Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta speculazione finanziaria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta speculazione finanziaria. Mostra tutti i post

lunedì 3 giugno 2013

La distribuzione della ricchezza globale? È sempre più iniqua


Nel mondo, si legge nel rapporto: «il numero degli individui con patrimonio finanziario superiore a 1 milione di dollari infatti è aumentato in termini di popolazione e ricchezza nel 2010, superando i livelli pre-crisi del 2007 in quasi tutte le regioni». La popolazione dei milionari (e a salire) è aumentata dell’8,3%, a 10,9 milioni e la ricchezza finanziaria da essa detenuta è in crescita del 9,7% a 42.700 miliardi di dollari USA (rispetto al 17,1% e al 18,9% rispettivamente nel 2009). La popolazione globale degli individui con patrimonio finanziario di oltre 30 milioni di dollari ha registrato un aumento pari al 10,2% nel 2010 e la sua ricchezza è cresciuta dell’11,5%.
È bene chiarire che il rapporto si occupa, chiamandoli HNWI (High Net Wealth Individuals), di quelle persone con un patrimonio investibile di più di 1 milione di dollari americani. Dal conto si escludono i beni durevoli e non durevoli collegati al consumo e il valore immobiliare delle prime case.
Meno di 11 milioni di individui controllano una ricchezza “mobilitabile” di quasi 43 trilioni di dollari, come a dire l’equivalente teorico di quasi il 73% del PIL mondiale. Pur con tutte le cautele, e l’immediato rifiuto della vecchia logica pauperista, qualcosa veramente non va. I numeri nella vita reale, nel quadro di un’economia capitalisticamente e/o politicamente sana, devono “parlarsi”, ci devono essere delle proporzioni che abbiano un senso. Questi numeri non hanno nemmeno le orecchie. Ma noi le abbiamo, e ci ricordiamo di alcuni dati, in piena sintonia con quanto fin qui detto, apparsi sul Financial Time della settimana scorsa e su uno studio della Banca dei Regolamenti Internazionali qualche tempo prima.
L’articolo del FT, intitolato «le società non tollereranno per sempre queste gigantesche liquidazioni», spiegava come dal 1978 al 2008 il reddito delle classi-medio basse britanniche fosse aumentato del 27%, a fronte di un raddoppio del PIL e di un quadruplicamento del reddito delle classi agiate (rappresentate dal 10% più alto dei redditi dichiarati). Non male davvero, ecco come poi arrivi a 42,7 trilioni di dollari nel mondo (e alla conseguente uniformazione dei gusti e delle pratiche, mai notato qualche differenza tra un loungebar a NY e uno a Chennay?).
Veniamo alla Banca dei regolamenti internazionali (BIS). I calcoli effettuati da Luci Ellis e Kathryn Smith per la BIS mostrano un’esplosione della quota dei profitti sul totale della ricchezza nazionale in tutti i paesi industrializzati. Visto dall’angolatura opposta, lo studio suggerisce che la quota sulla ricchezza complessiva imputabile ai salari è negli ultimi 25 anni letteralmente crollata.
Le cifre sono inequivocabili: prendendo il caso dell’Italia, la percentuale dei profitti sul PIL al costo dei fattori era del 23% circa nel 1983, passa al 29% nel 1994 per superare il 31% nel 1995 e raggiungere il picco al 32,7% nel 2001. In poco meno di 20 anni i profitti hanno incrementato il loro peso sulla ricchezza nazionale di oltre 9 punti. A solo scopo esemplificativo, si pensi che 9 punti del PIL italiano 2007 a valori correnti equivalgono a quasi 140 miliardi di euro transitati dalla retribuzione del lavoro alla remunerazione del capitale. Trasferimento secco se, come scrivono le autrici dello studio: «L’incremento della quota dei profitti è una pura ri-allocazione di rendite economiche e non, se la nostra analisi è corretta, la compensazione di un extra-deprezzamento [del capitale, nda]. Ciò suggerisce che l’incremento della quota dei profitti non si è verificato per finanziare un surplus di investimenti lordi». Lo spostamento di peso verso la remunerazione del capitale, innesca, parallelamente, un altro fenomeno: quello della concentrazione della ricchezza a livelli mai conosciuti dopo gli anni Trenta.
Bene, siamo tornati agli anni ’30, ai robber baron e all’accumulazione originaria di ricchezza. Il novecento è proprio finito, il compromesso socialdemocratico seppellito oltre 30 anni fa. Mentre le “nuove” destre - armate del solito vecchio repertorio - si fanno strada nei sistemi politici delle ex perle della socialdemocrazia del Nord Europa, siamo qui ancora una volta a parlare di basi di legittimazione del capitalismo, ovvero del potere moderno.
Nel nostro libro abbiamo cercato di dimostrare come gli esiti effettivi del patto di potere che regola gli equilibri del sistema in Italia abbiano privato quest’ultimo di ogni legittimità. Abbiamo anche cercato di descriverlo quel patto e di far emergere la categoria che, solitaria, ne è esclusa e che lo paga: i Contadini.
Nel corso della prossima comparsa su Linkiesta, cercheremo di abbozzare i primi passi di quella che ci sembra una coerente soluzione politica al problema dell’ingiustizia e della crisi italiana, che forse può rappresentare, nelle diversità, una bozza anche per un’agenda di riforma politica del capitalismo in senso più ampio e sovranazionale. Politica, non tecnica, né economica; due dimensioni che devono necessariamente seguire la prima. Altrimenti si ricade nella vecchia barzelletta di Bisio sull’inversione della precedenza tra imparare a scrivere e a leggere e delle sue conseguenze.


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/la-distribuzione-della-ricchezza-globale-e-sempre-piu-iniqua#ixzz2V92MaSzi

mercoledì 29 maggio 2013

Se globale è la finanza e non la legge

      
Se globale è la finanza e non la legge

Pubblicato in micromega

di Guido Rossi, da Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2013 -
Lo scorso martedì una Commissione del Senato americano ha ascoltato Tim Cook, amministratore delegato della Apple, accusata di evasione fiscale per mancato pagamento delle imposte sugli enormi profitti realizzati, attraverso una pianificazione fiscale di una rete di società controllate irlandesi. Il senatore Levin, presidente della Commissione, ha sottolineato durante il dibattito che trenta delle maggiori multinazionali americane, con più di 160 miliardi di dollari di profitti negli ultimi tre anni, non hanno pagato nessuna imposta federale. Il commento significativo di Tim Cook è stato: «Sfortunatamente il sistema fiscale americano (Tax Code) non si è adeguato all’era digitale».
Siamo di fronte all’inquietante ossimoro “evasione fiscale legale”? Paradossalmente, l’Unione Europea, con l’Irlanda, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Austria, è diventata essa stessa paradiso fiscale. Le varie legislazioni interne, in mancanza di una legge comunitaria adeguata, fanno perdere al bilancio dell’Unione un gettito di mille miliardi, cioè una somma cento volte superiore ai dieci miliardi mobilizzati per venire in soccorso a Cipro.
È pur vero che a Bruxelles si vanno preparando proposte di direttive per imporre trasparenza alle multinazionali e scambi di informazioni fra Paesi, ma purtroppo finora queste iniziative e le concordanti autorevoli dichiarazioni appaiono tutte asseverare la pesante definizione apparsa sulla copertina dell’ultimo numero dell’Economist: “i sonnambuli” (The sleepwalkers), a proposito dei maggiori responsabili della politica europea. Infatti, il rischio che alcuni importanti Paesi dell’Unione Europea blocchino o limitino tali riforme rimane assai elevato, mentre per il degrado istituzionale e politico la stessa frode e l’evasione fiscale palesemente “illegali” rimangono perseguite in modi assai discutibili dai vari poteri del singolo Stato, sovente in conflitto fra loro.
Da questo complesso e confuso quadro risultano definitivamente crollate tutte le tesi sbandierate sulla verità e l’efficienza dei mercati, sulla necessità delle politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica, e soprattutto sui rimedi solo economici prospettati per la soluzione di una crisi che la civiltà occidentale sta attraversando a livello non solo economico, ma ormai soprattutto politico e sociale.
L’estrema gravità del problema è dovuta al fatto – come più volte ho sottolineato – che la globalizzazione economica del capitalismo finanziario dell’era digitale non è stata accompagnata da un’adeguata globalizzazione giuridica. Le grandi multinazionali si sono dotate di un loro privato ordinamento interno che, proprio in assenza di un diritto globale, tende a favorire la legalità della frode e dell’evasione fiscale.
A questo fenomeno, non si può non collegare una povertà sempre più diffusa, la concentrazione di enormi ricchezze in pochissimi, quell’uno per cento, oggi indicato come privilegiato da Manuel Castells (Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di internet, Milano, 2012), rispetto a quel 99 per cento degli esclusi, vittime di ineguaglianze che mettono a repentaglio le stesse istituzioni politiche che, con la democrazia e il diritto, avevano finora accompagnato le varie fasi dello sviluppo del capitalismo.
Il “conflitto di interessi” che sembrava alla fine del secolo scorso costituire il vero malanno epidemico del sistema economico, si è oggi decisamente trasformato in un “conflitto di poteri” fra le grandi corporations e gli Stati, i quali vanno via via palesando in vari modi la loro sconfitta rispetto ai grandi gruppi societari multinazionali che li hanno superati, persino nella classifica delle maggiori economie mondiali. La sovranità degli Stati si è di fatto trasferita altrove e l’impotenza della politica ne è a sua volta sia la causa sia la conseguenza, quasi a confermare che ormai lo Stato – nazione, per conservare la propria sovranità come comunità politica, si deve chiudere al libero commercio con qualsivoglia altra comunità vicina. Così la descrisse già nel 1800 l’insigne filosofo J.G. Fichte (Die Geschlossene Handelstaadt), che pur forse aveva, come rilevò Benedetto Croce, «lo statalismo nelle ossa». Insomma, la globalizzazione equivarrebbe necessariamente alla perdita della sovranità statale. E questa perdita ha peraltro prodotto già in molti Paesi, come l’Italia, un esasperato conflitto di potere fra i vari organi dello Stato, dove o l’indifferenza o una sorta di dominio direttamente o indirettamente repressivo, ha stroncato attività imprenditoriali aumentando disoccupazione e disagio sociale.

