di Francesca Fornario - Pubblico giornale
Luciano Gallino è la roccia millenaria che resta attaccata alla montagna dopo la frana. Franano i socialisti europei convertiti ai dogmi del (sempre più) libero mercato finanziario; si sgretola l’anima socialdemocratica del Pd perché – dice Gallino – «Il centrosinistra è ormai una variante del partito neoliberale, il partito del Ce lo chiede l’Europa e non abbiamo alternative».
Lui, il sociologo che negli anni cinquanta all’Olivetti indagava le trasformazioni del mercato del lavoro, resta immobile. E assiste, incredulo, allo smottamento: «Che fine ha fatto la prospettiva della piena occupazione?». Davanti alla platea di reduci di troppe sinistre chiamati a raccolta da Alba, alle 20 file di teste bianche e calve accorse a Torino per una due giorni sul lavoro, scruta il vuoto in cerca di conferme, come uno sopravvissuto al terremoto che torna al paese: «Lì c’era la scuola pubblica, e lì la sanità pubblica…».
Lo dicono perché la gestione del welfare è un bottino che fa gola ai privati. Le imprese, con la complicità dei governi europei, puntano a mercificare lo stato sociale e la spesa pubblica. Per loro parliamo di 3mila 800 miliardi l’anno di merci da comprare e da vendere, non più servizi da erogare. La privatizzazione del welfare – la sanità, gli asili, i trasporti, le pensioni – è una grave lesione della democrazia, perché non puoi mica discutere alla pari con chi ti vende una merce.
Ma non potevamo più permetterci di mandare in pensione i lavoratori a 60 anni, dicono.
Chi dice che le pensioni ci costano 70miliardi l’anno o è uno sprovveduto o è in malafede, e usa questo argomento solo per favorire la privatizzazione del sistema pensionistico. La cassa dei lavoratori dipendenti è in attivo di otto, dieci miliardi l’anno. L’Inps è in attivo, va sotto solo perché deve far fronte a spese – sacrosante – che non le dovrebbero competere, come l’invalidità e la gestione degli interventi assistenziali speciali.
Bisogna tagliare i servizi per inseguire il pareggio di bilancio e ridurre il debito pubblico, dicono.
Sanno benissimo che il problema non è il debito. Tagliare 50 miliardi l’anno, come vorrebbero, significa solo smantellare lo stato sociale e affidarlo ai privati, aumentando i costi per i cittadini.
No: lo dicono questi tecnici. Ma i tecnici non sono solo quelli che insegnano alla Bocconi. Esistono tecnici molto autorevoli che dicono cose di segno opposto. E poi non esistono governi tecnici. Al massimo esistono governi dove i tecnici prendono decisioni politiche. Si può ragionevolmente definire “tecnico” un ministro con competenze specifiche, come un medico che diventa ministro della Sanità, però poi le decisioni che si prendono sono sempre squisitamente politiche. Aumentare o diminuire le tasse universitarie, privilegiare le linee ferroviarie ad alta velocità a scapito dei treni regionali dei pendolari: cos’è se non politica?
Professore, allora ci dica lei che è un tecnico. Cosa farebbe?
L’Italia ha bisogno di un New Deal, un piano di investimenti pubblici come quello avviato da Roosevelt per portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi del ‘29, molto simile a quella che stiamo subendo oggi. Con la crisi attuale l’Unione Europea ha superato i 25 milioni di disoccupati, e il dato non include i precari, tutti coloro i quali sono obbligati ad accettare un lavoro part-time pur desiderando e avendo bisogno di lavorare a tempo pieno, e ovviamente l’occupazione dell’economia sommersa, che in Italia il 22% del Pil: in Francia e in Germania è la metà: tutti lavoratori sfruttati e senza protezione.
Hanno sbagliato tecnica, i tecnici?
Dinnanzi a questa catastrofe l’Ue non ha una politica dell’occupazione. Ci sono vaghe politiche occupazionali fatte di incentivi e sconti (ad esempio se assumi un disoccupato), ma sono palliativi inefficaci – e lo dimostrano numerosi studi in materia – sono residui della dottrina liberista che è stata ampiamente sconfessata dai fatti.
Diceva «serve un nuovo New Deal». Serve l’intervento pubblico.
Il New Deal creava lavoro finanziando opere pubbliche e interventi sul territorio ad alta utilità sociale. Tra il ‘33 e il ‘43 negli Usa hanno operato tre agenzie pubbliche per il lavoro. Nel ‘33 hanno occupato 4 milioni di persone in tre mesi su tutto il territorio nazionale. La disoccupazione, che sfiorava il 25 per cento, è scesa di 11 punti prima di scomparire del tutto nel ‘39, con le politiche per il riarmo. In tutto queste agenzie hanno occupato 15 milioni di persone, costruendo 160mila chilometri di strade asfaltate e 800 mila di strade sterrate; 80mila ponti, 40mila scuole, un migliaio di aeroporti. A giovani che sembravano destinati alla marginalità e alla criminalità, hanno fatto piantare 3 miliardi di alberi, creando i grandi parchi nazionali per cui l’America oggi è nota. Anche in Tennessee, che era uno degli stati più poveri, hanno costruito 16 dighe.
