Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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sabato 29 giugno 2013

Dalle stelle alle stalle

Fonte: il manifesto | Autore: Marco Bertorello                         


Il Fondo monetario internazionale prevede che nel 2013 i paesi occidentali, cioè quelli più ricchi al mondo almeno dai tempi della rivoluzione industriale, scenderanno nelle quote di Pil globale al disotto del 50%. Forse la definizione di paesi emergenti per nazioni quali Cina, India, Brasile e molti altri è da mettere in soffitta. Certamente restano enormi divari nelle proporzioni pro-capite a tutto vantaggio dei paesi di antica industrializzazione. Nonostante il cambio degli equilibri e dei connotati dell’economia mondiale però i percorsi per uscire dalla crisi non si semplificano. I paesi ormai emersi non rappresentano una possibile via di uscita dalla crisi globale, almeno nel breve periodo. Dopo la precipitazione del 2008-09, un paese come la Cina veniva considerato la nuova possibile locomotiva della ripresa. A distanza di cinque anni si registra una consistente diminuzione della sua crescita. Restano numeri importanti, ma forse non adeguati ai ritmi precedenti e alle attese create.
A fronte della crisi dei vecchi bastioni del capitalismo, i nuovi protagonisti dell’economia contemporanea non potevano restarne immuni, considerati i loro assetti sbilanciati verso l’export. Il buco nero rappresentato dall’Europa pesa enormemente sulla Cina che aveva nel Vecchio continente il principale importatore delle proprie merci. D’altronde c’è una sfasatura temporale tra la necessità di riprendersi dei paesi occidentali, scommettendo sulle esportazioni, e l’incapacità, in tempi ragionevoli, di ri-centrare il proprio modello di sviluppo degli ex-emergenti. Aumentare ulteriormente lo sviluppo interno anziché esportare e acquistare titoli di debito dei paesi occidentali non sarà operazione che si risolve rapidamente, per la Cina e non solo.

Ma i problemi non finiscono qui. Negli ultimi giorni le difficoltà registrate dalle borse orientali indicano come il capitalismo globale abbia utilizzato formule molto simili per arginare la crisi. L’annuncio della Fed sulla riduzione della politica monetaria espansiva, unica vera arma utilizzata in questi anni, ha mandato in fibrillazione paesi molto differenti tra loro. In questi anni, infatti, l’economia a debito non è stata prerogativa unicamente dei paesi occidentali. Nel 2012 in Cina il credito ha raggiunto proporzioni doppie rispetto al Pil, come già per gli Usa ante-crisi. In questo paese è stata praticata una via finanziaria alla crescita fondata sullo sviluppo non controllato del debito privato, con un preoccupante lassismo nei controlli, eccessi e mal distribuzione di liquidità. Così sono emersi timori per la scarsità di liquidità nell’Impero Celeste. Anche perché la moneta immessa nel sistema non si è riversata prevalentemente sulle attività produttive tradizionali. Qualche giorno fa il Sole 24 ore metteva in evidenza un caso da manuale di questo processo, quello della Youngor, imponente società cinese specializzata nel tessile, che si è trasformata da azienda produttiva in grande gruppo immobiliare e finanziario dal futuro molto incerto: «dal tessile al mattone alla finanza, fine della parabola di un’azienda modello». Un percorso che potremmo confondere con quello di tante aziende del capitalismo maturo, per non dire in disfacimento. Se persino la cosiddetta fabbrica del mondo in breve tempo si inserisce nel modello della finanziarizzazione, rendendo sempre più lontana l’ambizione a separare economia reale e finanziaria, allora forse non devono stupire le rivolte turche e brasiliane o le lotte operaie cinesi, cioè quel protagonismo giovanile di una generazione che vive in prima persona le contraddizioni sistemiche dell’attuale economia di mercato a qualsiasi latitudine.

venerdì 7 giugno 2013

Il falso problema del debito pubblico

di Guglielmo Forges Davanzati - micromega sinistrainrete -

L'elevato debito pubblico italiano costituisce un problema, per il presidente Letta, perché danneggia le generazioni future, che saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere. Sono tesi che si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato. E che devono essere superate, se davvero si vuole andare oltre il disastroso dogma dell'austerità

Per l’ex premier Mario Monti, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituiva un problema dal momento che avrebbe incentivato attacchi speculativi, così che occorreva porre in essere misure di austerità, riducendo la spesa pubblica e soprattutto aumentando l’imposizione fiscale. Due i risultati ottenuti: le misure di austerità messe in atto per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL hanno prodotto l’esito esattamente opposto, determinandone un aumento di circa 7 punti percentuali in un anno, anche in considerazione dell’errore di stima del moltiplicatore fiscale, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale. In più, proprio in quella fase, all’aumentare del debito pubblico non hanno fatto seguito attacchi speculativi, o almeno non di entità e durata paragonabili a quelli sperimentati nell’estate del 2011, quando l’indebitamento pubblico rispetto al PIL era inferiore ai valori assunti nel corso del 2012.