martedì 28 maggio 2013

Finanza: masters of Universe, ovvero una banda di ladri

di Giulietto Chiesa - ilfattoquotidiano -

Il crollo della Borsa di Tokyo (-7,32%) è stato il più alto e drammatico dopo Fukushima di 2 anni fa. Conferma che i due trilioni di yen, creati dalla Banca Centrale del Giappone con la cura Abe, non sono serviti a nulla, se non a procurare un primo disastro. Visto che il nuovo premier giapponese annuncia il raddoppio della propria massa monetaria da qui alla fine del 2014, che Dio gliela mandi buona, a lui e a tutti noi.
Anche perché sta continuando la danza assurda della Federal Reserve, che continua a “stampare” (cioè a creare al computer) 85 miliardi di dollari al mese. Quosque tandem, Ben Bernanke, abutere patientia nostra?
Non lo sa neanche lui. Affermano, Bernanke e Abe, di voler stimolare l’economia (leggi la finanza) stampando banconote, in attesa di Godot, che però non arriverà più. Per due motivi: perché stimolare la finanza non fa più crescere l’economia, e perché i limiti alla crescita sono ormai apparsi sulla scena e non andranno più via.
Tutte chiacchiere, naturalmente. Il crollo di Tokio e di tutte le Borse europee (per quanto valga poco come segnale) viene dai dati cinesi: la crescita cinese rallenta. E questo produce il rallentamento di tutti i mercati. Dunque ecco il quadro: lo stimolo monetario americano e giapponese non funziona; l’austerità europea non funziona. Il mainstream media ci riferisce che gli Stati Uniti sono in crescita, ma è un bluff clamoroso. E’ come dire che un eroinomane perso è in ottima salute quando ha preso la sua dose.
Invece, qui in Europa anche gli irresponsabili di Bruxelles e di Francoforte – tranne Mario Draghi – cominciano a capire che sono sull’orlo del baratro. L’Economist gli dedica una copertina impietosa, raffigurandoli, tutti insieme, in quella scomoda posizione.
Tutto dovrebbe essere chiaro: si va verso il collasso della finanza mondiale. I segnali d’impazzimento del sistema non cessano. Come non capire che è il sistema che si sta rompendo? Nel 2001 hanno inventato il nemico islamico, dopo il nemico rosso, ma questa volta non c’è dubbio che c’è un virus interno al sistema che lo sta conducendo all’agonia. Sembrerebbe logico tentare di cambiare qualche cosa, inventare qualche medicina che non sia la morfina. Per esempio le regole della finanza dovrebbero essere cambiate. Infatti – come ci informava nei giorni scorsi un autorevole e non firmato editoriale del New York Times – la Commodity Futures Trading Commission ha tentato di introdurre almeno la riforma per regolare i derivati. Non l’avesse mai fatto!
Le cinque banche più importanti del mondo occidentale (se volete l’elenco, eccolo: JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e Morgan Stanley) hanno alzato la paletta rossa. Non se ne fa nulla. I padroni del mondo dettano legge anche al Governo di Washington. Anzi: sono il Governo di Washington. E decidono anche per l’Europa. La famosa crisi europea, l’altrettanto famosa crisi dell’euro, sono nate dagli Stati Uniti, negli Stati Uniti. Il loro subprime ha innescato tutto ed è esploso nel 2008, sotto il nostro naso, per importare in Europa il loro disastro, che adesso sembra il nostro disastro, solo perché è diventato il nostro disastro.
Ho rivisto il film di Curtis Hanson “Il crollo dei giganti” (Too Bigs to Fail). In quel caso le banche erano nove, ma le cinque di cui sopra c’erano tutte, tra quelle nove, e i proprietari universali di allora erano gli stessi di oggi. E fu il Governo degli Stati Uniti a salvare loro (con l’erogazione di 700 miliardi, approvata dal Congresso) e con quella, segreta e non approvata da nessuno, di 16 trilioni di $, tutti creati dal nulla, per salvare tutte le maggiori banche occidentali che erano, nel frattempo, fallite simultaneamente.
E’ cambiato qualcosa? Niente affatto. Passiamo in Europa. Leggo adesso (ancora il New York Times) che la Apple ha evaso le tasse negli Stati uniti per la non modica cifra di 44 miliardi di dollari. Scandalo americano? Certo. Ma anche scandalo europeo. Infatti il signor Timothy Cook (il successore del guru Steve Jobs, che ci ha strappato molte più lacrime di quanto meritasse) è andato a Dublino e ha ottenuto dal governo irlandese di pagare appena il 2% dei suoi profitti. Cioè molto al di sotto della già molto bassa tassazione ufficiale locale del 12,5%, la quale è meno della metà di quella francese e tedesca, e meno di un terzo di quella italiana.
Il signor Cook (se lo guardate bene ha una faccia da killer peggiore di quella di Jamie Dimon, CEO della JPMorgan Chase) è riuscito così a evadere 12 miliardi di euro anche in Europa. Così, leggendo, mi viene in mente il fiscal compact. E penso: ma dov’era la Banca Centrale Europea. E dov’è il signor Mario Draghi? Abbiamo scoperto da poco che avevamo un’off shore in più in Europa. Si chiamava Cipro. Adesso siamo passati a tre: con il Lussemburgo c’è anche l’Irlanda. Ma allora quale disciplina fiscale si può chiedere a Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, quando le corporations Usa ricevono questi trattamenti di favore? Chi doveva vigilare?
Se c’è una dimostrazione della necessità di prendere il controllo della BCE, e sottrarlo a questo maggiordomo, eccola qui squadernata. Che equivale a dire che questa Europa va rivoltata come un guanto. La domanda è sempre la stessa. Quanto tempo perderemo ancora? Per quanto tempo permetteremo a costoro di mettere le mani nelle nostre tasche? Attenti che siamo ormai a un passo dal prelievo forzoso dei nostri risparmi e a due passi dalla privatizzazione selvaggia delle ricchezze nazionali. Verranno, con i denari virtuali, a comprare le ricchezze reali (oro incluso). Poi bruceranno tutta la carta. Noi resteremo poveri in canna, e schiavi. Loro avranno la proprietà dei beni.

lunedì 20 maggio 2013

Contro l'austerity. Sovvertire il presente

di Guido Viale - sinistrainrete - edduburg -

«Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario». Ma è sufficiente una democrazia ridotta alla sola dimensione orizzontale?

Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni '80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza. 2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall'abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l'ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l'abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L'imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l'«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall'alta finanza sotto «l'incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione.
Questa progressiva espropriazione del Parlamento e degli elettori serve a creare un interlocutore unico che risponda direttamente ai cosiddetti «mercati» (cioè alla finanza, che è la forma attuale del dominio del capitale a livello globale), annullando sia i poteri dei governi nazionali e soprattutto dei comuni, dai quali dipende la gestione della vita quotidiana e della convivenza civile di ogni comunità, sia la prospettiva di cambiare la propria condizione con il conflitto.

Questa deriva, che riguarda tutta l'Europa, non porta a una ripresa (ormai prevista da ben cinque anni, per essere ogni volta rimandata all'anno prossimo); bensì al disastro della Grecia, che ormai incombe anche su Spagna, Portogallo, Cipro e Slovenia; ma già investe in pieno anche Italia, Francia e l'Olanda; e presto persino la Germania: il cui governo fa da scudo agli interessi dell'alta finanza solo per non scoprire la situazione disastrosa delle sue banche, che ne sono parte integrante.

Ma la resa dei conti si avvicina: un disastro planetario: nemmeno le economie di Cina, India e Giappone vanno più molto bene, mentre la catastrofe ambientale incombe su tutti. In Italia l'occupazione crolla; la disoccupazione dei giovani è al 40 per cento (e gli altri sono precari o hanno rinunciato a cercare un lavoro; ma questi giovani presto saranno adulti, e poi anziani, senza alcuna speranza di un lavoro, di un reddito stabile, di una casa, di una famiglia, della possibilità di mantenere dei figli, di una pensione); scuola, università e ricerca affondano; migliaia di aziende chiudono e non riapriranno più; e non ne nascono di nuove; e con esse spariscono mercati di sbocco, know-how, competenze, abitudine alla collaborazione, coesione sociale, solidarietà. Perciò anche il Governo Letta nasce già vacillante e quel processo di accentramento rischia produrre regimi ancora più duri, magari sotto la di facciata di un antieuropeismo demagogico e populista, solo per nascondere una subordinazione anche più stretta alla finanza.

Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario. Ripudiare quei vincoli richiede un programma di respiro generale che unisce a livello europeo; che può e deve contare su tutte le rivolte e le mobilitazioni contro i vincoli del debito che da tempo si moltiplicano in un numero crescente di paesi, o che prima o poi esploderanno.

venerdì 17 maggio 2013

Misure di austerita'!!

