Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 24 giugno 2013

Dividiamoci il lavoro. Risposta a Lunghini

di Giovanni Mazzetti - sbilanciamoci - sinistrainrete -

Tra le intuizioni dei sostenitori del reddito di cittadinanza e le critiche di chi, come Giorgio Lunghini, pensa che quel reddito non risolva la questione dell’autonomia dei non occupati, rimane aperta una sola via: la redistribuzione del lavoro tra tutti, con la riduzione del tempo di lavoro ma senza decurtazioni di salario
Giorgio Lunghini nel suo “Reddito sì, ma da lavoro” ha sottolineato che la proposta del reddito di cittadinanza soffre di limiti intrinseci. Con le sue parole: “quel reddito è semplicemente l’eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi. Il palliativo rappresentato da un reddito di cittadinanza o di esistenza non risolve la questione dell’autonomia economica e politica dei non occupati, probabilmente ne aumenterebbe il numero, ne certificherebbe l’emarginazione, favorirebbe il voto di scambio e lascerebbe irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti. L’autonomia economica e politica presuppone un reddito da lavoro.”
Si tratta di un’argomentazione logicamente ineccepibile. Ma l’evoluzione della realtà sociale notoriamente non va di pari passo con la logica, visto il ricorrente sopravvenire di eventi contraddittori, cioè di fenomeni che impongono la ristrutturazione degli stessi presupposti del ragionamento e dell’azione. Può così accadere che la giusta critica alla proposta del reddito di cittadinanza venga articolata senza tener conto di alcuni degli elementi che hanno fondatamente spinto i sostenitori di quella strategia ad optare per quella soluzione, anche se poi quegli stessi elementi li hanno spinti a sbagliare nello svolgimento della soluzione del problema, ma non nella sua formulazione di partenza. Cerchiamo di vedere di che cosa si tratta.
Lunghini rappresenta il quadro dei rapporti sociali attuali con il seguente schema:
Questo schema, a mio avviso distorce il dato di fatto con il quale ci stiamo confrontando. Il quadro delle relazioni produttive – sia di quelle che riescono a procedere fisiologicamente, sia di quelle che incontrano ostacoli – mi sembra che sia piuttosto il seguente:
Perché è importante tener conto di questa articolazione più complessa della realtà? La tesi di Lunghini è condivisibile per la parte di strada che ci permette di percorrere, ma non ci consente di portare il problema della disoccupazione di massa odierno alla sua coerente risoluzione. La produzione capitalistica di merci – dice – si arresta nonostante ci siano molti bisogni insoddisfatti perché la loro soddisfazione non garantirebbe alle imprese un profitto. Questo meccanismo impone, così, all’attività produttiva una limitazione artificiale, visto che le risorse materiali per soddisfare quei bisogni esistono.

martedì 11 giugno 2013

Aspetti politici del pieno impiego

di Michał Kalecki - da Appunti - in sinistrainrete -

I
[La dottrina economica del pieno impiego]

I.1


Una solida maggioranza degli economisti è oggi dell’opinione che, anche in un sistema capitalista, il pieno impiego possa essere assicurato da un programma di spesa del Governo, purché siano disponibili impianti adeguati ad impiegare tutta la forza lavoro esistente, e purché sia possibile ottenere in cambio delle esportazioni forniture adeguate delle necessarie materie prime che devono essere importate dall’estero.

Se il Governo garantisce investimenti pubblici (ad esempio costruisce scuole, ospedali e autostrade) o sostiene con sussidi il consumo di massa (con gli assegni familiari, la riduzione delle imposte indirette, o con sussidi diretti a mantenere bassi i prezzi dei beni di prima necessità) e se, in più, queste spese sono finanziate con un maggiore indebitamento e non con la tassazione (che potrebbe avere un effetto negativo sugli investimenti e sui consumi privati) allora la domanda effettiva per beni e servizi può essere incrementata fino al punto che corrisponde al raggiungimento del pieno impiego.

Si noti che questa spesa del Governo incrementa l’occupazione non solo direttamente ma anche indirettamente, dal momento che i redditi più elevati che essa genera provocano a loro volta incrementi secondari della domanda di beni di consumo e di investimento.


I.2

Ci si potrebbe chiedere dove il pubblico prenderà il denaro da prestare al Governo se non riduce i suoi investimenti e i suoi consumi.
Per comprendere questo processo la cosa migliore, penso, è immaginare per un momento che il Governo paghi i suoi fornitori con titoli di Stato.

I fornitori, in generale, non tratterranno questi titoli ma li metteranno in circolazione acquistando altri beni o servizi, e la circolazione dei titoli di Stato continuerà finché alla fine essi giungeranno a persone che li tratterranno in quanto attività che generano un reddito sotto forma di interesse.

In ogni periodo l’incremento totale dei titoli di Stato posseduti (temporaneamente o stabilmente) dalle persone e dalle imprese sarà pari ai beni e ai servizi venduti al Governo.

Così quello che l’economia presta al Governo sono i beni e i servizi la cui produzione è “finanziata” dai titoli di Stato.

Nella realtà il Governo non paga i suoi acquisti con titoli di Stato ma con denaro, ma nello stesso tempo emette titoli e così raccoglie denaro; e questo è equivalente al processo immaginario descritto prima.

Che cosa succede, tuttavia, se il pubblico non vuole assorbire tutto l’incremento dei titoli di Stato? Il pubblico alla fine offrirà i titoli di Stato alle banche per avere in cambio del denaro (in contanti o sotto forma di depositi). Se le banche accetteranno queste offerte, il tasso di interesse non varierà, altrimenti il prezzo dei titoli di Stato diminuirà, il che significa che ci sarà un incremento del tasso di interesse, e questo incoraggerà il pubblico a detenere più titoli di Stato in rapporto ai depositi.
Ne segue che il tasso di interesse dipende dalla politica delle banche, e in particolare dalla politica della Banca Centrale.

Se questa politica mira a mantenere il tasso di interesse a un certo livello questo obiettivo può facilmente essere raggiunto, qualunque sia l’ampiezza del nuovo indebitamento del Governo.

Questa era ed è la situazione nell’attuale guerra. Nonostante l’astronomico deficit di bilancio, il tasso di interesse non ha mostrato alcun aumento sin dall’inizio del 1940.

martedì 28 maggio 2013

SERBIA: Ritmi infernali alla Fiat di Kragujevac. E l’operaio sfregia le auto

- eastjournal -

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Un operaio dello stabilimento Fiat di Kragujevac, in Serbia, ha danneggiato trentuno automobili 500L, il nuovo modello del Lingotto in produzione da marzo nell’impianto serbo. Il motivo? Era scontento del salario e delle condizioni di lavoro. La notizia è riportata oggi, 28 maggio, dai giornali di Belgrado secondo cui l’episodio di protesta sarebbe avvenuto durante il turno di notte fra venerdì e sabato scorsi. Il danno complessivo alle macchine non sarebbe indifferente: ben 50mila euro.
E adesso toglietevi quel sorrisetto dalla faccia. Perché son sicuro che la maggior parte di voi, leggendo questa notizia, ha provato un minimo di soddisfazione. È normale, non sentitevi troppo in colpa: fa parte dell’innata voglia di parteggiare per i più deboli contro i più forti, di stare con i lavoratori e contro i “padroni”. Ma bisognerebbe invece cercare di capire.
Zoran Mihajlovic, vicepresidente dell’Unione dei sindacati indipendenti della Serbia, ha commentato all’Ansa: “Condanniamo l’episodio, ma al tempo stesso va detto che la situazione in fabbrica non è affatto piacevole. Ci sono un gran numero di lavoratori sottoposti a forte pressione fisica e psicologica. Si lavora a ritmi infernali e sotto forte stress”. Il sindacato, pur condannando l’episodio, ha comunque sottolineato l’atmosfera di crescente insofferenza nei confronti del management che si respira in fabbrica.
Mentre i 2.400 operai infatti sono tutti serbi (o quasi), i “capi” sono tutti italiani. E questo non aiuta nella comprensione reciproca. Tanto più se si obbliga una persona a lavorare dodici ore al giorno per 306 euro al mese. Questo è infatti quanto mediamente prendono gli operai Fiat a Kragujevac. Solo recentemente il turno è stato ridotto a otto ore lavorative, ma questo non ha raffreddato gli animi.
Il danneggiatore (che in realtà potrebbe essere anche più di uno) ha tracciato sulle carrozzerie delle macchine scritte ingiuriose nei confronti degli italiani: “Mangiatori di rane andate via dalla Serbia”. Una richiesta quanto meno inusuale in un Paese dove la disoccupazione è al 25% e pur di lavorare si accettano paghe da fame. Come quelle che offre la Fiat: 34mila dinari al mese, appunto poco più di 300 euro, quando perfino il salario medio in Serbia è più alto, all’incirca 46mila dinari (414 euro).
È ovvio che c’è qualcosa che non quadra nella gestione dell’azienda, nelle regole del mercato, nei governi serbo e italiano che rendono possibile questa situazione, nelle persone che sono costrette ad accettare umiliazioni lavorative pur di portare a casa uno stipendio.
Ma a tutto c’è un limite e la situazione resterà tale solo finché qualcosa non cambierà. Perché se il gesto dell’anonimo danneggiatore facesse scuola sarebbero gravi problemi per Marchionne e gli “Elkagnelli”. La Fiat ha infatti puntato tantissimo sulla nuova 500L e sul mercato statunitense cui è destinata. Già nella scorsa settimana è partita una nave con le prime 3.200 vetture Fiat con destinazione Baltimora (Usa) e certamente la Fabbrica Italiana Automobili Torino (sic) non si può permettere un’interruzione della produzione proprio adesso.
Chissà che i serbi con le loro proteste non riescano a ottenere in pochi mesi quello che sindacati e operai italiani ormai si sognano da decenni: un miglioramento delle condizioni lavorative.

