europa ha consacrato a livello costituzionale i principi del libero mercato. Infine, e soprattutto, i paesi europei sono divisi. Poi certo, tutte queste debolezze sono state anche utilizzate, con un’accorta manovra dei mezzi di comunicazione, da parte di gente, che non aveva mai approvato l’eu - ro. Penso anche alla Csu in Baviera e a un organo di stampa come il Bild- Zeitung, che ha fatto un’azione martellante su tutta l’opinione pubblica tedesca. Per cui, se vogliamo, l’euro, un po’si sta autodistruggendo, un po’ogni tanto gli si dà una bella botta, diciamo di speculazione internazionale, e si aiuta la natura. Insomma, non si può incolpare solo lo straniero.
No. Ci sono problemi strutturali. E politici. I partiti sono sempre più deboli. Si stanno autodemolendo dappertutto. Persino in Germania. Quest’idea di lasciar fare al mercato, sta alimentando dappertutto forze che se la prendono con i mercati. In tutta Europa stanno crescendo forze nazionalistiche e populistiche. E il grande terrore dei partiti tedeschi è che anche da loro esca fuori un partito nazionalista germanico. Sarebbe un finimondo. Siamo davvero alla soglia di grandi cambiamenti.
Pubblico quotidiano - 04.10.12

mercoledì 26 settembre 2012

La Germania contro tutti

di Giorgio Gattei
- sinistrainrete -

1. Se la Grande Germania ritorna.

Quando i giornali raccontano la speculazione finanziaria in atto come un attacco dei “mercati” contro l’Europa, non la dicono giusta. Innanzi tutto, cosa sono mai questi “mercati”? «Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome e cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta di più dell’intera classe politica mondiale?» (M. Serra, “La Repubblica”, 19.6.2012). E poi, siamo proprio sicuri che essi si muovano contro l’Europa od il suo omologo monetario, l’euro, e non piuttosto contro qualcosa di ben più specifico e nazionale come la Germania? Per capirlo, bisogna partire da lontano.

Si è ormai costituito da tempo a livello planetario un vero e proprio partito della finanza che comprende tutti coloro che guadagnano dai movimenti dl capitale speculativo. Stimabile attorno ai 90 milioni di persone, questo vero e proprio “blocco sociale” opera sui mercati di Borsa «come un partito informale ma solidissimo, in grado di determinare l’andamento dell’economia e di condizionare in modo determinante la politica» (A. Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Milano 2012, p. 43).
È questo “partito della finanza” che agita i “mercati”, i quali però vanno declinati al plurale perché non hanno un comportamento univoco secondo a come si muovono nei confronti delle due valute monetarie che si contendono gli scambi internazionali: il dollaro e l’euro. Conseguentemente due sono i suoi poli geografici di riferimento: da un lato gli Stati Uniti e dall’altro la Germania, che è la vera custode della solidità di quella moneta unica europea decisa a fare concorrenza al dollaro.
È questa una contrapposizione recente. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 avevano consegnato agli Stati Uniti il monopolio della emissione della moneta mondiale e nemmeno la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 era riuscita a scalfirne la supremazia valutaria. È solo con la ricomposizione delle due Germanie nel 1990 che le cose sono cambiate. La divisione della Germania in due unità separate e contrapposte era stata la conseguenza/punizione per i due disastrosi “assalti al potere mondiale” che aveva tentato manu militari nel 1914-1918 e nel 1939-1945. Per evitarne un terzo gli alleati vincitori l’avevano smilitarizzata e tagliata in due come una sogliola. Ma con la riunificazione successiva alla implosione dell’URSS, il problema geopolitico si è ripresentato: quale collocazione internazionale, adeguata alla sua potenza non più militare bensì economica, dare alla rinata Grande Germania?

2. Due visioni geopolitiche.


Secondo la dottrina geopolitica anglosassone, come è stata elaborata da Halford Mackinder e Nicholas Spykman, ci sarebbe nel mondo un luogo privilegiato, detto il “Cuore della terra” (Heartland), il cui controllo politico assicurerebbe il governo del pianeta. Questo centro strategico della storia è posizionato nelle grande steppe euroasiatiche, così che soltanto la Russia può impadronirsene. Con una limitazione, però: che per esercitare nei fatti la supremazia geopolitica, essa deve traboccare su qualcuna delle “Terre di contorno” (Rimlands) che la circondano e che si affacciano sui mari caldi degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico. Da qui l’obiettivo permanente della Russia (zarista, sovietica o quant’altro) di muoversi verso l’Europa, il Medio Oriente, l’Afghanistan o la Corea, ma con la Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi a contrapporle una accorta ed efficace (finora) azione di “contenimento-respingimento”.