Wall Street, la lobby delle banche interviene sulle regole. Speculazione pronta a ripartire
Alla fine la lobby delle banche di Wall Street l'ha spuntata. Una delle norme piu' significative della riforma del sistema finanziario americano - quella che pone dei limiti ai rischi che i grandi istituti possono assumere nel settore dei derivati - e' stata annacquata.
A riportarlo è il New York Times, che parla di un accordo raggiunto tra i rappresentanti dei grandi gruppi del settore del credito e quelli delle autorita' di regolamentazione. Le modifiche apportate alla norma - denuncia il quotidiano newyorkese - potrebbero di fatto conferire a poche grandi banche il potere di continuare a controllare il mercato dei derivati, ''il principale colpevole della crisi finanziaria''. Si tratta di un mercato da 700.000 miliardi - si ricorda - un ''business redditizio'' che finora si e' potuto sviluppare nell'ombra, al di fuori delle regole che vigono a Wall Street. E appena cinque banche posseggono oltre il 90% di tutti i prodotti derivati, ''come fosse un club privato''. La preoccupazione ora e' che i trader che si occupano di questi prodotti di finanza speculativa ''possano riprendere le vecchie abitudini'', quelle che hanno portato al disastro del 2007-2009.

mercoledì 8 maggio 2013

Meno finanza per tutti

 

Se c’è una cosa che ha insegnato la crisi finanziaria è che staremmo tutti meglio con meno finanza. - finansol -
Dall’agosto del 1971 – quando ha inizio il regime di “cambi flessibili”, che scardinano il sistema creato a Bretton Woodssi sono susseguite decine di crisi finanziarie, alcune di eccezionale gravità, che hanno messo a repentaglio la sicurezza di interi paesi e i diritti acquisiti di milioni di persone. Nel frattempo la finanza ha assunto dimensioni difficili perfino da immaginare, arrivando a condizionare pesantemente le politiche degli stati. Ogni anno vengono scambiati titoli per 1.500.000 miliardi di dollari, pari a circa 4.100 miliardi di dollari al giorno, circa il doppio del Pil italiano prodotto in un anno.
E pensare che nel 1970 tali transazioni si aggiravano tra i 10 e i 20 miliardi di dollari. Oltre il 90% di esse sono di natura speculativa e questo ha accresciuto enormemente la volatilità dei mercati e la possibilità di nuove crisi, arrivando a intaccare l’economia reale. L’illusione che il denaro potesse creare magicamente altro denaro, senza produrre nulla, ha messo alla prova la creatività degli ingegneri finanziari, che ogni giorno mettono a punto nuovi complessi strumenti, talvolta incomprensibili perfino a chi li ha creati. Si possono benissimo comprare e vendere milioni di titoli senza nemmeno possederne uno, scommettendo sulle continue differenze di valore.
Se la finanza nasce come luogo dove chi ha bisogno di capitali può rifornirsi da chi ne ha in eccesso, oggi essa è per lo più una piazza di scommesse. Ma i beni sottostanti sono sempre quelli: azioni, ossia porzioni di aziende, obbligazioni, ossia prestiti ad imprese o a stati, per attività alle quali lavorano persone in carne ed ossa. E quando un titolo scende non ci perde solo l’investitore, ma anche i lavoratori e i consumatori, poiché gli azionisti/investitori faranno di tutto per far riguadagnare valore alle azioni in portafoglio, tagliando costi del personale, spese per la ricerca, servizi al consumatore, misure antinquinamento, oppure intensificando lo sfruttamento del suolo e dell’ambiente, tutte azioni finalizzate a far lievitare i profitti. Ma ciò avviene anche quando il titolo non scende, semplicemente per mostrare un bilancio in attivo alla comunità degli investitori, che per legge deve essere pubblicato ogni trimestre.
Il risultato è una continua erosione dei diritti dei lavoratori e un aumento dell’attività predatoria dell’azienda, a scapito di tutti. Trent’anni di finanza selvaggia hanno aumentato la disuguaglianza, creando nuove classi di privilegiati, capaci di maneggiare le leve delle speculazione finanziaria ma del tutto irresponsabili circa le ricadute sociali delle loro azioni. La crisi in corso ha già aumentato il debito dei paesi Ocse di 20 punti percentuali, che a loro volta produrranno oneri per interessi che ricadranno sulla collettività. Ma sarebbe interessante fare una stima dei costi economici e sociali dell’ascesa della finanza a partire dagli anni 70, nonché i costi politici in termini di crisi della rappresentanza a della sovranità. Vedremmo che forse non è valsa la pena e a guadagnarci sono stati davvero pochi. Vedremmo che mai come oggi urge una nuova regolamentazione, che restringa il raggio di azione della finanza.
E sulla quale, a quanto pare, nessuno ha voglia di lavorare. E allora dovremmo chiederci cosa potremmo fare come risparmiatori e come società civile, per non dare sostegno un sistema ormai degenerato. Sulle colonne del Corriere delle Sera il bravo Massimo Mucchetti si poneva degli interrogativi cruciali, parlando dei famigerati hedge funds (fondi di investimento speculativi). Era il 14 maggio scorso, dopo i primi violenti attacchi speculativi all’euro: “È troppo chiedere che i soggetti regolati (perché usano i soldi degli altri) (in primis le banche, ndr) possano finanziare questi soggetti speculativi solo a patto che impegnino quote di patrimonio proporzionali alla leva che questi stessi soggetti speculativi usano e ne diano conto a loro volta al mercato? E’ sbagliato pretendere che chi specula depositi prima la posta? O esigere che la libertà di manovra dei fondi sovrani sia subordinata all’osservanza di obblighi minimi di trasparenza? L’ opacità di certi operatori, avvertono i magistrati, può servire a riciclare il denaro caldo delle mafie e dell’ evasione fiscale, ma anche – e sarebbe una beffa già vista – a usare i soldi delle banche centrali contro le ‘loro’ monete. Un tal giro di vite comporterebbe, alla fine, meno finanza? Se fosse, sarebbe forse un dramma? E per chi?

Una pseudo-tassa per non impensierire la finanza


di Andrea Baranes - zerozerocinque -
da Il Manifesto del 25/04/2013
Nuovi attacchi contro la tassa sulle transazioni finanziarie (TTF). Il primo arriva dalla Gran Bretagna della City di Londra, centro nevralgico della finanza globale e da sempre strenua oppositrice di qualsiasi forma di regolamentazione o controllo. Nei giorni scorsi il governo inglese, sostenuto dal Lussemburgo, è arrivato addirittura a muovere un'azione legale presso la Corte di Giustizia Europea per bloccare la proposta avanzata dalla Commissione Europea.
Ricordiamo che la TTF è un'imposta dell'ordine dello 0,05% su ogni transazione finanziaria. Gli impatti sono trascurabili per chi opera con orizzonti di lungo periodo, mentre diventano tanto più rilevanti quanto più gli obiettivi sono di breve termine. Si tratta di una delle misure più efficaci per frenare la speculazione e per ridurre l'instabilità sui mercati finanziari. Dopo anni di campagne delle reti della società civile, finalmente a inizio 2013 la Commissione ha pubblicato una propria bozza di direttiva, che deve ora essere discussa e approvata dalle altre istituzioni europee.
Gli attacchi dei due Paesi dell'UE che più hanno fondato le loro economie sulla completa deregolamentazione finanziaria non sono quindi una sorpresa. Lo è invece la dichiarazione di pochi giorni fa del ministro dell'Economia Grilli, secondo il quale l'Italia è pronta a bloccare l'intero processo europeo se non verranno esclusi dalla TTF i titoli di Stato.
Nelle parole del ministro, il motivo è che si tratta di un mercato “delicatissimo, su cui non vogliamo perdere alcuna chance”. In pratica già oggi Bot e Btp sono poco appetibili, come testimonia l'incessante lotta contro lo spread. Nella visione del governo, anche un'imposta minima potrebbe avere impatti sulla liquidità del mercato e quindi sui nostri conti pubblici.
Il problema è che il mercato dei titoli di Stato è “delicatissimo” in primo luogo a causa della stessa instabilità e dei continui rischi di attacchi speculativi. La TTF nasce come strumento per “gettare un granello di sabbia negli ingranaggi della speculazione”, intervenendo a monte per bloccarne gli impatti devastanti. Secondo il governo, al contrario, l'unico obiettivo sembra quello di racimolare un gettito per dare sollievo ai conti pubblici, agendo unicamente a valle. Si raschia il fondo del barile con nuove imposte per rimediare ai disastri combinati dalla finanza, ma senza provare a contrastarne lo strapotere.
In attesa del percorso europeo, con l'ultima legge di stabilità il governo Monti ha introdotto una cosiddetta TTF in Italia. Una proposta talmente debole che non andrebbe nemmeno chiamata tassa sulle transazioni finanziarie. Non vengono tassati i derivati e non si colpisce il trading ad alta frequenza, tanto per fare due esempi. Come dire che si introducono dei limiti di velocità sulle strade, ma si scopre che riguardano le biciclette ma non le automobili, e che l'unico scopo è rimpinguare le casse pubbliche con le multe, non diminuire il numero di incidenti stradali.
La TTF non è certo la panacea dei problemi della finanza. In parallelo bisogna contrastare i paradisi fiscali, limitare l'uso dei derivati e della leva finanziaria e via discorrendo. Se correttamente disegnata e applicata, è però un tassello fondamentale per chiudere il casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi. Parliamo di una “vera” TTF , che necessità della volontà e della lungimiranza politica di volere controllare, e non compiacere, i mercati finanziari. Una volontà e una lungimiranza che sembrano decisamente mancare oggi in Italia.