mercoledì 15 maggio 2013

Senza più un tetto, solo disperazione

Fonte: il manifesto | Autore: Federico Scarcella
 
La tragedia a Vittoria, nel Ragusano, dove un uomo si è dato fuoco per difendere la sua abitazione, ancora da finire, che era stata messa all'asta per un debito di 10mila euro con la banca
Sfrattato con la sua famiglia. Una figlia che non può andare all'università. Rabbia e dolore per la povertà senza scampo PALERMO. Ha provato a difendere la sua casa, costruita un pezzo dopo l'altro e mai finita. Davanti a quell'edificio - con la facciata senza intonaco, con i mattoni sbreccati e una parete di tufo giallo a murare uno dei due ingressi, chissà, per difendere meglio quel rifugio - Giovanni Guarascio, muratore disoccupato di 64 anni, si è dato fuoco per impedire che il nuovo proprietario della sua abitazione, gli potesse togliere l'unica cosa che gli dava ancora una speranza: un tetto per sé, la moglie e le sue due figlie di 28 e 32 anni, anche loro senza lavoro.
La casa di Guarascio è stata venduta all'asta un anno fa per 26 mila euro, a causa di un debito di 10 mila euro con una banca; una rogna che va avanti da 12 anni e che ha finito per condizionare la sua vita e quella della sua famiglia. Oggi era la giornata dello sfratto, reclamato da oltre sei mesi dal nuovo proprietario, un trentacinquenne di Scoglitti, paese poco distante da Vittoria, che non ha l'aria di navigare nell'oro. Guarascio avrebbe dovuto lasciare le sue quattro mura, portare via i pochi mobili e trasferirsi con altre quattro persone. Dove? Sarà stata la domanda che si è posto prima di tentare d'uccidersi. Il quando era già determinato: subito, ieri stesso, come aveva disposto la legge. Ma poco prima delle 14, mentre era in corso una trattativa tra gli avvocati, alla presenza dell'ufficiale giudiziario, Guarascio si è cosparso di benzina e si è dato fuoco. La moglie, Giorgia Famà, sua coetanea, una delle figlie e due poliziotti sono subito intervenuti e sono stati investiti dalle fiamme. Portati all'ospedale Guzzardi di Vittoria, le condizioni di Guarascio (che ha ustioni di secondo e terzo grado sul 60% del corpo) sono subito sembrate gravi, tanto da richiedere il trasferimento in elisoccorso al Cannizzaro di Catania, dove è ricoverato anche uno dei poliziotti, Antonio Terranova, che ha ustioni di primo e secondo grado su braccia e torace. Le condizioni degli altri tre feriti non sembrano gravi.
Il braccio di ferro tra Guarascio e la banca era cominciato nel 2001. Il muratore cercava di mandare avanti la famiglia con lavori saltuari e sperando che un giorno avrebbe potuto estinguere il suo debito. Ma le cose sono man mano peggiorate anche dalle sue parti, dove in un tempo non lontano, grazie alla serricoltura, il territorio aveva raggiunto un livello di benessere invidiabile per i canoni del Mezzogiorno.
Guarascio, però, non ce l'aveva fatta e non riusciva a perdonarsi che la figlia più piccola, per mancanza di soldi fosse stata costretta ad abbandonare gli studi universitari. Il muratore le ha tentate tutte, ma la banca è stata inflessibile.
Dopo ripetuti tentativi di trovare un accordo con l'acquirente, spiega l'avvocato di Guarascio, Giulia Artini, stamane il muratore aveva giocato l'ultima carta, proponendo di continuare a vivere da affittuario in quella che fino a quel momento era stata la sua casa. Almeno per un periodo breve, fino al prossimo dicembre, il tempo per cercare un'altra sistemazione. Ma il nuovo proprietario, che già dallo scorso settembre chiedeva lo sfratto, è stato irremovibile. La discussione si è subito animata, e i vicini di casa hanno pensato di chiamare la polizia, che si trovava sul posto quando Guarascio si è dato fuoco. Gli agenti Marco Di Raimondo e Antonio Terranova sono subito intervenuti per soffocare le fiamme, che invece hanno investito anche loro, oltre alla figlia dell'uomo e alla moglie.
Il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, parla di allarme sociale: «E'
arrivato il momento di fermare tutte le procedure di recupero dei crediti e avviare una moratoria che possa consentire alla gente di mantenere la propria casa. Di fronte ad una tragedia immane bisogna agire». Sempre che le sue parole attraversino i muri di palazzo Chigi o delle abbazie dove il governo medita attorno al dilemma dei dilemmi che vive il Paese: Imu o non Imu?

giovedì 9 maggio 2013

Il sud d’Europa migra in Germania

 
Il sud d’Europa migra in Germania

Pubblicato in

di Anna Maria Merlo -
La Germania torna a essere terra di immigrazione dall’Europa del sud in crisi. I dati diffusi ieri dall’istituto di statistica tedesco dicono che gli immigrati provenienti da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia nel 2012 sono aumentati del 40%.
In Germania, l’immigrazione è aumentata l’anno scorso complessivamente del 13%, con un saldo positivo di 369mila persone, tra l’1,08 milioni che sono entrati e i 712mila che se ne sono tornati a casa. Si tratta della più forte immigrazione dal ’95. In testa restano i paesi dell’est europeo, con la Polonia in prima fila (176mila nuovi immigrati), seguita dalla Romania (116mila). Ma la novità è l’impennata di arrivi dal sud: campione è la Spagna, con 29.910 immigrati, cioè una crescita in un anno del 45%, la cifra più alta dal ’73, ancora lontana però dagli anni dell’esodo dell’ultima fase della dittatura franchista (81.800 nel ’64, 82300 nel ’65). L’Italia è coinvolta, con un’impennata di 12mila emigrati in più nel 2012 rispetto all’anno precedente. I greci che si sono trasferiti in Germania per cercare lavoro sono aumentati di 10mila nel 2012, per una cifra complessiva di 34.109 persone, i portoghesi sono stati 11.762 (+4mila), gli sloveni in più sono stati 2mila.
Le regioni che attraggono di più sono quelle dove c’è maggiore occupazione, a cominciare dalla Baviera, seguita dalla Renania e dal Baden Württemberg. I nuovi immigrati, giovani e più qualificati, sono attratti dal basso tasso di disoccupazione tedesco, al 6,9%, contro cifre da capogiro nel sud dell’Europa, dove la disoccupazione colpisce in alcuni stati ormai più di un quarto della popolazione attiva e tocca punte del 60%, per esempio, tra i giovani spagnoli. Per la Germania è un vantaggio: la demografia del paese è declinante e il paese ha bisogno di forze nuove. Mentre per i paesi del sud l’operazione è in perdita, visto che sono stati spesi i soldi per la formazione dei giovani, e i nuovi immigrati sono per lo più giovani laureati, che poi sono costretti a cercare lavoro altrove per mancanza di proposte. I dati statistici confermano l’attrattività della Germania, già manifesta con l’aumento degli iscritti ai corsi del Goethe Institut nei paesi del sud Europa.
La Germania è anche il solo dei grandi paesi europei dove il pessimismo rispetto al futuro è meno diffuso. Secondo un’inchiesta realizzata dall’istituto Ipsos, i cui risultati sono stati pubblicati da Le Monde, i tedeschi percepiscono molto meno dei partner europei la crisi in corso. Per il 55% la crisi non ha cambiato la vita, anche se le notizie che vengono da fuori cominciano a preoccupare (il 73% pensa che le cose potrebbero aggravarsi). Il 44% continuano a potersi permettere di risparmiare, contro il 29% degli italiani e il 26% degli spagnoli. Secondo un’inchiesta qualitativa realizzata da FreeThinking, meno del 50% esprimono timori sulla perdita di controllo del proprio futuro, una cifra che invece sale al 67% per gli spagnoli. I tedeschi distanziano di molto gli altri europei nella fiducia che hanno nelle loro imprese: il 58% ritiene che la piccola e media impresa e il 50% che la grande impresa propongano soluzioni costruttive di fronte alla crisi, contro rispettivamente il 24% e il 34% per gli italiani. Ma i più pessimisti di tutti sono i francesi che, non ancora colpiti in pieno dalla crisi come spagnoli o italiani, hanno paura per il futuro e al 74% pensano che il loro paese uscirà meno forte dalla crisi, mentre il 72% teme che i figli staranno peggio di loro.
La crisi sta minando un po’ dappertutto la fiducia nell’Europa. A cominciare dalla Germania, dove il 58% risponde che l’appartenenza all’Unione europea sia un handicap. La Germania è superata solo dalla Gran Bretagna (64%) tradizionalmente euro-scettica, mentre – è una sorpresa – sono solo il 45% dei francesi a pensarlo. La crisi ha reso al contrario gli italiani euroscettici: sono il 53% a pensare che l’appartenenza all’Ue sia un handicap, mentre in Spagna, malgrado il crollo dagli anni d’oro, l’Europa resta un valore (soltanto il 41% pensa che sia un inconveniente). I più eurofili sono i polacchi (solo 30% di opinioni negative). I tedeschi danno l’impressione di avere la convinzione di potersela cavare da soli, anche senza Ue: credono nella qualità de prodotti made in Germany e ritengono di essere abbastanza forti per lottare da soli nell’ampio mare della mondializzazione.
1,08 milioni di persone hanno scelto di migrare nelle Repubblica federale nell’ultimo anno. Era dal 1995 che il flusso migratorio non raggiungeva queste vette 40% Dall’Italia si è registrato un aumento del flusso del 40%. Un incremento paragonabile a quello di paesi del Mediterraneo come Spagna 45%, Grecia e Portogallo 43%
Il Manifesto – 08.05.13