Però la Germania ha dato alla geopolitica un proprio ed originale contributo per opera di Karl Haushofer (1869-1946). Secondo questa diversa “visione” del mondo non è più questione di “Cuore della terra” e “Terre di contorno” ad esso concentriche, bensì di Pan-Regioni che si estendono nel senso dei meridiani, da polo a polo, avendo ciascuna uno stato-guida dominante. Esse sono quattro, e quindi Pan-America con a capo gli Stati Uniti, Pan-Asia guidata dal Giappone (ma oggi si dovrebbe dire meglio la Cina), Pan-Eurasia dominata dalla Russia e Pan-Europa a direzione tedesca. E siccome ogni Pan-Regione dovrebbe godere del proprio “spazio vitale geopolitico” in reciproco rispetto con quello di ogni altra, alla Germania, in rapporti di buon vicinato con la Russia (il capolavoro di Haushofer è stato il patto Ribbentrop-Molotov del 1939), il Giappone e pure gli Stati Uniti, avrebbe dovuto spettare la guida delle penisole mediterranee che allora era facilitata dalla somiglianza di regime fascista presente in Portogallo (Salazar), Italia (Mussolini), Grecia (Metaxas) e Spagna (Franco): quattro paesi che nell’insieme già facevano in sigla PIGS = “maiali”.
Restavano estranee a questo Nuovo Ordine Europeo con mire espansionistiche sul Medio Oriente ed il continente africano soltanto le democrazie di Francia e Gran Bretagna, che comunque sarebbero state ridotte all’obbedienza con la forza. Si sa però che, se con la Francia la sottomissione riuscì, non altrettanto avvenne con la più ostica Gran Bretagna, nonostante il volo conciliatore tentato nel 1941 da Rudolph Hess (il vice di Hitler che era anche il migliore allievo di Haushofer) per trovare un accomodamento spartitorio col governo britannico. Ma proprio in quello stesso anno Hitler, smentendo le buone regole della geopolitica tedesca, dichiarava guerra all’Unione Sovietica ed agli Stati Uniti (fu solo allora che la guerra “europea” divenne “mondiale”), votandosi a quella clamorosa sconfitta da cui dovevano nascere le due Germanie separate da una “cortina di ferro”, poi materializzatasi fisicamente nel Muro di Berlino, che doveva sancire la fine di una Pan-Europa autonoma dalle altre Pan-Regioni.