domenica 5 maggio 2013

La fabbrica del Bangladesh e il terrorismo delle multinazionali

- znetitaly -

Bangladesh Factory Fire
di Paula Chakravartty e Stephanie Luce – 3 maggio 2013
Com’è che attribuiamo a certi atti di violenza la qualifica di terrorismo globale mentre altri sono relegati alla categoria più banale della violenza ordinaria? I fratelli Tsarnaev sono immediatamente classificati terroristi, e terroristi mussulmani, quanto a questo, con una frenesia nazionale e dei media sociali a sezionare i loro crimini promossa dallo spettacolo dal vivo della “caccia all’uomo” di Boston.
Tuttavia nella stessa settimana un’esplosione in una fattoria di fertilizzanti ha ucciso quattordici persone e causato danni enormi in una cittadina del Texas occidentale, con scarsa attenzione mediatica. Le Bombe di Boston sono state atti deliberati di terrorismo commessi da delinquenti che hanno preso di mira innocenti; l’esplosione del Texas, pur tragica, è stata considerata accidentale – anziché una conseguenza della regolamentazione dell’industria e degli standard di sicurezza – e perciò agevolmente dimenticata.
L’orrendo incendio di una fabbrica, avvenuto il 24 aprile fuori Dhaka, in Bangladesh, che ha ucciso più di 400 persone, prevalentemente donne mussulmane, e ferito altre mille potrebbe plausibilmente essere interpretato come un esempio di una rete globale di violenza.
L’edificio di otto piani del Rana Plaza, dove si è scatenato l’incendio, ospitava una molteplicità di aziende, tra cui una banca e cinque fabbriche di abbigliamento che impiegavano 3.122 lavoratori di sartoria. I lavoratori avevano notato il 23 aprile una grande fessura nell’edificio, che è crollato il giorno successivo. La polizia aveva ordinato che fosse evacuato e la banca al secondo piano aveva detto ai suoi dipendenti di non presentarsi il giorno successivo.
Tuttavia le fabbriche di abbigliamento avevano deciso di restare in attività e la conseguenza è stata l’insensata e prevedibile tragedia. Si è trattato solo del più recente di una serie di incendi nelle fabbriche e di edifici crollati in Bangladesh che dal 2005 hanno ucciso più di 900 lavoratori e ne hanno ferito migliaia di altri.
Di chi la colpa?
I grandi dettaglianti negli Stati Uniti e in Europa hanno additato i subappaltatori del Bangladesh come responsabili di questi “tragici incidenti”. Ma non c’è nulla di accidentale in questi troppo comuni atti di terrorismo contro lavoratori, e nel comportamento di società come Walmart, The Gap, H&M e centinaia di altre, che si sono rifiutate di affrontare le fondamentali esigenze di sicurezza dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh.
L’incendio al Rana Plaza ha portato nelle strade a esigere giustizia migliaia di lavoratori, le loro famiglie e i loro sostenitori. Una coalizione di ONG e organizzatori di lavoratori hanno chiesto alle multinazionali di aderire a un programma che crei comitati indipendenti di controllo e di sicurezza nelle fabbriche e che si occupi di alcune delle strategie fondamentali di prevenzione degli incendi.
Sin qui solo due società (Phillips van Heusen, che rappresenta marchi come Calvin Klein e Tommy Hilfiger e la società tedesca Tchibo) vi hanno aderito, mentre la maggioranza si è rifiutata. Società come la Walmart si sottraggono a qualsiasi tentativo dei lavoratori di aver voce nel garantirsi la sicurezza nel luogo di lavoro in Bangladesh, sviando le critiche mediante la promessa di autoregolamentazione e investendo in atti di beneficienza finalizzati alla propaganda.
Il Bangladesh è il secondo maggior produttore di abbigliamento di un’industria globale da un trilione di dollari, spremendo profitti dai lavoratori che assemblano secondo i dettati della rincorsa alla moda del momento in condizioni pericolose e a velocità sbalorditiva. Un rapporto ha rilevato che i lavoratori dovevano cucire un paio di jeans ‘Faded Glory’ per la Walmart ogni sei minuti, a volte sino a 12 ore al giorno.
Potenti dettaglianti e marchi multinazionali arrivano in Bangladesh pretendendo il prezzo più basso possibile, costringendo i produttori locali a tagliare i costi della manutenzione degli edifici, della sicurezza e dei salari.
Dove stanno le opportunità e i vantaggi della globalizzazione per i lavoratori che stanno alla base della piramide? Negli anni ’80 il governo del Bangladesh fu spinto a concentrarsi sulle esportazioni, promuovendo la sua abbondanza di manodopera a basso costo e il suo “vantaggio competitivo” sia in patria, nell’industria tessile, sia all’estero dalle rimesse dei lavoratori che vivevano oltre confine.
L’industria tessile è stata a lungo una parte prevalente dell’economia in gran parte dell’Asia Meridionale e con l’indipendenza dal Pakistan nel 1972 il Bangladesh ha nazionalizzato le sue grandi fabbriche tessili. La privatizzazione dell’industria è iniziata negli anni ’80 ed è stata accelerata dopo 1986, quando il governo ha aderito alle politiche di aggiustamento strutturale del FMI.
Nonostante il suo perseguimento del “libero mercato”, l’aggiustamento strutturale dell’economia del Bangladesh ha implicato una mano pesante dello stato nel promuovere e sostenere l’industria dell’abbigliamento in serie (RMG) assieme a duri interventi contro i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori.
Crescita dell’industria dell’abbigliamento
Gli ultimi tre decenni hanno visto un’esplosione della crescita dell’industria del RMG che oggi rappresenta quasi l’ottanta per cento delle esportazioni totali della nazione. I salari notoriamente bassi di questa industria sono rimasti virtualmente stagnanti, rendendo il Bangladesh “competitivo” rispetto a Cina, India, Cambogia, El Salvador e virtualmente tutti gli altri esportatori di abbigliamento che hanno visto crescere le paghe nel settore.
Questa manifestazione della corsa al ribasso contribuisce direttamente ad accrescere i tassi di disuguaglianza nella società del Bangladesh e al crescente numero dei poveri tra i lavoratori. In altre parole, mentre la produzione di abbigliamento ha portato a un’impressionante crescita del PIL complessivo del paese, i profitti dell’industria finiscono principalmente nelle casse dei dettaglianti e dei marchi in Europa e negli USA e, in misura minore, nelle tasche degli intermediari e dei proprietari delle fabbriche del Bangladesh. Il governo ha scarsi incentivi a turbare questa comodo relazione, visto che l’industria conta così tanto nella sua economia.
La maggior parte della produzione ha luogo in zone di lavorazione riservate all’esportazione dove le società sono esenti dal rispetto di molte leggi elementari, e pagano poche tasse. Con una limitata base fiscale il governo ha poche risorse che creare i propri uffici del lavoro e altri meccanismi di controllo del rispetto delle norme. Alcuni negli USA hanno sollecitato un boicottaggio o un bando all’abbigliamento prodotto in Bangladesh, ma ciò non farebbe che esacerbare il problema e danneggiare i lavoratori.
In questo Primo Maggio potremmo voler tornare alle analogie tra gli atti di violenza all’esterno di Dhaka e a Boston, entrambi gli eventi conseguenza di insensati bagni di sangue di vittime innocenti. Mentre possiamo discutere di come prevenire tragedie come l’attentato alla maratona di Boston, è abbondantemente chiaro che l’imposizione di standard di sicurezza e regole di base aiuterebbe a prevenire l’assoluta dimensione del terrore e della violenza scatenata ancora una volta in Bangladesh.
Il Forum Internazionale sui Diritti del Lavoro (ILRF), il Consorzio per i Diritti dei Lavoratori (WRC) e la campagna per i Salari Minimi in Asia stanno attuando sforzi per chiedere responsabilità in Bangladesh.
Costerebbe solo una piccola frazione dei profitti che questa industria globale sottrae aggressivamente. La Walmart, ad esempio, dovrebbe pagare 500.000 dollari l’anno per due anni per finanziare il programma ILRF, cioè circa il 2% dello stipendio del suo Direttore Generale nel 2012.
Il WRC stima che il programma per la sicurezza dell’ILRF costerebbe solo circa dieci centesimi per capo d’abbigliamento se il costo fosse distribuito su tutte le esportazioni del paese; una piccola somma per le industrie multinazionali o anche per i consumatori occidentali, che si avvantaggiano della violenza imposta da un modello economico che promuove i profitti piuttosto che la vita umana.
Paula Chakravartty è docente associato di comunicazioni presso l’Università del Massachusetts – Amherst.
Stephanie Luce è docente associato di studi sindacali al Murphy Institute, Università della Città di New York.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/bangladesh-factory-and-corporate-terror-by-paula-chakravartty
traduzione di Giuseppe Volpe