Per il neo-Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituisce un problema perché danneggia le generazioni future, che, inevitabilmente, a suo dire, saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere.

E’ bene chiarire che queste convinzioni si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato, e soprattutto si basano sull’assunto – non dimostrato né dimostrabile – secondo il quale il nostro debito pubblico è eccessivamente elevato. Si tratta di un’assunzione opinabile dal momento che, allo stato attuale delle conoscenze, non esiste alcun criterio “scientifico” per definire il limite di sostenibilità del debito: sul piano empirico, può essere qui sufficiente richiamare il caso giapponese, laddove, con un rapporto debito pubblico/PIL che oscilla intorno al 240%, non sussistono problemi di sostenibilità dello stesso. Si può, inoltre, ricordare che il rapporto debito pubblico/PIL italiano è sostanzialmente in linea con la media dei Paesi appartenenti all’Unione Monetaria Europea e che, stando a studi recenti relativi alla quantificazione del c.d. debito pubblico “implicito”, sembrerebbe che il debito italiano in rapporto al PIL sia inferiore a quello di tutti i Paesi dell’eurozona, Germania inclusa.

La convinzione del Presidente Letta, secondo la quale le politiche di rigore si giustificano per ragioni di equità intergenerazionale, è del tutto priva di fondamento, per le seguenti ragioni.

1) Non è chiaro chi, perché e quando dovrebbe accrescere l’imposizione fiscale a danno delle generazioni future. E non è chiaro a quale futuro si fa riferimento, dal momento che l’aumento della tassazione a seguito di un aumento del debito pubblico non è affatto un automatismo, e rinvia a una decisione puramente politica. Né è dato sapere di quanto la pressione fiscale aumenterà e a danno di quali gruppi sociali. In altri termini, il Presidente Letta ritiene di poter persuadere i contribuenti italiani rendendoli disponibili a impoverirsi oggi per evitare di impoverire i posteri, ovvero ritiene che li si possa far diventare a tal punto altruisti in senso intergenerazionale da far loro desiderare il benessere di individui che potrebbero non conoscere mai, accettando ulteriori sacrifici certi, oggi.