martedì 21 agosto 2012

L’aut aut che Monti non vede

il manifesto | Autore: Guido Viale
«It’s the economy, stupid»: era stato questo lo slogan vincente di Bill Clinton nella campagna contro George Bush (senior) vent’anni fa. Forse oggi è il caso di riprendere quelle stesse parole contro il ragionier Monti, economista di fama mondiale, che non riesce a spiegarsi come mai, avendo «messo i conti in ordine», lo spread italiano continui a essere il triplo di quello di altri paesi quasi altrettanto indebitati e senza quell’avanzo primario (la differenza tra entrate e spese dello Stato destinata al pagamento degli interessi) che nessun altro in Europa può vantare.
Le borse non sono cieche: spread alto ed economia a pezzi vanno insieme Il fatto è che con le sue misure «salvaitalia», «crescitalia», spending review e «spremilavoro» Monti ha letteralmente strangolato, e continua a strangolare, l’economia italiana: la sua base produttiva e occupazionale, le sue imprese, le sue potenzialità; mentre con il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact ha posto le premesse perché nei prossimi anni e decenni l’economia italiana non possa mai più riprendersi: esattamente come in Grecia. Perché allora la finanza internazionale (e nazionale), che guarda alla sostanza delle cose e non ai discorsi, non dovrebbe aspettarsi che un programma del genere porti diritto al fallimento?
Lo spread è la dimostrazione che, in barba ai cosiddetti «fondamentali», la scommessa è proprio questa. A difesa di Monti si potrebbe argomentare che a non capire questa cosa elementare (o a fingere di non capirla, per nascondere altri obiettivi) non è solo lui ma che è in buona compagnia.
Innanzitutto del suo governo e dei partiti che lo sostengono; che continuano a blaterare di un “dopo Monti”, come se questo governo non stesse mettendo le premesse (addirittura in Costituzione!), perché il dopo non si differenzi minimamente dal prima (compreso il «prima di Monti», con cui è sempre più evidente la sostanziale continuità, a parte lo «stile» al posto del carnevale). Ma dietro o accanto a lui, a confermarlo nella sua pretesa di salvatore della patria, c’è tutto l’establishment della finanza internazionale, a partire da Goldman Sachs che lo ha allevato insieme al suo socio Draghi. Entrambi si presentano come i demiurghi dalle cui decisioni dipendono le sorti non solo dell’Italia ma anche quelle dell’euro, e insieme all’euro, dell’Unione europea – e per inevitabile contagio, come ben ha capito Obama, prigioniero anche lui, però, dello staff di finanzieri nelle cui mani si è messo contando di addomesticarli e non di esserne addomesticato – dell’economia mondiale. Ma entrambi cominciano a capire che il gioco in cui si sono messi è più grande di loro (nonostante tutta la «potenza di fuoco» che Draghi sostiene di voler mettere in campo); e forse più grande di chiunque altro al mondo.
Perché il modo di operare della finanza non è una congiura, ma un meccanismo cieco che nessuno in realtà governa: giacché è un contesto in cui ciascuno, anche le maggiori potenze del mondo, non può più agire se a difesa del proprio, per quanto immenso, «particulare»: che nel corso del tempo si è andato riducendo sempre più alla contabilità dei margini realizzati giorno per giorno: magari e per lo più, come si sta scoprendo giorno per giorno, attraverso meccanismi truffaldini: come la manipolazione del libor e dei rating, le scommesse contro governi o investitori di cui si è consulenti (i famigerati Cds, spacciati per il loro contrario, cioè assicurazioni contro il fallimento). O le modificazione delle regole delle vendite allo scoperto: quella con cui Draghi, allora ancora Governatore di Banca d’Italia, ha a suo tempo spianato la strada alla nomina di Monti.
Le regole con cui tenere sotto (parziale) controllo gli spiriti mortiferi della finanza, messi a punto tra la crisi del 1929 e la conferenza di Bretton Woods (a favore, per la verità, di una parte ridotta e privilegiata delle nazioni) sono state abolite da tempo in nome del pensiero unico, della deregolamentazione e della libera circolazione dei capitali. E con un solo obiettivo: privatizzare tutto e riprendere ai lavoratori quel poco che avevano conquistato in più di un secolo di lotta di classe.
Non saranno quindi né Monti né Draghi a porre un freno o a invertire questo processo. La partita tornerà ben presto in forme drammatiche e in un contesto tumultuoso e privo di mediazioni – distrutte o rese insignificanti dalla degenerazione della «politica» – nelle mani delle vittime del loro operato: ma in un contesto nazionale e internazionale carico di rischi autoritari e di elementi di confusione. È questo il quadro di riferimento di ogni possibile discussione sulla «ripresa» d’autunno

mercoledì 1 agosto 2012

La lettura sbagliata della crisi

Autore: luciano gallino        - controlacrisi -
Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032.
Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio. Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007. Quella della vulgata che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010. Da quel momento in poi ha avuto inizio l’operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.
In sintesi la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benché molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società, tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare né il rischio di insolvenza. Ciò avviene perché al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore.
La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio.
Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario.
I Siv o Spv presentano infatti vari inconvenienti. Anzitutto, mentre gestiscono decine di miliardi, comprando crediti dalle banche e rivendendoli in forma strutturata a investitori istituzionali, hanno una consistenza economica ed organizzativa irrisoria. Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, «i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, né hanno una collocazione fisica». Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca IKB, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro.

venerdì 13 luglio 2012

La finanza non cambia, la società va difesa.

di Claudio Gnesutta

"Non esistono soluzioni facili e immediate alla crisi". Nella relazione della Banca dei regolamenti internazionali, una conferma del fatto che la crisi è strutturale e che non ci sono margini nel sistema per riattivare la crescita. È per questo che l'unica strada è cambiare strada