martedì 23 aprile 2013

I massacri sociali? E’ colpa di Excel

Di ilsimplicissimus

o.164949Austerità suona bene. E’ qualcosa di credibile e di spendile dai media, fa leva su candori sopiti, ricorda i nonni parsimoniosi delle nostre campagne, i sacrifici delle madri, i ritratti confusi di una mitica borghesia del rigore e tutto un maelstrom di confusi ricordi che mischia insieme detti popolari e Berlinguer, le mille lire di paghetta e il Prigioniero della quinta strada, i retti discorsi sul consumismo e la saggezza bottegaia. Certo elude la speranza, se ne fa un baffo dell’equità, non conosce l’idea di diritto, ma sa di buono, odora di lavanda. Tuttavia è un inganno, un tranello che riesce nel suo intento basandosi su un bias, un tunnel della mente di origine smithiana, ma che viene usato ormai da quarant’anni in maniera massiccia come una droga: quello di far credere che l’insieme della società funzioni con gli stessi criteri e modalità valide per i singoli.
Naturalmente non è così, l’insieme non funziona affatto come le singole entità che lo compongono. E come le diverse parti di una nave affonderebbero immediatamente da sole, mentre solo l’insieme è in grado di galleggiare e navigare, così uno stato non può funzionare come un privato o un’azienda, secondo la favola che ci sovrasta da più vent’anni. Perciò non è affatto una sorpresa scoprire che l’austerità applicati agli stati non funziona. Funziona così poco che le economie che hanno una sovranità monetaria stampano soldi come fossero quelli del monopoli, senza temere l’inflazione perché con una crisi epocale della domanda questo è proprio l’ultimo pensiero. Solo in Europa -dove esiste una moneta unica, ma tessuta su interessi molto divergenti – l’unica ricetta sembra essere l’impoverimento dettato dai Paesi forti ai più deboli.
Tuttavia sappiamo che non giocano solo interessi nazionali, ma anche ideologie e posizioni politiche: da un punto di vista, diciamo così, “scientifico” la teoria del risanamento del debito come motore e presupposto della crescita è stato abbondantemente sbugiardato, senza che però né i governi nazionali né la governance europea, né l’Fmi intendano recedere dai loro diktat. E’ ovvio che lo fanno per proteggere le banche e la finanza, sacrificando i popoli, ma la cosa che ha un suo spaventoso fascino è la schizofrenia con la quale è possibile asserire qualcosa e fare l’esatto opposto senza incontrare resistenze, di come insomma la conoscenza sia inutile e di come invece la menzogna vinca, se la prima viene solo citata e la seconda viene invece ribadita come in un campo di Pol Pot.
Per esempio alcuni mesi fa, alla fine dello scorso anno, il capo economista del fondo monetario internazionale, Olivier Balnchard ha detto esplicitamente che c’era stato un grave errore concettuale nella dottrina dell’austerità: si era calcolato che per ogni euro di taglio al bilancio, si sarebbe avuta una diminuzione del pil di soli 50 centesimi, cosa che avrebbe compensato vantaggi e svantaggi. In realtà si è visto che la diminuzione del Pil non è di 50 centesimi, ma di un euro e mezzo, tre volte maggiore: dunque tutti i calcoli e i diktat erano drammaticamente sbagliati. L’Fmiprende atto, pubblica, ma continua imperterrito nella sua politica.
Più di recente uno scandalo accademico ha coinvolto Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff due celebri economisti di Harvard che in un saggio del 2010 avevano posto le basi della dottrina del rigore, sposata in pieno dall’Europa. Un gruppo di economisti è andato a mettere il naso dentro le cifre e ha scoperto che la teoria secondo la quale se il rapporto debito/ Pil supera il 90% si entra in recessione non soltanto non corrisponde alla realtà, anzi la ribalta, ma è stata costruita a tavolino scegliendo i dati che potevano confermarla ed eliminando quelli che la contraddicevano. Ora di due celebri economisti hanno detto che è stato un errore nell’ utilizzo di Excel (il più noto foglio di calcolo) a creare il pasticcio. Certo sapere che questi guru dell’economia (i famosi competenti) costruiscono a tavolino le teorie che supportano tesi e visioni politiche senza nemmeno avere la patente del computer, non riempie i cuori di gioia. Ma voi pensate che da Bruxelles siano venuti segni di ripensamento? Pensate che qualche politico, tra un pianto e l’altro, si sia preso la briga di leggere la notizia e di desumerne qualche azione? Nemmeno per idea: il saggio era stato quello che loro volevano per poter avere una copertura scientifica che giustificasse il cieco sadismo sadismo o l’alibi per le cattive coscienze.
Parrebbe quasi che l’economia rappresenti dentro il capitalismo finanziario la coscienza infelice di Hegel: una lacerazione tra la mutevole consapevolezza della realtà e la trascendenza di principi, opzioni politiche e leggi ritagliate risibilmente dalla fisica, che si traduce, come nel rapporto che il filosofo tedesco vedeva tra la singola coscienza e Dio, in semplice, rozza devozione. Ma con vescovi, sacerdoti e chierici interessati solo alla questua.

sabato 13 aprile 2013

La finanza non recede

Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Baranes
             
«Alla ricerca di aiuto, le banche spostano i rischi negli angoli più oscuri» (dei mercati finanziari). È il titolo di un articolo apparso in questi giorni sul New York Times. Il buon senso vorrebbe che in un momento di difficoltà si diminuisse l’esposizione al rischio. Al contrario, per non rinunciare a profitti potenzialmente elevati, diverse banche continuano a tenere in piedi operazioni estremamente avventate, poi rivendono e trasferiscono una parte dei rischi su soggetti a vocazione speculativa, quali gli hedge fund. Peccato che spesso anche fondi pensione e di investimento, ovvero lavoratori e piccoli risparmiatori, vadano poi a investire negli stessi hedge fund, alimentando una catena di Sant’Antonio del rischio globale.

Come prima, peggio di prima. Ricordiamo come nel 2007 una crisi del settore immobiliare statunitense e dei mutui subprime in particolare, si è trasformata in pochi mesi in una catastrofe finanziaria mondiale. Anche chi non aveva nessuna garanzia – i clienti subprime, appunto – otteneva un mutuo sul 100% del valore della casa che voleva acquistare perché le banche si disfacevano immediatamente del mutuo trasformandolo in uno strumento finanziario (tramite un’operazione chiamata di cartolarizzazione), impacchettandolo nelle famigerate “salsicce finanziarie” e rivendendolo così mimetizzato sui mercati finanziari di tutto il mondo.
Ancora peggio, nei diversi passaggi i mutui venivano trasferiti nel sistema bancario ombra, un sottobosco di società registrate nei peggiori paradisi fiscali del pianeta, che operano come banche senza dovere però sottostare alle regole e ai controlli previsti per il sistema bancario. Quando alcuni mutuatari hanno iniziato a non pagare più le rate, nessuno sapeva più dove fossero finiti questi mutui subprime . L’intero castello di carte è crollato. In breve tempo è esplosa una crisi finanziaria e ancora prima una crisi di fiducia sui mercati mondiali. Una crisi che ha causato la peggiore recessione degli ultimi decenni ed è costata decine di migliaia di miliardi agli Stati che sono dovuti intervenire per salvare il sistema finanziario che l’aveva provocata. Dal G20 ai diversi capi di Stato e di governo, la posizione però era chiara: mai più una simile follia, ora e subito regole ferree per impedire altri disastri. Parole durissime e che non lasciavano spazio a dubbi. Parole. Perché nei fatti stiamo ancora aspettando. A distanza di sei anni dall’esplosione della bolla dei mutui subprime la pratica delle cartolarizzazioni è immutata, i paradisi fiscali godono di ottima salute, il sistema bancario ombra prospera, più opaco che mai. In questa fase di incertezza, le banche addirittura intensificano simili attività. In questo modo si possono moltiplicare i profitti privati finché le cose vanno bene, socializzando le perdite quando il giocattolo si rompe. Un altro vantaggio è che tali operazioni permetterebbero di superare i paletti che potrebbero essere messi con le regole pensate per diminuire il rischio bancario, oggi in discussione negli Usa e in Europa. La finanza si è già inventata degli stratagemmi per eludere delle regole che non esistono ancora, mentre non si approva nemmeno su una misura di buon senso come una tassa sulle transazioni finanziarie. Le banche possono “giocare” -con i loro bilanci, spostando le attività più rischiose nel sistema bancario ombra, mentre la Troika impone un ferreo controllo sui bilanci pubblici. Le grandi banche continuano a lavorare con leve finanziarie di 50 a 1 o anche superiori – attivi che sono il 5000 per cento del patrimonio – ma Se uno Stato europeo supera il 60% di rapporto tra debito e Pil deve rientrare a tappe forzate dall’eccesso di debito o pagare pesanti sanzioni. E via discorrendo. Non è nemmeno più questione di regole. È una questione politica e culturale. La più gigantesca operazione di marketing della storia, che sentiamo ogni giorno quando ci ripetono che la crisi è legata all’eccessiva spesa pubblica e che dobbiamo ora accettare piani di austerità e misure lacrime e sangue. Non è vero. È un gigantesco casinò che ha preso il posto della finanza, e che bisogna chiudere una volta per tutte. Il motivo è riassunto in uno degli slogan di Occupy Wall Street: questa non è una recessione. È una truffa.

domenica 7 aprile 2013

La lancia e lo scudo

Il fantasma della speculazione nello scontro valutario

Francesco Schettino - contraddizione -

Avete presente quel sabato di un fine settimana qualsiasi di un mese qualsiasi di un anno ormai già archiviato, quando, non più tardi delle ore 14, pensavate di servirvi il miglior armagnac della vostra riserva - sì, proprio quello del 1986 - preludio di una irresistibile pausa di riposo, guadagnata dopo quaranta e più ore di lavoro trascorse in azienda nei cinque giorni precedenti, la cui gran parte era stata, come di consueto, espropriata dal padrone, proprietario della vostra forza lavoro? Ricordate quando, in quell'esatto istante, mentre con un movimento guidato da una lentezza inusuale facevate tintinnare sulle pareti della tazzina un cucchiaino con l'intento di addolcire il caffè, vi voltaste repentinamente verso il balcone della cucina?
Esattamente in quei momenti il vostro odorato aveva comunicato alla parte più razionale del cervello un segnale di pericolo: sottile come un filo, ma pesante come un macigno, un puzzo misto di plastica e legna arsa, incuneatosi tra le ante socchiuse della porta-finestra era giunto proprio alla base delle vostre narici indicandovi che, in un indistinguibile locale, di certo non così lontano da poter lasciarvi intendere di stare al sicuro, qualcosa stava bruciando.
La prima idea che aveva attraversato la vostra mente era di certo quella più ovvia, sebbene catastrofica, ma vi sembrava del tutto impossibile che, come due anni prima, a causa di un problema strutturale, l'impianto elettrico del piano sottostante avesse causato un cortocircuito, riducendo in cenere mobilio ed abitanti di allora:
tecnici e periti con tanto di certificati e voci rasserenanti, nei giorni appena successivi alla tragedia, avevano assicurato che il problema non si sarebbe mai più ripresentato e che le misure adottate erano ampiamente garanti della vostra sicurezza ed incolumità: e allora, forse si trattava di un zighinì ampiamente bruciacchiato dalla cuoca eritrea del primo piano? O forse di una maldestra manovra dell'operaio tuttofare, al lavoro (in nero) anche nel fine settimana per assecondare tutte le maniacali volontà piccolo-borghesi della pensionata del piano di sopra tutta protesa a mantenere vivo quel senso estetico di una classe media che ormai non esiste più? Arrivaste persino ad ipotizzare che si fosse trattato solamente di una soggettiva distorsione olfattiva - in altri termini una sensazione illusoria -, dovuta ad una recente sinusite, curata alla meno peggio, per evitare una decurtazione del già minimo stipendio conseguente ad un'assenza di uno o più giorni dal posto di lavoro.
Sapendo già che quest'ultima sarebbe stata l'ipotesi prescelta, solo perché la più comoda da adottare, in quanto avrebbe potuto permettervi di apprezzare, dopo un po' di caffè, l'adorato sapore amarognolo dell'armagnac e, di seguito, garantirvi almeno un'oretta di riposo, appena vuotato il bicchiere, di certo restaste ben consci del fatto che il dubbio martellante di un'imminente potenziale tragedia, dovuta alla congettura più ragionevole e pertanto plausibile di quelle enumerate - sebbene priva di una prova evidente -, avrebbe di certo condizionato una parte dei vostri auspicati sogni pomeridiani. Ma nonostante tutto, decideste di assopirvi, abbandonando anima e corpo alle vigorose braccia di Morfeo.