lunedì 6 maggio 2013

Bangladesh. Le foto “accusano” Benetton

  - senzasoste -
A Dacca mercoledì un palazzo di otto piani è crollato e sono morti almeno 381 operai. Lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza e producevano capi per conto di multinazionali tra cui anche l'azienda di Treviso e di altre aziende
Bangladesh
Una camicia di colore scuro, sporca di polvere, fotografata tra le macerie. Sul tessuto, l’etichetta verde acceso, inconfondibile: “United Colors of Benetton“, recita la scritta. Dalle macerie del Rana Plaza, il palazzo di otto piani alla periferia di Dacca, in Bangladesh, che lo scorso mercoledì si è sbriciolato uccidendo almeno 381 operai, cominciano ad affiorare le prime verità. Le fabbriche tessili che avevano sede nel palazzo, e i cui dipendenti lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza, producevano capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali, tra cui a quanto pare Benetton. L’azienda veneta aveva in un primo primo momento negato legami con i laboratori venuti giù nel crollo, ma lunedì, dopo la pubblicazione delle foto, su Twitter è arrivata una prima ammissione: “Il Gruppo Benetton intende chiarire che nessuna delle società coinvolte è fornitrice di Benetton Group o uno qualsiasi dei suoi marchi. Oltre a ciò, un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente. Da allora, questo subappaltatore è stato rimosso dalla nostra lista dei fornitori“.
La polvere è ancora sospesa nell’aria, le grida risuonano strazianti, i soccorritori cominciano ad arrivare. Fin dai primi istanti successivi alla tragedia, gli attivisti accorsi a Savar, il sobborgo a 25 km a nord est di Dacca dove sorgeva il palazzo, parlano di capi di abbigliamento prodotti per grandi marchi occidentali rinvenuti tra le macerie ancora fumanti. Tra questi anche articoli firmati dall’azienda di Ponzano Veneto. Che prontamente smentiva: “Riguardo alle tragiche notizie che provengono dal Bangladesh – si legge in una nota diramata il 24 aprile – Benetton Group si trova costretta a precisare che (…) i laboratori coinvolti nel crollo del palazzo di Dacca non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton”.
Le foto, però, raccontano un’altra verità: scattate e pubblicate dall’Associated Press, ritraggono una camicia di colore scuro griffata Benetton tra i calcinacci, accanto a quello che pare la commessa di un ordine. Non solo: l’agenzia France Press fa sapere di aver ricevuto dalla Federazione operai tessili del Bangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, una delle manifatture ingoiate dal crollo. La dicitura “Benetton” appariva anche sul sito internet dell’azienda, all’indirizzo www.newwavebd.com, ma fin dalle ore successive al crollo la pagina non è più accessibile e in rete ne resta solo una copia cache. “Main buyers” (Clienti principali), si legge in alto a sinistra; più in basso, sotto la dicitura “Camicie uomo-donna”, l’elenco degli acquirenti: tra questi, numero 16 della lista, figura “Benetton Asia Pacific Ltd, Honk Kong“.
Nell’elenco altre tre aziende italiane: la Itd Srl, la Pellegrini Aec Srl e la De Blasio Spa, ma non è chiaro se al momento dell’incidente vi fossero ancora rapporti di lavoro in corso. La Pellegrini, anzi, specifica che le ultime commesse con la ditta bengalese risalivano al 2010. Un’altra ditta, Essenza Spa, che produce il marchio Yes-Zee, ha confermato di essersi rifornita al Rana Plaza. Ammissioni sono quasi subito arrivate anche dall’inglese Primark, dalla spagnola Mango (che ha confermato di aver ordinato merce per 25 mila pezzi), mentre France Presse ha rinvenuto indumenti griffati dall’americana Cato. La lista però è molto più lunga: la Clean Clothes Campaign, ong con sede ad Amsterdam, ha fatto sapere che la britannica Bon Marche, la spagnola El Corte Ingles e la canadese Joe Fresh hanno tutte confermato di essere clienti delle manifatture crollate. Un’altra società, l’olandese C&A, ha spiegato a France Press di non avere più rapporti con il Rana Plaza dall’ottobre 2011. L’ultima ad ammettere legami commerciali con il Rana Plaza è stata Benetton, che tuttavia assicura: “Un programma di verifiche a campione controlla in modo continuativo tutta la nostra catena di fornitura globale, per assicurare che tutti i fornitori diretti e indiretti lavorino in conformità con i nostri standard in tema di diritti, lavoro e rispetto ambientale”.
Bassi costi di produzione e pochi obblighi da rispettare: comprare in Bangladesh conviene. In un paese in cui l’industria tessile impiega circa 3 milioni di persone, in prevalenza donne, e crea ricchezza quasi esclusivamente per le multinazionali che comprano a prezzi stracciati i suoi prodotti, lo stipendio medio di un operaio si aggira sui 410 dollari l’anno. Ma le fabbriche della morte non si fermano mai. Secondo una stima dell’International Labor Rights Forum, oltre mille operai tessili hanno perso la vita in Bangladesh dal 2005 in incidenti causati dalle scarse condizioni di sicurezza dei laboratori. L’ultimo episodio a novembre, quando 112 persone morirono nel rogo della Tazreen Fashion Limited, a Dacca. Anche quella fabbrica riforniva aziende italiane.
Marco Quarantelli
tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