lunedì 3 giugno 2013

La distribuzione della ricchezza globale? È sempre più iniqua


Nel mondo, si legge nel rapporto: «il numero degli individui con patrimonio finanziario superiore a 1 milione di dollari infatti è aumentato in termini di popolazione e ricchezza nel 2010, superando i livelli pre-crisi del 2007 in quasi tutte le regioni». La popolazione dei milionari (e a salire) è aumentata dell’8,3%, a 10,9 milioni e la ricchezza finanziaria da essa detenuta è in crescita del 9,7% a 42.700 miliardi di dollari USA (rispetto al 17,1% e al 18,9% rispettivamente nel 2009). La popolazione globale degli individui con patrimonio finanziario di oltre 30 milioni di dollari ha registrato un aumento pari al 10,2% nel 2010 e la sua ricchezza è cresciuta dell’11,5%.
È bene chiarire che il rapporto si occupa, chiamandoli HNWI (High Net Wealth Individuals), di quelle persone con un patrimonio investibile di più di 1 milione di dollari americani. Dal conto si escludono i beni durevoli e non durevoli collegati al consumo e il valore immobiliare delle prime case.
Meno di 11 milioni di individui controllano una ricchezza “mobilitabile” di quasi 43 trilioni di dollari, come a dire l’equivalente teorico di quasi il 73% del PIL mondiale. Pur con tutte le cautele, e l’immediato rifiuto della vecchia logica pauperista, qualcosa veramente non va. I numeri nella vita reale, nel quadro di un’economia capitalisticamente e/o politicamente sana, devono “parlarsi”, ci devono essere delle proporzioni che abbiano un senso. Questi numeri non hanno nemmeno le orecchie. Ma noi le abbiamo, e ci ricordiamo di alcuni dati, in piena sintonia con quanto fin qui detto, apparsi sul Financial Time della settimana scorsa e su uno studio della Banca dei Regolamenti Internazionali qualche tempo prima.
L’articolo del FT, intitolato «le società non tollereranno per sempre queste gigantesche liquidazioni», spiegava come dal 1978 al 2008 il reddito delle classi-medio basse britanniche fosse aumentato del 27%, a fronte di un raddoppio del PIL e di un quadruplicamento del reddito delle classi agiate (rappresentate dal 10% più alto dei redditi dichiarati). Non male davvero, ecco come poi arrivi a 42,7 trilioni di dollari nel mondo (e alla conseguente uniformazione dei gusti e delle pratiche, mai notato qualche differenza tra un loungebar a NY e uno a Chennay?).
Veniamo alla Banca dei regolamenti internazionali (BIS). I calcoli effettuati da Luci Ellis e Kathryn Smith per la BIS mostrano un’esplosione della quota dei profitti sul totale della ricchezza nazionale in tutti i paesi industrializzati. Visto dall’angolatura opposta, lo studio suggerisce che la quota sulla ricchezza complessiva imputabile ai salari è negli ultimi 25 anni letteralmente crollata.
Le cifre sono inequivocabili: prendendo il caso dell’Italia, la percentuale dei profitti sul PIL al costo dei fattori era del 23% circa nel 1983, passa al 29% nel 1994 per superare il 31% nel 1995 e raggiungere il picco al 32,7% nel 2001. In poco meno di 20 anni i profitti hanno incrementato il loro peso sulla ricchezza nazionale di oltre 9 punti. A solo scopo esemplificativo, si pensi che 9 punti del PIL italiano 2007 a valori correnti equivalgono a quasi 140 miliardi di euro transitati dalla retribuzione del lavoro alla remunerazione del capitale. Trasferimento secco se, come scrivono le autrici dello studio: «L’incremento della quota dei profitti è una pura ri-allocazione di rendite economiche e non, se la nostra analisi è corretta, la compensazione di un extra-deprezzamento [del capitale, nda]. Ciò suggerisce che l’incremento della quota dei profitti non si è verificato per finanziare un surplus di investimenti lordi». Lo spostamento di peso verso la remunerazione del capitale, innesca, parallelamente, un altro fenomeno: quello della concentrazione della ricchezza a livelli mai conosciuti dopo gli anni Trenta.
Bene, siamo tornati agli anni ’30, ai robber baron e all’accumulazione originaria di ricchezza. Il novecento è proprio finito, il compromesso socialdemocratico seppellito oltre 30 anni fa. Mentre le “nuove” destre - armate del solito vecchio repertorio - si fanno strada nei sistemi politici delle ex perle della socialdemocrazia del Nord Europa, siamo qui ancora una volta a parlare di basi di legittimazione del capitalismo, ovvero del potere moderno.
Nel nostro libro abbiamo cercato di dimostrare come gli esiti effettivi del patto di potere che regola gli equilibri del sistema in Italia abbiano privato quest’ultimo di ogni legittimità. Abbiamo anche cercato di descriverlo quel patto e di far emergere la categoria che, solitaria, ne è esclusa e che lo paga: i Contadini.
Nel corso della prossima comparsa su Linkiesta, cercheremo di abbozzare i primi passi di quella che ci sembra una coerente soluzione politica al problema dell’ingiustizia e della crisi italiana, che forse può rappresentare, nelle diversità, una bozza anche per un’agenda di riforma politica del capitalismo in senso più ampio e sovranazionale. Politica, non tecnica, né economica; due dimensioni che devono necessariamente seguire la prima. Altrimenti si ricade nella vecchia barzelletta di Bisio sull’inversione della precedenza tra imparare a scrivere e a leggere e delle sue conseguenze.


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/la-distribuzione-della-ricchezza-globale-e-sempre-piu-iniqua#ixzz2V92MaSzi

venerdì 4 gennaio 2013

Aristotele, lezione di economia

di Federica Martiny - sbilanciamoci -

La BCE scopre Aristotele come padre dell’economia, ma per il filosofo le ricchezze non possono essere accumulate senza fine e l’obiettivo è la “vita buona”

