Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 8 maggio 2013

Una pseudo-tassa per non impensierire la finanza


di Andrea Baranes - zerozerocinque -
da Il Manifesto del 25/04/2013
Nuovi attacchi contro la tassa sulle transazioni finanziarie (TTF). Il primo arriva dalla Gran Bretagna della City di Londra, centro nevralgico della finanza globale e da sempre strenua oppositrice di qualsiasi forma di regolamentazione o controllo. Nei giorni scorsi il governo inglese, sostenuto dal Lussemburgo, è arrivato addirittura a muovere un'azione legale presso la Corte di Giustizia Europea per bloccare la proposta avanzata dalla Commissione Europea.
Ricordiamo che la TTF è un'imposta dell'ordine dello 0,05% su ogni transazione finanziaria. Gli impatti sono trascurabili per chi opera con orizzonti di lungo periodo, mentre diventano tanto più rilevanti quanto più gli obiettivi sono di breve termine. Si tratta di una delle misure più efficaci per frenare la speculazione e per ridurre l'instabilità sui mercati finanziari. Dopo anni di campagne delle reti della società civile, finalmente a inizio 2013 la Commissione ha pubblicato una propria bozza di direttiva, che deve ora essere discussa e approvata dalle altre istituzioni europee.
Gli attacchi dei due Paesi dell'UE che più hanno fondato le loro economie sulla completa deregolamentazione finanziaria non sono quindi una sorpresa. Lo è invece la dichiarazione di pochi giorni fa del ministro dell'Economia Grilli, secondo il quale l'Italia è pronta a bloccare l'intero processo europeo se non verranno esclusi dalla TTF i titoli di Stato.
Nelle parole del ministro, il motivo è che si tratta di un mercato “delicatissimo, su cui non vogliamo perdere alcuna chance”. In pratica già oggi Bot e Btp sono poco appetibili, come testimonia l'incessante lotta contro lo spread. Nella visione del governo, anche un'imposta minima potrebbe avere impatti sulla liquidità del mercato e quindi sui nostri conti pubblici.
Il problema è che il mercato dei titoli di Stato è “delicatissimo” in primo luogo a causa della stessa instabilità e dei continui rischi di attacchi speculativi. La TTF nasce come strumento per “gettare un granello di sabbia negli ingranaggi della speculazione”, intervenendo a monte per bloccarne gli impatti devastanti. Secondo il governo, al contrario, l'unico obiettivo sembra quello di racimolare un gettito per dare sollievo ai conti pubblici, agendo unicamente a valle. Si raschia il fondo del barile con nuove imposte per rimediare ai disastri combinati dalla finanza, ma senza provare a contrastarne lo strapotere.
In attesa del percorso europeo, con l'ultima legge di stabilità il governo Monti ha introdotto una cosiddetta TTF in Italia. Una proposta talmente debole che non andrebbe nemmeno chiamata tassa sulle transazioni finanziarie. Non vengono tassati i derivati e non si colpisce il trading ad alta frequenza, tanto per fare due esempi. Come dire che si introducono dei limiti di velocità sulle strade, ma si scopre che riguardano le biciclette ma non le automobili, e che l'unico scopo è rimpinguare le casse pubbliche con le multe, non diminuire il numero di incidenti stradali.
La TTF non è certo la panacea dei problemi della finanza. In parallelo bisogna contrastare i paradisi fiscali, limitare l'uso dei derivati e della leva finanziaria e via discorrendo. Se correttamente disegnata e applicata, è però un tassello fondamentale per chiudere il casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi. Parliamo di una “vera” TTF , che necessità della volontà e della lungimiranza politica di volere controllare, e non compiacere, i mercati finanziari. Una volontà e una lungimiranza che sembrano decisamente mancare oggi in Italia.

mercoledì 3 aprile 2013

Le tasse, la recessione e la diseguaglianza

di Guglielmo Forges Davanzati

Negli ultimi anni il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto. Ne hanno beneficiato imprese e contribuenti con redditi elevati, ma non il sistema economico nel suo complesso. È venuto il momento di promuovere una riduzione dell’onere fiscale a beneficio dei redditi più bassi per rilanciare i consumi e la crescita

Nel corso del 2012, la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il suo massimo storico, ed è fisiologico il fatto che pressoché tutti i partiti politici dichiarino di volerla ridurre. Si tratta di una congerie di proposte che spesso si basano esclusivamente su ragioni di equità distributiva, a fronte del fatto che la distribuzione dei carichi fiscali ha effetti rilevanti sulla crescita economica. Sebbene implicitamente, esse sono formulate sotto il vincolo del tendenziale pareggio del bilancio pubblico, così che la detassazione di alcuni gruppi sociali non può che implicare l’aumento della pressione fiscale su altri soggetti. E soprattutto si tratta di proposte che non si sa quando e sotto quale forma saranno tradotte in leggi, a fronte del fatto che, nell’immediato, per effetto delle ultime decisioni assunte dal Governo in carica, i contribuenti italiani saranno ulteriormente gravati da tasse (l’incremento dell’IVA e dell’IMU, in primo luogo), per un importo stimato di circa 15 miliardi di euro.

Sulla questione, si confrontano schematicamente due orientamenti.

