di Giovanni Mazzetti - sbilanciamoci - sinistrainrete -
Tra le intuizioni dei sostenitori del reddito di cittadinanza e le critiche di chi, come Giorgio Lunghini, pensa che quel reddito non risolva la questione dell’autonomia dei non occupati, rimane aperta una sola via: la redistribuzione del lavoro tra tutti, con la riduzione del tempo di lavoro ma senza decurtazioni di salario

Giorgio Lunghini nel suo “
Reddito sì, ma da lavoro” ha sottolineato che la proposta del reddito di cittadinanza soffre di limiti intrinseci. Con le sue parole: “quel reddito è semplicemente l’eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi. Il palliativo rappresentato da un reddito di cittadinanza o di esistenza non risolve la questione dell’autonomia economica e politica dei non occupati, probabilmente ne aumenterebbe il numero, ne certificherebbe l’emarginazione, favorirebbe il voto di scambio e lascerebbe irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti. L’autonomia economica e politica presuppone un reddito
da lavoro.”
Si tratta di un’argomentazione logicamente ineccepibile. Ma l’evoluzione della realtà sociale notoriamente non va di pari passo con la logica, visto il ricorrente sopravvenire di eventi
contraddittori, cioè di fenomeni che impongono la ristrutturazione degli stessi presupposti del ragionamento e dell’azione. Può così accadere che la
giusta critica alla proposta del reddito di cittadinanza venga articolata senza tener conto di alcuni degli elementi che hanno
fondatamente spinto i sostenitori di quella strategia ad optare
per quella soluzione, anche se poi quegli stessi elementi li hanno spinti a
sbagliare nello svolgimento della soluzione del problema, ma non nella sua formulazione di partenza. Cerchiamo di vedere di che cosa si tratta.
Lunghini rappresenta il quadro dei rapporti sociali attuali con il seguente schema:
Questo schema, a mio avviso distorce il dato di fatto con il quale ci stiamo confrontando. Il quadro delle relazioni produttive – sia di quelle che riescono a procedere fisiologicamente, sia di quelle che incontrano ostacoli – mi sembra che sia piuttosto il seguente:
Perché è importante tener conto di questa articolazione più complessa della realtà? La tesi di Lunghini è condivisibile per la parte di strada che ci permette di percorrere, ma non ci consente di portare il problema della disoccupazione di massa odierno alla sua coerente risoluzione. La produzione capitalistica di merci – dice – si arresta nonostante ci siano molti bisogni insoddisfatti perché la loro soddisfazione non garantirebbe alle imprese un profitto. Questo meccanismo impone, così, all’attività produttiva una
limitazione artificiale, visto che le risorse materiali per soddisfare quei bisogni
esistono.