In una situazione assimilabile
per molti versi, in termini di incertezza ed ansia, è presumibile che gli agenti, sia politici che economici, del capitale legato all'euro si trovino invischiati da qualche settimana a questa parte. Al ridosso del rinnovamento del parlamento italiano, nel pieno dello scandalo del Ppe, partito di governo spagnolo, e in coincidenza dell'indagine sulle malefatte di Mps - che, in qualche modo, già coinvolge altri importanti istituti bancari legati all'euro - quel timido ottimismo esternato dagli operatori europei nell'ultimo trimestre del 2012, sembra essere stato del tutto soppiantato da un timore diffuso di una potenziale ricaduta nei medesimi problemi che hanno attanagliato il capitale legato all'euro nel biennio appena passato. Tuttavia, per individuare con oculatezza le ragioni sottostanti a tale mutamento di vedute, è utile ripercorrere le più recenti tappe della crisi.

In quel maledetto ultimo trimestre del 2008, detonarono i bubboni che negli ultimi decenni si erano tremendamente alimentati di materia infetta sotto la pelle del modo di produzione capitalistico mondiale: come abbiamo più volte tentato di spiegare, infatti, per tale spettacolare fenomeno non è esistita né una sola causa particolare - fuorvianti, pertanto, tutti i tentativi di trovare uno o più capri espiatori (come ad esempio le agenzie di rating) - né un luogo prediletto. Il naturale sviluppo delle forze produttive del capitalismo ha permesso, proprio in quel periodo, l'esplosione di tutte le contraddizioni immanenti che negli anni si erano andate accumulando. Dunque, dati alla mano, il capitale mondiale, nella sua interezza, è stato colpito dagli effetti di una sovrapproduzione di merci e di capitale, e quindi da una forte difficoltà di autovalorizzazione, fenomeni che sono emersi dapprima negli Stati uniti d'America - in quanto paese più avanzato, in termini quantitativi, nella produzione e circolazione di merci e capitali - ma che rapidamente si sono estesi, proprio per la dimensione mondiale del capitale, in ogni angolo del pianeta.

venerdì 8 marzo 2013

Tanto denaro per nulla

La vertigine della finanza creativa

Luigi Pandolfi - economiaepolitica -

Rovistando nei materiali analitici e tra le notizie relative a questa speciale crisi economica che sta sconvolgendo le nostre società, mi è tornata alla mente una frase di Karl Marx contenuta nel secondo libro de Il Capitale: “Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Un’asserzione tanto straordinariamente attuale da sembrare un commento a ciò che ci sta passando sotto gli occhi oggigiorno. Di certo essa costituisce una dimostrazione lampante dell’utilità del pensiero marxiano nella sua parte critico-interpretativa, a fronte della fallacità delle sue componenti profetico-deterministiche.
Fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Ecco: non è forse quello che è accaduto, e che sta accadendo, nella parte più “attempata” del capitalismo mondiale? Certo che sì. Basta un solo esempio per suffragare questo assioma. Quante volte abbiamo sentito parlare, a proposito dell’economia finanziaria, di “economia di carta”, di quella sfera separata dall’economia reale in cui il denaro si tira fuori dal denaro stesso? Immagino tante volte. E di “cartolarizzazioni”? Un po’ meno, credo. Eppure tra le due espressioni c’è una stretta correlazione, ancorché la prima sia nata con valore dispregiativo, mentre la seconda rimandi al linguaggio tecnico-ufficiale del mondo finanziario e degli analisti economici. La correlazione consiste nel fatto che entrambe sottendono concetti affini (“Carta” nel senso di moneta, titoli, ecc.), e che la seconda ha in un certo senso riscattato la prima.
Certo, il sistema delle cartolarizzazioni è solo un pezzo di quella che chiamiamo “economia di carta”, ma il richiamo ad esso è molto utile per comprendere il livello di sofisticazione raggiunto dal mercato finanziario su scala globale, e lo sdoganamento, anche sul piano lessicale, di attività speculative che, nella loro dimensione ormai ipertrofica, stanno avendo un riverbero funesto sulla vita materiale di milioni di persone. Scendiamo un po’ nel dettaglio. C’è stato un momento nella nostra storia recente in cui la “vertigine” della finanza creativa “ha colto” con particolare impeto le classi dirigenti: l’idea di fare soldi con i soldi, di trasformare i debiti in crediti, i rischi in opportunità, di imbellettare i bilanci con cespiti aleatori, sembrava essere la scoperta dell’Eldorado, la soluzione più comoda ai problemi economici del nostro tempo.
Si pensi al recente caso del Monte dei Paschi di Siena. La banca ha accumulato troppi debiti? E che problema c’è, basta un derivato e tutto si risolve. Se, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, Mps ha pensato bene di guardare all’oggi, ripulendo momentaneamente il bilancio e spostando in avanti le perdite, ulteriormente indebitandosi. D’altronde il tempo è denaro, o no?
Tanto forte è stata questa “vertigine” che ad un certo punto è intervenuto anche il legislatore, “regolarizzando” perfino le operazioni più ardite, al limite della truffa. Ecco allora che il sistema delle “cartolarizzazioni”, o di cessione di crediti, insieme a quello dei “derivati”, degli swap, diventa una roba gigantesca. In Italia, prima che intervenisse il D.lgs. n.130/1999, non era consentito, ad esempio, emettere titoli obbligazionari senza garanzia, generando credito da altro credito, tranne che “per particolari ragioni che interessano l’economia nazionale” (Art. 2410 Cod. Civ.). Poi, con le nuove norme, tutto è cambiato e, caduti gli argini, il fiume è straripato.
La girandola, semplificando, è diventata insomma questa: c’è Tizio (Supponiamo che sia una banca) che vanta un credito di 100 nei confronti di Caio (Ad esempio un mutuatario). Tizio cede il credito a Sempronio (Una società – veicolo SPV), che gli corrisponde l’importo equivalente più l’aggio. Sempronio emette titoli per un valore equivalente al credito avuto in cessione. I titoli sono sottoscritti da Mevio (Investitore, pubblico o privato). In pratica sulla promessa di Caio di pagare le rate del suo mutuo si mette in piedi un meccanismo di moltiplicazione di ricchezza. Un meccanismo poggiato sul nulla, insomma.
Ma chi garantisce Mevio per i titoli sottoscritti? Forse Tizio? No. Allora Sempronio? Nemmeno. La garanzia è data soltanto dal flusso finanziario derivante dai pagamenti di Caio. E se Caio non paga? Beh, in questo caso il titolo diventa un “titolo-spazzatura” (Junk bond), che non potrà più essere rimborsato. Su grande scala una situazione di questo tipo si chiama crack, o default se piace di più. È quello che ha riguardato, ad esempio, centinaia di banche americane dal 2008 ad oggi, con gli effetti a catena sull’economia globale che ben conosciamo; è quello che hanno all’opposto evitato centinaia di banche europee grazie all’iniezione di liquidità effettuata quasi a gratis dalla Bce tra il 2011 ed il 2012.
Prima che il castello di sabbia si sgretoli qualcuno (banche, società–veicolo), però, ci guadagna, ci guadagna molto, a scapito della stabilità dell’edificio finanziario di un paese, o di un continente, di più continenti.
È stato calcolato che solo le banche dell’area Ue, nel periodo che va dal 2000 al 2008, hanno effettuato un volume di cartolarizzazioni pari a circa 4mila miliardi di Euro. Una bolla gigantesca il cui scoppio, per i rischi connessi alla solvibilità dei debitori ceduti, potrebbe mandare in frantumi l’economia del vecchio continente. Ma tant’è: l’imperativo è sempre quello di fare soldi con i soldi, ad ogni costo, con ogni mezzo, anche a costo di scommettere, come nel caso dei derivati, sulla morte civile di un paese.
Tutto ciò mentre l’economia reale, quella relativa alla produzione di beni e servizi, annaspa, va in crisi, ed i cittadini europei sono costretti a fare i conti con disagi e privazioni, precarietà e disoccupazione. Evidentemente c’è qualcosa che non va. C’è una correlazione tra la crescita esponenziale del volume delle transazioni finanziarie e la sofferenza dell’economia reale nei principali paesi d’Europa? Evidentemente sì. Essa consiste nel fatto che una parte rilevante del quantitativo di moneta circolante, già ridottosi per effetto della recessione, anziché dirigersi verso gli investimenti nei settori produttivi dell’economia segue ormai la via della speculazione fine a se stessa. E, come tutti sanno, la speculazione non si fregia di nessuna utilità sociale, essendo la sua missione quella di tirare profitti dalla compravendita di titoli finanziari, per il solo, e rapido, arricchimento di chi ne è artefice, degli scommettitori professionali, per intenderci.
Si torna, ordunque, alla constatazione marxiana che ho riportato in apertura dell’articolo. Se dal denaro, anche da quello virtuale, si può tirare fuori altro denaro, direttamente, velocemente, senza “la mediazione del processo di produzione”, perché attardarsi nell’impresa faticosa del produrre per guadagnare? Sarà stata, questa, anche la valutazione di tanti capitani d’impresa, che, negli ultimi anni, hanno pensato bene di investire i loro capitali in attività finanziarie anziché reimmetterli nel ciclo produttivo.
Si può mettere un limite alla speculazione finanziaria? Si deve. Come? Tassando innanzitutto le transazioni, separando nettamente le banche d’investimento da quelle commerciali, vietando l’emissione di titoli senza copertura finanziaria certa e garantita, introducendo regole ed elementi di trasparenza nel sottobosco dei mercati paralleli e secondari, in quell’universo chiamato “finanza-ombra” che in Europa fa il 28% dell’intero volume delle intermediazioni finanziarie.
La finanziarizzazione dell’economia assomiglia sempre più ad una malattia autoimmune: il capitale, anziché servire l’economia reale, si dirige contro di essa, distruggendola. Non intervenire significherebbe condannare le nostre società alla catastrofe.