1) Si ritiene, come si è ritenuto negli ultimi venti anni, che la riduzione delle imposte a beneficio dei lavoratori autonomi, delle imprese e, più in generale, dei redditi elevati generi incrementi di produzione derivanti dal fatto che questi individui reagirebbero (in quanto possono farlo) a una minore tassazione lavorando di più e, per quanto riguarda le imprese, investendo di più. Di fatto, seguendo questa linea, si è prodotta, negli ultimi anni, una condizione nella quale il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto, ovvero – in termini percentuali – le famiglie con redditi bassi pagano più (o comunque non pagano meno) di quelle con redditi elevati. Al di là di considerazioni che attengono all’equità, va rilevato che queste politiche non hanno prodotto i risultati sperati: il tasso di crescita non è aumentato, e anzi si è ridotto, anche negli anni precedenti lo scoppio della crisi. Si è anche ritenuto che la detassazione dei redditi elevati possa disincentivare l’evasione fiscale. Ma anche questo nesso non ha funzionato: l’evasione fiscale è costantemente aumentata nel corso degli ultimi venti anni, pure a fronte del fatto che l’onere fiscale sugli individui più ricchi si è costantemente e significativamente ridotto. Evidentemente la detassazione non ha alcun effetto sulla “moralità fiscale” dei contribuenti. A ciò occorre aggiungere che l’Italia è arrivata solo nel 2012 all’adozione di provvedimenti di tassazione sulle rendite finanziarie in linea con quelli previsti negli ordinamenti dei maggiori Paesi OCSE.

E’ utile osservare che, stando alle ultime rilevazioni ISTAT, l’incidenza delle imposte sul reddito per tipologia e classe di reddito è stabilmente superiore per i redditi da lavoro dipendente rispetto al lavoro autonomo. Anche sulla base di questa evidenza, si può sostenere che – al di là della legittimazione ‘scientifica’ di politiche di detassazione delle imprese – la scelta in ordine alla distribuzione del carico fiscale non è affatto neutra, e risente dei rapporti di forza degli attori coinvolti e della loro rappresentanza politica. In altri termini, la ripartizione del carico fiscale sembra essere più il risultato di una contrattazione politica che prescinde da considerazioni relative agli effetti macroeconomici, che non l’esito di una scelta finalizzata a generare maggiore crescita economica. Lo si può affermare tenendo conto di una duplice considerazione. In primo luogo, l’aumento della tassazione sugli utili d’impresa (con particolare riferimento alle imprese di grandi dimensioni) può determinare la loro delocalizzazione, così che può essere sufficiente la sola minaccia di delocalizzazione per spingere il Governo a evitare l’adozione di queste misure. In secondo luogo, l’aumento della tassazione su imprese e banche può avere l’effetto di traslare il maggior carico fiscale su prezzi e tassi di interesse, soprattutto in una condizione nella quale queste operano in forme di mercato con bassa intensità competitiva. A ciò si può aggiungere che, per il solo obiettivo di “fare cassa”, è conveniente tassare maggiormente i lavoratori dipendenti, ai quali è sostanzialmente preclusa la possibilità di evadere.

domenica 10 febbraio 2013

E’ possibile tassare le grandi ricchezze

Fonte: Quote rosse.it | Autore: Bruno Settis e Francesco Marchesi
Intervista a Vladimiro Giacchè , economista, candidato di Rivoluzione Civile
Qual è la posizione di Rivoluzione Civile in merito alla crisi del Monte dei Paschi di Siena, in relazione, in particolare, al problema dell’infiltrazione delle banche da parte della politica, da molti considerata la causa scatenante di questa crisi?
Noi riteniamo che l’infiltrazione dei partiti in una economia, si suppone, sana non sia l’origine del crack di MPS. Pensiamo invece che questa affondi le sue radici nel periodo della massiccia privatizzazione del sistema bancario italiano: all’inizio degli anni ’90 il 73% delle banche italiane era controllato dallo stato, mentre alla fine del decennio questa percentuale risultava esattamente dello 0%. Erano state privatizzate tutte le banche commerciali (ad esclusione del caso particolare del credito cooperativo, comunque non pubblico in senso stretto), tutte le banche di credito a medio-lungo termine ed infine l’unica banca di sviluppo che avevamo, ossia il Mediocredito Centrale. Alcuni degli omologhi stranieri di questi istituti sono tuttora saldamente in mano pubblica.
A partire da questo momento le banche iniziano a ragionare, correttamente dal loro punto di vista, in un’ottica squisitamente privatistica e di breve periodo, volta soprattutto, come si dice, alla creazione di valore per gli azionisti. Inoltre tendono a seguire le mode del sistema bancario internazionale, una delle quali è la corsa al “gigantismo bancario” che si è registrata intorno alla metà del primo decennio del nuovo secolo: tra il 2006 e il 2007 si fondono Banca Intesa e il San Paolo di Torino, Capitalia e Unicredit, ed infine a Novembre 2007, quando già sono chiari i segni della crisi economica imminente, il Monte dei Paschi acquista Antonveneta ad un prezzo assolutamente irragionevole. La ragione di questa corsa è in tutti i casi la stessa: conseguire “dimensione” in modo da poter acquistare quote di mercato, in altre parole una rendita oligopolistica, nonché valorizzare il capitale. In tutti e tre i casi menzionati queste operazioni non hanno impedito la svalorizzazione del capitale.
Questo caso dimostra però un’altra cosa: privatizzazione non significa fine dell’influenza della politica all’interno del sistema bancario. Metafora di ciò è il nuovo presidente dell’ABI, dopo le dimissioni di Mussari, è Antonio Patuelli, il quale partecipava alle tribune politiche per il Partito Liberale prima di Carosello quando ero ragazzo.
Per quanto riguarda le cose da fare, certamente i cosiddetti Monti-bond, cioè l’acquisto di titoli di MPS da parte dello stato per una somma di 3.9 miliardi di euro, sono un errore. Non perché lo stato non debba intervenire, ma al contrario perché deve farlo entrando nel capitale della banca, e non con un prestito che non gli garantisce alcun controllo sulla gestione della banca stessa. E deve farlo per due motivi: da un lato tutelare l’investimento che si fa in banca, ma soprattutto per iniziare a recuperare il concetto che il credito è un bene pubblico, concetto completamente dimenticato negli anni della privatizzazione selvaggia, ma recentemente tornato di moda ad esempio nel Regno Unito dove è stata creata una banca pubblica per il credito alle piccole e medie imprese. Questo si inserisce in una visione più ampia che noi vorremmo riaffermare anche con la creazione di un nuovo istituto pubblico per il credito a medio-lungo termine, ed in generale una azione volta ad un riequilibrio tra settore pubblico e privato: è proprio lo squilibrio a favore di quest’ultimo una delle cause della crisi. Continuare nella direzione di un dimagrimento del settore pubblico, aprendo ancora più spazio agli operatori privati (il cosiddetto “mercato”), significa curare la malattia col veleno che l’ha generata.