“Chi spera in una soluzione facile e immediata continuerà a essere deluso: soluzioni di questo tipo non esistono.” L’affermazione è della Banca dei Regolamenti Internazionali (82a Relazione annuale, 24 giugno 2012, p. 8), istituzione internazionale il cui compito è di promuovere la collaborazione tra le banche centrali.
L’interpretazione delle Bri è di particolare interesse poiché scaturisce da un’analisi attenta e convincente del processo in atto. Il punto cruciale del quadro interpretativo è individuato – in modo non inedito – nel fatto che la crisi sia una crisi di indebitamente generalizzato e che il processo in atto e le prospettive future derivano dai comportamenti “normali” dei singoli soggetti indotti a privilegiare a ricostituire il proprio equilibrio patrimoniale. Non è certo una novità che le famiglie siano indebitate e siano costrette a risparmiare per rientrare dai loro debiti; che le imprese utilizzino i loro profitti per ridurre l’indebitamento piuttosto che finanziare nuovi investimenti; che il settore pubblico sia sotto pressione per realizzare avanzi correnti e ridurre il debito accumulato nel passato; che le banche e le altre istituzioni finanziarie, appesantite da titoli tossici e dalla perdita di valore di crediti e titoli, siano indotte a utilizzare i redditi correnti per ammortizzare le perdite prima di pensare ad espandere il credito all’economia. Il fatto che tutti i settori dell’economia registrino la medesima situazione segnala che non vi sono margini all’interno del sistema in grado di riattivare la crescita; la crisi è sistemica, di un intero sistema economico e sociale dai carenti meccanismi autoregolatori.
Non si tratta certamente di una novità, se non per il fatto che proviene da un’autorevole istituzione mainstream. Non dovrebbe sorprendere nemmeno l’implicazione che “lentezza del processo di deleveraging in tutti i maggiori settori dell'attività economica contribuisce a spiegare perché la ripresa nelle economie avanzate sia stata così debole”. È evidente che “i tentativi di aggiustamento di ciascun gruppo peggiorano la posizione degli altri” dato che “il settore finanziario esercita pressioni sui governi e rallenta la riduzione dell'indebitamento da parte di famiglie e imprese. I governi, a causa del deterioramento della loro affidabilità creditizia e dell'esigenza di risanare conti pubblici, stanno minando la capacità di recupero degli altri settori. Infine, il processo di deleveraging di famiglie e imprese incide negativamente sulla ripresa di governi e banche”. Una crisi da indebitamento generalizzato comporta inevitabilmente una compressione generalizzata della domanda e quindi dei redditi creando una situazione paradossale in cui l’obiettivo prioritario di ridurre l’indebitamento comporta una compressione dei redditi che impedisce la riduzione del debito. Un’osservazione che, ampiamente sviluppata per il debito pubblico, vale per tutti i settori generando non uno ma “molteplici circoli viziosi.” Un messaggio più chiaro di così non si potrebbe avere per una classe dirigente europea che, incapace di vedere gli effetti complessivi del meccanismo in atto, si trincera dietro a giudizi moralistici (talvolta fondati) sulla correttezza dei comportamenti altrui e propone (in maniera infondata) come prioritario un intervento per mettere ordina in casa propria.
Le difficoltà non si esauriscono qui, poiché nonostante quanto è successo vi è la preoccupazione che le principali banche continuino “ad accrescere la leva finanziaria” (espandendo le operazioni in derivati, ovvero le loro posizioni speculative) “senza prestare la debita attenzione alle conseguenze di un possibile fallimento”. Pare che stiano “gradualmente riassumendo il profilo di elevata rischiosità che le caratterizzava prima della crisi”, ovviamente sempre nella convinzione che, qualsiasi cosa succeda, sarà il settore pubblico a farsi carico della loro insolvenza.
Dall’analisi presentata, tre aspetti dovrebbero balzare immediatamente all’attenzione di qualsiasi autorità di politica economica.

martedì 3 luglio 2012

Il Vertice europeo e la situazione attuale dal punto di vista della borghesia e del proletariato