domenica 3 marzo 2013

L'instabilità deprime i mercati. O li eccita?

di Andrea Baranes
Dopo il terremoto del voto del 24 e 25 febbraio, è iniziato il rally delle borse e dello spread. Ma il problema non è che l'instabilità politica rischia di allontanare gli investimenti finanziari. Il problema è che rischia di attrarli.
Il giorno dopo le elezioni, tutti a guardare come reagiranno “i mercati”. Lo spread aumenterà? La Borsa subirà un contraccolpo? Leggendo i giornali, si conferma l'assurdo potere attribuito ai mercati finanziari, che grazie alla loro sfera di cristallo sarebbero gli unici in grado di dirci quanto sia grave la situazione attuale, l'ingovernabilità del Paese e il futuro che ci attende.
Il responso è chiaro, l'oracolo finanziario non lascia spazio a illusorie speranze: ci attende un periodo di forti turbolenze, se non di peggio. È probabile che sia così. È altrettanto probabile, però, che l'instabilità sarà legata a motivi opposti ai quelli a cui solitamente si pensa. La finanza non è spaventata dall'incertezza che si prefigura nella politica italiana. Gli investitori non fuggono l'Italia. È l'opposto. La finanza è attratta ed eccitata da questa incertezza. L'Italia diventa un obiettivo.
Cerchiamo di capire. Speculare significa in parole semplici comprare qualcosa, sperare che il prezzo salga e poi rivenderlo. Oggi è possibile anche speculare al ribasso, ma questo non cambia i termini della questione. Più i prezzi si muovono rapidamente, più interesse c'è nel portare avanti una speculazione. Compro una casa per 100.000 euro. Se dopo un anno vale 101.000 euro posso rivenderla guadagnando 1.000 euro. Ho realizzato una speculazione, ma il margine di profitto è bassissimo, l'1% in un anno. Il gioco diventa molto più interessante se il mercato delle case è in preda a fortissime oscillazioni, se nel giro di pochi mesi c'è il caso che il prezzo della casa raddoppi (o si dimezzi).
Nessuno specula sui Bund tedeschi, perché sono noiosissimi. Li compro a 100, e qualsiasi cosa succeda tra un anno varranno sempre 100, oltre a darmi un minuscolo tasso di interesse. Ma non è il tasso di interesse a muovere i grandi capitali. Sui titoli esistono due forme di profitto possibile. Uno è il tasso di interesse su obbligazioni e titoli o il dividendo sulle azioni. L'altro è la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita di un dato titolo, in gergo tecnico il capital gain o guadagno in conto capitale. Ed è questo ad attirare gli speculatori alla continua ricerca di elevati profitti nel più breve tempo possibile. È lì che si possono fare i soldi veri. Chi specula non guarda certo al fatto che in un anno un titolo italiano possa rendere l'1% in più di uno francese. Guarda al fatto che può acquistare un BTP a 90 e se è fortunato dopo una settimana lo rivende a 100, realizzando il 10% in pochi giorni per poi spostare i propri capitali altrove.
E questo non è ancora nulla. La questione di fondo non è che la speculazione si nutre delle oscillazioni dei prezzi. Il vero motore della finanza è il fatto che la speculazione è oggi in grado di generare quelle stesse oscillazioni su cui poi andrà a guadagnare. L'instabilità dei mercati non è un indesiderato effetto collaterale dello strapotere della finanza speculativa, è la base stessa del gioco. Più scommesse girano su un dato titolo, Paese o impresa, più i corrispondenti prezzi rischiano di impazzire. E se i prezzi impazziscono le possibilità di profitti a breve aumentano di pari passo. L'aumento delle oscillazioni e dell'instabilità attirerà nuovi speculatori. Più creo disastri più diventa interessante continuare a giocare, in una spirale senza fine.
È vero, alcuni investitori potrebbero tenersi lontani dall'Italia a causa dell'incertezza politica. Parliamo di chi investe in un'impresa o in un Paese con un'ottica di lungo periodo, di chi considera la finanza uno strumento al servizio dell'economia e delle persone. Il che avviene circa per l'1% dei soldi che girano nel mondo. Il 99% sono pura speculazione, cacciatori senza scrupoli che fiutano la preda, individuano l'esemplare debole e in difficoltà e lo attaccano. Una finanza fine a se stessa per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. E che in questo momento ci segnala l'arrivo di turbolenze.
Il problema non è che l'instabilità politica rischia di allontanare gli investimenti finanziari. Il problema è che rischia di attrarli. Benvenuti in Italia.

martedì 26 febbraio 2013

La crisi finanziaria e i suoi sviluppi*

Gli insegnamenti di Hyman Minsky

relazione di Riccardo Bellofiore

Cercherò di essere fedele, qualche volta esplicitamente qualche volta implicitamente, alla frase scritta a video e quindi cercherò di essere un po’ ribelle nei confronti di chi mi ha preceduto, d’altronde appunto, come è stato detto, ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato con Claudio Napoleoni, ho lavorato con Augusto Graziani, ho conosciuto Hyman Minsky: in qualche misura mi sento “allievo” ma ho sempre avuto un atteggiamento critico, quindi sono assolutamente certo che qualsiasi cosa io dica anche a loro favore sarebbe vista con un attimo di scetticismo.

Vorrei iniziare da una citazione, inconsueta forse in questo contesto, di un libro che quando ero giovane andava molto di moda: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. A un certo punto, ci si riferisce lì al pensiero occidentale ma io ne farei un discorso più generale, si dice che siamo abituati a ragionare in termini dualistici, sì e no, in realtà esiste una terza possibilità logica; questa terza possibilità logica in giapponese si esprime con mu, che vuol dire né sì né no, chiede di riformulare la domanda perché la verità della risposta sfugge al sì e al no. Io credo che questo sia un insegnamento su due questioni che abbiamo davanti. Una è la crisi finanziaria, crisi finanziaria, crisi reale: credo che sia entrambe e non sono molto convinto dal tirarla solo da una parte o solo dall’altra. Qui credo di essere d’accordo con Ciocca ma forse con qualche disaccordo sul suo accento a tirarla più dal lato reale. L’altra risposta mu credo debba essere data anche rispetto alla discussione che, soprattutto in ambito italiano – forse perché lo conosco di più –, si dà sulla questione della crisi europea: dentro o fuori l’euro; credo che né il sì né il no anche qui abbiano molto senso.

La crisi che abbiamo dietro di noi – quella che al momento è stata chiamata grande recessione, adesso Krugman la chiama la depressione minore – è secondo me con tutta evidenza una crisi che, partita dalle dinamiche finanziarie, è divenuta reale; sicuramente aveva delle cause reali in squilibri reali, al tempo stesso credo che non sia facile incolpare la finanza rispetto alla crisi reale senza al contempo dire che proprio la finanza perversa è stata funzionale agli aspetti dinamici del capitalismo dei precedenti trent’anni. La crisi del 2007/2008 è appunto partita come crisi finanziaria, la crisi nel mercato dei subprime. Si era cominciato a riutilizzare il termine Minsky moment prima ancora della crisi dei subprime, tra l’altro non da parte degli economisti ma degli esperti di finanza, dei “bloggisti” finanziari. È stata subito una crisi globale dal punto di vista finanziario, ha colpito forse da principio di più l’Europa, persino le Landesbank tedesche, mentre dal punto di vista reale all’inizio ha colpito prevalentemente gli Stati Uniti. Ricordo che per circa un anno, nelle parti anche più insospettate, si è favoleggiato di uno sganciamento dell’Europa dagli Stati Uniti perché allora le economie, per esempio quella italiana e quella tedesca, andavano molto bene: se non ricordo male la Banca centrale europea aumentò il tasso di interesse, che era a livelli significativi del 4%, ancora nell’estate del 2008.