martedì 22 gennaio 2013

Una nuova teoria si aggira per l’Europa: la ‘Bersanomics’

22 gennaio 2013- Fonte: Huffingtonpost - lavorincorsoasinistra -

Alfonso Gianni -
Forse intimorito da un leggero calo negli ultimi sondaggi del Pd e di Sel, dunque della coalizione dei “progressisti”, Bersani gioca la carta di rassicurare i benestanti e afferma che il suo governo non farà alcuna patrimoniale. Dentro alla coalizione gli fanno notare che nella carta di intenti un accenno alla medesima, seppure troppo vago, ci sarebbe.
Ma è appunto quella vaghezza che permette diverse interpretazioni, a seconda degli interlocutori e del momento, verrebbe da dire. Il che comunque dimostra che un’incisiva riforma fiscale nella strategia bersaniana tutto è tranne che un punto programmatico su cui fondare una politica. Piuttosto è merce di scambio, facilmente cedibile quando bisogna evitare di épater la bourgeoisie, come si diceva ai tempi di Baudelaire e di Rimbaud.
Bersani sostiene che una patrimoniale c’è già, ed è l’Imu che bisognerebbe correggere in senso meno punitivo per i redditi più bassi. Vero, ma questo non esaurirebbe comunque l’argomento. Infatti non si tratta solo di intervenire sulle tante patrimoniali oggettive, cioè tassazioni delle cose, dal bollo dell’auto alla tassazione della casa di proprietà, che già esistono nel nostro ordinamento, ma bisognerebbe – e questa sarebbe la grande novità per il nostro sistema fiscale – inserire una patrimoniale soggettiva, cioè una tassazione sulle proprietà immobiliari e finanziarie dei singoli soggetti.
I dati che periodicamente la Banca d’Italia ci fornisce sulla ricchezza delle famiglie italiane, dimostrano un dato di fatto inoppugnabile. Il tasso di patrimonializzazione della ricchezza italiana è ben superiore non solo agli altri paesi europei (con la sola eccezione del Regno Unito, cui è quasi uguale), ma anche al Giappone, agli Stati Uniti e al Canada. In altri termini la ricchezza anziché venire rimessa nel ciclo produttivo prende la strada dell’acquisto di titoli e beni finanziari, di immobili e di altre forme di capitalizzazione statica.
Alla fine del 2011 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e attività finanziarie (depositi, titoli, azioni ecc. ) era pari a 8.619 mld di euro (per inciso più di quattro volte dell’intero debito pubblico che ha recentemente sfondato i 2mila mld). Di questo ben di dio, il 45,9% è nelle mani del 10% delle famiglie più ricche, le quali nel bel mezzo della crisi più sconvolgente del capitalismo europeo, hanno aumentato le loro ricchezze rispetto all’anno precedente, mentre il restante 90% le ha sensibilmente diminuite (Banca D’Italia, Supplementi al Bollettino Statistico, “La ricchezza delle famiglie italiane”, 13 dicembre 2012, n.65).
Come si può facilmente intuire, anche dagli elementi di comparazione con i principali paesi capitalistici, una riforma fiscale in Italia che non contempli una qualche forma di patrimoniale soggettiva che raggiunga tutte le forme di ricchezza, è un buco nell’acqua. Tanto più che non si tratta di pensare a misure shock finalizzate esclusivamente alla riduzione drastica del debito, come quella di una patrimoniale dal gettito di 200 mld avanzata a suo tempo da Pietro Modiano, la quale potrebbe effettivamente incorrere nell’obiezione di favorire la precipitosa fuga dei capitali all’estero.
Al contrario una patrimoniale è efficace quanto più è ordinaria e modesta nell’aliquota, ma produttiva di un buon gettito costante. A tali caratteristiche mi pare corrisponda la proposta avanzata dalla Cgil, che prevede una tassazione con una moderata progressività a partire dallo 0,5% sopra gli 800mila euro, in modo da preservare i risparmi medio bassi.
Se mettiamo in fila quanto scritto nella carta di intenti della coalizione, nonché le interviste di Bersani, come del responsabile economico del Pd Stefano Fassina – particolarmente attente a tranquillizzare i mercati finanziari internazionali, specialmente quando sono rilasciate a giornali inglesi o americani, come il Financial Times e il Washington Post - la “Bersanomics” si qualifica più per le proposte in negativo che quelle in positivo. Infatti non va toccato il pareggio di bilancio in Costituzione, di modificare il fiscal compact non si può neppure parlare, del no alla patrimoniale abbiamo detto, per lo sviluppo bisogna vedere come va il risanamento. Colpisce l’incapacità a liberarsi dei mantra, peraltro traballanti, del neoliberismo.
Peraltro si deve osservare che in assenza di crescita di qualunque genere, come previsto dalla stessa Istat, il tanto adorato pareggio di bilancio e soprattutto la riduzione a tappe forzate del rapporto debito/Pil possono essere conseguiti, o almeno tentati per chi ci crede, solo con un aumento delle entrate fiscali, cui non è sufficiente la tracciabilità fiscale di cui parla Bersani, nè la più spietata lotta all’evasione e neppure il desiderato accordo con la Svizzera per una sorta di condono fiscale internazionale basato sulla tassazione dei capitali esportati in deposito con la garanzia dell’anonimato.
O si introduce la tassazione sui patrimoni o si ammazza lo stato sociale. Tertium non datur. Verrebbe da osservare quindi che, paradossalmente, proprio i fautori del pareggio di bilancio e del fiscal compact, se non vogliono iscriversi alla storia come i becchini di ciò che resta del nostro welfare, dovrebbero essere i più inflessibili propugnatori di una patrimoniale seppure, nella loro distorta concezione, finalizzata esclusivamente alla riduzione del debito.
Eppure in tanti, fra cui lo stesso Fassina qualche settimana fa, abbiamo sottolineato la correzione di rotta del Fmi rispetto all’eccesso di politiche rigoriste praticate in Europa, l’autocritica sul moltiplicatore sbagliato nel calcolare la relazione fra tagli della spesa e conseguenze depressive sulla crescita economica, l’infondatezza dell’ossimoro dell’austerità espansiva. Fuori d’Europa si adottano ormai esplicitamente politiche diverse. Come si è visto Obama ha il suo da fare per evitare il fiscal cliff. Per ora ha segnato un piccolo punto a suo favore ma lo scontro vero è solo rimandato.
Per non tagliare le spese sociali sembra deciso a chiedere al Congresso l’aumento della possibilità di indebitamento, peraltro già considerevole. Ma la novità più grossa viene addirittura dal Giappone, ove il governo di destra di Shinzo Abe ha deciso un’azione consistente per togliere il paese dalla stagnazione, basata sull’accantonamento del problema del debito pubblico e una politica aggressiva di spesa pubblica. Il tutto in un quadro di spinto nazionalismo che accentua le tensioni internazionali, particolarmente nelle relazioni con la Cina. E nato così un altro nuovo neologismo: Abenomics.
Si dirà che questo è possibile perché completamente diverso è il ruolo delle banche centrali di questi due paesi. Appunto. Questo dimostra che San Mario Draghi non basta. Non è sufficiente forzare le maglie del regolamento, aprire il rubinetto per le banche le quali a loro volta comprano i titoli di stato e così si possono ridurre in una certa misura gli spread. Bisognerebbe riformare radicalmente la costituzione materiale e formale della Ue e conseguentemente il ruolo della Bce. Ma questo non si può fare senza rimettere apertamente in discussione, assieme agli altri paesi europei in difficoltà, il fiscal compact, come almeno chiede il primo punto del programma presentato dalla lista di Rivoluzione Civile. Bersani farebbe bene a riflettere su questo, anziché varare campagne autolesioniste sul voto utile.