domenica 5 maggio 2013

La fabbrica del Bangladesh e il terrorismo delle multinazionali

- znetitaly -

Bangladesh Factory Fire
di Paula Chakravartty e Stephanie Luce – 3 maggio 2013
Com’è che attribuiamo a certi atti di violenza la qualifica di terrorismo globale mentre altri sono relegati alla categoria più banale della violenza ordinaria? I fratelli Tsarnaev sono immediatamente classificati terroristi, e terroristi mussulmani, quanto a questo, con una frenesia nazionale e dei media sociali a sezionare i loro crimini promossa dallo spettacolo dal vivo della “caccia all’uomo” di Boston.
Tuttavia nella stessa settimana un’esplosione in una fattoria di fertilizzanti ha ucciso quattordici persone e causato danni enormi in una cittadina del Texas occidentale, con scarsa attenzione mediatica. Le Bombe di Boston sono state atti deliberati di terrorismo commessi da delinquenti che hanno preso di mira innocenti; l’esplosione del Texas, pur tragica, è stata considerata accidentale – anziché una conseguenza della regolamentazione dell’industria e degli standard di sicurezza – e perciò agevolmente dimenticata.
L’orrendo incendio di una fabbrica, avvenuto il 24 aprile fuori Dhaka, in Bangladesh, che ha ucciso più di 400 persone, prevalentemente donne mussulmane, e ferito altre mille potrebbe plausibilmente essere interpretato come un esempio di una rete globale di violenza.
L’edificio di otto piani del Rana Plaza, dove si è scatenato l’incendio, ospitava una molteplicità di aziende, tra cui una banca e cinque fabbriche di abbigliamento che impiegavano 3.122 lavoratori di sartoria. I lavoratori avevano notato il 23 aprile una grande fessura nell’edificio, che è crollato il giorno successivo. La polizia aveva ordinato che fosse evacuato e la banca al secondo piano aveva detto ai suoi dipendenti di non presentarsi il giorno successivo.
Tuttavia le fabbriche di abbigliamento avevano deciso di restare in attività e la conseguenza è stata l’insensata e prevedibile tragedia. Si è trattato solo del più recente di una serie di incendi nelle fabbriche e di edifici crollati in Bangladesh che dal 2005 hanno ucciso più di 900 lavoratori e ne hanno ferito migliaia di altri.
Di chi la colpa?
I grandi dettaglianti negli Stati Uniti e in Europa hanno additato i subappaltatori del Bangladesh come responsabili di questi “tragici incidenti”. Ma non c’è nulla di accidentale in questi troppo comuni atti di terrorismo contro lavoratori, e nel comportamento di società come Walmart, The Gap, H&M e centinaia di altre, che si sono rifiutate di affrontare le fondamentali esigenze di sicurezza dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh.
L’incendio al Rana Plaza ha portato nelle strade a esigere giustizia migliaia di lavoratori, le loro famiglie e i loro sostenitori. Una coalizione di ONG e organizzatori di lavoratori hanno chiesto alle multinazionali di aderire a un programma che crei comitati indipendenti di controllo e di sicurezza nelle fabbriche e che si occupi di alcune delle strategie fondamentali di prevenzione degli incendi.
Sin qui solo due società (Phillips van Heusen, che rappresenta marchi come Calvin Klein e Tommy Hilfiger e la società tedesca Tchibo) vi hanno aderito, mentre la maggioranza si è rifiutata. Società come la Walmart si sottraggono a qualsiasi tentativo dei lavoratori di aver voce nel garantirsi la sicurezza nel luogo di lavoro in Bangladesh, sviando le critiche mediante la promessa di autoregolamentazione e investendo in atti di beneficienza finalizzati alla propaganda.
Il Bangladesh è il secondo maggior produttore di abbigliamento di un’industria globale da un trilione di dollari, spremendo profitti dai lavoratori che assemblano secondo i dettati della rincorsa alla moda del momento in condizioni pericolose e a velocità sbalorditiva. Un rapporto ha rilevato che i lavoratori dovevano cucire un paio di jeans ‘Faded Glory’ per la Walmart ogni sei minuti, a volte sino a 12 ore al giorno.
Potenti dettaglianti e marchi multinazionali arrivano in Bangladesh pretendendo il prezzo più basso possibile, costringendo i produttori locali a tagliare i costi della manutenzione degli edifici, della sicurezza e dei salari.
Dove stanno le opportunità e i vantaggi della globalizzazione per i lavoratori che stanno alla base della piramide? Negli anni ’80 il governo del Bangladesh fu spinto a concentrarsi sulle esportazioni, promuovendo la sua abbondanza di manodopera a basso costo e il suo “vantaggio competitivo” sia in patria, nell’industria tessile, sia all’estero dalle rimesse dei lavoratori che vivevano oltre confine.
L’industria tessile è stata a lungo una parte prevalente dell’economia in gran parte dell’Asia Meridionale e con l’indipendenza dal Pakistan nel 1972 il Bangladesh ha nazionalizzato le sue grandi fabbriche tessili. La privatizzazione dell’industria è iniziata negli anni ’80 ed è stata accelerata dopo 1986, quando il governo ha aderito alle politiche di aggiustamento strutturale del FMI.
Nonostante il suo perseguimento del “libero mercato”, l’aggiustamento strutturale dell’economia del Bangladesh ha implicato una mano pesante dello stato nel promuovere e sostenere l’industria dell’abbigliamento in serie (RMG) assieme a duri interventi contro i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori.
Crescita dell’industria dell’abbigliamento
Gli ultimi tre decenni hanno visto un’esplosione della crescita dell’industria del RMG che oggi rappresenta quasi l’ottanta per cento delle esportazioni totali della nazione. I salari notoriamente bassi di questa industria sono rimasti virtualmente stagnanti, rendendo il Bangladesh “competitivo” rispetto a Cina, India, Cambogia, El Salvador e virtualmente tutti gli altri esportatori di abbigliamento che hanno visto crescere le paghe nel settore.
Questa manifestazione della corsa al ribasso contribuisce direttamente ad accrescere i tassi di disuguaglianza nella società del Bangladesh e al crescente numero dei poveri tra i lavoratori. In altre parole, mentre la produzione di abbigliamento ha portato a un’impressionante crescita del PIL complessivo del paese, i profitti dell’industria finiscono principalmente nelle casse dei dettaglianti e dei marchi in Europa e negli USA e, in misura minore, nelle tasche degli intermediari e dei proprietari delle fabbriche del Bangladesh. Il governo ha scarsi incentivi a turbare questa comodo relazione, visto che l’industria conta così tanto nella sua economia.
La maggior parte della produzione ha luogo in zone di lavorazione riservate all’esportazione dove le società sono esenti dal rispetto di molte leggi elementari, e pagano poche tasse. Con una limitata base fiscale il governo ha poche risorse che creare i propri uffici del lavoro e altri meccanismi di controllo del rispetto delle norme. Alcuni negli USA hanno sollecitato un boicottaggio o un bando all’abbigliamento prodotto in Bangladesh, ma ciò non farebbe che esacerbare il problema e danneggiare i lavoratori.
In questo Primo Maggio potremmo voler tornare alle analogie tra gli atti di violenza all’esterno di Dhaka e a Boston, entrambi gli eventi conseguenza di insensati bagni di sangue di vittime innocenti. Mentre possiamo discutere di come prevenire tragedie come l’attentato alla maratona di Boston, è abbondantemente chiaro che l’imposizione di standard di sicurezza e regole di base aiuterebbe a prevenire l’assoluta dimensione del terrore e della violenza scatenata ancora una volta in Bangladesh.
Il Forum Internazionale sui Diritti del Lavoro (ILRF), il Consorzio per i Diritti dei Lavoratori (WRC) e la campagna per i Salari Minimi in Asia stanno attuando sforzi per chiedere responsabilità in Bangladesh.
Costerebbe solo una piccola frazione dei profitti che questa industria globale sottrae aggressivamente. La Walmart, ad esempio, dovrebbe pagare 500.000 dollari l’anno per due anni per finanziare il programma ILRF, cioè circa il 2% dello stipendio del suo Direttore Generale nel 2012.
Il WRC stima che il programma per la sicurezza dell’ILRF costerebbe solo circa dieci centesimi per capo d’abbigliamento se il costo fosse distribuito su tutte le esportazioni del paese; una piccola somma per le industrie multinazionali o anche per i consumatori occidentali, che si avvantaggiano della violenza imposta da un modello economico che promuove i profitti piuttosto che la vita umana.
Paula Chakravartty è docente associato di comunicazioni presso l’Università del Massachusetts – Amherst.
Stephanie Luce è docente associato di studi sindacali al Murphy Institute, Università della Città di New York.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/bangladesh-factory-and-corporate-terror-by-paula-chakravartty
traduzione di Giuseppe Volpe

venerdì 3 maggio 2013

Smettiamola di vivere per lavorare

- Comuneinfo -

La festa dei lavoratori è un’occasione non solo per pretendere il rispetto dei diritti di tutti i lavoratori del mondo, ma anche per ripensare la nostra relazione con il lavoro. Per sottrarre linfa al capitalismo molti tentano di riequilibrare i tempi di vita tra attività retribuita e non, e sperimentano una divisione diversa e più equa del lavoro. E’ la strada per ridurre la nostra impronta ecologica e per ricordarci che nessuno vive per lavorare
di Florent Marcellesi*
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La crescita degli anni Novanta era insostenibile. Così insostenibile che con la scoppio della bolla immobiliare, la Spagna ha registrato il secondo tasso di disoccupazione più alto dell’Unione europea (soltanto la Grecia lo sorpassa) e vive come se avesse a sua disposizione più di tre pianeti. Pertanto, nell’ambito del lavoro, è necessario fornire soluzioni in grado di combattere la disoccupazione e di ridurre drasticamente il nostro impatto sull’ambiente.
In questo contesto di crisi strutturale, la riparizione del lavoro e la riduzione dell’orario di lavoro sono misure fondamentali verso una maggiore equità e sostenibilità. Infatti, soddisfano tre obiettivi: rafforzare la giustizia sociale, preservare il pianeta e costruire un’economia di prosperità senza crescita:
Riequilibrare i tempi di vita tra lavoro retribuito e non
Uno. In una società in cui l’occupazione è un valore così radicato, la divisione del lavoro consente di includere gruppi sociali ed economici che sono fortemente colpiti dalla disoccupazione di massa (in particolare i giovani, le donne, gli anziani o i lavoratori a basso reddito). Allo stesso tempo, la riduzione dell’orario di lavoro è un impegno per riequilibrare i tempi di vita tra lavoro retribuito e non retribuito. Questa diventa una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per consentire una migliore inclusione delle donne nel mercato del lavoro, evitando il «doppio turno», e di ridistribuire il lavoro domestico e di cura tra le donne e gli uomini.
Rompere l’abitudine di vivere per lavorare
21_horas2Due. Passare a una settimana lavorativa molto più breve aiuta a rompere l’abitudine di vivere per lavorare, lavorare per guadagnare denaro, e guadagnare i soldi per consumare (un vero problema), la causa principale della nostra eccessiva impronta ecologica. Si sta progettando una società nella quale siamo meno legati a iper-attività intensiva e più attenti alle attività sostenibili dal punto di vista energetico, aperte alla partecipazione sociale e civica, all’autogestione e alla sfera non commerciale.
Superare il consumismo
Tre. Come ha spiegato l’economista Peter Victor, la divisione del lavoro è «la soluzione più semplice e nota per mantenere l’occupazione, senza aumentare la produzione». Inoltre, è dimostrato che le persone che lavorano meno ore è più produttiva, e una società più coesa ed equa è ecologicamente ed economicamente più forte.
Per essere credibile, questa visione sistemica comporta di pensare al tempo stesso a una più equa distribuzione del reddito (reddito di base e ad alto), una politica di formazione attiva, ma anche un cambiamento nel modello di produzione (green jobs) e un cambiamento culturale per superare la logica sociale del consumismo.

*Florent Marcellesi, coordinatore di Ecopolítica e membro della Rivista Ecología Politica, è un ricercatore ed ecologista francese, residente in Spagna, autore di numerose pubblicazioni. Comune-info è il sito italiano al quale invia periodicamente i suoi articoli. Il pezzo di questa pagina è stato pubblicato anche su Alternativas Económicas (traduzione di Comune-info). Altri interventi di Marcellesi sono QUI.
Letture consigliate:
Lavorare meno e viver meglio (Florent Marcellesi)
Nei movimenti spagnoli di resistenza all’austerity si ragiona della proposta di riduzione dell’orario di lavoro a ventuno ore e di reddito di cittadinanza. I lavoratori vanno tutelati ma l’idea di lavoro va ripensata. Attività domestiche, di volontariato, artistiche, sociali: c’è vita oltre la crescita
La crisi siamo noi (John Holloway)
La crisi del capitalismo è il nostro rifiuto di diventare macchine. Siamo noi i responsabili della crisi di un sistema che distrugge l’umanità. Il capitale non è solo il sistema di sfruttamento in cui viviamo, è una costante aggressione alle persone. Possiamo dire No.
Il reddito e il tempo di vita (Diversamente occupate)
Il reddito di cittadinanza permette a tutti, donne e uomini, di riappropriarsi della propria forza di contrattazione e del proprio corpo, non più a disposizione, a qualunque costo, dei ritmi e delle richieste dettati da altri e dal mercato. «Riprendiamoci il corpo, riprendiamoci un tempo di vita». La ribellione delle Diversamenteoccupate
Il non-lavoro è un modo di fare la rivoluzione? No, di viverla (Philippe Godard)
Abbiamo interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non ragionando sul senso della vita. Ebbene, è ora di farlo

giovedì 2 maggio 2013

Europa, il Primo maggio contro la precarietà. "Quest'austerità uccide"

        
Nel giorno della festa del lavoro l'Europa, messa in ginocchio dalla crisi, è scesa in piazza per gridare ancora una volta contro l'austerità e il precariato. ovunque allora questa giornata si è svolta per continuare a lottare a favore dei lavoratori, contro i governi che li stanno privando di diritti e dignità.

13.000 persone in piazza ad Atene e Salonicco, ma sono i dati della polizia perché i sindacati in sciopero per 24 ore non danno i loro. A proporre la "mobilitazione di massa" sono stati i principali sindacati ellenici, lo Gsee e l'Adedy, con l'obiettivo di rivendicare la fine dei tagli a stipendi, dei posti di lavoro e anche la fine degli aumenti delle tasse. Sono in modo particolare i dipendenti pubblici ad aver aderito, quelli dei trasporti e degli ospedali. I commercianti invece hanno tenuto aperti i negozi per celebrare la Pasqua ortodossa che cade il 5 maggio, e sciopereranno il prossimo martedì.

Ad Atene i manifestanti hanno deciso di radunarsi davanti al Parlamento. ''Il nostro messaggio oggi è molto chiaro: basta con queste politiche che danneggiano le persone e rendono i poveri piu' poveri'', ha dichiarato Ilias Iliopoulos, segretario generale di Adedy.

In Francia un primo maggio che ha riempito le piazze. I sindacati francesi infatti sono risuciti a mobilitare dai 120.000 ai 150.000 manifestanti partendo da piazza della Bastiglia con uno striscione con la scritta: ''Basta austerità e precarietà ''.

Diverse migliaia di manifestanti anche a Madrid per difendere il lavoro e contro l'austerità, dal momento che la disoccupazione in Spagna supera il 27%. Sui cartelli e sugli striscioni le scritte "parlano chiaro": ''6.200.000 disoccupati, no all'austerita' '', ''Piu' democrazia, meno austerita' '', ''Questa austerità rovina e uccide''.
Un sfilata in atto per chiedere ''un cambiamento radicale nelle politiche economiche'' e ''sottolineare il fallimento totale delle politiche d'austerita' imposte dalle istituzioni europee''.

Italia, il Primo Maggio vive di proteste. "Oggi è solo un funerale dei lavoratori"

- controlacrisi -
Siamo vicino all'Europa che è scesa in piazza oggi, anzi, siamo dentro questa Europa che è quella delle strade affollate, dei lavoratori agitati, scesi rabbiosi con cartelli alla mano e pronti a strillare contro il governo. Siamo l'Italia che oggi ha dato voce a chi lotta ogni giorno, con fatica e coraggio e che mentre ha riempito le piazze di cortei e manifestazioni ha anche messo a disposizione un palco, a Taranto dove musica, artisti a lavoratori sono insieme per i conflitti dei lavoratori.

La protesta e la festa, quella del primo maggio del 2013, va allora ricordata per tutti quelli che si riconoscono nei tre lavoratori di Pomigliano, in cassa integrazione da 4, che volevano salire sul palco, a far sentire la loro voce.
''Se questo e' il palco dei lavoratori perche' non ci fanno parlare? - Dicono Mimmo Mignano, Marco Cusano e Antonio Montella - noi viviamo con neanche 500 euro al mese e abbiamo delle famiglie. Vogliamo delle risposte dai sindacati e chiediamo che venga rivisto l'accordo sottoscritto in Regione Campania, un accordo che ha escluso i tremila cassaintegrati, tra cui 316 'deportati' a Nola e gli ex Ergom rimasti in mezzo ad una strada. Questa non e' una festa dei lavoratori ma e' soltanto un funerale dei lavoratori - hanno aggiunto - siamo disperati''.

Primo maggio di lotta anche per gli ex lavoratori della Italcementi di Muros che sono stati messi in mobilità dall'azienda dal primo aprile 2013 dopo mesi di lotta. Due operai dell'ex cementificio alle porte di Sassari questa mattina sono saliti, per diverse ore sul tetto del Duomo di Sassari, che già a settembre scorso ha ospitato la loro protesta per una settimana. ''Oggi e' la festa del lavoro - hanno detto i due operai - ma non c'e' proprio niente da festeggiare. Oggi per noi e' il 2 novembre del lavoro''. Dopo la chiusura dello stabilimento di ''Scala di Giocca'' 16 operai sono rimasti senza lavoro e da mesi attendono di essere ricollocati in altre aziende. ''A settembre - hanno spiegato gli operi - la Regione ci aveva chiesto di scendere dal tetto del Duomo di Sassari con la promessa di trovare una soluzione. Ci dissero di firmare la mobilita' con la rassicurazione che avrebbero trovato una soluzione in poco tempo e invece sono passati sette mesi e siamo ancora così".In Emilia-Romagna, in piazza c'erano anche Vasco Errani, a quello di Legacoop Bologna Gianpiero Calzolari e il presidente di Unindustria, Alberto Vacchi e sono stati una trentina di ragazzi, tra i giovani di Rifondazione Comunista e quelli dei centri sociali a ribadire che alla festa dei lavoratori in Piazza Maggiore il leader degli industriali felsinei non poteva di certo essere un ospite gradito.
"Quella del Primo Maggio - ha poi dichiarato il segretario cittadino Cgil, Danilo Gruppi, ''è e rimane la festa storica dei lavoratori, ma occorre cercare delle soluzioni condivise nella convinzione che da una situazione cosi' grave nessuno e' in grado di uscirne da solo e se ne esce solo attraverso un concerto di forze e responsabilita'''.