Lo scorso 15 novembre a Budapest, Benoît Cœuré, uno dei membri dell'Executive Board della Banca Centrale Europea, ha iniziato la sua introduzione al convegno su costi ed efficienza nei sistemi di pagamento al dettaglio citando Aristotele, in quanto è stato colui che per primo ha teorizzato le tre funzioni della moneta: riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio. La citazione era funzionale a concettualizzare il mandato e l’opera della BCE nell’attuale situazione di crisi. In un momento come questo, tuttavia, sarebbe stato più utile ricordare cosa scrisse Aristotele sull’economia.
Aristotele è stato il primo a essersi chiesto a che cosa serve l’economia: «Che l’oiconomia, (l’amministrazione della casa e delle proprietà) e la crematistica (l'arte di accumulare ricchezze) non siano identiche è chiaro: infatti all’una spetta procurare i beni, all’altra usarli», scrive il filosofo nel I libro della Politica e più avanti specifica: «Una sola specie di acquisto è una parte naturale dell’economia: quella che si deve praticare per raccogliere i mezzi necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare. Ed è ragionevole affermare che la vera ricchezza consista in questi mezzi. La quantità di simili mezzi per una “vita buona” non è infinita».
Per Aristotele l’obiettivo non può essere una crescita illimitata dei beni materiali – del Pil, diremmo oggi – anzi, l’ossessione per l’accumulo di denaro e ricchezze ci distrae inevitabilmente dalla ricerca di una “vita buona” e ci fa vivere in modo innaturale. E la “vita buona” non è una ricerca individuale, funzione delle preferenze soggettive, che ciascuno può decidere. È un progetto collettivo, che è compito del politico perseguire, per arrivare a un’economia “naturale”, che amministra le ricchezze con lo scopo di garantire la possibilità di realizzare la “vita buona” per i membri della comunità politica.
Per Aristotele è la politica, che avendo come proprio fine ciò che è meglio, «si prende grandissima cura di rendere i cittadini persone di un certo tipo, e buone, e capaci di compiere belle azioni». Del resto anche «l’economia si cura più degli uomini che della proprietà inanimata e delle virtù dei primi più che di quella della proprietà che chiamiamo ricchezza». L’economia, cioè l’amministrazione della casa e della città, dovrebbe occuparsi delle virtù degli uomini (e delle donne), oltre a far tornare i conti delle finanze familiari e delle casse dello Stato.
Aristotele era dunque un teorico anticapitalista ante-litteram del IV secolo a.C.? Ovviamente no, era un insegnante di filosofia molto benestante – il suo allievo più illustre è stato Alessandro il Grande – che possedeva proprietà e schiavi. Il pensiero di una redistribuzione della ricchezza non lo ha mai sfiorato. Ma per lui la ricchezza è solo “l’insieme degli strumenti che hanno a disposizione la famiglia e la città” e per ciò stesso essa deve avere un limite.
Non sono cose da banchieri centrali, queste, specialmente di una Banca centrale come la BCE che nel suo statuto non solo non ha l’obiettivo della “vita” buona” di Aristotele, ma non ha neanche la piena occupazione che si trova nello statuto della Federal Reserve americana. Per la BCE quello che conta è solo la stabilità dei prezzi, in base a quanto stabilito dal trattato di Maastricht, che ha dato vita a più di un rovesciamento. L'Euro è la prima moneta della storia senza Stato, l’amministrazione della moneta è affidata a una banca centrale, la BCE, che è sottratta alla responsabilità della politica: i compiti che Aristotele assegnava alla Politica sono stati cancellati dal dogma liberista dell’indipendenza della banca centrale. Nell’Europa che abbiamo costruito l’economia si sottrare al controllo della politica, la lotta all’inflazione viene prima della disoccupazione, l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa distrugge la possibilità di “vita buona”. Lo sanno bene quei 608 mila giovani sotto i 25 anni che in Italia che sono disoccupati e in cerca di lavoro e i quasi 900 mila disoccupati che nel 2012 hanno presentato domanda di disoccupazione.

domenica 9 dicembre 2012

PIL regione per regione.

I dati del PIL regione per regione tra 2008 e 2011 (la crisi cambia la geografia economica italiana)

La Crisi che viviamo dal 2008 ad oggi ha cambiato la geografia Italiana ed Europea.
Ho voluto riassumervi i dati del PIL anno per anno dal 2008, e quelli cumulati tra il 2008 ed il 2011.
Si nota che nell’insieme dei 4 anni, il PIL e’ stato -4,5% in Italia, ma con -3,5% al Nord e -6,8% al Sud.
E’ interessante notare che in verita’, tra le grandi regioni Italiane solo la Lombardia e’ tornata vicina ai livelli pre-crisi (-1,1% tra 2008 e 2011), mentre tutte le altre regioni Italiane soffrono, sia quelle industriali del Nord (Piemonte -5.9%, Veneto -5,7%, Emilia Romagna -4,2%), sia le regioni Centrali (Toscana -2,6%, Lazio -4,6%), che quelle meridionali che letteralmente crollano (Campania -8,4%, Sicilia -7,3%, Puglia -5,6%).
Tra il 2010 ed il 2011, nel PIL cumulato la Lombardia fa +4,9%, Piemonte +4,5%, Veneto +2,7%, Emilia +3,3%, Liguria +0,3%, Toscana +1,9%, il Lazio fa appena +0,3%, Campania e Sicilia rispettivamente -1,6% e -1,2%.
In estrema sintesi la crisi dei subprime prima e degli euro-stati poi, ha completamente modificato le dinamiche precedenti dell’andamento del PIL:
- la Lombardia che e’ la regione meno dipendente dalle spese pubbliche e con un economia bilanciata su export, imprese manifatturiere e servizi privati si rafforza ed ha dinamiche del PIL non troppo diverse dalla Germania (mentre prima del 2008 cresceva a ritmi simili o leggermente inferiori alla media nazionale)
- Le altre regioni industriali del Centro-Nord (Veneto, Emilia, Toscana, Piemonte) hanno andamenti che non si discostano troppo dalla media nazionale. Il Nord est prima della crisi faceva da locomotiva, ma ora ha ceduto il ruolo alla Lombardia.
- Il Lazio, fortemente dipendente dalla Spesa Pubblica, e che prima del 2008 cresceva a ritmi superiori alla media, regge meglio gli anni della crisi dei subprima (2008-09) ma arranca di brutto successivamente.
- Nel Sud e’ un disastro. Situazione bruttissima in Campania e Sicilia, mentre soffrono meno Puglia e Sardegna.

PIL 1 Esclusivo: i dati del PIL regione per regione tra 2008 e 2011 (la crisi cambia la geografia economica italiana)

martedì 23 ottobre 2012

Il prezzo della richiesta d’aiuto alla Bce

- rifondazione -
di Alfonso Gianni
Nel suo quarto, e ultimo per l’anno in corso, Rapporto di previsione presentato recentemente a Bologna, Prometeia si interroga se sia possibile per il nostro paese evitare di richiedere l’aiuto della Bce. La sua risposta è non solo negativa, ma costituisce addirittura un invito al nostro governo a farlo il più presto possibile e comunque prima della Spagna.
Il ragionamento dei ricercatori del noto istituto di ricerca si fonda sulla convinzione che il rispetto dei vincoli impostici dal fiscal compact, ratificato questa estate dal nostro parlamento, comporti una riduzione dei rendimenti dei nostri titoli a lunga scadenza.
Ciò deriverebbe dalla riduzione del differenziale fra Btp e Bund tedeschi, il famoso spread, che dovrebbe situarsi sotto i 300 punti base nel 2014 per attestarsi attorno ai 200 alla fine del 2015.
Tuttavia Prometeia è scettica sulla possibilità che l’Italia possa farcela da sola. Come si vede la valutazione è molto distante da quella orgogliosamente avanzata dal ministro Grilli. Infatti, dice Prometeia, la struttura economica dell’Italia è troppo fragile per fare tutto da sola ed è esposta a ogni refolo di vento contrario. Come si sa le previsioni sono fosche. Anche se Prometeia assicura che abbiamo toccato il fondo del barile e che quindi non possiamo che rimbalzare verso l’alto, tutto ciò avverrebbe molto lentamente. Nel 2013 si dovrebbe avvertire una stentatissima ripresa, fondata soprattutto sul rallentamento della caduta della produzione industriale. Ma l’anno si chiuderebbe ugualmente in negativo, con un -0,3%, quindi a livelli ben lontani dalla situazione pre crisi, quella anteriore al 2007.

Né il 2014, nel quale si prevede una crescita del Pil di un punto, né il 2015 con il suo punto e mezzo in più, hanno la forza di farci sognare. Nel frattempo, anche se non ci sono ancora annunci ufficiali, si può prevedere che Draghi riduca di un altro quarto di punto il tasso di cambio, giungendo allo 0,50. Il che sarebbe un bene, ma nello stesso tempo indicherebbe che saremmo praticamente giunti all’esaurimento dei margini di manovra a disposizione della Bce per quanto riguarda i tassi.

A questo punto, dice Prometeia, ci vorrebbe uno scatto di reni. Il nostro governo non dovrebbe rischiare di compromettere queste vaghissime tendenze a una riduzione della recessione; dovrebbe quindi evitare di essere coinvolto in nuovi contraccolpi derivanti dalle pessime condizioni della Grecia e da quelle non molto migliori del Portogallo; se anticipasse la richiesta di aiuti di Rajoy potrebbe impedire la corsa dei nostri capitali all’acquisto di titoli spagnoli. Ma soprattutto, e questo mi pare purtroppo il punto vero, si calmerebbero in anticipo le fibrillazioni della finanza legate alle elezioni politiche del 2013.

mercoledì 1 agosto 2012

La lettura sbagliata della crisi

Autore: luciano gallino        - controlacrisi -
Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032.
Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio. Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007. Quella della vulgata che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010. Da quel momento in poi ha avuto inizio l’operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.
In sintesi la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benché molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società, tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare né il rischio di insolvenza. Ciò avviene perché al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore.
La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio.
Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario.
I Siv o Spv presentano infatti vari inconvenienti. Anzitutto, mentre gestiscono decine di miliardi, comprando crediti dalle banche e rivendendoli in forma strutturata a investitori istituzionali, hanno una consistenza economica ed organizzativa irrisoria. Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, «i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, né hanno una collocazione fisica». Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca IKB, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro.

sabato 21 luglio 2012

Moody's, l'oracolo e la politica

Verdetti volubili e imperscrutabili, come le divinità pagane. Però stavolta c'è una verità, tra le ragioni del declassamento: perché chi fa politica non dice chiaramente cosa farà dopo le elezioni?