domenica 28 ottobre 2012


DE PROFUNDIS  
" Remember, (to Berlusconi)  they even caught ME for taxes reasons ONLY"

mercoledì 12 settembre 2012

Se anche Hollande si “montizza”

 
Liberation, sabato 8 settembre 2012. ”Levati dalle scatole, ricco coglione”
di Vladimiro Giacché, da Pubblico
La storia è questa: il presidente francese Hollande annuncia una tassa straordinaria del 75% sui redditi da lavoro superiori al milione di euro annuo, dando seguito a quanto promesso in campagna elettorale. Il 23 agosto, 12 industriali francesi con aziende quotate alla Borsa di Parigi criticano la proposta.

Anche Bernard Arnault, amministratore delegato di LVMH e numero uno del lusso a livello mondiale, “mette in guardia” il premier Ayrault sugli effetti del progetto. E fa filtrare la notizia che la sua società starebbe organizzando la fuga all’estero dei suoi manager di primo piano.
Il 6 settembre le Figaro annuncia alcune modifiche alla tassa: il tetto di applicazione della tassa sarà alzato a 2 milioni di euro per le coppie; saranno (chissà perché) esclusi sportivi e artisti; si conferma invece che la tassa varrà solo per i redditi da lavoro (quelli da capitale, notoriamente, sono intoccabili).
Purtroppo però il reddito annuo di Arnault, la cui ricchezza è stimata da Forbes in 41 miliardi di dollari (è il quarto uomo più ricco del mondo e il primo di Francia), è ancora superiore alla nuova soglia di 2 milioni. E non stiamo parlando dei dividendi (335 milioni di euro già nel 2007), che appunto non rientrano nella nuova tassa, ma dei soli redditi percepiti in quanto manager del suo gruppo: i 4 milioni di euro ricevuti ne facevano già nel 2008 il manager più pagato di Francia.
Ed ecco il colpo di scena: l’8 settembre il quotidiano belga Le libre belgique annuncia che Bernard Arnault ha fatto richiesta di cittadinanza in Belgio. Una richiesta che il quotidiano Libération ha commentato con la bella copertina che abbiamo riprodotto.
Ora sembra che Arnault abbia fatto marcia indietro. Vedremo. Anche Hollande in un’intervista a TF1 sembra tornare (ancora) sui suoi passi. Riconferma la soglia del milione di euro per l’applicazione dell’aliquota maggiorata. E parla – senza entrare troppo nel dettaglio – anche di tassazione dei redditi da capitale.
Ma non dice solo questo. Annuncia una manovra straordinaria di bilancio da 30 miliardi di euro, così ripartita: 10 miliardi a carico delle famiglie (tutte, quindi soprattutto quelle sotto il milione di euro), 10 a carico delle imprese (in modi non chiariti), e 10 in tagli alla pubblica amministrazione (ad eccezione di scuola e sicurezza).
Dimentica di aggiungere che una parte di questi miliardi la sta già spendendo in questi giorni. Per salvare dal fallimento l’ennesima banca: il Credit Immobilier de France. Che ha obbligazioni per 1,75 miliardi di euro in scadenza a ottobre che non è in grado di ripagare.
Attendiamo le prossime puntate di questa telenovela. Ma almeno tre cose sono già chiare:
1) Gli Stati continuano a socializzare le perdite maturate da imprese finanziarie private.
2) Tra tasse e riduzione della spesa pubblica, la parte maggiore del carico delle manovre correttive di bilancio continua a gravare sulla classe media e su chi vive del proprio lavoro (al di sotto del milione di euro…).
3) I tentativi di imporre aliquote straordinarie di tassazione per i ricchi si scontrano con le differenti normative fiscali dei diversi paesi europei, che dovrebbero essere rese omogenee almeno tra i paesi che hanno una moneta in comune.
Ma, guarda caso, di unione europea in questo senso non si parla mai.

lunedì 10 settembre 2012

Hollande. Retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi

Hollande verso la retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi
di Leonardo Martinelli
E la tassa sui super ricchi, dov’è finita? Era una delle promesse più eclatanti di François Hollande durante la campagna delle presidenziali: una di quelle giudicate più «di sinistra», che di sicuro hanno contribuito a portare al secondo turno al leader socialista i voti (determinanti) di Jean-Luc Mélenchon, del Front de gauche. Ebbene, entro la fine del mese il Governo francese deve presentare il suo progetto per la finanziaria 2013, da far approvare al più presto al Parlamento. Dovrebbe consistere in una profonda riforma fiscale, proprio l’occasione per introdurre anche la tassa sui super ricchi. Ma, dalle prime indiscrezioni in circolazione, Hollande e compagnia starebbero per alleviare le condizioni previste inizialmente: insomma, vorrebbero fare retromarcia. Mentre in questi giorni, pressione in più in questo senso, è emerso che proprio Bernard Arnault, il più ricco di tutti in Francia (ma pure il numero uno a livello euopeo e quarto nel mondo), ha chiesto la nazionalità belga. In fuga dal fisco del suo Paese.

Quale imposizione per i Paperoni di Francia – Per il momento Oltralpe l’imposta sui reddti personali arriva a un’aliquota massima del 45%, applicata sopra i 150mila euro lordi annui. In più, però, va calcolata la patrimoniale. Nicolas Sarkozy, nel 2007, appena eletto, aveva introdotto uno scudo fiscale che limitava al 50% massimo l’imposizione complessiva, ma questo, già smantellato in parte dall’ex Presidente, è stato fatto fuori del tutto con l’arrivo di Hollande. Il nuovo Presidente, nel febbraio scorso, in piena campagna, era andato oltre annunciando (aveva sorpreso perfino alcuni dei suoi consiglieri) una nuova aliquota del 75% per tutti i redditi oltre il milione di euro annui. Nei prossimi giorni dovrebbe essere resa nota la nuova normativa. Ma, secondo le prime indiscrezioni, Hollande si appresterebbe a fare retromarcia, almeno in parte. Nel caso di una coppia, ad esempio, il limite del milione sarebbe aumentato a due milioni. E si escluderebbero in generale dal calcolo i redditi da capitale.

Arnault, il più ricco di tutti, farà le valigie? – Nel contesto di queste polemiche arriva una notizia bomba. Bernard Arnault, il patron di Lvmh, il colosso del lusso francese, che comprende fra gli altri Louis Vuitton e i maggiori marchi di champagne, ha fatto domanda per ottenere la nazionalità belga. Mercoledì scorso è stato addirittura ricevuto dal premier francese, il socialista Jean-Marc Ayrault, per protestare contro la nuova aliquota in arrivo (a lui, nonostante le probabili eccezioni, si applicherà). In un comunicato, Arnault, che ha fama di spietato uomo della finanza, ha comunque sottolineato che la sua decisione non ha niente a che fare con l’imminente riforma fiscale, ma è legata «alla volontà di realizzare più investimenti in Belgio». Una prospettiva difficile da credere. Tanto più che, se ottenesse la cittadinanza belga, potrebbe andare a risiedere a Monaco e sfruttare i suoi vantaggi fiscali (lì le tasse sui redditi personali sono pari a zero, ma al vantaggio, secondo una convenzione firmata tra Parigi e il Principato, non possono accedere i cittadini francesi, anche se residenti). «La Francia non ama chi ha successo – ha sottolineato François Fillon, ex premier, ai tempi di Sarkozy -. La volontà di Arnault è il frutto delle decisioni stupide del Governo».

I limiti imposti dalla lotta al deficit - Tutta questa vicenda si annuncia un campo minato per Hollande, che proprio in questo periodo sta andando male nei sondaggi: secondo un’inchiesta di Bva, resa nota oggi, il 59% dei francesi non è soddisfatto dal suo operato. Il Presidente deve trovare per la finanziaria 2013 almeno 33 miliardi, fra tagli alla spesa pubblica e crescita del gettito dell’erario (da quest’ultimo fronte dovrebbero arrivare tra 15 e 20 miliardi di euro). Il problema è vedere, appunto, quali saranno le modalità. Nei giorni scorsi il Presidente ha escluso «aumenti delle imposte generali e indifferenziati», precisando che «chi ha di più, deve pagare di più». Ma un’eventuale fuga di capitali, forse già in corso, sarebbe un problema: per questo Hollande tentenna sull’aliquota del 75%. L’obiettivo della finanziaria 2013 è riportare il deficit pubblico al 3% del Pil, dalla stima del 4,5% prevista a fine anno. Da sottolinare: Arnault se ne era già andato dalla Francia per tre anni nel 1981, quando François Mitterrand era arrivato al potere. Già ricco, ma non ricchissimo come oggi, trascorse tre anni negli Stati Uniti. Per poi ritornare a casa dopo che Mitterrand aveva frenato le sue «eccessive» aspirazioni di sinistra.
ilfattoquotidiano.it

sabato 21 luglio 2012

"Anche i ricchi piangono": in Germania si apre il confronto sulla tassa patrimoniale

Fonte: wall street italia
           In Europa sono in molti a concordare sul fatto che i due problemi principali del continente siano gli enormi livelli di debito e l'ineguaglianza tra i ricchi e il resto della popolazione. Finalmente le autorita' politiche si sono mosse per cercare di mettere in atto un piano in grado di risolvere entrambe le questione.

L'idea, abbozzata per la prima volta da un'organizzazione di economisti tedeschi, e' semplice: imporre una tassa del 10% sul patrimonio degli europei piu' facoltosi, costringendoli a prestare soldi ai loro governi.

Il piano esorta a imporre una tassa una tantum del 10% sugli asset totali in mano ai cittadini europei che detengono piu' di 309 mila dollari in portafoglio (per le coppie la soglia sale a $611.000). All'imposta verrebbe accompagnato un programma di 'prestiti forzati', secondo il quale i piu' benestanti verrebbero spinti a prestare denaro ai loro governi. Soldi che verranno restituiti nel tempo.

Ad avere avanzato ufficialmente la proposta e' Stefan Bach del prestigioso istituto di ricerca economica tedesco DIW, con sede a Berlino.

"In molti paesi i livelli di debito sovrano sono aumentati in maniera considerevole e allo stesso tempo abbiamo immense quantita' di asset privati in mano a pochi. Se prese tutte insieme superano di molto i debiti nazionali complessivi di tutti gli stati membri dell'Eurozona presi insieme".

In poche parole, il patrimonio dei ricconi e' sufficiente a coprire i buchi di bilancio di tutti i governi in difficolta' dell'area a 17.

mercoledì 18 aprile 2012

Il Partito Democratico contro il pareggio di bilancio. Ma è quello americano!

Posted by keynesblog
Tratto dal sito ufficiale della campagna elettorale 2012 di Barack Obama.
Il pareggio di bilancio sulle spalle della classe media
Questa settimana la Camera dei Rappresentanti dovrebbe votare su un emendamento alla Costituzione per introdurre il pareggio di bilancio. Se approvata, la proposta repubblicana richiederebbe profondi tagli alla spesa che potrebbero compromettere tutto, dall’istruzione al Medicare (programma sanitario pubblio, ndr) ai programmi nutrizionali e sulla salute per i bambini a rischio. Ecco uno sguardo sull’impatto devastante che questo emendamento, ardentemente sostenuto da Mitt Romney e dai suoi colleghi candidati repubblicani, potrebbe avere sulla classe media americana.

Ti stai chiedendo come il pareggio di bilancio ti riguardi? Questi sono solo alcuni dei modi in cui i tagli potrebbero realizzarsi negli stati dell’Unione, il tutto mentre Romney e i candidati repubblicani stanno proponendo oltre 200 miliardi di dollari all’anno di tagli fiscali per le imprese e gli americani più ricchi:

il Medicare (programma sanitario per gli anziani, ndr) potrebbe essere ridotto di:
•2,4 miliardi in Virginia
•4,4 miliardi di dollari Michigan
•1.1 miliardi in Iowa

Tagli alla Social security (pensioni, ndr):
•12,9 miliardi dollari in Florida
•3,7 miliardi dollari nel Arizona
•5,9 miliardi dollari in North Carolina

Medicaid (programma sanitario per le famiglie a basso reddito, ndr) e CHIP (programma sanitario specifico per i bambini, ndr) potrebbero essere ridotti di:
•3,3 miliardi di dollari Ohio
•3,6 miliardi di dollari Pennsylvania
•1,9 miliardi dollari in Georgia

Il budget per l’istruzione primaria e secondaria potrebbe essere ridotto di:
•26,5 milioni dollari in Colorado
•36,9 milioni dollari in Wisconsin
•19,7 dollari in New Mexico

lunedì 19 marzo 2012

Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero

a cura di Giuliano Battiston - sinistrainrete -
Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista a Philippe Van Parijs, fondatore del Basic Income Earth Network, tratta da Per un’altra globalizzazione (Edizioni dell’Asino 2010)

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne Il reddito minimo universale, soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio Il basic income e i due dilemmi del Welfare State riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro.

Il Montino. Vademecum dei disastri di Supermario

di Domenico Moro - sinistrainrete -
Prima parte. La Fiscalità
Contrariamente a quanto era stato propagandato dalla maggior parte dei mass media, il governo Monti ha operato sulla fiscalità in modo iniquo. Le imposte, infatti, sono state aumentate ai lavoratori salariati e diminuite alle imprese. Qui di seguito procediamo ad una analisi molto sintetica delle modifiche apportate da Monti alla fiscalità italiana.

L’Irpef, o imposta sulle persone fisiche, è la principale imposta italiana ed è diretta, applicandosi al reddito. Si tratta di una imposta progressiva. Ciò vuol dire che quanto più sei ricco tanto più paghi. In realtà, l’Irpef ha perso, nel corso degli anni, molto del suo carattere progressivo, passando da ben 32 scaglioni e da una aliquota massima del 72% (1974), a soli 5 scaglioni con scaglione massimo di 75mila euro e una aliquota massima del 43% (2007). Pensiamo che invece nel liberista Regno Unito l’aliquota massima è del 50%, che neanche il governo conservatore vuole ridurre.

L’Iva e le accise, al contrario, sono imposte indirette, applicandosi ai consumi. Le imposte indirette sono imposte regressive, perché applicandosi a tutti con una medesima percentuale, gravano maggiormente sul reddito più basso che sul reddito più alto. Si tratta, quindi, di imposte inique. Infatti, la Costituzione raccomanda che le tasse debbano essere progressive.

Ebbene, cosa ha fatto Monti? Monti, malgrado le promesse, ha lasciato intatta l’aliquota più alta dell’Irpef, cioè le imposte sui più ricchi, ed ha aumentato le imposte sui consumi, quelle che gravano principalmente sui redditi più bassi. L’Iva era già stata aumentata da Berlusconi di un punto, dal 20% al 21%. Ora, l’Iva (le aliquote del 10% e del 21%) verrà aumentata, nella seconda metà del 2012, di due punti percentuali e, nel 2014, di un ulteriore 0,5%.

Inoltre, sono state aumentate le accise sui carburanti, quella della benzina a 704,20 euro per mille litri, quella del gasolio a 593,20 euro. Tali aumenti hanno provocato un aumento dei costi del trasporto e, a cascata, di molte merci. Possiamo immaginare quanto saranno pesanti gli effetti sull’inflazione, quando gli aumenti dell’Iva si sommeranno a quelli delle accise.

martedì 7 febbraio 2012

Fiat, Marchionne incassa 50 milioni

E paga tasse più basse dei suoi dipendenti
di Vittorio Malagutti - Fonte: ilfattoquotidiano
Il Lingotto regala al manager italo-canadese un pacchetto di azioni a titolo di compenso supplementare. Alla somma multimilionaria è applicabile un'imposta massima del 30% prevista a norma di legge per i guadagni dei soggetti residenti all'estero (l'ad risiede infatti in Svizzera). Si tratta di un'aliquota inferiore a quella di migliaia di suoi lavoratori

Chissà, forse in un futuro prossimo il governo di Mario Monti riuscirà a centrare quello che, a parole, è uno degli obiettivi dell’esecutivo. E cioè spostare il peso delle imposte dal lavoro al capitale, dalla produzione alle rendite. Obiettivo ambizioso per un Paese come l’Italia dove finanzieri e speculatori vari finiscono il più delle volte per pagare meno tasse di imprenditori e lavoratori dipendenti. Un esempio concreto? Eccolo. Sergio Marchionne ha da poco ricevuto in regalo dalla Fiat, a titolo di compenso supplementare, un pacchetto di azioni che vale in Borsa oltre 50 milioni di euro.

Ebbene, l’imposta massima su questo gradito omaggio multimilionario non supera il 30 per cento. Tutto regolare. Questa, infatti, è l’aliquota prevista a norma di legge per i guadagni dei soggetti residenti all’estero. E Marchionne, come noto, agli occhi del Fisco nostrano risiede a Walchwil, nel cantone svizzero di Zug, uno dei più generosi delle Confederazione per quanto riguarda le tasse. Insomma, a conti fatti, il gran capo del Lingotto pagherà su questo maxi premio di 50 milioni un’aliquota inferiore a quella di migliaia di suoi dipendenti. Per esempio i quadri e dirigenti Fiat, che sono tassati fino al 43 per cento per la parte di reddito superiore ai 75 mila euro l’anno.

Possibile? Possibile che Marchionne se la cavi così a buon mercato? La conferma arriva dal quartier generale del Lingotto. Un comunicato stampa della Fiat ha reso noto che venerdì scorso il numero uno del gruppo ha venduto in Borsa 600 mila titoli Fiat auto e altrettanti di Fiat industrial, che produce camion e trattori. L’operazione ha fruttato al manager poco più di 7, 5 milioni di euro. L’incasso, spiega il comunicato del Lingotto, servirà a far fronte “agli oneri fiscali derivanti dalla assegnazione” di 4 milioni di azioni Fiat auto e di altrettanti Fiat industrial.

venerdì 23 dicembre 2011

Lettera a Babbo Natale: perché i ricchi in Italia non pagano?

Fonte: sbilanciamoci
Venti docenti di economia chiedono a Monti perché la ricchezza “liquida” – titoli, depositi, investimenti finanziari – sfugge del tutto alla manovra. È annullata così la pretesa di equità con cui il governo si era presentano agli italiani. Una brutta storia di Natale, su cui vale la pena discutere

Spett. Direttore, i firmatari di questa lettera sono tutti docenti universitari di economia. Chiediamo ospitalità ad alcuni giornali, fra cui il suo, per rivolgere al Presidente Monti una domanda che riteniamo piuttosto importante. Ci auguriamo che lui stesso o qualche altro esponente del governo vorrà darci risposta.

La domanda è questa: perché nella manovra economica da poco approvata non è presente una seria tassazione di tipo patrimoniale della ricchezza mobiliare? Si tratta di un'assenza conturbante, in quanto questo provvedimento avrebbe alcuni ovvi vantaggi. In primo luogo potrebbe fornire un gettito sostanzioso: secondo i dati ufficiali dell'Associazione Italiana Private Banking, "Il valore della ricchezza investita nel private banking in Italia nel 2010 ha superato i livelli pre-crisi, al livello più alto da sempre, con 896 miliardi". Questa naturalmente è solo una parte dell'imponibile. Aliquote anche molto miti consentirebbero di mantenere inalterata l'indicizzazione delle pensioni, con ovvi guadagni di equità e riducendo drasticamente gli effetti recessivi della manovra. Infine è il caso di sottolineare il guadagno di consenso che il governo ne ricaverebbe, per effetto della maggiore equità del prelievo complessivo della manovra; ed è noto come il consenso sia un capitale prezioso nei momenti di difficoltà.