A queste proteste, solo alcune che oggi hanno visto in piazza i lavoratori, non possiamo avvicinare quella che sta avvendendo a Taranto con il "contro-concerto" del Primo Maggio di piazza San Giovanni. Si tratta de concertone che vede almeno 20mila persone che stanno assistendo nel parco archeologico di Taranto aquello che è stato chiamato il "Primo maggio di lotta - Si' ai diritti, no ai ricatti: politica dal basso e musica'.
Sul palco dalle 14,00 si sono esibiti molti artisti, intervallati però dalle testimonianze di persone che vivono ogni giorno il dramma dell'inquinamento che proveine dall'Ilva e dall'area industriale e delle malattie che ne conseguono. Hs parlato anche un giovane divenuto operaio dell'Ilva che poi per necessità ha dovuto abbandonare le terre della sua Ginosa, a 60 chilometri da Taranto. Un applauso di consenso ha poi raccolto anche uno degli allevatori che ha visto abbattere tutti suoi capi di bestiame perche' contaminati dalla diossina fuoriuscita dall'Ilva.

E' questa una parte importante delll'Italia che oggi ha dato voce al primo maggio e che non smetterà di gridare.

mercoledì 1 maggio 2013

Cremaschi: si è arresa anche la Fiom, fine del sindacato?

Scritto il 01/5/13 • 


«Se in un contratto nazionale o aziendale si aumenta l’orario di lavoro, si abbassano le qualifiche, si toglie ai lavoratori il diritto ad ammalarsi, e se la maggioranza dei rappresentanti sindacali e dei lavoratori accetta, la minoranza non può più opporsi. Non può fare sciopero, non può andare in tribunale, non può neanche tutelare quei lavoratori che non ci stanno. Altrimenti è fuori». In puro “sindacalese” questo si chiama “esigibilità”: ed è esattamente la clausola-capestro che ora ha accettato anche la Cgil, con la sola opposizione della componente “Rete 28 aprile”, alla stipula del nuovo patto sulla rappresentanza. Risultato: insieme a Cisl e Uil, anche la Camusso firma con Confindustria. D’ora in avanti, lo stesso Landini può scordarsi una “resistenza” come quella ingaggiata a Pomigliano, quando la Fiom trascinò la Fiat di Marchionne in tribunale. Fine dell’ultimo brandello di radicalismo sindacale: per Giorgio Cremaschi, è una capitolazione storica. Addio sindacato.
Maurizio Landini«Ovunque ci sia una lotta o una ribellione vera allo sfruttamento – scrive Cremaschi sul sito di “Rete 28 aprile” – il sindacato dev’essere preventivamente esigibile». Già oggi, invece, «le lotte sindacali più importanti e partecipate della Lombardia, Trenord e San Raffaele, vedono Cgil, Cisl Uil ostili ed estranee, come accade alla lotta dei lavoratori migranti della logistica e a tanti altri». Il problema degli accordi separati è superato, aggiunge l’ex leader della Fiom. «Tutti gli accordi sono preventivamente unitari perché non esiste più il diritto a non firmare ciò che non piace: si supera il problema del dissenso cancellando il diritto a dissentire, come la Fornero che ha superato la divisione tra chi è o non è tutelato dall’articolo 18, togliendo l’articolo 18 a tutti». Questo accordo, aggiunge Cremaschi, costituisce un esproprio di quella tanto auspicata legge sulla rappresentanza, che avrebbe dovuto finalmente garantire ai lavoratori il diritto alla democrazia sindacale, realizzando al contrario «una privatizzazione corporativa di questo loro diritto».
Del resto, questo è ciò che le “parti sociali” ricercano su un piano ben più ampio: i gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Confindustria hanno visto travolti dalle elezioni i rispettivi progetti politici. E le presidenziali, con la catastrofe del Pd, hanno scatenato l’angoscia tra i quadri della Cgil, i cui più anziani hanno già vissuto la crisi del Pci e la distruzione del Psi. I grandi sindacati confederali, accusa Cremaschi, escono da vent’anni di concertazione, di moderatismo rivendicativo, di istituzionalizzazione. «Tutta la struttura è stata selezionata da queste basi. Come si fa a cambiare? Così ci si aggrappa ad una Confindustria anch’essa colpita da crisi di rappresentanza ed efficacia. E si rilancia il patto corporativo tra i produttori, che oggi più che mai è prima di tutto una patto di sopravvivenza tra grandi burocrazie in crisi».
Susanna CamussoE ora, mentre tutti i riflettori sono concentrati sul “governissimo” di Napolitano, sindacati e Confindustria «stanno definendo il governissimo sindacale».
La Cgil, continua Cremaschi, aderisce al patto sulla rappresentanza con il concorso determinante di Maurizio Landini: senza il suo apporto, la segreteria di Susanna Camusso non avrebbe avuto oggi la forza politica di andare avanti. Perché? Si sprecano le analisi sui retroscena, mettendo in secondo piano il vero problema: Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e prestigio, con il “no” a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. «Ora quel “no” diventa un “sì”, attraverso l’accettazione della esigibilità». Landini, insiste Cremaschi, «ha il dovere di spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della Fiom, senza sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica». In ogni caso, «contro questo accordo che normalizza e centralizza autoritariamente tutte le relazioni sindacali, bisognerà lottare: tutte le forze e le esperienze sindacali che non ci stanno – dice Cremaschi – debbono organizzare la disobbedienza, il contrasto, la crisi del patto corporativo sulla rappresentanza». Bisogna reagire subito, perché «un regime sindacale degli “esigibili”, quando su tutti pesano i danni e i ricatti della disoccupazione di massa, è un altro macigno che precipita sul mondo del lavoro».

Primo Maggio Sempre. "Il sindacato? Corporazione di fatto. Basta precariato, ne va la dignità"

Autore: fabio sebastiani
                                
In occasione del Primo Maggio, controlacrisi ha intervistato un lavoratore precario, ora disoccupato, che vive a Roma, Luca Cerra.
Un Primo Maggio che la tradizione vuole ancora dedicato al lavoro cozza contro una realtà costituita da tanto “non-lavoro”, ovvero dal dilagare del precariato.
"E’ chiaro che il tema del lavoro rimanda a una tradizione che ormai è superata. Il tema del lavoro è cambiato, bisogna che ce ne convinciamo tutti", sottolinea Luca. "Il nodo fondamentale resta quello delle condizioni lavorative, dei compensi e dei diritti. Lavorare da precario e accettare qualsiasi impiego non è propriamente un risultato per una società che si pregia del titolo di paese industrializzato. Il lavoro ormai è solo uno strumento per sopravvivere".
Il primo maggio è una festa che identifica fortemente l’organizzazione sindacale. Eppure è proprio lì che c’è un nodo da sciogliere.
Mi ricordo gli anni settanta e le lotte dei lavoratori, le loro importanti conquiste. Ho percepito cosa potesse significare. E’ stata una delusione cocente poi dover accettare che non hai diritto ad essere rappresentato. Ogni rivendicazione, anche minima, deve essere portata avanti da solo o con chi condivide la tua stessa condizione. E’ una cosa brutta che ti fa sentire tutta la tua debolezza contrattuale nei confronti del datore del lavoro, e quindi il suo potere di ricatto. E il fatto di non trovare le organizzazioni sindacali dalla tua parte è difficile da digerire. Si capisce, perché rispondono a determinati criteri che oggi non sono più veri Quando nello statuto del sindacato leggo scritto che tutela i lavoratori e non gli iscritti al sindacato e poi vedere che non solo non difende i lavoratori ma nemmeno i più deboli, mi chiedo se non siamo in presenza di una corporazione. Anche chi, tra i precari, ha contratti che consentono l’acceso al sindacato poi si ritrova in un sindacato che è una corporazione di fatto, chiusa nelle burocrazie e preda degli interessi di piccolo cabotaggio.
Cosa ti ha insegnato la tua esperienza di lotta?
La mia esperienza di lotta non mi induce a un grande ottimismo. L’unico modello che è utile a far uscire le rivendicazioni passa per un’autorganizzazione. Una autorganizzazione che parte da chi ha più buona volontà a far uscire il disaggio e cerca di creare una rete. La mancanza di punti di riferimento forti come poteva essere il sindacato scoraggia molti, però. Chi sta al potere sa benissimo come dividere i precari. E usa tutta la sua forza e il suo potere per farlo. Occorre creare nuovi modelli di aggregazione e di rete. Tenere le differenze e riuscire nello stesso tempo a dare rappresentanza a chi non ce l’ha. La dimensione della lotta rappresenta comunque una grande speranza Pur con tutte le difficoltà e il pessimismo, nei momenti in cui si riesce a costruire qualcosa per quanto minimo a farsi sentire la fiducia cresce. Poi viene facilmente castrata perché le risposte della controparte pesano per la loro negatività. Ma anche solo il fatto di mettersi insieme e fare un comunicato già dà una grande speranza. Anche perché tutti vivono la propria condizione come una colpa. E lavorare per migliorare qualcosa serve e sconfiggere questo sentimento.
La politica non è estranea a questa critica. Cosa pensi?
E’ chiaro che la politica deve dare delle risposte. A me sembra evidente che fino ad oggi ha risposto ad esigenze che vanno nella direzione di abbassamento del costo del lavoro. A livello più diretto va bene qualsiasi politica posto che la nostra società ci impone certe scelte di politica economica comunque la politica una qualche tipo di risposta la dovrebbe dare ad una società ridotta in questo stato comatoso. Mi sembra che il percorso per un reddito garantito, per esempio, sia sicuramente una battaglia importante. L’Italia è rimasta molto indietro. Passare da un reddito mensile a zero vuol dire non poter pagare più le bollette e non poter più vivere. E’ una questione di dignità dare il diritto di vivere a chiunque.
Se potessi scrivere un appello alla sinistra cosa scriveresti?
Direi di tornare nei luoghi dove si lavora ed essere presenti nelle lotte dei lavoratori e dei precari. Quello che vedo io è che sia la sinistra in generale sia quella radicale che l’altra sono partiti molto verticistici e un po’ intellettualoidi che vengono a chiederti il voto ma si tengono lontani quando i lavoratori hanno più bisogno di loro.

Primo maggio sempre. Come minimo... vogliamo il massimo!

           
COME MINIMO...
- l’immediata approvazione della Proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito: 600 euro al mese per tutte le disoccupate e i disoccupati, gli inoccupati, i precariamente occupati che non superino gli 8000 euro annui. È una misura di redistribuzione del reddito, fattibile e presente in quasi tutti i paesi d’Europa, fondamentale per uscire dalla recessione e dalla crisi. Vogliamo garantire il diritto all’esistenza, in tempi in cui precarietà, disoccupazione e povertà negano il presente e il futuro a donne e uomini, giovani e non.
- l’istituzione di un salario orario minimo, a prescindere dal tipo di contratto, perché non è più accettabile che tante lavoratrici e lavoratori precari abbiano retribuzioni da fame. Perché noi vogliamo che ad uguale lavoro corrisponda uguale salario.
- la riduzione dell’orario di lavoro, a partire da contratti di solidarietà espansivi. Lavorare meno, lavorare tutti. Vogliamo redistribuire il lavoro e il reddito contro le forme di ipersfruttamento e auto sfruttamento prodotte dalla logica della competizione
- un piano per il lavoro, che attraverso l’intervento pubblico crei nuova occupazione nella riconversione ecologica dell’economia, nel riassetto idrogeologico, nella conoscenza, nella cultura e nella cura delle persone. Vogliamo il blocco dei licenziamenti, il rifinanziamento immediato degli ammortizzatori sociali e la stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione e nei settori della sanità e della conoscenza.
…VOGLIAMO IL MASSIMO!
perché oggi è la festa delle lavoratrici e dei lavoratori e anche di chi il lavoro non ce l’ha.
buon primo maggio!
rifondazione comunista, giovani comunisti, forum delle donne

sabato 27 aprile 2013

No al governissimo sindacale.

di Giorgio Cremaschi - rete24aprile -
Il direttivo nazionale della CGIL ha dato via libera, con la sola opposizione della rete 28 aprile, alla stipula del patto sulla rappresentanza. Che bello, diranno gli ingenui, finalmente c'è la democrazia sindacale. Bè, non è proprio così. L'accordo che si prefigura si basa sullo scambio tra diritto alla rappresentanza e esigibilità degli accordi. Che vuol dire in concreto? Facciamo un esempio.(...)
Nel 2010 alla Fiat di Pomigliano Sergio Marchionne impose una accordo gravemente lesivo delle condizioni e delle libertà dei lavoratori. Quel patto fu accettato dalla maggioranza delle organizzazioni sindacali, delle rsu e dei lavoratori con un referendum. La FIOM comunque rifiutò quello che definì giustamente un ricatto, non accettò il pronunciamento maggioritario e si mise a contestare l'accordo per via sindacale e legale; e per questo fu esclusa dalla rappresentanza sindacale in Fiat e i suoi iscritti discriminati sul lavoro.

Con il nuovo accordo sulla rappresentanza tutto questo non succederà più.

La parola magica è esigibilità, termine del più puro sindacalese che oggi significa che chi vuol sedersi al tavolo della rappresentanza con i padroni deve preventivamente assicurare loro che cosa fatta capo ha.

Si azzera il sistema esistente e si riparte da capo. Ai tavoli dei contratti nazionali partecipano solo le organizzazioni che rappresentano più del 5% degli iscritti. A quelli dei contratti aziendali le rsu e i loro sindacati. L'accordo è valido quando la maggioranza dei sindacati o delle rsu lo sottoscrive. La consultazione dei lavoratori, non obbligatoria ma auspicata, può esprimere il suo giudizio finale. Ma cosa c'è allora che non va? L'esigibilità.

Per accedere a questo sistema si deve infatti sottoscrivere prima la rinuncia a contestare gli accordi che non si condividono.

Se in un contratto nazionale o aziendale si aumenta l'orario di lavoro, si abbassano le qualifiche, si toglie ai lavoratori il diritto ad ammalarsi, e se la maggioranza dei rappresentanti sindacali e dei lavoratori accetta, la minoranza non può più opporsi. Non può fare sciopero, non può andare in tribunale, non può neanche tutelare quei lavoratori che non ci stanno. Altrimenti è fuori.

Questo il succo, CGIL CISL UIL firmano con la Confindustria e così impegnano tutte le proprie organizzazioni e i propri delegati a rispettare il principio della esigibilità. Chi non ci sta è fuori. E gli altri sindacati? Se non ci stanno sono fuori e per starci, lo ripeto, devono preventivamente firmare che accetteranno qualunque accordo.

Ovunque ci sia una lotta o un ribellione vera allo sfruttamento, il sindacato dev'essere preventivamente esigibile. Già oggi succede, perché le lotte sindacali più importanti e partecipate della Lombardia, Trenord e S.Raffaele, vedono CGIL CISL UIL ostili ed estranee, come accade alla lotta dei lavoratori migranti della logistica e a tanti altri.

Però il problema degli accordi separati è superato. Tutti gli accordi sono preventivamente unitari perché non esiste più il diritto a non firmare ciò che non piace. Si supera il problema del dissenso cancellando il diritto a dissentire. Come la Fornero che ha superato la divisione tra chi è o non è tutelato dall'articolo 18, togliendo l'articolo 18 a tutti.

Questo accordo costituisce un esproprio di quella tanto auspicata legge sulla rappresentanza, che avrebbe dovuto finalmente garantire ai lavoratori il diritto alla democrazia sindacale, mentre invece realizza una privatizzazione corporativa di questo loro diritto.

Del resto questo è ciò che le "parti sociali" ricercano su un piano ben più ampio.

I gruppi dirigenti di CGIL, CISL e Confindustria hanno visto travolti dalle elezioni i rispettivi progetti politici. Le presidenziali, con la catastrofe del PD, hanno scatenato l'angoscia tra i quadri della CGIL, i cui più anziani hanno già vissuto la crisi del PCI e la distruzione del PSI.

Quindi la spinta ad affermare: che c'entriamo noi con la crisi politica noi siamo il sindacato, è fortissima. E sarebbe anche una buona cosa se fosse il segno di una volontà di rinnovare le pratiche della rappresentanza e del conflitto sociale. Ma CGIL CISL UIL escono da venti anni di concertazione, di moderatismo rivendicativo, di istituzionalizzazione. Tutta la struttura è stata selezionata da queste basi. Come si fa a cambiare?

Così ci si aggrappa ad una Confindustria anch'essa colpita da crisi di rappresentanza ed efficacia. E si rilancia il patto corporativo tra i produttori, che oggi più che mai è prima di tutto una patto di sopravvivenza tra grandi burocrazie in crisi.

Così, mentre tutti i riflettori dell'informazione sono concentrati sul governissimo di Giorgio Napolitano, CGIL CISL UIL e Confindustria stanno definendo il governissimo sindacale.

La CGIL aderisce al patto sulla rappresentanza con il concorso determinante di Maurizio Landini. Senza il suo apporto la segreteria di Susanna Camusso non avrebbe avuto oggi la forza politica di andare avanti. Perché?

Si sprecano le analisi di retroscena.

Ma questi dietro le quinte hanno però il difetto di nascondere la scena principale. Maurizio Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e prestigio, con il no a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. Ora quel no diventa un si attraverso l'accettazione della esigibilità. Maurizio Landini ha il dovere di spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della FIOM, senza sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica.

In ogni caso contro questo accordo che normalizza e centralizza autoritariamente tutte le relazioni sindacali, bisognerà lottare. Tutte le forze e le esperienze sindacali che non ci stanno debbono organizzare la disobbedienza, il contrasto, la crisi del patto corporativo sulla rappresentanza.

Un regime sindacale degli esigibili, quando su tutti pesano i danni e i ricatti della disoccupazione di massa, è un altro macigno che precipita sul mondo del lavoro, bisogna reagire subito.

mercoledì 10 aprile 2013

AVANGUARDIA DI “CIARLATANI E PIFFERAI MAGICI”

CONDIVIDI !!PER IL DIBATTITO Appunti sul moderno proletariato e sulla “nuova” questione operaia L’Italia è da sempre il regno della retorica e dell’ipocrisia dei ciarlatani, degli impostori e dei pifferai...