Ma come si permettono I Mercati di rivoltarsi contro l’Italia, con tutto quello che stiamo facendo per loro? A ogni downgrade delle agenzie di rating, e a ogni crollo di borsa o aumento dello spread, gli italiani offesi dimenticano forse che tra le caratteristiche proprie delle divinità pagane, come I Mercati, ci sono la volubilità e l’imperscrutabilità.
Oggi, il doppio declassamento inferto da Moody’s ai titoli pubblici italiani si basa sulle stesse due considerazioni che mossero cinque mesi fa Standard & Poor’s: 1) l’economia italiana (e europea) va male, e con essa si riducono le capacità della repubblica Italiana di ripagare il proprio debito; 2) lo scenario politico italiano presenta troppe incognite, e ogni volta che il governo ‘starnutisce’ o sembra indebolito, gli investitori mettono mano al mouse.
Sul primo punto la questione è semplice e ormai abbastanza chiara ai più: fintanto che a livello europeo proseguiremo – addirittura anche nei paesi in surplus della bilancia dei pagamenti – con la follia dell’austerità, l’economia peggiorerà, e con essa la capacità dello Stato di ripagare il debito negli anni a venire. È noto infatti che il debito si misura in rapporto al Pil (e quindi cresce se il Pil si riduce) e che le entrate fiscali dipendono dall’andamento dei redditi di famiglie e imprese.1
Ma d’altro lato, l’austerità è la maniera migliore per garantire la solvibilità dello stato nell’immediato. Un alto surplus primario, cioè entrate pubbliche molto superiori alle spese pubbliche – il massimo dell’austerità – è la strada più sicura per garantire che piano piano si riesca a ripagare gli interessi e, auspicabilmente, a rimborsare un po’ di titoli in scadenza. È la politica che più tutela i creditori nell’immediato, e per questo è tanto invocata.
Dunque I Mercati vogliono la botte piena (l’austerità) e la moglie ubriaca (l’economia che cresce)? Certo. Chi ha mai detto che I Mercati fossero composti di una sola persona, o rappresentativi di un solo interesse? Questo è solo uno, e neanche il principale, degli argomenti in favore dell’ipotesi di piantarla con il tentativo di vaticinare le volontà dei mercati, e soprattutto di applicarle poi nelle politiche economiche.
Inoltre, i più accaniti fan dell’austerità possono sempre invocare l’argomento che “non stiamo facendo abbastanza” e che, se il paziente sta morendo, la cura non è sbagliata ma insufficiente.
Ma la certificazione da parte di Moody’s del fatto che l’economia peggiora, e quindi forse l’austerità non è l’idea migliore, non è la parte che più ha infastidito molti commentatori italiani. È il secondo punto, la valutazione sullo scenario politico, a essere percepito come un’indebita interferenza negli affari nostri.
Mi permetto di notare che su questo aspetto in Italia si è davvero guardato al dito e non alla luna.
Secondo l’economia mainstream, l’assetto democratico di un paese ne incentiva la crescita economica. Due le ragioni più spesso apportate da quella che, senza autoironia, si definisce Nuova Economia Istituzionale (corsivo mio):
  1. la democrazia garantisce un migliore sistema di pesi e contrappesi, e controlli sui governanti, e quindi riduce gli sprechi e le inefficienze;
  2. la libertà politica e quella economica si integrano a vicenda, e quindi la democrazia favorisce la creazione d’impresa, l’innovazione, la concorrenza.
L’impetuosa crescita di diversi paesi emergenti e di alcuni paesi in via di sviluppo, caratterizzati da “democrazie autoritarie”, è sembrata mettere in discussione questa tesi. Con democrazia autoritaria si intende un regime politico formalmente democratico (o almeno parzialmente tale) ma di fatto dominato da un’élite di partito (come in Cina), di clan (come in Russia), o personale (come in Venezuela). Questo dominio di fatto si fonda sul controllo monopolistico di alcuni centri di potere necessari per governare un paese, come la stampa, le industrie, le banche, i corpi intermedi.
Ora, a parte che anche questi paesi stanno oggi rallentando la loro corsa, frenati dalla recessione strisciante nei paesi sviluppati, in molti paesi autoritari la crescita sembra per lo più fondata sullo sfruttamento di risorse naturali o sulla compressione dei diritti civili e sociali, e quindi non sembrerebbe sostenibile nel lungo periodo. Dunque, rimarrebbe salva l’ipotesi che la democrazia fa bene all’economia.
Per questo tendenzialmente (sebbene non sempre) i paesi democratici godono di rating più alti.
Oggi è difficile collocare l’Italia in questo quadro. Tutti o quasi i centri di potere necessari per governare, cui ho accennato sopra, hanno puntato su un unico “cavallo”. Nessuno può oggi porsi come una credibile alternativa al governo attuale, perché nessuno può vantare il supporto di una parte minimamente consistente di quelli che vengono volgarmente definiti ‘i poteri forti’. Questa è la ragione per cui I Mercati tanto temono una caduta del governo Monti: non perché nessuno al di fuori dell’attuale presidente del consiglio saprebbe governare la pur difficile congiuntura attuale, ma perché non esistono alternative credibili e possibili.
Perché ci sia democrazia, sostanziale e non solo formale, è necessario che i cittadini abbiano una vera scelta tra proposte alternative, tutte credibili e possibili. L’attuale situazione di monopolio, invece, si dimostra non solo una limitazione del dibattito, ma anche un rischio per chi (come gli investitori) guarda qualche giorno oltre la mera sopravvivenza dell’oggi e, non vedendo alternative organizzate e credibili, trema di fronte a ipotesi di modifica dello status quo.
Paradossalmente, mantenendo l’incertezza sulle alleanze con cui si presenteranno alle prossime elezioni, e più in generale sugli obiettivi e le politiche auspicate nel medio periodo, sono proprio le forze che “responsabilmente” sostengono il governo Monti ad essere destabilizzanti per l’Italia e il suo rating.

1 Si veda ad esempio il recente contributo di Alessandro Roncaglia su www.monetaecredito.info

sabato 7 luglio 2012

Come si possono leggere i datti.

di Zag in ListaSinistra
I dati statistici e quelli di tendenza, al di la delle parole e delle fraseologie ad effetto, parlano chiaro.Certo a sentire la tv , tutte le tv, a leggere i giornali cartacei ed elettronici, le notizie pur non risollevanti, sono pur consolatrici. Ce la faremo, ci stiamo allontanando dal burrone, pur se questo avanza più veloce, i sacrifici sono necessari, ci riusciremo e via di questo passo.  Ottimismo , ma con moderazione, per riuscire a indorare la pillola al veleno che ci propinano ogni giorno. Poi arrivano i dati e su questi c'è poco da scherzare, A volerli leggere. Si perché i dati si possono anche leggere in due modalità. Prendo ad esempio il dato sulla disoccupazione in USA, che è sintomatico di come è stata data in Italia.
Ferma al 8,2. Nonostante tutto è all'8,2%. Non cala la disoccupazione in USA. Riuscita a frenare la disoccupazione in USA.
e via di questo passo.
E qui siamo anche al di là della lettura del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno
.
Ma veniamo ai dati di quest'oggi di casa nostra.


Al netto dell'inflazione, il potere d'acquisto ha subito un calo nel primo trimestre del 2012 dell'1% rispetto al trimestre precedente, e del 2% rispetto al primo trimestre del 2011. In qualsiasi modo lo si voglia leggere si tratta del livello più basso rilevato negli ultimi 12 anni, cioè dal terzo trimestre del 2000. Che per quanto ottimismo uno ci può mettere rimane un fatto.
Certo qualcun altro  può anche arrivare a dirla come quel contadino che con il suo carro si era scontrato con il panzer tedesco e di fronte al nazista con la luger ancora fumante dopo che aveva ammazzato il suo cavallo agonizzante , senza un braccio, con il capo sanguinante, e zoppicante , saltellando dice " Che culo ! Non mi son fatto niente...non mi son fatto niente!" e si allontana, sperando di non fare la stesa fine del suo cavallo.

Ma i dati non sono ancora terminati
Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici, cioè il rapporto tra gli investimenti fissi lordi, che comprendono esclusivamente gli acquisti di abitazioni, e il reddito disponibile lordo è stato pari al 6,7%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto all'ultimo trimestre del 2011 e di 0,4 punti rispetto al periodo gennaio-marzo 2011. Federconsumatori e Adusbef hanno sottolineato come il ribasso del potere d'acquisto delle famiglie comporta che «dal 2008 a fine anno la perdita complessiva delle capacità d'acquisto ammonterà a -11,8%».

Ma anche le imprese produttrici quelle non finanziarie, quelle non finanziarie,  non stanno messe bene. La quota di profitto nel primo trimestre del 2012 è scesa al 38,8%, con una diminuzione di 0,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Nel medesimo periodo il tasso di investimento delle società non finanziarie è stato invece pari al 21,6%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto all'ultimo trimestre del 2011.