pc 3 luglio -
Il Vertice europeo tenutosi a fine giugno, salutato come una vittoria di Italia e Spagna sostenuti dalla Francia e come una sconfitta parziale della Merkel, non può ancora essere considerato un passaggio concreto e importante dei governi europei per fronteggiare in condizioni di maggiore unità la crisi finanziaria che li attraversa. Esso va visto da diversi lati.
Il rapporto tra i diversi paesi europei; il rapporto all'interno dei paesi europei; il quadro generale del rapporto tra governi, proletari e masse popolari in Europa.
Il rapporto tra i diversi paesi europei.
E' chiaro che con la caduta di Sarkozy si è temporaneamente indebolito l'asse franco-tedesco che finora era stato un punto di forza soprattutto per il governo tedesco che tramite questo asse aveva imposto la sua politica. Il cosiddetto “Merkozy” non è riconvertibile a breve in un “Merkhollande”. Questo ha incoraggiato nel Vertice l'azione dei governi italiano e spagnolo nel pretendere un maggiore e meno oneroso sostegno come contropartita alle politiche di rigore che essi stanno sviluppando. In questo senso, effettivamente, i governi spagnolo e italiano hanno ottenuto un risultato sulla carta che è concentrato nei punti del 'meccanismo salva spread' e nel 'Fondo salva Stati', vale a dire un intervento vicino all'automatismo nell'utilizzo e l'accesso a questo Fondo per fronteggiare la speculazione e ricapitalizzare il sostegno al sistema bancario ogni volta che esso fosse in grave difficoltà. Se questo però sarà effettivamente attuato sarà da vedere, perchè nell'accordo le parole “in modo flessibili ed efficace” si prestano ad interpretazioni in cui il bastone di comando è ancora essenzialmente nelle mani della Germania.
Il Vertice ha prodotto anche un'apertura verso gli Eurobond nella forma definita di projetbond che dovrebbero servire a finanziare lavori infrastrutturali, sostanzialmente un piano di crescita fondato quasi esclusivamente su questa voce. Su questo ha pesato il parziale cambiamento di politica del governo Hollande, più vicino all'impostazione Eurobond rispetto al governo Sarkozy. In questo senso la Merkel ha dovuto fare dei passi indietro rispetto ad affermazioni rigide delle settimane scorse. Questo si è riflesso subito sul piano interno in Germania nei movimenti interni al parlamento. Alcuni deputati della maggioranza Merkel si sono dissociati, rimpiazzati da parlamentari dell'opposizione Spd che sostengono la politica approvata dalla Merkel al Vertice. Queste modifiche nei rapporti tra governi è troppo presto per vedere se riflettono dei cambiamenti politici reali.
Il rapporto all'interno dei paesi europei.
All'interno di questi paesi i governo italiano, spagnolo e il nuovo francese hanno segnato un punto a favore nel compattamento delle loro maggioranze parlamentari e anche del loro legame di sistema interno, padroni, banche, ecc., mentre abbiamo già detto che il governo tedesco attraversa ora una fase di minore compattamento interno.
L'Europa nel suo insieme trae un vantaggio da questo passaggio nella contesa generale internazionale perchè dà un segno di maggiore unità interna . Se questo costituisca un segnale verso una maggiore integrazione e unità come blocco è ancora troppo presto per valutarlo.
Il quadro generale del rapporto tra governi, proletari e masse popolari in Europa.
Sotto questo punto di vista il Vertice ha segnato una vittoria della borghesia e un fatto molto negativo per i proletari e le masse popolari.
Come considerazione generale vale quella da noi sostenuta da sempre: nella crisi la borghesia scarica sui proletari e le masse popolari gli effetti di essa per salvaguardare sistema e profitti e i proletari sono vittime sacrificali sull'altare della salvaguardia e ripresa dei profitti. Ogni passo che va in questa direzione indebolisce i proletari e rafforza la borghesia. I proletari non hanno alcun interesse all'uscita della crisi da parte della borghesia, bensì al suo approfondimento perchè l'unica uscita dalla crisi che sia a vantaggio dei proletari è quella che comporta il rovesciamento della borghesia e l'uscita dal capitalismo.

sabato 19 maggio 2012

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale
1. Premessa
Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi
Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta.

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi
Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.

mercoledì 16 maggio 2012

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

di Stefano Sylos Labini - sbilanciamoci -

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale

1. Premessa
Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi
Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta.

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi
Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.
4. La ripresa del processo di finanziarizzazione
Superata questa fase, si è iniziato a prendere coscienza che il debito pubblico aveva raggiunto livelli di guardia[1] senza che si fosse messo in moto un ciclo di crescita in grado di autosostenersi e senza che fosse comparso un nuovo consumatore in grado di sostituire il consumatore americano iper-indebitato. E, in conseguenza del ristagno della domanda aggregata che non sta generando convenienti opportunità di investimento dei capitali nel settore reale, ha ripreso vigore il processo di finanziarizzazione[2], che è stato alimentato anche dai generosi interventi delle Banche centrali a favore delle banche private.

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