Appunti sul moderno proletariato e sulla “nuova” questione operaia.
 
L’Italia è da sempre il regno della retorica e dell’ipocrisia dei ciarlatani, degli impostori e dei pifferai magici. Ma il degrado etico e culturale in cui è sprofondato il Paese è tale da non permettere più di discernere la verità dalla menzogna, l’equità dall’ingiustizia.
L’attuale recessione non è un episodio accidentale, ma una crisi strutturale causata dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive, una crisi accelerata dalla saturazione dei mercati internazionali: finora si è prodotto in eccesso sfruttando troppo i lavoratori, che si sono impoveriti e sono destinati ad impoverirsi ulteriormente. E’ una crisi che si spiega in virtù dell’enorme divario tra la crescente produttività del lavoro e la declinante capacità di consumo dei lavoratori. In altri termini, gli operai producono troppo, a tal punto che non si riesce a vendere quanto essi producono. E’ questa la radice delle contraddizioni del capitalismo, che è riconducibile alla sua tendenza intrinseca (e cioè innata) alla sovrapproduzione di merci. In questo quadro complessivo l’azione dei governi (qualsiasi governo) asseconda gli interessi del capitalismo di finanza.
Infatti, le politiche di liberalizzazione selvaggia attuate dai governi negli ultimi decenni procedono senza sosta, malgrado aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio dei grandi potentati economici, delle banche e delle società finanziarie, a netto discapito dei lavoratori. Impresa, mercato, produttività, profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali, ma hanno sempre definito affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Eppure, tali interessi privati sono esibiti come il bene comune.
La contraddizione centrale è tuttora quella che contrappone l’impresa capitalista al mondo del lavoro sociale. I lavoratori devono prendere coscienza che il vero problema risiede nel costo del capitale, nell’inasprimento delle condizioni di sfruttamento e nell’aumento degli straordinari, nella crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, insomma nel sistema dell’alienazione capitalista del lavoro.
Di fronte alla crisi internazionale la risposta della FIAT è stata un disegno strategico che punta alla “terzomondizzazione” del lavoro in Italia, un’intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, alla piena precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, dei salari, delle condizioni di sicurezza degli operai. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT pianifica il rientro in Italia di una produzione trasferita all’estero negli anni scorsi, malgrado le generose sovvenzioni elargite dallo Stato italiano, ovvero dai contribuenti.

lunedì 18 marzo 2013

Il salario sociale globale di classe ...

... come meccanismo di accumulazione.

Il caso Cina

di Pasquale Cicalese

“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da in­tendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il sin­golo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché ri­guarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni colletti­ve* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.
Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.
E poi ti vedi le prime pagine dei giornali economici e capisci già l’andazzo della giornata. Succede così che un giorno qualunque in prima pagina sul Sole 24 Ore il corrispondente da Pechino Francesco Sisci, uno che vive in quel paese da 30 anni, ha studiato in quelle università e ha contatti diretti con la dirigenza, ti informa di un piano decennale 2013-2023 di 5 mila miliardi di euro finalizzato all’urbanizzazione di 400 milioni di persone in città medio piccole, dell’ordine di 1-2 milioni di abitanti. Ti vengono in mente tante cose.
Soprattutto quando vieni informato che il piano ha come fulcro la riforma dell’hukou, quel sistema in vigore dal 1958 che non permette al proletariato migrante nelle grandi città di usufruire dei diritti di cittadinanza.
Ebbene, quel sistema verrà smantellato, e a centinaia di milioni di persone daranno diritti sociali quali l’istruzione, l’alloggio popolare e la sanità gratuita, una grande discriminazione viene meno.
Salario sociale globale di classe, prestazioni universali per decine e decine di milioni di persone, le stesse che in Occidente invece stanno via via smantellando. Tocca leggere il giornale padronale per saperlo, i siti di sinistra non ne parlano affatto, parlano dei grillini…
Qualcosa era nell’aria, da anni: alla fine della prima decade del ventunesimo secolo la dirigenza cinese svoltava con la contro-controriforma sanitaria, che stabiliva il ritorno alla sanità pubblica, gratuita e universale, un percorso decennale che veniva inaugurato con la decisione di costruire 1200 ospedali regionali. Poi dal 2005 iniziava un percorso di reflazione salariale, con aumenti del salario nominale del 15% annuo. Nel 2010 il colpo di grazia: il Consiglio di Stato decide la costruzione di 6 milioni di alloggi popolari, chiaro segno che lasciava presagire la riforma dell’hukou.
Ora si va oltre, molto al di là dell’immaginario: il piano da 40 trilioni di yuan, per l’appunto 5 mila miliardi di euro, prevede l’urbanizzazione di 400 milioni di persone e contemporaneamente un forte aumento della produttività agricola. Tutto tiene, città e campagna, l’obiettivo è basare la crescita futura reflazionando la domanda interna: dalla debolezza esterna, per l’appunto dell’Occidente, alla forza interna.

lunedì 11 marzo 2013

Quattro cose sul reddito di cittadinanza

    
Quattro cose sul reddito di cittadinanza

Pubblicato il 11 mar 2013

di Davide Maria De Luca -
Nelle ultime settimane si è parlato molto del reddito di cittadinanza. Si tratta di un punto presente nei programmi di diverse forze politiche che si sono presentate alle ultime elezioni ed è uno dei 20 punti programmatici fondamentali del Movimento 5 Stelle. Ma su cosa sia effettivamente e quanto costerebbe c’è ancora molta confusione.
Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?
Sul sito la Voce.info Tito Boeri e Roberto Perotti hanno cercato di fare un po’ di chiarezza tra i due termini che vengono usati come sinonimi, ma che decisamente sinonimi non sono. Il reddito di cittadinanza (basic income guarantee in inglese) è un sussidio universale e non condizionato: in altre parole lo ricevono tutti quanti, per un tempo indefinito e indipendentemente dalla loro ricchezza o da altri redditi che percepiscono. Se si dovesse stabilire un reddito di cittadinanza di 500 euro mensili, ad esempio, verrebbe percepito tanto dalla famiglia Agnelli quanto da un 50enne appena licenziato.
Il reddito minimo garantito (guaranteed minimum income in inglese) è invece un programma universale – cioè ha regole valide per tutti – e condizionato: nel senso che le sue regole determinano chi può avere accesso al sussidio e chi no. Ad esempio, il reddito minimo garantito potrebbe essere condizionato al non percepire altri redditi e all’essere iscritti a una lista di collocamento. Il reddito di cittadinanza non esiste in quasi nessun paese del mondo: uno dei casi più noti di paesi che ce l’hanno è lo stato americano dell’Alaska. Il reddito minimo garantito invece è molto diffuso in Europa, anche se spesso molto discusso e criticato.
I politici hanno dimostrato una grande confusione su questi due termini. Ad esempio: nel programma di SEL si parla esplicitamente di un reddito minimo garantito di 600 euro, ma in diverse interviste Nichi Vendola ha parlato della necessità di introdurre un reddito di cittadinanza. Nei 20 punti di Grillo si nomina espressamente il reddito di cittadinanza, ma quando Grillo sostiene che l’Italia è l’unico paese a non averlo in Europa, sta parlando del reddito minimo garantito, il che è confermato dalla interviste ad alcuni parlamentari del M5S che parlano esplicitamente di un sussidio condizionato.
Quali sono i problemi?
Il reddito di cittadinanza ha un solo problema: è molto, molto costoso. Boeri e Perotti hanno calcolato che un reddito di cittadinanza pari a 500 euro per tutti i cittadini italiani di età superiore ai 18 anni costerebbe circa 300 miliardi, il 20% del PIL, poco meno della metà di quanto attualmente spende lo Stato ogni anno per tutte le sue attività.
Il reddito minimo garantito, invece, è molto più economico, ma è difficile fare una stima esatta. Essendo una misura “condizionata”, bisognerebbe capire quali sono le regole che lo farebbero scattare prima di poter ipotizzare il suo costo. Boeri e Perotti stimano un ordine di grandezza tra gli 8 e i 10 miliardi di euro per un reddito minimo garantito di 500 euro. Il problema, in questo caso – oltre al costo, che comunque non è indifferente – è che il reddito minimo di cittadinanza in certe condizioni rappresenta un disincentivo al lavoro.
Se ipotizziamo, come si è spesso sentito dire, un reddito minimo garantito di mille euro al mese, è chiaro che nessuno lavorerà più per meno di mille euro: dovrebbe rinunciare al sussidio per lavorare ottenendo la stessa cifra. Probabilmente in pochi però lavorerebbero anche per 1.200 euro: il guadagno netto sarebbero solo 200 euro, ma in cambio bisognerebbe lavorare invece che stare a prendere il sole in spiaggia. Per questo in genere il reddito minimo garantito è condizionato da clausole come una durata limitata oppure essere iscritti alle liste di collocamento e non rinunciare a più di un certo numero di offerte di lavoro.

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