Uno può anche stare chiuso nel suo guscio, non uscire, non andare al supermercato, chiuso nelle sue stanze in Università, in ufficio a Palazzo Chigi e nella sua stanza di redazione, non vedere la gente al mercato, nei negozi , per la strada , ma ai dati occorre che uno sguardo lo dia. E i dati in qualsivoglia li si vuole leggere sono questi. E non da oggi.

E quel qualcuno lo stesso che continua a lodare l'attuale politica recessiva, che continua a vedere il bicchiere mezzo pieno, che guarda a quel che potrebbe succedere e non vede a quel che sta succedendo deve per un solo attimo fermarsi e ragionare. Se non lo fa o è uno sciocco , o è uno che ha interessi che succede quel che sta succedendo. Si perché in questa guerra non è che siamo tutti  su lo stesso fronte. C'è chi ci sta rimettendo e chi ci sta guadagnando. E quel qualcuno sicuramente non ci sta rimettendo. Se non è uno sciocco!
--

Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

giovedì 5 aprile 2012

Per risparmiare occorre spendere

Posted by keynesblog
Ci è stato insegnato fin da piccoli a mettere i soldi nel salvadanaio e conservarli. Ad un certo punto possiamo rompere il salvadanaio e spendere in un solo acquisto la moneta che abbiamo “tesaurizzato”. Forti di questa convinzione, pensiamo che per spendere occorra prima risparmiare. E, finché ci limitiamo al nostro salvadanaio o a considerare una unità familiare, le cose stanno in effetti più o meno così, anche se quei soldi risparmiati dobbiamo averli prima guadagnati lavorando. Questo dovrebbe porci già qualche dubbio; ma non anticipiamo nulla e vediamo cosa accade in un sistema economico. Per illustrare come funziona l’accumulazione dei risparmi supporremo un sistema semplice, composto da famiglie e imprese. Il reddito delle famiglie deriva dalle paghe che i lavoratori percepiscono dalle imprese. Inoltre il sistema, per semplicità, è chiuso, ossia non vi sono importazioni ed esportazioni.

All’inizio le imprese investono (quindi spendono) una cifra aggiuntiva rispetto al periodo precedente, diciamo 100 milioni. Indicheremo questo investimento aggiuntivo con ∆I; quindi ∆I=100.

Cosa vuol dire che le imprese hanno investito 100 milioni? Significa che hanno acquistato nuovi macchinari o costruito nuovi capannoni o fatto acquisti in altri beni capitali. Pertanto qualcuno nell’insieme delle famiglie ha percepito quella spesa aggiuntiva: ad esempio sono stati assunti nuovi lavoratori delle imprese che costruiscono capannoni e macchinari. Pertanto il ∆I si traduce in reddito aggiuntivo per le famiglie.

Cosa faranno le famiglie di questo reddito? Non lo spenderanno tutto, ma risparmieranno una parte. Supponiamo che spendano il 70% e risparmino il restante 30%. Spendere questi 70 milioni significherà acquistare prodotti in più per 70 milioni dalle imprese. Pertanto la situazione sarà quella in figura:

Dove ∆S rappresenta il risparmio (“saving”) aggiuntivo che in questo primo passaggio è uguale a 30. Per rispondere ai consumi aggiunti (che indicheremo con ∆C) pari a 70 milioni le imprese dovranno assumere nuovo personale e compiere altre spese che, come in precedenza, si riverseranno sulle famiglie. Queste ultime risparmieranno il 30% dei 70 milioni aggiuntivi, pari a 21 milioni e ne spenderanno il 70%, pari a 49 milioni. Pertanto al secondo passaggio ∆C = 70+49 = 119 e ∆S = 30 + 21 = 51:

Il processo va avanti così, in un circolo sempre più smorzato. Vediamo i due successivi passaggi (indicheremo con ∆Y la spesa aggiuntiva delle imprese, che corrisponde al reddito aggiuntivo percepito dalle famiglie)

Passaggio 3:

∆Y = 100+70+49 = 219

∆C = 70+49+(0,7*49) = 153,3 (70% di 49 = 34,3)

∆S = 30 + 21 + (0,3*49) = 65,7 (30% di 49 = 14,7)

Passaggio 4:

∆Y = 100+70+49+34,3 = 249,3

∆C = 70+49+34,3+(0,7*34,3) = 177,3

∆S = 30 + 21 + 14,7 + (0,3*34,3) = 76

Come si può notare ad ogni passaggio cresce non solo il reddito ma anche il risparmio. Ma fino a quando? Vediamo subito il risultato finale; dato un ∆I=100 e una propensione al consumo delle famiglie c=0,7

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