Ciò che soprattutto ci preoccupa come economisti è però che accanto a questi ovvi effetti positivi non riusciamo a vederne di negativi. In altri termini, ci sembra che non vi sia alcun motivo di efficienza che possa giustificare l'assenza del provvedimento che auspichiamo. È diffusa fra l'opinione pubblica la convinzione che tale assenza dipenda solo da ragioni di iniquità, e cioè dalla volontà di proteggere i redditi alti scaricando il peso del riequilibrio dei conti su quelli più bassi. Vogliamo sperare che non sia così; ma per fugare ogni dubbio è essenziale che il governo fornisca una spiegazione chiara e convincente. E anche sincera. Una motivazione che circola ufficiosamente, e cioè che non sia possibile sapere dove si trova la ricchezza mobiliare, è smentita dai dati che abbiamo citato più sopra, nonché da quelli forniti dalla relazione della Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie italiane nel 2010. Né si può dire che la manovra così com’è preveda implicitamente un serio intervento sulla ricchezza mobiliare: il gettito proveniente dalla tassazione dei capitali scudati e dei beni di lusso ammonta solo al 6% della manovra complessiva netta, e al 4% delle maggiori entrate. Neanche la motivazione che non è possibile tassare la ricchezza mobiliare perché questa fuggirebbe all'estero è credibile. Come dimostrano i dati sul private banking, la ricchezza mobiliare dei cittadini italiani più ricchi è enorme, e non è certamente una tassazione con una piccola aliquota che li indurrebbe a trasferirne surrettiziamente la proprietà a prestanome stranieri. Al rischio che una patrimoniale di tal fatta possa colpire anche i risparmi della classe media si può facilmente porre rimedio stabilendo un’equa quota esente, che renderebbe oltretutto l’imposta progressiva. Possibili problemi di liquidità per il pagamento dell'imposta sarebbero facilmente evitabili concedendo adeguate (ma non eccessive) rateizzazioni.

In sostanza, ci sembra che ci siano molti argomenti a favore di una tassazione con un’aliquota non predatoria dei grandi patrimoni mobiliari, che non ci siano validi argomenti contrari sul piano dell'efficienza economica e che non vi siano rilevanti ostacoli di natura tecnica tali da impedirne l’adozione. Un chiarimento sulle ragioni della sua assenza dalla manovra sarebbe quindi opportuno.

Confidando in un'autorevole risposta, e ringraziandoLa per la sua ospitalità,

Giovanni Balcet (università di Torino)
Piervincenzo Bondonio (università di Torino)
Giorgio Brosio (università di Torino)
Roberto Burlando (università di Torino)
Paolo Chirico (università di Torino)
Ugo Colombino (università di Torino)
Alessandro Corsi (università di Torino)
Bruno Dallago (università di Trento)
Silvana Dalmazzone (università di Torino)
Aldo Enrietti (università di Torino)
Mario Ferrero (università del Piemonte Orientale)
Magda Fontana (università di Torino)
Ugo Mattei (università di Torino)
Letizia Mencarini (università di Torino)
Guido Ortona (università del Piemonte Orientale)
Matteo Richiardi (università di Torino)
Lino Sau (università di Torino)
Francesco Scacciati (università di Torino)
Roberto Schiattarella (Università di Camerino)
Vittorio Valli (università di Torino)

giovedì 15 dicembre 2011

Le escort vogliono pagare le tasse.

di Eleonora Bianchini Fonte: ilfattoquotidiano
L’appello di Marina: “Fateci aiutare il nostro Paese”

La proposta arriva direttamente da una prostituta che ha lanciato la proposta dalle colonne del Gazzettino. Secondo Marina“in Italia, la legalizzazione della prostituzione porterebbe tanti miliardi di euro nelle casse dello Stato"

“Credo che il Governo Monti debba includere nella sua Manovra sul lavoro anche la possibilità di legalizzare la Prostituzione, che significa altresì far emergere il ‘lavoro sommerso’ di circa 300.000 individui fra donne/trans/uomini che oltretutto risultano per lo Stato disoccupati. Legiferiamo sulla Prostituzione, fateci pagare le tasse, fateci aiutare il nostro Paese”. Chi scrive è Marina: si definisce “orgogliosamente una ‘puttana’” e ha inviato al Gazzettino.it una lettera. Con una richiesta: visto il momento di crisi economica in cui la manovra mette le mani nelle tasche dei lavoratori italiani, anche lei vuole contribuire pagando i contributi. E per farlo bisogna legalizzare il mestiere più antico del mondo.

“Appartengo a una categoria di persone che tanto vorrebbe pagare le tasse, ma che in questo paese non gli viene permesso”, scrive Marina. E spiega che “in Italia, la legalizzazione della prostituzione non solo porterebbe tanti milioni, se non miliardi di euro, nelle casse dello Stato – scrive Marina -, ma risolverebbe indirettamente anche il problema dello sfruttamento della prostituzione e della tratta di esseri umani dei quali sono vittime numerose ragazze non solo dell’Est Europa, ma anche del Centro Africa e sempre più anche cinesi”. Oltre a dare un giro di vite allo sfruttamento delle straniere, la prostituta ricorda che “negli ultimi 20 anni circa davanti a un problema si è preferito chiudere gli occhi facendo finta che non ci fosse, piuttosto che adottare delle valide strategie per risolverlo”.

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