C’è poi stata la crisi di Lehman Brothers nel settembre del 2008 e ci si è resi conto che la crisi reale era già partita ovunque. Ci sono stati sei mesi di terrore sostanzialmente tra il settembre 2008 e il marzo 2009, allora forse il neoliberismo poteva essere morto e io credo che nella forma in cui l’abbiamo conosciuto è davvero morto con questa crisi. Purtroppo i sei mesi di terrore sono stati troppo pochi, si sono visti germogli di ripresa, il ritorno più o meno mascherato a Keynes come sostegno alla finanza e intervento discrezionale, tranne forse che in Italia, persino in Europa – non credete a quello che dicono i Tedeschi, guardate a quello che fanno: la ripresa tedesca è stata dovuta anche a interventi intelligenti pure di tipo fiscale pure in disavanzo.

Dopo questo parziale ritorno al Keynes monetario e fiscale, quella che abbiamo vissuto è stata sostanzialmente una reazione, che è stata accentuata ovviamente dall’esplodere del debito sovrano in Europa – che è un debito privato mascherato –, una crisi che non nasce dall’euro, non nasce direttamente dal disegno istituzionale dell’euro ma ovviamente è stata di molto aggravata, così che stiamo vivendo un secondo salto nella recessione e il rischio di una grande depressione.

domenica 24 febbraio 2013

Il regista di Debtocracy: "La Grecia sta diventando un paese del terzo mondo"


 
Il regista di Debtocracy: "La Grecia sta diventando un paese del terzo mondo"
"Quando hai un enorme debito come quello che la Grecia e gli altri paesi delle "periferie" europee si trovano ad affrontare, si cominciano a perdere i livelli di democrazia e temo che questo è cio che sta accadadendo".


La Grecia si sta sforzando di restituire la quantità schiacciante di prestiti ricevuti per il salvataggio, dice il giornalista e documentarista Chatzistefanou Aris. Oggi, però, questo paese si trova ad affrontare un problema ben più grande. "Quando hai un enorme debito come quello che la Grecia e gli altri paesi delle "periferie" europee si trovano ad affrontare, si cominciano a perdere i livelli di democrazia e temo che questo è cio che sta accadadendo", ha detto a RT il regista.

Chatzistefanou, intervistato da RT sulle proteste di mercoledì, fa un quadro più ampio per quanto riguarda la Grecia e le disgrazie economiche che sono in atto.

RT: I lavoratori in Grecia sono saldi nel tentativo di forzare il governo a eliminare le politiche di salvataggio in atto, ma c'è un altro modo per aiutare l'economia?

Aris Chatzistefanou: Molti economisti hanno detto, negli ultimi due o tre anni, che queste misure di austerità creeranno in Grecia non solo un genocidio sociale, ma distruggeranno l'infrastruttura dell'economia. E ora si parla di un debito che è ancora in aumento dopo tre pacchetti di austertà. E se tutto va come previsto ,abbiamo un debito del 175 per cento del PIL. Non dimenticate che prima dell'intervento della troika avevamo un debito del 115 per cento. Quindi sono esattamente queste misure di austerità che creano il problema. Ci sono molti piani alternativi, ad esempio, di default, perché tutti sanno che in questo momento è impossibile ripagare un debito enorme come quello greco - anche se se ne ammettesse la legalità. Molte persone ritengono però che non sia legale. Molti altri economisti hanno parlato di una possibile soluzione con l'uscita dalla zona euro. Anche Paul Krugman ritiene che la zona euro sia come una camicia di forza per la Grecia, ed è questa che ha creato l'enorme debito.

RT: Stiamo parlando di grandi numeri. Vediamo le immagini dei manifestanti. Comunque le proteste in Grecia sono diventate spesso violente nel corso di questi anni di recessione. Come vanno le cose sotto questo aspetto ad Atene ?

AC: Oggi abbiamo avuto una delle più grandi manifestazioni degli ultimi cinque anni, secondo gli organizzatori ha superato le 100.000 persone. Ad Atene è stata soprattutto una manifestazione pacifica, ma sto ricevendo ora qualche messaggio di piccoli scontri in alcune parti della città, con la polizia che usa i gas lacrimogeni e alcuni manifestanti che hanno reagito lanciando pietre e bottiglie incendiarie alla polizia. Ma credo, comunque, che si sia trattato di una manifestazione fondamentalmente pacifica e soprattutto di una delle più grandi degli ultimi cinque anni o giù di lì. Sto dicendo che sicuramente stasera vedremo solo la notizia degli scontri con la polizia, che non è il messaggio principale di quello che è successo oggi ad Atene e in altre città della Grecia.

RT: In senso più ampio, con ciò che hai raccontato in "debtocracy" rispetto alla situazione greca intendi dire che la crisi ha permesso, in qualche modo, l'instaurazione di un regime?

AC: Con il titolo del nostro documentario, Debtocracy, abbiamo voluto spiegare che quando si deve affrontare un enorme debito come quello della Grecia e degli altri paesi della periferia europea, si cominciano a perdere i livelli di democrazia e credo che questo sia successo già successo. Non dimenticate che solo un anno fa abbiamo avuto un primo ministro che nessuno aveva votato e ora, dopo le elezioni, abbiamo un governo che ha promesso di rinegoziare il debito, ma non lo ha mai fatto.Si limitano a investire in polizia antisommossa e in leggi e misure incostituzionali, che impongono maggiore austerità al paese. Ho paura che stiamo diventando un paese del terzo mondo, non solo per quanto riguarda l'economia , ma anche per quanto riguarda la democrazia.

* intervista realizzata da RT - tradotto da Atene Calling

sabato 23 febbraio 2013

Fonte: cambiailmondo.org | Autore: Alfiero Grandi
I soldi della BCE devono andare all’economia reale dei paesi in crisi: altrimenti sarà una catastrofe
La Banca centrale europea ha reso noto che nel periodo 2011/2012 ha acquistato oltre 100 miliardi di buoni del Tesoro italiani, che si aggiungono ad altri 100 di Grecia, Portogallo e Spagna. Una cifra notevole. La Bce ha anche reso noto che da queste operazioni ha guadagnato e quindi ha redistribuito altri 500 milioni di euro alle Banche centrali che ne sono azioniste. In altre parole gli aiuti ai paesi più in difficoltà si sono rivelati fonte di guadagni redistribuiti a tutti i paesi europei e quindi anzitutto a quelli più ricchi che hanno maggiore peso nella Bce. In sostanza è uno dei tanti rivoli di denaro che dai paesi più in difficoltà finiscono nei paesi più ricchi e solidi.
Basta pensare al credito che è più oneroso per i paesi maggiormente in difficoltà perché influenzato dal livello degli spread, generando di conseguenza una concorrenza sleale nel credito a parti invertite: i più ricchi beneficiano di tassi più bassi e quindi sono in grado di fare concorrenza più facilmente ai meno ricchi.
Basta pensare alla concorrenza sul piano fiscale. Ci sono paesi dell’Unione, che fanno parte dell’Euro, che hanno legislazioni che ricordano i paradisi fiscali o per lo meno più favorevoli. Del resto anche sul piano societario recentemente la Fiat ha deciso di fare un’operazione targata Olanda, evidentemente più favorevole di quella italiana.
Mentre sui bilanci pubblici si pretende un controllo occhiuto, quando si tratta di politiche fiscali ci sono paesi come l’Irlanda che hanno un’aliquota del 12,5 % sulle imprese e altri che fanno concorrenza su altri capitoli fiscali, al punto che ricordano i paradisi fiscali.
Inoltre è noto che in questi anni i tassi alti sui debiti dei paesi più in difficoltà hanno giustificato, come in un’altalena, tassi di interesse bassissimi, addirittura negativi su quelli dei paesi più ricchi. Nessuna solidarietà è transitata dai paesi più forti, che hanno semplicemente beneficiato dei tassi bassi, a quelli maggiormente in difficoltà, che hanno dovuto fronteggiare l’attacco speculativo a loro spese, come conferma da ultimo anche questo ristorno via Bce.
La questione del debito pubblico in Italia, come negli altri paesi più in difficoltà, è un problema di grande peso anche perché la recessione ha provocato un aumento relativo del debito pubblico sul Pil. Ormai il rapporto debito/Pil italiano è al 127 %. Un livello enorme perché si registra in presenza di un calo del Pil. Dal 2015 inoltre produrrà i suoi effetti il Fiscal Compact che rischia di provocare ulteriore recessione perché ogni anno obbligherà a ridurre il debito pubblico di un ventesimo, il cui valore sta crescendo perché il Pil sta diminuendo. Senza crescita sarà un disastro economico per l’Italia e anche con la crescita il taglio sarà comunque doloroso.
Quindi dopo le elezioni si riproporrà il problema di fondo del debito pubblico e a seconda delle soluzioni la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare.
Perché l’Unione europea considera normale prestare alle banche oltre 1.000 miliardi di euro all’1 % per 3 anni ? Consentendo così alle banche di lucrare sulla differenza tra il tasso della Bce all’1 % e i Buoni del Tesoro, i cui tassi ovviamente gravano sugli Stati. In altre parole i singoli Stati trasferiscono quattrini alle banche.
Perché la Bce non presta direttamente agli Stati europei maggiormente in difficoltà almeno lo stesso importo girato alle banche, allo stesso tasso dell’1 %, per coprire la parte di debito pubblico eccedente il 60 % previsto dal Fiscal Compact ?
In realtà non avere affrontato con chiarezza il nodo di fondo del debito ha creato uno squilibrio maggiore tra i paesi più ricchi e quelli più deboli con un trasferimento netto dagli uni agli altri e questa è una situazione non più sopportabile perché l’avvitamento nella crisi economica sta creando un impoverimento netto e un disagio sociale crescente e insopportabile. Naturalmente le soluzioni tecniche possono essere diverse, ciò che conta è la volontà politica.
Questo nodo di fondo è il primo problema che dovrà affrontare il nuovo Governo che uscirà dalle elezioni – in Italia e in Europa – altrimenti gli spazi di manovra del nuovo Governo saranno ridotti al lumicino.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters